sabato 7 ottobre 2017

ORIGINE DELL'“AMORIS LAETITIA” (di Piero Nicola)

Si potrebbe credere che gli errori dell'Amoris laetitia, come altri gravi (per esempio concernenti la stima dimostrata ai luterani, o quelli che riguardano l'astensione dal giudizio sui pubblici peccatori i cui atti gridano vendetta al cospetto di Dio), siano novità introdotte dall'attuale insediato sulla cattedra di Piero. Non è così. Le ultime infedeltà grosse e tremende sono figlie delle affermazioni eterodosse inserite nel Deposito della Fede. Non essendosi posto mano al risanamento del Deposito, chi lo detiene ha agio di trarne mostruosità.
  Potrei rifarmi dall'ultimo Concilio neomodernista. Invece considero un testo di certo meditato e recente, stabilito dal Vaticano per l'insegnamento della dottrina a tutti i fedeli: il Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica, pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana in luglio 2005.
  Al  n. 372, "Che cos'è la coscienza morale?" risponde: "La coscienza morale, presente nell'intimo della persona, è un giudizio della ragione, che, al momento opportuno, ingiunge all'uomo di compiere il bene e di evitare il male. Grazie ad essa, la persona umana percepisce la qualità morale di un atto da compiere o già compiuto, permettendole di assumerne la responsabilità. Quando ascolta la coscienza morale, l'uomo prudente può sentire la voce di Dio che gli parla".
  Poiché si tratta dell'uomo in generale, non indicato come cattolico osservante, né altrimenti battezzato di fresco, risulterebbe che egli ha facoltà di servirsi della propria coscienza per distinguere il bene dal male e comportarsi da responsabile. Avremmo senza ombra di dubbio una proposizione eretica conforme al pelagianesimo, che voleva l'essere umano, anche non battezzato, anche privo della Grazia santificante, anche senza la Chiesa, in grado di concepire la verità morale e di salvarsi. In altri termini, stando a questo punto del Catechismo, tutti possederebbero una coscienza efficiente, né erronea, né adulterata colpevolmente.
  Era troppo, e bisognava rimediare.
  Per intanto, al n. 373, il catechismo prepara l'intangibilità della coscienza con la domanda: "Che cosa implica la dignità della persona nei confronti della coscienza morale?" Risposta: "La dignità della persona umana [dovuta alla somiglianza col Creatore, vien detto in precedenza, omettendo che la nostra dignità è rovinata dal peccato originale o profanata da quello attuale, mentre quella di creatura appartiene a Dio come la nostra vita, e possiamo onorarla o offenderla] implica la rettitudine della coscienza morale (che cioè sia in accordo con ciò che è giusto e buono secondo la ragione e la Legge divina). A motivo della stessa dignità personale, l'uomo non deve essere costretto ad agire contro coscienza e non si deve neppure impedirgli, entro i limiti del bene comune, di operare in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso".
  Qui sorge una netta contraddizione, che passerà come inesistente, presumendosi l'impossibilità d'una caduta  in questo importante magistero. Ammettendo che l'uomo, il quale si appella alla propria coscienza, possa violare il "bene comune", la sua coscienza non è sempre valida, egli può compiere il male altresì "in campo religioso" corrompendo il prossimo, quand'anche sia in buona fede. E non si vede in che modo un atto eretico o di empietà possa essere tollerabile e meno dannoso d'una lesione recata all'ordine civile. La vera Chiesa infatti non tollerò mai il contagio dell'eresia, comunque prodotto, e condannò la libertà religiosa.
  Poi si riconosce meglio che c'è anche una coscienza morale non retta e non veritiera. N. 374. "Come si forma la coscienza morale perché sia retta e veritiera?" Risposta: "La coscienza morale retta e veritiera si forma con l'educazione, con l'assimilazione della Parola di Dio e dell'insegnamento della Chiesa. È sorretta dai doni dello Spirito Santo e aiutata dai consigli di persone sagge. Inoltre giovano molto alla formazione morale la preghiera e l'esame di coscienza".
  Sembrerebbe che per avere una coscienza valevole occorra essere diligenti membri della Chiesa. Però questa condizione, non espressamente definita, può essere tralasciata considerando la dignità personale originaria, supposta sempre efficiente (errore risibile, ma ribadito in modo disastroso).
  Al n. 375 si tratta delle norme che la coscienza "deve sempre seguire". Se ne approfitta per annettervi la seguente eresia: "La carità passa sempre attraverso il rispetto del prossimo e della sua coscienza, anche se questo non significa accettare come un bene ciò che è oggettivamente un male".
  In altri termini, si afferma che la coscienza è buona, inviolabile, pur essendo erronea e producendo un male. Grazie a questa presunta sacralità della coscienza (in virtù della sua connessione con la dignità innata - sia onorata o infangata) si rispetta l'autore del male, che non viene accettato.
  N. 376. "La coscienza morale può emettere giudizi erronei?" Domanda superflua, dopo le premesse. Risposta: "La persona  deve sempre obbedire al giudizio certo della propria coscienza, ma può emettere anche giudizi erronei, per cause non sempre esenti da colpevolezza personale. Non è però imputabile alla persona il male compiuto per ignoranza involontaria, anche se esso resta oggettivamente un male. È quindi necessario adoperarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori".
  Siamo giunti all'evenienza di una coscienza affetta da "colpevolezza personale". Ma, essendo ciò possibile, è impossibile che la coscienza sia per natura connessa alla divina dignità personale, che la renderebbe intangibile.
  Che uno non sia in buona fede avendo una coscienza erronea, da lui dichiarata veridica, è sovente impossibile stabilirlo. E allora,  non dovendosi condannarlo né riprenderlo per il suo errore, si sostiene, a motivo della sua dignità (purché non abbia turbato l'ordine pubblico), sarà ritenuto non colpevole fino a prova contraria; potrà aver calpestato la Legge di Dio e essere ciononostante giustificato.
  C'è la prescrizione di "adoprarsi per correggere la coscienza morale dai suoi errori". Come farlo, se bisogna avere "rispetto del prossimo e della sua coscienza"? Mettiamo che la Chiesa (questa pseudo-chiesa) abbia la facoltà di istruire moralmente il fedele, inducendolo a vedere la sua trasgressione. Questa non potrà essergli imputata a colpa senza che se ne abbiano le prove. Nondimeno, avvenuta l'istruzione o la correzione, rimane il principio della coscienza sovrana e intangibile. L'autorità ecclesiastica e divina è decaduta ed è omessa nello stesso Catechismo, secondo un concetto modernista. Serve a poco la contraddizione per cui, al n. 185, la dottrina infallibile obbliga i fedeli.
  Al n. 358 troviamo: "Qual è la radice della dignità umana?" "La dignità della persona umana si radica nella creazione ad immagine e somiglianza di Dio. Dotata di un'anima spirituale e immortale, d'intelligenza e di libera volontà la persona umana è ordinata a Dio e chiamata, con la sua anima e il suo corpo, alla beatitudine eterna".
  Dio vuole che tutti si salvino, però non battezzati, eretici e figli della Chiesa in peccato mortale non hanno, o hanno perduto, l'adesione alla dignità originaria, sono indegni destinati all'inferno, sono in potere di satana, sono mele marce possibilmente da risanare.  Pertanto, venendo meno la sacra dignità (attitudine al riscatto rovinata dal peccato, affidata alla personale responsabilità variamente indegna e bisognosa di misericordia), viene meno la presunta base della sacra coscienza: viceversa soggetta ad essere abusata dal suo possessore. Ma questa teologia dogmatica è stravolta dai nuovi teologi, che si sono guardati bene dal formulare una nuova dogmatica in materia.
  Il medesimo Catechismo (n. 337 seg.) ribadisce i precetti sul matrimonio, le colpe delle sue violazioni e come porvi rimedio. Contrapponendo tali asserzioni alla Amoris laetitia, sorge infrangibile contro di essa l'accusa di eresia. Non importa. Una volta fissato il principio dell'intangibilità della coscienza, nessuna norma ha più valore oggettivo e inderogabile; purché non turbi l'ordine della pseudo-chiesa.

  Sento che Bergoglio ha già risposto ai suoi accusatori che il documento oggetto di contestazione da lui approvato, è in ordine con la dottrina tradizionale della Chiesa, con san Tommaso d'Aquino, e bisogna saper leggere, leggere tutto per bene.
  Può darsi che vi siano delle asserzioni giuste, che contraddicono quelle errate. È il solito espediente degli eresiarchi: tengono in serbo - pubblicate nella loro dottrina ma quasi nascoste - espressioni corrette con cui tappare la bocca all'obiezione ortodossa; tuttavia non si curano di emendare l'errore perpetrato, né badano alla contraddizione e all'ambiguità che distruggono il vero, pronti a sfoderare un sofisma per smentire i rigorosi formalisti. E infine le incongruenze, di non semplice connessione e comprensione, sono peggiori della netta proposizione eretica (meglio confutabile): difendono l'eresia spacciata, anziché indebolirla,essa farà maggior presa su molti grazie all'astuzia; diversamente: sfiducia nella Sposa di Cristo inattendibile e perdita della fede.
  Si pensi che dopo aver difeso a spada tratta la libertà delle coscienze erranti (n. 364: "l'imputabilità e la responsabilità di un'azione possono essere sminuite e talvolta annullate [...] dalla violenza subita, dal timore..."; n. 365: "il diritto all'esercizio della libertà è proprio di ogni uomo, in quanto è inseparabile dalla sua dignità... pertanto tale diritto va sempre rispettato, particolarmente in campo morale e religioso...") in Appendice, a pag. 178, tra le Sette opere di misericordia spirituale, ricompare "Ammonire i peccatori". Precetto negato a iosa, con argomenti e nei fatti, in nome della libera coscienza, nondimeno da Madre Teresa di Calcutta, proclamata santa.
  Ora, la scocciata risposta di Francesco I riposa sull'asserzione seguente: "Voglio ribadire con chiarezza che la morale dell'Amoris laetitia è tomista, quella del grande Tommaso. Potete parlarne con un grande teologo [...] il cardinal Schömborn". Il quale, in proposito, dichiara essere "funzione propria del magistero vivente, interpretare autenticamente la Parola di Dio, scritta e trasmessa". Sicché, per esempio, "noi leggiamo [...] il Vaticano I alla luce del Vaticano II".
  D'altronde il Catechismo attuale dice, al n. 15, che: "tutto il Popolo di Dio, con il senso soprannaturale della fede, sorretto dallo Spirito Santo e guidato dal Magistero della Chiesa, accoglie la Rivelazione divina, sempre più la comprende e la applica alla vita".
  Non dice che la maggiore comprensione debba essere uno sviluppo semplice e rigoroso della prima sufficiente comprensione, restando fermi i dogmi. I dogmi non vi sono mai neppure nominati. Dunque l'asserita continuità dottrinale resta affidata alla spiegazione dell'ultimo magistero, che in effetti interpreta il Deposito della Fede in modo eretico, violentando i dogmi.
  Così è questione finita. La confutazione della Correctio filialis, che pone l'eresia delle 7 proposizioni attribuite Bergoglio, è bell'e fatta:
1. "Una persona giustificata non ha la forza con la grazia di Dio di adempiere i comandamenti oggettivi della legge divina".
  Come si fa a sapere se uno, quando trasgredisce, ha la giustificazione e la grazia? Quelli che non le hanno a causa di circostanze avverse ("violenza", "timore") dovrebbero essere messi tra i reprobi?
2. I divorziati risposati che vivono more uxorio possono non essere in peccato mortale. - Perché no? Chi può entrare nelle loro coscienze? Come escludere che esistano serie circostanze a giustificarli?
3. "Un cristiano può avere la piena conoscenza di una legge divina e volontariamente può scegliere di violarla in materia grave, ma non essere in stato di peccato mortale".
   Inutile insistere: si dà il caso che ciò avvenga, e se ne tiene conto. De resto, alla gravità della "materia" si contrappone la gravità dei dolori e degli incomodi. Il foro interiore di quel cristiano resta la misura, svelata o incognita, della sua innocenza o colpevolezza. Sussistendo l'incertezza del giudizio sulla gravità del peccato, occorre credergli, occorre assolverlo, persino allorché per scrupolo egli si accusa.
4. "Una persona, mentre obbedisce alla legge divina, può peccare contro Dio in virtù di quella stessa obbedienza".
  L'accusato dirà di non capire il fallo attribuitogli, di non aver pronunciato tale arzigogolo. Egli non ha criticato chi obbedisce alla legge divina, ha assolto chi sembra disobbedire e pare abbia sufficienti attenuanti, che lo rendono degno della misericordia.
5. "La coscienza può giudicare veramente e correttamente che talvolta gli atti sessuali tra persone che hanno contratto matrimonio civile, quantunque uno dei due o entrambi siano sacramentalmente sposati con un'altra persona, sono moralmente buoni, richiesti o comandati da Dio".
  La replica sarà che solo Dio è giudice delle anime.
6. "I principi morali e le verità morali contenute nella Divina Rivelazione e nella legge naturale non includono proibizioni negative che vietano assolutamente particolari generi di azioni che per il loro oggetto sono sempre gravemente illecite".
  Si farebbe più presto imputando all'Amoris laetitia d'avere, in buona sostanza, affermato che la Legge divina ha un valore pedagogico non assoluto, non potendo giudicare le coscienze, il ministro di Dio non potendone scrutare il santuario, dovendo invece tener conto degli elementi di discolpa.
  Ma questa eresia è già stata sostenuta, in vario modo essenzialmente, dal magistero a partire da Giovanni XXIII e dal Concilio sino al Catechismo oggi in vigore. E fa specie che i dotti difensori dell'ortodossia, coraggiosi - benché filiali - accusatori di Bergoglio, soltanto adesso e soltanto a lui contestino errori presenti e palesi da molto tempo nell'ammaestramento e nel governo esercitati dagli occupanti le mura della Chiesa.
  Infine, come possono i circa 60 firmatari della Correctio filialis addossare l'eresia a qualcuno, a Bergoglio, quando essa è stata abolita da lunga pezza? Essa non figura più nel Catechismo e non può essere contemplata né li né altrove dalla psuedo-chiesa, dal momento che questa ha tolto agli eretici il loro nome e il loro essere, prestando alle loro chiese un'idoneità dottrinale, attribuendo loro l'assistenza dello Spirito Santo, considerandole vie di salvezza grate al Signore. Perciò questo enorme tradimento di Cristo, dovrebbe essere anzitutto denunciato.



Piero Nicola

martedì 3 ottobre 2017

La manfrina antifascista

Oggidì il fascismo (ammesso che l'onorevole Giorgia Meloni sia fascista o fascistottarda piuttosto che cripto o tarda finiana) non è un serio, incombente pericolo.
Qualificati politologi sostengono, concordemente, che non è necessario rammentare che al presente sono sconosciute e per la maggioranza degli italiani perfino incomprensibili le circostanze storiche, le idee e gli stati d'animo, che, nel primo dopoguerra, hanno suscitato e in qualche modo incoraggiato e giustificato la vincente azione del partito di Benito Mussolini.
A cauti passi – tuttavia – gli storici, che hanno considerato e meditato seriamente i fatti propriamente detti, avviano una puntuale revisione della storia del Novecento italiano, proponendo un abbassamento delle unidirezionali sentenze sulla guerra civile.
Il fascismo appartiene interamente al passato dunque l'antifascismo oggidì ha tanta attualità quanta ne potrebbe vantare l'azione di un partito ghibellino, governato (regnante in Vaticano un improbabile guelfo) dalla germanica cancelliera Angelica Merkel.
Robustissima e mutante (trans politica) la domina teutonica (ex comunista), che (pur avendone i requisiti fisici e mentali) non fa ridere l'ammansito e addomesticato popolo tedesco.
E' pertanto lecito sostenere che sarebbe utile considerare i cambiamenti avvenuti nella scena filosofica postmoderna, dunque preservare la politologia dalle ottenebranti e depistanti suggestioni dell'anacronismo, ossia dalla tentazione di usare, quali parametri dell'attualità spensante intorno alle salme delle ideologie, pensieri e fatti inattuali, in ultima analisi appartenenti a un passato, che è – per obbligante e categorica definizione - irrevocabile.
La ventennale storia del fascismo infine appartiene all'irripetibile passato e come tale andrebbe letta sine ira et studio. Di qui l'esigenza di uscire da una lettura polemica e irosa di fatti storici, che la scolastica, generata dal progressismo retroattivo, consegna e affida al partito dei passatisti militanti (a sinistra e al centro liberale).
La storia del ventennio fascista deve pertanto incominciare dall'espulsione della pretesa – strutturalmente irrazionale - di trascinare nel presente idee e fatti appratenti al passato. Si pensi alla polemica antifascista che, sotto l'impulso dell'irrealtà, ha proiettato nel passato – facendone quasi il temibile e agguerrito erede del duce di Predappio – una foglia al vento quale è stato il politicamente (auto)emarginato Gianfranco Fini.
Dopo le indispensabili messe a punto è forse possibile proporre una lettura storica e non più politica del ventennio di Mussolini, delle sue felici imprese, dei suoi gravi errori e della sua tragica fine.
Non si può negare seriamente che Mussolini riuscì nell'impresa di trasformare l'Italietta dei liberali in una nazione capace di condurre splendide imprese: la pacificazione nazionale, il concordato con la Chiesa cattolica (non è certo per un caso che la giovane classe dirigente democristiana – Moro e Fanfani, ad esempio - ebbe un passato in camicia nera), la gigantesca impresa della bonifica pontina, l'attivazione di un sistema sociale (che il regime degli antifascisti non ha osato debilitare, prima che su di esso precipitasse, dall'estero, la sciagura del neoliberalismo), il rinnovamento della scuola e la sua apertura alle c.d. classi subalterne, l'attivazione di una grandiosa campagna contro le malattie sociali, la civilizzazione della Libia (sulla cui memoria i libici – se potessero conoscere la storia – dovrebbero manifestare le ragioni del loro rimpianto), l'avveniristica progettazione e costruzione di autostrade, e infine la proiezione del mondo di una splendida immagine dell'Italia.
Errori capitali e imperdonabili furono la promulgazione delle leggi razziali, l'abolizione del sistema elettorale (da cui il fascismo avrebbe ottenuto strepitosi consensi) e l'alleanza con i parenti serpenti di Germania, una decisione contraria per diametrum, ai giudizi beffardi e devastanti, che Mussolini aveva espresso su Adolf Hitler, sul suo partito e sul suo popolo (lo ha rammentato, sviluppando un tema di Renzo De Felice, Fabio Andriola autore di un fondamentale saggio su Mussolini nemico di Hitler (Piemme, Milano 1997) puntualmente censurato dai severi vigilanti progressisti).
Mussolini era perfettamente consapevole dell'oscurità incombente sul partito nazionalsocialista, cui si avvicinò spinto dalla cieca avversione delle cancellerie di Francia e Germania e dalla impellente necessità di importare le materie prime indispensabili all'industria italiana.
Ad attenuazione del fatale, imperdonabile errore commesso da Mussolini alleato della Germania di Hitler, è doveroso rammentare l'ostilità delle democrazie massoniche e anti italiane, che nell'inseguimento corsaro dell'odio (antifascista e anti italiano) superarono (in larga misura) l'Unione Sovietica.
Al seguito dello storico (antifascista ma onesto e veridico) Renzo De Felice, è ora necessario uscire dalla sentenza settaria che, nel fascismo, contempla esclusivamente una malattia morale. Il futuro della storiografia proporrà il ristabilimento della verità che - nel concordato con la Santa Sede – manifesta la dura negazione fascista della mefitica cultura dei lumi e l'implacabile avversione alla sozza e criminosa cialtroneria degli iniziati ai misteri dei muratori. Negazioni che – in un futuro disintossicato dagli ambidestri pregiudizi settari – dovranno bilanciare gli errori del regime fascista ed essere iscritte nella colonna dei meriti di Benito Mussolini.

Piero Vassallo

venerdì 22 settembre 2017

I NOSTRI VALORI (di Piero Nicola)

  Leggo questo titolo su un giornale di presunta destra: "Minniti avvisa gli islamici: Adeguatevi ai nostri valori". Non perdo tempo col contenuto dell'articolo: mi chiedo quali siano oggi i nostri valori ufficiali e generali. E trovo solo degli anti-valori o disvalori assolutamente egemoni.
  In che cosa dovrebbero credere, adeguandosi, non soltanto gli islamici, ma anche tutti gli altri? Forse nel principio della partitocrazia faziosa e corrotta, inetta anche perché deve fare soprattutto i propri interessi? Partitocrazia screditata dal comportamento dello stesso popolo italiano, il quale, se va a votare, preferisce il voto di protesta.
  Perché poi gli stranieri dovrebbero aver fiducia nella civiltà di gente che rinnega la propria identità e le proprie tradizioni, posponendole al presunto bene di un consorzio civile multietnico, dove ogni credenza e costume viene sono posto sullo stesso piano? E gli islamici potrebbero mai accogliere l'uguaglianza dei sessi, gli uguali diritti di ogni tendenza sessuale? Potrebbero accettare le leggi che generano l'occidentale famiglia allargata? Quale rispetto o attrattiva esercita sui non cattolici un cattolicesimo (religione italiana) che, snervato e snaturato, in sostanza rinuncia a sé stesso, ovvero a essere depositario della Verità? I non cattolici possono soltanto star larghi nelle loro convinzioni, senza aderire né al nostro nuovo credo e alla relativa morale, né alla vecchia dottrina (salvo le mosche bianche come il battezzato Magdi Cristiano Allam) e, quindi, senza stimare le nostre tradizioni cristiane, la nostra civiltà autentica. Il buonismo invalso, concretato dalle leggi molli, per giunta male interpretate, male eseguite, risolto in una tolleranza indebita: questo disordine inguaribile, quale adesione può suscitare, se non nei delinquenti?
  Allora dove sta la possibile condivisione dei valori? Che cosa abbiamo da dare che valga, che sia ideale per gli stranieri? Perché meravigliarsi se essi formano delle colonie, se tanti finiscono fuorilegge e la loro gioventù, gli elementi fanatici, vanno a parare nell'estremismo integralista (permesso dal Corano) ovvero terrorista? Sono inutili le intimazioni e le minacce, quando non si riesce a persuadere, quando si offre un esempio così basso, una vita così iniqua e disperata (nichilismo). Siccome l'italiano è sceso a tal punto nella melma, quasi al di sotto di qualsiasi altra nazione, appare inutile pretendere che i nuovi arrivati rinneghino la loro differenza.
  Medico, guarisci te stesso. Comincia col riprenderti.


