domenica 13 maggio 2018

IL FATTO E IL MISTERO (di Piero Nicola)


  La fede risolve tutto. La fede in Dio e nella sua Verità. Ma Dio vuole che essa sia anche una conquista, una osservanza, una purificazione per la vita eterna. È necessario che in questa vita non abbiamo doni e salvezza certi, assicurati una volta per tutte. Bisogna che il mistero ci si ripresenti con la tentazione e che superiamo questa prova con l'aiuto del Signore, ricorrendo a Lui.
  Avviene che la tentazione ci faccia tornare da capo. Che cos'è questo mondo, questo esserci noi, le cose, il generale principio, la destinazione, il soprannaturale, rispetto a un nulla di cui abbiamo pure un'idea? Ma s'impone una realtà: del nostro essere, delle cose, del soprannaturale, di ciò che ci supera, che supera e sempre supererà la nostra comprensione. Lì, nel mistero, si trova la soluzione, a partire dalla realtà (il contrario del nulla, del vuoto) di cui pure fa parte l'arcano. Non può essere vero che l'arcano sia senza risposta.
  Immaginare che quanto esiste non abbia avuto un'origine sempre esistita non avrebbe senso. Perciò l'eternità dev'essere un fatto. L'esistente eterno, poi, bisogna che corrisponda al nostro essere intelligente: non sarà di certo materia. E perché un ente infinito personale, il nostro Dio, il Creatore? Potremmo immaginare altro, altri lo hanno sostenuto. Ma torniamo alla realtà. In essa troviamo la risposta, la manifestazione, la dimostrazione.
  Siamo giunti al problema del soprannaturale. Problema falso, però sempre riproposto e talvolta insinuante il dubbio. La medesima nostra incapacità intellettiva di abbracciare il tutto misterioso comporta una metafisica. Se non bastasse, i fenomeni soprannaturali sono accertabili scientificamente, sebbene non siano spiegati dal metodo scientifico. Oltre alla loro innegabile e tangibile concretezza, essi hanno rivelato e rivelano alquanto di ciò che sfugge alla umana comprensione, rivelano la loro sorgente che ha voluto mostrarsi, ovvero Dio.
  Annoverare la serie delle rivelazioni e dei miracoli sarebbe lungo, e inutile per chi li rifiuta con vari pretesti. Naturalmente occorre discernere il vero dal falso, soprattutto l'autentico dalle preternaturali manifestazioni del demonio.
  A questo punto interviene una seconda tentazione: quella di giudicare l'operato e il giudizio di Dio. All'uomo non basta il senso morale, abbisogna di religione o di filosofia. Si arriva a concepire un dio iniquo. Perché Dio permette il male? perché ha voluto una creatura soggetta a cadere? Ritorna la spiegazione iniziale. Se l'uomo è imperfetto rispetto al mistero, è insensato che pretenda di dare legge al Creatore, che pretenda di conoscerne la sapienza, la Provvidenza. Ciononostante, Egli ci ha dato sufficienti elementi perché possiamo capire e non essere sconcertati dai suoi procedimenti. La dottrina di Cristo e della Chiesa sovvengono ai dubbi, sovvengono la fede, che è il primo grande ausilio soprannaturale. Il creato indirizza al vero, la predicazione cattolica porta alla fede chi non ce l'ha.
  Niente di nuovo in questi ragionamenti. Di sicuro ve ne sono di migliori. Ad ogni modo, a volte serve rinfrescare le cristiane convinzioni o concorrere alla persuasione di chi non le abbia.

Piero Nicola

venerdì 11 maggio 2018

NEOLOGISMI MALIZIOSI (di Piero Nicola)


Gli espedienti retorici non sono un'invenzione né odierna né recente. L'arte di manipolare la lingua è una vecchia porcheria. Però tale malizia ebbe sovente, come le bugie, le gambe corte. Un'onestà formale ineludibile, autorevole, vanificò l'uso insinuante, allusivo di vocaboli per svilirne il valore, vanificò le nuove accezioni che denigravano i buoni significati; i mali giochi linguistici vennero smascherati con il loro significato effettivo.
  Il vocabolario mise le cose in ordine, grazie soprattutto all'etica eterna della Chiesa, che metteva in soggezione quella mondana, benché sempre si cercasse il modo per gabbare la gente con usi impropri e locuzioni sofistiche, atte a trarre in inganno.
  Populismo. - Chi oggi vuol accusare qualcuno o una associazione di essere demagogica, non usa più il termine proprio: demagogia, ma ha stravolto il vecchio significato di populismo sostituendolo a demagogia. Il dizionario Garzanti degli anni Ottanta così definiva la voce populismo: "atteggiamento o movimento politico, sociale o culturale che tende genericamente all'elevamento delle classi più povere, senza riferimento a una specifica forma di socialismo o a una precisa impostazione dottrinale". Dunque il senso spregiativo è recentissimo e sostituisce un termine preciso, come demagogia, perché la novità fa maggior presa sull'immaginazione, perché populismo è maggiormente comprensibile da quel popolo che si presume raggirato, e per diminuire il valore del consenso popolare, che sarebbe carpito con le lusinghe. Tale azzardo, con cui si mette in dubbio la capacità di discernimento del popolo e lo stesso valore del principio democratico, dice la crisi dei partiti ancorati al sistema, dice l'impopolarità dei conformisti difensori dello status quo, la loro disperazione, non essendo riusciti a escogitare un nuova soluzione demagogica o non essendosi resi conto dell'aria che tira.
  L'ultima trovata è il sovranismo. Coloro che hanno coniato e adoperano questo neologismo, non si rendono conto di impugnare un coltello a doppio taglio, che sta ritorcendosi contro di loro. Esso si oppone al sentimento che la gente, avvertendo il profondo malessere sociale, prova verso una sottintesa rinuncia alla propria identità, alla sovranità, in nome di un internazionalismo o globalismo o società multietnica, e di un buonismo che fa d'ogni erba un fascio: proposte a cui non crede, di cui subodora la macchinazione. Sminuire la sovranità significa pregiudicare la proprietà di quanto ci appartiene, che si è giustamente ereditato e che non si è disposti a spartire col primo venuto, il quale ne godrebbe senza alcun merito, col quale si ha poco da spartire, anzi costui, comportandosi a modo suo, turba la pace e l'armonia. Il sentimento di tutto ciò, benché sovente inconsapevole, è diventato più forte della propaganda contraria. Questo spiega la sconfitta e il discredito dei partiti che propugnano la politica continuità e la moderazione. Il problema non è semplicemente economico. Anche la massa che può vivere o vivacchiare si sente moralmente a disagio, minacciata, e ha fiutato l'inganno, ha smesso di credere e di obbedire. I segni della diffidenza e dello scetticismo sono evidenti; l'establishment procede in un vicolo cieco, finché qualcun'altro avanza un'alternativa.
  Nella festa dell'Ascensione, Francesco I visita le comunità utopiche e moderniste e tiene omelie stucchevoli e filantropiche, che sanno di connivenza con l'universalismo e hanno perduto il potere di convincere.
  Mattarella è intervenuto al convegno di Fiesole intitolato The State of The Union. Già questo invadente abuso dell'inglese (per giunta poco comprensibile) ormai suona male alle orecchie nostrane, che non appartengano a pappagalli istruiti e ai vogliosi di tenersi in pari con questa moda esterofila. Mattarella ha approfittato di tale celebrazione della solidarietà nell'UE per mettere in guardia un prossimo governo Lega-5Stelle dicendo che bisogna "sottrarsi alla narrativa sovranista", e ha messo sull'avviso tutti quanti perché nessuno Stato può illudersi di fare da sé. Come se tuttora gli Stati europei non dovessero fare da sé, ossia difendere i loro interessi, nonostante la perdita notevole di sovranità e di interessi, senza adeguata contropartita. Ed è l'avvertita mancanza di vantaggi, anzi l'avvertito discapito (immigrazione, moneta unica, debito pubblico in speculative mani altrui) che ha determinato la volontà nazionale di riappropriarsi della propria roba, dell'autonomia. Ora, questi concetti di conservazione del patrimonio e di indipendenza conducono alla sovranità, conducono all'improvvido uso dispregiativo della parola sovranismo; chi se ne serve sta dandosi la zappa sui piedi.

