mercoledì 14 febbraio 2018

Storia: 89 anni fa , 11 febbraio 1929, la ‘Conciliazione’ tra lo Stato italiano e la Chiesa cattolica (di Paolo Pasqualucci)

Fino agli anni Settanta circa del secolo scorso l’11 febbraio era festa nazionale.  Oggi, l’evento non solo non si celebra ma sembra esser caduto del tutto in oblìo.  Si è trattato di un fatto storico assai importante per il nostro Paese e, indirettamente, anche per il resto della cattolicità.  Finiva la grave tensione, che durava dal 1870, tra la Chiesa e lo Stato unitario italiano, dopo che quest’ultimo aveva tolto con la forza alla Chiesa il potere temporale e, pur nel mantenimento della religione cattolica quale unica religione ufficiale dello Stato, aveva introdotto leggi eversive dei beni ecclesiastici e il matrimonio civile (fallì, invece, anche per l’opposizione del Re, il tentativo di introdurre il divorzio).  La Chiesa cessava di rivendicare la restituzione del dominio temporale di un tempo, mettendo una pietra sopra il passato e riconoscendo lo Stato italiano.

I. Per la composizione della “questione romana” e il raggiungimento della desiderata “conciliazione” con la Chiesa, come tutti sanno furono determinanti la volontà e l’impegno personale di Benito Mussolini, l’ex-socialista rivoluzionario in gioventù romagnolo mangiapreti, da quasi sette anni capo del governo, non ancora “duce” stivalato e osannato da oceaniche e imperiali quanto effimere adunate.
[Vedi sul punto l’opera di colui che giustamente è considerato il massimo storico del fascismo: Renzo De Felice, Mussolini il fascista. II. L’organizzazione dello Stato fascista. 1925-1929, Einaudi, Torino, 1968, Cap. Quinto: La Conciliazione, pp. 382-436.  “Con i patti del Laterano Mussolini conseguì un successo – forse il più vero e importante di tutta la sua carriera politica – che da un giorno all’altro ne aumentò il prestigio in tutto il mondo…”, op. cit., p. 382. Corsivo mio].

II. Ma in cosa consistono quelli che vengono chiamati i Patti Lateranensi, dal momento che furono firmati, appunto l’11 febbraio del 29, nel Palazzo del Laterano tra Mussolini e il cardinale Gasparri?  Forse è utile rinfrescare la memoria.
Si tratta di due documenti, espressione di due atti diversi, tra loro collegati e interdipendenti, stipulati tra la S. Sede e lo Stato italiano:  il Trattato e il Concordato.
Col primo si è determinata e stabilita di comune accordo la posizione e il regime giuridico speciale della S. Sede stessa quale ente sovrano della Chiesa cattolica in Italia e nei confronti dell’ordinamento statale e si è composta la cruciale Questione romana vertente fra le due autorità.  Con il secondo si è fissata e disciplinata la posizione e il regime giuridico della religione e della Chiesa cattolica in Italia.
Nel Trattato viene ricostituito il potere temporale del Papa nella forma di un microstato (la Città del Vaticano), con aggiunti vari immobili di proprietà della S. Sede dotati di extra-territorialità e/o di esenzione dall’espropriazione forzata e dai contributi.  Si tratta di uno Stato a tutti gli effetti, in modo da garantire al Pontefice la piena libertà di soggetto giuridico indipendente e sovrano dal punto di vista del diritto internazionale.  
Con la  Convenzione finanziaria allegata, lo Stato italiano versava alla S. Sede, allo scambio delle ratifiche del Trattato, la somma di 750 milioni di lire in contanti (al potere d’acquisto del 1929) e di 1 miliardo in consolidato al 5%.  Tale somma la S. Sede, che aveva inizialmente richiesto circa 3 miliardi di lire, ha dichiarato di accettare “a definitiva sistemazione dei suoi rapporti finanziari con l’Italia in dipendenza degli avvenimenti del 1870”.  Essa accettava il risarcimento con la seguente motivazione: a) per la perdita del Patrimonio di S. Pietro costituito dagli antichi Stati pontifici; b) per la perdita dei beni degli enti ecclesiastici incamerati dallo Stato con le leggi eversive.  Il Papa, Pio XI, si accontentava di una somma forfettaria, tenendo conto della difficile situazione economica mondiale e italiana di quel periodo e mosso da benevolenza nei confronti del popolo italiano.
 [I dati esposti nel § 2 li ho ripresi da:  Pietro Agostino D’Avack, Lezioni di diritto ecclesiastico italiano.  Le fonti, Giuffrè editore, Milano, 1962, cap. 6, Le fonti di origine pattizia II. I patti lateranensi, p. 147 ss.]

III.  Giova ricordare, a questo punto, la Premessa ed alcuni articoli del Trattato.

“In nome della Santissima Trinità.
Premesso:
Che la Santa Sede e l’Italia hanno riconosciuto la convenienza di eliminare ogni ragione di dissidio fra loro esistente con l’addivenire ad una sistemazione definitiva dei reciproci rapporti, che sia conforme a giustizia ed alla dignità delle due Alte Parti e che, assicurando alla Santa Sede in modo stabile una condizione di fatto e di diritto la quale Le garantisca l’assoluta indipendenza per l’adempimento della Sua alta missione nel mondo, consenta alla Santa Sede stessa di riconoscere composta in modo definitivo ed irrevocabile la “questione romana”, sorta nel 1870 con l’annessione di Roma al Regno d’Italia sotto la dinastia di Casa Savoia;
Che dovendosi, per assicurare alla Santa Sede l’assoluta e visibile indipendenza, garantirLe una sovranità indiscutibile pur nel campo internazionale, si è ravvisata la necessità di costituire, con particolari modalità, la Città del Vaticano, riconoscendo sulla medesima alla Santa Sede la piena proprietà e l’esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana;
Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di stipulare un Trattato […] Hanno convenuto negli articoli seguenti:

1.  L’Italia riconosce e riafferma il principio consacrato nell’art. 1 dello Statuto del Regno 4 marzo 1848, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato.
2. L’Italia riconosce la sovranità della Santa Sede nel campo internazionale come attributo inerente alla sua natura, in conformità alla sua tradizione ed alle esigenze della sua missione nel mondo.
3.  L’Italia riconosce alla Santa Sede la piena proprietà e la esclusiva ed assoluta potestà e giurisdizione sovrana sul Vaticano, com’è attualmente costituito, con tutte le sue pertinenze e dotazioni, creandosi per tal modo la Città del Vaticano per gli speciali fini e con le modalità di cui al presente Trattato […].
4.  La sovranità e la giurisdizione esclusiva, che l’Italia riconosce alla Santa Sede sulla Città del Vaticano, importa che nella medesima non possa esplicarsi alcuna ingerenza da parte del Governo italiano e che non vi sia altra autorità che quella della Santa Sede.
[Omissis]
8.  L’Italia, considerando sacra ed inviolabile la persona del Sommo Pontefice, dichiara punibile l’attentato contro di Essa e la provocazione a commetterlo con le stesse pene stabilite per l’attentato e la provocazione a commetterlo contro la persona del Re del Presidente della Repubblica.
Le offese e le ingiurie pubbliche commesse nel territorio italiano contro la persona del Sommo Pontefice con discorsi, con fatti e con scritti, sono punite come le offese e le ingiurie alla persona del Re  del Presidente della Repubblica”. 
[Omissis]
Il Trattato constava di 27 articoli e Quattro Allegati.

IV.  Del Concordato voglio solo ricordare una novità importantissima, che metteva fine al regime di solo matrimonio civile riconosciuto dallo Stato, introdotto con il nuovo Codice Civile, a partire dal 1° gennaio 1886, quando governava la c.d. Sinistra storica. Ora lo Stato riconosceva il matrimonio religioso (secondo il diritto canonico), concedendo al sacerdote celebrante anche la mansione di ufficiale dello stato civile, dal momento che poteva egli stesso provvedere al deposito dell’atto di matrimonio (regime di matrimonio concordatario, ritoccato per alcuni aspetti dall’Accordo del 1984, art. 8).

V.  L’art. 7.2  della Costituzione della Repubblica Italiana ha confermato i Patti Lateranensi nella loro qualità di strumento che regola i rapporti tra lo Stato e la Chiesa.  Essi possono esser modificati con l’accordo delle due parti senza che si debba ricorrere a revisione della Costituzione. Il 18 febbrario 1984 fu sottoscritto un Accordo in 14 articoli, con Protocollo addizionale di 7 articoli, firmato in Roma (se non erro, dall’on. Bettino Craxi e dal cardinale Casaroli, segretario di Stato) apportante modificazioni al Concordato lateranense del ’29.  Con tale accordo la Chiesa ottenne determinati vantaggi, su questioni che l’interessavano.   Però fece alcune importanti e gravi concessioni.
L’art. 1 di detto Accordo recita: 
“La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese”.
Tale articolo è preceduto da un breve preambolo intessuto di citazioni del Concilio Vaticano II (art. 6 della Dichiarazione Dignitatis humanae sulla libertà religiosa, che parla della tutela inviolabile dei diritti dell’uomo; art. 76 della costituzione Gaudium et Spes, nel quale la Chiesa rivendica il suo diritto ad esercitare la sua missione “a servizio delle persone umane” in una “società pluralistica”; e del nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983, c. 3).  Nel Protocollo Addizionale si dà una sorta di intepretazione autentica di alcuni articoli dell’Accordo.  In relazione all’art. 1 appena citato si afferma: 
“si considera non più in vigore il principio, originariamente richiamato dai Patti Lateranensi, della religione cattolica come sola religione dello Stato italiano”.
Nello spirito apertamente richiamato del Vaticano II, la Chiesa affermava ora esser la sua missione quella di collaborare con lo Stato “per il bene del paese e per la promozione dell’uomo”:  con uno Stato laico che promuoveva “il bene dell’uomo” in prospettiva apertamente antropocentrica e totalmente indifferente, quando non ostile, alle finalità proprie della Chiesa cattolica. Coerentemente a questa impostazione suicida, il Vaticano accettava, con piena sua soddisfazione, che nel Protocollo Addizionale si cancellasse ogni riferimento alla religione cattolica quale unica religione dello Stato italiano (come stabilito dallo Statuto Albertino, mantenuto dallo Stato fascista, per il quale le altre religioni erano culti tollerati o ammessi, a seconda della dizione preferita).
Coerentemente con questa impostazione, l’art. 4 dell’Accordo annacqua il carattere sacro della città di Roma, sede del Papato, ampiamente riconosciuto e tutelato dallo Stato fascista.
Recita infatti l’art. 4 dell’Accordo :
“La Repubblica italiana riconosce il particolare significato che Roma, sede vescovile del Sommo Pontefice, ha per la cattolicità”.
L’art. 1.2 del Concordato lateranense del ’29, diceva invece, in modo molto più forte ed incisivo:
“In considerazione del carattere sacro della Città Eterna, sede vescovile del Sommo Pontefice, centro del mondo cattolico e meta di pellegrinaggi, il Governo italiano avrà cura di impedire in Roma tutto ciò che possa essere in contrasto col detto carattere”.
E questa “cura”, come sappiamo, fu messa scrupolosamente in atto.  Del resto, sino alla prima metà degli anni sessanta del secolo scorso, nel centro di Roma i night-clubs, sorti tutti nel dopoguerra nella zona di via Veneto, erano pochissimi e, credo, alquanto castigati.
[I testi dei Patti Lateranensi e del successivo Accordo con Protocollo Aggiuntivo, li ho citati da:  Giovanni Barberini (a cura di), Raccolta di fonti normative di diritto ecclesiastico, 4a ediz. riveduta e ampliata, G. Giappichelli Editore, Torino, 1997, pp. 31-59].

VI.  Voglio concludere questa breve rievocazione  con alcune citazioni dal menzionato capitolo di Renzo De Felice sulla Conciliazione.
Pio XI si era giustamente opposto alla ventilata revisione della legislazione ecclesiastica esistente da parte del governo italiano, mai accettata dai Papi: si trattava della legislazione detta delle Guarentigie, stabilita dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, a garanzia della libertà e indipendenza economica del Pontefice; però stabilita unilateralmente dallo Stato italiano e senza riconoscere alcun potere temporale al Papa, come se potesse esser concepito quale sovrano senza Stato.
Mussolini prese posizione contro le polemiche che l’atteggiamento del Papa aveva provocato, con una celebre lettera al Guardasigilli Alfredo Rocco, il 4 maggio 1926.  Egli mostrava di  comprendere e giustificare appieno il punto di vista del Pontefice.

“La Santa Sede, scriveva egli, pur apprezzando il profondo mutamento di indirizzo, che il trionfo del Fascismo ha segnato nella politica religiosa dello Stato italiano, reputa che una sistemazione soddisfacente dei rapporti tra la Chiesa Cattolica e lo Stato in Italia non possa conseguirsi, se non per via di accordo bilaterale, e che un accordo di tal fatta presuppone risoluto, d’intesa tra le due Potestà, il problema della sistemazione giuridica della Santa Sede, come organo centrale, e pertanto, di sua natura supernazionale, della Chiesa, il quale, per decreto della Provvidenza divina ha sede in Italia.
Il regime fascista, superando in questo, come in ogni altro campo, le pregiudiziali del liberalismo, ha ripudiato così il principio dell’agnosticismo religioso dello Stato, come quello di una separazione tra Chiesa e Stato, altrettanto assurda quanto la separazione tra spirito e materia…È logico pertanto che il Governo Fascista giudichi con piena serenità le attuali manifestazioni della Santa Sede, e le reputi degne della più attenta considerazione…Giunte le cose al punto, in cui il tempo e il procedere della storia, e l’evoluzione spirituale e politica del popolo italiano le hanno condotte, reputo non inutile che tu, coi mezzi di informazione di cui disponi, prenda riservatamente notizia del punto di vista odierno della Santa Sede, intorno alle forme che potrebbe assumere una soddisfacente sistemazione giuridica dei suoi rapporti con lo Stato italiano”. [ De Felice, op. cit., pp. 389-390].
Con questa lettera, che mise immediatamente in moto Alfredo Rocco, si iniziò il processo che quasi tre anni dopo si sarebbe concluso con i Patti Lateranensi.  Nella fase finale, le trattative, sempre riservate, furono condotte personalmente da Mussolini. 
Com’è noto, i Patti furono occasione immediata di accese polemiche, anche nell’ambito della schieramento fascista, nel quale era presente da sempre una robusta componente anticlericale.  Ci furono successivamente incomprensioni e conflitti, anche seri, con la Santa Sede a proposito delle organizzazioni giovanili cattoliche.  Tra i cattolici, se la maggioranza gioì, ci fu tuttavia chi pensò che la Chiesa avesse concesso troppo al regime o, addirittura, avesse “capitolato” nei suoi confronti.  Quest’opinione fu espressa da ambienti del cattolicesimo francese, per i quali la Chiesa, appunto “capitolando” nei confronti del regime, si era messa sotto “la protezione italiana”, come scrisse Maurras su ‘L’Action Française’ del 14 febbraio 1929 [De Felice, op. cit., p. 423, nota n. 1]. 
Ma si poteva davvero ritenere, aggiungo io, che il mettersi sotto “la protezione” temporale dell’Italia (se si vuole usare quest’immagine)  comportasse una diminuzione dell’universalità della Chiesa cattolica e di Roma, in quanto capitale del cattolicesimo? Poteva sembrare, superficialmente, che la Chiesa si fosse messa ora sotto la “protezione” dello Stato italiano.  In realtà, da un punto di vista superiore, era vero il contrario:  era lo Stato italiano che ora, riconoscendo e riparando certi suoi errori e venendo perdonato dalla Chiesa per le offese e malefatte risorgimentali e postrisorgimentali, ritornava ad esser spiritualmente “protetto” (se così vogliamo dire) dal caritatevole e materno benvolere della Chiesa.
A proposito delle summenzionate polemiche, si veda quest’ultima citazione, sempre dall’opera di De Felice.
“Non meno soddisfatto e conciliante si era mostrato Mussolini quando – il 10 marzo [1929], in occasione della prima ‘assemblea quinquennale del regime’- aveva per la prima volta pubblicamente parlato dei patti.  Questi, aveva detto , erano “equi e precisi” e avevano creato tra l’Italia e la Santa Sede una situazione “di differenziazione e di lealtà”:
“Io penso, disse, e non sembri assurdo, che solo in regime di concordato si realizza la logica, normale, benefica separazione tra Chiesa e Stato, la distinzione, cioè, tra i compiti, le attribuzioni dell’una e dell’altro.  Ognuno coi suoi diritti, coi suoi doveri, con la sua potestà, coi suoi confini.  Solo con questa premessa si può, in taluni campi, praticare una collaborazione da sovranità a sovranità.
Parlare di vincitori o di vinti è puerile:  si parli di assoluta equità dell’accordo che sana reciprocamente de jure un’ormai definitiva, ma sempre pericolosa e comunque penosa situazione di fatto.  L’accordo è sempre meglio del dissidio; il buon vicinato è sempre da preferirsi alla guerra”.
E, pur mettendo in chiaro che il riconoscimento alla Chiesa cattolica di “un posto preminente nella vita religiosa del popolo italiano”non significava persecuzione, soppressione o anche solo vessazione degli altri culti, aveva annunciato che lo Stato fascista non era tenuto – “come si pretenderebbe dalle vaghe superstiti cellule demomassoniche”- a conservare tutte le misure di una legislazione “che fu il prodotto di un determinato periodo storico”e che spesso erano col tempo diventate delle semplici finzioni”.  [De Felice, op. cit., pp. 427-428]. 
Il giorno dopo, 11 marzo, ‘L’Osservatore Romano’ definì le parole del “duce””obbiettive ed esaurienti”[De Felice, op. cit., p. 427, nota n. 2].

La valutazione mussoliniana del significato autentico dei Patti, condivisa dal Vaticano, mostrava che il loro spirito non era affatto quello di fornire alla Chiesa una semplice “protezione” nel temporale, quasi la Chiesa fosse un soggetto inferiore a quello statale e bisognoso pertanto della sua protezione.  Anche se, dal punto di vista materiale e organizzativo, lo Stato italiano veniva a “proteggere” la Chiesa in quanto piccolissimo Stato enclave al suo interno (la polizia italiana poteva entrare nella Città del Vaticano ma solo su richiesta della stessa autorità vaticana, art. 3.2 del Trattato), lo spirito e la finalità dei Patti era quello di riconoscere  nella Chiesa, in conformità alla sua natura, la più completa autonomia, libertà e sovranità temporale; cioè la realtà insopprimibile di un’istituzione che, nella sua assoluta indipendenza di compiuto ordinamento giuridico, non aveva bisogno di alcuna “protezione” né da parte dello Stato italiano né di altri.  

Paolo Pasqualucci, domenica 11 febbraio 2018


[fonte:  iterpaolopasqualucci.blogspot.ie]

martedì 6 febbraio 2018

ETERNI MALVEZZI DISUGUALI (Racconto di Piero Nicola)

  Sull'autobus affollato la gente si accalca. Un'anziana raggiunge a fatica la macchinetta obliteratrice, sebbene i più vicini si siano stretti per lasciarle un varco, messi in soggezione dalla presenza d'un militare. Alla fermata, un'imprecazione: la protesta d'un marcantonio maturo, impedito a scendere. Gli è scappata una mezza bestemmia. Il conducente lo punisce accennando a chiudergli la porta in faccia. Il conducente, che filava veloce dando l'impressione d'essere spericolato, benché si potesse contare sulla perizia della sua categoria, ora rallenta l'andatura. È in anticipo di due o tre minuti e, se non arriva al capolinea in orario, lo aspetta un'ammonizione. La guida del veicolo lo seduce, lo trae dall'anonimato investendolo di responsabilità e di potere; gioca un po' con le regole del traffico rasentando il limite dell'osservanza, e mette a posto i guidatori che si azzardino a contrastare il passo al grande automezzo pubblico.
  È salito il controllore. I due dipendenti dei Trasporti Urbani si ammiccano, essendo stati colleghi. Anche questo impiegato temuto dai passeggeri s'investe d'autorità, legittima, beninteso, ma c'è modo e modo... Anch'egli avrà qualche motivo, in casa o altrove, di rifarsi col proprio servizio, o semplicemente esagera sentendosi partecipe nella tutela dell'ordine sociale. Così in lui resta socchiusa l'apertura per la quale s'insinua la durezza, la pressappoco sadica volontà di contribuire al raddrizzamento del mondo. Si pianta davanti a un evidente vagabondo, forse mendicante, sprovvisto di biglietto, e lo invita a esibire il documento che lo identifica; annota le generalità, rilevate da una carta  gualcita e bisunta che il poveraccio ha pescato nella sacca portata a tracolla. Si ode un vago mormorio nel circostante disagio corporeo e spirituale, ma la cosa finisce subito lì. L'africano e la donna con la testa avvolta nel velo guardano placidi. Il borsaiolo sente puzza di bruciato e, ripreso il biglietto dalle mani indagatrici, si prepara a smontare.