Piero Nicola

sabato 16 settembre 2017

PRINCIPI ELASTICI (di Piero Nicola)

Avete notato come il nostro Presidente del Consiglio e Francesco I vanno di pari passo? Che pensiero e azione di Bergoglio fossero sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda dei magni poteri mondani già si sapeva, tuttavia il capo in Vaticano, sino al suo rinnovato indirizzo sull'immigrazione, dava ancora a vedere un'autonomia morale colorata di cristianesimo. Circa l'indipendenza spirituale non se ne parla, essendosi la Chiesa declassata da depositaria della Verità a religione dialogante, che riconosce le molteplici confessioni come se non fossero erranti: Abolizione pratica del dogma sull'eresia.
  Rivenendo alla morale e alle sue sentenze, la politica governativa è passata dall'intangibile e illimitata accoglienza degli stranieri (giunti sul sacro suolo della Patria con qualsiasi mezzo e senza alcun vaglio preventivo per distinguere gli aventi qualche diritto di rifugiati dai semplici clandestini), è dunque passata da tale apertura (bensì sfornita di efficaci rimpatri successivi, legalmente previsti) a una certa regola restrittiva da imporre alle navi dei presunti soccorritori, collaboranti con i criminali che esercitano la tratta di africani e asiatici. Il ministro dell'Interno, uscito in avanscoperta, ha trattato con i capi libici per la limitazione degli imbarchi e dei trasbordi degli emigranti, nonché la riduzione dei flussi di genti provenienti dal centro dell'Africa. Dopo che egli ha assorbito gli strali degli scandalizzati umanitari d'ogni specie, Renzi e Gentiloni sono intervenuti a spiegare che è umano fare sì che i poveri neri siano aiutati a casa loro, e non si espongano ai pericoli del viaggio migratorio, e non debbano abbandonare le loro radici e i loro cari. Renzi ha ricordato che l'aveva sempre detto di voler aiutare i miseri là dove vivevano. Le organizzazioni che andavano a prelevare i naufraghi fin dentro le acque libiche, previo appuntamento preso con gli scafisti, hanno presto cessato di protestare, si sono ritirate dal traffico e, dopo anni, si sono accorte che i campi di raccolta dei destinati a sbarcare in Italia erano orribili luoghi di prigionia. La UE e lo stesso ONU si sono mostrati comprensivi delle buone ragioni per cui è stato effettuato un contenimento dell'invasione dei profughi e dei disgraziati, tanto più che il principio della loro accoglienza resta intatto. Ma di fatto anche Bruxelles ha ripiegato; "ha fatto marcia indietro" avrebbe detto la stampa di grande diffusione, se si fosse trattato del signor Trump, cattivone privo di attenuanti.
  La UE e gli stati europei che contano hanno convenuto che la massa degli extracomunitari da noi ospitati deve essere in congrua parte ridistribuita nelle altre nazioni dell'Unione. Si è parlato di rivedere il Trattato di Dublino, che prevede che la gestione degli immigrati debba essere a carico del paese che li ha ricevuti. Parole buone, intenti encomiabili. Gentiloni, andato nei paesi dell'Est europeo meno intransigenti in materia di immigrazione per aprirvi una breccia, ha ricevuto comprensione per le sue belle frasi emanate dal podio, diffuse dai canali televisivi. Ma, in sostanza, quei duri di cuore continuano ad essere fiscali, attaccati alle regole.
  Intanto qui le tivù e i giornali filogovernativi hanno trovato ragionevole che l'accoglienza degli stranieri perseguitati e disagiati debba risolversi in una degna integrazione. Occorre evitare che si generino emarginati e poveri in contrasto con i poveri italiani, per cui è giusto che l'afflusso sulle nostre coste venga moderato così da poter sistemare i nuovi arrivati. Il presidente della Repubblica ha concordato, migliorando con la sua pacata saggezza il pensiero un poco discorde manifestato in precedenza.
  Uno solo mancava alla generale concordia, alla conversione - che dico? - all'acquisto di una più meditata bontà, che lo slancio generoso aveva un po' fatto smarrire.
  Così è giunta l'ora di Bergoglio. Egli ha semplicemente condiviso la ragionevolezza del potere civile, ponendo in non cale la predica reiterata circa i muri da abbattere, i ponti da gettare, le porte aperte senza condizione, come è incondizionata la sua misericordia.
  Alcuni pignoli si sono chiesti in che modo si giustifichi una simile inversione di rotta. Di certo non si può credere a un indurimento del suo cuore. Noi siamo convinti che non sia in questione una rinuncia all'importazione di masse d'altra fede e d'altri costumi, assai diversi dai nostri, una rinuncia al bene della diversità. Deve trattarsi di una stasi necessaria, mentre il processo della convivenza multirazziale e multiculturale continua a fare il suo corso. Tuttavia la domanda dei sofistici merita un approfondimento. La risposta sta nella democrazia, che a volte dimostra un'insufficienza. Il difetto non consiste già nella disuguaglianza morale e di competenze dei cittadini elettori,  nemmeno nella gara spregiudicata dei candidati all'elezione, ma nella sussistente, irragionevole mutevolezza popolare, nei rigurgiti d'una presunzione di capire al di là del giusto. Un tempo circolava lo stupido adagio contadino: scarpe grosse e cervello fino. In effetti questo popolo ancora soggetto a ricadere nell'immaturità, brontolone e emotivo, talvolta pretende di avere più intelligenza e maggiori conoscenze dei conduttori televisivi e dei loro ospiti esperti, e persino più criterio del papa. Siccome poi ci sono partiti populisti che, essendo all'opposizione, sobillano e traviano la gente, ecco che le lezioni diventano una grana grossa per i partiti accreditati presso le massime autorità in campo europeo e mondiale.
  Ne consegue che i sondaggi di opinione fanno testo, quando risulta che molti, troppi non si persuadono più che conviene ospitare lo straniero e farsi da parte per fargli posto, perché ne verranno grandi vantaggi materiali e morali.
  Tutto qui. La gente non ha ancora imparato a vedere lontano, a stare al passo coi tempi, a credere abbastanza nella fraternità, dopo aver creduto nella libertà e nell'uguaglianza. Perciò l'elettorato va assecondato nelle sue paure, in attesa che la sua maturazione giunga a compimento. Intanto i populismi lasciano il tempo che trovano, sorgono e tramontano presto. Intanto, per il bene delle sue anime il benemerito Begoglio aggiusta la dottrina, ora in un senso ora nell'altro, secondo che tira il vento dei sondaggi di opinione.


Piero Nicola

mercoledì 6 settembre 2017

L'INTELLIGENZA (di Piero Nicola)

Or ora è giunta notizia che presso una nazione di progredita civiltà si rilasciano passaporti che prevedono il sesso maschile, quello femminile e un terzo sesso, per coloro che non si sentono di essere né uomo né donna. Il rispetto di quei governanti per quelli in precedenza ritenuti individui anomali e trascurabili è davvero segno di una delicatezza raffinata, di un grande perfezionamento del diritto, cui fanno riscontro governati sensibilissimi. Peccato che l'intelligenza di quella nazione non arrivi a valutare le conseguenze. La Storia, che non mente, ha sempre decretato la rovina degli stati che si ressero sui bizantinismi e sulla mollezza dei costumi. Soltanto lo stato e il popolo che accettarono e adottarono il dura lex sed lex, poterono salvarsi.
  L'intelligenza è una dote che abbaglia... le intelligenze, nonché l'ingenua onestà. È una qualità ambigua. Si reputa intelligente chi inquadra e risolve certi problemi, lo scienziato famoso (p.e. un Einstein), il letterato che merita il Premio Nobel (Pirandello), il filosofo possente (Kant), l'inventore, il grande erudito, il campione di scacchi, ecc. Anche un popolo, nelle suo insieme e tranne una minoranza, può essere considerato capace di acume, inventiva, discernimento (gli ebrei, certi paesi nordici ordinati ed efficienti).
  Errore. La gran parte di tali signori sono atei o agnostici; quei paesi civili ignorano la legge naturale e divina legiferando e governandosi a loro talento. Dunque la loro intelligenza è guercia, giocata dalle passioni. Passioni sottili, fredde, ma sostanziose, sostanziate di stolto orgoglio.
  Negando la metafisica, non resta loro che la scienza razionale e materiale. È intelligenza presumere che il metodo della cosiddetta scienza ufficiale possa scoprire la verità ultima, escludendo ciò che non ricade sotto la sua indagine, ossia il preternaturale e il soprannaturale?. Eppure grandi scienziati, che godono di autorità e d'indiscusso rispetto, cadono in questo errore marchiano. E ci devono cadere, non potendo negare le realtà percepite e incomprese, quelle possibili e nascoste, i fenomeni inspiegabili Assecondano il paradosso per cui la sperimentazione accerta i miracoli, ma essi non sono riconosciuti come soprannaturali in quanto sfuggono alla conoscenza scientifica, alla spiegazione razionale, in quanto non sono riproducibili in laboratorio. E allora si spiegherebbero con la natura, saranno spiegati appieno mediante le scoperte del progresso. Prometeo, ormai liberato, arriverà sino in fondo, svelando tutto il conoscibile, toccherà il limite estremo dell'universo come dell'infinitamente piccolo. Egli distruggerà ogni mistero, lo schermo che cela ogni principio e fine.
  E questa sarebbe intelligenza? Semmai è intelligenza quella dell'ottuso ignorante, il quale nei regni minerale, vegetale e animale, e nell'essere umano, e nel firmamento, riconosce la mano del Creatore, secondo la poca o tanta fede che possiede.
  E ci sono gli intellligentoni convinti della giustizia immanente e democratica: si contraddicono prevedendo una palingenesi scientifica, che lascia nell'oscurità miliardi di esseri umani trapassati prima di essa, senza di essa, così come il progresso ha già privato dei suoi beni secoli e millenni di vita mortale... Altri sono convinti della necessità di abbindolare il popolo con le falsità che lo corrompono e lo infrolliscono, come se le conseguenze della decadenza non coinvolgessero tutti quanti (esseri sociali). Inoltre la ragione stessa rifiuta di concepire il dopo della totale conoscenza come una storia di perfezione. Svelato, per mera ipotesi, il mistero dell'esistente, perché l'imperfetto mortale dovrebbe cambiare? Forse che nel divenire della conoscenza scientifica egli è cambiato, è migliorato? No di certo. E allora crolla il presupposto dello scientismo, e nondimeno della gnosi. Come mai la felicità iniziatica non si manifesta e non si dimostra?
  Gli intelligenti artefici (ciascuno nel suo campo), atei o agnostici, si aggrappano stupidamente all'evoluzione umana, considerandola un dato di fatto, perché si sono rivoluzionati i costumi di pari passo con leggi inedite, con una giustizia inedita. Essi usano la loro capacità intellettuale come può farlo qualsiasi individuo mediocre, presuntuoso e vittima delle proprie passioni. Si accecano davanti alla realtà di un'umanità invariabilmente in balia dei propri vizi: che uccide, tradisce, è neghittosa, egoista, vile, bisognosa di regola imposta, di sanzioni e di carcere. Gli intelligenti si difendono con i paraocchi, errano umanamente e perseverano con pervicacia, dando prova di non aver capito l'essenziale o di non voler capire per vigliaccheria.


Piero Nicola

lunedì 4 settembre 2017

Le corruzioni di Alessandro VI (di Piero Nicola)

Quando aderivo a una congregazione di sacerdoti anti-Concilio Vaticano II, e manifestai all'allora mio direttore spirituale il proposito di abbandonarla, non credendo alla possibilità di riconoscere papi coloro che avevano fatto il Concilio, né i loro successori, il buon sacerdote mi obiettò che nella Chiesa c'erano stati diversi pontefici erranti, e citò Alessandro VI Borgia, padre del duca Valentino, senza che si fosse avuto alcun scisma.
  Risposi che, per la verità, c'erano già stati nella Storia un occupante del Soglio di Pietro caduto nell'eresia al tempo dell'arianesimo, e Onorio I, monotelita, condannato da un Concilio Ecumenico. Mentre all'indegno papa Borgia, per quanto dissoluto, non si era contestato alcun tradimento dottrinale.
  In effetti, un monaco predicatore l'avrebbe messo sotto processo anche per eresia: Girolamo Savonarola; per altro, chiamato a Roma affinché si discolpasse, e mandato al patibolo dalla Signoria di Firenze, che in tal modo chiuse la questione.
  Di qui in avanti mi rifaccio dalla fonte costituita dall'Enciclopedia Treccani.
  A parte le varie denigrazioni e falsità che colpirono Alessandro VI fin dai suoi giorni (ebbe molti nemici e la sua condotta si prestava alla calunnia), è provato che i delitti, le violazioni della morale, da lui perpetrati furono gravi, molti e continui. Ma egli non abusò del Vangelo per il proprio interesse, spacciando corruzioni come fossero oro colato, per la perdita delle anime. I suoi successori non dovettero emendare la Legge di Dio, avendola trovata manomessa e pervertita.
  Essendo cardinale sotto Sisto IV, Rodrigo Borgia è legato in Spagna per la crociata (1472-73) e aumenta la sua competenza nel diritto canonico. Fin dal 1460 Pio II lo ha dovuto ammonire per il contegno licenzioso, sconveniente a un ecclesiastico. Non si corregge, ha svariati figli naturali e, di certo lo sono Giovanni, Cesare, Lucrezia e Jofré. Avendo guadagnato alla sua causa - non senza simonia - parecchi cardinali, viene eletto pontefice (1492). Ha per amante Giulia Farnese, sposata a Orsino Orsini. Giulia gli dà una figlia, e la relazione è di dominio pubblico. Riconosce pubblicamente la sua prole. Ed ecco il nepotismo sfrenato, per cui di congiunti del Borgia è popolata la curia; quindi verrà il finanziamento delle imprese del duca Valentino (Cesare).
  Il grande affetto per i figlioli lo trascinò a immischiarsi nelle brighe politiche, assai più che non gli fosse imposto dalla duplice condizione di capo della Chiesa e di principe italiano.
  A suo onore va il tentativo di pacificare Ferrante re di Napoli e Ludovico il Moro, protestando di voler opporre alle ambizioni francesi l'unione degli stati italiani, perché "quantunque fussi ultramontano," egli dice, " non amava manco la Italia che qualunque altro signore italico".
  Tuttavia nell'ora decisiva appare titubante e pauroso. Apre la città ai francesi (1494) di Carlo VIII.
  Scandaloso scioglimento del matrimonio di Lucrezia con Giovanni Sforza.
  La tragica morte del figliolo prediletto (duca di Candia) gli aveva dapprima ispirato propositi di riformare se stesso e la Chiesa, e di attendere alla pace e alla salute d'Italia, propositi che parvero e poterono essere sinceri. Una commissione di cardinali preparò una bolla, che gettava le basi della futura riforma cattolica.
  I sani progetti svanirono con l'ascesa del Valentino, ben più fermo del padre e machiavellico.
  Ormai la politica del papa è quella di Cesare Borgia, fattosi alleato della Francia e da lei protetto. I Borgia spadroneggiano anche nell'Urbe, appropriandosi delle grandi sostanze dei cardinali e dei prelati defunti e, si dice, avvelenati.
  In mezzo a tante manovre temporali l'attività religiosa di Alessandro VI non è stata trascurabile. Contro i Turchi, che minacciavano l'Ungheria e la Polonia, toglievano a Venezia le ultime sue colonie nella penisola balcanica e invadevano lo stesso Friuli, il papa tentò una lega fra i principi cristiani, pubblicò (4 febbraio 1501) una bolla per la crociata, mandò legati, riscosse denaro di decime e d'indulgenze e largì soccorsi; ma non trovò ascolto nei principi e nei popoli cristiani. Favorì anche gli ordini religiosi, le missioni, gli istituti di pubblica beneficienza; difese i privilegi della Chiesa e lottò contro eretici e marrani. Emanò per la Germania un decreto che sottoponeva la stampa alla censura ecclesiastica (1° giugno 1501), primo decreto in siffatta materia. La purezza della sua dottrina religiosa non fu mai messa in dubbio seriamente. Il rispetto, poi, che la dignità di Pietro riscoteva ancora, appare dall'enorme concorso di pellegrinaggi al giubileo indetto per il 1500, nonostante la guerra, la peste e la poca sicurezza di Roma. E meglio era apparso dal ricorrere della Spagna al pontefice per definire l'assegnazione delle nuove terre scoperte da Colombo, quando il papa segnò la linea di confine fra la sfera d'interessi spagnoli e portoghesi; primo trattato per il dominio del Nuovo Mondo. Morì nel 1503.
  In definitiva, egli si distinse per gesta religiose, per singolare mecenatismo, per idealità politiche. Ma la curia romana, lui pontefice, scese così in basso che, senza aiuto provvidenziale, pareva non si potesse rialzare mai più.


Piero Nicola

lunedì 28 agosto 2017

Il Centenario della Grande Guerra: l’Italia dalla “vittoria mutilata” alla “vittoria negata”, come se la nostra guerra fosse finita a Caporetto! (di Paolo Pasqualucci)

Sommario:  1. Le “ragioni morali”della nostra guerra: il compimento dell’unità della Patria spinti dagli ideali di “redenzione”, “riscatto”, “sacrificio”, “palingenesi” di un intero popolo. 1.1  Gli interventi di Del Vecchio, Gentile, Croce.  2.  La falsificazione del Ricordo. 3. “Vittoria mutilata”? No: “sconfitta travestita da vittoria”, grida la menzogna!  4.  La calunnia degli italiani che “si nascondevano” dietro gli inglesi e i francesi, portati da loro per mano a vincere i già vinti.  5. Un altro esempio di come si occulta il contributo italiano alla lotta comune.  6. La Grande Guerra l’abbiamo vinta e con pieno merito, scusateci se ci siamo permessi.  6.1 Il Regio Esercito, pur dimezzato, vinse da solo la “Battaglia d’Arresto” sul Grappa e sul Piave, subito dopo Caporetto.  6.2 Il giusto giudizio sulla sconfitta di Caporetto.    


1. Le “ragioni morali” della nostra guerra:  il compimento dell’unità della Patria spinti dagli ideali di “redenzione”, “riscatto”, “sacrificio”, “palingenesi” di un intero popolo.