Piero Nicola

mercoledì 9 maggio 2018

CONSEGUENZA DELL'ERRORE (di Piero Nicola)


  L'errore è quel fatto gravido di conseguenze che può generare l'inganno. In campo sociale, dall'inganno derivano giudizi errati e mali d'ogni genere. Infatti sovente l'errore assume l'aspetto della verità. Quanto all'azione umana che produce l'errore-inganno, cioè l'effetto dell'impostura, è inutile indagarne la qualità, metterla sotto processo. Possono determinarla malafede, passione, pregiudizio, ingenuità, ignoranza. Soltanto Dio ha il potere di certa condanna o di assoluzione.
  Il discorso cade a proposito in merito al proposto e caldeggiato governo imparziale rispetto ai differenti disegni politici dei partiti. Tale governo sarebbe utile o necessario per decidere su questioni economiche urgenti. E qui sta il fallo.
  In primo luogo esiste un governo imparziale? In via di principio, ciò è impossibile. Essendo formato di uomini, e di uomini associati come ministri, essi dovrebbero non avere tendenze, preferenze, interessi, colpe e condizionamenti di sorta. Ma se anche, per assurdo, l'impeccabilità si verificasse, che cosa si richiede a un potere esecutivo efficiente e efficace? Si richiede la migliore delle soluzioni da adottare circa i vari problemi. In altri termini, si richiederebbe la saggezza personificata o almeno la miglior saggezza possibile. Per la qual cosa non esiste alcuna garanzia. Inoltre se vige un principio democratico, non sarebbe questo governo che rispetterebbe la volontà popolare, la quale esprime un indirizzo, un orientamento, giusto o sbagliato che sia. Alle elezioni è già stata bocciata la precedente politica governativa e, il partito bocciato è quello che sostiene il governo "neutrale". Perciò il voluto governo indipendente non sarebbe democratico: non rispetterebbe la costituzione.
  In secondo luogo, entrando nel merito, qual è la materia dei provvedimenti da prendere? È inevitabile che essa sia politica, dunque non può essere neutra, meramente amministrativa. Si dice che sono stati presi degli impegni economici e devono essere onorati, pena danni e sanzioni. Le cose non stanno affatto così. Anzitutto tali impegni sono stati assunti da una politica rigettata dall'elettorato. Poi sussiste un potere contrattuale italiano che può essere esercitato, e deve esserlo, sempre a motivo della nuova volontà di radicale cambiamento manifestata dagli elettori. L'Italia non è obbligata a ubbidire alle disposizioni della UE, per esempio riguardo alla regolazione del debito pubblico. Come Francia e Spagna hanno potuto negoziare, così dobbiamo farlo noi. E non sarà il governo tecnico a prendere le improrogabili, occorrenti decisioni. D'altronde nessun membro dell'UE è vincolato all'UE indissolubilmente.
  Infine la ragione principe dell'immediato ricorso alle elezioni è costituita dall'urgente necessità di adempiere i programmi dei partiti che hanno ottenuto la maggioranza dei voti. In base a tali programmi bisogna risolvere senza indugio la questione dell'emigrazione clandestina, dei ricevimenti o respingimenti di immigrati, bisogna riformare le leggi sulle pensioni, sulla tassazione, sul lavoro dipendente, ecc.: tutto ciò secondo una nuova politica; ed è di importanza vitale almeno quanto la regolazione dei rapporti con Bruxelles e Francoforte.
  Intanto assistiamo a una campagna di propaganda scatenata dalle tivù e dalla stampa del vecchio regime, ormai screditato, propaganda di denigrazione dei partiti vincitori delle elezioni e giustamente contrari a un governo del presidente, che nasce morto. Poiché devono esistere lobby, associazioni, sette di vario genere, la loro mobilitazione ha fatto sì che, persino canali televisivi prima schierati a destra, oggi si uniscano al coro delle accuse di irresponsabilità e di agire per la rovina dei cittadini, rivolte ai partiti che hanno denunciato l'errore suddetto, che non si prestano, giova ripeterlo, a quell'effetto di impostura.
  Se, come sembra, la maggioranza parlamentare vorrà sfiduciare il governo proposto, è interessante vedere quale capo dell'esecutivo e compagine ministeriale si esporrà al sacrificio, che farà giustizia dello sbaglio commesso dalla più elevata fallibilità.

Piero Nicola

domenica 6 maggio 2018

STORIA NAZIONALE E MONDIALE (di Piero Nicola)


