venerdì 26 maggio 2017

Lo stato contro natura: Sodomia democratica e progressiva

Due persone dello stesso sesso costituiscono un'unione civile mediante dichiarazione di fronte all'ufficiale di stato civile”
Monica Cirinnà


Esaltato e incensato dal pensiero esclusivo, in circolazione tenace nel raffinato, profumato e sontuoso salotto radical chic, il vizio contro natura (e antifascista, ovviamente) irrompe nella società gongolando e squillando in forza della legge che ha il nome, venerato dagli urologi e incensato dagli uromani, di Monica Cirinnà.
La legale promozione dei vizi del basso ventre ha recente, virtuosa e gloriosa origine dalla resistenza all'etica tradizionale e dal rifiuto della normalità, giudicata quale bieca espressione di un oscuro passato medievale, ultimamente compromesso con la sotterranea, vergognosa criminalità clerico - fascista.
Debilitato (dalla defezione degli impauriti benpensanti) nella minoranza impavida, ostinatamente refrattaria all'estrema pratica democratica e progressiva, il silenziato e ghettizzata popolo della resistenza alla sodomia, non può far altro che indossare mutande di robusta, deprecata e quasi reazionaria latta. E tentare di sottrarre i bambini a una scuola inquinata dal viscido delirio dei sodomiti docenti.
Uscito dal ghetto il capovolto piacere, è incensato e onorato dagli esponenti di una democrazia vaselinosa, delirante e truffaldina.
La legislazione viziosa ha lontano e classico principio nella rassegnazione greca, dichiarata da un personaggio del teatro aristofaneo, il quale, atterrito e sconvolto dall'estensione incontenibile e minacciosa della folla pederastica, gridò: “tenete il mio mantello, gente di culo aperto, che io fra voi diserto”.
Il disperato delirio di un personaggio narrato dal grande commediografo greco, diventa la parola d'ordine del partito regressista, in corsa festosa tra le righe crepuscolari di una democrazia vaselinosa, che il compianto, preveggente professore Gianni Collu definiva aperta in tutte le direzioni del vizio.
L'Europa neopagana è percossa da crisi e tormentata da sciagure variamente colorate. Naturalmente nessuno osa parlare di castighi di Dio. La modernità ha censurato e capovolto la religione. Ultimamente la democrazia è una macchina che giustifica le minoranze festanti nel salotto dei pervertiti.
D'altra parte la lingua del santo clero è impastata dal perdonismo e dal buonismo. In altre parole: la teologia è sotto lo schiaffo dei viziosi. Le accorate lettere di Santa Caterina al papa sono aggiornate dagli applauditi e quasi venerati appelli indirizzata dall'abortista Emma Bonino all'ecumenico papa argentino.
La memoria degli insulti piovuti sull'intrepido cardinale Giuseppe Siri, che aveva osato affermarne l'esistenza dei castighi di Dio, d'altra parte, suggerisce al (non) santo clero un cauto e pavido silenzio. Di conseguenza la funzione di scongiurare i castighi di Dio è sottratta alla preghiera dei fedeli e affidata alle esercitazioni della protezione civile.


Se non che si diffonde l'ostinato, invincibile sospetto che la sciagure che affliggono la gongolante allegria nazionale (ed europea) siano conseguenze del disordine promosso da poteri scesi in guerra contro il pudore del pensiero e contro l'onestà della vita.