  Nel tassì che è riuscito a sorpassare l'autobus, prima della fermata da cui sarebbe stato bloccato nella corsia loro riservata, viaggia un funzionario del Ministero. Quando scende, il portiere gli va incontro, si scappella, gli prende la borsa. All'interno l'usciere in uniforme riceve la borsa e accompagna al suo ufficio il capo-divisione, che attraversa veloce e impettito l'anticamera affollata. Gli astanti hanno abbozzato l'inchino, ritti e ossequenti. Sulla scrivania monumentale giace in vista l'elenco dei richiedenti udienza, dove i nomi dei postulanti occupano le righe finali. Ma il capo convoca due subalterni. Sbrigata con piglio militaresco, a dispetto del grosso ventre, la faccenda che gli premeva, afferra la copia del provvedimento con cui il direttore del personale, su segnalazione del capo-sezione, ha sospeso dal servizio l'impiegato Martelli, ritardatario nel giungere al lavoro.
  «'Sto Benedetti è un pignolo... È fiscale,» dice fra sé e sé il capo-divisione, che quanto a puntiglio esigente non scherza affatto. «Scommetto che il Martelli è arrivato un paio di volte con pochi minuti di ritardo... Bah, il cerbero non sarà un'aquila, ma compie il suo dovere. E poi, come faccio a moderarlo, se sta nella manica del Segretario distrettuale?»

  Martelli rimugina tristi considerazioni. Gli brucia l'onta subita in ufficio. Nessuno dimostrerà sentimenti meschini e, nonostante la confidenza, non c'è chi si azzardi ad apparire vile lasciandosi andare a una canzonatura; tuttavia lo smacco rimane e i maligni ne godono. Adesso, in casa bisogna fare i conti con lo stipendio di questo mese dimezzato. La moglie comprensiva, ribellatasi all'"ingiustizia", distoglie presto lo sguardo inquieto, se i loro sguardi s'incontrano. Le passerà. Più d'una volta Martelli si sono trovati d'accordo lui e lei criticando questo sistema "da caserma", vantato con elevati argomenti e orgoglio di popolo. Adesso però il castigato finisce per prenderla con filosofia. In fondo conosceva la regola, che vale per tutti, e l'hanno fatta rispettare. Il posto ce l'ha, i figli crescono e profittano negli studi. Ricorda suo padre che lo metteva in guardia dalla tentazione di separarsi da Giulia a causa dei suoi grossi difetti, non di rado esasperanti:
  «Se guardi a quello che ti manca, se guardi alle mancanze, non sarai mai contento. Tu non lo sai, ma cerchi una perfezione, e questo mondo non è in nessun modo perfetto. Puoi avere questo e non quello, questo piacere col suo dispiacere, oppure un altro piacere e un altro dispiacere. Non hai altra scelta che accontentarti. Una situazione può essere migliore d'un'altra; certamente... In qualche caso è soltanto questione di gusti.»
  La scelta d'una situazione migliore s'addice meno che mai al matrimonio. Scioglierlo lasciando i figli sbalestrati, rompendo una comunità, la cellula, per mettersi con una nuova persona difettosa  o per confinarsi nel proprio io, è comunque un delitto. La Chiesa ha ragione.
  «Caro mio, avresti ragione,» l'amico d'infanzia altolocato replicò a Martelli, un giorno che, andando a passeggio, questi gli confidava le sue insofferenze verso certe coercizioni, «potresti essere nel giusto, se governare non fosse un dramma. Il cancro non si cura con l'aspirina.»
  «E quale sarebbe il cancro?»
  «È la seduzione dei furbi nemici dell'onestà, nemici dei valori che intralciano i loro interessi.»
  «E che mi di dici della retorica?»
  «Eh, dagli con la soluzione ideale!» anche lui concludeva fustigando il perfezionismo. Però aveva un'aria scherzosa.
  «Ma la retorica non è fingere una perfezione?»
  «Si capisce...»

  Luigi Martelli, chiamato Gigi, frequenta la seconda classe del Liceo Petrarca. Il professore di latino e italiano non solo è un tipo che si fa rispettare: in classe non tollera la minima distrazione. Se un alunno si volta indietro, stende la mano verso di lui, calmo, impassibile: 
  «Lei, si alzi,» dice con un tono tutto personale, e indicando la porta: «Si accomodi fuori.»
  Avviene che uno non capisca il motivo della penitenza, ma nessuno osa chiederlo.
  Nel silenzio in cui si sentirebbe volare un moscerino, l'insegnante allampanato e calvo si leva sulla cattedra per tenere la lezione. Le occasioni fornite dalle materie alla retorica sono parecchie; egli non ne perde una. Le virtù dei Romani (l'erre maiuscola di Romani gli allievi debbono figurarsela) ricorrono puntualmente. Oppure sono i vati italici d'ogni epoca a essere portati sugli scudi dell'amor patrio. Ragazzi le cui fibre vengono plasmandosi assimilando sia le proteine che le patrie glorie, patiscono tuttavia un inconscio sconcerto. Altri godono l'enfasi, qualcuno sorride; per poi tollerarsi a vicenda, convinti della disciplina unitaria. Tutti serbano l'attesa della lezione seguente, condotta da quella di storia e geografia. Chi più chi meno, chi meglio chi peggio, ognuno è innamorato della signorina. E lei, che lo sappia o no, che lo voglia o no, porta la gonna ben sotto al ginocchio e gli occhiali cerchiati di spessa montatura marrone, intonata ai capelli castani.
  Quando scocca il segnale dell'intervallo e le classi si riversano nel cortile, i baldanzosi si danno agli scherzi e agli sfoghi fisici; i riflessivi discorrono, ragionano; ma è vietata la sigaretta e l'uso del cellulare. Il bidello, che presso l'uscita vende fette di focaccia salata, ha durato fatica a reggere l'assalto dell'appetito pressoché universale.
  Viene l'ora di esercizio ginnico. L'istruttore, ex campione di volteggi al cavallo, vuole che la tenuta sia proprio conforme al regolamento, ma trascura gli attrezzi, preferendo che ai giri di corsa seguano ripetuti esercizi a corpo libero, che fanno sudare il doppio. Ama la facezia, si esprime con locuzioni inedite:
  «Tu, dì un po',» ha ripreso un compagno che saltellando gettava i piedi in fuori, «ma perché corri così, alla parigina?»
  Gli adolescenti hanno sorriso sorpresi, senza cattiveria. Non c'è stata malizia. La malizia sta altrove, oltre il confine. E viene rinfacciata a quegli stranieri, che ritorcono il disprezzo e le accuse. Le propagande si scontrano. Qui non sono pochi i curiosi dei costumi liberi, licenziosi. Ci sono quelli che infilano il naso tra le maglie della censura. In ultimo, ha la meglio il richiamo dell'orgoglio per la civiltà nazionale, che fa sentire colpevoli i trasgressori, simili a fedeli che hanno peccato. Quanto agli indifferenti, sembrano eretici, e pagano il fio del loro agnosticismo.
   La signora Martelli si reca al negozio di stoffe con la sua bella figliola bionda. Le piace cucire vestiti e le conviene. Alla commessa chiede di vedere un tessuto adatto a un abito da pomeriggio per la ragazza. Dietro il banco, la donna alta, adusta, dal naso adunco e dalle labbra magre, dopo aver squadrato le aspiranti clienti, tira fuori dei mazzi-campionario, le cui copertine sono rivestite di marocchino autentico. Il lusso traspare dai lembi delle pezzuole. La madre, pur stentando a credere che la clientela della bottega sia tanto ricca e esigente, accetta l'esame delle magnifiche strisce di tessuto, scoperte via via dalle mani di un'eretta, malcelata degnazione. Il padrone, ammanierato, dinoccolato, resta distratto, benché la madre accenni a una rinuncia, distaccandosi e dando ad intendere di cercare qualcosa di differente. «Non abbiamo di meglio signora,» la previene la commessa, con negli occhi pungenti un'ombra d'ironia. La signora Martelli, senza fiatare, coglie il braccio della sua ragazza incantevole e conducendola alla porta, rimanda i commenti al marciapiede.

  Il nonno ottuagenario sta male. La cameriera ha chiamato il dottore, avverte il figlio sposato. Il medico da poco più di un mese è primario all'Ospedale Maggiore. Ha promesso d'essere sollecito. «Vengo, appena posso.» Tanto la cameriera-infermiera riferisce al figlio, che si è precipitato,  avendo ricevuto il solidale permesso dal capufficio. Il primario si trova nello studio di casa. Nell'anticamera lo aspetta ancora una paziente, mentre lui ascolta la moglie, desiderosa di sapere che cosa occorre rispondere agli amici Bonanni. Costoro devono sapersi regolare riguardo alla progettata cena di sabato sera, al ristorante. Squilla il telefono. Il sanitario si scompone. Schiaccia il tasto d'ascolto. È la nipote del generale, ottantenne come il signor Martelli, di cui stava quasi per scordarsi. Sembra troppo. Bisogna che si decida a tagliare via un ramo dei suoi impegni. Toglie il camice, infila la giacca davanti alla consorte, che attende amara.
  «Andiamo,» la risposta rinviata arriva secca, "digli che andiamo, che prenotino loro!»
  Quindi raggiunge colei che si sarebbe fatta visitare. Abbia pazienza; ritorni. Si è presentata un'urgenza. Riprenda per telefono l'appuntamento. Tralasciando i riguardi, il medico precede sul pianerottolo la donna di mezza età, ammutolita. Scende agile giù per le scale, nella cui tromba dorme l'ascensore. In strada, si dirige alla volta della macchina nell'autorimessa. Lo scontento assume una forma precisa. Come può esimersi dal correre subito dal generale? Notoriamente suo figlio è una potenza. Se invece quel figlio conoscesse la situazione, disapproverebbe il favoritismo; e non per scarso attaccamento al proprio genitore.


Piero Nicola 

giovedì 25 gennaio 2018

PROTEZIONISMO (di Piero Nicola)

Dice: "Vuoi affrontare un problema di così grande portata con quattro parole che potrebbero venire dall'uomo della strada?" Sicuro che non ho paura di farlo, perché il giudizio non viene di certo da uno degli intervistati, a campione, dal giornalista televisivo. Io scelgo un vero rappresentante del buon senso elementare.
  A che proposito? A proposito del massimo tema del giorno: il protezionismo. Già la parola protezionismo è buona, comporta difesa dell'interesse nazionale. Al contrario viene scioccamente ritenuta negativa, equivalente a un danno anacronistico; come se le nazioni non fossero sempre una possente realtà e non continuassero a dover badare, in qualche modo, al proprio tornaconto; come se la stessa autarchia, il fare a meno di dipendenze e di costose importazioni, non avesse procurato invenzioni e benefici. In Italia , per esempio, si inventò la plastica, adottata da ogni paese. Ma i capi di stato dei maggiori paesi, compreso il provvisorio capo del governo nostrano, si danno d'attorno per dimostrare che i provvedimenti protezionistici non giovano né al mondialismo (e qui si potrebbe essere d'accordo) né ai singoli stati. E qui cade l'asino.
  Il perché si dimostra facilmente. Basta stabilire la gerarchia dei valori. Occorre chiedersi se sia più importante il risultato economico complessivo, il famoso pil, o il benessere generale (materiale e morale) dei cittadini. Persino la Merkel risponderà che le sta a cuore il bene comune. Sia lei che Gentiloni, che Renzi, obbligati a parare le obiezioni e il malcontento, dichiarano di voler provvedere all'occupazione, al lavoro per i giovani. Invece fanno derivare ciò dalla complessiva prosperità, dalla ripresa in atto successiva alla crisi.
  Intanto, mi permetto di dubitare delle statistiche. Persino quelle tedesche non le fanno gli angeli... E tanto meno credo all'uso che ne fanno i politici. Le statistiche assomigliano alle valutazioni delle agenzie che assegnano le A ai dati economici dei vari paesi, secondo certe convenienze politiche. Ma volendo ammettere un attuale miglioramento dell'economia, volendo pure ammettere che esso sia generato, in certa misura, dai liberi scambi commerciali, dall'abolizione di dazi doganali, la questione rimane la stessa: è molto più importante il Bene comune dell'incremento del pil: aumento che consiste nel maggior profitto di una minoranza privilegiata alquanto internazionalista, e nella crescita di capitali vaganti sull'orbe terracqueo.
  È evidente che la salute sociale dipende dal lavoro e che il lavoro dipende dal protezionismo, dalle industrie messe in grado di operare in loco, e che non sono soggette a chiusura o trasferimento all'estero, che mantengono la vita di città e villaggi, conservandone il patrimonio di creatività e di tradizioni. Il mondialismo vantato è la negazione di questo valore inestimabile; esso produce instabilità di multinazionali apolidi che obbediscono a centrali anonime, capitali erranti che vanno alla busca, strapotere degli speculatori del libero mercato finanziario e commerciale, morte e disordine in vaste aree civili, sfruttamento delle maestranze e dei quadri (da tempo cominciato con la precarietà degli impieghi e con l'aumento dell'età pensionabile). Le giustificazioni delle leggi che hanno recato questo stato di cose sono penose, false e immorali. Inutile dilungarsi. Tornano in ballo le statistiche opinabili e le pretestuose necessità della concorrenza internazionale, della concorrenza delle paghe. Anziché difendersi dagli stati esportatori di merci prodotte con salari molto bassi, si preferisce mettersi al passo con essi danneggiando il patrio tessuto sociale, svilendo la Patria. Nello stesso senso vanno la mafia, la droga e l'immigrazione, l'importazione di manodopera sfruttata e di un disordine che snerva e infrollisce il popolo originario, tendendo a renderlo senza Patria (almeno nella mente), senza Famiglia e senza Dio; con il contributo di capi religiosi inqualificabili.
  Il disegno che antepone il prodotto interno lordo al Bene comune risulta palese. Che poi esso riesca, che riesca a vincere i populismi sembra impossibile. L'UE, rappresentante eminente del mondialismo non gode di buona salute. La metà dei cittadini non va a votare e molti votano i partiti della protesta. Il malessere (tangibile nelle basse retribuzioni, nella precarietà del lavoro e nella massa dei disoccupati e dei male occupati) aspetta un ribaltamento, poco importa di quale colore e da quale capopopolo provenga.
  Per altro, veniamo a sapere che Trump ha rivendicato il diritto alle sue misure protezionistiche nei confronti degli stati concorrenti, ma la tivù non ci comunica quale esso sia. Il che fa presumere che sia piuttosto valido.


Piero Nicola

venerdì 12 gennaio 2018

VITTORIO EMANUELE III E LA GUERRA (di Piero Nicola)

    Può accadere che, pur stando dalla stessa buona parte, ci si trovi in disaccordo. È cosa discreta, da parte del collaboratore d'una rivista, evitare aperte contraddizioni, specie verso colleghi più dotti e titolati. Ma ora purtroppo devo chiedere venia perché, tenendo fede a quella che ritengo essere la giustizia, nel redigere l'articolo non riuscirei a sfumare il suddetto contrasto senza ledere il presupposto della mia partecipazione al blog: testimoniare il vero, oltre che in materia religiosa, nelle diverse questioni morali.
  Il Re soldato tenne una condotta encomiabile nella Prima Guerra Mondiale. Tuttavia bisogna notare che la Triplice Alleanza, dell'Italia con gli Imperi Centrali, rinnovata da Giolitti nel 1912, restò valida fino alla sua denuncia unilaterale italiana (4 maggio 1915), venti giorni prima della nostra dichiarazione di guerra all'Austria. e dopo che l'Italia aveva firmato il Patto di Londra con la Triplice Intesa, il 26 aprile dello stesso anno. Quantunque regnante in un regime democratico, è innegabile che Vittorio Emanuele III partecipò a tale atto di slealtà, comunque lo si voglia giustificare, destinato ad avere un certo peso nell'avvenire.
  Il Re intervenne direttamente dopo la Marcia su Roma, quando conferì a Mussolini l'incarico di capo del governo. Dopodiché il sovrano aderì a tutto il processo del fascismo: dittatura, Guerra d'Etiopia, Guerra d'Albania, assumendo il titolo di imperatore d'Etiopia e Re d'Albania. Infine egli sottoscrisse le leggi razziali, ricevette Hitler a Roma (come non fece il Papa), sottoscrisse le dichiarazioni di guerra a Francia, Inghilterra, Stati Uniti.
  A tutti è lecito riconoscere i propri errori e pentirsene, in certi casi anche smentendo la parola data, sempre che la buona coscienza lo richieda. Ma occorre corrispondere ad essa coerentemente e dignitosamente. Inoltre, l'uomo onesto non si sottrae al pagamento dei falli da lui commessi. Al contrario, Vittorio Emanuele III non fece pubblica ammenda dei suoi eventuali misfatti, passò nel campo nemico dall'oggi al domani, immediatamente dopo un armistizio concluso all'insaputa e a danno dell'alleato, con un armistizio sui generis, consistente in una resa incondizionata. Abbandonando il suo posto per rifugiarsi sotto la protezione anglo-americana, egli diede una molteplice grama prova di sé. Lasciò sbandato un esercito che, nonostante tutto, sarebbe stato in grado di difendere la Patria (la IV Armata dislocata tra Italia e Francia costituiva ancora una forza fresca e notevole). Anziché abdicare consegnandosi al nemico, istituì un fantomatico Regno del Sud, in una mezza Italia governata (molto male) da eserciti stranieri.
  Qualora le potenze dell'Asse fossero riuscite vittoriose, il Re avrebbe ugualmente licenziato il capo del fascismo e sciolto il sodalizio con la Germania nazista? Fu evidente, e rimane certo, che non avrebbe agito così. Pertanto il suo comportamento in tali circostanze si ridusse a un'azione utilitaristica e machiavellica. Lo stesso principe Umberto, durante il loro trasferimento a Brindisi, manifestò il suo disappunto rispetto al giudizio che la Storia avrebbe dato su quella fuga. Poco importa che altri capi di stato alleati della Germania si siano condotti allo stesso modo in prossimità della sconfitta. La morale non cambia. Tanto più che costoro lasciarono che le proprie nazioni passassero da un'egemonia germanica al dominio sovietico, non meno irreligioso e feroce.
  Quanto agli Alleati, la loro iniquità e empietà (sotto la copertura di una libertà indeterminata, quindi perversa, oltreché propagandistica) ci ha portato in una condizione deplorevole. Il frutto della loro egemonia si è rivelato appieno, come d'altronde qualcuno aveva avvertito che dovesse succedere.