  È uscito in questi giorni un importante e singolare compendio di storia (a partire dal Settecento sino ai giorni nostri) intitolato "Le storie più brutte", dovuto dalle penne congiunte dei signori Emilio e Maria Antonietta Biagini. Il sottotitolo è chiarificatore: "Come raccontare al nipotino le menzogne della storia contemporanea". L'istruzione impartita allo scolaro serve all'elementare essenzialità del trattato, alla universale comprensione, tanto utile a demolire gli sclerotici pregiudizi, formati da uno stillicidio di falsificazioni.
  Naturalmente chi pretendesse delle dimostrazioni attuate mediante la scienza storica o filosofica oggi concepita, accademica, avrebbe molto da ridire. Ma le pretese decadono immediatamente essendo fondate, nel migliore dei casi, sul metodo positivistico, anti-metafisico, ovvero sull'ateismo. Mentre il corollario degli autori consiste giustamente nel dato religioso e della vera religione, ampiamente accertabile, volutamente negato dagli storici ufficiali. Dal corollario del cattolicesimo discende bensì la ineguagliabile superiorità della morale e della dottrina politica cattolica, alla luce dalla quale appaiono i corretti giudizi sui fatti reali della vita dei popoli, dopo che lo studioso abbia operato, con la medesima onestà cristiana, un'obbiettiva ricostruzione degli accadimenti.
  Su questi due ultimi punti dei fatti e dei giudizi, poiché nessuno è perfetto e infallibile (né io pretendo di esserlo), in coscienza mi sento di opporre alcune osservazioni; a parte ciò ritengo condivisibile, oltre all'impostazione, l'intera esposizione, in particolare, riguardo al ruolo primario giocato dalla massoneria, o dalle massonerie, nel confronto storico tra mondo e Chiesa, tra le varie potenze al servizio del Nemico e i pur difettosi potentati cattolici.  
  Desidero anzitutto rilevare che la citata chiesa postconciliare non risulta abbastanza decaduta dal suo ruolo di depositaria della Verità. La qual perdita non è stata affatto di secondaria importanza.
  Seguendo lo svolgimento degli eventi, giunti alle guerre d'Africa e alle guerre mondiali, manca un doveroso riconoscimento dei sacrifici, delle fedeltà e degli eroismi, attuati per la Patria dai nostri combattenti e, in misura inferiore, dal popolo. Tali valori non possono essere tralasciati a motivo di eventuali errori o colpe dei governanti.
  Circa l'ordinamento dello Stato, la stessa Chiesa riconobbe che nessuna costituzione era  condannabile: non il Re assoluto, non la problematica democrazia, purché fossero rispettosi della Legge di Dio. Bisognava prendere in considerazione soprattutto il modo di governare. Ne consegue che la bontà del sistema politico dipende dalle circostanze. Ora è innegabile, per fare un esempio, che in Spagna, nel 1938, il capo militare e politico, dopo aver sconfitto la peste del comunismo, dovesse instaurasse una dittatura. Lo stesso regime conveniva al Portogallo, dove pure il successivo avvento della democrazia non migliorò di certo la salute morale e spirituale di quella nazione.
  Il nazionalismo. - S'intende che gli eccessi vanno evitati. Però il tossico richiede l'antidoto, che non è blando. Nella saggia Roma repubblicana, allorché la situazione era critica, il dittatore sostituiva i consoli. Perciò occorre andar cauti con le drastiche risoluzioni che, intese a stabilire la normalità, fanno invece ricadere nel fango. E non stanno nel fango, come pure ci viene mostrato, i tradizionali e consolidati regimi parlamentari d'Occidente, oltre a tutto travagliati dalle fazioni che contraddicono l'essenza della Patria comune? Gli autori osservano che "in teoria l'insegnamento è libero, ma pressioni brutali vengono esercitate su insegnanti e professori che non si adeguano alla versione 'politicamente corretta' della storia". E allora che differenza fra la cattiva democrazia e il cattivo autoritarismo? Non sarebbe difficile dimostrare che la democrazia ha in sé almeno tanti difetti quanti ne ha l'autoritarismo.
  Il discorso non cambia per i "poteri intermedi" e il centralismo statale: entrambi possono divenire contrari al bene comune. Se è giusto riferirsi al modello, è indispensabile non perdere di vista le invitabili anomalie della condizione umana.
  "La propaganda laicista risorgimentale", pur mitigata dal riconoscimento tributato alla Chiesa e dalla formale messa al bando della massoneria, fu senza dubbio un errore colpevole del fascismo. Quanto all'entrata in guerra, occorrerebbe stabilire che non ci fosse stato un nemico da combattere e che lo si sarebbe potuto combattere diversamente. In via di principio, può valere di più una guerra perduta che una pace di sottomissione.
  La Seconda Guerra Mondiale. - Si dice nel libro che "i polacchi bloccarono le comunicazioni fra la Germania e la ormai isolata provincia della Prussia orientale, la cui economia venne così gravemente impoverita. Danzica, tedesca al 97%, era praticamente assediata. Le popolazioni tedesche della Polonia occidentale venivano sottoposte ad angherie d'ogni genere". Dunque il Reich aveva qualche ragione di pretendere il famoso corridoio di Danzica, negato dalla Polonia. Ma Francia e Inghilterra, che già le avevano dato "ogni sostegno perché potesse continuare nella sua politica oppressiva", dichiararono la guerra come alleati della Polonia attaccata. Non vollero soprassedere, e il motivo lo leggiamo in un'altra pagina: "la Germania era un pericoloso rivale economico e politico da abbattere: era alla sua distruzione che miravano i grandi professoroni di democrazia, non ad abbattere il regime e a liberare il popolo tedesco".
  Hitler era un criminale. Ma che avesse voluto provocare l'immane conflitto e che non potesse vincerlo, nonostante l'intervento degli Stati Uniti, sono cose discutibili. In un libro di memorie degno di ogni attenzione, l'insospettabile Antonia Setti Carraro, allora crocerossina in un campo di addestramento di truppe italiane in Germania, ebbe fortuitamente a costatare gli esperimenti di potentissime armi segrete, bensì attestati da giornalisti italiani e dello stesso Mussolini. Bombardamenti o sabotaggi impedirono la realizzazione fors'anche della bomba atomica. Pare che il tiranno avesse detto: "Che Dio mi perdoni gli ultimi giorni di guerra". Può darsi che il Signore abbia sventato il suo disegno. Del resto, non pochi altri avvenimenti bellici furono suscettibili di far prendere un'opposta piega al conflitto mondiale.

Piero Nicola

venerdì 4 maggio 2018

TEORIE MALATE (di Piero Nicola)


Buona parte delle teorie erronee tradotte in norme e prassi non sono prive di frode, altre provengono da buona fede solo in apparenza, poiché si tratta di coscienza falsificata; molti le approvano per un errore di valutazione, sebbene anche qui in fondo giochi spesso un ottimismo, talvolta un pessimismo, moralmente censurabili.
  Sta di fatto che oggidì i procedimenti sociali introdotti nella temperie postmoderna sono sbagliati. Infatti vengono accolti solo quelli conformi a un mondo sbagliato: il mondo dell'immoralità giustificata, degli stupefacenti tollerati, della giustizia molle, incerta e indulgente, delle libertà e dei diritti indebiti e rovinosi, sanciti dalle leggi, che castigano chi vorrebbe raddrizzare le storture.
  Una dottrina delle peggiori, gabellata per scientifica, fu quella sulla pazzia e sul trattamento dei malati di mente. Ebbe buona accoglienza e consenso popolare. Come per quasi tutte le licenze legalizzate essa soddisfaceva il sentimento pietoso e il senso di giustizia, non già puri e generosi, bensì radicati nel vile amor proprio: "Se succedesse a me, se io fossi costretto ad avere le mani legate..." ecc. ecc. Il consenso provenne dalla presunzione di sé, di saper usare della libertà meglio di chiunque, di essere comunque al riparo dalle offese altrui, e dal timore di dover subire l'affronto della coercizione.  
  Si stabilì che l'alienato, curato bene e carezzato, non fosse pericoloso, tranne che in casi rari. Dunque si abolirono quei tristi e orribili luoghi di segregazione e di tortura che erano i manicomi. Naturalmente i pazzi omicidi sussistettero, i peggiori sono tuttora rinchiusi in speciali reparti psichiatrici, e sono in numero maggiore del previsto. Naturalmente le statistiche stanno in mano ai comandanti; essendo scomode, non vengono divulgate e forse nemmeno eseguite. Ma ciò che importa è che potenziali folli assassini, feritori e danneggiatori - da cui un tempo la società era protetta - sono in circolazione, nelle famiglie, minate dall'angoscia e dal terrore, altrimenti quasi abbandonati alla propria disperazione e al suicidio. Fenomeno sociale che viene artatamente nascosto o sminuito.
  La frode, facilitata dall'oltremodo coltivato pregiudizio umanitario, va a segno un giorno sì e uno no, quando dovrebbe saltar fuori la criminale applicazione della teoria, responsabile di uccisioni, ferimenti e violenze commesse da poveri irresponsabili. Non passa settimana che un tale, che è stato in cura per problemi psichici (questa circostanza viene quasi sottaciuta) ammazza, usa violenza, commette gravi reati.
  Dice: "E allora i poveretti confinati in un manicomio non vivrebbero peggio che in prigione, anche se non avrebbero compiuto azioni temibili, orrende?" E qui compare l'ignoranza: sia non essendosi compresa la reale pericolosità, tenuta nascosta, sia trovandosi all'oscuro della saggezza inerente al governo di uno Stato.
  Seguendo lo stesso principio pietoso e scrupoloso - utile all'invalso sistema democratico - per evitare l'errore giudiziario si dovrebbe assolvere quasi tutti gli imputati, lasciando a piede libero la delinquenza spicciola e criminale. Si è quasi giunti a un simile disordine funesto. Gli stessi tre gradi di giudizio lasciano in circolazione gran parte dei delinquenti sotto processo. La regolamentazione dei provvedimenti detentivi fa acqua dappertutto, con arresti domiciliari, permessi e premi. Giornalmente le vittime dei delitti, i parenti degli assassinati, lamentano l'ingiustizia, ma sono relativamente pochi. Chi subisce il furto, la messa a soqquadro della casa, persino la rapina, se ne dimentica, si convince che occorre convivere con gli inconvenienti del progresso, dell'immigrazione. Gli stessi parenti stretti dei drogati sono sopraffatti dal sistema, dalla falsa fatalità.
  Le debite leggi, la debita amministrazione della giustizia, il debito carcere, possono e devono produrre la salute civile, garantire gli autentici diritti umani. La malizia invece accende un faro sull'ineliminabile errore giudiziario, sulla possibilità di patire una restrizione del libito, sul rischio di incorrere in un'iniquità. I pubblici persuasori, che dovrebbero essere educatori, mirano in basso a pascere l'ego e gli appetiti, anziché esaltare il nobile sacrificio, in qualche misura sempre necessario al vero bene comune.
  Aggiungo una nota significativa sulle attuali aberrazioni dell'equità. Poco tempo è trascorso dalla morte di una ragazza placcata in una partita di rugby. Se c'è uno sport crudo e antifemminile questo è il rugby. La notizia ha fatto il suo corso ovattato, intriso di tenerezza, di varie solidarietà, con vago accenno al modo in cui avvenne la disgrazia. E come parlare di disgrazia, a seguito di uno scontro brutale e di una caduta con conseguenze prevedibili, trattandosi di corpi di ragazza? Lo stesso dicasi del pugilato, del calcio muliebre: contrari alla peculiarità del gentil sesso. Veri e propri snaturamenti, altro non sono che lusinghe per giovani e adulte, non di rado frustrate, in cerca di affermazione a caro prezzo. Il danno psicologico e fisico non tarda a colpire quel genere di atlete e di sportive. Ma ha la meglio la brama di avere, di essere di più, di non rimetterci, di cogliere ogni opportunità. Prevale il pregiudizio: la completa parità di donna e uomo. Sciocchezza di badiale evidenza, eppure accettata, idolatrata. Men male che i maschi ancora non si cimentano con i ferri da calza e i lavori all'uncinetto.
  Ma che succederà quando i dispensatori di desideri avranno esaurito le loro droghe?