Piero Vassallo

sabato 13 maggio 2017

Il progetto di Tommaso Romano: Una destra d'ispirazione cristiana

Il presente testo è l'esito di una lunga e avvincente conversazione con Tommaso Romano, uno fra i più autorevoli e geniali interpreti della destra felicemente non compromessa con l'azzoppante/incapacitante disordine finiano, ossia testimone di un pensiero non devastato e non depistato dal delirio al galoppo nel vuoto mentale.
L'ingente opera di Tommaso Romano contiene, oltre la esatta misurazione del malessere gongolante nell'area destra, assordata dai megafoni del nulla, la ragione dell'obbligo di restaurare la fedeltà della politica ai princìpi del diritto naturale. Obbligo scioccamente disatteso dal disordine mentale al potere nella destra, durante l'infelice, sgangherata e sconquassante segreteria di Gianfranco Fini.
Alla cultura della destra nazionale (ridotta al lumicino da una gestione incoerente e dispersiva, quasi al limite della flatulenza urlante) incombe l'obbligo di affermare e diffondere la tradizione cattolica, la sola atta a contrastare il desolante malessere di stampo laicista e massonico.
La destra – secondo la cultura fedele alla indeclinabile tradizione – è l'antidoto al sistema della menzogna, che avvilisce e avvelena gli italiani e abbassa la politica nazionale al livello di un umiliante sedile offerto alle incubose, dirompenti natiche della cancelliera di Germania.
Il fondamento spirituale della vera destra è, infatti, la fedeltà a quella sapienza cristiana, irriducibile ai teutonici furori, sapienza che ha attribuito alla nazione italiana, luce del Medioevo e intralcio alla rivoluzione, un indeclinabile primato spirituale e civile.
Ora la cultura della destra italiana è strutturalmente cattolica, ossia, giusta la definizione di Francisco Elias de Tejada, fedele a una tradizione spirituale, refrattaria alle chimere modernizzanti, che volano – indisturbate – nei circoli (o pii circhi) disorientati e paralizzati dalla strutturale fragilità, ultimamente al potere nel Vaticano.
Il compito di una destra fedele al primato, che compete alla nobile tradizione nazionale, è dunque la netta separazione della strenua conformità ai princìpi cattolici dalla sterile e vana tentazione di imitare le teologiche, modernizzanti acrobazie, messe in scena dalla volubilità del clero affarista e politicante.
L'orizzonte della destra è la risoluta confutazione degli errori generati dalla fantasticheria contemplante una nebbiogena confusione tra progresso temporale e progresso intellettuale.
Di qui la tenace e intelligente fedeltà di Tommaso Romano, in questo degno erede e continuatore dell'opera di De Tejada, oltre che testimone di un cattolicesimo immune dalle tentazioni al compromesso, voglie circolanti e scivolanti nei nudi e talora osceni corridoi del potere clericale.
L'attività culturale e politica svolta fedelmente da Tommaso Romano, infatti, percorre, con acuta e disciplinata intelligenza, una via divergente dal conformismo, fanfara che avvilisce e tormenta i margini e le cupole della Chiesa post-conciliare.

Da tale azione discende l'autorità, che ha fatto avanzare il pensatore ed editore Tommaso Romano nella prima e prestigiosa fila del cattolicesimo immune e refrattario ai suoni sgradevoli, prodotti delle trombe squillanti nei teatri occupati dalla disgustosa cagnara prodotta dai modernisti.

Piero Vassallo
 

mercoledì 10 maggio 2017

Il cammino bancario della democrazia: dalla pallacorda alla corda strozzina

Allons enfants. Le borse gongolano. Gli speculatori esultano. La insanguinata corda della rivoluzione giacobina è ripulita e nobilitata dall'uso bancario.
Il salotto buono squittisce. I giornalisti di servizio al gettone applaudono a scena aperta. Maurizio Ferrara sostiene invece che stiamo contemplando (si spera senza rimpianti) le “macerie del novecento”. Si è tentati di sostenere che assistiamo al tramonto della illuminata modernità.
Nella nazione madre della chimera democratica e progressiva, il candidato europeista alla presidenza della repubblica, Emmanuel Macron, rappresenta, senza il ritegno del pudore, il progetto post rivoluzionario e ultra moderno, ossia la conferma della rovinosa chimera, che fa oscillare la politica occidentale tra la fortuna degli usurai e il celebrato paradosso formulato dal cantante di Poggio Bustone, Lucio Battisti: guidare a fari spenti nella notte.
In fondo alla notte totale già si profila l'alba tragica, che illumina il rovesciamento del permissivismo e del buonismo nella sventura islamica.
Ectoplasma della ideologia finanziaria, propriamente detta rivoluzione dello strozzo francese, il gongolante Macron gode dell'approvazione e del sostegno dei poteri anticristiani e anti popolari, insediati nelle fumose officine degli speculatori, nelle logge degli iniziati ai misteri del sottosuolo e nelle banche, luoghi sacri al delirio e tempietti, nei quali si produce la depressione dell'economia, lo scialo dell'onesto benessere delle famiglie, l'avvilimento e il capovolgimento delle virtù civiche, la depravazione della letteratura e l'eclissi del pensiero filosofico .
In vista del decisivo ballottaggio la vela laica e democratica di Macron, è gonfiata dai sospiri e dalle irose flatulenze dei conformisti, offesi e allarmati dal senso comune interpretato da Marion Le Pen, ostinata navigatrice nella controcorrente, che si oppone al nichilismo.
I filosofi al seguito di Cacasenno sono in allarme. L'inno dei marsigliesi squillanti si rovescia e si capovolge, infatti, nei gridolini dei pederasti in giustificata apprensione e nei gargarismi dei giornalisti a libro paga degli insaziabili usurai.
I miliardi di George Soros pesano sul giornalismo e sulla teologia debole, tuttavia non conquistano il cuore dei cristiani, rattristati e avviliti, non domati e non trascinati dall'alta e pia pusillanimità dei loro pastori.
Incalzata e stordita dalle grida dei giornalisti progressivi, una stretta maggioranza di elettori è, infine, persuasa e conquistata dalle autorevoli flatulenze, che squillano nelle cancellerie europee – specie in quella occupata dalla rumorosa domatrice germanica - e nelle piste del radical chic.
L'Europa ufficiale vorrebbe calpestare, avvelenare il diritto naturale e silenziare la fede cristiana, le radici che mantengono in vita le patrie irreali. Se non che la ribellione della destra francese costituisce un imprevisto ostacolo, detestato non abbattuto dai furenti sacerdoti del libertinismo.
Il voto francese rivela l'insofferenza e la refrattarietà della vasta parte del popolo, che è ancora fedele all'idea della nazione primogenita della Cristianità. Il totalitarismo della dissoluzione incontro un ostacolo imprevisto nella patria della moderna rivoluzione. L'avanzata della cultura postribolare patisce il morso casalingo della refrattarietà. Diminuisce la lontananza dal giorno propizio al capovolgimento dell'allucinazione giacobina.