Piero Nicola

giovedì 11 gennaio 2018

Storia: Settant’anni fa il durissimo Trattato di Pace, “l’infame Dictat”, suggello alla nostra resa incondizionata dell’8 settembre 1943 - Prima parte (di Paolo Pasqualucci)

“Ma, come si viene alli eserciti, non compariscono. 
E tutto procede dalla debolezza de’ capi…”
(Machiavelli, Il Principe, XXVI)

Prima parte:  La resa incondizionata (il bastone) e la falsa alleanza detta “cobelligeranza”(la carota)

Sommario :
1.  Nota previa: fare per davvero i conti con la nostra storia.  2. Perdura l’equivoco sul vero significato del nostro Armistizio.  3. La nostra resa incondizionata fu sentita dal popolo come un’onta cocente.  4. L’Armistizio comportò una resa incondizionata, totale, spietata e senza appello. 5. L’avversione profonda degli Inglesi nei nostri confronti; il disprezzo degli americani, nel discorso di Roosevelt del 6 giugno 1944. 6. Arrendersi per uscire dall’infausta “Guerra di Hitler” non era tradimento.  7.  Tutti i governi alleati di Hitler, tranne quello slovacco, cercarono di uscire dalla guerra, ricorrendo a ripetuti contatti segreti con il nemico. 8. La risalita dagli Inferi: grandi sacrifici ma un contributo forzatamente modesto alla vittoria alleata, tuttavia ingiustamente misconosciuto al Tavolo della Pace.    

1. Nota previa: far per davvero i conti con la nostra storia.     
Nel biennio apocalittico 1943-1945 noi italiani ci siamo fatti la fama di vili e traditori, perché, quando le cose stavano volgendo al peggio, saremmo passati dall’altra parte, subito dopo l’Armistizio dell’8 settembre 1943, concessoci dagli Alleati.  Ancora oggi c’è chi ama ricordare, con una punta di disprezzo, che “l’Italia ha cominciato la guerra da una parte e l’ha finita dall’altra”, dichiarando guerra alla Germania e al Giappone, suoi precedenti alleati. Chi ama fare queste affermazioni in genere ignora l’esatto svolgimento dei fatti o non ne sa cogliere il significato. 
Innanzitutto, ignora il fatto macroscopico che l’Armistizio ci fu concesso in cambio di una resa senza condizioni, i cui pesanti termini costituirono i presupposti per il successivo, durissimo Trattato di pace del febbraio del 1947, impostoci in quanto vinti.  Ignora poi l’altrettanto macroscopico fatto che l’Italia si divise in due Stati entrambi forzatamente satelliti del  rispettivo occupante e finì la guerra da tutti e due i lati, l’un contro l’altro armati: 6 divisioni al Sud e 4 al Nord, più tutto il resto, ampio e variegato.  Ignora, inoltre, che l’Italia, cioè il governo di “tecnici” con presidente il maresciallo Badoglio, formato dal Re subito dopo il colpo di Stato con il quale il medesimo Re fece arbitrariamente arrestare Mussolini (presentatosi a lui per dimettersi da Capo del Governo dopo il voto di sfiducia ricevuto dal Gran Consiglio del Fascismo la notte precedente),  e dissolse il regime fascista, non passò dall’altra parte ma semplicemente si arrese senza condizioni allo strapotere militare degli Alleati invasori, le cui forze aeree avevano cominciato da quasi un anno a demolirci senza speranza mentre le nostre forze armate, dopo 39 mesi di durissima e sfortunata guerra contro le maggiori potenze mondiali, erano ormai stremate. Non è vero che non ci fosse più spirito combattivo però le perdite di uomini e armamenti erano state enormi, mancavano quadri e soldati ben addestrati, alcune importanti unità erano in ricostituzione o in fase di addestramento.  Costituiva, comunque, una forza ancora in grado di combattere una battaglia strettamente difensiva, almeno per un certo tempo.
 Il superstite governo, legale anche se moralmente delegittimato dalla precipitosa e umiliante fuga dell’8 settembre, con due soli ministri al séguito e un gruppo scalcagnato di collaboratori e alti ufficiali, rimessosi alla protezione del nemico angloamericano cui si era arreso da cinque giorni, dichiarò guerra ai tedeschi ben 35 giorni dopo la capitolazione:  il 13 ottobre, premuto dagli Alleati, nonostante la dichiarazione fosse più che giustificata dal fatto che, subito dopo l’annuncio della nostra resa, i tedeschi ci avevano aggredito senza preavviso, in spregio al diritto internazionale e in certi casi con estrema brutalità, proseguendo nell’occupazione dell’Italia messa in cantiere da Hitler già all’indomani della caduta del fascismo (25 luglio 1943) ed ininterrottamente proseguita con l’invio di sempre più numerose divisioni (piano Alarich poi Achse). Da 4 che erano al 25 luglio, erano diventate 17 alla vigilia dell’8 settembre, alcune delle quali molto agguerrite. Che, in termini di Realpolitik, i tedeschi fossero legittimati ad agire in quel modo, perché, come si suol dire, “la guerra è guerra” e le esigenze strategiche imponevano loro di impadronirsi per quanto possibile della penisola italiana che si era arresa -- ciò nulla toglie al fatto che il loro comportamento, quello di un alleato che si impadroniva fulmineamente del nostro territorio con la forza e senza dichiarazione di guerra, giustificava perfettamente la dichiarazione di guerra da parte del maresciallo Badoglio, anche se il governo da lui presieduto era all’epoca senza Stato e senza esercito.   Solo dopo tale dichiarazione venimmo promossi a “cobelligeranti”, pur restando nemici a tutti gli effetti sconfitti e per di più arresisi incondizionatamente.  La BBC precisò immediatamente che i “cobelligeranti italiani” non dovevano considerarsi alleati. Cos’erano, allora? Come dimostrò il successivo Trattato di Pace, gli italiani restavano sempre nemici, però se ne accettava la cobelligeranza contro il Reich, diventato comune nemico.  
La dichiarazione di guerra al Giappone (il 14 luglio del 1945) fu fatta nella previsione di un’ultima sanguinosissima campagna sul territorio giapponese da parte degli americani, cui faceva naturalmente comodo servirsi nell’occasione anche di truppe altrui, alleate o cobelligeranti che fossero.  Il governo italiano, prevedendo le clausole armistiziali una pace durissima nei nostri confronti, sperava in questo modo di guadagnarsi dei meriti sul campo, accanto a quelli forzatamente modesti ottenuti sino a quel momento con la difficile “cobelligeranza” sul fronte italiano.  Non si trattava di “machiavellismo” da parte nostra ma del legittimo tentativo di migliorare in qualche modo la nostra situazione, estremamente precaria.  Ma poi le  due bombe atomiche sganciate il 6 e il 9  agosto sul Giappone fecero concludere rapidamente la guerra (il Giappone dichiarò di accettare la resa il 14 agosto e capitolò formalmente il 2 settembre) e i paracadutisti, i bersaglieri e gli alpini del piccolo esercito del Regno del Sud (che avevano dato buona prova nella campagna d’Italia testé conclusa) restarono a casa.  Col Giappone, del resto, l’alleanza (il c.d. Tripartito) era sempre stata alquanto labile.  Dopo l’8 settembre, i giapponesi si erano impadroniti con la forza di alcuni nostri sottomarini, dimostrandosi a noi ostili.   
A tanti anni di distanza da quei tragici eventi, tra i più drammatici della nostra plurimillenaria storia, si continua a non avere le idee troppo chiare su quella che era la nostra effettiva condizione: vinti arresisi incondizionatamente e sottoposti ad una dura occupazione militare da parte dei vincitori, i quali vinti divennero per i casi fortuiti delle circostanze “cobelligeranti” pur restando sempre a tutti gli effetti sia nemici che vinti.  Nemici cobelligeranti:  sembra una contraddizione in termini, una di quelle formule inventate dalla fertile mente dei diplomatici per trovare una pezza d’appoggio giuridica a situazioni ambigue o particolarmente ingarbugliate.  Ma non lo è, a ben vedere.  Nemici sconfitti, cui i vittoriosi Anglosassoni concedevano di combattere (inquadrati a certe restrittive condizioni nelle loro armate) contro il Terzo Reich, ora nemico di tutti e due, vincitori e vinti, quindi comune nemico. Pertanto, mai alleati, nel modo più assoluto.  Una situazione paradossale, ma non più di tanto, nella quale si vennero  a trovare anche altri ex-alleati di Hitler: Bulgaria, Finlandia, Romania.
Re Michele di Romania fece il suo colpo di Stato arrestando il dittatore, il Conducator Ian Antonescu e obbligando le scarse forze degli alleati tedeschi a ritirarsi, nell’agosto nel 1944. I nazisti, colti di sorpresa, reagirono solo con un bombardamento aereo su Bucarest, in séguito al quale la Romania  dichiarò guerra al Reich, cercando poi di operare un immediato rovesciamento di fronte. Disponeva ancora di una quindicina di divisioni in grado di combattere, nonostante le pesanti perdite sofferte in precedenza sul fronte russo. Combatté i tedeschi unitamente a bulgari e sovietici.  Però non fu riconosciuta come alleato bensì come “cobelligerante” e trattata alla fine come nemico vinto.  Ma non esattamente come noi, bisogna dire, perché Stalin, che poi (ovviamente) impose ai romeni uno spietato regime comunista, in cambio di consistenti restituzioni territoriali consentì loro di togliere agli ungheresi la Transilvania settentrionale, occupata alla fine della I Guerra Mondiale e ridata forzatamente ai magiari nel 1940, con il secondo Arbitrato di Vienna, imposto da Germania e Italia. Il fatto è che Stalin, pur aderendo al principio della resa incondizionata,  negoziò secondo convenienza ogni armistizio con i Paesi dell’Europa Orientale e del Nord: Finlandia, Romania, Bulgaria, Ungheria (ma quest’ultimo non potè essere applicato per la rapida e violenta reazione di Hitler e il rifiuto della maggioranza dell’esercito ungherese di arrendersi ai russi)[1].   

Quello che indignò la gran parte degli italiani nella faccenda del Trattato di Pace fu non solo il suo contenuto, persino offensivo in certe clausole (ad esempio negli art. 15 e 16, nella sezione Clausole politiche), ma anche il modo sprezzante con il quale ci fu imposto, vietandoci di presentare le nostre richieste ai Quattro Grandi, e la nessuna considerazione dell’apporto militare che, anche se modesto, avevamo pur dato alla vittoria alleata in Italia.  I proclami americani iniziali (famoso quello del generale Eisenhower, tre giorni dopo la caduta di Mussolini, nel quale affermava “veniamo come liberatori”) e le allusioni private e pubbliche dei loro rappresentanti ci promettevano una “pace onorevole”, che sarebbe naturalmente dipesa dal nostro comportamento, se ci fossimo dimostrati capaci di “staccare il biglietto di ritorno fra le democrazie” (Churchill), collaborando con loro validamente alla lotta contro i tedeschi.  Roosevelt e Churchill avevano pubblicamente dichiarato, subito dopo l’Armistizio, che, grazie ai loro eserciti, il “terrore tedesco” non sarebbe durato a lungo in Italia:  “I tedeschi saranno estirpati dal vostro Paese e voi, porgendo il vostro aiuto in quest’ondata di liberazione, vi porrete di nuovo tra i veri e lungamente provati amici del vostro Paese, dal quale [dai quali] voi siete stati così a lungo ed a torto stranieri[estraneati]”[2].  Si capiva, da questa roboante dichiarazione, che americani e inglesi dovevano esser considerati “i veri e provati amici dell’Italia”, ai quali l’Italia derelitta poteva ora finalmente ritornare dopo la parentesi della bieca dittatura, per esser protetta contro l’Orco nazista.
Ma questi erano manifesti per gli italiani, infiorati di retorica, miranti a facilitare i fini politici e militari immediati di chi li diffondeva: materiale per la propaganda di The Voice of America.  Al proprio elettorato più selezionato, invece, Roosevelt dichiarò più volte, in discorsi pubblici, che un popolo che avesse appoggiato una dittatura doveva ritenersi responsabile degli errori di quella e pagarne il fio sino in fondo. Noi italiani dovevamo pertanto espiare tutti la colpa di esser stati fascisti. E Churchill non fu da meno, quando disse:  “Allorché una nazione si permette di sottomettersi ad un regime tirannico, essa non può essere assolta dalle colpe di cui questo regime si è reso colpevole”[3].
La doppiezza di americani e inglesi derivava anche da un aspetto ambivalente del loro carattere: da un lato utilitaristico e quindi pragmatico, disponibile anche all’accordo spregiudicato purché vantaggioso, possibilmente nel rispetto di certe forme; dall’altro intriso di moralismo e messianesimo democratici, tali da trasformare ogni guerra in una crociata nella quale loro erano le forze del Bene contro il Male assoluto.  Peccato che la necessità storica li obbligasse ad inghiottire un cammello grande come una casa, rappresentato dall’alleato Giuseppe Stalin, che in fatto di pratiche del Male assoluto non aveva niente da imparare da Hitler, il quale anzi poteva considerarsi un suo imitatore tecnologicamente più avanzato, se così posso dire[4].
Non si sa quanto gli italiani fossero al tempo consapevoli della doppiezza di fondo degli Alleati nei loro confronti. Credo, comunque, che nessuno si aspettasse di non dover pagare un dazio, anche elevato, per le guerre di aggressione dell’Italia fascista.  Il trattamento ricevuto andò tuttavia al di là di ogni peggiore previsione e ferì profondamente anche sul piano morale, che alla lunga risulta essere quello più importante, poiché  l’uomo, come sappiamo, “non vive di solo pane”.  
  Sulla ferita al nostro onore di nazione, di popolo insistette Benedetto Croce.  All’Assemblea Costituente, fu tra i non pochi che votarono inutilmente contro la ratifica di quello che fu chiamato un Dictat, cioè un’imposizione pura e semplice poiché sarebbe entrato comunque in vigore, anche se non l’avessimo approvato (su questo i Quattro Grandi erano stati espliciti).  Ma perché andare a rivangare oggi fatti così tristi, in apparenza completamente rimossi dalla memoria collettiva del popolo italiano? 
Per l’Italia la Campagna d’Italia del 1943-45, “fu una catastrofe terrificante, la peggiore della sua storia, e bisogna ritornare alle guerre gotiche del VI secolo per trovare un pari cataclisma.  Sappiamo cosa accadde nel Dopoguerra:  la ricostruzione, la democrazia, un benessere mai sperimentato prima, l’ingresso dell’Italia fra i grandi Paesi industrializzati.  Ma quella guerra, oggi più che mai è paradossalmente ignorata dalla gran parte dei giovani”.  Infatti, “non abbiamo mai fatto i conti con quel passato.  Di quel dramma, oggi, in Italia, si tende a ricordare solo il ruolo avuto dalla Resistenza, come se tutti quegli eserciti fossero stati solo comparse”[5]
Si tende a ricordare, voglio precisare, la versione degli eventi imposta in particolare dalla propaganda comunista. Essa ha fatto della guerriglia partigiana una grande guerra di popolo che, con l’appoggio degli Alleati sullo sfondo, avrebbe liberato l’Italia dal “nazifascismo”.  Peccato che una guerra di popolo in questi termini non ci sia mai stata e che la Resistenza sia stata un fenomeno militarmente secondario nel quadro generale di una guerra vinta dall’antifascismo unicamente grazie alla vittoria finale riportata dalle poderose armate messe in campo dagli Alleati.  Ma, anche a prescindere dalla manipolazione del ricordo messa in atto dalla retorica resistenzial-comunista, non è forse istintivo nei popoli cercare di dimenticare pagine tragiche e sconfortanti, come quelle di una fase storica che, dopo momenti vissuti all’epoca come esaltanti, si è conclusa nel modo più tragico: con una capitolazione umiliante, con una doppia e pesantissma occupazione straniera, una guerra devastatrice, una guerra civile feroce, grandi distruzioni di città e villaggi, di beni, di vite di civili oltre che di militari, ed infine, come se non bastasse, con un Trattato di Pace che, oltre a toglierci terre e possedimenti, a disarmarci, ad impoverirci, mirava anche a toglierci l’onore?
Eppure, bisogna pur fare seriamente i conti con il proprio passato. Soprattutto quando è amaro come il fiele.  Bisogna farli nel modo giusto, cercando innanzitutto di eliminare gli equivoci, le false rappresentazioni, a volte anche inconsapevoli, per avvicinarsi il più possibile alla verità storica.  Ciò è tanto più necessario oggi che “l’identità italiana”, come si suol dire, è messa gravemente in crisi sia dalla generale decadenza morale e civile (Chiesa cattolica compresa) di quello che una volta si chiamava Occidente, del quale l’Italia fa parte; sia dall’azione centrifuga esercitata  all’unisono dall’infausta Unione Europea, fondata sul peggior laicismo e sullo spirito mercantile più bieco, sia dal riapparire dei regionalismi antiitaliani oltre che antiunitari, di quell’antico particolarismo gretto e ottuso che tanto male ci ha sempre fatto nei secoli.  Ma l’attuale crisi dell’identità italiana nasce, io credo, anche dal fatto che, per l’appunto, non c’è stato un valido riesame del nostro recente, tragico passato.

* * *

        2. Perdura l’equivoco sul vero significato del nostro Armistizio
    In data 30 dicembre 2014 il giornalista e saggista Luciano Garibaldi ha presentato sul sito ‘Riscossa Cristiana’ un saggio anticonformista: Massimo Filippini, “I Caduti di Cefalonia:  fine di un mito”, IBN Editore, 2014.  Il libro  produce documenti nuovi su quella tragedia.  Da essi apprendiamo che i soldati della Acqui caduti negli intensi combattimenti sarebbero stati 1600 e non 10.000, cioè quasi tutta la divisione.  Una cifra comunque alta.  I tedeschi non dichiararono le loro perdite.  Ma quanti furono gli italiani morti in combattimento  e quanti i fucilati per barbara rappresaglia?  Forse è impossibile accertarlo.  Apprendiamo inoltre che lo sfortunato generale Gandin, comandante della divisione, ebbe nella notte del 13 settembre l’ordine di resistere con le armi “at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole”.  La resistenza non fu quindi decisa da comitati di ufficiali e soldati che volevano combattere i tedeschi, come sostiene la vulgata corrente.  Infine apprendiamo che gli Alleati non esitarono ad affondare le navi “Sinfra” e “Petrella” che “come essi ben sapevano” erano salpate da quelle isole con a bordo 1300 prigionieri italiani della Acqui.  La sventurata divisione non fu dunque completamente distrutta a Cefalonia:  ebbe 1600 caduti ad opera dei tedeschi, in parte  fucilati dopo la cattura assieme al generale Gandin, e 1300 ad opera degli Alleati, freddamente mandati a picco con le navi che li trasportavano.  Il resto deve esser stato preso prigioniero e deportato dai tedeschi.   
L’affondamento delle due navi cariche di prigionieri, ignoto finora al grande pubblico, fa indubbiamente impressione.  Nel commentarlo, Garibaldi riporta il pensiero dell’Autore, in questo modo:  “Gli anglo-americani, che avrebbero dovuto essere nostri alleati, invece non esitarono a colare a picco, il 18 ottobre 1943, le navi etc.”.  Ho sottolineato la frase che mi ha colpito.  Che significa “avrebbero dovuto essere nostri alleati”?  Lo erano o non lo erano?   Non lo erano né avrebbero potuto esserlo, né tantomeno “dovuto”, perché l’avere di fatto il nemico improvvisamente in comune con noi (che gli avevamo combattuto contro tenacemente per tre anni, “spalla a spalla” con quello stesso nemico),  non poteva esser di per sé motivo sufficiente per riconoscerci come “alleati”.  Le navi al servizio dei tedeschi dovevano esser affondate, quale che fosse il loro carico.  L’affondamento avvenne cinque giorni dopo che avevamo dichiarato guerra alla Germania, venendo incontro alle pressanti richieste alleate e diventando “cobelligeranti”.  Appare pertanto un atto abbastanza cinico. In ogni caso, dimostra che noi “cobelligeranti” non eravamo considerati degli alleati: restavamo sempre nemici arresisi a discrezione, dei quali si poteva disporre come si voleva.  E sempre come nemici fummo trattati nel Dictat del 1947[6].