Piero Nicola

domenica 8 aprile 2018

LOTTA DI CLASSE (di Piero Nicola)


Che cosa c'è di meglio che una società costituita secondo l'apologo di Menenio Agrippa? Già in quel tempo remoto e alquanto felice per la formazione dei costumi romani, il console valoroso chiamato a comporre il conflitto tra i patrizi e la plebe, esprimeva l'idea di uno stato organico, scevro da divisioni - che in quel punto esplosero tra popolo e classe di governo (rispettivamente membra e stomaco), e che, per principio, sarebbero risultate deleterie riguardo a ogni contrapposizione di partito, laddove i veri organi dell'umano consorzio, indispensabili, gerarchicamente ordinati e complementari, dovrebbero per natura conciliare i vicendevoli diritti e doveri.
  La stessa apertura indiscriminata del potere a chiunque si dia alla politica e si iscriva a una setta, è contraria al sano funzionamento del corpo sociale. Costoro passano attraverso una fazione e una corruzione, quand'anche abbiano avuto patenti d'onestà e di capacità.
  Nella storia moderna e democratica abbiamo assistito alle lotte di classe e alle lotte di partiti, entrambe con esiti funesti, specie per quanto concerne la salute morale (concorrenza politica nel sedurre il popolo con leggi inique). Oltre alla losca concorrenza partitica, ci resta lo sciopero come mezzo troglodita per avere giustizia: uno scempio del diritto, e ci resta il potere mafioso: impotenza dello Stato.
  Ora però si è verificato un fatto nuovo. Lavoratori e proletari hanno smesso di concepire una classe oppressa e sfruttata. Il fenomeno è stato pure di genere americano. Ciascuno ha sperato di aver fortuna; in subordine, sperava di approfittare della ricchezza ovunque prosperasse. I partiti non rispecchiano più la difesa degli interessi contrastanti delle grandi categorie in cui si suddivide la popolazione. Alla sinistra oggi aderiscono poco gli operai e vi appartengano assa i grandi industriali. I movimenti cosiddetti populisti rappresentano gli scontenti, coloro che si sentono gabbati e i nostalgici (incluso il ceto medio), ma questi movimenti evitano di prendere di mira con chiarezza la ristretta società dominante, sostanzialmente tutta responsabile della conduzione generale, del convogliamento delle diverse azioni politiche a un risultato legislativo e governativo che giova alla casta privilegiata e la conserva.
  La plebe odierna, simile a quella tartassata dagli antichi creditori, e ritiratasi in sciopero sul Monte Sacro, avrebbe sacrosante ragioni per adunarsi e affamare lo stomaco, che pure le procura l'indispensabile sostentamento. Non è questione di socialismo o di comunismo, ma di sconfiggere un'oligarchia camuffata sotto le apparenze della democrazia popolare. Essa guasta la vita del consorzio civile, distrugge o lede i valori essenziali, spirituali, mentre sottomette il popolo con un sistema snervante, invadente, angustiante, desolante, fatto di bisogni materiali e viziosi, di consumi e di debiti che alimentano il potere. Questo stomaco patrizio somministra alle membra quel tanto per farle servire alla macchina economica, e le fa vivere in modo indegno, drogandone le anime. Questo stomaco non offre neppure l'alta ispirazione che offrì l'esercito romano, massime col suo ordine equestre e con i suoi condottieri.
  Dunque la giusta  e necessaria rivolta di classe, d'un'intera nazione contro un'oligarchia, che pratica un sofisticato ed empio schiavismo, non avviene perché la colpevole si dissimula, rimane senza volto, e nessuno ha avuto ancora la forza e le qualità per smascherarla, per definirlaa, per costringerla a correggersi o a subire la sostituzione.

