Piero Vassallo, nato a Genova nel 1933, in una famiglia appartenente alla borghesia piccolissima, patriottica (il fratello del padre, tenente Silvio, fu un eroe della I guerra mondiale) ma sprovvista di beni di fortuna. Già docente della Facoltà teologica del Nord Italia. Presidente dell’associazione degli scrittori liberi del Nord Ovest, autore di numerosi saggi e articoli. Pubblicista dimissionario dall'ordine.
Da sempre sgradito ai militanti nella neodestra e/o nella sinistra estrema, è ultimamente oggetto di incandescenti attacchi da parte dei redattori di alcuni siti internet sventolanti la bandiera rossa. I redattori di tali siti, ad esempio Saverio Ferrari, citano, inventando, distorcendo e sgangherando il sentito dire intorno a un suo testo degli anni Cinquanta. Testo evidentemente da loro mai letto. A dimostrazione che l'ostinazione ideologica è nutrita dall'allergia alla carta stampata e ultimamente dalla fantasia.
Laureato in filosofia al termine di un percorso scolastico accidentato e tormentato da strutturale indocilità, malattie, bellici impedimenti, professori ignoranti e assillanti problemi economici.
La mortificante, uggiosa esperienza della scuola ha insinuato, fra le righe del suo pensiero schiettamente e risolutamente reazionario, lo stato d'animo del ribelle.
Precocemente affascinato dal mistero della scrittura conobbe e imparò ad usare le lettere dell’alfabeto prima d'iniziare la scuola. Purtroppo sapeva leggere e scrivere solamente in stampatello (i caratteri dei fumetti di Phantom, l'uomo mascherato, su cui si era formato), onde l’immediato conflitto con la scuola, che pretendeva l’uso del corsivo.
Scarsamente dotato di manualità non riusci mai a disegnare la “e” maiuscola che implacabili maestre corsiviste esigevano in luogo del rettilineo e facilmente eseguibile stampatello.
Il conflitto con la pedanteria fu di lunga durata anche a causa del pesante deficit nozionistico accumulato nelle scuole di montagna, frequentate durante gli anni dello sfollamento connesso con la II guerra mondiale, 1940-1945.
Nell'adolescenza e nella prima giovinezza, scampando a pronostici sanitari scoraggianti, aveva cercato gratificazioni e compensazioni nello sport, ottenendo risultati molto promettenti nella corsa veloce.
Il conflitto con la cultura durò fino al 1950, quando, frequentando (senza una chiara coscienza e al seguito dell'ala perdente della sua famiglia-tribù) le agitate e avventurose sedi del Msi, subì, per colpa di Giano Accame, il fascino delle idee, che la capziosità dei pedagoghi costringeva a detestare.
Ha iniziato l’attività para-giornalistica (con spericolati intermezzi attivistici) nel 1951, sollecitato da Giano Accame, instancabile talent scout e paziente educatore della giovane e ignorante destra.
Senza rendersene conto condivise l’emarginazione dell’Italia sconfitta e umiliata. Insieme con Stefano Mangiante, Giovanni Frangini, Sergio Pessot, Mauro Ravenna, Enrica Dal Negro, ciclostilò e diffuse l’animoso foglio “Gerarchia”.
Nella fase iniziale e rudimentale dell’attività pubblicistica si perfezionò nell'arte della provocazione conferendo un tagli speciale alla notizie dal Msi genovese inviate al settimanale “Asso di bastoni”.
In seguito iniziò a pubblicare succinte note, pensierini e articoli brevi su alcune riviste controcorrente, quali “Rinnovare” (rivista studentesca fondata da Stefano Mangiante, Lamberto Fodera, Giuseppe Ferraris e Luciano Garibaldi), “Nazione sociale” (direttore Ernesto Massi), “Vespri d’Italia” (direttore Alfredo Cucco), “Ordine Nuovo” (direttore Pino Rauti, animatore Clemente Graziani), “Azione” (direttore Massimo Anderson), “Carattere” (direttore Primo Siena, condirettore Gaetano Rasi), “Picchio Verde” (direttore Orazio Santagati), “La Sberla” (direttore Michele Di Bella).