  3. La nostra resa incondizionata fu sentita dal popolo come un’onta cocente   L’armistizio era stato firmato il 3 settembre in segreto a Cassibile in Sicilia,  presso Siracusa, dopo poco più di due settimane di contatti segreti diretti, e reso noto all’improvviso alle 18.45 dell’8 settembre 1943 da Radio Algeri, con qualche giorno di anticipo sulla data nella quale se lo aspettavano gli italiani, ma senza alcun preavviso al nostro governo.  Almeno, questo hanno sempre sostenuto alcuni protagonisti nostrani della vicenda. Fu un comportamente sleale quello degli Alleati, che non si fidavano di noi e non volevano mettere a repentaglio il loro corpo di spedizione che si stava già dirigendo (con solo sette divisioni) verso le spiagge salernitane, dove sarebbe sbarcato il 9 settembre?    No, se è vero che il 6 settembre erano stati inviati messaggi al governo italiano “avvertendo di mantenere continua vigilanza ogni giorno per importantissimo messaggio [e quale avrebbe potuto mai essere?]” che sarebbe stato inviato “il sette settembre o dopo” nonché altre informazioni accessorie, concernenti “l’annuncio del grande (G) giorno”.  E se è vero, com’è vero, che il Comando italiano sapeva che lo sbarco alleato sarebbe avvenuto nell’area Salerno-Napoli[7].   Sì, se si ritiene che questi preavvisi fossero comunque ancora troppo generici.  Ma, in ogni caso, l’informazione ancora criptica, che tuttavia faceva pur capire esser imminente l’annuncio fatale, non può esser invocata come giustificazione per l’atteggiamento inerte dei nostri vertici, culminato poi nella vergognosa fuga da Roma.   Del resto, i nostri vertici dissero sempre di aspettarsi l’annuncio per il 12 settembre.  Si verificò l’8 verso sera e a quella data non erano ancora pronti per il 12?
Fu per tutti un fulmine a ciel sereno.  Invece di organizzare e dirigere la resistenza delle nostre forze armate contro l’inevitabile attacco tedesco, i nostri capi fuggirono verso l’unica parte d’Italia ancora sgombra di nemici (il tacco dello stivale) abbandonando l’esercito e il governo senza ordini, poiché il vago e frettoloso proclama di Badoglio, diffuso alle 19.45, si limitava ad esortare a “resistere ad attacchi da ogni provenienza”; e questo, dopo aver deposto le armi, dato che per noi la guerra era di colpo finita con una evidente sconfitta! Si sfasciò anche l’apparato statale, lasciato anch’esso senza direttive.  Particolarmente grave fu l’abbandono al loro destino delle divisioni italiane operanti nei Balcani, abbandonate senza un piano di ritirata e senza ordini alla mercé dei tedeschi e dei partigiani jugoslavi, albanesi, greci (tant’è vero che parecchie migliaia di nostri soldati, per salvarsi, entrarono nelle formazioni partigiane, soprattutto in Jugoslavia, combattendo poi con loro sino alla fine della guerra, in una difficile e ingrata alleanza o meglio “cobelligeranza”).
 All’annuncio dell’Armistizio ci furono  delle manifestazioni di esultanza per le strade, da parte di chi sul momento credette che la guerra fosse finita, credette di essersi liberato dall’incubo dei bombardamenti e mitragliamenti aerei che da quasi un anno imperversavano crudelmente sul Paese.  Il breve annunzio di Badoglio non parlava di resa incondizionata.  Ma la gran maggioranza capì subito che la guerra era irrimediabilmente perduta. E tanto pi­ù lo capì, allorché i tedeschi, spariti la sera dell’8 settembre, dall’alba del giorno successivo, cioè dopo poche ore, ci furono addosso, con la loro quasi leggendaria rapidità di esecuzione in re militari mentre Re, governo, comandi, ministeri, tutto sembrava essersi di colpo dissolto. Dal Comando Supremo nessuno rispondeva ai comandi locali e periferici che chiedevano disperatamente istruzioni. I tedeschi dilagavano, occupando tutti i nodi stategici, l’esercito lasciato senz’ordini si sfasciava; la feccia della popolazione, incoraggiata dagli stessi tedeschi, si dava assieme a loro al saccheggio di caserme, magazzini e depositi militari, in gran parte abbandonati dai soldati.   
Nessuno sapeva dove fosse il Re.  Riemerse dopo alcuni giorni, dalla lontana Brindisi, con un breve e patetico proclama, nel quale affermava, tra l’altro:  “Italiani, per la salvezza della Capitale e per poter pienamente assolvere i miei doveri di Re, col Governo e colle autorità militari, mi sono trasferito in altra parte del sacro e libero suolo nazionale. Italiani, faccio sicuro affidamento su di voi per ogni evento come voi potrete contare sino all’estremo sacrificio sul vostro Re”[8].   Non si capiva come mai, per “salvare la Capitale”, avesse voluto abbandonarla invece di trincerarvisi a difesa (disponendo di sei divisioni contro due tedesche, anche se queste ultime erano superiori per armamento e qualità) e come potesse chiedere agli italiani di “contare sul Re sino all’estremo sacrificio”, quando la sua fuga dimostrava che a quell’estremo sacrificio egli si era appena sottratto.   

Fu uno shock tremendo. Moriva la Patria, come ha detto qualcuno?  Personalmente, non concordo con un’affermazione così radicale, anche se sul momento quella poteva esser stata un’impressione  diffusa. Moriva lo Stato, quello Stato, non la Patria.  Si delegittimava la monarchia dei Savoia, l’artefice principale del Risorgimento, dell’Unità d’Italia, per colpa della fuga non della resa in sé, e si mostrava gravemente inetta la nostra classe dirigente militare, in particolare i suoi vertici.  Si è coinvolto anche il fascismo tra i responsabili indiretti dell’8 settembre.  Ma questo, a ben vedere, non è storicamente esatto.  Dopo la defenestrazione, Mussolini, pur agli arresti, “si mise a disposizione” (con una ben nota lettera a Badoglio) e con lui i vertici di quello che era rimasto del Partito Nazionale Fascista; “a disposizione” nell’interesse supremo della Patria sull’orlo della catastrofe.  Ogni collaborazione fu rifiutata, ovviamente, e si procedette al rapido smantellamento istituzionale del regime, durante i famosi 45 giorni di Badoglio. La responsabilità del modo imbelle nel quale i capi dell’esecutivo si comportarono nella vicenda dell’armistizio ricade soprattutto sulle loro spalle, e in particolare su quelle ormai gracili del Re, di Badoglio e di alcuni titolari di alti comandi.    
 Ma valga il vero: la monarchia, come ogni forma di Stato, passa, la Patria resta. Finché c’è un sentimento nazionale per il quale si trova la forza di battersi, rischiando la vita, la Patria non muore, anche se a battersi sono delle minoranze. E da entrambi le parti in lotta, nonostante la crisi  morale e l’incertezza nella quale era caduto il Paese e il conseguente attendismo, ci furono decine di migliaia di uomini, con larga partecipazione di giovani e giovanissimi che andarono a combattere e morirono, pur nell’opposta militanza ideologica, per il riscatto della Patria, del suo onore calpestato.  E ci furono anche migliaia di donne che si impegnarono, anche senza combattere direttamente, animate dal desiderio del riscatto della Patria. E ci furono, accanto ai molti renitenti, tanti che, richiamati alle armi, al Nord e al Sud, fecero il loro dovere perché quello si doveva fare.    Riscatto, da un lato, contro il tedesco brutale invasore, contro il vergognoso dissolvimento dell’esercito, per dimostrare che gli italiani erano ancora capaci di battersi, e anche per fedeltà al governo formalmente legittimo e al Re, nonostante tutto; dall’altro, contro il modo disonorevole nel quale era avvenuta la resa, con lo squagliamento dei capi, il collasso dell’esercito e l’apparente e improvviso salto di campo, per continuare a battersi contro un invasore non meno spietato del tedesco (basti pensare ai suoi criminali bombardamenti e mitragliamenti aerei quasi quotidiani sulla popolazione civile)[9]
Fu una tragedia, che tanti valorosi italiani, per riscattare l’onore del nome italiano, si siano trovati a battersi inquadrati in due poderosi eserciti stranieri tra loro in guerra, entrambi padroni a casa nostra e nemici del nome italiano.  E ciò accadde per il modo nefasto nel quale fu condotto l’Armistizio da parte del Re e di Badoglio.  
Però è sbagliato parlare di “morte della Patria”.  Il sentimento patriottico era allora assai diffuso in Italia, anche presso le classi popolari.  A felicitarsi per il crollo dello Stato e dell’esercito era solo l’antifascismo più fazioso, al tempo ancora piuttosto minoritario. Ciò va ribadito contro una cosiddetta storiografia o meglio saggistica  “neoborbonica”,  “neopapalina”, “leghista”, “venetista” e quant’altro, oggi di moda, che pretende, ignorando i fatti, non esserci mai stata un’Italia unita anche nei sentimenti e nel costume, nel patriottismo; che l’Italia unita sarebbe stata una “invenzione” dei Savoia o della Massoneria[10].

 Piero Calamandrei, illustre giurista e poi famoso antifascista, annotava come proprio in quei giorni anche le persone di umile condizione (ad esempio la domestica di casa sua) provassero un grande senso di vergogna per l’evidente collasso del Paese, la fuga del Re, la disfatta che, in quelle proporzioni, aveva colto tutti di sorpresa.  Studi recenti sulle lettere dei prigionieri di guerra italiani trovate negli archivi hanno dimostrato, con un certo stupore, che, fino appunto all’Armistizio, la gran parte dei prigionieri (che scrivevano) speravano ancora nella vittoria finale!  Dopo l’8 settembre appaiono invece nelle lettere sconforto, avvilimento e persino disperazione per le sorti della Patria ormai irrimediabilmente sconfitta, distrutta e invasa da due potenti eserciti nemici, in lotta per la supremazia europea e mondiale a casa nostra, come era accaduto, fatte le debite proporzioni, quattro secoli prima al tempo delle devastanti Guerre d’Italia[11].
Con questi rilievi non voglio certamente dire che sia stato un errore uscire o comunque tentare di uscire da quella sciagurata guerra, dalla quale, tuttavia, non uscimmo affatto, restandoci coinvolti più di prima e anzi peggio di prima, con la guerra civile. I bombardamenti sulle città continuarono anche se non con l’intensità dell’estate del ’43. Ma ciò dipese dall’esserci noi arresi o dal fatto che il fronte italiano era diventato secondario, cosa che comportò la diminuzione del numero di bombardieri pesanti alleati?
Ad ogni modo, il nostro problema qual era, nell’estate del ‘43, se non quello di perderla dignitosamente, quella guerra, salvando l’onore ed evitando la guerra civile?  Invece la perdemmo nel modo peggiore e una grande responsabilità in questo senso ce l’hanno il Re e Badoglio per il modo inetto nel quale hanno condotto la vicenda armistiziale, soprattutto per quanto riguarda l’atteggiamento da tenere nei confronti dei tedeschi.  Fatti i suoi preparativi per forza di cose in segreto (avendo a che fare con Hitler non era possibile agire diversamente), organizzato l’esercito per quanto possibile sulla difensiva, il re avrebbe dovuto tenersi pronto ed agire con estrema rapidità. Dovevamo render pubblico l’Armistizio subito dopo l’annuncio dello stesso da parte di Eisenhower, non prima. Eravamo tra l’incudine alleata e il maglio tedesco, pronto da tempo a colpire. Il margine di manovra era ridottissimo.  Ma non nullo.  Nessuno proibiva di parlare subito alla Nazione, spiegare che dovevamo arrenderci, che i tedeschi si stavano comportando da settimane come occupanti e invasori; denunciare il Patto d’Acciaio, invitare i tedeschi ad andarsene indisturbati, restare al proprio posto e tenersi pronti ad esser attaccati da loro, barricandosi dentro le basi che erano sotto nostro controllo e soprattutto dare l’ordine di tenere Roma e le sue installazioni militari a tutti i costi.  Con gli Alleati  avanzanti da Sud, la Wehrmacht, che non era a pieno organico, non avrebbe potuto sostenere combattimenti prolungati contro un Regio Esercito che si fosse tenacemente  difeso: si sarebbe dovuta ritirare sull’Appennino tosco-emiliano per fortificarvicisi (e difatti questa era la previsione tedesca iniziale).  In ogni caso, comunque fosse andata a finire, un atteggiamento coraggioso da parte del Re avrebbe permesso di salvare l’onore e quasi sicuramente impedito la spaccatura morale del Paese e la successiva guerra civile. 
  Nei pochi casi nei quali il Regio Esercito non si è lasciato prendere di sorpresa o ha comunque avuto dei comandanti capaci di reagire e prendere l’iniziativa, i tedeschi si sono trovati in difficoltà o hanno dovuto rinunciare alle programmate distruzioni.  Questo è successo in Sardegna, in Corsica, a Piombino, a Bari.  A  Roma, delle sei divisioni italiane schierate a difesa, la metà solamente erano in efficienza e tuttavia avevano fermato i tedeschi, che investivano la capitale con due delle loro migliori divisioni: la 3a Panzergrenadier da Nord, fanteria meccanizzata e motorizzata con carri armati e semoventi; la 1a Divisione  Paracadutisti, da Fregene e Ostia.  La nostra gloriosa divisione corazzata Ariete, immolatasi ad El Alamein, in ricostituzione e sotto organico ma già operativa, bloccò presso Bracciano la fanteria meccanizzata tedesca in duri combattimenti, mentre i Granatieri di Sardegna fermavano i paracadutisti a Porta S. Paolo. Altri reparti tedeschi venivano bloccati dalla divisione Piave.  Si era in  una situazione di stallo.   Bisognava, evidentemente, tener duro e dichiarar guerra al Reich che ci aggrediva, anche per una questione di dignità.  Ma il governo era sparito.  Cosa fece il generale Carboni, comandante del corpo motocorazzato che si stava appunto battendo? Prima fuggì da Roma in borghese, poi vi rientrò il 10 per decidere di arrendersi ai tedeschi, dopo convulse trattative, facendo però firmare il documento dal suo capo di Stato maggiore, forse per non compromettersi[12].     
 Questo è il punto: il Re, Badoglio, generali come il suddetto Carboni non avevano nessuna intenzione di continuare a battersi, nemmeno in chiave puramente difensiva: volevano solo arrendersi. Inizialmente sembra si siano illusi con l’idea semplicistica che i tedeschi avrebbero pensato solo a ritirarsi sotto l’incalzare dei potentissimi Alleati, lasciandoci in pace.  Chiesero agli Alleati l’aiuto di una divisione di paracadutisti per difendere Roma, l’ottennero, ma poi non ne fecero nulla.  La trattativa armistiziale fu condotta in modo confuso e dilettantesco: due generali mandati in successione dagli Alleati ad insaputa l’uno dell’altro; il tentativo di rinviare l’annuncio dell’armistizio dopo averlo firmato, con conseguenti minacce alleate di apocalittiche distruzioni dall’aria se i patti non fossero stati rispettati; un segreto così assoluto che sino alla sera dell’8 nemmeno il governo dei “tecnici”ne sapeva nulla, tant’è vero che ci fu persino chi propose di respingerlo!  I vertici italiani, soprattutto quelli più elitari, sembravano in preda a un vero e proprio “marasma mentale e morale”, marasma favorito anche (ma non è un’attenuante) dall’imposizione brutale di una inappellabile resa incondizionata[13].

 4. L’armistizio comportò una resa incondizionata, totale, spietata e senza appello.

 L’Armistizio, come viene sempre chiamato in Italia, fu dunque una sospensione dei combattimenti concessa in cambio non di una pace separata ma di una resa incondizionata in piena regola, cioè di una resa i cui termini venivano accettati dal vinto integralmente senza opporre condizioni di nessun tipo.  Eravamo totalmente alla mercé del vincitore.  L’armistizio sarebbe bene chiamarlo con il nome del suo vero contenuto:  “la resa, la capitolazione”. O comunque, esser ben consci di ciò che ci preparava. All’estero, quando capita, è ricordato così nei media:  “the  capitulation, the surrender of Italy, the inconditional surrender of Italy”, la nostra “resa incondizionata”. Non lo chiamano mai armistice.  Dargli il suo vero significato forse potrebbe contribuire ad evitare gli equivoci che, a quanto sembra, continuano a pesare sul significato di quegli eventi.  
A Cassibile fu firmato in segreto il cosiddetto “armistizio corto” perché di 12 articoli solamente; il 29 settembre a Malta quello “lungo”, perché di 44 articoli. Questo testo, preannunciato nell’art. 12 dell’armistizio corto, fu slealmente presentato solo  d o p o  che avevamo firmato il corto.   Molto più duro del precedente, sottometteva in pratica l’Italia all’insindacabile controllo degli Angloamericani, annullando la sovranità dello Stato italiano: controllo politico, militare, economico e insomma civile in generale (dall’insegnamento alla stampa).  L’Italia sarebbe stata governata da un AMGOT ossia da un Allied Military Government of Occupied Territory, che avrebbe stampato anche moneta, priva del tutto di copertura (le famose, famigerate AM-Lire, quadrate), distruggendo in pratica la nostra economia.  Noi diventavamo un semplice “territorio occupato”, amministrato dai loro militari come volevano. Di “liberazione” dell’Italia non si parlava affatto, anche se nel suo proclama, come si è visto, Eisenhower si presentava come “liberatore”. Il concetto fu creato in un secondo tempo, dopo la nascita della Repubblica Sociale Italiana, per ragioni di propaganda.  Si tolse la OT di Occupied Territory dall’acronimo dell’autorità occupante, che diventò AMG, accanto ad un neocostituito governo italiano presieduto da Badoglio, formalmente sovrano sul tacco d’Italia: ma la sostanza non cambiò di molto, anche quando, con il lento avanzare degli Alleati lungo la penisola, il Regno del Sud cominciò ad acquisire via via nuove province[14].   
Va ricordato, per la cronaca e senza spirito di polemica, che la R.S.I. riuscì ad evitare il marco di occupazione (che i generali tedeschi volevano imporci) e a mantenere la lira, dopo duri negoziati con gli stessi tedeschi. Essa possedeva un governo indipendente, anche se, soprattutto sul piano economico, le pretese naziste (quantitativi di produzione rigidamente stabiliti per l’esercito tedesco e prodotti agricoli per la Germania) pesavano notevolmente.  La R.S.I., come notò De Felice, era un vero Stato, non uno Stato-fantoccio, anche se Stato per forza di cose satellite del Reich. Emanava le sue leggi e i suoi regolamenti, senza dover chiedere l’assenso preventivo dei tedeschi, come avveniva invece nel Regno del Sud sottoposto all’asfissiante controllo degli Alleati.  Dovette piegarsi a dolorose mutilazioni territoriali e tuttavia  cercò di proteggere come poté la popolazione italiana dalle vessazioni e imposizioni germaniche nonché le frontiere dalle mire francesi e slave[15].
“Ben pochi sanno, e ancor meno riconoscono, che le forze armate della Repubblica Sociale difesero validamente il confine alpino occidentale dall’agosto del 1944 alla fine della guerra”[16].  
Nemmeno il Regno del Sud si può definire uno Stato-fantoccio.  Tuttavia aveva meno libertà d’azione di quella dello Stato fascista repubblicano, per quanto la cosa possa sembrare incredibile.  Le clausole dell’armistizio “lungo” erano così dure che Badoglio ottenne non venissero pubblicate.  Sembra che egli abbia protestato, ovviamente invano, per questa durezza. 
Il governo diretto del territorio era degli Angloamericani. I  francesi, che parteciparono alla campagna d’Italia sino all’estate del 1944, ne erano fuori. De Gaulle del resto, inflessibilmente ostile a noi italiani, non riconobbe mai il governo Badoglio.  A guerra praticamente finita occupò la Val d’Aosta, venendone prontamente cacciato con modi spicci dal presidente americano Harry Truman, che non lo poteva sopportare. L’Italia occupata dagli Alleati era in sostanza governata da una Commissione Alleata di Controllo (Allied Control Commission), che esercitò il suo potere su tutto e su tutti sino al 31 dicembre 1945, mentre l’occupazione militare durò sino al novembre del 1947.  Sembra che non tutte le clausole dell’armistizio siano state applicate alla lettera, soprattutto sul piano economico (bisognava pur evitare che la popolazione dell’Italia occupata morisse di fame) o lo siano state allo stesso modo nel tempo ma questo incideva poco sul quadro politico-militare generale.  Si sono fatte documentate ricerche sul “sacco d’Italia” messo in atto dall’occupante nazista.  Quanto a saccheggio e sfruttamento senza controllo delle nostre risorse, gli Alleati non sono stati da meno.  Quest’aspetto della Guerra di Liberazione non è stato mai indagato in modo sistematico, a quanto ne so[17]
L’esistenza di un governo italiano non era inizialmente prevista, ma divenne politicamente necessaria (per gli Alleati) dopo che Mussolini, “consigliato” fermamente da Hitler, fondò, come si è detto, la Repubblica Sociale Italiana al Nord, il 23 settembre del ’43, Stato poi formalmente dissolto dagli Alleati alla fine della guerra.  Si poneva allora, per gli Alleati, l’esigenza  della dichiarazione di guerra del “Regno del Sud” alla Germania[18]
Si poneva per ragioni soprattutto politiche, ivi comprese quelle elettorali americane, poiché gli Alleati affermavano di non aver bisogno di un nostro contributo militare regolare mentre tornava loro più utile organizzare la guerriglia partigiana al Nord, in quanto fonte (in teoria) di grossi grattacapi per i tedeschi (e sicuramente di ulteriori divisioni tra gli italiani).  Del resto, il nostro esercito (quello che ne restava all’8 settembre) non si era malamente dissolto? Solo due o tre divisioni ci erano rimaste.  Anche psicologicamente non potevano accettarci come alleati, così, di colpo, facevano capire.  E che alleati potevamo mai essere, senza esercito e senza Stato?  Per la verità, dai documenti oggi accessibili, risulta che, a giudizio di Churchill, se, firmata la resa, avessimo resistito ai tedeschi e ci fossimo poi fatti trovare con una dozzina di divisioni in grado di combatterli, ci sarebbe stata la possibilità di  considerarci di fatto come veri alleati.  Ma il nostro crollo diede ragione al partito più ostile nei nostri confronti, rappresentato soprattutto da sir Anthony Eden, ministro degli esteri inglese, che si auspicava sin dall’inizio delle trattative di resa il collasso dell’Italia, della cui alleanza militare, diceva, gli Alleati non avevano affatto bisogno: tale collasso avrebbe costretto i tedeschi a dirottare un gran numero di divisioni nel nostro Paese[19].  Eden fu anche colui che insistette nel mantenere i massicci bombardamenti indiscriminati e terroristici sull’Italia. Quello che Eden taceva riguardava, oltre alla sua notoria avversione per il nostro Paese dovuta anche ai suoi burrascosi incontri con Mussolini, il pervicace desiderio inglese di schiacciare del tutto l’Italia, potenza coloniale vista quale fastidiosa e alla fine anche pericolosa concorrente dell’impero britannico, sin da quando si era installata a Tripoli, Tobruk e nell’Egeo orientale, scacciandone i turchi nel 1911[20].
Con il dimostrarci noi del tutto nulli ed incapaci l’8 settembre, per colpa della “debolezza de’ capi”, era inevitabile prevalesse nei nostri confronti l’atteggiamento più duro e vendicativo, ora per di più condito di disprezzo.  C’erano dei pesanti conti da regolare, con tutti i fastidi che avevamo procurato alle grandi Potenze, a partire dalla conquista dell’Etiopia e dall’intervento vittorioso nella Guerra di Spagna. Le Potenze, la nostra unificazione non l’avevano mai veramente digerita, avevano dovuto subirla, per una serie di circostanze. Si poteva ora finalmente impartirci una dura lezione, da non dimenticare (e ancor oggi non è stata dimenticata, se pensiamo alla remissività per così dire patologica delle nostre attuali classi dirigenti nei confronti degli stranieri; remissività sulla quale devono certamente aver pesato i capillari e sistematici massacri nelle “radiose giornate” del ’45, a guerra finita, attuati dai partigiani, in particolare da quelli comunisti, massacri che gli Alleati non fecero nulla per impedire)[21]