Piero Nicola

venerdì 6 aprile 2018

VIBRAZIONI PERDUTE (di Piero Nicola)


  Le passioni, in particolare quelle amorose, continuano a dare prova di sé. Spesso i delitti passionali riportati dalla cronaca nera indicano la cima d'un iceberg fosco e bollente, nel livido mare sociale. Perciò sembra permangano gli impulsi del cuore e le menti da essi travolte senza che se ne smorzino le energie. Ma, volendo fare paragoni con epoche trascorse, un dato fisiologico contraddice questa presunzione di immutata vitalità. Abbiamo la statistica diminuzione della potenza e del seme maschile.
  Siamo scesi all'aspetto più animalesco della sostanza umana, sebbene non debba essere ignorata giacché lo spirito si regge sul vigore del sangue, senza il quale viene impedito, diminuito, almeno per quanti son privi dell'acquistata grazia ultraterrena.
  Orbene, le espressioni dello spirito, che la sussistente forza agitante le passioni può manifestare con qualche evidenza, segnano una marcato divario tra il presente e il passato.
  Già nella prima metà del secolo scorso si definivano come superate e risibili le idee e le reazioni psico-fisiche attribuite all'Ottocento. Negli anni Trenta del secolo scorso ormai le donne svenivano di rado, in Francia più non comparivano le ragazze clorotiche. E sarebbe sbagliato attribuire molta importanza al romanticismo, alle mode culturali e d'altro genere. Gli autori che testimoniarono i costumi ottocenteschi dovettero dare a personaggi e vicende una credibilità al di là del romanticismo. A dispetto del Secolo dei lumi, della rivoluzionaria Marianne a seno scoperto, in seguito, morire d'amore non fu un evento eccezionale. Donne amanti morivano non assassinate, non ree, non colpite da un'onta e bandite dalla società, ma a causa d'un amore impossibile, di un abbandono, talvolta aggravato da scrupoli.
  Allora, la Graziella di Alphonse de Lamartine, l'Enrichetta di Onoré de Balzac, perivano ripiegate sulla propria colpa, fosse quella, persino inconscia, di un esagerato attaccamento a una creatura, o fossero delusioni e rimorsi assolti dalle leggi umane. In vero, il Giglio della Valle essendo sposa e madre, alla fine confessa il suo amore per il giovane conte che frequentava la casa da amico di famiglia. Il suo femminile eroismo resta parziale, non avendo rinunciato a un'amicizia esteriore e pericolosa, non avendo allontanando il ragazzo adoratore. Questi giunse ad amare con venerazione platonica e non sforzò l'onesta resistenza della bella e angelica unita a un marito che la torturava.
  Sia il nobile Felice de Vandenesse, sia i protagonisti di Graziella non sono generati da corrente romantica, non sono legati a un'esaltata visione del mondo. Gli autori hanno trattato casi e personaggi verosimili. Del resto, critica e pubblico avrebbero denunciato l'artificio, ne avrebbero preso nota.
  Ne Il giglio nella valle, Balzac ricorda altre sorelle della sua eroina. Egli fa dire a Felice, rivolto alla signora cui narra la propria storia: "Quanti assassinii impuniti! Quale compiacenza per il vizio elegante! E quale assoluzione per l'omicidio causato dalle persecuzioni morali! Io non so qual mano vendicatrice alzò, tutto a un tratto, il sipario dipinto che copre la società. Io vidi parecchie di queste vittime che voi conoscete quanto me: la signora di Beauséant andata moribonda in Normandia [...] la duchessa di Langeais [...] lady Brandon [...] La nostra epoca è fertile in avvenimenti di questo genere. Chi non ha conosciuto quella povera giovane che si è avvelenata, vinta dalla gelosia [...] Chi non ha sentito un fremito di compassione pel destino di quella deliziosa giovinetta che, simile a un fiore punto da un tafano, è deperita in due anni di matrimonio, vittima della sua pudica ignoranza, vittima d'un miserabile al quale Ronquerolles, Montriveau e de Marsay danno la mano, perché serve ai loro progetti politici?
  "Chi non ha palpitato al racconto degli ultimi momenti di quella donna che nessuna preghiera ha potuto piegare e che non ha mai voluto rivedere suo marito dopo averne sì nobilmente pagati i debiti? La signora d'Aiglemont non ha forse veduto assai da vicino la morte, e vivrebbe essa senza le cure di mio fratello? Il mondo e la scienza sono complici di questi delitti [...] Pare che nessuno muoia di crepacuore, né di disperazione, né d'amore [...] La nuova nomenclatura ha delle parole ingegnose per tutto spiegare: la gastrite, la pericardite, le mille malattie di donna [...] Vi è forse al fondo di questa disgrazia una legge che non conosciamo? [...] Vi è forse una vita forte e velenosa che si pasce di tenere e dolci creature? Mio Dio! appartengo io dunque alla razza delle tigri?"
  Ciò non è poco, da parte d'un noto scrittore che stava componendo una monumentale Commedia umana, e quando l'ebbe assai ultimata non si smentì.
  Ora, se tralasciamo per un momento il lato triste e iniquo di tali sacrifici, bisogna ammettere che quelle moriture, che in minima parte erano soltanto succubi, dovevano avere una sensibilità, una finezza d'animo, una nobiltà del tutto scomparse. Concediamo pure qualche merito all'educazione e al rango, sebbene si trovassero esempi di grande generosità nella stessa borghesia (Eugenia Grandet). In ogni caso, simili esseri che si cimentano con la virtù morale e con l'ideale sono cancellati dalla terra. La causa dell'estinzione della razza eletta non la vedrei soltanto nella spenta religione e nelle seduzioni della libertà contemporanea. Certo il decadimento civile e della fede, la sostituzione dei valori, hanno avuto un peso notevole, ma le anime, pur viziate dal peccato, potrebbero tuttavia avere slanci, immaginazioni, aspirazioni, concezioni grandi, ambizioni assolute, pur rese distruttive dalla colpevolezza. Se oggi esse mancano del tutto, è perché manca la linfa vitale che le porta a esistenza, è perché questa razza umana si trova anzitutto spiritualmente estenuata. Scetticismo e edonismo non bastano a spiegare il fenomeno; anzi, la desolazione arrecata dal nichilismo dovrebbe essere terreno fertile per la ripresa delle ascese. Qualcosa del genere avvenne al tramonto delle civiltà, al declino dell'Impero Romano, in cui soltanto Dio suscitò la gloria dei martiri e dei confessori.

Piero Nicola

venerdì 23 marzo 2018

LA GIORNATA DELL'AQUA (di Piero Nicola)