Dopo gli incresciosi avvenimenti del luglio 1960 ha aderito (insieme con Giano e Franco Accame, Piero Catanoso, Fausto Gianfranceschi, Fausto Belfiori, Giampaolo Martelli, e Gaetano Falzone) ai centri tambroniani per l’Ordine Civile.
Nel biennio 1961-1962 ha collaborato allo “Stato” (direttore Gianni Baget Bozzo, capo redattore Nicola Guiso), quindi alla terza pagina del “Quotidiano” (direttore Nino Badano) e alla rivista “Il Centro” (direttore Guido Gonella).
Tra il 1963 e il 1964 ha firmato la sceneggiatura alcuni lungometraggi mandati in onda dal culturale della Rai (direttore Pier Emilio Gennarini) e apprezzati dalla critica.
Interrotta la collaborazione con la Rai a seguito di un litigio sulle correzioni ideologiche imposte a una sua sceneggiatura, ha trovato lavoro come dirigente delle vendite in un'azienda tessile americana, la Simon Ackerman.
La sua attività di lavoratore vero fece ridere alcuni esponenti della destra, festanti sui capillari del giornalismo parassitario.
Non ha rinunciato all'attività culturale, tuttavia. Nel 1964, infatti, ha iniziato lo studio della figura del Beato Francesco Faà di Bruno e ne ha tracciato un profilo (tuttora inedito).
Nel 1966, senza alcun merito, è entrato a far parte del ristretto numero dei redattori di “Renovatio”, la rivista di teologia e cultura fondata dal cardinale Giuseppe Siri.
Nelle pagine di “Renovatio”, tra il 1966 e il 1990 ha pubblicato numerosi saggi sulla presenza di torbide suggestioni neognostiche nella filosofia postmoderna e note sulla Scienza Nuova vichiana. Ancor oggi considera un onore la citazione di suoi scritti (a dire il vero non eccelsi) nel saggio di don Julio Meinvielle Dalla Cabala al progressismo.
Dal 1973 al 1983 ha partecipato attivamente ai lavori della fondazione Gioacchino Volpe e ha pubblicato articoli nelle riviste “La Torre” (direttore Giovanni Volpe), “Civiltà” (direttore Pino Rauti), “Nuova Destra”, direttore Amleto Ballarini, “Il Conciliatore” (direttore Gastone Nencioni, caporedattore Piero Capello), “L’Italiano” (direttore Pino Romualdi), “La Quercia” (direttore Pino Tosca).
Grazie a Giovanni Volpe ha conosciuto e frequentato studiosi di alto profilo quali Nicola Petruzzellis, Augusto Del Noce, Marino Gentile, Francesco Grisi, Massimo Pallottino ed Ettore Paratore.
Insieme con Francisco Elias de Tejada, Silvio Vitale, Giovanni Torti, Tommaso Romano, Paolo Caucci, Pino Tosca, Sergio Fabiocchi, nel 1974, ha fondato l'associazione italiana dei giusnaturalisti cattolici, intitolata intrepidamente a Filippo II.
Nel 1979 ha fondato la rivista “Traditio”, alla quale hanno collaborato alcuni illustri esponenti della cultura cattolica, quali Giuseppe Pace, Ennio Innocenti, Andrea Dalledonne, Giovanni Torti, Paolo Caucci, Pucci Cipriani, Sergio Fabiocchi, Daniela De Rosa, Remo Palmirani, Sergio Fabiocchi, Pucci Cipriani, Franco Antico, Piero Catanoso.
Dal 1974 collabora ininterrottamente con la fondazione Thule, fondata a Palermo da Tommaso Romano. All’inizio degli anni Novanta fonda e dirige l’agenzia “Fatti & Cultura”, foglio dell'emarginazione gridante.