5. L’avversione profonda degli inglesi nei nostri confronti; il disprezzo degli americani, nel discorso di Roosevelt del 6 giugno 1944.   
Gli inglesi ci detestavano e non lo nascondevano.  “Gli italiani erano convinti di aver dimostrato il loro valore per il semplice fatto che avevano scaricato Mussolini [con il quale gli Alleati non avrebbero mai trattato].  Ma ciò che gli emissari a quel tempo (e tutti gli italiani che in seguito rimproverarono gli Alleati per la mancanza di fiducia) non vollero capire, era l’antipatia che ispirava il loro paese, soprattutto agli inglesi.  Gli americani erano forse un po’ più ambivalenti; dopotutto, in patria vi era un sostanzioso elettorato  di origine italiana che avrebbe apprezzato di avere l’Italia alleata anziché nemica.  Ma la considerazione fondamentale consisteva nel fatto che gli Alleati non avrebbero digerito l’abbraccio immediato a un vecchio avversario […] In un certo senso gli italiani cercavano di ripetere la capitolazione dei francesi di Vichy nelle loro colonie in Africa settentrionale…”[22].
Forse si trattava allora di antipatia preconcetta quando la loro propaganda di guerra non ci nominava mai durante la Campagna d’Africa, se non quando ci arrendevamo?  Aveva creato lo stereotipo dell’italiano vigliacco, nascosto dietro ai tedeschi, che non combatte mai, all’epoca delle loro iniziali grandi vittorie contro Graziani (loro guerra di movimento nel deserto contro un pletorico, antiquato esercito di semiappiedati e poco addestrati, che oltretutto aveva dimostrato di non saper usare i pochi mezzi corazzati di cui disponeva – disperdendoli tra la fanteria – e si trovava con anticarro (da 47 mm.) i cui proiettili rimbalzavano sui lenti ma massicci e per noi invulnerabili carri inglesi, i famosi Matilda).  La realtà era diversa:  dopo il disastro iniziale, gli italiani si erano ripresi e avevano partecipato attivamente alle vittorie dell’Afrika Korps di Rommel, nonostante il loro armamento quasi sempre inferiore e l’inferiore organizzazione, suonandogliele in diverse occasioni anche da soli, agli inglesi (p.e. a Bir el Gobi, con i Giovani Fascisti, volontari inquadrati nei bersaglieri; a Tobruk, ad opera dei marò del San Marco, nel settembre del 1942; nella battaglia di Ain Al Gazala, da parte della divisione corazzata Ariete).  Qualcuno ha notato a ragione che, bloccandoli assieme ai tedeschi per 35 mesi in Africa del Nord (campagna che comunque gli inglesi non avrebbero vinto senza i rifornimenti americani e il massiccio intervento americano dall’Algeria), gli avevamo impedito di soccorrere nel modo dovuto l’Estremo Oriente, sommerso dall’offensiva giapponese.  Nel febbraio del 1942 avevano perso malamente la grande piazzaforte di Singapore, cardine dell’impero in Oriente, cosa che aveva comportato l’abbandono della Malesia e la perdita della Birmania (oggi Myanmar). Nel giugno del ’42 i giapponesi erano ai confini orientali dell’India, dove covava la ribellione da parte della massa indù, mentre la strategica piazzaforte di Tobruk in Cirenaica cadeva a sorpresa in soli tre giorni nelle mani degli italo-tedeschi in piena offensiva, ai quali sembrava pertanto spalancarsi la via verso il Canale di Suez. Per gli inglesi quell’estate, preceduta da pesanti perdite navali ad opera di tedeschi e italiani, fu angosciosa, piena di sventure; e non ci sarebbe stata se l’Italia non avesse dichiarato loro guerra, costringendoli in tal modo a concentrare e logorare le loro risorse nel Mediterraneo, appoggiandosi ancora di più all’America.
Alla conferenza di Casablanca, dell’1 gennaio 1943, dove fu proclamato il principio della resa incondizionata, Roosevelt e Churchill dichiararono di voler restituire l’indipendenza all’Austria. Era un falso storico presentare quella nazione addirittura come una vittima dell’austriaco Hitler.  Furono gli inglesi a sollevare poi a Jalta, nel 1945, il problema dell’Alto Adige: con l’approvazione americana e francese, volevano un referendum che lo consegnasse all’Austria ma Stalin (che pur appoggiava tutte le pretese di Tito contro gli italiani) si oppose: i sovietici, fecero capire, non volevano premiare il “revanscismo tedesco”. In effetti, il plebiscito popolare austriaco a favore dell’unione con la Germania nazista (Anschluss) era stato addirittura del 99,78% e gli austriaci avevano partecipato con grande entusiasmo alle imprese del Reich. Ma nel caso dell’Austria, che inglesi e americani volevano giustamente indipendente ma sotto la loro influenza nell’ambito di un ricostituito equilibrio europeo, non si applicava evidentemente il principio secondo il quale i popoli che avevano approvato la dittatura erano colpevoli e dovevano pagarne il fio sino in fondo!  Gli austriaci venivano ora addirittura premiati, non solo con la riacquistata indipendenza ma anche con la promessa di acquisire nuovamente l’Alto Adige (per loro, Tirolo del Sud, geograficamente in Italia, regione dalla quale nei secoli precedenti, in competizione con i bavaresi, avevano assorbito l’elemento italiano colà residente o ricacciato giù per la valle dell’Adige).  Il referendum non si fece ma l’Italia fu costretta a impegnarsi (con l’accordo De Gasperi-Gruber) a riconoscere uno statuto speciale, di larga autonomia, sotto garanzia austriaca, ai sudtirolesi, oneroso anche finanziariamente [23].   
Gli americani ci disprezzavano:  come avevamo osato dichiarar loro guerra, subito dopo il proditorio attacco giapponese?  Per l’autostima infinita della componente progressista di quel popolo, convinta di essere L’Eletta della democrazia, che doveva insegnare ed imporre a tutta la terra come forma di governo e di vita, la nostra sconsiderata audacia andava duramente punita.  In effetti, la fretta di Mussolini nel dichiarar guerra all’America, unitamente a Hitler, quattro giorni dopo Pearl Harbour (l’11 dicembre 1941), appare incomprensibile.  Perché non aspettare che fosse stato Roosevelt a dichiararla a noi? Non stava procedendo da mesi, a forza di embargo contro di noi, in quella direzione?  Poco conta che la nostra dichiarazione di guerra fosse in sostanza teorica, poiché l’Italia non aveva certo i mezzi per far male al gigante americano.  L’offesa era stata fatta ed andava punita.  Si presentava inoltre l’occasione di cancellare l’Italia unita o comunque di ridimensionarla fortemente, farla ritornare nella condizione degli ultimi secoli, quella che più piaceva e piace alle Potenze straniere:  un comodo sito, economicamente subordinato, per una catena di basi, necessarie a chi voglia installarsi nel Mediterraneo da padrone o cercare di farlo.  
Quando Roma fu occupata dagli Alleati, Franklin D. Roosevelt fece, il 6 giugno 1944, un discorso per celebrare l’evento, militarmente secondario ma molto importante dal punto di vista politico-propagandistico.  In esso, il presidente americano insegnava all’Italia quale dovesse essere il suo giusto posto nel mondo.
“In Italia il popolo ha vissuto così a lungo sotto il corrotto governo di Mussolini che, nonostante l’orpello, le condizioni economiche del Paese erano andate gradatamente peggiorando.  Le nostre truppe hanno trovato fame, denutrizione, malattie.  Il compito delle forze alleate è stato tremendo. Noi abbiamo dovuto cominciare ad assistere le amministrazioni locali a riformarsi su basi democratiche; noi abbiamo reso possibile agli Italiani di coltivare ed usare il proprio raccolto.  Noi dobbiamo ora aiutarli ad epurare le scuole di tutte le cianfrusaglie fasciste”. 
Che in Italia, soprattutto al Sud, ci fossero ancora sacche di miseria, era vero. E vale sempre l’osservazione che Mussolini, invece di inseguire le chimere imperiali (non occorreva conquistare tutta l’Etiopia per eliminare le ripetute incursioni etiopiche nelle nostre colonie del Corno d’Africa), avrebbe fatto molto meglio a investire nell’ammodernamento dell’esercito e/o nel Meridione d’Italia i grandi capitali spesi per conquistare e poi mantenere l’Impero.  Tuttavia, è anche vero che le condizioni disastrate e degradanti nelle quali gli eserciti alleati invasori avevano trovato l’Italia, in particolare in Sicilia o a Napoli, dipendevano soprattutto dalla micidiale campagna aerea alleata, che aveva distrutto sistematicamente fognature, centrali elettriche e del gas, distribuzione dell’acqua, attività produttive di ogni tipo, cose uomini e animali, e rovinato la nostra economia con l’amministrazione militare di tipo coloniale instaurata.
Tutto ciò Roosevelt non poteva ovviamente ammetterlo, ammesso che se ne fosse reso conto.  Lo spietato martellamento aereo dell’Italia e la dura amministrazione militare impostale, non rientravano nella “punizione” che il popolo italiano aveva meritato, in quanto “complice” delle imprese e prevaricazioni mussoliniane?  Ma ora l’esercito alleato invasore veniva addirittura presentato come un’istituzione umanitaria e benefica, venuta a “liberare” l’Italia dal fascismo per risollevare il popolo dalla miseria e dalle malattie, riformare le amministrazioni locali in senso democratico, epurare le scuole dalle “cianfrusaglie fasciste”, render possibile ai contadini italiani la coltivazione e il consumo del proprio raccolto, cosa che, durante il fascismo, non riuscivano evidentemente a fare!  Insomma, gli eserciti alleati quali educatori, pedagoghi e protettori, per insegnarci la democrazia, ossia la civiltà, e il nostro giusto posto nel mondo.  Una visione per così dire hollywoodiana dell’invasione dell’Italia, creatrice di uno stereotipo che più falso non avrebbe potuto essere, mantenutosi tuttavia con pochi aggiustamenti sino ad oggi, anche presso gli italiani.
Ma quale doveva essere, questo posto?  Dopo aver ricordato con qualche nome le glorie passate degli italiani “alla testa delle arti e delle lettere, maestri a tutta l’umanità” nel campo della cultura – nell’ordine Galileo, Raffaello, Michelangelo e, naturalmente, Cristoforo Colombo – e concesso che “il popolo italiano è capace di governarsi da sé” perché “conosciamo le sue virtù come un popolo amante della pace”,  Roosevelt arrivava al punto essenziale:
“L’Italia non può, però, creare un grande impero militarizzato.  L’Italia è sovrappopolata, ma gli Italiani non hanno bisogno di cercare la conquista delle terre d’altri popoli per poter vivere.  Altri popoli non vogliono esser conquistati. 
L’Italia dovrà continuare ad essere una grande Nazione moderna, che contribuisca alla cultura, al progresso e all’affratellamento di tutta l’umanità, gli sviluppi le sue speciali qualità nell’arte, nell’artigianato e nelle scienze, conservi il suo patrimonio storico e culturale per il bene di tutti i popoli.
Noi vogliamo instaurare una pace duratura.  Tutte le altre Nazioni che sono contro fascismo e nazismo dovrebbero concorrere nel dare all’Italia una possibilità di rinascita”[24].
Certamente le aspirazioni e le conquiste imperiali dell’Italia fascista, popolarissime anche tra molti antifascisti, con il contorno razzista che ne era inopinatamente scaturito, erano state un grave errore e fonte di molteplici ingiustizie.  Messi da parte i megalomani sogni di gloria, quale allora il compito dell’Italia per l’attuazione del “progresso” e della “fratellanza” universali?  Un compito esclusivamente culturale.  Le “qualità” degli italiani si sono fatte e si fanno valere “nell’arte, nell’artigianato e nelle scienze”: continui allora l’Italia a coltivare quei campi, e “conservi il suo patrimonio storico-culturale per il bene di tutti i popoli”.  Insomma, l’Italia torni ad essere il museo delle arti e delle lettere che è stata per tanti secoli, così utile per la cultura dell’umanità, e non si faccia venire in testa strane idee, come quella di essere una Potenza legittimata a conquistare “altri popoli”.  L’Italia deve essere “aiutata”, ma prima ancora “educata”.  Educata alla democrazia, si capisce.  E questa “educazione” permetterà all’Italia di capire quale deve essere il suo posto nel mondo, posto modesto ma giusto, che la farà benvolere; un posto stabilito dalla Potenza egemone ma benefattrice.
Nonostante l’omaggio di facciata al genio italiano del tempo che fu, un discorso umiliante per noi, non c’è che dire.  Ma quest’umiliazione, non ce l’eravamo andata a cercare?  Avevamo voluto assumere il ruolo della grande Potenza senza averne i mezzi materiali, la mentalità, l’effettiva forza militare e una classe politica all’altezza (addirittura naufragata nella sua componente politico-militare tradizionalmente di vertice al momento di affrontare la tremenda realtà della sconfitta), finendo col pestare i piedi a troppi Principi di questo mondo.  Adesso dovevamo pagare il conto.  Da quando esiste l’umanità, questo conto si riassume in due sole parole:  Vae Victis!  Guai ai vinti!  Era questo, in realtà, il senso autentico delle parole di Roosevelt, al di là della retorica sulla democrazia benefattrice perché dispensatrice di aiuti economici e protezione ai popoli deboli contro i forti.  Questo ci gridava in faccia la Voce della potentissima America:  guai a voi, italiani, per aver preteso di costruire un impero e osato sfidarci!  Adesso dovete esser rieducati e mettervi al posto che diciamo noi vincitori, l’unico che vi competa, se volete sopravvivere ed esser accettati nel concerto delle Nazioni Unite!  
  
6. Arrendersi per uscire dalla nefasta “Guerra di Hitler” non era tradimento.
La resa incondizionata non comportava ovviamente la cobelligeranza, che fu riconosciuta all’Italia solo dopo che Badoglio dichiarò guerra alla Germania, il 13 ottobre del 1943. Come ho ricordato, la BBC precisò lo stesso giorno a tutto  il mondo che “lo stato dell’Italia sarebbe stato quello di un cobelligerante e non di un alleato”.  La dichiarazione venne quando le pressioni alleate in questo senso erano diventate assai forti, arrivando in pratica ad una sorta di ultimatum.  Sembra che fosse soprattutto il re ad esser contrario: voleva che almeno fossimo riconosciuti formalmente come alleati e in questo non aveva torto[25].  Subito dopo l’8 settembre, di fronte all’assalto tedesco che si impossessava del territorio italiano in spregio al diritto internazionale, e in modo spesso brutale, il governo italiano superstite, pur ridottosi con esilissime strutture nelle quattro provincie del tacco d’Italia, King’s Italy per gli Alleati e Regno del Sud per noi, sarebbe stato perfettamente legittimato a dichiarare guerra alla Germania.  Sotto la spinta della necessità, noi, allo stesso modo di tutti gli altri alleati di Hitler, avevamo tradito l’alleato (però tradito un pazzo criminale come Hitler, che ci stava già trattando da potenziali nemici, occupandoci, e teneva nell’armadio il tremendo scheletro che poi venne alla luce e del quale i più informati intuivano ormai l’esistenza), ma “tradito” solo per il fatto di aver trattato segretamente con il nemico per arrendersi e uscire dalla guerra.
Ma ci eravamo appunto arresi e non avevamo rivolto le armi contro i tedeschi; arresi per uscire dalla guerra non per farla alla Germania.  Fu tuttavia un errore aspettare ben 35 giorni prima di dichiarar guerra a Hitler.  Tale dichiarazione, poco importa se inizialmente teorica, sarebbe stata utile anche per i numerosi soldati italiani che i tedeschi avevano catturato dopo l’8 settembre, in quanto avrebbero dovuto esser considerati subito come prigionieri di guerra (e non, come avvenne poi, quali non meglio precisati internati militari italiani).  Si sarebbe dovuta farla subito, quella dichiarazione, appena messo piede a Brindisi, incitando le (poche) truppe italiane (superstiti) ad attaccare ovunque i tedeschi aggressori!   Hitler si rifiutò ostinatamente di riconoscere ai soldati italiani catturati subito dopo l’8 settembre la qualifica di prigionieri di guerra!  Del resto, la loro cattura era del tutto illegale dal punto di vista del diritto internazionale:  in mancanza di una dichiarazione di guerra del Reich all’Italia o dell’Italia al Reich, a che titolo i nostri soldati venivano aggrediti e presi prigionieri?  E in quei casi, che pur ci furono anche se slegati e isolati, nei quali si difesero con le armi, se catturati, fucilati?  Fucilati, a che titolo?   I tedeschi consideravano tradimento, dicevano, già il semplice fatto di arrendersi, uscendo dall’alleanza con l’accettare la sconfitta.  Ma si tratta di un ragionamento del tutto assurdo:  voler uscire da una guerra ormai persa e annientatrice con l’arrendersi al soverchiante nemico non può costituire in alcun modo tradimento.  Si trattava di una scelta imposta dalla dura necessità al fine di salvare il salvabile.
Un ordine segreto del Führer equiparava gli ufficiali, ma di fatto anche i soldati, che non si fossero arresi e avessero resistito con le armi, a “franchi tiratori”, cioè a civili passibili di fucilazione perché autori di atti ostili contro la Wehrmacht – atti ostili contrari al diritto di guerra in quanto provenienti da  individui non più combattenti (dopo l’Armistizio), equiparati pertanto ai civili.
A parte il fatto che un armistizio non elimina lo stato di guerra ma lo sospende provvisoriamente in attesa della sua cessazione ad opera di un regolare trattato di pace, è giusto rilevare che, da parte nazista, “si trattava di un’ineffabile ipocrisia, dato che non era stata dichiarata la guerra [da parte di Hitler] nemmeno alla Polonia né alla Russia, tanto per fare alcuni esempi;  e profondamente errata perché gli ufficiali italiani obbedivano ad ordini che, fin dall’inizio (“resistere contro eventuali attacchi di qualsiasi provenienza”) erano inapplicabili quanto inequivocabili.  Gli ufficiali, in altre parole, obbedivano agli ordini provenienti dal Re e dal Capo del Governo e non li si poteva ritenere responsabili [cioè colpevoli] di adempiere doveri che rientravano nell’onore militare. Va sottolineato che proprio gli ufficiali tedeschi che si macchiarono di migliaia di crimini efferati in tutti i teatri di guerra si giustificarono, alla fine del conflitto, dicendo di aver dovuto ‘obbedire agli ordini’”[26].  