Il centenario della Grande Guerra, che fu per noi il compimento del Risorgimento, la nostra IV Guerra d’Indipendenza, grazie alla quale riuscimmo, con il doloroso ed eroico sacrificio di un’intera generazione, a completare l’unità territoriale della Nazione contro il nostro plurisecolare ed implacabile nemico asburgico, raggiungendo finalmente i confini naturali, è stato finora ricordato in modo a dir poco inadeguato per non dire deformato se non addirittura vergognoso.   Nell’atmosfera da fine di una civiltà oggi  sempre più diffusa - fine nelle corruttele più sfrenate e nella vacuità spirituale più completa - il pacifismo gaglioffo dominante (quello amico di tutti i vizi) non poteva che ricordare il centenario della nostra partecipazione a quella guerra con la pappa del cuore delle litanie sui “morti invano”, sull’“inutile massacro”, sull’ “orrore”, sul “dolore”, sulla “compassione” per il gran numero di feriti e mutilati - insomma con dolciastre e “politicamente corrette” lacrime sulle grandi sofferenze prodotte da quella tremenda guerra; lacrime ipocrite poiché l’individuo che professa il “politicamente corretto” è in genere di un egocentrismo assoluto:  pensa innanzitutto a se stesso, ai suoi diritti, ai suoi desideri, ai suoi vizi, che amorosamente coccola e coltiva.
Aveva allora torto Benedetto XV a chiedere, il 1° Agosto 1917, che cessasse finalmente “l’inutile strage” con una onorevole pace di compromesso?  No, ovviamente.  Al punto in cui era la situazione nell’estate del 1917, la richiesta del Papa era più che legittima.
 Dopo tre anni di gigantesche e sanguinose battaglie, in Francia, Italia e nei Balcani la linea del fronte era praticamente quasi allo stesso punto:  nessuno riusciva a prevalere.  Lo stallo appariva assoluto mentre il colosso russo, l’unico ad aver subito sensibili perdite territoriali (nell’Europa orientale), era già in preda alla Rivoluzione e mostrava i segni sempre più accentuati di un collasso imminente. Le nazioni europee stavano consumando nella fornace un’intera generazione oltre a ricchezze materiali incalcolabili. C’erano poi i gravi contraccolpi sul piano morale e dei costumi.  
Due giorni prima dell’intervento del Papa, il 30 luglio, l’eroe di guerra e poeta inglese Sigfried Sassoon, mentre era in ospedale in patria per curarsi le ferite riportate al fronte, scrisse un appello per por fine al conflitto, pubblicato dal Times  e letto appunto il 30 luglio alla Camera dei Comuni da un deputato pacifista. La cosa suscitò enormi e passionali reazioni in Inghilterra e addirittura accuse di tradimento al poeta e soldato.  Nel suo appello Sassoon scrisse:  “la guerra, da difensiva era diventata di aggressione”.   Perché combattevano gli inglesi?  Per difendere il diritto del Belgio neutrale calpestato dal militarismo prussiano?  Questa era la causa formale della dichiarazione di guerra alla Germania.  La difesa del piccolo Belgio costituiva inizialmente un nobile ideale per cui battersi, per i giovani inglesi che si arruolavano.  Per difendere l’impero dalla pluridecennale aggressività commerciale e navale dei tedeschi? Ma le campagne in Mesopotamia e in Medio Oriente rientravano in questa difesa o nella lotta per impadronirsi delle fonti (irakene) di petrolio, diventato da poco tempo materia prima essenziale per l’egemonia mondiale? 
I sondaggi di pace semisegreti che pur furono ad intervalli effettuati tra i due opposti schieramenti dalla metà del 1916 alla primavera del 1918, fallirono tutti soprattutto per la testarda chiusura mentale dello Stato maggiore tedesco, che non voleva mollare niente in Occidente, nemmeno il Belgio occupato.  In sottordine, per l’ottusità austriaca, che non volle mai concedere nulla all’Italia, nemmeno il contentino del Trentino, provincia italiana, indispensabile a noi per non avere più il confine con lo straniero solo a qualche decina di km a nord di Verona, ossia ben dentro casa.  È noto che Benedetto XV non si limitò agli appelli, esercitò anche un’intensa quanto inutile azione diplomatica sulla dirigenza austriaca perchè facesse qualche concessione all’Italia, per esempio il citato Trentino, in vista di una preziosissima pace, che avrebbe molto probabilmente salvato la Duplice Monarchia, sia pure al prezzo di alcune concessioni.  La posizione negoziale dell’Italia, che dipendeva dall’Intesa per prestiti, materie prime, alcuni importanti armamenti, importazioni alimentari, era debole anche prima del rovescio di Caporetto:  una chiara offerta austriaca del Trentino, per quanto del tutto insoddisfacente per le nostre legittime aspirazioni nazionali, i nostri potenti alleati ci avrebbero sicuramente costretto ad accettarla, se inserita in un piano di pace di compromesso che a loro fosse andato bene. Saremmo usciti dalla guerra con l’acquisizione del solo Trentino (e forse di Gorizia, che avevamo conquistato) ma la carneficina generale si sarebbe arrestata un anno prima, per il bene e il vantaggio di tutti.  Forse non ci sarebbe stata la conquista del potere da parte dei bolscevichi, nel novembre del 1917, evento epocale, che fu il risultato più nefasto della Grande Guerra e i cui effetti si fanno sentire negativamente ancor oggi.       
Tornando alla storia accaduta,  bisogna dire che non fu certo colpa dell’Italia se i tentativi angloamericani di staccare mediante una pace separata l’Austria-Ungheria dalla Germania gugliemina, perseguiti sino alla primavera del 1918,  fallirono tutti.  Un fallimento che dimostrava, ancora una volta, come solo continuando in quella guerra e vincendola noi potessimo sperare di ottenere le legittime “frontiere naturali” e il compimento dell’unità nazionale. 
Una nazione italiana costituitasi come Stato unitario, ha diritto di esistere, nelle sue frontiere naturali?  Ce l’ha, questo diritto, come ce l’hanno tutte le altre nazioni della terra?  E dov’era il torto nell’impugnare le armi contro un dominio straniero che questo diritto non ce l’aveva mai voluto riconoscere, trattandoci sempre da provincia occupata e sfruttata, umiliandoci in ogni modo e negandoci ogni legittimità alla vita storica, in quanto popolo libero e indipendente? 
Per la Confederazione Germanica, Trento e Trieste erano e dovevano rimanere “città tedesche”, il confine del mondo germanico con l’Italia doveva essere addirittura al Mincio, che unisce il Lago di Garda al Po.  Per gli Slavi del Sud la futura Jugoslavia doveva giungere sino al fiume Natisone, ben al di qua dell’Isonzo e non troppo lontano da Udine; inglobare anche Trieste, Gorizia, Gradisca, Monfalcone … Quindi: Trieste città tedesca per gli austro-tedeschi, slovena per gli sloveni. Il movimento pangermanista, piuttosto forte in Austria prima della guerra, considerava il Trentino una regione tedesca, dalla quale gli italiani dovevano esser cacciati, se non si germanizzavano.  Non meno avverso al nome italiano il nazionalismo croato, sia della Croazia che della Dalmazia, ispirato in particolare dal clero cattolico locale; nazionalismo che addirittura negava l’esistenza di una minoranza italiana in Dalmazia (ivi radicata da secoli nelle città), affermando che l’alternativa per gli italiani doveva essere unicamente la seguente:  o diventare croati o andarsene; o l’assimilazione o l’espulsione[1].
Dopo la guerra del 1866, che comportò la perdita del Veneto, imposta dalla Prussia per onorare il patto con l’Italia pur battuta sul campo, la dirigenza austriaca promosse una politica favorevole in tutti i modi agli slavi in Dalmazia, Istria, nel goriziano, mentre aumentava la pressione contro l’elemento italiano nella Valle dell’Adige.  Il discorso sulle “terre irredente”, al di là dei toni retorici che fatalmente assumeva e della violenza del linguaggio, aveva un suo fondamento, dato che la politica austriaca comportava l’estinzione progressiva dell’elemento italiano nei suoi domini.  Come è stato notato, la Monarchia Danubiana si reggeva, in un certo senso, sui conflitti delle sue varie nazionalità, attuando a volte un vero e proprio divide et impera, in modo da riuscire a dominarle con l’apparato centrale costituito dall’esercito e dalla burocrazia, a guida austriaca e ungherese, dopo il Compromesso (Ausgleich)  del 1867, che diede vita alla Duplice Monarchia[2].     
Non si trattava solo di eliminare il pessimo e indifendibile nostro confine nord-orientale, con lo straniero che occupava quasi tutta la Valle dell’Adige e tutto l’arco alpino per scendere alla fine di alcuni km al di qua dell’Isonzo.  Si trattava anche di impedire la scomparsa, per assimilazione o graduale, indotto esodo, delle minoranze italiane in Istria e in Dalmazia e della maggioranza italiana del Trentino.
C’erano quindi valide ragioni morali  alla nostra guerra, nelle quali l‘esigenza primordiale di confini sicuri e la salvaguardia dell’italianità si coniugavano alle non meno importanti motivazioni strategiche.
Al falso ricordo “politicamente corretto”della Grande Guerra che si vuole imporre oggi, bisogna contrapporre quello che è stato il vero significato della guerra italiana nell’ambito della Grande Guerra.  Significato, certo, vissuto e persino imposto da una minoranza, che ha trascinato il resto della Nazione alla lotta, contro il rimanente, pur numeroso, che inizialmente  non voleva saperne.  Coscritti nelle armate di Cadorna e Diaz, i contadini italiani, che ne costituivano il nerbo, fecero tuttavia interamente il loro dovere, con grande spirito di sacrificio, entrando da protagonisti nel compimento di quell’Italia unita dalla quale erano stati per forza di cose assenti durante il Risorgimento.  Andarono a combattere soprattutto  borghesia e contadini, gli operai servivano nell’industria degli armamenti. Il soldato “considerava la guerra come una fatalità alla quale non ci si può sottrarre”; ma, in ogni caso, “il sentimento del dovere e lo spirito di sacrificio erano elevati e saldi; non si ammirerà mai abbastanza il soldato della guerra 1915-18.  Noi, allora giovani ufficiali, che vivemmo la sua vita, ci domandiamo, con un senso di colpa:  abbiamo abbastanza apprezzato la sua abnegazione, misurato la gravità dei sacrifici serenamente sopportati?”[3].

1.1  Gli interventi di Del Vecchio, Gentile, Croce
Le ragioni morali della nostra guerra furono lucidamente e appassionatamente esposte in un popolare opuscolo del 1915 da Giorgio Del Vecchio, israelita patriota e nazionalista, all’epoca “professore ordinario di filosofia del diritto nella Regia Università di Bologna”, che a 36 anni si arruolò e fu pure decorato, venendo congedato nel 1917 per aver contratto la tubercolosi al fronte.
La nostra guerra non era contro la Germania, alla quale fummo in pratica costretti a dichiararla dalla pressione dei nostri alleati nell’agosto del 1916.  Il nostro nemico era l’Austria-Ungheria. 
“La ragione di Stato austro-ungarica ha presunto di foggiare a sua posta, come l’anima  dei popoli, così anche la natura delle contrade.  Che l’Italia abbia termine nelle Alpi e nel mare, è verità d’ordine fisico, consacrata da una tradizione storica millenaria e non interrotta:  poiché, anche nei tempi delle maggiori dominazioni straniere, il passaggio dell’Alpi significò ognora, per gli stessi conquistatori, l’invasione d’Italia”.  Invece, “l’Italia finisce ad Ala [all’inizio del Trentino], disse, in un nefando processo, il Procuratore di Stato [austriaco] a Trento.  Noi rispondiamo evocando le parole di Petrarca e Dante, e la sovrana definizione d’Augusto…”[4].
Certamente, combattevamo anche per restaurare il diritto delle genti, violato dalla Germania col brutale attacco al Belgio neutrale, e per una “Umanità” nuova, governata dal diritto.  Ma queste ulteriori ragioni dal taglio utopistico, invocate dall’Autore, restavano sullo sfondo[5].   La questione essenziale era quella del compimento dell’unità della Patria italiana.  L’Italia costituiva un’unità geografica, storica, culturale, spirituale:  perché non doveva essere “reintegrata ossia costituita ad unità nei suoi limiti naturali”, in un’unità politica, statale?[6]
La fiamma della passione patriottica e guerresca arde veramente solo quando si nomina la questione nazionale italiana e l’Austriaco, il nemico secolare che ci conculcava nei nostri diritti.  “La schietta giustizia della causa nazionale italiana, e l’impossibilità di difenderla altrimenti che colle armi, rendono sacra la nostra guerra”, nella quale l’Italia “era entrata deliberatamente, conoscendo, meglio di tutte le altre nazioni che prima scesero in campo, la terribilità del cimento e la grandezza del sacrificio”[7].
Parole terribili, degne però di un animo forte, che sa perché scende in campo, mettendo in gioco la vita.  Del Vecchio toccava qui un punto vitale:  “l’impossibilità di difendere la causa italiana altrimenti che colle armi”.  Impossibilità, pertanto, di ottenere pacificamente, per gradi, l’unità nazionale e confini sicuri o comunque più sicuri[8].  Infatti, gli altri e più forti di noi non la volevano così come non l’avevano voluta per tanti secoli gli stessi italiani, chiusi nel loro nefasto “particulare”, divisi e sempre in lotta tra loro, incapaci, impotenti e servili di fronte agli stranieri.  Non solo gli Asburgo, ma anche l’intero mondo tedesco e gli ungheresi, tutti gli slavi del Sud:  tutti concordi nel non concederci nulla, m a i .  Che i Welschen se le venissero a prendere le “terre irredente”, i “confini naturali”, metro per metro, con le armi, se ne erano capaci, se ne avevano il fegato, “nazione militarmente debole e codarda” che non erano altro…
Le “ragioni morali”della nostra guerra di allora, mettendo da parte la cornice dei motivi contingenti della politica internazionale e della Ragion di Stato, sono le stesse che giustificano l’esistenza e il mantenimento della nostra “unità nazionale” o g g i , in crisi per i noti motivi:  il “regionalismo” interno, stoltamente promosso dalla Costituzione repubblicana, unito alla pressione disgregatrice  dell’infausta, mortifera Unione Europea, cui la nostra  classe dirigente porta l’acqua con le orecchie, incapace com’è di un atto di coraggio che sia uno, come quello richiesto dalla necessità sempre più impellente di bloccare la presente, gravissima invasione afro-asiatica, camuffata (e neanche tanto) da emergenza umanitaria; il collasso di tutti i valori fondamentali dell’intero Occidente, compresi quelli religiosi. 
L’Italia unita in un solo Stato, dalle Alpi ai mari, a prescindere dalla sua forma di governo, è essa una realtà  e un valore fondamentali ed imprescindibili per noi italiani, da difendere e mantenere ad ogni costo, oppure no?  Se lo è, e non si vede come possa non esserlo, allora è giustificato anche l’uso della forza per realizzarla o mantenerla quest’unità, contro i nemici interni ed esterni, una volta falliti tutti i tentativi di perseguire l’obiettivo per via pacifica. 
Che  quella tremenda guerra dovesse avere anche un significato di palingenesi per il popolo italiano, lo si intuisce dalle pagine di Del Vecchio citate ed appare in modo più netto in quelle di Giovanni Gentile, anch’egli interventista.  Dopo Caporetto, in un articolo del 15 dicembre 1917, Gentile fece un esame di coscienza.  Avevano forse ragione coloro che “dubitavano delle attitudini di un popolo, come il nostro, non ricco di gloriose tradizioni militari, né dotato d’una forte compagine politica, ad affrontare le dure prove d’una guerra, che già appariva lunga e difficile?”.   Gentile era convinto di non aver nulla da rimproverarsi.  Il popolo italiano, scriveva, “un gran popolo, qual è nella storia moderna l’italiano, non poteva starsene in disparte semplicemente spettatore della mischia in cui si combatteva per l’avvenire dell’umanità, poiché le armi non avrebbero deciso soltanto degl’interessi economici delle nazioni, ma, con essi e per essi, di tutto l’indirizzo futuro del mondo civile.  Anch’io quindi, per la mia parte, sentivo di dovermi assumere la responsabilità, almeno di fronte a me stesso, della via scelta dal nostro paese.  Ma fin da quei giorni a me non è sembrato di avere nulla da rimproverarmi, né che nulla avessero da rimproverarsi quanti avevano concepito per l’Italia la guerra non come tornaconto, sì come un dovere”.
La guerra come dovere morale, dunque, non per “il tornaconto”, il bottino, la preda, la conquista di territori o l’avvento del Nuovo, della Rivoluzione, grazie al crollo del vecchio mondo, come si attendevano spiriti esaltati o rivoluzionari di professione come Lenin.  C’era il motivo fondamentale dell’unità d’Italia e dei confini sicuri, ovviamente, anche se non richiamato espressamente in quell’articolo.  Ma Gentile vedeva le cose da un punto di vista più elevato.  Non si poteva star fuori da una guerra che avrebbe deciso “per l’avvenire dell’umanità”.  Gli italiani, dal tempo delle infauste Guerre d’Italia, che nel Cinquecento ci avevano portato sotto il dominio straniero (quello delle grandi monarchie nazionali europee e della militaristica Lega dei Cantoni svizzeri, che si era presa il Ticinese) si erano fatti (a torto o a ragione) la fama di un popolo che non si batte,  vile e traditore.  Se esistevano, ora, un popolo italiano e uno Stato italiano,  o r a   dovevano entrambi dimostrare di che stoffa erano fatti, in  q u e s t a  guerra era il momento della verità.  E tanto più nel momento di una grave ma non irreparabile sconfitta militare.
Il rovescio di Caporetto, si era dimostrato meno grave del previsto.  Gentile scriveva subito dopo che le nostre divisioni superstiti erano riuscite a fermare da sole, in durissimi combattimenti, gli austro-tedeschi sull’Altopiano, sul Grappa, sul Piave.  L’esercito ancora c’era. 
“Né fu piegato il popolo, proseguiva Gentile, che dal pungentissimo dolore dell’invasione venne sferzato, nelle sue intime fibre, a sentire in modo più profondo e più austero la propria dignità nazionale e il sacro dovere di raccogliere le sue forze per affrontare ogni sacrificio che fosse necessario alla difesa della propria esistenza e all’affermazione di sé nel mondo.  L’Italia ha molto sofferto:  ma è diventata anche più grande agli occhi propri e a quelli dello straniero, dimostrandosi capace di mostrare la fronte alla sventura”[9].  
Mostrare la fronte alla sventura:  di questo gli italiani non erano stati finora mai capaci, si diceva.  Ma ora invece, in modo del tutto inaspettato, ci stavano riuscendo e la guerra diventava il crogiolo nel quale il popolo italiano si forgiava un carattere, una volontà, un’unità d’intenti, una coscienza nazionale mai posseduta prima.  Come scrisse Giuseppe Prezzolini, che combattè in quella guerra da volontario, “dopo Caporetto, l’Italia fu unita come mai era stata per secoli, di fatto, di diritto e di coscienza”[10].  Anche Benedetto Croce, contrario all’intervento, pubblicò nei giorni susseguenti a Caporetto un breve e bell’appello sulla stampa.
“La guerra, che finora, agevolata da talune condizioni internazionali, solo in parte era nostra, ora si fa veramente nostra.  Questo tutti gli Italiani sentono con cuore tumultuante.  Ma io vorrei che un pensiero austero ci riempisse tutti:  il pensiero che il nostro fine prossimo ed urgente non deve essere già quello, generico, di vincere, ma l’altro, specifico, di resistere, e combattere.  Perché vi sono momenti nei quali vittoria o sconfitta diventa, dinanzi all’onore nazionale e alla dignità di uomini, cosa secondaria”[11].
Questo dunque il carattere “sacro” di quella guerra: portava a compimento il nostro Risorgimento, realizzando l’unità sino alle legittime frontiere naturali della nazione, forgiando (cosa anche più importante) quel carattere nazionale che finora era mancato.  Concezione religiosa  della guerra, in quanto educatrice di un popolo nel sacrificio di sé, che lo fa diventare adulto, mondandolo da storture ereditarie, redimendolo nella lotta per una nobile causa, coincidente con l’esigenza della sua stessa sopravvivenza.  Da non confondersi, ovviamente,  con la delirante esaltazione della guerra come “igiene del mondo” di un Marinetti o come esaltazione del militarismo brutale fondatore di imperi presso i nazionalisti del tipo di Enrico Corradini.  Le “ragioni morali” suesposte, nelle quali riviveva l’antico ideale del cittadino-soldato, non erano quelle (errate) di una guerra di conquista o dell’esaltazione della guerra quale momento necessario dell’attuarsi della “volontà di potenza” imperialistica o rivoluzionaria[12].

Questi ideali di rinnovamento e di riscatto, che erano poi quelli del Risorgimento, nella decadente Italia di oggi  appaiono del tutto utopici e vengono sviliti a “miti”, sorta di categoria antropologico-sociologica diventata un topos tra i più logori dell’attuale “politicamente corretto”, espressione della forma mentis di un’epoca che non crede in nulla, priva com’è di veri valori e ideali. “Miti” ai quali si guarda con freddo e critico distacco sociologico o cui si irride, quando addirittura non si inveisce.  Quest’atteggiamento negativo verso il passato, ai suoi valori, si riscontra oggi in tutta Europa.   Nel mondo anglosassone si è diffusa da tempo, anche per reazione alla retorica che fu, una saggistica e storiografia sulla I guerra mondiale sempre più dominata da uno spirito critico che tende ad andare oltre il lecito, a dissolversi cioè nei ben noti stereotipi umanitari, femministi, psicoanalitici, sociologici e via cantando.
Dire:  “mal comune mezzo gaudio” è comunque di poco conforto.  
Resta il fatto che si vuol occultare o comunque dimenticare il significato profondo, positivo, di quella guerra per noi.
Infatti, non si spende oggi una sola parola per ricordare che con quella guerra vittoriosa avevamo finalmente portato a compimento l’unità e quindi la liberazione e il riscatto dell’Italia da tre secoli e mezzo di dominio straniero, diretto e indiretto - dominio iniziatosi con la grande tragedia delle Guerre d’Italia, nella prima metà del Cinquecento, le ripetute invasioni straniere (con gli Asburgo e i francesi Valois in prima fila, in lotta tra loro) che distrussero la fragile, instabile libertà dell’Italia divisa in deboli Stati l’un l’altro nemici; sul fatto che, sottopostici ad una prova così ardua, noi, Stato giovane, senza tradizioni, economicamente e militarmente debole, disprezzato da tutti (malignamente ci ricordavano la sconfitta di Adua e l’aver fondato lo Stato nazionale “con le vittorie degli altri”, come dicevano) ---- noi, dunque, avevamo pur dimostrato notevoli capacità organizzative e tempra di combattenti e proprio dopo la grave sconfitta di Caporetto, grazie anche all’emergere di un sentimento collettivo del dovere e di Patria per l’innanzi rinvenibile solo nelle minoranze più consapevoli. Appariva definitivamente superato, sul piano morale, il “difetto d’origine” (come disse l’illustre storico Gioacchino Volpe) insito nella nostra pur indispensabile unificazione, l’ esser cioè avvenuta in modo troppo brusco e traumatico per il Meridione d’Italia. 
Chi avrebbe il coraggio di ricordare, nel mefitico clima odierno, queste parole di Gentile, che pur esprimevano il modo di sentire positivo della Nazione, subito dopo la vittoria?

“La nostra vittoria non è stata soltanto il compimento dell’unità e della realtà politica e territoriale italiana.  Essa ha fatto molto di più, rivendicando il nostro onore militare e levando a gloriosa altezza il concetto del nostro carattere nazionale; onde il popolo d’Italia è uscito finalmente dal limbo delle nazioni agitate dalla velleità impotente di esistere e affermarsi nella loro piena autonomia politica, ed entrato, si può dire, per la prima volta nella grande storia del mondo”[13].