Piero Vassallo

venerdì 5 maggio 2017

LA GRAVE INSUFFICIENZA DEI 4 CARDINALI DUBBIOSI (di Piero Nicola)

Il dovere dei cardinali e, in loro difetto, di ogni altro membro della Chiesa, è quello di difendere la Verità contro errori ed eresie. Anche ammettendo che un documento importante (Amoris Laetitia) avente la pretesa d'appartenere al magistero universale (sottoscritto da Bergoglio), fosse soltanto ambiguo, ovvero potesse essere interpretabile in senso ortodosso, la voluta mancanza di una debita risposta da parte dell'autore pone ipso facto quest'ultimo nell'eresia, nella perdita dell'autorità, nell'usurpazione. Infatti si tratta di aver leso gravemente alcuni dogmi (il vigore della Legge di Dio, ammettendo la coscienza quale giudice della colpa o dell'innocenza individuale, la relativizzazione del Sacramento del Matrimonio, del peccato di sodomia, della condanna del pubblico peccatore e dello scandalo). Dunque i quattro porporati, che avevano richiesto la spiegazione, non potevano esimersi dall'andare sino in fondo.
  Sicché la questione finisce qui.
  Ma occorre considerare l'opera di presunti tutori della Verità, i quali approvano e condividono l'operato di quei cardinali che hanno domandato chiarimenti a Bergoglio in merito ad Amoris Laetitia, senza aver tratto le ineludibili conseguenze dal mancato responso.
  In Fidesetratio - Sito ufficiale dell'associazione Fides et Ratio di Mons. Antonio Livi -  compare un'intervista fatta il 18 nov. 2916 al monsignore da Benedetta Frigerio per La nuova Bussola Quotidiana..
  In una prima risposta, l'effetto del sinodo che ha fatto capo all'esortazione conclusiva "è stato quello di un tremendo 'disorientamento pastorale'", con l'episcopato "irrimediabilmente diviso sulle questioni più importanti riguardanti il dogma e la morale della Chiesa, e anche sull'autorità del Papa". Però "il disorientamento  [...] non è prodotto direttamente dai lavori del Sinodo né dalla Amoris Laetitia, ma dal modo con cui l'opinione pubblica cattolica è stata informata [...] Lo scopo, il valore e i risultati dei lavori sinodali - ivi compresa l'esortazione post-sinodale scritta dal Papa - non sono stati apprezzati sufficientemente dai fedeli, frastornati [...] purtroppo anche dalle interpretazioni faziose che ne hanno dato vescovi, sia progressisti sia conservatori".
  Piacerebbe sapere quali vescovi conservatori abbiano dato "interpretazione faziose", ossia eccessive.
  "Per questo motivo mi rallegro assai e benedico Iddio per l'intervento pubblico dei quattro cardinali, i quali si collocano al di sopra delle diatribe ideologiche e mirano soltanto a ri-orientare i fedeli cattolici e a salvaguardare l'unità della Chiesa".
  Quest'ultimo passo conferma come quelle eminenze non si siano veramente opposte all'errore e intendano mantenere l'unità di quella che non è più la Chiesa, ma una pseudo-chiesa che propaga l'eresia.
  È mai possibile lodare la richiesta (disattesa) di lumi su cruciali punti di dottrina, ritenendo che i quesiti avanzati siano suscettibili di "ri-orientare" i fedeli e di mantenere "l'unità della Chiesa"? No di certo. L'errore va rimosso da colui al quale spetta di rimuoverlo, altrimenti dev'essere condannato.
  Il teologo Livi, interrogato, affronta l'oggetto della "diatriba": oziosa, in quanto si tratta di un oggetto improponibile perché, di per sé, contravviene al dettato divino, che in proposito fu per sempre chiaro e definitivo.
  Egli dice che i problemi gravi contenuti nel capitolo ottavo del documento incriminato "sono la fedeltà alla Tradizione della Chiesa in materie davvero fondamentali, come sono i sacramenti della Nuova legge: il Battesimo, il Matrimonio, la Penitenza [Confessione], l'Eucaristia [...] Il Papa parla della dottrina come di qualcosa di statico e di formalistico che, all'atto pratico, deve essere messo da parte. Il documento tradisce una mentalità erroneamente 'pastorale', che in realtà è la sudditanza psicologica alla falsa teologia del progressismo storicistico, per cui la Chiesa dovrebbe cambiare la verità rivelata da Dio per assecondare le presunte esigenze del cosiddetto 'mondo moderno'".
  Egregio teologo, possiamo toglierci da ogni incertezza! Gli provvedimenti eretici a tale riguardo, gli ultimi sedicenti papi li hanno pressi a iosa. Giovanni XXIII col pelagianesimo di encicliche e atti che ponevano la vasta possibilità per non cattolici di fare il bene salvifico, quanto meno il bene sociale sufficiente. I suoi successori, con il laicismo del diritto alla libertà religiosa e della separazione dello Stato dalla Chiesa nondimeno negli Stati cattolici, che è la detronizzazione del Signore, ecc. ecc.