Ha collaborato con “Il Secolo d’Italia” dal 1989 al 1994. Ha scritto saggi per le due riviste dirette da Siro Mazza, “Certamen” e “Alfa e Omega”. Dal 1996 al 2003 è stato editorialista dei quotidiani “Roma”, “Il Tempo”, “Il Giornale d’Italia”, “La Discussione”. Ha collaborato con le riviste “Spiritualità e letteratura”, “La Tradizione”, “L’Altra voce”, “Controrivoluzione”, “Meridiano Sud”, “il Borghese Nord” e con i sito internet “Effedieffe”, “La riscossa cristiana”, “Il culturista”.
Vassallo ha dato un forte impulso alla cultura della destra d’indirizzo tradizionale e d’ispirazione cristiana dimostrando la necessità di una ferma opposizione sia alle scuole fondate da pensatori neognostici, quali Heidegger, Benjamin, Guénon, Jonas, Evola, Calasso, Quinzio e Zolla, sia alle scuole avventurosamente alla ricerca di un accordo con le declinanti ideologie del mondo moderno. Ha condotto un’aspra polemica contro le agenzie culturali, ad esempio l’iniziatica Adelphi, che tentano di sciogliere le giuste obiezioni al moderno nelle acque corrosive della gnosi spuria.
Grazie a un approfondita riflessione sul pensiero di Francisco Elias de Tejada ha inoltre stabilito la distanza che separa la politica tradizionale da tutte le filosofie che intendono il potere politico come un assoluto intrascendibile.
Nel 2006 ha pubblicato un saggio inteso a indicare nella rinascita tomista avviata da Cornelio Fabro l’unica vera alternativa alla catastrofe del laicismo filosofico. Nel 2008 è uscito un suo saggio sulla cultura della libertà, saggio in cui ricostruisce il cammino della tradizione italiana in età moderna. Recente la pubblicazione per i tipi della veronese Fede & cultura di Memoria e progresso saggio sulle risposte cattoliche al moderno. L’ultimo suo saggio Itinerari della destra italiana, è edito da Solfanelli in Chieti. Solfanelli ha pubblicato anche Icone della falsa destra, un saggio che sviluppa le tesi esposte in Itinerari della destra cattolica, e Rosso su nero in collaborazione con Sergio Pessot.
(r. b.)
lunedì 21 giugno 2010
domenica 20 giugno 2010
Bibliografia di Piero Vassallo
Opere principali di Piero Vassallo. Opuscoli, volumi e opere collettive
Girolamo Savonarola (profilo biografico, inedito) 1963
Lo spirito del risorgimento Introduzione alla biografia del servo di Dio Francesco Faà di Bruno, Ordine Civile Francesco Faà di Bruno, agosto 1965
Mondo nuovo e apocalisse mondana, saggio sull'influsso neognostico nel pensiero politico, Edizioni Nuova Destra, Genova 1972.
Su Teilhard de Chardin a proposito di un intervento di Massimo Pallottino, in Autorità e libertà, Atti del primo Incontro romano, Giovanni Volpe editore, Roma 1974.