2. La falsificazione del Ricordo

 Oggi, dopo settantadue anni di un regime politico-culturale nato dalla disfatta nella II Guerra Mondiale, dalla connessa guerra civile e dalle umilianti  e crudeli occupazioni straniere; il quale regime ha fatto della demolizione dell’idea stessa di Patria, bene comune e valori correlati, sia civili che religiosi, un imperativo categorico e un vero e proprio modo di vivere; o g g i ,  non si vuol più credere allo Stato né alla nazione e nemmeno al popolo, come valori esprimenti realtà spirituali, sociali, storiche, territoriali per le quali occorre anche combattere e morire.  Al loro posto si esalta l’individuo senza storia e senza patria, senza morale e senza religione del “villaggio globale”, un individuo a ben vedere del tutto astratto, storicamente inesistente, parto delle insane utopie di una democrazia in decomposizione;  individuo cui si vogliono assurdamente attribuire tutti i diritti e nessun dovere, a cominciare dal chimerico “diritto alla felicità” – felicità, ovviamente, materiale, da conseguirsi nel miglior modo possibile in questo mondo, alla svelta e ad libitum, possibilmente con il contributo dello Stato.   Come si poteva celebrare degnamente una guerra condotta, da tanti giovani che vi dovettero partecipare, all’insegna della “religione della Patria” e dei conseguenti ideali di riscatto morale, sacrificio, disciplina, dovere, onore, virtù militari?  Tutte cose perfettamente sconosciute oggi, nell’epoca della nefanda Rivoluzione Sessuale imposta dall’Unione Europea alle masse inevitabilmente plaudenti e gaudenti, un’epoca nella quale si è arrivati, auspice l’ONU, a voler corrompere la gioventù sin dall’infanzia, con l’insegnamento imposto per legge del libertinaggio e dell’omosessualismo sin dai primi anni di scuola! 
Bisognava concentrarsi solo sugli aspetti negativi di quella guerra, molti dei quali già ampiamente noti:  l’ottusità  di certi generali e ufficiali; la loro colpevole insensibilità per le sofferenze dei soldati, a cominciare da Luigi Cadorna, comandante supremo sino a Caporetto, il quale, pur non privo di qualità, mai tentò di comprendere il lato umano del combattente o di elaborare una tattica diversa dal sanguinoso attacco frontale alla baionetta, che si riteneva imposto dalla linea continua del lunghissimo fronte – in questo, per la verità, simile per mentalità alla gran maggioranza dei generali dell’epoca, di tutti gli eserciti; l’inaccettabile abbandono dei nostri soldati prigionieri, considerati assurdamente come dei traditori o dei vili; la durezza, a volte disumana, della vita nelle trincee, soprattutto nel primo anno di guerra; le numerose morti per malattia o in prigionia; le sofferenze dei civili; lo squallore delle retrovie; le deficienze, anche serie, della nostra organizzazione militare;  le episodiche ribellioni e le conseguenti  decimazioni e fucilazioni, che comunque, in totale, non sembrano esser state più di un migliaio; gli imboscati…  Come se questi fenomeni negativi ci fossero stati soltanto da noi; come se nel Regio Esercito non ci fossero stati anche eccellenti generali e ufficiali e, nell’ultimo anno di guerra, emendati diversi errori e magagne, finalmente ben nutrito, ben armato, meglio comandato, quell’esercito non si fosse trasformato in un più che valido strumento bellico, animato da forte spirito di corpo e volontà di vittoria; come se dopo la batosta di Caporetto, le cui cause furono soprattutto militari, tutto il Paese non fosse stato animato da una grande e compatta volontà di resistere all’invasione straniera, gravida di tutti i sinistri ricordi di un passato che non si voleva veder più ritornare.
Si scrivono oggi volumi sul dramma, sul dolore, sull’angoscia dei feriti, dei mutilati, degli invalidi della Grande Guerra, andando a spulciare negli archivi più riposti, al fine di presentarli come uno spettrale esercito di silenziose e silenziate vittime innocenti del “grande massacro”; in modo da rinfocolare la condanna apodittica della guerra, di ogni guerra e in particolare di quella  guerra, che ci ha definitivamente riscattato dalla servitù allo Straniero e consolidati – ma bisognerebbe dire rifondati – come Patria unitaria.  Ebbene, il quadro così ben documentato  che emerge da questi studi finisce tuttavia col darci  un’immagine distorta di quel momento storico.  I feriti e i mutilati ed invalidi furono sempre oggetto di grande e patriottico rispetto, durante la guerra e nel dopoguerra. In ogni caso, non passavano il tempo a piangersi addosso.  Subito dopo Caporetto, le loro associazioni si mobilitarono spontaneamente ed infaticabilmente in tutto il Paese per spronarlo alla riscossa morale, alla lotta contro l’invasione straniera, alla resurrezione.
Nelle giornate del tracollo sull’Alto Isonzo, Cadorna aveva dato ai soldati la colpa della disfatta, in un demenziale bollettino, subito conosciuto all’estero (cosa che ci rovinò la reputazione), prima che il governo italiano lo ritirasse dopo poche ore, sostituendolo con uno pur assurdamente critico dei soldati ma non in quei termini.  Cadorna:  “la mancata resistenza di reparti della 2a Armata, vilmente ritiratisi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte giulia.  Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria…”.   
L’accusa era falsa.  L’esercito era logoro e stanco, dissanguato da quel modo di combattere, con i continui assalti frontali (e sempre in salita), allo scoperto contro reticolati  irrorati dal tiro delle mitragliatrici, che decimavano senza pietà, oppresso da un’applicazione troppo spesso ottusa e insensibile del regolamento.  C’era anche la propaganda disfattista e nel marzo era cominciata la Rivoluzione Russa, guidata dai soldati in rivolta contro la guerra ormai persa contro gli Imperi Centrali. Tutti gli eserciti erano stanchi della carneficina: dopo l’ennesima inutile e sanguinosa offensiva frontale, nell’esercito francese erano scoppiati vasti ammutinamenti, puniti con un certo numero di incarcerazioni e fucilazioni.  E fu una crisi che praticamente ne annullò ogni possibilità d’impiego dall’estate all’autunno del 1917[14]. Ma i comandi francesi non commisero l’errore e la slealtà di scagliarsi pubblicamente contro i loro propri soldati, peraltro spesso vittime (come i nostri) degli errori dei comandi. Né avevano dato, i francesi, troppa pubblicità ai collassi e alle fughe delle loro truppe in seguito alla prima travolgente offensiva tedesca attraverso il Belgio, nell’agosto del 1914, risultanti nella perdita di circa 300.000 uomini tra morti, feriti, dispersi, prigionieri:  una batosta non dissimile da quella di Caporetto, ma su di un terreno molto più facile ad organizzarsi a difesa.  E difatti l’offensiva fu arrestata e respinta con la Prima Battaglia della Marna,  il 6-9 settembre 1914 [15].  

Per tutta la nazione lo shock di Caporetto fu terribile.  Ma ci fu una salutare reazione morale, che non fu solo di grandi intellettuali, come Croce e Gentile.  Fu anche collettiva, popolare.    
Scrisse Prezzolini:  “Occorreva che qualcuno sorgesse, con anima invitta, a fronteggiare gli eventi, a rincuorare i dubitanti, a sferzare i vili, a richiamare ciascuno al suo posto di combattimento e di dolore.  E sorsero coloro che avevano offerto alla guerra il più e il meglio delle loro forze, delle loro energie, della loro carne e del loro sangue, dei loro ideali e della loro virtù:  sorsero i mutilati, gli invalidi di guerra.  Bastò un laconico invito di convocazione pubblicato dai giornali cittadini per farli uscire dagli ospedali colle piaghe aperte, coi moncherini fasciati e accorrere a quell’assemblea di via San Paolo, 10, dove ognuno dichiarò di porre a disposizione della Patria, nell’ora del pericolo, nuovamente, quel che gli era rimasto e che poteva ancora utilmente esser sacrificato per la causa santa della redenzione italiana.  E nacque la Sezione Mutilati che accorse lassù tra l’esercito disperso e centuplicò ogni sua forza per riordinare le file dei combattenti e ridare ai cuori la fiducia sublime nella necessità dello strazio e nella certezza del successo; e nacque il Comitato di Azione che si gettò, come si disse, tra l’esercito e la Nazione, mirabile collegamento ideale, invocando per l’uno e per l’altra sereno compimento del più arduo dovere”[16].  
Questo si dovrebbe soprattutto ricordare dei mutilati ed invalidi di guerra di allora, se si volesse far opera intenta a cogliere il vero spirito dei tempi e non di ideologia, inondandoci con le categorie di una pseudoscienza tratta dal femminismo, dalla psicoanalisi, dal sociologismo e dallo psicologismo più vieti, e chi più ne ha più ne metta. I mutilati ed invalidi andavano a parlare anche nelle fabbriche, alle operaie e agli operai, in un ambiente ostile alla guerra, con parole semplici, spontanee, piene di fede nei destini della Patria; testimoni viventi del dovere di reagire tutti alla sventura, che tutti avrebbe travolto.  Incutevano rispetto, commuovevano, trascinavano[17].

 La falsificazione del significato si fonda anche sull’ignoranza.  Ignoranza dei fatti storici, essendo notoriamente la storia una delle discipline più bistrattate dall’odierna “cultura di massa”.  Et pour cause, dato che l’ edonismo dominante, nel suo radicale nichilismo, deve far piazza pulita anche della vera cultura e in primo luogo dell’esatta conoscenza della storia:  conoscenza troppo spesso scomoda, che ci impedisce di adagiarci in un presente senza tempo, come se fossimo figli di nessuno e capaci di vivere come tanti Robinson Crusoe[18].  È vero che nemmeno bisogna vivere costantemente rivolti al passato, magari per nutrire sentimenti di vendetta o ingiustificati complessi di inferiorità.  Ciò che non si può accettare è l’ignoranza di principio, per poi adagiarsi negli stereotipi del politicamente corretto, che ha fabbricato un’immagine del passato settaria, antiitaliana e antieuropea, anti tutto quello che rappresenta la nostra più autentica eredità spirituale. 

3.  Vittoria “mutilata”? No:  “Sconfitta travestita da vittoria”! grida la menzogna 

Un filosofo tedesco contemporaneo, il discusso prof. Peter Sloterdijk, noto per una sua Critica della ragion cinica (1983), alcuni anni fa, in un suo intervento polemico sulla “riconciliazione franco-tedesca”, ha sentenziato in modo del tutto estemporaneo che l’Italia era un caso classico di cattiva coscienza nei confronti del proprio passato perché aveva voluto tramutare una guerra persa in una falsa vittoria:  se ne arguisce che per noi la I g.m. sarebbe finita con la spettacolare sconfitta di Caporetto.  “Vincere o perdere una guerra e soprattutto saperlo riconoscere, diventa decisivo per l’evoluzione di un popolo.”  Ma gli italiani nel 1918 avrebbero “falsificato i risultati della guerra”. Infatti, “si è parlato all’epoca di vittoria mutilata, ma la prova dell’Italia è stata una sconfitta travestita da vittoria”.  A  causa di questa falsa coscienza, di questa menzogna, il nostro Paese “non ha potuto percorrere il travaglio della metànoia  [pentimento ed espiazione] e la menzogna è sfociata nella tragedia del fascismo”[19].  Vedi un po’:  avremmo dovuto perdere sul serio, per meritarci le lodi di intellettuali come il prof. Sloterdijk!  E, se avessimo perso, non sarebbe nato il fascismo,   Male assoluto!   Ma si rendono conto, certi intellettuali e professori, delle castronerie che dicono?

Il prof. Sloterdijk sembra riproporre lo stereotipo di una certa storiografia di sinistra a sfondo moralistico, particolarmente amata tra i “liberals” anglosassoni, secondo la quale la vittoria (o la creduta vittoria) nella prima guerra mondiale sarebbe stata la causa principale della nascita e dell’avvento del fascismo, che avrebbe saputo sfruttare abilmente il mito della “vittoria mutilata”.  Come sappiamo, gli ex-combattenti furono numerosi tra i seguaci di Mussolini della prima ora (ma ce ne furono anche tra gli antifascisti: pensiamo agli Arditi del Popolo o a personalità come Pacciardi e Lussu, tipici esponenti dell’interventismo democratico, antifascisti duri e intransigenti).  In ogni caso, lo stereotipo non regge.  Il fascismo ad un certo punto si impose non per quello che voleva essere all’origine (un movimento nazionalista tendenzialmente di sinistra sul piano sociale, che si proponeva di rinnovare l’Italia anche nella mentalità) ma per quello che riuscì ad essere nel moto di reazione nazionale al Biennio Rosso:  conquistando il dominio della piazza strappata alla sinistra, esso catalizzò la reazione di ampi strati della popolazione contro il tentativo social-comunista di trasformare con leggi distruttive della proprietà privata, scioperi rivoluzionari e la violenza di piazza l’Italia in una Repubblica sovietica – reazione più che legittima, che non aveva nulla a che fare con lo slogan della “vittoria mutilata”.   
Credo che il “mito della vittoria mutilata” evochi oggi, presso i più, l’idea di una menzogna dai contorni nebulosi che avrebbe costituito un cavallo di battaglia del fascismo trionfante.  Fu, invece, un’impressione che cominciò a diffondersi nella stampa e nell’opinione pubblica, anche presso l’interventismo democratico, di sinistra, di fronte all’atteggiamento dei tre altri vincitori nei nostri confronti, durante i negoziati di pace a Versailles, nel 1919.  Secondo gli accordi presi in segreto con Gran Bretagna, Francia e Russia zarista (Patto di Londra del 26 aprile 1915) noi, in caso di vittoria, avremmo dovuto avere tutto il territorio ex-austriaco in Italia, dal Trentino e dall’Alto Adige sino al Brennero (etnicamente tedesco ma geograficamente italiano, confine strategico naturale indispensabile) per finire a Trieste e all’Istria con Pola.  In più, fuori d’Italia, un terzo della Dalmazia con Zara (città a larga maggioranza italiana), qualche altro centro e diverse isole. Fiume, oggi Rijeka, porto appartenente alla Corona d’Ungheria come Corpus Separatum ma con netta maggioranza italiana, non rientrava negli accordi: sarebbe dovuta andare ad una Croazia regione semiautonoma nell’ambito dell’impero austroungarico (che nel Patto di Londra non si voleva distruggere ma ridimensionare).  Ma verso la fine della guerra, il 30 settembre 1918, ci fu un plebiscito locale che richiese l’annessione di Fiume all’Italia.  Al tavolo della pace, i nostri rappresentanti aggiunsero allora Fiume alla lista.  Woodrow Wilson, il presidente americano, che nel 1914 non aveva esitato ad esercitarsi nella “politica delle cannoniere” nei confronti del Messico, per tutelarvi gli interessi americani,  dichiarò che era finita l’epoca della diplomazia segreta: adesso dovevano prevalere i principi e metodi democratici resi noti l’8 gennaio 1918 nei suoi 14 Punti per la pace nel mondo.  Wilson accettò alla fine le nostre richieste su tutto l’arco alpino sino a Trieste e all’Istria ma si oppose decisamente sia all’acquisto di Fiume che della Dalmazia, anche per quella parte che Francesi e Inglesi si erano impegnati a riconoscerci, con il Patto di Londra.   
Gli inglesi e soprattutto i francesi, sfruttando l’opposizione di Wilson, che sosteneva sistematicamente le richieste jugoslave contro di noi, si rimangiarono quanto promessoci a Londra sulla Dalmazia, e ovviamente si opposero a Fiume italiana. Da qui nacque l’immagine piena di pathos, coniata da D’Annunzio, della vittoria “mutilata”:  gli Alleati ci negavano ingiustamente una parte pur sempre essenziale (si riteneva) di quanto pattuito.  Ci si replicava:  avevamo pur ottenuto, noi italiani, tutto l’arco alpino dal Brennero a Trieste, con in aggiunta l’Istria, più l’isola di Saseno e Valona in Albania, campo trincerato strategicamente essenziale, che avevamo occupato e tenuto per tutta la guerra.  Si diffondeva, in modo più o meno discreto, la menzogna secondo la quale il nostro contributo alla Vittoria era stato del tutto marginale e quasi nullo; che, dopo Caporetto, ci eravamo ripresi e avevamo vinto  s o l o  grazie all’aiuto franco-britannico; che la battaglia risolutiva di Vittorio Veneto era arrivata troppo tardi per decidere le sorti della guerra, sul decorso della quale non aveva comunque avuto alcun effetto (era la tesi del Maresciallo Foch).  Che volevamo, ancora?[20]
Ci eravamo dimenticati di tutti gli aiuti materiali e finanziari ricevuti, alla fine  soprattutto dagli americani? Inglesi e francesi recitavano la parte virtuosa di chi, spinto dalla necessità, turandosi il naso, aveva dovuto, col Patto di Londra, accettare le nostre “esose” richieste, per averci come alleati.  Si erano dimenticati, evidentemente, di quando, non appena dichiarata la nostra neutralità il 3 agosto del ’14, i loro uomini politici, appena dichiarata il 4 agosto la guerra alla Germania che il giorno prima aveva invaso il Belgio neutrale, si erano subito posti il problema di tirarci dalla loro parte.  Discutendo il Gabinetto di Sua Maestà il 5 agosto su come ampliare la guerra, il Primo Segretario alle Colonie, Sir Lewis Harcourt aveva detto: “Can we buy Italy? Possiamo comprarci l’Italia?”. Proposta: “Diciamo loro che, se vengono dalla nostra parte, possono avere il nostro aiuto sulla costa Adriatica contro l’Austria”[21].  Certo, le nostre richieste di territorio e basi sulla costa dalmata saranno parse e state anche eccessive, ma, entrando in una guerra di quel calibro, decisiva per il nostro futuro e che metteva in gioco la nostra stessa esistenza nazionale, cosa dovevamo chiedere?  Il minimo?  Non conveniva chiedere il massimo per ottenere poi (sicuramente) di meno, se si fosse vinto?  L’errore nostro, caso mai, fu quello, a Versailles, di incagliarsi sulla questione di Fiume (che non rientrava nel Patto di Londra) e di non cercare subito un accordo con il nuovo e turbolento Stato jugoslavo, con il quale, volenti o nolenti, bisognava fare i conti.
Era poi vero che la battaglia di Vittorio Veneto avremmo dovuto iniziarla almeno un mese prima, quando il fronte balcanico degli Imperi Centrali aveva cominciato a cedere.  Prima, per non trovarci con gli Austriaci ancora sul Piave alla fine della guerra e per non trovarci  in posizione di grave inferiorità al tavolo della pace. Ma la “mutilazione”, se vogliamo, ci fu, non si trattò di un mito, nel senso di fatto inventato, anche se a questo fatto, rientrante nel gioco dei rapporti di potenza, si reagì in modo esorbitante. Di esso si appropriò il nazionalismo visionario e imaginifico del Vate, il quale contribuì con l’impresa fiumana ad instaurare il clima rivoluzionario di quell’incandescente Primo Dopoguerra. Fiume, eretta alla fine a Versailles come Stato libero, l’ottenemmo successivamente, nel 1924, dopo le note vicende; della parte di Dalmazia promessa a Londra avemmo solo Zara, l’isola di Làgosta e l’arcipelago di Pelagosa, ma solo grazie ad un successivo accordo di Nitti, presidente del consiglio, con gli jugoslavi, cui furono fatte diverse concessioni (Trattato di Rapallo del 12 novembre 1920 con il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni)[22].     
L’indignazione che investì la stragrande maggioranza dell’opinione pubblica italiana del tempo, convinta che il nostro contributo alla vittoria non fosse stato adeguatamente riconosciuto dagli Alleati, va compresa nel suo contesto storico.  Era giusto che gli jugoslavi avessero il loro Stato e saggezza avrebbe voluto che si cercasse di stabilire con loro rapporti di buon vicinato sin dall’inizio, come già preconizzava ai suoi tempi Mazzini.  Ma la cosa non era affatto facile, poiché il loro nazionalismo, come si è visto, era anche più aggressivo del nostro[23]
E non era  vero che sloveni e croati sin  al giorno prima avevano combattuto dall’altra parte e che noi avevamo pur dato un contributo notevolissimo alla vittoria,  sicuramente più importante di quello dei pur tenaci serbi, con le nostre centinaia di migliaia di caduti  e soprattutto con l’aver tenuto per tre anni e mezzo e con grandi sacrifici un fronte che, alla fine, aveva logorato in maniera irreparabile l’Austria-Ungheria?  Non avevamo, allora, maggior diritto dei nemici di ieri a veder riconosciute le nostre pretese? Tanto più che in Istria e Dalmazia, concentrate nelle città, c’erano per l’appunto da secoli consistenti, laboriose minoranze italiane contro le quali il governo asburgico aveva sempre favorito l’avanzata degli slavi (fatte poi fuggire in massa, queste minoranze, con gli “infoibamenti” e le  intimidazioni dal sanguinario capo comunista, il Maresciallo Tito, il croato Josip Broz, negli anni del secondo dopoguerra).  E le numerose truppe slavomeridionali (jugo-slave) della Duplice Monarchia non erano certo state tra le più tenere nei confronti dei civili rimasti, durante la durissima occupazione austroungarica del Friuli e del Veneto, dopo Caporetto, durata un anno.  
Simili pensieri e sentimenti agitavano allora le folle in Italia.  C’erano poi le ragioni strategiche.  Avere basi in Dalmazia e in Albania serviva a proteggere efficacemente la nostra costa adriatica, lunga, piatta, indifendibile per quasi settecento km, da Ancona al tacco dello stivale.   Ma tant’è: né le grandi potenze né tantomeno gli slavi  volevano un’Italia forte, che dominasse l’Adriatico, utilizzando tale dominio non solo per la propria sicurezza (come al tempo della Repubblica di Venezia) ma anche per promuovere la sua influenza nei Balcani, a danno di quella francese e inglese.  Sembrava poi eccessivo pretendere anche Fiume, dopo che eravamo entrati in possesso di Trieste e Pola. Noi eravamo ovviamente la potenza più debole tra i Quattro Grandi (che erano poi cinque col Giappone, che si incamerò zitto zitto diverse colonie tedesche del Pacifico e vide di fatto tollerata la sua aspirazione ad espandersi in Cina, in futuro fonte di grandi guai).  Bisognava esser realisti e comunque non eccedere.  I Grandi volevano bilanciare la nostra neoacquisita forza con uno Stato unitario degli slavi meridionali.  In particolare la Francia aveva ampi piani per i Balcani, mirando a sostituirsi  all’Austria-Ungheria e alla Russia come potenza egemone nel settore. L’aver insistito su Fiume alla Conferenza della Pace a Parigi ci isolò e fu un errore:  avevano ragione quelli che ritenevano doversi puntare subito sulla formula dello Stato libero, che poi si affermò poiché era evidente che gli italiani di Fiume (e non solo) in ogni caso non volevano esser governati dagli slavi, animati com’erano quest’ultimi nei loro confronti da un’ostilità tale, da negare l’esistenza stessa di una minoranza italiana.