  L'autore passa al "discorso sulla coscienza, svolto in contraddizione con la dottrina della Chiesa". "La coscienza del singolo fedele, secondo l'esortazione apostolica, può legittimamente ritenere non vincolante un comandamento di Dio se non lo 'sente' come applicabile al suo caso concreto".
   Stando così le cose, ce n'è abbastanza per accusare la violenza usata al Vecchio e al Nuovo Testamento.
  Ma il Livi osserva che "la coscienza non è un cieco strumento soggettivo: è un atto dell'intelligenza che 'legge' nella realtà concreta l'ordine o il disordine oggettivo rispetto alla volontà salvifica di Dio". E aggiunge: "La coscienza di ogni fedele cristiano percepisce sempre benissimo il bene e il male in relazione ai comandamenti di Dio [...] Ogni cristiano sa, nel suo intimo, che la disobbedienza ai comandamenti di Dio è la propria rovina".
  Fa specie che questo studioso ignori i vari generi di coscienza di chiunque, cristiano o non cristiano. Si ricorda l'importanza della coscienza assistita, retta, verace? Non basta conoscere i Comandamenti per rispettarli in coscienza. Esiste quella vera e quella falsa "a seconda che il giudizio pronunciato concorda o no con la norma oggettiva (legge). La falsità del giudizio può essere imputabile o no al soggetto; nel primo caso la coscienza è detta vincibilmente erronea [...] nel primo caso è quindi imputabile [...] La coscienza falsa (erronea) è detta lassa se esagera la illiceità [...] Cauteriata è la coscienza che in modo abituale ha raggiunto il massimo lassismo; farisaica è la coscienza di chi giudica dei propri doveri con falso criterio comparativo, dando soverchia importanza a cose di poco conto e trascurando obbligazioni gravi. A seconda della fermezza del giudizio in cui essa consiste, la coscienza è certa o dubbia [...] La norma della nostra condotta deve essere la coscienza certa" (Dizionario di teologia morale, Ed. Studium, 1954). In conclusione, la coscienza erronea fa giudicare lecito l'illecito, e il fatto che sia colpevole non muta il giudizio, che fa commettere il peccato. Perciò il cristiano può giustificare l'errata interpretazione del comandamento con una coscienza pervertita. "Nel suo intimo" (coscienza), non riconosce di disobbedire al Signore.
  Dopo aver sostenuto di non aver mai riscontrato nelle confessioni chi non si accusi sinceramente circa trasgressioni in materia grave alla legge di Dio, il nostro teologo ci stupisce dicendo che "è un gran danno alle coscienze dei fedeli un discorso come quello della Amoris Laetitia che sembra incoraggiare i fedeli a mentire a se stessi e alla Chiesa ritenendosi 'senza peccato' per una presunta mancanza di consapevolezza o condivisione della legge morale".
 L'osservazione è contraddittoria e non regge. Se ai fedeli si dicesse che la propria ignoranza serve per assolversi, essi cesserebbero d'essere ignoranti innocenti e non potrebbero assolversi. Viceversa si dice senz'altro che la loro coscienza (ritenuta buona) può assolverli.
  Infatti il discorso prosegue con un ripensamento, tuttavia di nuovo errato: "I casi che vengono presi in esame - quelli relativi a fedeli regolarmente coniugati che si separano dal legittimo coniuge e convivono more uxorio con un'altra persona - non ammettono in realtà l'ipotesi astratta di una mancanza di consapevolezza o di piena condivisione della legge morale: tali persone sanno benissimo di essere in stato di peccato mortale e di non poter ricevere l'assoluzione sacramentale".
  Ciò spesso non è vero. Se fosse vero, "tali persone" sarebbero bensì immuni dal cattivo ammaestramento. Esse possono giudicare (coscienza) colpevolmente di essere giustificati e di meritare i Sacramenti. Naturalmente a questo peccato contribuisce assai l'attuale pseudo-chiesa.
  L'affermazione secondo cui "Pastori della Chiesa" sono assistiti da Cristo mediante lo Spirito Santo con "le grazie necessarie, a cominciare dal carisma dell'infallibilità nell'insegnamento ufficiale della dottrina rivelata" ci sorprende, in quanto coloro che riconoscono Bergoglio come papa, negano l'infallibilità del suo "insegnamento ufficiale", che dovrebbe valere al massimo grado, al di sopra di quello degli altri "Pastori". Tale negazione è indispensabile per conservare a Bergoglio l'indispensabile prerogativa dell'infallibilità pontificia, nonostante il suo magistero riconosciuto erroneo. Si badi che esso implica la fede e i costumi.
 Del resto, questo papa riconosciuto da Antonio Livi , "ha deciso di fare sue alcune proposte ["durante i lavori del sinodo"] e di respingerne altre, ma lo ha fatto con quella 'voluta ambiguità' che io ho deprecato più volte [...] E l'ambiguità è inaccettabile in un documento che pretende di essere magistero ecclesiastico".
  Si dichiara che Bergoglio esercita un "magistero ecclesiastico", cioè universale, "inaccettabile", che quindi non può essere infallibile, mentre dovrebbe esserlo per poter sostenere che Bergoglio è papa.