  Quasi ogni problema, vero o falso che sia, ha ricevuto la sua giornata democratica. A dire il vero, ultra-democratica, perché si suppone che i poteri eletti dal popolo, governanti e affini, non bastino a porre rimedio ai guai della società: bisogna che tutti, doverosamente e volonterosamente, manifestino a favore delle auspicabili soluzioni, che tutti celebrino memorie a rinverdire la civica sensibilità, che tutti partecipino attivamente a promuovere la buona causa, a sollecitare i responsabili. Passata la festa... ogni cosa torna come prima: nella dimenticanza dei più, toccati indirettamente, restando vive le noie di pochi che, in democrazia non contano. Ma guai seri pesano ormai sulla maggioranza, la quale non si presta più alle turlupinature e agli imbonimenti.
  Le giornate in onore di qualcosa o di qualcuno, le giornate dedicate a un tema sono numerose e sono le più varie, spesso insensate, truffaldine,  empie, inique. Loro funzione immancabile è quella di oscurare i santi sul calendario, di coprire le sante Feste.
  Come definire la giornata della pace se non una falsità ricoperta di buone intenzioni? Non v'è dubbio che la celebrazione del primo giorno dell'anno abbia un valore pacifista, ossia contrario alla realtà e alla giustizia. Da parte sua, l'occupante della cattedra di San Pietro non perde l'occasione per predicare azioni che nulla hanno a che vedere con la morale cristiana, come una pace che espone il gregge cattolico alle malefatte del Nemico e che disprezza l'Angelo protettore della Nazione.
  Dal 20 novembre 1989 ricorre la giornata mondiale dei diritti del fanciullo. L'occasione è buona per ribadire diritti simili a quelli dell'uomo, cioè non poco fantastici e fatti per rompersi il collo, essendo gli stessi della Rivoluzione dell'89, condannata per filo e per segno dai Papi, sino al 1958.
  L'8 marzo abbiamo avuto la giornata della donna. Altro strombazzamento di fanfaluche, di cui una enorme: la totale equiparazione dei due sessi, con giochi di prestigio per evitare l'assurdo e il ridicolo.
  A tale proposito, non si aspettano particolari ricorrenze per diffondere e ripetere il menzognero, ossessivo presupposto dell'uguaglianza di ciò che per natura e con ogni evidenza è disuguale. Ohibò, si tratta di esseri umani!
  In questi giorni di premiazione di lavori cinematografici con i David di Donatello, le belle e brave attrici impegnate, ossia comodamente sistemate nella bambagia del conformismo, ne hanno approfittato per un'ennesima, seria rivendicazione del rispetto dovuto alla femminile dignità. Però l'hanno fatto paragonando le espressioni verbali spettanti al sesso maschile con le medesime, di mutato significato, rivolte al gentil sesso; e hanno interpretato il mutamento come un inveterata offesa al sesso... debole. Così sono cadute nella stravaganza senza nome. Prendendo le frasi che si addicono all'uomo per mostrare come le stesse locuzioni si adattino male alla donna e suonino offensive per lei, queste argute signore dello spettacolo hanno voluto dimostrare l'affronto di un disuguale trattamento. In sostanza, pretenderebbero che i modi di dire della nostra lingua venissero modificati o annullati per via di una loro disparità di trattamento, viceversa affatto naturale. In sostanza, si intende affermare e imporre una parità inesistente.
  Se venisse soddisfatto il presunto diritto a un uso del lessico indifferente rispetto ai sessi, si avrebbe soltanto un impoverimento della lingua, mentre la diversità dei sessi, che come tale richiede diversità di riguardo linguistico, resterebbe quella di prima, salvo presupporre il genere umano una massa di ermafroditi. In certe segrete e potentissime stanze dei bottoni è probabile che si tenda a questa estremità, tuttavia la sua attuazione appare assai chimerica, dopo che l'America cerca di riappropriarsi della propria identità e mette in atto i dazi doganali, che mandano all'aria il disegno mondialistico. Similmente, in Europa, l'UE mondialista naviga in cattive acque, specie dopo la brexit, e dopo che consistenti masse popolari la stanno prendendo a calci.
  Una volta che la gente ha preso in uggia il manovratore, una volta che sospetta di lui e più non gli crede, tutto quanto minaccia di venire giù, tutto diventa losco, incluse le giornate consacrate, persino quelle che sarebbero consacrate bene, se non subissero la profanazione dei loro sacerdoti. L'insofferenza dimostrata alle elezioni è prova lampante dell'incredulità.
  Perciò le allegre attrici femministe, i cineasti, i conduttori televisivi, i politicanti devono stare all'erta, cominciando a guardarsi dal conformismo, dal cavalcare gli usati cavalli di battaglia: la gente non abbocca più, non li ama, specie la gioventù martoriata dalle disgregazioni familiari, dalle madri egoiste, che hanno approfittato dei propri diritti che vanno a scapito di quelli del babbo e, godendo delle libertà prettamente maschili, hanno fatto sfracelli.   
  Naturalmente i sondaggi, le spie evidenti dell'insofferenza, della sorda ribellione, della pentola sotto pressione, trasformeranno ancora una volta i marpioni politici in finti riformatori radicali, in vele che prendono il vento così come è girato; ma anche il mestiere di pompieri è divenuto rischioso, voltare gabbana non è sempre facile, l'avversario populista (non compromesso col defunto regime) sta pronto a ricordare la precedente militanza del girella.
  Prima della giornata dell'acqua, il 21 marzo c'è stata la giornata mondiale della poesia, stabilita dal un ente onusiano. A quanto pare si è svolta in sordina. Concorrenti e premiazioni: in una beata nuvola. I telegiornali non si sono azzardati a farne pubblicità. I manovratori stanno già sul chi vive, in bilico sul punto critico.
  Certo non siamo ancora giunti al pericolo di sollevamento. Diversi pregiudizi sono duri a morire. Molti credono che il difetto non stia nel manico, che l'apparecchio si possa aggiustare, una volta sostituiti i tecnici. Invece, stanti le legali aberrazioni prodotte dall'uso dell'apparecchio, ci vorrà del bello e del buono perché qualcuno lo faccia ancora funzionare in modo soddisfacente.

Piero Nicola

martedì 13 marzo 2018

CONFERME VATICANE (di Piero Nicola)


  Pur quando si è certi di un fatto storico, che anche prosegue nel presente, è confortante riceverne le conferme. E non tanto per se stessi, quanto per la persuasione degli indecisi, dei non rassegnati alla realtà.
  Vediamo di riassumere il fatto in questione: un caso di importanza massima per l'umanità, per il suo Sommo Bene e Giudice, che è Dio.
  Posto che la Chiesa, Corpo Mistico di Gesù Cristo, e massime il suo Vicario successore di Pietro, sono necessari alla salvezza dei fedeli e alla diffusione del Verbo nel mondo; posto che a tale sacro ministero e magistero è indispensabile la Verità, ossia la fedele trasmissione dei riti e del Vangelo, è chiaro che lo stravolgimento (eresia) dell'oggetto della Fede (Rivelazione), operato da chi occupa il seggio di papa o di gerarca ecclesiastico, rende lo strumento-Religione non solo inefficace, lo rende mezzo di perdizione, mezzo diabolico. Ciò, oggettivamente: che il tradimento sia consapevole o ignaro, colpevole o incolpevole.
  S'intende che, nonostante il tradimento, la Chiesa usurpata e martoriata non sparisce, né sparirà.
  Farei a meno di mostrare lo stravolgimento della dottrina indispensabile, l'eresia pratica, l'obbrobrio del Magistero pastorale e missionario. Troppe volte ho allegato le probanti argomentazioni di eminenti uomini di Chiesa e di teologi veritieri; io stesso mi posi all'opera che stabilisce come il Nemico abbia lavorato e viepiù lavori in Vaticano contro l'elementare volere di Dio, contro la sua misericordia e la sua giustizia, contro il suo amore rivolto a noi tutti.
  Tuttavia cercherò un compendio, alcune formulazioni del male primario commesso dai traditori.
  -  La relativizzazione della Legge di Dio e la conseguente mortifera indulgenza.
  -  La generale, universale mancanza di necessità del Battesimo e degli altri Sacramenti.
  - L'abolizione del male recato dai vari non cattolici in quanto tali (o dai falsi cattolici) e dell'obbligo di combatterlo, bensì con la separazione del gregge dagli erranti.
   -  La pervicacia con cui tali e altri mortiferi errori vengono spacciati sotto veste di misericordia e di carità, insieme alla negazione dei cattivi frutti prodotti dall'albero guasto.
  Tanto basta alla condanna senza appello. Beninteso: non andiamo contro ai servi di Dio come tali (sempreché ancora lo siano, grazie a valide ordinazioni e consacrazioni), ma puntiamo l'indice sui falsificatori del Decalogo e della funzione dei Sacramenti, mezzi della Grazia, senza la quale ci si perde.
  La conferma sopra menzionata viene oggi da una lettera di Ratzinger spedita alla Segreteria di Francesco I e resa nota dalla stampa. Benedetto XVI sostiene con forza la "continuità interiore" dei due pontificati: del suo e di quello di Bergoglio. E ha ragione, tanta ragione quanto aveva torto a rivendicare la continuità con il regno di Pio XII e antecessori. Il presunto papato bergogliano è conseguenza, è sviluppo del precedente, come entrambi lo sono dell'infausto Concilio Vaticano II.
  Coloro che ancora si illudevano sulla bastante ortodossia di Ratzinger possono mettersi l'animo in pace. "Papa Francesco è un uomo di profonda formazione filosofica e teologica" dichiara il predecessore emerito; tra di loro c'è soltanto una "differenza di stile e di temperamento". Ma si è formato "lo stolto pregiudizio per cui papa Francesco sarebbe solo un uomo pratico privo di particolare formazione teologica e filosofica".
  L'intervento avviene in concomitanza con la celebrazione del quinto anniversario dell'investitura di Francesco I, onorata dall'uscita di 11 volumi redatti da teologi di fama internazionale. La collana a cura di Roberto Repole, è intesa alla difesa dell'abusivo papa regnante, debolmente attaccato da sparsi prelati e preso di mira da isolate voci sincere, fuori dal coro.
  Che quei teologi siano di fama internazionale è una condizione che li squalifica automaticamente. La Scrittura ci avverte che l'onestà e la veridicità di chiunque si deve (oggi più che mai) all'avversione, alla persecuzione del mondo, non già alla sua stima. "Guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti facevano i loro padri con i falsi profeti" (Lc. 6, 26).
  Il che vale per il cosiddetto Papa buono, per i suoi successori, per Madre Teresa di Calcutta, ecc.
  Se poi i conformisti laici e sedicenti cattolici tributano lodi a Santi certissimi, per esempio a San Francesco d'Assisi, la loro empietà ha occasione di manifestarsi nel peggiore dei modi. Quei santi vengono travisati e sfruttati a pro dell'eresia, mentre San Francesco fu un campione del combattimento contro gli eretici e celebrò i suoi monaci martiri andati a convertire gli infedeli. Invece Francesco I se la intende con i figli del peggior eresiarca: Lutero.
  Naturalmente ci sarà chi a furia di arzigogoli, di sofismi, di esegesi moderniste cercherà di negare la luce del sole, ma il sofisma bisogna che esista, bisogna che esista il male: privazione del bene, privazione di Dio, bisogna che il demonio svolga il suo mestiere.
  Sono stato troppo cauto prima, parlando di stravolgimento del Vangelo. In effetti si tratta di un vero capovolgimento, se un telegiornale, forte dell'implicita approvazione degli ascoltatori, ha chiamato a chiare lettere "velenosi" i piuttosto ortodossi tradizionalisti, critici di Bergoglio in seno alla pseudo-chiesa, quando il velenoso in ogni senso è proprio lui.