Le pesanti critiche che hanno sempre colpito l’armistizio ottenuto dal Re e da Badoglio, riguardano soprattutto il modo confuso e drammaticamente inadeguato nel quale l’operazione fu condotta, non il fatto in sé di averla voluta ed attuata.  Anche il generale Frido Von Senger und Etterlin, uno dei migliori generali tedeschi, che operò in Russia e in Italia, affiancando Kesselring, riconobbe dopo la guerra che la nostra decisione di arrendersi era, a quel punto, corretta.

7. Tutti i governi alleati di Hitler, tranne quello slovacco, cercarono di uscire  dalla guerra, ricorrendo a ripetuti contatti segreti con il nemico.

  Sulla dichiarazione di guerra alla Germania nazista molti, anche in Italia, ironizzano ancor oggi, traendone spunto per l’ennesima denigrazione del carattere italiano, all’insegna del “solo da noi accadono certe cose”.  Non sarebbe male ricordare cosa fecero gli altri alleati di Hitler, trattandosi di fatti che credo noti oggi più che altro agli studiosi.
Ho già accennato alla Romania (vedi supra, § 1).  Vediamo più in dettaglio.  Dopo la disfatta di Stalingrado, nella quale avevano subito pesanti perdite, i romeni cercarono l’appoggio di Mussolini per attenuare i  vincoli che li legavano a Berlino, ma la caduta del Duce pose fine al tentativo, peraltro velleitario.  “Il 31 gennaio 1944 Mihai Antonescu, ministro degli esteri solo omonimo del Conducator Ian Antonescu, con il suo consenso richiede [in segreto] un aiuto militare agli anglosassoni per sganciarsi dall’alleanza con la Germania come aveva fatto l’Italia. Gli Alleati rispondono che c’è una sola via d’uscita: l’insurrezione del paese e la liberazione da parte dell’Armata Rossa”.  Per contatti più incisivi con gli anglosassoni viene inviato un ex-presidente del consiglio rumeno, il conte Stirbey, in missione segreta al Cairo, ma la cosa si viene a sapere e Hitler convoca i due Antonescu al suo quartier generale. Da parte loro, inglesi e americani ripetono che la sorte della Romania “sarebbe dipesa in seguito dall’aiuto che avrebbe prestato alle truppe sovietiche”.
Allora l’8 aprile 1944 Molotov, ministro degli esteri sovietico, “rende noto che l’URSS avrebbe preteso la restituzione della Bessarabia e della Bucovina, ma che in cambio era pronta a riconoscere i diritti della Romania sulla Transilvania.  I romeni avrebbero dovuto fiancheggiare l’Armata rossa contro gli ungheresi e i tedeschi ma l’Urss non sarebbe intervenuta negli affari interni romeni se le sue richieste fossero state rispettate.  I partner occidentali di Mosca approvano e convalidano le proposte sovietiche.  A Helsinki agenti sovietici e romeni cominciano a trattare in segreto”.  Il 20 agosto l’Armata Rossa sfonda il fronte tedesco-romeno sul  fiume Prut e invade la Bessarabia, zona di confine della Romania orientale.   Allora re Michele fece arrestare i due Antonescu e proclamare un governo di unità nazionale, dopo aver parlato alla Nazione spiegando quanto stava succedendo. Dichiarò guerra alla Germania il 23 agosto subito dopo il ricordato bombardamento aereo di Bucarest. Accettò il principio della resa incondizionata, venendo accolto come “cobelligerante”, con le quindici divisioni che gli erano rimaste[27].
 Ma comunque, i Romeni, pur se vinti e solo “cobelligeranti” e non alleati, sapevano di combattere per qualcosa di concreto, dato che i Russi gli avevano promesso il recupero di parte della Transilvania dagli ungheresi, loro nemici storici.  Promessa che poi mantennero.  Per fare un paragone con le vicende dell’armistizio italiano, sarebbe come se gli Alleati, invece di dirci: voi vi dovete arrendere e basta, per poi accettare senza discutere le condizioni che vi detteremo - avessero invece detto:  vi consentiremo di mantenere la frontiera al Brennero e Trieste, per il resto del territorio nazionale bisognerà accontentare le ambizioni di certe nazioni che voi avete aggredito, circa le Alpi Occidentali, l’Alto Isonzo, Fiume, l’Istria, la Dalmazia).  Sarebbe stato pur qualcosa, no?  Forse il Re e Badoglio avrebbero ritrovato di colpo la volontà di battersi.
L’Ungheria tentò disperatamente di uscire dalla guerra con una serie di iniziative segrete, ma non vi riuscì. 
Il Capo dello Stato, come Reggente al trono d’Ungheria privo di monarca, era dal 1920 l’ammiraglio Miklós Horthy.  Dopo il disastro toccato all’armata ungherese in Russia all’inizio del 1943, il capo del governo, Miklós Kallay, “cominciò a destreggiarsi tra i due opposti schieramenti, moltiplicando le dichiarazioni antibolsceviche ma prendendo segretamente contatto con gli anglosassoni tramite agenti a Lisbona, Istanbul, Berna e in altre città dove si stringevano allora molti contatti di questo tipo.  Kallay offre ai suoi interlocutori di staccarsi progressivamente dal Reich, purché fossero garantite al suo paese le posizioni acquisite nel bacino del Danubio, all’interno del quale esso sarebbe divenuto la base di una futura politica antisovietica.  Il 9 settembre 1943, all’indomani della capitolazione italiana, agenti ungheresi e inglesi firmano un accordo segreto a Istanbul” [28].
Ma Hitler reagì occupando militarmente il paese, dietro la finzione di una inesistente richiesta di Horthy in tal senso.  Kallay riparò nella Legazione della Turchia, mentre i nazisti imposero un nuovo capo del governo.  Ma Horthy non si diede per vinto. Sostituì il capo del governo e dichiarò guerra alla Romania che intanto aveva invaso la Transilvania, forte dell’appoggio sovietico. “Nel frattempo, viene stabilito un contatto [segreto] con gli anglosassoni in Italia, che fanno sapere agli ungheresi che devono trattare con l’Urss.  Horthy invia allora una missione [segreta], la quale giunge nella capitale sovietica e firma un accordo con i russi che prevede il ritiro delle truppe ungheresi fino ai confini del 1938 [quindi senza la contestata Transilvania e altre regioni], se necessario aprendosi la strada contro le truppe tedesche.  Il 15 ottobre 1944 Horthy annuncia alla radio di aver richiesto l’armistizio all’Urss, se non che l’armistizio negoziato a Mosca non può essere applicato, perché la maggior parte dei capi militari ungheresi resta fedele all’alleanza con la Germania”[29].
In effetti la presenza militare tedesca in Ungheria era massiccia (così come lo era in Italia, nel 1943).  La Wehrmacht, a causa dell’avanzata russa e delle defezioni e voltafaccia dei suoi alleati balcanici, aveva dovuto raccorciare alquanto il fronte, che ora andava dalla Polonia alla Slovacchia all’Ungheria, con l’inserimento delle truppe (300.000 uomini) in  contrastato ma riuscito ripiegamento dagli scacchieri balcanico meridionale e mediterraneo.  All’annunzio di Horthy seguì un periodo di caos.  L’ammiragio fu deportato in Germania mentre i tedeschi favorivano la presa del potere da parte del partito delle Croci Frecciate, i fanatici nazisti ungheresi.  A Budapest accerchiata, tedeschi e ungheresi avrebbero poi combattuto una disperata battaglia difensiva, casa per casa, durata due mesi, finita il 13 febbraio 1945.
   La Bulgaria, che, a causa dei suoi forti ed antichi legami con la Russia, non aveva mai dichiarato guerra all’Unione Sovietica,  ma solo ad inglesi e americani, vide la morte improvvisa del Re Boris III nell’agosto del 1943, appena tornato da una visita ufficiale a Hitler, scopo (fallito) della quale era stato  ottenere un alleggerimento dei vincoli che legavano il Paese al Reich.  Il “consiglio di reggenza” che lo sostituì cominciò a manovrare per il disimpegno.  Il 1° giugno 1944 una missione bulgara incontrò in segreto gli angloamericani al Cairo al fine di negoziare un armistizio, ma fu invitata da costoro a trattare con i russi, essendo la Bulgaria destinata alla zona di influenza sovietica, come la Romania, l’Ungheria, la Polonia, i Paesi Baltici.  L’Armata Rossa entrò in Bulgaria il 5 settembre 1944, preceduta da un’insurrezione nazionale il 26 agosto, dopo una finta dichiarazione di guerra da parte russa.  Arrestati i membri del vecchio governo, poi “liquidati”, si costituì un governo di unione nazionale sotto l’egida sovietica e l’armistizio fu firmato a Mosca il 28 ottobre 1944.  Poi la Bulgaria dichiarò guerra alla Germania. Impiegò 450.000 uomini nella lotta, subendone la perdita di 30.853[30].  Essa conseguì, alla fine del conflitto, la Dobrugia meridionale, regione sul Mar Nero al confine con la Romania, pur essendo cobelligerante e non alleata e quindi nazione vinta.  Potè riprendersi una regione che Hitler l’aveva costretta a cedere alla Romania.  In quella parte del mondo, a Hitler si sostituiva Stalin, quale arbitro nella distribuzione di terre e popoli.   
E veniamo, infine, alla Finlandia. Secondo un’opinione più volte ripetuta, avrebbe firmato l’armistizio con la Russia solo dopo che il Maresciallo Mannerheim aveva richiesto lealmente e ottenuto il permesso da parte di Hitler. È un mito.  I finlandesi, come i romeni, erano entrati in guerra contro l’Unione Sovietica per recuperare territori perduti: quelli sottratti dopo la guerra mossa a loro da Mosca dal 30 novembre 1939 al 12 marzo 1940 (Guerra d’Inverno).  La Bran Bretagna aveva dichiarato loro guerra mentre gli americani si erano limitati a rompere i  rapporti diplomatici.  I finlandesi non affiancarono i tedeschi nella conquista di territorio russo e non vollero partecipare all’assedio di Leningrado. I primi contatti segreti con i sovietici erano stati stabiliti dai finlandesi a Stoccolma addirittura all’inizio del 1942, dopo la sconfitta subita dai tedeschi davanti a Mosca.  Interrotti dopo le vittorie tedesche dell’estate del 1942, erano ripresi dopo Stalingrado, nella primavera del 1943, sempre in segreto.  Il partito socialdemocratico, facente parte della coalizione di governo, spingeva per lo sganciamento.  Ma il governo finlandese respinse il 12 aprile 1944 le condizioni di Stalin, giudicate troppo onerose.  Il 14 giugno successivo l’Armata Rossa sfondò il fronte finlandese.    
“Ribbentrop giunge a Helsinki il 22 giugno e ottiene un impegno scritto da parte di Ryti [presidente finlandese] che vincola la Finlandia a restare al fianco dell’Asse (ma le truppe tedesche cominciano ad evacuare il paese).  Il 6 agosto il maresciallo Mannerheim, l’uomo simbolo dell’unità nazionale – in qualsiasi direzione intenda affermarsi – diviene presidente della repubblica e l’ex ambasciatore a Mosca Hackzell è nominato capo del governo.  Il 4 settembre 1944 una convenzione mette fine alla guerra con l’Urss”[31].
La Finlandia, nella quale c’era stata negli anni venti una feroce guerra civile tra Bianchi e Rossi conclusasi con la vittoria dei primi, dovette fare sostanziali concessioni territoriali ai russi (nel Golfo di Finlandia, in Carelia e a Nord nella zona delle miniere di nichel di Petsamo) nonché impegnarsi a pagar loro 300 milioni di dollari (di allora) in riparazioni di guerra.  Ma non subì la temutissima occupazione militare sovietica e restò indipendente, mantenendo il suo sistema politico, di tipo parlamentare. Gli accordi armistiziali l’obbligavano a dichiarare la guerra alla Germania, facendola però diventare “cobelligerante” e non alleata.
Il 15 settembre la Finlandia dichiarò guerra alla Germania e le truppe finlandesi attaccarono quelle tedesche in ripiegamento dalla Norvegia attraverso il Nord del paese, la Lapponia.  Nonostante i tedeschi facessero terra bruciata al loro passaggio, la campagna, alla quale parteciò anche qualche formazione sovietica, fu condotta con poco mordente dai finlandesi, e i tedeschi poterono ritirarsi in buon ordine e poche perdite verso Sud.
In Slovacchia, invece, il governo di mons. Tiso, che doveva l’esistenza stessa del proprio Stato allo smembramento della Cecoslovacchia effettuato da Hitler nel 1939, quando, in violazione degli accordi di Monaco dell’anno prima, creò il Protettorato di Boemia e Moravia da un lato e lo Stato slovacco dall’altro, non prese nessuna iniziativa per sganciarsi dall’alleanza.  Ci furono rivolte e un’insurrezione nazionale organizzata dai partigiani comunisti.  Ma i tedeschi, per i quali la Slovacchia era diventata di vitale importanza strategica, repressero tutto rapidamente e con la consueta spietatezza.
Ora, di fronte a questi semplici f a t t i, esposti in rapida carrellata, mi chiedo:  per qual motivo a noi italiani, per aver attuato, spinti dalla necessità e dal timore, abboccamenti segreti col nemico, professando nello stesso tempo immutata fedeltà all’alleanza; per aver, insomma, messo in atto gli stessi sotterfugi di romeni, ungheresi, finnici, bulgari, al fine di uscire da una guerra terrificante, che stava annientando il Paese e ormai persa, viene affibbiata la nomèa di traditori e agli altri no?  La cattiva reputazione di quelli che non finiscono mai una guerra dalla parte dell’alleato con il quale l’hanno cominciata ma dalla parte opposta?  Finlandesi, romeni, bulgari, alleati volontari dei tedeschi, da che parte l’hanno finita la guerra?  Si trovavano con scarse truppe tedesche in casa ma ai confini o già dentro avevano l’Armata Rossa. Anche gli ungheresi si sarebbero comportati allo stesso modo, se fosse stata data loro la possibilità di attuare l’armistizio già concordato in segreto, che conservava all’Ungheria la sovranità nei confini del 1938, quelli più ristretti stabiliti dopo la fine della Grande Guerra, evitandole però l’occupazione sovietica.  E quali sarebbero le guerre nelle quali l’Italia ha cominciato da una parte e finito dall’altra?  L’unico esempio è proprio quello della nostra disgraziata partecipazione alla II Guerra Mondiale; ma, come si è visto, si è trattato di una situazione sui generis, simile  a quella degli altri ex-alleati di Hitler.
Nel concedere i vari armistizi Stalin pretendeva che i beneficiati attaccassero il loro ex-alleato, anche se così facendo diventavano solo “cobelligeranti” e non alleati.  Con il Trattato di Pace, furono considerati anch’essi dei vinti:  vale anche per loro la qualifica di “nemici cobelligeranti”.  Però ognuno di loro ottenne qualcosa, in termini territoriali o politici, non uscì completamente a mani vuote dalla cobelligeranza, come noi italiani.  E perché l’ottenne?  Perché riuscì a conservare un esercito o quanto restava di esso in grado di combattere.
Contro di noi pesò la feroce determinazione inglese, impersonata in particolare da Anthony Eden, condivisa con qualche attenuazione da americani e francesi, di punirci come popolo e di cancellarci come Stato capace di svolgere una qualsiasi politica indipendente. Pesò anche l’ostilità sovietica, implacabile durante tutte le trattative tra le Potenze e alla Conferenza per la Pace.  Ma più ancora congiurò l’incapacità dei nostri vertici del tempo di mantenere in piedi uno strumento militare in grado di resistere all’inevitabile attacco tedesco.  Non dico in grado di vincere i tedeschi, cosa impossibile data la differenza qualitativa tra i due eserciti e lo stato di esaurimento del nostro, sparpagliato “da Grenoble a Creta” e composto ormai in prevalenza da truppe sedentarie e poco armate; ma di resistere almeno quel numero di giorni sufficienti al sopravvenire da Sud degli Alleati (nolenti soccorritori) o comunque sufficienti a salvare l’onore e mantenere unita la Nazione attorno alla persona del Re.  E una resistenza di questo tipo era certamente possibile.  Andava comunque tentata. Mancò la volontà, da parte dei capi supremi.  Questa fu la loro colpa.
Se ci fossero stati uomini dotati del necessario carattere, avrebbero seguito il consiglio del generale Umberto Utili, capo del reparto operativo presso lo Stato Maggiore e successivamente uno degli artefici principali della “ricomposizione dell’Esercito” con il Regno del Sud.  Utili “aveva suggerito di entrare in conflitto con i tedeschi prima di cercare contatti con gli Alleati, per mettere questi di fronte alla realtà di una scelta già compiuta e tale da far capire come l’Italia non volesse solo arrendersi”[32].  Si intende, postillo: “entrare in conflitto” dichiarando pubblicamente che la guerra era persa, che ci saremmo arresi; che avremmo lasciato andar via indisturbati i tedeschi, pronti però a resistere qualora ci avessero attaccato, ognuno al suo posto.