Piero Nicola

Il buonismo quale flagello dell'economia

Prima di ragionare intorno ai problemi sollevati dall'immigrazione dei terzomondiali, può essere utile riflettere su due cifre estratte dal vasto e inquietante catalogo, in cui sono elencati i problemi, che assillano e tormentano gli italiani: 3.100.000 disoccupati e 3.931.133 extracomunitari presenti sul nostro territorio.
Le due cifre dell'angosciante malessere italiano (e francese, per inciso) costituiscono il risultato di un delirio politico, lanciato al galoppo sulle piste dell'immigrazione da iniziati e da politici coatti, che imitano la trapassata utopia americana e importano le sue ingenti e macroscopiche contraddizioni.
Ora è difficile e forse impossibile capire e sottoscrivere – senza condividere il sodomitico proverbio, che declina il sadismo viaggiante nei piaceri attivi nell'alta finanza – i motivi che inducono il sommo miliardario ineconomico Georges Soros ad apprezzare un fenomeno oscuro e desolante, quale è la crisi economica in atto in Italia.
Il pensiero anticattolico e la attività del noto miliardario danneggiano una nazione ingegnosa e laboriosa, opponendosi alla forte attrazione, che la nostra civiltà e il nostro onesto benessere esercitano sui terzomondiali.
Di qui il sospetto che l'immigrazione sia approvata, incoraggiata e facilitata dai banditori del capitalismo selvaggio, stregoni impegnati a inquinare e devastare il resto dell'Europa cristiana, in vista della sua decadenza e del suo affondamento in quel paludoso e fetido assolutismo, che è propriamente detto civiltà bancaria.
Corre anche l'obbligo urgente di riscattare le ragioni dell'opposizione al capitalismo, che furono abusare dalle criminogene impresa dei comunisti e dei nazisti e con loro squalificate e liquidate dalla trionfante guerra di liberazione americana.
Al proposito è necessario rammentare che il terrifico spettro dell'opposizione comunista e nazista al capitalismo giustifica (surrettiziamente e arbitrariamente) l'attività di quell'ideologia liberalista, che sta avvelenando e impestando (salve poche e nobili eccezioni, la Russia di Putin, ad esempio) l'umanità postmoderna.
Di qui l'inutilità dei partiti oggidì vanamente e storditamente collocati a destra del capitale, quindi l'urgente necessità di aggiornare e riabilitare le tradizionali ragioni della resistenza al potere degli usurai, ragioni che furono avvelenate e vanificate dagli utopisti sovietici, prima di essere rapite, abusate e screditate in via definitiva dal nazionalsocialismo.
La correzione dello scenario politico, attualmente alterato dall'utopia neo liberale, dipende dalla entrata in scena di una cultura politica atta a coniugare l'irriducibilità al capitalismo e la emancipazione dell'economia dalle soffocanti ipoteche accese dagli usurai.
Il compito della cultura d'ispirazione cristiana, finalmente in uscita dal labirinto in cui si aggirano i fantasmi delle paradossali rivolte gregarie, è la riabilitazione del sano ottimismo, antitesi allo stordimento buonista e unica alternativa a quella tetra mitologia denatalista, che ha esposto la civiltà occidentale al rischio di oscillare tra le pessimistiche, funeree suggestioni intorno al regresso demografico e l'ottimismo, in corsa demenziale e cimiteriale in direzione del lupanare cosmico, alternativa allegramente e fruttuosamente promossa dai post comunisti e dai radical chic.
E' dunque evidente la necessità di far uscire la cultura della destra dal labirinto americano, in cui circolano i fumosi prodotti della obbedienza alle leggende intorno al primato dell'economia. Fu tale la linea tracciata dagli studiosi radunati intorno alla Fondazione Volpe, linea purtroppo non condivisa dai militanti di una destra conformista, che inseguiva e insegue le cieche e rovinose chimere del liberalismo.