Piero Nicola

mercoledì 7 marzo 2018

La vittoriosa sconfitta dei grillini ovvero l'involontaria utilità degli arruffoni


E levò si tasca un foglio di carta rossa sul quale era scritto, in lettere maiuscole: qui sono stati i ragazzi della via Pal.
Ferenc Molnar


Augusto Del Noce e Giano Accame, due lungimiranti critici delle ideologie serotine e/o notturne, messe in circolo dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale, hanno elaborato una puntuale teoria sull'eterogenesi dei fini onirici, che turbano e scompongono i pensieri senili, in notturna agitazione fra i tardi promotori delle crisi epilettoidi, abusivamente definite progressi civili.
Motore delle ideologie intorno alla rivoluzione immaginaria era una furia ancestrale, del genere di quella in attività nelle sassaiole compiute dagli immaginari ragazzi della via Pal e narrate dal lacrimoso Ferenc Molnar.
Dopo le elezioni di domenica nella scena politica italiana ha fatto irruzione l'incubo di un vano programma, concepito dietro le quinte dell'avanspettacolo prima di irrompere nel sottobosco sociale.
Mossa da gridi infantili, il grillismo ha prodotto un concerto di parole, che abbassa il pensiero politico alla funzione spazzina di sollevare tempeste di foglie morte e volanti tra malumori, escandescenze e deliri politici.
Disgraziatamente il delirio grillino ottiene un consenso fecondato dal regresso economico e dalla corruzione civile. Si profila – ultimamente – il rischio rappresentato dalla costituzione di un governo capace di deliziare il malinconico Massimo Cacciari e (quel che è peggio) di sollevare la maligna e devastante risata dell'Europa spocchiosa sull'Italia, paese mandolinista, che esegue la musica grillina per far ballare il sottosviluppo.
Il colpo vibrato dall'ammirazione grillina del qualunquismo ateo, grazie a Dio, ha aperto gli occhi dei più attenti politici italiani, rendendoli finalmente capaci di riconoscere, nel gridato programma del comico genovese, il decomposto e brulicante cadavere dell'ideologismo illuminato.
Ora si tratta di capire che – dopo la ingloriosa discesa nel sottosuolo delle ideologie di stampo illuministico – è in atto la implacabile guerra tra il nichilismo da cabaret atlantico e la fede cristiana.
Dall'umiliante scenario, disegnato dal perpetuo, eterodiretto voto dei sonnambuli, si può uscire soltanto se i partiti della destra, contemplato il profilo della temibile minaccia all'orizzonte, osano avviare una spietata critica delle suggestioni piovute sull'Italia dalle nubi del laicismo europeo. L'alleanza tra la destra e il capitalismo deve essere rifiutata categoricamente. Di conseguenza i dirigenti della destra italiana devono uscire dal perdurante sonno finiano e scegliere tra il naufragio nelle acque infettate dal laicismo europeo – puntualmente rappresentato dal comico genovese – e la risalita sulla rischiosa barca di San Pietro.
La fioca risposta del perbenismo laico e democratico affonda miseramente nel frastuono destato da una cultura largamente finanziata dagli abitanti accucciati nella sentina della banca, sulla quale viaggiano gli usurai e i loro adulatori.

Piero Vassallo

martedì 6 marzo 2018

LA MOSSA DEL CAVALLO (di Piero Nicola)