 Se il “mito della vittoria mutilata”, oltre ad un certo fondamento nei fatti, si spiega anche come reazione all’atteggiamento ostile (e anche sprezzante) degli Alleati, e in particolare di Wilson, nei nostri confronti, come se noi non avessimo dato un valido contributo alla vittoria comune, che spiegazione possiamo trovare  alla vera e propria falsa rappresentazione della nostra guerra, che oggi, dopo un secolo, sembra assurdamente diffondersi; rappresentazione che ho chiamato della “vittoria negata”?  La nostra vittoria non ci sarebbe mai stata!  I nostri alleati di allora, nel clima infuocato e interessato del 1919 e 1920, insinuavano, con evidente malafede, che il nostro contributo alla Vittoria era stato minimo e quasi nullo, ma non arrivavano al punto di dire che avevamo addirittura perso la guerra a Caporetto: evidente falsità, che oggi invece sembra aver trovato cittadinanza anche tra gli italiani!  
Secondo questa truffaldina vulgata, l’armistizio (4 novembre 1918) ci avrebbe trovati sul Piave e sul Grappa, ancora a leccarci le ferite di Caporetto ben nascosti dietro le divisioni francesi e britanniche inviate a soccorrerci, che avrebbero esse sole travolto l’ormai logoro nemico, che comunque ci aveva già sconfitto definitivamente a Caporetto! Abbiamo visto che il citato prof. Sloterdijk ha parlato come persona che ignora completamente i fatti della nostra guerra. Ma non è stato il solo, visto che anche a livello di istruzione superiore, c’è chi ritiene oggi, in Italia, che la Grande Guerra noi l’abbiamo persa a Caporetto!  Lì sarebbe malamente finita per noi la brutta avventura, incautamente intrapresa!

 “Aneddoto di poche settimane fa.  Un dottorando di laurea magistrale (quinto anno di scienze politiche) menzionò in sede di esame la sconfitta dell’Italia nella I g.m. ‘Lei si riferisce alla vittoria mutilata’?, gli chiese il professore che lo interrogava.  ‘Ma no, a Caporetto, che ci ha messo fuori combattimento!’, rispose lo studente, il quale ignorava che Caporetto fu una grave sconfitta, ma non l’unica né la più grave subíta dagli eserciti alleati nella Grande Guerra e che non determinò lo sbandamento e l’uscita dal conflitto dell’Italia”[24].

4. La calunnia degli italiani che “si nascondevano” dietro inglesi e francesi, portati da loro per mano a vincere i già vinti!   

Ma anche storici rispettati non hanno esitato ad avallare le interpretazioni più false.  Un noto storico inglese, Alan J. P. Taylor, in un suo libro, La monarchia asburgica, scritto nel 1948 e ristampato da Mondadori negli Oscar, 1985, ha avuto il coraggio di affermare:  “Il 3 novembre l’alto comando austro-ungarico, negoziando in nome di un impero che non esisteva più, si arrese agli italiani.  Dopo la firma dell’armistizio, ma prima della sua entrata in vigore, gli italiani sbucarono da dietro le truppe inglesi e francesi, dove s’erano tentuti nascosti, e nella grande “vittoria”di Vittorio Veneto – raro trionfo delle armi italiane – catturarono centinaia di migliaia di soldati austro-ungarici disarmati e che non opponevano nessuna resistenza. Il grosso dell’esercito austro-ungarico si sfasciò completamente e ognuno cercò come meglio poteva, in mezzo alla confusione e al caos, di trovare la via del ritorno nella propria patria nazionale”[25].   Questo Autore mostra anche di non conoscere i fatti poiché situa la (per lui finta) battaglia di Vittorio Veneto dopo la firma dell’Armistizio, apposta il pomeriggio del 3 novembre, quando invece l’Armistizio (la resa incondizionata dell’Austria-Ungheria) fu la conseguenza inevitabile di quella battaglia, iniziatasi dieci giorni prima e giunta al suo esito fatale dopo cinque giorni effettivi (il 28 ottobre, inizio dello sfondamento).  Né mostra di conoscere come andarono effettivamente le cose, a proposito della corretta entrata in vigore dell’Armistizio.
Si tratta di affermazioni addirittura ignobili, quelle del Taylor, tanto sono false, e dettate da evidente malanimo.
Gli italiani iniziarono la battaglia di Vittorio Veneto il 24 ottobre, con violenti combattimenti sul Grappa, durati cinque giorni, dove, in cambio di pochi guadagni territoriali , ebbero gravi perdite e non passarono, anche se provocarono lo spostamento di parte delle riserve austriache verso il Grappa, assottigliando così lo schieramento in pianura;  sul Piave il 26 a causa della pioggia e della piena, che portò subito via tutti i  ponti che alimentavano le tre teste di ponte costituite, tranne quelli nel settore inglese, alle Grave di Papadopoli, dove il fiume era piuttosto largo (circa 3 km) e meno violenta la piena, con grandi isolotti ghiaiosi nel mezzo. Allora il generale Caviglia, comandante della poderosa 8a armata, attuò il giorno 28 ottobre una variante operativa già prevista dal piano d’attacco, facendo passare sui ponti del settore inglese, unici al momento intatti, due divisioni italiane (cioè un “corpo d’armata”) che poi, dispiegatesi sulla loro sinistra, ricacciata indietro una divisione ungherese che le separava dalla testa di ponte centrale, congiuntesi con quest’ultima, sfondarono al centro la seconda linea austriaca, agendo sempre in sinergia con la 10a armata, che era appunto quella mista, anglo-italiana, come previsto dal piano d’attacco.  Lo sfondamento riuscì  perché i generali austroungarici si erano accorti tardi della mossa di Caviglia, che materializzava l’attacco principale, previsto appunto al centro, ma anche perché non riuscirono ad organizzare l’indispensabile contrattacco a causa del dissolvimento ormai in atto nelle loro formazioni di riserva,  sia per gli ammutinamenti che  per lo sfinimento delle truppe; caos che cominciò ad estendersi alla linea del fronte, ormai rotta e sottoposta ad aggiramento. 
“La armate sostengono già da cinque giorni accaniti combattimenti e non sembra che lo sforzo offensivo del nemico stia per esaurirsi.  La capacità di resistenza delle nostre truppe è ormai seriamente compromessa...”:  lo affermava il 28 ottobre un drammatico messaggio del Gruppo di Armate Boroević al Comando supremo austriaco[26].
Scrive la Relazione Ufficiale Austriaca:
“E il 28 mattina i reparti avanzati del XVIII corpo [le due divisioni italiane di Caviglia] passano sull’altra riva [usando i ponti del settore inglese].  La 34a divisione di fanteria [a.u.] arriva a Farra, ma il contrattacco che avrebbe dovuto svolgere verso mezzogiorno su Sernaglia il generale Luxardo (34a divisione di fanteria, resti della 11a di cavalleria Honvéd [ungherese], 12a Schützen [fucilieri] a cavallo, 128° fanteria) non può essere neppure iniziato.  Tre battaglioni della 34a divisione [tre su dodici, se era a ranghi completi] si sono ammutinati durante la marcia e le altre truppe sono ridotte in condizioni tali, che si pensa di poterle impiegare soltanto per difendere le posizioni di Farra di Soligo.  Nel pomeriggio, dopo prolungati interventi dell’artiglieria, il XXVII e il XXII corpo d’armata italiano attaccano l’ala est del II corpo [a.u.].   I reparti si muovono da Mosnigo e Sernaglia con una certa esitazione per saggiare la capacità reattiva delle forze contrapposte.  Alle 15 la 25a divisione di fanteria [a.u.] schierata fra Colbertaldo e Farra di Soligo, riceve la notizia che il nemico è penetrato in profondità nel settore della contigua 31a divisione occupando Valdobbiadene.  Le punte avversarie si stanno già avvicinando al tergo della grande unità nella zona di S. Pietro e le truppe del XXVII  e XXII corpo italiano, avanzando a raggera in tutta la conca di Soligo, sono quasi arrivate sul dosso montano a nord di Farra”[27].
Dallo scarno ma preciso resoconto, si vede delinarsi lo sfondamento, ad opera delle divisioni italiane, nel quinto giorno della battaglia.  La Relazione prosegue narrando l’ulteriore avanzata coordinata, in quello stesso giorno, di italiani e anglo-italiani, affermando ad un certo punto:  “Ormai, dopo la comparsa del XVIII corpo italiano a sud del XXIV [a.u.] e il ripiegamento delle forze del generale Berndt oltre il torrente Monticano [incalzato dall’armata mista di Lord Cavan], la situazione dell’ala sinistra della 6a armata [a.u.] è diventua insostenibile…”[28]

 Prezzolini, che a volte eccedeva nella polemica, fu tra coloro che sostennero non esserci mai stata una vera  battaglia di Vittorio Veneto, essendosi più che altro trattato di un’avanzata alle calcagna di un nemico che si ritirava già di per sé, dissolvendosi.  Che significato dobbiamo dare, allora, al drammatico messaggio appena citato fatto inviare dal Feldmaresciallo Boroević al Comando Supremo austriaco?  Che il Feldmaresciallo si stava inventando una accanita battaglia che in realtà non c’era mai stata?   Prezzolini se la prendeva giustamente con l’esaltazione nazionalista che, subito dopo la guerra, sragionava di Vittorio Veneto come di una grande battaglia di annientamento tutta italiana contro un nemico ancora fortissimo, battaglia che avrebbe deciso da sola le sorti dell’intera guerra.  Il nemico era sì logoro e male in arnese, ma ancora rispettabile, soprattutto quando combatteva contro di noi, in particolare nei suoi numerosi reparti slavo-meridionali, che stavano a quel punto combattendo una guerra nella guerra, mirando cioè ad ottenere contro di noi confini il più possibile vantaggiosi per gli Stati sloveno e croato, che già stavano nascendo dalla ormai inarrestabile dissoluzione dell’impero.  Anche cèchi e slovacchi si stavano separando dall’impero, unitamente agli ungheresi, la cui patria, dopo il crollo della Bulgaria il 29 settembre, era aperta all’invasione dell’Armata d’Oriente: si ammutinavano perché volevano tornare a difenderla.  Divisioni ungheresi, da sempre tra le migliori truppe dell’Imperial Regio, combatterono comunque sul Grappa sino all’ultimo[29].
 Ma la battaglia ci fu, non si trattò di una semplice passeggiata militare.  Negarla, sarebbe anche mancare di rispetto all’esercito della Duplice Monarchia,  che si batté valorosamente sino all’ultimo. La guerra era già decisa, ormai gli Imperi Centrali avevano perso, per progressivo logoramento e cedimento interno.  I loro capi stavano cercando di riportare in ordine i loro rispettivi eserciti entro i confini nazionali, su una linea di difesa che andava grosso modo dal Reno ai confini nazionali austriaci verso Sud, in sostanza alle Alpi, per poter così negoziare  un decente armistizio, sulla base dei 14 punti di Wilson.  Tuttavia, il collasso dell’esercito asburgico in Italia, aprendo di colpo all’Intesa la via dell’invasione della Germania da Sud, contro la quale i tedeschi non avevano più truppe da schierare, costrinse la Germania ad accettare rapidamente l’armistizio, cioè la resa incondizionata,  firmata l’11 novembre 1917, solo sette giorni dopo quella austriaca.   In questo senso, la battaglia di Vittorio Veneto accelerò la fine della guerra:  così almeno scrisse il famoso generale tedesco Erich Ludendorff in una lettera del 7 novembre 1919, che non viene in genere mai citata, forse per non dare soddisfazione agli italiani, dato che si vuol lasciar scorrettamente intendere ancor oggi che il contributo del nostro fronte alla vittoria alleata è stato nullo o quasi[30].
“[Nel giugno del 1918] l’Austria-Ungheria aveva riportato una sconfitta che poteva essere decisiva [vedendo fallire la sua ultima, grande offensiva su tutto il fronte italiano]…se l’Austria, come avevamo ragione di temere, cadeva, la guerra era perduta.  Per la prima volta avemmo la sensazione della nostra sconfitta…Nell’ottobre del 1918 ancora una volta sulla fronte italiana rintronò il colpo mortale.  A Vittorio Veneto l’Austria non aveva perduto una battaglia, ma aveva perduto la guerra e se stessa, trascinando la Germania nella propria rovina.  Senza la battaglia distruttrice di Vittorio Veneto  noi avremmo potuto, in unione d’armi con la Monarchia austro-ungarica, continuare la resistenza disperata per tutto l’inverno, avere in tal modo il tempo e la possibilità di conseguire una pace meno dura, perché gli Alleati erano molto stanchi”[31].
L’episodio dei ponti  alle Grave di Papadopoli, provocato dalla piena che aveva distrutto tutti gli altri ponti, viene utilizzato da storici ed intellettuali prevenuti per diffamare la nostra partecipazione alla battaglia.  Poiché i ponti erano quelli del settore britannico, si cerca di accreditare l’immagine del tutto falsa degli italiani che sbucano vilmente da dietro le prime linee tenute dalle divisioni di Sua Maestà e avanzano unicamente grazie ai loro apprestamenti, alle loro capacità, per catturare nemici che avevano già deposto le armi, sconfitti nel frattempo dai britannici, è ovvio. 
La menzognera rappresentazione del citato Taylor riappare in un libro dello storico americano Ronald W. Hanks, dedicato all’esercito austro-ungarico:  “Era chiaro che Diaz intendeva basarsi sulle divisioni inglesi della sua 10a armata per portare l’attacco al di là del fiume poiché gli italiani, su tutti e due i fianchi della 10a  armata, avrebbero attraversato più tardi degli inglesi [?].  Gli italiani avrebbero lasciato agli inglesi il compito più difficile e pericoloso dell’attraversamento del fiume.  È interessante il fatto che una volta completato lo sfondamento, gli italiani si aspettavano che gli inglesi si facessero da parte e fungessero da loro guardaspalle [sic], potendo così vittoriosamente cacciare gli austriaci sconfitti [!]”[32].
Sono affermazioni a dir poco singolari.  Questo Autore sembra ignorare, non solo i tanti ponti gettati simultaneamente dal nostro genio (compresi quelli nel settore inglese) e distrutti dal fiume in piena e dall’artiglieria nemica, ma anche il fatto che l’occupazione delle Grave di Papadopoli, che divaricavano il fiume ed erano in mano austriaca, avvenuta qualche giorno in anticipo sull’inizio effettivo dell’attacco, fu un’idea felice di un generale inglese, che voleva stabilire una testa di ponte in mezzo al fiume, in quel punto piuttosto largo, dalla quale muovere poi più agevolmente alla sponda opposta. L’idea fu naturalmente approvata da Diaz, dal momento che collimava perfettamente con il  piano di operazioni, ovviamente concordato con i comandanti inglesi e francesi.  L’occupazione fu fatta al tramonto del 23 ottobre: il primo reparto britannico ad esser trasportato, da “vogatori costituiti da gondolieri veneziani”, fu un battaglione dei Gordon Highlanders[33].
Ma Mr. Hanks  come l’ha letta la Relazione Ufficiale Austriaca, che pur cita nella sua bibliografia?  Essa espone in modo chiaro e semplice il piano d’attacco italiano, concordato con gli alleati.  “Come risulta dagli ordini diramati il 18 e il 21 ottobre, il gruppo di armate del Brenta [4a  e 12a, quest’ultima italo-francese] aveva il compito di attaccare il nemico sul massiccio del Grappa per incunearsi fra le posizioni nemiche del Tirolo e dell’alta pianura. Lo sforzo principale sarebbe stato invece svolto dalla 8a armata nella zona del Montello e dalla 10a [anglo-italiana] oltre il corso mediano del Piave.  Con la penetrazione della 8a armata verso Vittorio [Veneto] si voleva separare la 6a armata a.u. da quella dell’Isonzo [Isonzoarmee, tra le Grave di Papadopoli e la foce]  e interrompere le vie di comunicazione della prima per impedire l’afflusso di viveri e munizioni.  La 10a armata doveva proteggere la progressione della 8a su Vittorio e attirare su di sé le riserve avversarie dislocate lungo la Livenza [fiume parallelo al Piave]. Raggiunta Vittorio, Diaz pensava di continuare l’attacco con la 12a armata su Feltre, per cadere a tergo delle forze nemiche ancora schierate sul Grappa…[…]  Su suggerimento di Lord Cavan, fu deciso di compiere il 23 sera un’azione preventiva lungo il medio corso del Piave per impadronirsi dell’isola di Papadopoli e facilitare il successivo superamento dell’ostacolo fluviale”.  L’attacco doveva iniziare il 24 a partire dal Grappa mentre “la 12a armata, l’8a e la 10a dovevano forzare il Piave la sera dello stesso giorno”[34].
E così fu.  Le tre armate costituirono le loro brave teste di ponte, gli inglesi muovendo dalle Grave di Papadopoli.  Ma la piena, che si esaurì solo il 29 successivo, isolò le altre due, che restarono quindi prive di rifornimenti e soldati. Pertanto, nei primi due giorni della battaglia, ad avanzare maggiormente (però senza sfondare) fu l’armata di Lord Cavan, finché Caviglia non ebbe l’idea di far transitare le sue due divisioni nel settore del comandante inglese (che poi era un irlandese del Nord) per far riprendere alla sua armata l’iniziativa, secondo i piani.
Questi i fatti.  Certo, se uno è prevenuto, può inventarsi che il piano italiano dava agli inglesi il compito dello sfondamento principale e su ciò innestare la calunnia degli italiani che “sbucano alle spalle degli inglesi” per andare a far prigioniero un esercito che questi ultimi avevano già sconfitto [sic].

 Già all’epoca, certa pubblicistica alleata sfruttò contro di noi il fatto che Diaz aveva conferito a generali francesi e inglesi il comando di divisioni italiane.  La 12a armata era agli ordini del generale francese Jean-César Graziani e composta di ben tre divisioni italiane, di una francese e di due reggimenti francesi;  la 10a armata, agli ordini del generale Lord Cavan, aveva due divisioni e un reggimento britannico e due divisioni e un reggimento d’assalto italiani.  La citata 8a armata, formidabile unità che svolse un ruolo essenziale nella battaglia, contava ben 16 divisioni tutte italiane e vari corpi minori.  Ma c’erano anche divisioni alleate sotto comando italiano: accanto a sei divisioni italiane con i relativi corpi minori, c’erano una divisione britannica e una francese nella 6a armata, comandata dal generale Luca Montuori, schierata sull’Altopiano dei Sette Comuni.
Riferendo le azioni vittoriose sotto il comando dei due generali stranieri, la stampa tendeva all’estero e in particolare in Francia, a rappresentarle come successi di francesi ed  inglesi solamente:  i Francesi avrebbero da soli liberato Feltre, quando invece gli alpini (appartenenti alla  4a armata, del generale Giardino) vi erano già entrati due giorni prima[35]; sul Piave le divisioni inglesi di Lord Cavan avrebbero fatto tutto, e gli italiani si sarebbero limitati a sfruttarne il successo.   La musica non sembra in sostanza cambiata con gli storici attuali:  nel raccontare sinteticamente la battaglia di Vittorio Veneto, il citato autore britannico Marc Thompson e l’americano prof. John R. Schindler la rappresentano esclusivamente dal punto di vista dell’azione delle truppe britanniche, come se quella degli italiani ne fosse stata un’appendice o un agire da comparse.  Il non si sa perché tanto incensato Schindler scrive addirittura che in generale “le unità italiane avevano dimostrato ovunque indolenza, a volte persino inettitudine”.  Forse si tratta della traduzione, che non appare in effetti eccelsa, ma queste valutazioni negative non trovano giustificazione alcuna nell’andamento della battaglia[36].