8.  La risalita dagli Inferi:  grandi sacrifici ma un contributo forzatamente modesto alla vittoria alleata, tuttavia ingiustamente misconosciuto al Tavolo della Pace.
Con la cobelligeranza non diventammo, dunque, alleati degli Angloamericani. Mai. Diventammo cobelligeranti, ossia autorizzati da loro a combattere assieme lo stesso comune nemico, ma non alleati. Ci sopportavano di mala grazia, lesinandoci gli armamenti e umiliandoci in tutti i modi, soprattutto nella fase iniziale. Preferivano utilizzarci come lavoratori militarizzati, a volte sotto graduati di colore, cosa che al tempo veniva sentita come un’offesa particolamente grave. Comunque l’apporto logistico delle nostre “divisioni ausiliarie” (180.000 uomini) fu notevole. In quel campo, particolarmente apprezzato fu il contributo del nostro Genio, che è sempre stato di ottimo livello (sin dall’epoca  rinascimentale, si potrebbe dire, pensando ai famosi ingegneri militari italiani di quel tempo).  Gli Alleati  non vollero mai un’armata italiana unitaria, anche se poi, nel loro bollettino finale, riconobbero il contributo delle nostre unità.  
L’impressione che avevano gli ufficiali del Regno del Sud era in sostanza quella espressa da un memorandum ad uso interno:  “Alle nostre truppe che devono lasciare la Corsica dopo aver dato il loro efficace concorso alla cacciata dei tedeschi dall’isola, viene imposto di lasciare ai Francesi il meglio del loro armamento e materiale [imposizione legittima ai sensi dell’art. 11 dell’Armistizio corto]”.  Da questo e altri atteggiamenti si deduceva che: “Nell’atteggiamento anglo-americano si conferma sempre più la tendenza, da un lato (propaganda) ad invitarci a combattere ed a far dipendere la nostra sorte futura dalla entità del nostro apporto bellico, dall’altro (fatti) a cercare di ridurre al minimo tale apporto”[33].
In questi atteggiamenti, apparentemente contraddittori, erano all’opera da un lato pregiudizio e avversione a collaborare con noi; dall’altro, un sotteso calcolo politico, rivolto al nuovo ordine del dopoguerra, che ci voleva deboli e puniti. Ma l’avversione, al di là dei motivi di fondo, anche ipocriti, si autogiustificava con il disprezzo e la diffidenza suscitati dall’indecoroso nostro collasso dell’8 settembre.  Perché perder tempo e denaro e risorse per riequipaggiare costoro (questi “bastardi” che fino a ieri ci sparavano addosso convinti e senza problemi) – si saranno detti gli Alleati – per tirar su delle truppe che magari si sarebbero squagliate di nuovo, come hanno fatto l’8 settembre?
La rinascita delle forze armate italiane fu un vero calvario.  Fu necessario ripartire da zero, in un ambiente ostile, che ci trattava a calci sui denti, per così dire. Al Nord, la situazione era simile.  Anche lì, i generali tedeschi inizialmente non volevano italiani tra i piedi, in prima linea. Li volevano nell’esercito tedesco o nell’Organizzazione Todt, a lavorare per la Germania. Poi accettarono la formazione di quattro divisioni, addestrate in Germania.
La nostra co-belligeranza passò per tre fasi. 
All’inizio, i circa seimila uomini del 1° Raggruppamento motorizzato,  tale soprattutto sulla carta,  che dovevano arrangiarsi con materiali del Regio Esercito reperiti qua e là.  Ancora a corto di addestramento e male armati, attaccarono sotto la pioggia e senza appoggio di artiglieria le assai munite postazioni tedesche sul brullo Monte Lungo l’8 dicembre 1943, senza alcun aiuto da parte degli Alleati, i quali, nelle parole del generale Utili, “ci usarono come cavie”(ossia, come carne da cannone) per individuare al meglio le ben occultate postazioni nemiche nella montagna, da attaccare circa una settimana dopo. Fu un massacro, un rotta completa, nonostante un bello slancio iniziale.  Il 16 conquistammo la terribile quota ma nell’ambito di una poderosa offensiva compiuta con tutti i crismi dall’intero settore, tenuto dagli americani, che costrinse i tedeschi ad arretrare le loro linee. 
Dopo un periodo di inevitabile crisi, il reparto si riorganizzò, si migliorò, si ampliò.  Nacque così il Corpo Italiano di Liberazione, equivalente a due divisioni leggere, cioè senza carri armati e artiglieria pesante, che cominciò a distinguersi in alcuni severi combattimenti, della consistenza di circa 20.000 uomini.    
A corto di divisioni, spedite in Francia, gli Alleati, ora meno prevenuti, ci riorganizzarono in 6 divisioni leggere, articolate però come Gruppi di combattimento separati tra loro (aggregati a polacchi e britannici) per un totale di circa 50.000 uomini, con moderno equipaggiamento britannico. Impegnate efficacemente in vari combattimenti, alcuni dei quali molto duri, quattro di queste divisioni presero poi parte allo sfondamento finale delle linee tedesche, nell’aprile del 1945.  I commando dei paracadutisti della Nembo (finalmente armati come si deve) si distinsero in particolare durante la decisiva Battaglia di Argenta
L’aviazione, inquadrata nella Balkan Air Force, svolse un oscuro ma assai utile lavoro per il continuo rifornimento dei partigiani di Tito nei Balcani e degli italiani che combattevano con loro; partigiani cui fu destinato dagli Alleati anche molto materiale del Regio Esercito. Effettuò anche ripetuti attacchi contro le lunghe colonne motorizzate dei tedeschi in ritirata dai Balcani. Si  meritò ampi elogi ufficiali da parte alleata.  La Marina, con il naviglio minore, fu impiegata in un’intensa attività di dragaggio mine e logistica, di scorta al traffico alleato e nazionale e nel trasporto veloce di truppe, mantenendo sempre la bandiera italiana, come concesso dalle condizioni di armistizio[34].
L’apporto della Resistenza non modificò questa situazione.  Pur creando fastidi ai tedeschi, non assunse mai una dimensione tale da impedire in modo decisivo lo sforzo bellico germanico.  L’insurrezione finale del 25 aprile, previa autorizzazione degli Alleati, avvenne dopo che il fronte tedesco era stato ampiamente sfondato da alcuni giorni e né tedeschi né fascisti erano più in grado di opporre alcuna resistenza organizzata.  La Resistenza creò sì problemi alle linee di comunicazione strategica del nemico ma solo per brevi periodi e dovette subire rastrellamenti e controffensive “nazifasciste” che la decimarono[35].  Mussolini potè emanare nel 1944 due bandi di amnistia, il secondo dei quali comportò il disarmo volontario di circa 30.000 partigiani su 68.000 al tempo stimati dalla polizia di Salò.  All’avvicinarsi del crollo finale, con i russi dall’inizio di febbraio ormai vicini a Berlino e gli Alleati avanzanti dal Reno, com’è noto la guerriglia riprese lena e negli ultimi giorni della guerra il numero dei partigiani raddoppiò e triplicò, con l’incoraggiamento del Partito Comunista, per evidenti ragioni politiche - cosa che provocò la nota protesta di Ferruccio Parri, del Partito d’Azione, uno dei capi partigiani più prestigiosi, Presidente del primo breve governo del dopoguerra[36].
Ad una stima realistica, come quella dello stesso Parri, le forze del movimento partigiano effettivamente combattente, vanno da un minimo iniziale di 9000 uomini ad un massimo di circa 70.000.  Ma, a mio avviso, per valutare la loro efficacia non bisogna farne una questione di numeri, che pure hanno la loro importanza.  In genere, gli effettivi di una guerriglia, sul campo, non sono mai molto numerosi.  Si tratta di un tipo di guerra notoriamente spietato (la sale guerre, la chiamano i francesi) perché combattuta nascondendosi nella popolazione, che deve appoggiare i guerriglieri con le buone e spesso con le cattive, o nei boschi e sulle montagne; le cui armi sono il sabotaggio, il colpo di mano, l’imboscata, il terrorismo individuale e gli attentati, tutte cose sleali, che richiedono strutture di comando e complicità segrete, reti di informatori e complici; sul campo,  unità piccole e compatte estremamente mobili, vestite da civili, armate alla leggera ma in grado di supplire alla scarsa potenza di fuoco con la conoscenza del terreno, la sorpresa e l’audacia.  Il suo scopo non è la distruzione del nemico in campo aperto ma il suo graduale soffocamento strategico, con il colpirne spesso e di sorpresa i centri vitali, in modo da tagliargli le vie di comunicazione e costringerlo alla paralisi o indebolirlo in maniera tale da renderlo incapace di sostenere l’offensiva di un esercito regolare alleato, organizzatore e finanziatore della stessa guerriglia.  Tale obiettivo strategico primario richiede tuttavia la capacità di combattere, se si creano certe situazioni, come esercito regolare al fine di poter controllare e difendere posizioni strategiche vitali, almeno per un certo lasso di tempo.  L’obiettivo strategico primario non fu mai raggiunto dalla guerriglia in Italia, come fa fede la vicenda di Monte Fiorino, tranne che in teatri secondari[37]
Ma, a ben vedere, non lo fu nemmeno dai movimenti partigiani degli altri paesi, Francia e Jugoslavia incluse.  La Wehrmacht si ritirò ordinatamente e abilmente, con perdite relativamente basse di uomini e materiali, dalla Grecia e dai Balcani solo dopo che l’Armata Rossa aveva sfondato il fronte tedesco-rumeno, non certo sotto la spinta dell’armata partigiana greca (comunista) o di quella comunista di Tito.  Quest’ultimo  liberò Belgrado (10-20 ottobre 1944) cogliendo di sorpresa i tedeschi ma la “sopresa” fu costituita soprattutto dalla massiccia e decisiva partecipazione a quella battaglia di imponenti forze corazzate, meccanizzate, di artiglieria e aeree sovietiche, con aliquote bulgare, liberate dalle defezioni romene e della stessa Bulgaria dall’Asse.
Tuttavia, a mio avviso, la Resistenza italiana avrebbe potuto fare di più contro un nemico pur formidabile come la Wehrmacht, e acquistar sul campo meriti da spender per l’Italia al momento della pace,  se fosse stata condotta con criteri esclusivamente patriottici e militari; rivolta cioè soprattutto (per quanto possibile) contro l’occupante nazista, secondo l’impostazione che avevano cercato di darle gli ufficiali dello sbandato Regio Esercito nel costituire le prime “bande” partigiane.  Prevalse, invece, l’impostazione comunista, mirante, secondo il canone leninista, soprattutto alla guerra civile, di classe e antipatriottica.  La lotta partigiana fu pertanto diretta in prevalenza contro lo schieramento più debole (quello fascista) con l’uso sistematico di un capillare e spesso anonimo terrorismo individuale e di efferati attentati, cui seguivano fatalmente (anche se non automaticamente) esecuzioni sommarie e rappresaglie spietate, esercitate dai tedeschi anche indiscriminatamente sulla popolazione, con la ben nota ferocia (rappresaglie cui Mussolini e diversi esponenti fascisti sempre si opposero)[38].  La guerra civile era per i comunisti l’obiettivo primario: la condussero senza scrupoli anche contro le formazioni partigiane non comuniste (i c.d. autonomi), quando non si prestavano ai loro ordini (come fa fede il famoso massacro di Porzûs, in Friuli, perpetrato a tradimento contro una formazione delle Osoppo, brigate appunto autonome, che si rifiutava di mettersi alle dipendenze dei partigiani comunisti sloveni ed anzi accettava di collaborare con i fascisti per respingere i loro sconfinamenti).  I confini orientali e occidentali d’Italia, per quanto riguarda i partigiani, furono difesi soprattutto dalle formazioni autonome, non da quelle comuniste, ligie agli ordini di Mosca.  Sul confine orientale, Mosca addirittura impose a Togliatti, capo del PCI, di subordinarsi esplicitamente a Tito e alle sue pretese antiitaliane.
Contributo dunque limitato, nel quadro generale, quello nostro alla vittoria delle Nazioni Unite nella campagna d’Italia.  Ma non invisibile e da potersi considerare come inesistente.  Per limitarci all’elenco dei caduti, tralasciando i feriti, i mutilati e i dispersi, quelli dell’Esercito Regio durante la Campagna d’Italia furono tremila, mentre quarantamila furono quelli partigiani.  Altri diecimila partigiani italiani perirono nella guerriglia balcanica.  I civili uccisi dalle rappresaglie nazi-fascite furono diecimila, mentre ben quarantamila furono i morti tra i prigionieri italiani in Germania, cui vanno aggiunti tredicimila di loro  annegati nelle navi che li trasportavano (vedi supra, § 2)[39].

Paolo  Pasqualucci

[ Fonte:  iterpaolopasqualucci.blogspot.ie,  29 dic 2017] 