Comunicazione al secondo incontro romano della fondazione Volpe “Una società contro l’uomo”, Roma 8-9-10 aprile 1974 (nella rivista “La Torre”)
Dal mondo nuovo alla libertà Solzenicyn profeta dell’età postmoderna, Thule, Palermo 1976
In hoc signo Orientamenti per una milizia cristiana nell’ordine civile, Thule, Palermo 1976
Vico filosofo della Controriforma, in Aa. Vv., Vico maestro della Tradizione, Thule, Palermo 1976
Mito storicista e decadenza morale, intervento, Atti del IV Incontro romano della cultura, Giovanni Volpe editore, Roma 1977, nella rivista mensile “La Torre”, n. 73, 1976
Nazionalismo rivoluzionario e nazionalismo cristiano, Thule, Palermo 1977
Giambattista Vico, Giovanni Volpe editore, Roma 1977
Risorgimento italiano e risorgimento liberale, Il Basilisco, Genova 1978
Modernità a tradizione nell’opera evoliana, Thule, Palermo 1978
“Il primato della saggezza”. In Aa. V. “Il non primato dell’economia”, VI Incontro Romano, Giovanni Volpe editore, Roma 1979
“La resistenza all’Illuminismo”, I quaderni di Traditio, Genova 1979
“Fidem servavi In morte di Paolo VI”, Thule, Palermo 1979
Introduzione a: San Luigi Gonzaga “Meditazione sui Santi Angeli”, Thule, Palermo 1979
“Abortismo e nichilismo”, in Aa. Vv. “Aborto, genocidio legalizzato”, Comitato tradizionalista per il Sì all’abrogazione della legge sull’aborto, Palermo 1979
“Il fondamento religioso della monarchia postmoderna”, Thule, Palermo 1980
“La sovversione modernistica del diritto naturale”, in Aa. Vv. “O estrado de direito, a cura di Pedro Galvao de Sousa, Sao Paulo do Brasil 1980.
“La rinascita cristiana dell’Occidente L’umanesimo cristocentrico nell’insegnamento di Giovanni Paolo II”, Quaderni dell’Empire, Palermo 1981
“La reazione pagana al Cristianesimo, tra naturalismo e vangelo alternativo”, Thule, Palermo 1981
“La pubblicistica di destra”, in Aa. Vv. “Idee sulla destra”, Thule, Palermo 1981
“Le moi haïssable di Luigi XIV”, Il Basilisco, Genova 1982
Prefazione al saggio di Franco Antico e Franco Andreini “La massoneria”, Thule, Palermo 1982
Traduzione e introduzione a: Numenio d’Apamea,”Trattato sul Bene”, Il Basilisco, Genova 1983
Introduzione a Giovanni B. Frangini “Xilografie e linoleografie”, ed. Gens nova, Genova 1985
“Di te niente rimane”, in Aa. Vv., “Versanti”, Pellegrini editore, Palermo 1985
“Segni nella memoria e altri sentieri”, in Av. Vv., “Terra di Thule”, Palermo 1987
“Pietro Mignosi e La Tradizione”, Palermo, ISSPE, 1989
Aa. Vv. (Piero Vassallo, Tommaso Romano, Isabella Rauti, Pino Tosca, Pierfranco Bruni) “Oltre la modernità la Tradizione”, documento del gruppo tradizionalpopolare, Thule Palermo 1989
Aa. Vv., “Frammenti di un’antologia perduta”. Supplemento a “Spiritualità e letteratura”, Palermo 1990
“Teologia della corruzione”, in Aa. Vv., “Teologi in rivolta”, Logos, Roma 1990
“Cattolicesimo e liberalismo nell’attualismo”, in Aa. Vv. “Interviste su Gentile” a cura di Aldo Di Lello, Centro Idea, Roma 1991
“Il delitto d’usura”, I quaderni della Quercia, Modugno 1991
“La dottrina sociale strumento di evangelizzazione”, in Aa. Vv., Aa. Vv. Interventi sulla “Centesimus annus”, Logos, Roma 1991
“Introduzione allo studio di Vico”, Thule, Palermo 1992, presentazione di Tommaso Romano, post-fazione di Giano Accame
“L’attizzatoio del gabelliere”, I libri col bullone, Vittorio Veneto 1994, con note di Raffaele Perrotta e Fabio Girardello
“Ritratto di una cultura di morte I pensatori neognostici”, D’Auria, Napoli 1994
“La gnosi del sottosuolo”, Certamen, Alessandria 1995
“L’ideologia del regresso”, D’Auria, Napoli 1996, introduzione di Sandro Fontana
“Balbino Giuliano e Francesco Orestano, due difensori della Tradizione italiana ”, in Aa. Vv., “A voi il tempo, a noi l’eternità”, atti del convegno tradizionalista di Civitella del Tronto, 1997