Piero Vassallo

mercoledì 3 maggio 2017

Per un Appello per la pubblicazione di Divinitas, Nuova Serie

Carissimi Amici, 

come certamente sapete, è da qualche mese, precisamente dall’inizio dell’anno in corso, che si attende tutti con trepidazione l’uscita del n. 1 della Nuova Serie di Divinitas, sotto la nuova direzione di Mons. Antonio Livi. Ma il Signore ci chiama tutti a contribuire con coraggio e generosità al parto della Nuova Serie, che, come ci si poteva aspettare, è, prima ancora di nascere, molto osteggiata. 

Infatti, Mons. Antonio Livi, che nel 1989 era stato cooptato come socio ordinario della Pontificia Accademia di San Tommaso da Mons. Antonio Piolanti, era stato designato da  Mons. Brunero Gherardini, proprietario e direttore della testata, come suo successore nella direzione di Divinitas, fondata dallo stesso Mons. Piolanti. A tale scopo Mons. Gherardini aveva trasmesso a  Mons. Livi, con una scrittura privata del gennaio 2016, la proprietà letteraria della testata.

La Segreteria di Stato ha però disposto nel giugno del 2016 che la rivista continui a essere pubblicata in Vaticano, con un direttore che non è però quello designato da Mons. Gherardini, in onore del quale  Mons. Livi aveva già preparato un primo numero di Divinitas dedicato al tema dell’ermeneutica del Magistero, con un articolo di saluto redatto all’uopo dallo stesso Mons. Gherardini.

Per non rinunciare del tutto al progetto caldeggiato proprio da Mons. Gherardini, la decisione di Mons. Livi è stata allora, in accordo con detto Monsignore, quella di creare presso la sua casa editrice (la Leonardo da Vinci) una collana di monografie che avrà come nome “Divinitas Verbi  - Quaderni di epistemologia teologica” e che inizierà proprio con la monografia sull’ermeneutica del Magistero già approntata.

Per rendere possibile la pubblicazione di questo primo volume della collana e dei seguenti (previsti a scadenza semestrale) è necessario che quanti più sostenitori si affrettino a prenotare questo primo volume e i quattro successivi con un versamento di Euro 100,00 alla Casa Editrice Leonardo da Vinci, indicando come causale  “Acquisto anticipato del primo numero e dei 4 successivi della collana Divinitas”. Il versamento va effettuato sul ccp 36440048, intestato a Casa Editrice Leonardo da Vinci, conto corrente bancario presso BancoPosta (Roma), IBAN: IT45 B076 0103 2000 0003 6440 048. Per ricevere la collana di libri basterà scrivere l’indirizzo ove si vuole farsela recapitare, segnalando l’avvenuto versamento, a: acquisti@editriceleonardo.net
  
Con questa nuova collana della Leonardo da Vinci, Mons. Livi si propone la difesa delle ragioni dei “dubia” alla  Amoris Lætitia e la continuazione della linea di oculata e rigorosa critica tenuta da Mons. Gherardini intorno al magistero della Chiesa e dei suoi Pastori dal Vaticano II a oggi, dando una piattaforma editoriale di riconosciuta autorevolezza scientifica ad autori che hanno la competenza e la vocazone apostolica per contrastare autorevolmente le diverse forme della falsa teologia  neomodernista che hanno occupato alcuni gangli vitali della Chiesa e - citiamo Mons. Schneider in una recente sua conferenza - le Cattedre « anche ai livelli più alti ».
 
Mons. Antonio Livi potrà garantire, sia pure in questo diverso modo, la continuità del servizio alla fede svolto dall’antica testata, fondata nel 1954 dal lungimirante Mons. Prof. Antonio Piolanti, prima di tutto per il fatto di mantenere  la direzione attraverso personalità (prima due Professori e Presidi della Facoltà di Teologia, ora un Professore e Preside della Facoltà di Filosofia) formate tutte e sempre nella gloriosa Pontificia Università Lateranense (l’Università “del Papa”), i quali condividono seriamente la medesima  linea di rigorosa pratica della teologia sacra, intesa come elaborazione di ipotesi scientifiche di interpretazione razionale del dogma, sempre nel solco della Tradzione e sempre aperta a nuovi sviluppi secondo i principi suggeriti dal Lerinense: « In eodem scilicet dogmate, eodem sensu, eadem sententia », cioè “Nello stesso dogma, nello stesso senso, nella stessa interpretazione”, v. nota a Cost. dogm. De Fide catholica, 4, Denz 3020. Tale sensus Ecclesiæ promuoverà in mezzo al Popolo di Dio la percezione della bellezza delle verità rivelate, da comprendere alla luce della recta ratio naturale, che è pure partecipazione della Prima Veritas. Ciò consentirà finalmente una adeguata ermeneutica (scientifica, non ideologica o politica) dei documeti del Magistero ecclesiastico, contro la retorica dell'ideologica  imperante. Resistere ai sofismi dei falsi profeti e dei cattivi maestri è diritto e dovere di chi è in grado di smascherarli e di smentirli, avendone non solo la competenza ma anche quella libertà che deriva da non subire i condizionamenti del potere costituito e di interessi temporali, quali che siano.  
 