[1] Vedi Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando.  L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, il Mulino, Bologna, 20032, p. 50.  I tre Paesi Baltici, occupati nel 1940, occupati poi dai nazisti e collaborazionisti, infine da lui rioccupati, furono semplicemente annessi da Stalin nel 1944-45.  
[2] Silvio Bertoldi, Il Regno del Sud, 1984, BUR, 2003, pp. 18-19.  Le parentesi quadre sono mie, per correggere quella che sembra essere una cattiva traduzione.  Nelle citazioni le parentesi quadre sono sempre mie.
[3] Citato in:  Renzo De Felice, Rosso e Nero, a cura di Pasquale Chessa, Baldini & Castoldi, 19952, p. 83.  Chiosa mia: perché il principio della responsabilità collettiva di un popolo per i crimini dei suoi governanti dovrebbe applicarsi solo ai misfatti di un regime tirannico?
[4] In questi ultimi anni è stato dimostrato che Roosevelt e Churchill sapevano che erano stati i sovietici a far uccidere con un colpo alla nuca nelle foreste di Katyn in Bielorussia 21.857 prigionieri polacchi, fra i quali 8000 ufficiali, crimine scoperto nella primavera del 1943 dai tedeschi, che avevano occupato la zona:  sapevano ma insabbiarono la verità, lasciando che la propaganda continuasse a dar la colpa ai tedeschi.
[5] Alberto Leoni, Il Paradiso devastato.  Storia militare della Campagna d’Italia.  1943-1945, Ares, Milano, 2012, p. 9.  Le Guerre Gotiche del VI secolo furono provocate dall’imperatore romano (d’Oriente) Giustiniano, che cercò di riconquistare anche l’Occidente, ormai suddivisosi in Stati romano-barbarici. Per noi fu una catastrofe. I Goti tenevano unita l’Italia in una salda monarchia, i cui quadri civili erano composti dagli ancor validi residui della classe dirigente romana. Erano ariani (eresia del prete libico Ario, che negava la divinità di Cristo) ma stavano convertendosi lentamente al cattolicesimo.  Col tempo si sarebbero assimilati. La lotta contro i bizantini durò pi­ù di vent’anni e terminò con la disfatta dei Goti e il sostanziale annientamento dell’Italia, in tutti i sensi. Poco dopo, in un Paese spopolato, devastato e impoverito arrivarono i Longobardi, popolazione germanica estremamente primitiva e feroce.  Si installarono nella parte dell’Italia che i bizantini, piazzati lungo le coste, non riuscivano a controllare, quella appenninica e padana, iniziando così la funesta divisione del Paese, che sarebbe durata sino all’Ottocento, quando il Risorgimento prima e lo Stato liberale poi finalmente lo riunificarono, completando la frontiera alpina naturale nel 1918, con la vittoria nella Grande Guerra. Va aggiunto che la seconda catastrofe, anche se assai meno imponente sul piano materiale, fu quella delle Guerre d’Italia (1498-1559) che distrussero l’indipendenza dei deboli Stati Italiani ponendoli quasi tutti, tranne la Repubblica di Venezia, sotto la dominazione diretta e indiretta della monarchia spagnola asburgica, vincitrice contro quella francese nella accanita lotta per la spartizione della Penisola, alla quale parteciparono anche gli Svizzeri, incamerandosi il Ticino, sottratto con il tradimento al Ducato di Milano.   
[6] Sara Lorenzini, L’Italia e il Trattato di Pace del 1947, il Mulino, Bologna, 2007, p. 24:  “Nonostante la dichiarazione di guerra alla Germania del 13 ottobre 1943 e le promesse propagandate dalle trasmissioni di Voice of America, l’Italia rimaneva un paese nemico, amministrato dal governo militare.  Il generale [britannico] Harold Alexander, comandante supremo delle forze anglo-americane in Italia, l’aveva detto: una vera alleanza era improponibile”.  Il libro riporta in appendice il testo dei 90 articoli del Trattato e l’elenco dei diciassette Allegati, non ovviamente i loro testi, essendo dedicato non all’analisi del Trattato ma del modo nel quale lo vissero la classe politica e la pubblica opinione del nostro Paese.
[7] La relativa documentazione è stata rintracciata da Aga Rossi, op. cit., pp. 103-105.
[8] Bertoldi, op. cit., p. 18.
[9] Subito dopo l’8 settembre regnavano lo smarrimento e la confusione tra gli italiani, su quale dovesse essere la scelta giusta da fare, per chi sentiva il dovere di scegliere (vedi, tra tante altre testimonianze:  Giulio Lazzati, Ali nella tragedia.  Gli aviatori italiani dopo l’8 settembre, rist. 1992, Mursia, Milano, rist. 1992, p. 35, 50, 64, 85; Eugenio Corti, Gli ultimi soldati del re.  Romanzo, Ares, Milano, 1994, p. 39 ss. – si tratta in realtà di una sorta di diario della partecipazione di Corti all’esercito del Regno del Sud;  Carlo Mazzantini, L’ultimo repubblichino. Sessant’anni sono passati, Marsilio, 2005: l’Autore, allora ragazzo, fu testimone dello smarrimento che si diffuse tra la popolazione romana all’annuncio dell’armistizio e al successivo panico, una volta appresa la fuga del re: “Dov’era allora un punto di riferimento sicuro?  Dov’era qualcuno che avesse conservato stima e dignità e conoscenza che potesse dare una direzione alle emozioni che ci squassavano?...Una ventata di fughe, di sparizioni, di diserzioni…”(p. 51-55).  Ancor più dettagliatamente documenta l’autore l’agitazione che angosciava gli animi sia di fascisti che di antifascisti in quel periodo, nell’altro suo saggio: Carlo Mazzantini, I balilla andarono a Salò, rist. 1997, Marsilio, Venezia, rist. 1997.  C’era, diffuso soprattutto tra giovani e giovanissimi, “un sentimento di non accettazione della miseria morale in cui era sprofondato il paese, il bisogno di dissociarsi dalle viltà, le fughe, l’abbandono..”(op. cit., p. 35).  Nessuno sapeva esattamente cosa fare, tranne i quadri comunisti clandestini, che diedero inizio con estrema freddezza alla guerra civile cominciando ad assassinare uno ad uno gli esponenti fascisti moderati e fra i più stimati, anche dagli avversari (op. cit., pp. 105-128). 
[10] Si veda il cap. I del libro di Alberto Leoni, sopra citato:  Come eravamo.  L’Italia e gli italiani prima dell’estate del 1943, la parte intitolata: Origini e fondamenti di un sentimento nazionale condiviso-La sintonia del Paese con il regime: Etiopia e Spagna, pp.11-23.  Nelle pagine successive l’Autore analizza gli elementi di crisi che si cominciarono a manifestare nei confronti dell’evidente involuzione del regime  a partire dalla seconda metà degli anni Trenta (nei confronti di certi aspetti negativi del regime non della Patria).  Egli ricorda la soddisfazione patriottica del padre, prima fascista, poi antifascista dichiarato dopo il delitto Matteotti e malvisto dal regime, quando le truppe italiane entrarono in Madrid, il 28 marzo 1939, alla conclusione vittoriosa della Guerra di Spagna (op. cit., p. 11).  Contro la tesi della “morte della Patria”, vedi anche: Aga Rossi, op. cit., p. 203: “l’affievolirsi della nostra identità nazionale iniziò con la fondazione della democrazia post-fascista”, dominata dal partito cattolico e da quello comunista, nati come “forze di opposizione allo Stato italiano, che non avevano condiviso gli ideale del Risorgimento su cui era stato fondato”. 
[11] Mario Avagliano, Marco Palmieri, Vincere e vinceremo! Gli italiani al fronte, 1940-1943, il Mulino, Bologna 2014.  Dalla recensione di Paolo Mieli sul Corriere della Sera  dell’11 novembre 2014, risulta che, secondo la ricostruzione dei due Autori, la gran maggioranza dei soldati prigionieri che scrivevano appoggiò la guerra sino all’ultimo.  Ci sarebbe dunque stato nel Paese un consenso “di lunga durata” al fascismo? Non credo, persa la guerra in Africa, si trattasse tanto di consenso al fascismo quanto, al di là dell’impiego del frasario nazionalista tipico del regime e divenuto abituale, del desiderio di vincere per puro patriottismo, per la salvezza della Patria invasa.
[12] Per i dettagli, vedi da ultimo il già citato Alberto Leoni, pp. 94-99.  È da notare che  a reagire con determinazione all’attacco tedesco furono, per esempio, generali come Solinas, comandante dei Granatieri di Sardegna, e Magli, in Corsica, entrambi di provata fede fascista.  Gli episodi di restistenza devono comunque esser stati più di quanti si creda, anche se una documentazione ragionata e attendibile è praticamente impossibile. Sui combattimenti di unità italiane contro i tedeschi subito dopo l’Armistizio, vedi inoltre: Carlo Vallauri, Soldati.  Le forze armate italiane dall’armistizio alla Liberazione, UTET, Torino, 2003, i capitoli dal VI al XV.    
[13] Leoni, op. cit., p. 87. I particolari di cui al testo provengono dallo studio di Elena Aga Rossi, allo stato sicuramente il migliore sull’argomento, il quale ben documenta l’atteggiamento passivo e fatalistico, ma anche confuso, del Re e di Badoglio e dei generali loro collaboratori più stretti in tutta la vicenda.  Anche le famose direttive emanate a voce o in codice subito dopo la firma dell’Armistizio per resistere ai tedeschi e però mai attuate, mostravano sempre un atteggiamento  cauto e reticente. Si invitava a contrattaccare dopo aver soppesato bene il da farsi; insomma, solo se i tedeschi, invece di andarsene in tutta calma, si fossero messi  a sparare contro di noi e (sic) con azione concertata (vedi Aga Rossi, op. cit., cap. 2, Dal 25 luglio all’8 settembre, pp. 71-110).  Per me, c’è una frase rivelatrice della mens di Badoglio, nel proclama che egli pure lanciò da Brindisi, subito dopo quello del Re, senza comunque spiegare gli eventi al popolo:  “La prepotenza tedesca ci toglie perfino la libertà di dichiararci vinti…” (Bertoldi, op. cit., p. 18).   A questo avevano sempre pensato lui e il Re: a  dichiararsi vinti, ad uscire comunque dalla guerra,  e che al resto pensassero gli Alleati.  Il Re aveva 74 anni, Badoglio 72.  Né il sovrano né Badoglio né gli alti ufficiali dei quali si servirono dettero mai l’impressione di esser disposti a rischiare la vita pur di salvare valori fondamentali per la futura rinascita della nazione, al momento irrimediabilmente sconfitta e invasa (anche per colpa loro, visto che nulla avevano fatto, a quanto si sa, per impedire a Mussolini di cacciarsi in quella guerra). Non si trattava di aggredire i tedeschi all’improvviso, cosa che a quasi tutti i nostri soldati sarebbe apparsa inconcepile dopo tre anni di guerra combattuta assieme,  ma di preparare un’efficace, motivata difesa al loro prevedibile assalto.   
[14] Bertoldi, op. cit., p. 44.
[15] Sulla R.S.I. come vero Stato, anche se satellite (ma non fantoccio) dei tedeschi, vedi:  Renzo De Felice, Rosso e Nero  a cura di Pasquale Chessa, Baldini & Castoldi, 19952, pp.  116-120.  Le autorità della R.S.I. cercarono anche di mitigare la condizione dei soldati italiani deportati  dai tedeschi.
[16] Leoni, op. cit., p. 429 (e pp. 429-431 per i dettagli).  Difese anche sino all’ultimo il confine orientale che Tito avrebbe voluto portare addirittura al Tagliamento (era l’antico programma espansionistico della c.d. Grande Serbia), anche se con minor successo, soprattutto  a causa dell’ostilità degli stessi tedeschi (che si erano annessi parte consistente del Friuli e della Venezia Giulia) e di sloveni e croati collaborazionisti. Comunque, le formazioni comuniste jugoslave (cui si erano subordinati i partigiani comunisti italiani), grazie anche alla resistenza fascista repubblicana, riuscirono ad occupare Trieste e Gorizia solo ai primi di maggio, mentre la guerra stava finendo (finì il 2 del mese in Italia). A Udine arrivarono per primi i valorosi partigiani autonomi (non comunisti) delle brigate Osoppo, che liberarono per primi anche Cividale (e ad essi si unì in combattimento un reparto di Camicie Nere) difendendo così le due città da tedeschi in ritirata e da slavi in avanzata.    
[17] Ho trovato riferimenti isolati di questo tipo: i neozelandesi abbatterono per tutta l’estate del 1944 boschi interi sulla Sila, portando poi via il legname via mare, da Crotone, verso il Medio Oriente, si diceva (Ugo De Lorenzis, Dal primo all’ultimo giorno. Ricordi di guerra, 1939-1945, Longanesi, Milano, 1971, p. 308).  Oltre ai prelievi per le necessità militari, le truppe alleate effettuarono un saccheggio sistematico, semiprivato per così dire, tipico degli eserciti di occupazione: De Lorenzis, op. cit., p. 333, per gli inglesi a Siracusa; nonché Eric Morris, La guerra inutile.  La Campagna d’Italia 1943-1945, tr. it. di Roberta Rambelli, revis. e consulenza tecnico-militare di Maurizio Pagliano, Longanesi, Milano, 1993, p. 396 sul gigantesco traffico di merci e beni rubati messo in piedi dai francesi.  Il generale De Lorenzis, combatté nei carristi e poi fu dislocato presso lo Stato Maggiore.  Aderì al Regno del Sud.  Dal saccheggio vero e proprio va distinto il gigantesco traffico di viveri, benzina e attrezzature provenienti (con la complicità di parte del personale) dai gigantestchi depositi militari alleati, durato per tutta la guerra e in tutta l’Europa liberata o occupata.   
[18] La Repubblica Sociale Italiana fu formalmente soppressa dai vincitori unitamente allo Stato Prussiano, inquadrato nel Terzo Reich, allo Stato Slovacco, all’État Français del Maresciallo Pétain, al Regno di Croazia. Dopo l’8 settembre, fu emanata l’Ordinanza Kesselring l’11 settembre successivo, che assoggettava il territorio italiano alle ferree leggi tedesche (di occupazione).  Tale ordinanza cessò di avere efficacia già dal 23 settembre, con la nascita della R.S.I. o Stato Nazionale Repubblicano, la cui data di nascita ufficiale fu il 25 novembre 1943.  Il Reich si annettè subito le provincie di Udine, Trieste, Gorizia, Lubiana, Fiume, Pola, riunendole nella Zona di operazioni costiera dell’Adriatico; e le provincie di Bolzano, Trento, Belluno, riunite nel Territorio delle Prealpi.
[19] Per questo aspetto, vedi ancora Aga Rossi, op. cit., cap. I, Gli alleati e l’Italia.  Dalla pace separata alla resa senza condizioni, pp. 33-70; specialmente pp. 39-47.  Dai documenti inglesi pubblicati a suo tempo dalla contessa Vanna Vailati, biografa di Badoglio, risulta che Eden e il suo entourage progettassero, nel novembre 1943, addirittura di smembrare territorialmente lo Stato italiano (Vailati, 1943-1944: La storia nascosta. Documenti inglesi segreti che non sono mai stati pubblicati, G.C.C.,  Torino, 1986, p. 279: “ La Sardegna, la Sicilia e forse la Calabria sarebbero spettate alla Gran Bretagna; la Puglia, con gran parte dell’Italia meridionale, alla Grecia; il centro, a una sorta di ricostituendo Stato Pontificio; il Nord-Est alla Jugoslavia; la Francia avrebbe dovuto giungere alle porte di Milano, inglobando nel suo territorio l’intero Piemonte, la Liguria e l’isola d’Elba”, cit. in Gianluigi Ugo, Il confine italo-francese. Storia di una frontiera, Xenia Ed., Milano, 1989, p. 24). 
[20] Questa nostra espansione era stata vista a Londra come “una seria minaccia agli interessi e comunicazioni inglesi nel Mediterraneo” sì da indurre il Governo di Sua Maestà dell’epoca ad ammonire l’Italia a non allestire alcuna base navale nell’Egeo. Vedi:  Richard Hough, The Great War at Sea. 1914-1918, Oxford University Press, 1985, p. 42.  La conquista dell’Etiopia, rafforzando enormemente la presenza italiana nel Corno d’Africa, rendeva per gli inglesi potenzialmente insicura la vena iugulare dell’Impero rappresentata dalla rotta Suez-Aden-Oceano Indiano-Colombo-Singapore.  
[21] “Nella primavera 1945, dopo la breve e drammatica fase della resa dei conti insurrezionale che gli anglo-americani hanno previsto e in buona sostanza avallato (il colonnello John Melior Stevens, rappresentante degli Alleati in Piemonte, dice esplicitamente al presidente del Cln regionale Franco Antonicelli – Fate pulizia in due, tre giorni, ma al terzo giorno non voglio più vedere morti per le strade), i termini politici del problema [della c.d. epurazione] si ripropongono nella stessa forma in cui si sono posti nel Regno del Sud…”(Gianni Oliva, L’alibi della Resistenza, ovvero come abbiamo vinto la Seconda Guerra Mondiale, Mondadori, Milano, 2003, pp. 75-76, con le fonti ivi citate).  C’è una vulgata tuttora diffusa secondo la quale i massacri e le uccisioni dell’aprile-maggio 1945 (e oltre, in certe zone) sarebbero stati solo una incontrollata resa di conti per le atrocità compiute dai fascisti durante la guerra civile.  Ma si dimentica che le fucilazioni e le esecuzioni sommarie dei fascisti erano quasi sempre rappresaglie provocate dal modo di combattere “spregiudicato”  dei partigiani; che lo spietato terrorismo messo in opera dai comunisti perpetrava bolscevicamente l’eccidio sistematico dei quadri, in alto e in basso, dello Stato fascista repubblicano, che era quanto rimaneva di un ceto politico patriottico e nazionalista il quale, pur commettendo gravi errori, aveva sempre lottato per l’indipendenza e la grandezza dell’Italia.  Nelle “radiose giornate” l’eccidio divenne di massa, fu il festival della barbarie, erano tornati elevati al cubo i tempi bui delle lotte feroci tra Guelfi e Ghibellini, la fazione vincitrice grazie all’aiuto dello straniero sterminava l’altra. 
[22] Eric Morris, op. cit., pp. 119-120.  Quando gli americani sbarcarono con poderose forze in Marocco e in Algeria nel novembre del 1942, l’ammiraglio François Darlan, che era il comandante delle forze di Vichy in loco, dopo alcuni brevi e modesti combattimenti iniziali, si arrese e venne nominato dal generale Eisenhower Alto Commissario degli Alleati per quelle regioni. Questo voltafaccia fu clamoroso, dato che Darlan era apparso sino a poco tempo prima il più filotedesco dei membri del governo di Vichy.   L’ammiraglio, inviso ai gollisti, fu poi assassinato ad Algeri poco tempo dopo da un giovane gollista, rapidamente giustiziato. 
[23] Sull’iniziativa inglese favorevole all’ Austria a Jalta, vedi: Arthur Conte, Jalta o la spartizione del mondo, tr. it. di Maria Sgarzi, Gherardo Casini ed., Roma, 1968, p. 225.  Nella citata intervista, De Felice ricorda la durissima lettera dell’agosto 1944 di John McCaffery, capo dei Servizi segreti inglesi in Italia, a Parri, che si lamentava di scarsi aiuti alla Resistenza; lettera nella quale appare il vero motivo dell’astio contro di noi:  “L’Italia ha subìto il fascismo?  Va bene.  L’Italia è entrata in guerra contro di noi? Va bene.  Malgrado tutta la buona volontà di Lei e dei Suoi amici sappiamo benissimo quanto ci è costato in uomini, in materiali e in sforzi quell’entrata in guerra dell’Italia […] Adesso avete avuto la possibilità di ritrovarVi e di finire accanto a quelli a cui l’Italia ha causato così gravi danni […]  Ma, diamine, non pretenderrete Voi adesso di dirigere le operazioni militari invece di Eisenhower o di Alexander” (Rosso e Nero, cit., pp. 83-84).  Gli apprezzamenti del McCaffery  stridono alquanto con lo stereotipo dell’italiano codardo, che si sconfigge sempre e senza sforzo, creato dalla propaganda inglese e a tutt’oggi mantenuto nei media.  Lo stereotipo risale in realtà alla Grande Guerra, dopo la sconfitta di Caporetto, riproposto tenacemente ancor oggi, nella pubblicistica sul Centenario (vedi in questo blog, P. Pasqualucci, L’Italia e la Grande Guerra:  dalla vittoria “mutilata”  alla “vittoria negata”).   
[24] Dal quotidiano romano Il Tempo del 7 giugno 1944, riedito diversi anni fa in una serie di reprints dedicati a quel periodo, sospesi poi unilateralmente a causa delle vivaci polemiche scatenatesi fra i lettori del giornale sul significato di quegli eventi calamitosi.  La ristampa era identica all’originale, di sole due pagine (un foglio).  Il testo citato contiene estratti di una legnosa traduzione italiana, forse fornita dagli stessi americani.
[25] Sul punto, vedi: Bertoldi, op. cit., pp. 65-79.
[26] Leoni, op. cit., p. 100.
[27] Yves Durand, Il nuovo ordine europeo.  La collaborazione nell’Europa tedesca (1938-1945), 1990, tr. it. di Alessandro Romanello, il Mulino, Bologna, 2002, pp. 199-201.  Si vedano soprattutto il cap. V Evoluzioni e il VI Il 1945. Uscite di scena, pp. 171-249.  L’Autore elabora un apprezzabile quadro d’insieme anche se diversi suoi giudizi e interpretazioni sono di tipo ideologico più che storico.  Sulle vicende italiane non è sempre preciso: scrive ad esempio che, il 25 luglio, il Re, “facendo mostra di adeguarsi alle decisioni prese in quella sede [nel Gran Consiglio], lo obbliga a dimettersi.  Lo fa poi arrestare etc.”(op. cit., p. 196).  Ma Mussolini andava spontaneamente a Villa Ada, residenza privata del Re, per “dimettersi”, dopo la “sfiducia” avuta dal Gran Consiglio, agendo con correttezza costituzionale.  Il Re ne prese atto e non gli rinnovò l’incarico di Capo del Governo, in tal modo agendo nell’ambito dei suoi poteri.  Il Colpo di Stato avvenne nel momento in cui, subito dopo averlo congedato, sempre nella sua residenza fece arrestare Mussolini che si avviava all’uscita, dai carabinieri già nascostamente predisposti a Villa Ada, una cinquantina, che lo portarono via in un’autoambulanza.  Colpo di Stato, perché l’arresto del Capo del Governo era un atto solo politico, e per di più illegale mancando esso di qualsiasi base giuridica.  Infatti, quale sarebbe stato il reato per il quale il Re faceva arrestare Mussolini?
[28] Durand, op. cit., p. 201.  Firmarono il giorno dopo la nostra capitolazione ma le trattative segrete andavano avanti da parecchi mesi.
[29] Op. cit., pp. 201-202.
[30] Op. cit., pp. 198-199; p. 217.  La cifra dovrebbe ricomprendere, come d’uso, morti, feriti e dispersi.
[31] Op. cit., p. 198.
[32] Vallauri, op. cit., p. 274.
[33] Citato in:  Antonio e Giulio Ricchezza, L’esercito del Sud.  Il Corpo italiano di Liberazione dopo l’8 settembre,  Mursia, Milano, 1973, pp. 209-210.  L’armamento di produzione nazionale (quello che ne era rimasto), era antiquato o superato; l’industria nazionale era soprattutto al Nord e comunque in condizioni pietose al Sud; per contribuire efficacemente alla guerra dovevamo esser riarmati dagli Alleati, che avevano altre priorità.  Per esempio, equipaggiare modernamente alcune divisioni francesi, rifornire abbondantemente di armi e materiali i partigiani di Tito. 
[34] Vedi: Leoni, op. cit, passim;  Vallauri, op. cit., capitoli da 24 a 28.  Per l’odissea della rinascita delle forze armate: Antonio e Giulio Ricchezza, op. cit., passim, con la documentazione allegata.  Per le forze aeree dei due Stati italiani: Giulio Lazzati, op. cit., passim.  Dato l’argomento di questo mio intervento, non mi occupo delle forze armate della RSI e quindi della memorialistica di parte fascista repubblicana.  Per l’attività della Marina:  Giorgio Giorgerini, Da Matapan al Golfo Persico.  La Marina militare italiana dal Fascismo alla Repubblica, 1989, Oscar Mondadori storia, 2003, p. 563.  Fu anche ricostituito il Battaglione S. Marco (op. cit., ivi). 
[35] Emblematico il caso della c.d. Repubblica di Montefiorino, territorio a sudovest di Modena, costituente una testa di ponte strategica alle spalle della linea gotica, controllato da circa 5000 partigiani comunisti bene armati dagli Alleati. Nell’imminenza dell’offensiva alleata, opportunamente rinforzata da circa 400 paracadutisti della Nembo, avrebbe potuto contribuire efficacemente a rompere il fronte tedesco.  Ma tedeschi e fascisti l’eliminarono con un massiccio rastrellamento in soli tre giorni, alla fine di luglio del 1944 (Leoni, op. cit., p. 359).  Le formazioni partigiane in loco non si dimostrarono capaci di tenere la posizione alla maniera di un esercito regolare, anche solo per i giorni necessari a consentire l’arrivo degli Alleati.
[36] Per l’esame critico delle diverse valutazioni numeriche, cfr. De Felice, op. cit., pp. 48-54.
[37] Si veda tutto il capitolo dedicato ad una obiettiva analisi dell’aspetto strettamente militare della Resistenza, in Leoni, op. cit.:  Fra Repubblica e Resistenza, pp. 251-333.  In questo innovativo e coraggioso saggio, l’Autore, facendo giustizia di alcuni luoghi comuni, da un lato rivaluta giustamente (oltre alla lotta del Regio Esercito cobelligerante) l’azione strettamente militare della Resistenza, mostrando l’importanza del contributo delle formazioni non comuniste; dall’altro ne ridimensiona la portata, nel senso che l’onestà stessa della ricerca lo costringe ad ammettere che le controffensive tedesche, con l’aiuto spesso determinante dei fascisti repubblicani (op. cit., pp. 312-313), riuscirono sempre a tener sgombre le zone strategicamente rilevanti per lo sforzo bellico germanico.  Fornisce così spunti assai validi per la revisione del mito dell'efficacia determinante della lotta partigiana, capace da sola di vincere le guerre.  Questo mito trovò la sua massima celebrazione, se non erro, al tempo della guerra del Viet-Nam, allorché si disse che la teorie del leggendario generale Giap avevano trovato piena applicazione sul terreno; ossia, che il movimento partigiano Viet-Cong si era trasformato gradualmente in esercito popolare regolare, costringendo prima gli americani ad andarsene e poi sconfiggendo completamente l’esercito regolare sud-vietnamita.  Un mito, appunto, dal momento che l’elemento decisivo fu rappresentato sempre dall’esercito regolare del Viet-Nam del Nord, appoggiato dalla Russia e dalla Cina, sia nelle offensive contro gli americani che nella conquista finale del sud del Paese, in violazione del trattato che impegnava il Nord a rispettarne l’indipendenza, dopo la partenza degli americani.  Il movimento partigiano svolse un ruolo del tutto sussidiario, di supporto logistico e appoggio tattico, via via più esteso ma sempre subordinato all’azione dell’esercito regolare.
[38] È noto e documentato, anche se poco ricordato, che Mussolini cercò sempre di limitare la violenza della guerra fratricida, intervenendo per impedire o attenuare le rappresaglie e le vendette, e per far metter da parte o punire gli elementi fascisti più estremisti (cfr. Vincenzo Costa, L’ultimo federale. Memorie della guerra civile 1943-1945, il Mulino, 1997, con Introduzione di Giuseppe Parlato, p. 48, 51, 52, 62, 105-109).  In ciò era sostenuto dalla non piccola componente moderata del fascismo repubblicano.  In diverse occasioni le rappresaglie furono effettivamente impedite o attenuate.  Anche nella Resistenza c’era una componente moderata riconducibile soprattutto ai partigiani autonomi di matrice cattolica (Fiamme Verdi, Osovani, comandanti come Bisagno) e, in generale, agli autonomi di fede monarchica.   
[39] Leoni, op. cit., p. 433.