5.  Un altro esempio di come si occulta il contributo italiano alla lotta comune

Abbiamo visto due casi di deformazione patente dei fatti della nostra guerra, strumentali  alla denigrazione del nostro apporto alla Vittoria.  Vediamo ora l’uso invalso di nascondere  sic et simpliciter il nostro contributo, come non ci fosse stato, attribuendo tutto il merito ai nostri alleati.
 In un lavoro peraltro serio e documentato, che approfondisce diversi importanti aspetti (soprattutto politici ed economici) della Grande Guerra, si legge un inciso di questo tipo, evidente riflesso di un topos accettato senza verifiche: durante la battaglia del Solstizio, “l’attacco di Conrad nei settori di Asiago e del Grappa fu arrestato da francesi ed inglesi e ributtato da un attacco alleato”[37].  Attacco alleato:  credo l’aggettivo voglia indicare che al contrattacco parteciparono anche gli italiani.  Un modo di passare sotto silenzio il nostro contributo, tuttora ampiamente diffuso anche in relazione agli eventi della II guerra mondiale. Per esempio, quando si menziona la campagna in NordAfrica, si parla quasi sempre dei soli tedeschi; quando si dovrebbero menzionare anche gli italiani, magari in qualche riuscita azione, si dice in genere “forze dell’Asse”.
La ricostruzione del prof. Stevenson, presentata come ovvia, che cita una storia inglese del 1998 sulla Grande Guerra, lascia sbalorditi:  da essa sembra che siano stati francesi ed inglesi da soli ad arrestare il nemico, sugli Altipiani e sul Grappa, ributtato poi da un attacco “alleato”. 
La grande battaglia detta del Montello o del Solstizio o seconda del Piave si svolse dal 15 giugno al 5 luglio 1918: l’imperial-regio esercito attaccò in modo massiccio, su tutta la linea dagli Altopiani al Grappa al Piave.   Sul Grappa e sul Piave si svolsero le azioni principali.  Gli austroungarici riuscirono ad occupare parte del Grappa e metà del Montello, un gruppo di colline subito al di là del Piave. Stabilirono due teste di ponte, una delle quali assai pericolosa, larga 8 km e profonda 5.  Ma la tenace resistenza italiana li contenne validamente, costringendoli a retrocedere sul Grappa e a ripassare il fiume, il che avvenne ordinatamente e di notte, con grande abilità.  La controffensiva italiana riconquistò completamente il tratto di qua del fiume, verso la foce, che il nemico si era preso durante la “battaglia d’arresto”dell’autunno-inverno precedente, dopo Caporetto.  Il fallimento di quest’offensiva rappresentò una sconfitta decisiva per l’Austria-Ungheria: fu allora che perse la guerra perché da quel momento il suo esercito non ebbe più capacità offensiva mentre la crisi interna si dilatava sempre più.  La battaglia di Vittorio Veneto gli diede “il colpo di grazia”, come disse il generale Caviglia.    

Vediamo cosa dice la Relazione Ufficiale Austriaca sullo svolgimento di quella battaglia nel settore di Asiago, fonte sicuramente non sospetta di partigianeria per l’Italia,  alla quale va comunque riconosciuto un lodevole spirito di imparzialità. 
Sull’Altopiano dei Sette Comuni (settore di Asiago) c’erano  al tempo due divisioni inglesi in prima linea e una di riserva, con due divisioni francesi sulla loro destra.  Erano inquadrate nella 6a armata italiana summenzionata, composta da sei divisioni italiane.  Queste forti unità francesi e inglesi si trovavano in quel settore perché il maresciallo francese Foch, nominato coordinatore della strategia dell’Intesa, in difficoltà per le poderose offensive tedesche in Francia,  dopo ripetute insistenze aveva ottenuto l’assenso di Diaz a lanciare un’offensiva sugli Altipiani per il 18 giugno 1918.  Ma le informazioni sull’imminente attacco austriaco indussero Diaz a far mettere tutto il settore sulla difensiva, evitando così l’errore di Caporetto e l’anno prima della Battaglia degli Altipiani (la c.d. Strafexpedition del 1916, che riuscimmo sia pur a fatica a contenere),  quando le prime linee troppo affollate perché predisposte ancora per l’offensiva erano state colte di sorpresa e travolte.  Queste divisioni franco-britanniche prima contennero poi respinsero agevolmente l’attacco austriaco nei loro settori, il 15 giugno. I francesi, ci informa sempre la Relazione, accorsero anche ad un certo punto in aiuto degli italiani, schierati alla loro destra, con tre battaglioni.  Anche gli italiani, duramente impegnati, consentirono al nemico progressi modesti, contenendolo a dovere sulle linee di difesa più arretrate e più forti (avevamo finalmente imparato ad attuare una difesa elastica).  L’attacco austriaco fallì (per la terza volta) il suo obiettivo strategico in quel settore, difficile e boscoso, una vera fissazione del Feldmaresciallo Conrad:  la rottura del fronte italiano sugli Altopiani e l’irruzione in pianura, alle spalle dello schieramento principale italiano. Decisivo, in più occasioni, fu il concentramento di fuoco della numerosa artiglieria italiana, che inflisse gravi perdite agli attaccanti, scompaginandone più volte i reparti[38].    
Sul Grappa, non c’erano né francesi né inglesi ma solo la 4a armata del generale Giardino, con 8 divisioni italiane, che resistette, sia pure a fatica, sostenendo feroci combattimenti ravvicinati con le truppe d’assalto nemiche,  ungheresi, bosniaci e carinziani valorosi e molto determinati[39].  L’imperial-regio stava per sfondare la nostra linea sui monti ma cime vitali come il Col Moschin ed altre furono subito riconquistate dagli Arditi, le nostre truppe d’assalto[40]. La battaglia più grossa fu combattuta in pianura e l’unico contributo straniero fu quello della divisione cecoslovacca, costituita con ex-prigionieri di guerra austroungarici (15.000 uomini).  Circa il contrattacco che franco-inglesi e italiani svilupparono successivamente nel settore di Asiago, la Relazione scrive che il 16 giugno, contenuto e respinto l’attacco austriaco del giorno prima, gli inglesi si limitarono a rastrellare la loro zona (si combatteva tra boschi e radure) e a rioccupare la loro prima linea. Idem per i francesi. Cominciavano, invece, intensi contrattacchi italiani, all’inizio privi di successo[41].  I nostri contrattacchi raggiunsero buoni risultati nella zona di Asiago dal 24 giugno al 15 luglio, quando riconquistammo i cosiddetti “Tre Monti”  con il XIII corpo d’armata della 6a armata.
“Gli inglesi e i francesi, che dal 16 giugno erano stati tranquillamente testimoni degli avvenimenti nel settore del XIII corpo d’armata italiano ed avevano agito negli ultimi giorni soltanto col poderoso fuoco delle loro artiglierie, svolsero dal 27 giugno alcune piccole puntate che diedero origine a isolati combattimenti nella “terra di nessuno”. Il corpo d’armata francese, avendo ritirato dal fronte la 23a divisione di fanteria, continuò ad appoggiare le azioni nel settore più a est con le sue batterie di grosso calibro”[42].  Ai ripetuti attacchi del XIII corpo d’armata italiano, il contributo alleato fu quello di due compagnie di cèchi ex prigionieri di guerra e del fuoco di batterie francesi in aggiunta a quello delle nostre[43].
“Con la riconquista delle linee occupate prima del 15 giugno, il XIII corpo d’armata italiano aveva raggiunto il suo scopo.  Nei giorni seguenti soltanto il corpo d’armata inglese si dimostrò piuttosto attivo e svolse diverse puntate con reparti d’assalto nella zona di Canove.  Ma il 17°, 27° e 74° fanteria [austroungarici] seppero resistere e catturarono anche alcuni prigionieri della 7a divisione inglese”[44].   
Questi, dunque, i fatti.  Essi dimostrano quanto sia inattendibile e distorta la vulgata sinteticamente ripetuta nell’occasione dal prof. Stevenson.   




6.  la Grande Guerra l’abbiamo vinta e con pieno merito, scusateci se ci siamo permessi

La nostra guerra finì dunque ignominiosamente con la “disfatta di Caporetto”, provocata da uno “sciopero militare”, come volle dire Leonida Bissolati, deputato socialista ma patriota, e da quei giorni infausti il Regio Esercito cessò di esistere come forza combattente degna di questo nome?  I nostri alleati franco-britannici avrebbero fatto tutto, a loro soli il merito della difesa del Piave e sul Grappa, sugli Altipiani?  Per tacere della vittoria finale a Vittorio Veneto?
Chiunque conosca anche sommariamente i fatti non può che denunciare la falsità di tutti questi stereotipi, come credo di aver dimostrato.   A Caporetto, di cui quest’anno ricorre il centenario, non ci fu nessuno “sciopero militare”.
Furono la totale sorpresa e la nuova, intelligente tattica del nemico, unitamente a fattori eccezionali quali la particolare conformazione del fronte, la nebbia bassa, che favorì  l’attaccante, e lo sconvolgimento totale dei nostri collegamenti provocato ad arte dal suo breve ma intensissimo e preciso bombardamento iniziale, che impiegò anche i gas; cosa che lasciò al buio i comandi italiani per almeno un giorno intero, facendoli precipitare nel caos e favorendo le voci più allarmanti sulla tenuta delle truppe.  In luogo dei consueti assalti frontali a ondate, il nemico si affidò all’infiltrazione e all’aggiramento con l’impiego di gruppi d’assalto molto mobili e potentemente armati con mitragliatrici leggere di nuova concezione e mortai.  Travolta d’un balzo la debole anche se affollata prima linea, queste truppe colsero di sorpresa anche la seconda, che se le trovò subito addosso, infiltrantesi da tutti i lati e spesso da tergo.  La nuova tattica era stata sperimentata dai tedeschi nella battaglia per la conquista di Riga (1-3 settembre 1917) e prima di loro, in modo meno perfezionato ma ugualmente fruttuoso, dal generale russo Brussilov e dal suo Stato Maggiore, nell’estate del 1916 contro gli austro-ungarici[45].
 La II armata, che subì l’attacco, era mal schierata, perché non disposta per tempo sulla difensiva ma rimasta sulle posizioni conquistate nella precedente durissima 11a Battaglia dell’Isonzo, quella che aveva portato alla conquista di gran parte dell’altopiano della Bainsizza e messo in grave crisi l’esercito austro-ungarico, tanto da indurre l’imperatore Carlo a richiedere l’aiuto tedesco per una “spallata di alleggerimento”.  Ottenne 7 tra le migliori divisioni germaniche (incluse poi nella famosa 14a armata austro-tedesca, comandata dal generale tedesco Otto von Below) e la grande vittoria di Caporetto, che tuttavia non fu decisiva perché l’Italia restò saldamente in guerra.  La II armata fu nell’occasione anche senza effettiva direzione, dato che il suo comandante, il generale Capello, si trovava in ospedale, seriamente malato di nefrite.  Questa armata era stata lasciata crescere sino a contare  addirittura 25 divisioni, più svariati altri corpi, per un totale di quasi 700.000 uomini, solo una parte dei quali truppa combattente.  I collassi ci furono ma dopo lo sfondamento:  reparti, spesso lasciati a se stessi, che, nel silenzio della nostra pur numerosa artiglieria, si trovarono improvvisamente i silenziosi e rapidi gruppi d’assalto  tedeschi e austriaci ai fianchi o alle spalle, a volte si arresero senza combattere mentre si diffondeva un pànico che contagiava rapidamente la massa dei non combattenti del vasto apparato logistico dell’armata, inducendola ad iniziare la fuga verso l’interno, tra voci incontrollate di cedimenti e tradimenti.  In effetti, lasciò tutti stupiti il silenzio dei settecento cannoni che avevamo nella zona dello sfondamento:  avrebbero potuto fare a pezzi, dalle montagne circostanti, gli attaccanti  mentre occupavano la conca di Caporetto con manovra a tenaglia da Nord e da Sud.  Si seppe dopo che l’artiglieria italiana era rimasta senza ordini a causa della distruzione di tutte le comunicazioni e in gran parte messa comunque subito a tacere dal tiro di controbatteria micidiale e molto preciso effettuato in apertura dal nemico.    
Ma vi furono reparti, come la brigata Roma, che resistettero sino all’annientamento.  Lo si scoprì solo in un secondo tempo, poiché nel caos iniziale si credette che questa valorosa brigata si fosse arresa senza combattere.
L’offensiva era stata preannunciata per tempo dai servizi di informazione ma a Cadorna sembrava impossibile che il nemico volesse attaccare nell’Alto Isonzo in pieno autunno, con un tempo già cattivo.  Quando, a ridosso del 24 ottobre, cominciò a mandare rinforzi alla spicciolata all’ala sinistra della II armata, che presidiava in modo inadeguato l’Alto Isonzo, era troppo tardi: furono poi anch’essi travolti.  L’offensiva e lo sfondamento furono entrambi fulminei e si giovarono proprio del cattivo tempo, anch’esso parte essenziale della sorpresa strategica realizzata.  Dopo tre giorni il nemico, lanciandosi audacemente per le vallate, stava già uscendo dalle montagne.
   Nei combattimenti, dal 24 ottobre al 10 novembre, avemmo diecimila caduti, cifra stabilita dalla Commissione d’Inchiesta del dopoguerra e che si considera inferiore al vero, e circa 30.000 feriti: ciò significa che una parte consistente combatté, nel settore dove si verificò lo sfondamento.  L’enorme quantità di materiali perduti e il grandissimo numero di sbandati nelle retrovie, poi recuperati quasi tutti e reinquadrati in vari modi, dettero sul momento l’impressione di una disfatta irreparabile e definitiva, grazie anche all’infausto bollettino di Cadorna.  Ma non fu così.
La III armata (10 divisioni) schierata da Plezzo al mare, non coinvolta nell’attacco, si ritirò ordinatamente, dopo aver respinto senza difficoltà i modesti tentativi offensivi del nemico nel suo settore. Così pure la IV, schierata in Cadore e Carnia, le cui perdite furono limitate, scese in ordine con 7 divisioni.  La III armata dovette ritirarsi perché il nemico cercava di scendere alle sue spalle da Nord per avvilupparla.  Il nostro fronte aveva una linea convessa e pochi spazi di manovra al suo interno, solcato in verticale da molti corsi d’acqua paralleli: bucato a Nord-Est obbligava tutte le truppe schierate sul resto dell’Isonzo e sulle montagne, dal Friuli agli Altopiani, a ritirarsi sulla linea di naturale difesa, non aggirabile, del Piave e del Grappa, per non esser accerchiate.  Il nemico fu temporaneamente trattenuto da reparti della II armata in ritirata e da alcuni altri di rinforzo, che si immolarono il 30 e 31 ottobre davanti al Tagliamento quanto bastò alla III per passare quel fiume più a Sud e portarsi poi al di là del Piave e alla IV per scendere dalle montagne.  La I armata che presidiava gli Altipiani, sino al Garda, e il III Corpo d’ Armata, dal Garda allo Stelvio, rimasero dov’erano.  Successivamente ci fu un’ampia riorganizzazione.  
Nonostante la ritirata avesse assunto gli aspetti di una vera e propria rotta per quanto riguarda la II armata e parte delle retrovie, nel suo insieme il Regio Esercito non perse la coesione
Quando si parla di Caporetto si suol sempre dire “disfatta”, “catastrofe”, “crollo”, “rotta”, “disastro”, come per suggerire l’immagine quasi compiaciuta di un esercito intero precipitato al livello di un’orda in fuga, di un’armata brancaleone che si dirige come un torrente in piena al di là del Piave mollando tutto e saccheggiando i depositi, insultando gli ufficiali, in un caso persino applaudendo (polemicamente) il nemico che li faceva prigionieri, gridando Viva il Papa! e a volte cantando L’Internazionale:  fine della guerra e dell’Italia, se non fosse stato per gli Alleati giunti in tutta fretta a soccorrerci.  Si prova un gusto acre nell’accentuare gli aspetti peggiori di quel rovescio, che pur ci furono anche se non furono la norma, per poter dire, contro i fatti,  che a Caporetto abbiamo perso non una battaglia ma la guerra, perché siamo un popolo incapace di combattere…Per poter dar sfogo a tutti i nostri stolidi complessi d’inferiorità, derivanti dalla nostra tragica storia di Paese diviso e succube degli stranieri per tanti secoli.   Ma sarebbe ora di smettere di dire “è stata una Caporetto”, per indicare in generale una sconfitta totale, definitiva e umiliante nelle forme, visto che poi ci siamo ripresi e abbiamo concorso validamente alla sofferta vittoria alleata e nostra in quella terribile guerra[46].

6.1  Il Regio Esercito, pur dimezzato, vinse da solo la “Battaglia d’Arresto” sugli Altipiani, sul Grappa e sul Piave, subito dopo Caporetto
Scrisse dopo la guerra il generale bavarese Konrad Kraff von Dellmensingen, l’ideatore del geniale piano di battaglia realizzato a Caporetto:  “In definitiva l’attacco contro l’Italia rimase a mezza strada, non portando ad alcun miglioramento della situazione generale, ma semmai ad un allargamento del fronte vulnerabile”[47].

Infatti, al contrario di quanto sembrano credere oggi in tanti, il Regio Esercito non fu distrutto a Caporetto e non sparì affatto come valida forza combattente.  Fu distrutta l’ala sinistra della II armata, schierata sull’Alto Isonzo, tra le montagne, e la II armata cessò di esistere come forza combattente perché parte consistente del suo centro (le  20 divisioni che occupavano l’Altopiano della Bainsizza, al di là dell’Isonzo) fu poi presa prigioniera, imbottigliata tra l’Isonzo e il Tagliamento, nella zona alta dei due fiumi, nel caos incredibile di militari e friulani in fuga (sembra circa 400.000, i civili), sulle poche e congestionate strade.  La II armata constava di ben 25 divisioni (forse troppe), più 12 in retrovia (diverse a ranghi ridotti, in fase di riordinamento, non una vera riserva operativa) e altri corpi minori, più un notevole apparato logistico, come in tutti gli eserciti del tempo. In totale erano circa 670.000 uomini. Quest’armata, veterana del fronte dell’Isonzo, costituiva quasi la metà dell’intero esercito, composto di 62 divisioni impiegabili. Il generale Enrico Caviglia, uno dei nostri migliori, ne portò in salvo e in buon ordine 6 divisioni, un altro generale altre 5.  Parte di esse furono poi stazionate tra Padova e Vicenza, a riorganizzarsi.  Tra Brescia e Mantova venivano invece a schierarsi in quei giorni 5 divisioni francesi e 6 britanniche, con 800 cannoni, come riserva strategica, per parare eventuali sfondamenti sul Piave o dalla parte dell’Altopiano di Asiago (comprensibilmente, non c’era neanche tanta fiducia nei nostri confronti, gli Alleati volevano vedere come ce la saremmo cavata, sul Piave e sul Grappa).  Schierammo sul nuovo fronte, di soli 300 km circa contro i 640 di quello isontino, 33 divisioni, 19 delle quali logorate dalla ritirata, ma ancora ben in grado di battersi, come  dovettero constatare subito i nostri nemici, che ci opponevano un totale complessivo di 53 divisioni, usurate dall’avanzata e ancora scaglionate,  con l’artiglieria pesante rimasta temporaneamente indietro ma con il morale alle stelle e decise a chiudere il conto con noi.
Il passaggio del Piave fu ultimato la notte dell’8 novembre, la mattina del 9  furono fatti saltare da noi tutti  i ponti.  Il giorno dopo, il 10, cominciò la battaglia d’arresto, a partire dall’altopiano di Asiago, diciotto giorni dopo lo sfondamento di Caporetto.    