Aa, Vv., Gianni Baget Bozzo, Cesare Cavalleri, Publio Fiori, Cecilia Gatto Trocchi, Siro Mazza, Pier Paolo Ottonello, Maria Adelaide Raschini, Piero Vassallo, “Fine delle ideologie? Ritorno alla filosofia perenne o metamorfosi dell’errore”. Atti del convegno del SLSI, Rapallo 6 giugno 1997, Alessandria editrice, Alessandria 1998
“Giacomo Noventa: la demistificazione del gramscismo”, in Aa. Vv., “Noventa eretico del Novecento”, Quaderni della Fondazione Micheletti, Brescia 1999
“Piccolo dizionario postmoderno”, pubblicato a cura di Siro Mazza nel sito internet di Antonio Maconi, Alessandria 1999
“Pensieri proibiti”, Costantino Marco editore, Lungro di Cosenza 2000
“Perspective pour la restauration de la métaphisyque”, in Aa. Vv., “Pour une vraie restauration de l’Eglise”, Publication du Courier de Rome, Roma 2002
“Le culture della destra italiana”, Effedieffe, Milano 2002, prefazione di Siro Mazza
“Pino Tosca, la destra senza codino”, in Aa. Vv., “Pino Tosca, autobiografia di una generazione”, Modugno 2002
Sergio Pessot e Piero Vassallo, “A destra della città proibita”, Terziaria – Asefi, Milano 2003, prefazione di Enzo Erra, postfazione di Giano Accame
“Le polemiche sulla gnosi”, in Aa. Vv., “Don Ennio Innocenti, la figura, l’opera, la milizia”, Bibliotheca edizioni, Roma 2004.
“Dopo la modernità la filosofia perenne”, in Atti dell’Osservatorio della Consulta etico -religiosa di An. Supplemento al “Secolo d’Italia” , Roma 2005
“Gentile l’Italiano”, Bibliotheca edizioni, Roma 2005
“La restaurazione del pensiero forte Appunti per la revisione della storiografia filosofica ”, i libri del Peralto, Genova 2006
“Luigi Calabresi L’adempimento cristiano della vita eroica”, in “Luigi Calabresi, un profilo per la storia”, a cura di Giordano Brunettin. Presenza divina, Roma 2007
“Provocazioni”, la banda di Genova editrice, Genova 2007, con note di Raffaele Francesca
Aa. Vv., (Alessandro Pertosa, Giuseppe Franzo, Piero Vassallo), “Crociata per il Graal”, Novantico, Pinerolo 2008
Prefazione a: Fiorella Morello Guarnero e Cesare Simonetti, “Genova profonda”, Erga edizioni, Genova 2008
“La cultura della libertà”, La banda di Genova, postfazione di Pucci Cipriani, note di Giovanni Chersola, Genova 2008
“L’eclissi della modernità”, ISSPE, Palermo 2008, presentazione di Umberto Balisteri, postfazione di Tommaso Romano
Prefazione a: Pierfranco Malfettani, Francesco Tuo, Carlo Viale, “I caduti della RSI Genova 1943-1945”, Tradizione, Genova 2008
“Memoria e progresso Le risposte cattoliche al moderno”, prefazione di Giovanni Zenone, Fede & Cultura, Verona aprile 2009
Prefazione e postfazione a: Luigi Gagliardi “La cultura controriformistica del fascismo”, suppl. alla Tradizione, Roma maggio 2009
Presentazione del saggio di don Ennio Innocenti sulla gnosi spuria. In appendice “La gnosi spuria L’Ottocento”, Sacra Fraternitas Aurigarum, Roma giugno 2009
Prefazione a “Il seme sepolto La follia della verità” di Emilio Biagini, Fede & Cultura, Verona 2009
“Itinerari della destra cattolica”, Solfanelli, Chieti, 2010
“Continuità della gnosi spuria nella destra italiana del Novecento”, in Aa. Vv., “La gnosi tra luci e ombre”, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 2010
Aa. Vv., Note sciacchiane, Atti del convegno della Fondazione Sciacca, Bocca di Magra 2009, editore Olsckhi, Firenze 2010
"Icone della falsa destra", Solfanelli, Chieti 2010
Girolamo Savonarola (profilo biografico, inedito) 1963
Lo spirito del risorgimento Introduzione alla biografia del servo di Dio Francesco Faà di Bruno, Ordine Civile Francesco Faà di Bruno, agosto 1965
Mondo nuovo e apocalisse mondana, saggio sull'influsso neognostico nel pensiero politico, Edizioni Nuova Destra, Genova 1972.