  Scrissi questo articolo qualche tempo fa, e non lo proposi alla pubblicazione perché troppo vicino ad altri pezzi già inviati. Tuttavia credo abbia sempre qualcosa da dire, per cui mi sarebbe spiaciuto lasciarlo perdere.
  Di solito evito di soffermarmi su film per il cinematografo o per la televisione; di regola non intendo guardarli, essendo stanco di dover ripetere le stesse osservazioni, le stesse critiche allo stile, le stesse condanne dei contenuti. Pornografia propinata con pretesti, lenocinio di volgarità e di turpiloquio evitabili, immoralità e vano abbellimento dei vizi, della fornicazione caccosa:  gira e rigira si ritrova tutto ciò ad ammorbare l'atmosfera, senza che sia possibile riscatto di sorta grazie all'arte della rappresentazione.
  Ma in questi giorni una persona a me vicina, che ci tiene a vivere assai la vita sociale e a usufruire degli spettacoli (la cui rinuncia a me giova, anziché infondermi rammarichi), questa persona ha visto il filmato La mossa del cavallo, tratto da un racconto di Andrea Camilleri pubblicato nel 1999, e si è dichiarata soddisfatta, consigliandomi di non perderlo.
  Già pochi minuti innanzi la proiezione televisiva, il primo canale Rai aveva tessuto gli elogi del lavoro dei cineasti, dello scrittore siciliano, degli interpreti. Nel gioco alla tivù in cui un concorrente deve indovinare le attività delle persone che gli si presentano, era comparsa fra loro l'attrice giovane e carina, protagonista femminile del filmato, della cui pubblicità ella aveva costituito il motivo. Era venuta in abbigliamento modesto, mentre negli spezzoni di scene proiettate per saggio, il suo petto emergeva provocante, sebbene quel personaggio di vedova seducente non facesse ancora immaginare la sua prostituzione e l'esibizione di questa nei rapporti avuti con un parroco.
  Mette conto notare che simile oscenità libidinosa non sarebbe mai passata alla censura sino alla fine degli anni Cinquanta. E dirò, a chi mi compatisce facendo appello all'attuale comune senso del pudore, che me ne infischio, che compatisco lui, perché nudo disonesto e lascivia restano i medesimi per sempre e per chiunque, da Adamo in poi. Ma siamo precisi: all'epoca della benedetta censura, questa non escludeva le miserie, non tagliava alcuna situazione disonesta che fosse resa implicita o raffigurata decentemente e senza complicità o indulgenza riguardo a vizi e delitti.
  I più che boccacceschi episodi dello scambio delle grazie muliebri con i beni materiali del prete potevano benissimo essere resi con accenni, e si sarebbe persino ricavato maggior profitto per l'economia dell'intreccio eliminandoli o adoperando un diverso accidente.
  La vicenda poliziesca, nel siculo contesto mafioso, comincia con l'arrivo di un ispettore del macinato, sul quale bisogna pagare un'imposta che si presume iniqua, ma importante per le finanze statali. Il giovane funzionario di famiglia siciliana proviene da Genova dove è cresciuto, sostituisce il suo predecessore corrotto e fatto fuori per essersi opposto a interessi illeciti. L'usciere che riceve il nuovo arrivato è l'umile rappresentante dell'omertà rivestita di buon senso. Il delegato di polizia è al servizio del capoccia latifondista e cerca di dissuadere l'ispettore, che intende mettere ordine e giustizia, nondimeno fra i suoi collaboratori malfidati, dispersi sul territorio. Il superiore in grado, l'intendente di Finanza, è colluso col grande malvivente. I carabinieri sembrano dover adattarsi al malcostume. In seguito, anche il prefetto appare rassegnato. Resisterà invece il pubblico ministero, che persegue la colpevolezza dei delinquenti; ma alla fine è costretto ad augurarsi, soltanto, la sconfitta del capo mafioso, per ottenere la quale occorre risalire a lui con l'imputazione, mentre costui si difende procurando la morte dei suoi strumenti compromessi e divenuti pericolosi. Ad ogni modo, mandare in galera una colonna della società criminale risolve ben poco. Oggi ne sappiamo qualcosa.
  A tale proposito non resisto alla tentazione di andare fuori tema: ci sono storici illustri che disprezzano lo Stato della Chiesa perché subì il brigantaggio. Essi salverebbero questa democrazia italiana che è molto più infestata, ospitando mafie formidabili e droga a go-go.
  Or dunque, l'ispettore dei mulini viene incolpato dell'uccisione del parroco, invece assassinato da un cugino pazzoide. I cugini avevano avuto una questione d'interesse, e lo squilibrato aveva perso la causa. Lo ha mosso a commettere il delitto l'avvocato del gran capo mafioso. Qui sorge il punto debole. L'omicidio del sacerdote, predisposto per la levata di mezzo del giovane, venuto dal Nord a rompere le uova nel paniere, avrebbe dovuto svolgersi in una circostanza prevista e non fortuita. Viceversa le coincidenze giungono eccezionali. Il parroco, non si capisce come, si è trovato in aperta campagna boscosa, e lì lo ha colpito la micidiale revolverata. Contemporaneamente è accaduto il transito solitario dell'ispettore a cavallo. Sappiamo che si recava a compiere le verifiche spingendosi sui luoghi della molitura, per diffidenza verso i suoi sottoposti. Ma ci è stato anche detto che si rifiutava di preavvertire chiunque riguardo alle proprie ispezioni. Egli, messo in allarme dallo sparo dell'attentatore, subito dileguatosi, ha sparato a sua volta alle ombre, per poi rinvenire il morente sacerdote, dimenticando presso di lui la rivoltella.
  La macchinazione ai danni del protagonista reca con sé ulteriori artifici. Egli è andato dal delegato a denunciare l'assassinio. Ha raccolto dalle labbra dell'agonizzante il nome del suo uccisore, ma, approfittando della sua scarsa conoscenza del dialetto, gli inquirenti smontano la comprensione di quel nome, ritenuta scorretta. I sospetti gravanti sull'interrogato sarebbero avvalorati dalla sua denunciata scoperta d'un mulino clandestino, allestito provvisoriamente in aperta campagna, di cui però non si rinvenne traccia. Il caso accredita l'accusa di invenzioni fantasiose, come quella del ritrovamento del prete nella boscaglia, del quale pure non si è vista ombra di cadavere.
  L'azzeccagarbugli al servizio del capoccia ha fatto trasportare la salma in casa dell'ispettore. Questi, dopo essere svenuto per il trauma causatogli dall'arresto, eseguito per i gravi indizi raccolti a suo carico, viene rianimato somministrandogli nel contempo un barbiturico. Rimesso in libertà provvisoria, giunge nella sua abitazione del tutto stordito, incapace di reagire di fronte all'incontro col morto. Si trarrà successivamente d'impaccio dimostrando che la giacca, da lui stesa sul ferito a morte, si è macchiata di sangue, mentre, se avesse compiuto l'omicidio fra le pareti domestiche, non avrebbe coperto il defunto con l'indumento.
  Inoltre, l'aver i malfattori messo nell'alloggio dell'accusato le cose pregiate del prete, ricevute dalla vedovella in cambio dei suoi favori accordatigli, e l'aver dovuto togliere perciò quest'ultima dalla circolazione, appaiono manovre sproporzionate, poco verosimili. Il gioco non valeva la candela, ossia tanto daffare e rischio al fine di creare una debole prova a carico, un movente malamente spiegato dal fatto che la poco di buono era proprietaria della casa presa in affitto dall'imputato, sicché i due avrebbero dovuto intendersela ed essere stati complici. La prova decisiva dell'innocenza verrà con l'eliminazione del cugino che ha accoppato il parente ecclesiastico e che, messo alle strette, avrebbe potuto cantare.
  La macchinosità è quasi necessaria a ogni trama gialla. Si può riconoscere che sceneggiatura, regia e attori abbiano ovviato abbastanza ai difetti, essendo non poco aiutati dal mezzo cinematografico. Con la sua realistica ripresa, esso rende spesso credibile l'inverosimile.
  Ma la pecca maggiore è costituita dalla mancanza di un personaggio piuttosto buono o redento nella società siciliana di fine Ottocento. Le pie donne, in chiesa e affacciate alla sacrestia, hanno un'aria equivoca di beghine. Si direbbe normale, benché assuefatta all'ambiente anomalo, soltanto la famiglia del barbiere, cugino primo dell'ispettore, stranamente da lui ignorato prima del suo arrivo nell'isola e casualmente incontrato nella barbieria.
    Facendo ritorno in ufficio, dopo essersi destreggiato (mossa del cavallo) secondo gli accorgimenti d'uso locale, il giovanotto abbraccia il suo aiutante, di cui all'inizio rifiutò il comportamento omertoso e retrogrado. Ma a parte lui, in conclusione, l'orizzonte tutto fosco della Trinacria resta privo d'un solo, possibile, soggetto che si distingua per rettitudine e coraggio.

Piero Nicola