Mons. Prof. Antonio Livi, 

unitamente a Padre Serafino Lanzetta F.I. e al Prof. Enrico Maria Radaelli

martedì 2 maggio 2017

MUOIONO POTENTI MANCANDO AL LORO SCOPO (di Piero Nicola)

Complottismo? Dietrologia? Macché! I potenti e le sette che mirano assai copertamente alle trasformazioni delle società umane e del mondo intero ci sono stati e ci sono. Alcuni loro satelliti si rivelano alquanto e non sfuggono al comune destino. Prendiamo un Pannella, che per tutta la vita si è dato da fare perseguendo i suoi traguardi: distruzione del matrimonio, libero aborto, libertà di droga. Di certo ha ottenuto qualcosa, ma avrebbe voluto di più; è morto sulla breccia senza aver conseguito ciò per cui si stava adoperando: liberalizzazione dei narcotici, carceri come alberghi a tre stelle, un maggiore successo politico.
  Oggi leggiamo su alcuni giornali che il magnate George Soros finanzia le organizzazioni umanitarie, le quali incrementano l'immigrazione incontrollata in Europa, specie in Italia. Che il miliardario operi in sordina contro gli interessi di chi vuol difendere l'integrità nazionale (p.e. il primo ministro magiaro Orban) non è un mistero. Ma quanti nella UE (alla quale pare che Soros sia ricorso per difendere le Ong ungheresi da lui sostenute), in Italia (i presidenti delle Camere, Bergoglio, ecc. ecc.), in America e dappertutto propugnano il fine progressista del cosmopolitismo, dando pure a vedere d'essere paladini delle etniche realtà! Di sicuro le più numerose non sono meritevoli di disprezzo e d'essere danneggiate dalle minoranze straniere.
  Sul quotidiano La Verità, in un articolo di storia futura e di fantareligione: Il ritorno della fede segnerà la fine dei migranti forzati, Ettore Gotti Tedeschi adombra i fallimenti degli sforzi intesi ad attuare il sincretismo religioso: passaggio obbligato per giungere al mondialismo integrale, ed egli prefigura l'unica soluzione possibile: il ritorno ad una sola vera credenza per tutti.
  Non servì aver distrutto il cattolicesimo romano. "Questa strategia mal concepita e gestita aveva generato i presupposti del fallimento dello stesso progetto: la ribellione degli immigrati, la migrazione dei residenti, l'impoverimento de Paese". "Il processo di immigrazione politico e forzato  aveva imposto leggi e regole relativiste e innaturali, e aveva creato identità inconciliabili, ibride e artificiali". "I fondamentalisti poi cominciarono a opporsi alle leggi civili". Infine "lo stato di decadenza morale, sociale, politica ed economica impose al nuovo gran sacerdote (dell'orbe terracqueo) la decisione di avviare la sua strategia riconoscendo che la pace universale si fonda sul riconoscimento di un'unica fede, ma che questa unica fede non si poteva inventare". Nel racconto, il "gran sacerdote" dovette ricorrere agli antichi testi, per cui bisognava "far riconoscere una sola Verità e identificare la menzogna".
  L'impossibilità di portare a termine il piano è dunque di già esistente. Se è sacrosanto prendersela con i potenti pianificatori di ieri e di oggi per le loro azioni rovinose, dobbiamo comprendere come essi restino nel dubbio, e siano gente che naviga nell'incompiutezza, nelle contrarietà, gente che non può confidare nella propria vittoria risolutiva; la quale dimora allo stato illusorio. I fautori grandi e piccoli della democratica espansione devono bensì sacrificare sull'altare del loro mito i propri figli vittime della droga, d'altri vizi, delle licenze e dei delitti evitabili.
   Maggiore consolazione ci viene da personaggi del rilievo di un Gotti Tedeschi, convertiti almeno a un certo tradizionalismo. Per chi non ne abbia piena contezza, ricordo che egli ha pubblicato saggi con l'Editrice Fede & Cultura, dopo aver fondato per l'addietro un'importante banca d'affari, aver ricoperto alte cariche nel mondo bancario, essere stato consigliere d'amministrazione della Cassa Depositi e Prestiti, docente universitario, editorialista de L'Osservatore Romano, presidente dell'Istituto per le Opere di Religione (IOR), da cui è stato estromesso.