“Il 10 novembre il generale Conrad lanciò sette divisioni all’attacco sull’Altopiano di Asiago; respinto nei primi due giorni, ottenne qualche vantaggio il 12, ma nei quattro giorni successivi nessuno”, scrive Faldella[48].
“Il 12 novembre tutte le divisioni disponibili, meno di ventiquattro, passarono all’attacco sull’insieme del fronte, con più spiccato carattere offensivo sull’Altipiano, dalla Val Franzela alle Melette di Gallio, al Grappa, al Monte Tomba.  Tra il 18 novembre ed il 22, la lotta divampa sul Pertica, sul Fontanasecca, sul Tonderecar ed a Castelgomberto.  Il Pertica viene perso e ripreso più volte, esattamente come il Sabotino, il San Michele, il San Gabriele.  Si combatte allo stesso modo sul Monfenera, sul Col dell’Orso, sull’Asolone, sul Col della Berretta. I siciliani della Brigata Aosta , i fanti della Messina, gli alpini del Val Brenta, gli eroi della Calabria e della Basilicata restituiscono alla divisione Edelweiss  i colpi toccati sotto Tolmino ed al Tagliamento, uno per uno: cedono terreno, contrattaccano, ma non mollano.  Conrad li descrive come “naufraghi attaccati ad una tavola, prima di cadere in  pianura”, ma i naufraghi hanno fegato da vendere e sembrano insensibili al ricordo delle recentissime ferite.
Sul Piave, i tentativi di Boroević sono scuciti e inconsistenti.  Il fiume viene forzato a Fagarè ma un nostro contrattacco della Novara, della Lecce e dei bersaglieri della 3a brigata, ributta il nemico e cattura qualche migliaio di prigionieri.  Sono i primi che incolonniamo verso le retrovie dopo il 24 ottobre, e segnano una inversione nella corrente delle cose che i soldati valutano al punto giusto. 
Il 4 dicembre la lotta riprende con nuove truppe giunte dalla parte del nemico.  Conrad attacca nuovamente al Sisemol, allo Zomo, al Tonderecar.  E l’11 la vecchia nostra conoscenza, la XIV Armata di von Below, scaraventa il suo colpo di maglio dal Col Caprile all’Asolone:  le truppe piegano, perdono tutte le posizioni avanzate, meno il Grappa, ma lì si incrostano con la forza della disperazione.  È l’ultimo pilastro che controlla Bassano e la cara pianura veneta:  cedere qui vorrebbe dire la frana, una nuova disfatta.  Cantando le loro canzoni piene di malinconiche ali, gli alpini passano sul ponte di Bassano, salgono al Grappa, vi muoiono con la stessa semplicità, con lo stesso coraggio umile ed alto con cui venticinque anni più tardi moriranno a Ponte Perati, a Rossosch sul Don, in Jugoslavia.  Hanno in bocca una fanfaretta allegra, che subito si spande in tutto l’Esercito: ‘Monte Grappa, tu sei la mia Patria…’ L’anima popolana del soldato con le sue intuizioni felici ed incredibili, ha compreso esattamente l’ora che volge, la linea essenziale del proprio dovere.
A Natale del 1917, mentre le nuove leve del 1899 entrano in linea, fresche di un entusiasmo un poco deamicisiano, la prima battaglia del Piave è sicuramente vinta, per merito quasi esclusivamente dei nostri soldati”[49].     
Quasi esclusivamente:  quale fu l’effettivo contributo degli Alleati in prima linea, nella quale si erano schierati a partire dal 4 dicembre, i francesi nella zona del Monte Tomba, gli inglesi sul Montello, di fronte al Piave?
Di nuovo Faldella, sulla seconda fase della battaglia d’arresto: Conrad riuscì a occupare parte della Val Franzela; il generale austriaco Krauss, operante nella XIV armata, sotto von Below, “attaccò sul Grappa dall’11 al 18 dicembre con le migliori truppe tedesche e austriache e riuscì a occupare l’Asolone [che permetteva di avvicinarsi al centro del Grappa, rimasto tuttavia imprendibile].  Sul Piave Boroević attaccò dal 9 al 18 dicembre senza ottenere alcun risultato. Conrad riprese  il 23 l’attacco sugli Altipiani e conquistò Monte Valbella e Col del Rosso, ma negli accaniti combattimenti del 24 e 25 dicembre fu impedito ogni ulteriore progresso.  Il 27 dicembre gli austriaci sgomberarono volontariamente l’ansa di Zenson [sulla destra del Piave, occupata pochi giorni prima] nella quale erano fortemente premuti dalle nostre truppe”[50].
E i nostri alleati?  “Fino a quel momento le truppe alleate non avevano combattuto, perché il nemico non aveva attaccato nei loro settori; fu perciò attribuita nel bollettino di guerra e dalla propaganda grande importanza all’attacco effettuato dai Francesi il 30 dicembre, col quale riconquistarono un breve tratto della dorsale di Monte Tomba, che era rimasto in mano al nemico.  Si trattò di un colpo di mano bene organizzato, effettuato dopo una violentissima preparazione di artiglieria”[51].  Un’azione brillante ma sicuramente di importanza secondaria nell’ambito della battaglia, che di fatto si era ormai conclusa, anche nella sua seconda fase, tra il 26 e il 27 dicembre, senza riuscire a capovolgere i risultati deludenti della prima, per gli austro-tedeschi.
“Di ben maggiore sviluppo e importanza – continua Faldella – fu l’azione con la quale, fra il 27 e il 29 gennaio, il 10° gruppo Alpini conquistò il Cornone, alla testata di Val Frenzela, e la brigata Sassari rioccupò il Col del Rosso e il Col d’Echele, mentre la IV brigata bersaglieri ricacciava il nemico da Cima Valbella.  Con un’avanzata di alcuni chilometri risultava  rafforzata la difesa del settore orientale dell’Altipiano.  Duemilacinquecento prigionieri erano stati catturati nei travolgenti assalti”[52].
In queste battaglie, la natura del fronte e l’alta motivazione degli italiani, induriti e resi  più esperti dalla recente batosta, impedivano attacchi manovrati e di sorpresa, come quello di Caporetto.  Si era tornati per forza di cose alla guerra di posizione, agli assalti frontali, alle lotte feroci all’arma bianca sui cocuzzoli, sui crinali e fra gli strapiombi, sulle rive paludose dei fiumi:  in questo tipo di guerra gli italiani non demeritavano affatto di fronte ai loro più titolati avversari.  Krafft von Dellmensingen, riconobbe che:  “Gli italiani si battevano con grande tenacia, in un modo completamente diverso dai primi giorni dell’offensiva [a Caporetto]:  alcuni piccoli reparti tennero duro fino al loro completo annientamento”[53].

Ma vediamo che cosa è stato capace di scrivere il citato Mark Thompson, nella sua lapidaria sintesi di queste durissime e prolungate battaglie, il cui protagonista fu indubbiamente il Regio Esercito, per quanto riguarda l’Intesa:
“Quando il Corpo di Krauss e la XIV armata di von Below si slanciarono contro il massiccio del Grappa a metà novembre, al modo degli ultimi colpi di un maglio, gli italiani furono quasi ricacciati in pianura. Conrad motteggiò che essi si aggrappavano al bordo sud-occidentale del Grappa come un uomo appeso al davanzale di una finestra.  Il Comando Supremo [italiano] ammucchiò 50 battaglioni sul Grappa, circa 50.000 uomini, con dentro molte reclute dell’ultima leva.  La lotta che ne seguì fu una battaglia a sé stante:  la situazione fu risolta solo alla fine di Dicembre, con l’aiuto tempestivo di una divisione francese – l’unico attivo contributo degli Alleati alla battaglia difensiva dopo Caporetto.  Questo successo fece nascere due miti, assolutamente necessari:  la difesa del Monte Grappa fu acclamata come una vittoria che salvò il regno [d’Italia] e “i ragazzi del ‘99”, tramutati da inesperte reclute a facitori di miracoli, dimostrarono che la tempra dei combattenti italiani era viva e in buona salute”[54].  
 La battaglia tremenda sul Grappa sarebbe stata risolta unicamente (o n l y ) con l’aiuto finale della divisione francese, unico e limitato contributo alleato a tutta quella intensissima fase di guerra? Il cavalleresco Krafft von Dellmensingen elogiò il valore delle nostre truppe in quelle battaglie sul Grappa, attribuendo loro (“ragazzi del ‘99” inclusi, evidentemente)  il merito di aver fermato le migliori truppe austro-tedesche (vedi infra): dell’apporto alleato, del resto minimo nel frangente specifico, non parlò proprio nel suo elogio!  Non si capisce il perché dell’immotivato disprezzo dimostrato dal Thompson verso “i ragazzi del ‘99” e il comando italiano (che non avrebbe fatto altro che ammucchiare  sui monti  50.000 fra adulti e ragazzini alla spera in Dio, mentre Krafft von Dellmensingen ne loda senza mezzi termini l’ottima organizzazione difensiva sul Grappa e l’impiego dell’artiglieria, che fu micidiale contro gli attaccanti).  Né si comprende come il Thompson possa considerare “un mito” il fatto indubitabile che la tenuta nostra sul Grappa abbia salvato il fronte dal crollo e l’Italia dalla capitolazione.  Il Grappa era il pilastro di tutto il fronte, basta guardare una carta geografica, pre capirlo[55].
Il Monte Tomba è sulla linea di cresta che da un lato si congiunge attraverso il Monte Pallon alla cima del Grappa, dall’altro si prolunga, con il Monfenera, discendendo verso il Piave. Scavalcare quest’ultima linea montana investendola da nord significava scendere in pianura e raggiungere con una conversione sulla propria sinistra il Piave prendendovi la difesa italiana sul rovescio, in modo da costituire una testa di ponte per le truppe austro-ungariche che stavano dall’altra parte del fiume.  La lotta fu feroce, dal 18 al 22 novembre.  La divisione Jäger tedesca e i bosniaci, impiegando anche i lanciafiamme contro i nostri capisaldi, occuparono alla fine la vetta del Tomba e il suo prolungamento verso il Piave, cioè il Monfenera.  La parte ovest del Tomba restò però nelle nostre mani, prolungandosi in una linea continua che scendeva da questa parte Ovest al Monfenera e al Piave, immediatamente al di sotto della cresta, bloccando ogni ulteriore avanzata nemica[56].  Il 30 dicembre successivo, la 47a divisione francese Chasseurs des Alpes (gli Alpini francesi), dopo una intensa e breve azione di fuoco di ben 450 cannoni, riconquista di sorpresa la suddetta cresta.  Tale cresta si era rivelata troppo esposta per gli austro-tedeschi:  essi stavano meditando di sgomberarla.
“Dopo la definitiva sospensione dell’offensiva [austro-tedesca], emerse l’interrogativo riguardante la convenienza di mantenere o meno l’occupazione di M. Tomba, perché molto spinta in avanti e in posizione fortemente fiancheggiante rispetto all’andamento del fronte. Il gen. von Below pensò di attendere finché fosse stata presa una decisione in vista di un’eventuale ripresa offensiva a primavera.  Ma prima che il Comando Supremo austro-ungarico si pronunciasse in proposito, il 30 dicembre M. Tomba, nonostante l’eroica difesa opposta dalla 50a divisione a.u., cadeva per effetto d’un ben preparato attacco condotta a sorpresa dalla 47a divisione francese Chasseurs des Alpes.  Poiché non v’era alcun motivo di riprendere una posizione così esposta, il comando della 14a Armata scelse quale stabile posizione le alture a nord della conca di Alano [circa 2 km indietro].  Del resto il nemico non andò oltre la posizione riconquistata”[57].
La brillante azione isolata dei francesi fu una tipica azione di rettifica e miglioramento di una posizione di un fronte, quale si può avere e a volte si ha alla fine di un ciclo di combattimenti.  La battaglia d’arresto era di fatto già terminata da alcuni giorni, con la sospensione dell’offensiva austro-tedesca.  Com’è possibile contrabbandarla, allora, l’azione dei francesi,  per un fatto d’arme che, da solo, avrebbe risolto a favore degli italiani un mese e mezzo di loro combattimenti, fatti passare per inconcludenti e mal diretti?  In altre parole:  com’è possibile, mi chiedo, continuare ad alterare a nostro danno, e in modo così grossolano, l’effettivo svolgersi dei fatti d’arme su quel fronte? 
       
6.2  Il giusto giudizio sulla sconfitta di Caporetto

Il giudizio su Caporetto degli storici più seri e preparati è oggi il seguente:

“Sul comportamento delle unità italiane il 24-25 ottobre [i giorni dello sfondamento] abbiamo notizie insufficienti, perché nessuno si preoccupò di raccogliere le testimonianze dei reduci quando ancora era possibile.  I dati costanti sono disorganizzazione e sorpresa, con una resistenza ora violenta ora debole:  le truppe nelle trincee furono travolte prima di potersi disporre a difesa, quelle nelle retrovie aggredite quando ancora non se lo aspettavano, costrette a combattere senza collegamenti né artiglierie né un addestramento adeguato a situazioni impreviste.  Va comunque precisato che non esiste alcuna documentazione o testimonianza che uno o più reparti si arrendessero per tradimento o perché si rifiutassero di combattere:  crollarono perché sopraffatti dall’efficacia degli attacchi o sorpresi su posizioni infelici, per la mancanza di ordini e il collasso di tutta l’organizzazione difensiva.  Erano certamente reparti logorati dalla guerra, ma nulla autorizza a ritenere che non fecero il possibile in condizioni quanto mai precarie.  Le troppe facilitazioni offerte all’avanzata nemica, come la mancata difesa del fondovalle dell’Isonzo, i ponti che non saltarono, le posizioni abbandonate senza combattere come la stretta di Saga, sono dovute a documentati errori dei comandi o di singoli generali che persero la testa, come accade in tutte le rotte.  La sconfitta non fu dovuta alle truppe ma all’insufficienza dei comandi prima, poi al collasso di tutta l’organizzazione dell’esercito”[58].
I prigionieri furono 280.000, gli sbandati 350.000.  40.000 le perdite, tra morti e feriti.  Furono abbandonati o persi nella ritirata 3.150 cannoni (due terzi dei grossi calibri, metà dei medi, due quinti dei pezzi leggeri), 1,700 bombarde, 3.000 mitragliatrici e quantità enormi di munizioni, viveri, rifornimenti di ogni tipo. Ma i 300.000 uomini della III armata dal Carso al Piave e i 230.000 dal Cadore al Grappa si ritirarono in buon ordine. 
 “Avevano a disposizione strade sufficienti e dovettero sostenere soltanto combattimenti di retroguardia; lasciarono indietro i cannoni più pesanti e gran parte del materiale ma portarono con sé artiglierie, mitragliatrici e munizioni.  Persero circa il 20% degli uomini, giunsero sulle nuove linee in buon ordine e le difesero efficacemente nei due mesi successivi.  Minor fortuna ebbe la ritirata dei 90.000 uomini della Carnia, condannati in gran parte alla prigionia dal ritardo con cui gli alti comandi ordinarono la loro ritirata.  Il disastro tra l’Isonzo e il Piave coinvolse la II armata, forte di circa 670.000 uomini, e le unità delle retrovie, un milione di uomini come ordine di grandezza.  In parte notevole si trattava di reparti non combattenti della grande rete di magazzini e depositi di ogni tipo, ospedali, servizi logistici […] I giorni più drammatici furono quelli tra l’Isonzo e il Tagliamento, in cui si ebbero quasi tutte le perdite, poi le truppe che erano riuscite a passare i ponti prima che fossero fatti saltare e la fiumana di sbandati poterono raggiungere il Piave con minore affanno.  Una parte delle brigate della II armata era ancora in condizioni di concorrere alla prima difesa del fiume”[59].
 Il Regio Esercito risorse già sul Piave e sul Grappa, quando vinse la “battaglia d’arresto” sopra ricordata, battaglia difensiva durissima e decisiva che durò un mese e mezzo, dagli Altipiani al Grappa al Piave sino alla foce: dal 10 al 26 novembre e dal 4 al 25 dicembre.  Fu vinta, in prima linea, con le sole sue forze, ivi compresi i “ragazzi del ’99”, non con l’aiuto diretto delle divisioni alleate.
La sorprendente quanto rapida rinascita del nostro esercito fu onestamente riconosciuta da Krafft von Dellmensingen (vedi supra), e dalla Relazione Ufficiale Austriaca.
Il primo scrisse:  “Così si arrestò, a poca distanza ancora dal suo obiettivo [la pianura, Vicenza, Venezia] l’offensiva ricca di speranza, e il Grappa diventò il Monte Sacro degli italiani. D’averlo conservato contro gli eroici sforzi delle migliori truppe dell’esercito austro-ungarico e dei loro camerati tedeschi, essi, con ragione, possono andare superbi”.  La Relazione Ufficiale scrisse che il Regio Esercito, “se pur sostenuto moralmente dalla prospettiva di aiuti alleati, trovò in se stesso la forza di imporre l’alt agli eserciti avversari.  E così potè verificarsi il fatto che un esercito presunto in dissoluzione divenisse di nuovo, nel volgere di poche settimane, un avversario da tenersi in conto, che si mostrò determinato a non considerare assolutamente come perduta la partita”[60].   
Non male per un esercito che avrebbe visto finire ingloriosamente la sua guerra con “la disfatta di Caporetto”.  Troppe volte si è scritto e si continua a scrivere che furono gli Alleati subito accorsi “a chiudere la falla”(to stop the gap) da soli, perché noi ci eravamo volatilizzati.  Si tratta solamente di ristabilire la verità.  Nessuno vuole sminuire l’importanza del soccorso alleato.  Esso fu essenziale e non solo dal punto di vista morale, come scrive la Relazione Austriaca: lo fu anche dal punto di vista tattico.  Infatti, ci permise, ridotti al minimo com’eravamo con le truppe valide, di non togliere divisioni dalla prima linea per schierarle nella necessaria, forte riserva strategica, costituita appunto in quel momento dai nostri alleati francesi e inglesi.  
A Caporetto, a causa dello schieramento offensivo colpevolmente mantenuto dal generale Capello nonostante gli ordini in contrario di Cadorna, che tuttavia non insistette come avrebbe dovuto, era mancata una riserva operativa, che avrebbe potuto chiudere la falla inizialmente apertasi o comunque ridurre alquanto la portata dello sfondamento.  Ma, se l’ala sinistra della II armata fosse stata disposta per tempo in solide e ben studiate posizioni difensive, molto probabilmente lo sfondamento non sarebbe riuscito agli austro-tedeschi, che attaccarono audacemente tra Plezzo e Tolmino proprio perché in quella zona, che si prestava geograficamente ad uno sfondamento strategico, avevano individuato il punto debole, mal presidiato, del nostro schieramento.  Essi riuscirono, con grande bravura e un pizzico di fortuna, nel realizzare una “sorpresa strategica” da manuale, portando di nascosto in loco numerosa e provetta artiglieria, rivelatasi poi micidiale nell’azione di sfondamento, e attaccando di colpo con 15 divisioni scelte contro le 6 italiane a presidio della zona.      
Che la “sorpresa strategica” sia la spiegazione più convincente, quella cioè di tipo “militare”, del rovescio di Caporetto, la più convincente anche se non l’unica, poiché l’azione militare fece brutalmente emergere tutti i difetti, le magagne, le incapacità incrostatesi nel nostro esercito e in particolare nel suo sistema di comando, ciò è stato sempre sostenuto dagli osservatori più acuti, a cominciare da Konrad Krafft von Dellmensingen, da Gioacchino Volpe,  dal colonnello Roberto Bencivenga, nel suo poderoso studio della seconda metà degli anni Trenta del secolo scorso.  

Paolo Pasqualucci

[Fonte :  iterpaolopasqualucci.blogspot.ie]