Su Teilhard de Chardin a proposito di un intervento di Massimo Pallottino, in Autorità e libertà, Atti del primo Incontro romano, Giovanni Volpe editore, Roma 1974.
Comunicazione al secondo incontro romano della fondazione Volpe “Una società contro l’uomo”, Roma 8-9-10 aprile 1974 (nella rivista “La Torre”)
Dal mondo nuovo alla libertà Solzenicyn profeta dell’età postmoderna, Thule, Palermo 1976
In hoc signo Orientamenti per una milizia cristiana nell’ordine civile, Thule, Palermo 1976
Vico filosofo della Controriforma, in Aa. Vv., Vico maestro della Tradizione, Thule, Palermo 1976
Mito storicista e decadenza morale, intervento, Atti del IV Incontro romano della cultura, Giovanni Volpe editore, Roma 1977, nella rivista mensile “La Torre”, n. 73, 1976
Nazionalismo rivoluzionario e nazionalismo cristiano, Thule, Palermo 1977
Giambattista Vico, Giovanni Volpe editore, Roma 1977
Risorgimento italiano e risorgimento liberale, Il Basilisco, Genova 1978
Modernità a tradizione nell’opera evoliana, Thule, Palermo 1978
“Il primato della saggezza”. In Aa. V. “Il non primato dell’economia”, VI Incontro Romano, Giovanni Volpe editore, Roma 1979
“La resistenza all’Illuminismo”, I quaderni di Traditio, Genova 1979
“Fidem servavi In morte di Paolo VI”, Thule, Palermo 1979
Introduzione a: San Luigi Gonzaga “Meditazione sui Santi Angeli”, Thule, Palermo 1979
“Abortismo e nichilismo”, in Aa. Vv. “Aborto, genocidio legalizzato”, Comitato tradizionalista per il Sì all’abrogazione della legge sull’aborto, Palermo 1979
“Il fondamento religioso della monarchia postmoderna”, Thule, Palermo 1980
“La sovversione modernistica del diritto naturale”, in Aa. Vv. “O estrado de direito, a cura di Pedro Galvao de Sousa, Sao Paulo do Brasil 1980.
“La rinascita cristiana dell’Occidente L’umanesimo cristocentrico nell’insegnamento di Giovanni Paolo II”, Quaderni dell’Empire, Palermo 1981
“La reazione pagana al Cristianesimo, tra naturalismo e vangelo alternativo”, Thule, Palermo 1981
“La pubblicistica di destra”, in Aa. Vv. “Idee sulla destra”, Thule, Palermo 1981
“Le moi haïssable di Luigi XIV”, Il Basilisco, Genova 1982
Prefazione al saggio di Franco Antico e Franco Andreini “La massoneria”, Thule, Palermo 1982
Traduzione e introduzione a: Numenio d’Apamea,”Trattato sul Bene”, Il Basilisco, Genova 1983
Introduzione a Giovanni B. Frangini “Xilografie e linoleografie”, ed. Gens nova, Genova 1985
“Di te niente rimane”, in Aa. Vv., “Versanti”, Pellegrini editore, Palermo 1985
“Segni nella memoria e altri sentieri”, in Av. Vv., “Terra di Thule”, Palermo 1987
“Pietro Mignosi e La Tradizione”, Palermo, ISSPE, 1989
Aa. Vv. (Piero Vassallo, Tommaso Romano, Isabella Rauti, Pino Tosca, Pierfranco Bruni) “Oltre la modernità la Tradizione”, documento del gruppo tradizionalpopolare, Thule Palermo 1989
Aa. Vv., “Frammenti di un’antologia perduta”. Supplemento a “Spiritualità e letteratura”, Palermo 1990
“Teologia della corruzione”, in Aa. Vv., “Teologi in rivolta”, Logos, Roma 1990