Piero Nicola   

lunedì 1 maggio 2017

A CENTO ANNI DAL PRIMO CONFLITTO MONDIALE (di Lino Di Stefano)

Nello splendido scenario dell’Aula Magna di Palazzo Sora – sede del Sindacato Libero Scrittori Italiani - si è svolto nella Capitale, nei giorni 27-28-29 aprile 2017, un intenso quanto considerevole Convegno avente come tema: ‘Ottobre 1917, Caporetto’. Sotto la sapiente direzione del Presidente del Sindacato, Prof. Francesco Mercadante, qualificati relatori si sono alternati con interventi che hanno sviscerando tutti gli aspetti di un fatto storico rimasto memorabile: la disfatta, appunto, di Caporetto (1917).
 Nell’occasione il generale Cadorna diramò il seguente ordine del giorno: “Noi siamo inflessibilmente decisi: sulle nuove posizioni raggiunte, dal Piave allo Stelvio, si difende l’onore e la vita d’Italia. Sappia ogni combattente qual è il grido e il comando che viene dalla coscienza di tutto il popolo italiano: morire, non ripiegare”. Dopo i saluti del Presidente Marcadante, di Natale Rossi e di Giuseppe Acocella, ha aperto i lavori il Prof. Gaetano Calabrò il quale ha affrontato le riflessioni dello storico Adolfo Omodeo relative alla prima guerra mondiale.
 Lo studioso palermitano partecipò alla guerra nelle vesti di artigliere e, a detta dell’oratore, espresse diverse considerazioni non solo sullo scontro in generale, come, ad esempio, quando si augurò che gli Italiani imparassero dalla guerra a comportarsi come cittadini disciplinati, ma anche allorché - così in una lettera a Giovanni Gentile (zona di guerra, 24 dicembre 1917) - rilevò che da “questo malaugurato 1917” giungesse “a tutti noi la pace nella vittoria d’Italia col nuovo anno”. E così, di seguito, dopo aver partecipato alla controffensiva nel Trentino e ai fatti di Gorizia.
 Dopo i resoconti, tutti interessanti, di Pierfranco Bruni che ha posto l’accento su Cesare Giulio Viola e sulla vena drammatica del suo patriottismo, di Rocco Pizzimenti - dilungatosi sui punti di vista di Hemingway e di Faulkner con l’affermazione di una migliore comprensione della guerra in Italia del secondo rispetto al primo – di Luigi Tallarico, intrattenutosi sulle implicazioni inerenti al militarismo futurista a seguito della resa di Caporetto e di Plinio Perilli su Carlo Emilio Gadda, prigioniero in Austria, hanno preso la parola Ettore Cànepa e Sergio Sotgiu con due discorsi di particolare livello.
 Il primo, si è soffermato non solo su sulla figura di Alfredo Panzini, ma con un ampio ‘excursus’ storico-filosofico, ha pure affrontato la problematica del conflitto visto dal versante della Germania con puntuali riferimenti alla cultura e alla filosofia tedesche, segnatamente l’idealismo classico e il suo maggiore inteprete, Hegel; mentre il secondo ha tratteggiato la personalità di Gioacchino Volpe non solo come insigne studioso del Medio Evo, ma soprattutto come non meno illustre cultore di storia Moderna e Contemporanea.
 Il relatore ha, inoltre, messo in evidenza sia il fatto che quest’ultimo, arruolatosi volontario, vide la guerra con i propri occhi, diciamo così, sia l’osservazione che egli seppe, descrivere da par suo, le vicende del grande conflitto - segnatamente la rotta di Caporetto - decifrata nei suoi nessi più occulti. L’illustre docente ha, opportunamente, concluso il proprio intervento asserendo che – nonostante l’ autorevolezza di uomo e di storico – Gioacchino Volpe fu epurato, dopo la seconda guerra mondiale, pur non avendo commesso colpe di cui vergognarsi.

 Naturalmente, interessanti sono risultate tutte le rimanenti relazioni come, per fare un altro esempio, quella di Pietro Giubilo, ex sindaco Roma, che ha parlato del luogo comune, ‘Gli Italiani non si battono’ e, infine, di Giovanni Franchi il quale ha illustrato la figura di Karl Kraus e commentato la celebre espressione relativa alla ‘Finis Austriae’. Dopo l’espletamento delle incombenze burocratiche, ha chiuso i lavori, con un puntuale discorso, il Prof. Mercadante riconfermato, all’unanimità, alla Presidenza dell’Associazione.

Lino Di Stefano