[1] In una mappa mostrante il futuro Regno dei Serbi, Croati e Sloveni (dal 3 ottobre 1929 Regno di Jugoslavia), diffusa dall’esercito serbo a Salonicco, base della Armata d’Oriente, alla quale partecipava anche un corpo di spedizione italiano, il confine con l’Italia era appunto posto al Natisone, non troppo lontano da Udine. Vedi:  Ten. Col. G. Galli, Fanti d’Italia in Macedonia1916-1919, Marangoni, Milano, 1934, p. 74.  Per la situazione sempre più difficile della comunità italiana in Dalmazia, sotto la pluridecennale, ostile pressione degli slavi, vedi il fondamentale studio in due volumi di Luciano Monzali, Italiani di Dalmazia. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, Le Lettere, Firenze, 2004 e ID., Italiani di Dalmazia.  1914-1924, Le Lettere, Firenze, 2007.  L’autonomismo dalmata, fedelissimo alla Duplice Monarchia, già verso la fine dell’Ottocento,“da partito multietnico e multinazionale tendeva lentamente a divenire il partito difensore dei dalmati che cominciavano a dichiararsi ‘italiani di Dalmazia’ anche sul piano politico.  Sorgeva pian piano un nazionalismo italiano di difesa contro la xenofobia del nazionalismo croato”.  A causa del carattere virulento di quest’ultimo non si poteva più seguire la tesi del Tommaseo “dell’esistenza di una nazione dalmatica, italiana e slava allo stesso tempo”.   A titolo di esempio, l’Autore ricorda che gli stenografi croati nei loro verbali delle sedute della Dieta locale, pur tenuti per legge “a riprodurre in italiano i discorsi dei deputati autonomi, croatizzavano la grafia dei cognomi dei deputati negli atti pubblicati, al fine di dimostrare che non esistevano italiani nell’Assemblea dalmata”(Monzali, Italiani di Dalmazia.  Dal Risorgimento alla Grande Guerra, cit., p. 143; ma vedi tutto il capitolo:  La guerra del 1866, pp. 63-168). 
[2] Sua Maestà “imperiale e apostolica” Francesco Giuseppe, per l’appunto dopo la perdita del Veneto, diede istruzione che si emanassero “misure contro l’elemento italiano in alcune regioni della Corona”, volte a favorire la penetrazione tedesca e slava nelle stesse.  Il verbale della seduta del Consiglio della Corona dedicato a questo argomento, tenutasi a Vienna il 12 novembre 1866, fu riesumato da Mario Toscano, nell’articolo:  Il negoziato di Londra del 1915, ‘Nuova Antologia’, nov. 1967, p. 318.  “Nei territori italiani d’Austria anche dopo la conclusione della Triplice continuò la politica del governo austriaco mirante al ridimensionamento dell’influenza dell’elemento italiano e italofilo nel Tirolo e nelle regioni adriatiche, attraverso il sostegno ai partiti nazionalisti slavi, tirolesi tedeschi o cattolici lealisti:  questo ridimensionamento era ritenuto lo strumento ottimale per scongiurare future rivendicazioni territoriali dell'Italia in Tirolo e nell’Adriatico”(Monzali, op. cit., p. 153).  In effetti, sparendo via via l’etnia italiana in quelle terre, cosa avremmo avuto da “rivendicare”, da “redimere”?
[3] Emilio Faldella, La Grande Guerra. Vol. II:  Da Caporetto al Piave. 1917-1918, Longanesi, Milano, 1965, pp. 290-291.
[4] Giorgio Del Vecchio, Le ragioni morali della nostra guerra, Bologna, Stabilimento poligrafico emiliano, 19163, pp. 8-9.  Ad Ala c’era il confine con il Regno d’Italia.  Come ho ricordato, per la Confederazione Germanica zona di confine tra italiani e tedeschi  doveva esser considerata l’area del Mincio, molto più a Sud, nel pieno della pianura padana. L’opuscolo di Del Vecchio fu tradotto in inglese e utilizzato dalla propaganda di guerra italiana. 
[5] Op. cit., pp. 16-23.
[6] Op. cit., pp. 10-11.
[7] Op. cit., p. 13.
[8] Era anche l’opinione del nostro validissimo ministro degli esteri, il catanese Antonino di San Giuliano, prematuramente scomparso il 16 ottobre 1914. Di fronte all’ennesimo rifiuto austriaco a solo prendere in considerazione (per compensare l’incameramento della Bosnia) una cessione del Trentino – l’imperatore Francesco Giuseppe aveva fatto sapere che avrebbe abdicato piuttosto che privarsene – il nostro ministro disse ad Arturo Labriola:  “Quella gente non ci cede nemmeno una pietra senza l’uso della forza.  Se l’Italia desidera compiere la propria unità non può illudersi che possano giovare le trattative: o l’uso della forza o la rinuncia ad ogni rivendicazione” (Gianpaolo Ferraioli, Politica e diplomazia in Italia tra XIX e XX secolo.  Vita di Antonino di San Giuliano (1852-1914), Rubbettino, Soveria Mannelli, 2007, p. 877).
[9] Giovanni Gentile, Esame di coscienza, in ID., Guerra e fede, in G. Gentile, Opere complete, a cura di H. A. Cavallera, Le Lettere, Firenze, 19893, vol. XLIII, pp. 45-48; pp. 45-46.
[10] Giuseppe Prezzolini (a cura di), Tutta la guerra.  Antologia del popolo italiano sul fronte e nel paese, Longanesi, Milano, 1968, p. 10 (dalla Prefazione alla terza edizione, appunto del 1968, essendo la prima del dicembre 1917, dopo Caporetto).
[11] Benedetto Croce, Parole di un italiano, in ID., L’Italia dal 1914 al 1918.  Pagine sulla guerra, Laterza, Bari, 1965, p. 231.  L’appello all’onore nazionale si spiega con il fatto dell’infelice Bollettino del Comando Supremo italiano, delle ore 13 del 28 ottobre, che, nella frase iniziale, accusava i propri soldati di viltà, come se il nemico avesse sfondato nell’Alto Isonzo perché i nostri non avevano più voluto combattere ed erano fuggiti o si erano arresi in massa. Ciò non era vero (vedi infra). 
[12] Sulle visioni belliciste della parte politicamente più importante del nazionalismo italiano di allora, vedi:  Lorenzo Benadusi, Un esercito dotato di un paese:  guerra e questione militare nel nazionalismo italiano, in: Federico Mazzei (a cura di), Nazione e anti-nazione. 1. Il movimento nazionalista da Adua alla guerra di Libia (1896-1911), Viella, Roma, 2015, pp. 55-75.  Per un’ampia e approfondita analisi della letteratura interventista, condotta secondo un’impostazione sociologico-marxista, vedi: Mario Isnenghi, Il mito della Grande Guerra, il Mulino, Bologna, 20076, soprattutto le prime due parti: Premessa. L’attesa e La letteratura dell’intervento, pp. 11-178.
[13] Giovanni Gentile, Natale di vittoria, articolo del 25 dicembre 1918, ora in ID., Opere, XLIV:  Dopo la vittoria, Seconda edizione rivista e ampliata, a cura di Hervé Cavallera, Firenze, Le Lettere, 1989, pp. 39-45; p. 43.
[14] Sul punto, vedi:  Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, La Grande Guerra. 1914-1918, il Mulino, Bologna, 20083, pp. 367-372.  Il governo francese intervenne sui militari perché usassero clemenza,  ci furono 1492 condanne leggere, 1381 gravi (da 5 anni di galera all’ergastolo),  554 a morte, delle quali solo  49 eseguite (in un totale di 600 per tutta la guerra).  Nell’opera di ricostruzione morale e riforma dei metodi di combattimento, si distinse il generale poi maresciallo Pétain, il vincitore della lunga battaglia difensiva di Verdun, nuovo comandante in capo dell’esercito.  Tutti questi gravi fatti furono tenuti all’epoca segreti e conosciuti nei dettagli solo molto tempo dopo.   
[15] Sui grandi sfondamenti subiti inizialmente dai francesi nel 1914, vedi la Premessa di Gianni Pieropan a: Krafft von Dellmensingen, 1917.  Lo sfondamento dell’Isonzo. Der Durchbruch am Isonzo, a cura di Gianni Pieropan, Arcana Editrice, Milano, 1981, pp. 13-43; p. 21:  “Relazione Ufficiale Francese: “Le armate francesi hanno perdite gravi, sono molto provate, ripiegano in un disordine straordinario…”; p. 22:  “il 5 settembre 1914 l’Ordre Général n. 5 del gen. Joffre [comandante in capo] avvertiva che il Comando Supremo avrebbe disposto sezioni o compagnie dietro alla linea di combattimento ‘con il compito di opporsi ad ogni movimento di ritirata non ordinato, facendo uso delle armi se necessario’”, cioè fucilando sul posto i soldati fuggiaschi.  Il libro del generale tedesco uscì in due volumi nel 1926 e nel 1928.   
[16] Giuseppe Prezzolini (a cura di), Tutta la guerra.  Antologia del popolo italiano sul fronte e nel paese, cit., p. 209.  Il brano è tratto dalla presentazione prezzoliniana della figura del tenente forlivese Fulcieri Paulucci de Calboli, volontario, medaglia d’oro per il suo grande coraggio, che gli era costato gravi ferite e la carrozzella degli invalidi, cosa che non gli impedì di attivarsi appassionatamente nella missione patriottica, impegno che in pratica ne stroncò la vita poco tempo dopo, nel 1919, a ventisei anni. 
[17] Op. cit., pp. 213-214.  Memorabile un discorso di Paulucci agli operai della Fiat, a Torino.
[18] “La masa en rebeldía ha perdido toda capacidad de religión y de conocimiento […] Las gentes más “cultas” de hoy padecen una ignorancia histórica incréible. Yo sostengo que hoy sabe el europeo dirigente mucha menos historia que el hombre del siglo XVIII y aun del XVII”(J. Ortega y Gasset, La rebelion de las masas, 1925, Revista de Occidente, Madrid, 196337, p. 31, p. 143). Ortega scriveva queste cose nel 1925, chissà cosa direbbe di fronte all’incoltura odierna, ben più radicata e radicale, quasi una scienza!
[19] Dal Corriere della Sera del 31 dicembre 2008.
[20] La storiografia austro-tedesca più recente sostiene ora che se l’Italia fosse rimasta neutrale gli Imperi Centrali non avrebbero perso la guerra, avrebbero comunque “pareggiato”, se non vinto.  Secondo questi storici, però, la nostra entrata in guerra si sarebbe risolta in una “catastrofe morale e fisica” per il nostro Paese, che non avrebbe ricavato nessun vero vantaggio “materiale, politico e geostrategico” da essa.  In sostanza, si tratta sempre di negare che la guerra l’abbiamo vinta, realizzando un obiettivo per noi di portata storica: il compimento dell’unità e la liberazione definitiva dallo straniero.  Questi storici, annoto, continuano a non riconoscere validità alle nostre “aspirazioni nazionali”, il che significa negarci il diritto ad essere una nazione con uno Stato indipendente (queste tesi sono sinteticamente riportate in:  Gian Enrico Rusconi, L’azzardo del 1915.  Come l’Italia decide la sua guerra, il Mulino, Bologna, 20092, pp. 189-191, che le sottopone a critica, sottolineando comunque che, per questa storiografia, “il fattore Italia”un peso decisivo nell’andamento del conflitto l’ha pur avuto).
[21] Douglas Newton, The Darkest Days.  The Truth Behind Britain’s Rush to War, 1914, Verso, London-New York, 2015, p. 279.  Appunti dalle Harcourt Papers sulla riunione di Gabinetto del 5 agosto 1914.  L’interesse del libro è costituito soprattutto dal fatto di far uso per la prima volta di numerosi documenti inediti, tratti dai fondi privati dei politici che portarono il Regno Unito in guerra.  In quei giorni, entro l’8 agosto, i diplomatici dell’Intesa si coordinarono in queste offerte esplicite a noi: Trento, Trieste, Valona. Noi poi aggiungemmo l’Alto Adige col Brennero (frontiera già stabilita da Napoleone I per il Regno d’Italia sotto tutela francese) e la Dalmazia, con Zara e Sebenico, ridottasi poi a quella del Nord con Zara, a causa dell’opposizione russa (vedi: Ferraioli, op. cit., pp. 904-905).  I francesi, inizialmente, non volevano concederci Trieste, perché il possesso di quel porto ci avrebbe rafforzato troppo, dicevano agli inglesi (Ferraioli, op. cit., p. 904). 
[22] Per un’analisi minuta ed esemplare del Tratto di Rapallo, rimando al citato II volume dell’ottimo studio di Monzali, Italiani di Dalmazia, 1914-1924, cap. III: Il Trattato di Rapallo e il primo esodo italiano dalla Dalmazia, pp. 191-337.  L’esodo, parziale, avvenne (in particolare dalle isole dalmate) in un clima di intimidazioni, minacce, violenze, creato con l’apporto diffuso del clero locale, in grandissima parte (come da tradizione) ferocemente antiitaliano, anche grazie all’alibi dell’anticlericalismo del governo italiano del tempo. 
[23] Per la precisa documentazione del fanatico nazionalismo pan-croato in Dalmazia, ben anteriore alla Grande Guerra, rimando ancora allo studio di Monzali e alle fonti ivi citate.  Anche i serbi ci erano contro.  Ciò che colpisce è la pervicace negazione dell’esistenza di una minoranza italiana:  “Il governo jugoslavo non negava che vi fosse una minoranza italiana in Dalmazia, ma affermava che essa non era autoctona [sic], in quanto composta da immigrati provenienti dall’Italia e da slavi italianizzati […]  Erano argomentazioni che confermavano chiaramente la tradizionale ostilità di molti nazionalisti croati e serbi verso l’esistenza della minoranza italiana in Dalmazia e la loro riluttanza a riconoscerle l’autoctonia e adeguati diritti politici e culturali”(Monzali, Italiani di Dalmazia. 1914-1924, cit., pp. 98-99).   Questa negazione del diritto all’esistenza della nostra minoranza era ben radicata nel nazionalismo degli Slavi del Sud.  Presso i Croati risaliva certamente ai teorici ottocenteschi dell’illirismo e dello jugoslavismo, correnti di pensiero che si tramutarono in efficace azione culturale e politica nella forte personalità del famoso vescovo cattolico croato Josip Juraj Strossmayer (1815-1905), per decenni l’autentico capo del partito nazionale croato (vedi: Monzali, Italiani di Dalmazia.  Dal Risorgimento alla Grande Guerra, cit., p. 28, 56 et passim).
[24] Maurizio Serra, L’idea sbagliata della nazione “sbagliata”, in ‘Nuova Storia Contemporanea’, 2009, XIII, 3, pp. 5-10; p. 6. 
[25] Citato da:  Pier Paolo Cervone, Vittorio Veneto, l’ultima battaglia, Mursia, Milano, 1994, p. 9.  
[26] Giulio Primicerj, 1918. Cronaca di una disfatta.  Testi e documenti austriaci sul crollo militare dell’impero absburgico, Arcana Editrice, Milano, 1983, p. 157.   Il libro contiene anche il riassunto, con ampi estratti, della Relazione Ufficiale Austriaca, scritta tra il 1928 e il 1938.  “Grave” era termine locale indicante isolotti o estensioni di ghiaie nel fiume. 
[27] Primicerj, op. cit., p. 152.
[28] Op. cit., p. 153.  Ricordo che un’armata era composta di più divisioni, formanti ogni due un “corpo d’armata”, unità tattica che poteva esser usata in modo indipendente.  La divisione di fanteria italiana e austriaca era composta da 4 reggimenti di fanteria (per un totale di 12 battaglioni) e uno di artiglieria.  Il reggimento italiano nel 1915 contava 3000 fucili e 2 mitragliatrici, nel 1918 contava 2600 uomini e 81 ufficiali, ma un notevole numero di mitragliatrici, pistole mitragliatrici, lanciabombe, lanciafiamme,  un reparto di cannoncini da 37 mm., un plotone d’assalto (Arditi).  Il Regio Esercito, come altri, adottava anche l’unità chiamata brigata:  i quattro reggimenti di una divisione venivano divisi in due brigate, ognuna di due reggimenti, in genere con nomi di città e regioni, anche se il reclutamento non era su base regionale, tranne che per la Brigata Sassari e gli Alpini (p.e.: 8a armata, XVIII corpo d’armata, 1a divisione, brg. Umbria  e Emilia).  Le brigate erano solo delle unità tattiche, composte di due reggimenti, che potevano operare anche indipendentemente dalla divisione di appartenenza. C’erano poi i gruppi o raggruppamenti di battaglioni, per forze a parte, come gli Alpini, gli Arditi (per i dati numerici di cui sopra:  Isnenghi e Rochat, op. cit., p. 452).
[29] Vedi la Relazione Ufficiale Austriaca su questi combattimenti, in Primicerj, op. cit., tutte le sezioni intitolate:  Gruppo di Armate Boroević – Raggruppamento Belluno.
[30] Per la polemica di Prezzolini, tra il 1919 e il 1920, vedi:  Giuseppe Prezzolini, Il Meglio di Giuseppe Prezzolini, con Prefazione di Giovanni Spadolini, Longanesi, Milano, 1971, pp.306-324.
[31] La lettera di Ludendorff è riportata da Faldella, op. cit., II, p. 376.   Un accenno al significato strategico risolutivo del crollo austriaco, conseguente allo sfondamento sul Piave si ha in Basil H. Liddell Hart, La prima guerra mondiale. 1914-1918, tr. it. di Vittorio Ghinelli, 1968 e 1999, BUR Storia, 2013, p. 490.  Quest’autore riporta l’opinione di un altro qualificato generale tedesco, von Gallwitz, simile a quella di Ludendorff sopra citata.  Ricordo che l’11 novembre 1918 il Regio Esercito raggiunse il Brennero e il passo del Tonale (Toblak), il 23 successivo occupò Innsbruck, il 24 Landeck, in applicazione dell’armistizio.  C’erano anche un battaglione inglese e uno francese.  L’ultimo contingente italiano se ne andò dalla Valle dell’Inn nel luglio del 1920 (Cervone, op. cit., p. 258).
[32] Ronald W. Hanks, Il tramonto di un’istituzione.  L’armata austro-ungarica in Italia (1918), Mursia, Milano, 1994, p. 239.  Si tratta di una tesi di dottorato, che (non vorrei sbagliarmi) sembra sia stata pubblicata solo in traduzione italiana.  In realtà, truppe britanniche ed italiane procedevano affiancate, per quanto possibile, comunque coordinandosi sempre.  Relazione Ufficiale Austriaca:  “L ‘organizzazione del contrattacco da parte delle unità assegnate al generale Majewsky dura sino al pomeriggio.  Ma già verso mezzogiorno [del 27 ottobre] inglesi ed italiani sono penetrati per circa 4 km e su una fronte ampia 12 nel sistema difensivo del XVI corpo d’armata [a.u.] raggiungendo la rotabile Tezze-S. Polo e le truppe dell’XI corpo d’armata italiano, che agiscono alla destra degli inglesi, respingono a poco a poco la 64a  divisione Honvéd oltre Ormelle su Roncadelle e Negrisia” (Primicerj, op. cit., p. 135).
[33] Mark Thompson, The White War.  Life and Death on the Italian Front 1915-1918, faber and faber, 2008, p. 358.  L’accenno ai “gondolieri veneziani” mostra il permanere, in certi autori anglossassoni, del cattivo gusto di lasciarsi andare al pittoresco, quando trattano di cose italiane.  L’attraversamento del Piave in piena e sotto il fuoco nemico (che distrusse diversi ponti e passerelle) fu tutt’altro che una gita in gondola:  “Vengono costituite nuove compagnie di pontieri che hanno a disposizione, grazie agli sforzi delle officine militari e private, 4500 metri di passerelle tubolari su barche, oltre venti equipaggi da ponte regolamentari e impalcature per altri 4500 metri di ponte.   In laguna, nei fiumi e nei canali d’Italia vengono requisite e costruite centinaia di imbarcazioni. La dotazione di ancore è per migliaia di galleggianti, tenuto conto delle forze della corrente.  Nelle settimane che precedono l’attacco le truppe vengono addestrate sul Brenta al superamento dei corsi d’acqua e si ricostruisce, per quanto possibile, l’infernale ambiente in cui saranno costrette ad agire:  tiri a salve di artiglierie, fuoco di mitragliatrici e di bombarde”(Cervone, op. cit., p. 185).  I nostri valorosi reparti del genio pontieri subirono numerose perdite durante la battaglia.  
[34] Giulio Primicerj, 1918.  Cronaca di una disfatta, cit., pp. 96-97.
[35] Sul punto, vedi la Relazione Ufficiale Austriaca: “Ma quando gli squadroni francesi entrano la sera [del 31 ottobre] a Feltre, la città è stata già occupata dai battagioni alpini del XXX corpo d’armata.  Nel frattempo la 52a divisione italiana (ala destra dell’armata Graziani), superati da M. Cesen i rilievi di M. Garda e M. Artent, è scesa nella valle del Piave vicino a Lentiai… ”(Primicerj, op. cit., p. 206).  Vedi anche Cervone, op. cit., pp. 225-226.
[36] John R. Schindler, Isonzo.  Il massacro dimenticato della Grande Guerra, 2001, tr. it. di Alessandra Di Poi, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2002, p. 444.  L’autore non nomina la piena del Piave e la relativa distruzione dei ponti che causò il ritardo nello schieramento della nostra 8a armata.  È da notare che il titolo originale recita:  Isonzo. The Forgotten Sacrifice of the Great War.  Che la traduttrice abbia reso “sacrificio” con “massacro”, distorcendo il senso del titolo, dato che il libro vuol anche essere un omaggio al valore e quindi al “sacrificio” di tutti coloro (e in particolare gli asburgici) che combatterono sul durissimo fronte dell’Isonzo, la dice lunga sulla mentalità negativa e deformante con la quale si affronta oggi in Italia il discorso sulla Grande Guerra.
[37] David Stevenson, 1914-1918. The History of the First World War, 2004, p. 416.     
[38] Peter Fiala, 1918.  Il Piave.  L’ultima offensiva della Duplice Monarchia.  A cura di Giulio Primicerj con annessa Relazione Ufficiale Austriaca, tr. it. di Giulio Primicerj, Arcana Editrice, Milano, 1982, pp. 228-236.  All’inizio della guerra scarsa e poco effficace, la nostra artiglieria era diventata numerosa e di tutto rispetto, qualitativamente parlando, non inferiore a quella delle altre nazioni.  La nostra industria bellica lavorava a pieno ritmo, la materia prima veniva dagli Stati Uniti, pagata con i prestiti fattici dagli stessi americani, cioè con il pubblico indebitamento.
[39] Op. cit., p. 236-248.
[40] Andrea Augello, Arditi contro.  I primi anni di piombo a Roma. 1919-1923, Prefazione di Gianluca Di Feo, Mursia, 2017, pp. 18-20. 
[41] Op. cit., p. 292.
[42] Op. cit., p. 337.
[43] Op. cit., p. 339.
[44] Op. cit., p. 341.
[45] Una efficace descrizione della nuova tattica impiegata dai russi si trova in un’opera considerata classica nel suo àmbito:  Norman Stone, The Eastern Front. 1914-1917, Penguin, 1975, 1998, chap. 11:   Summer, 1916, pp. 232-263.   
[46] Sul “mito e contromito”di Caporetto, vedi:  Isnenghi e Rochat, op. cit., cap. VI, 3. Caporetto, l’immaginario e le valutazioni storiche, pp. 394-408.
[47] Krafft von Dellmensingen, op. cit., p. 341.  
[48] Faldella, op. cit., II vol., p. 284 e ss.
[49] Franco Bandini, Il Piave mormorava.  Dopo cinquant’anni la verità sulla Grande Guerra, Longanesi, Milano, 1965, pp. 200-202. 
[50] Faldella, op. cit., II vol., p. 287.
[51] Faldella, op. cit., pp. 287-288.
[52] Op. cit., p. 288.
[53] Krafft von Dellmensingen, op. cit., p. 317.
[54] Mark Thompson, op. cit., pp. 322-323. Corsivi miei. Cito nell’originale il passo incriminato:  “The ensuing struggle was a battle in itself; the situation was only saved at the end of December, with timely help from a French division”. Sottolineatura mia.
[55] I giudizi di Krafft von Dellmensingen si trovano nella parte del suo libro dedicata a: L’assalto al massiccio del Grappa, op. cit., pp. 309-344; pp. 324-328.
[56] Op. cit., pp. 328-329.
[57] Op. cit., p. 344. Konrad Krafft von Dellmensingen era il capo di stato maggiore della XIV Armata. Gli Jäger, lett. cacciatori, erano unità scelte di montagna, sia presso i tedeschi che gli austriaci.  Il termine era usato in modo simile anche nell’esercio francese: chasseurs.  
[58] Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, La Grande Guerra.  1914-1918, cit.,  pp. 386-387. Vedi anche Faldella, op. cit., tutto il secondo volume, in particolare il cap. IX:  La ritirata al Piave e la battaglia d’arresto, pp. 247-288.
[59] Op. cit., pp. 389-391.
[60] Citati da Cervone, op. cit.,  pp. 77-78.  Corsivi miei.  Non bisogna dimenticare che “le migliori truppe austro-ungariche e tedesche” erano, in quel momento, sicuramente tra le migliori del mondo.