“Cattolicesimo e liberalismo nell’attualismo”, in Aa. Vv. “Interviste su Gentile” a cura di Aldo Di Lello, Centro Idea, Roma 1991
“Il delitto d’usura”, I quaderni della Quercia, Modugno 1991
“La dottrina sociale strumento di evangelizzazione”, in Aa. Vv., Aa. Vv. Interventi sulla “Centesimus annus”, Logos, Roma 1991
“Introduzione allo studio di Vico”, Thule, Palermo 1992, presentazione di Tommaso Romano, post-fazione di Giano Accame
“L’attizzatoio del gabelliere”, I libri col bullone, Vittorio Veneto 1994, con note di Raffaele Perrotta e Fabio Girardello
“Ritratto di una cultura di morte I pensatori neognostici”, D’Auria, Napoli 1994
“La gnosi del sottosuolo”, Certamen, Alessandria 1995
“L’ideologia del regresso”, D’Auria, Napoli 1996, introduzione di Sandro Fontana
“Balbino Giuliano e Francesco Orestano, due difensori della Tradizione italiana ”, in Aa. Vv., “A voi il tempo, a noi l’eternità”, atti del convegno tradizionalista di Civitella del Tronto, 1997
Aa, Vv., Gianni Baget Bozzo, Cesare Cavalleri, Publio Fiori, Cecilia Gatto Trocchi, Siro Mazza, Pier Paolo Ottonello, Maria Adelaide Raschini, Piero Vassallo, “Fine delle ideologie? Ritorno alla filosofia perenne o metamorfosi dell’errore”. Atti del convegno del SLSI, Rapallo 6 giugno 1997, Alessandria editrice, Alessandria 1998
“Giacomo Noventa: la demistificazione del gramscismo”, in Aa. Vv., “Noventa eretico del Novecento”, Quaderni della Fondazione Micheletti, Brescia 1999
“Piccolo dizionario postmoderno”, pubblicato a cura di Siro Mazza nel sito internet di Antonio Maconi, Alessandria 1999
“Pensieri proibiti”, Costantino Marco editore, Lungro di Cosenza 2000
“Perspective pour la restauration de la métaphisyque”, in Aa. Vv., “Pour une vraie restauration de l’Eglise”, Publication du Courier de Rome, Roma 2002
“Le culture della destra italiana”, Effedieffe, Milano 2002, prefazione di Siro Mazza
“Pino Tosca, la destra senza codino”, in Aa. Vv., “Pino Tosca, autobiografia di una generazione”, Modugno 2002
Sergio Pessot e Piero Vassallo, “A destra della città proibita”, Terziaria – Asefi, Milano 2003, prefazione di Enzo Erra, postfazione di Giano Accame
“Le polemiche sulla gnosi”, in Aa. Vv., “Don Ennio Innocenti, la figura, l’opera, la milizia”, Bibliotheca edizioni, Roma 2004.
“Dopo la modernità la filosofia perenne”, in Atti dell’Osservatorio della Consulta etico -religiosa di An. Supplemento al “Secolo d’Italia” , Roma 2005
“Gentile l’Italiano”, Bibliotheca edizioni, Roma 2005
“La restaurazione del pensiero forte Appunti per la revisione della storiografia filosofica ”, i libri del Peralto, Genova 2006
“Luigi Calabresi L’adempimento cristiano della vita eroica”, in “Luigi Calabresi, un profilo per la storia”, a cura di Giordano Brunettin. Presenza divina, Roma 2007
“Provocazioni”, la banda di Genova editrice, Genova 2007, con note di Raffaele Francesca
Aa. Vv., (Alessandro Pertosa, Giuseppe Franzo, Piero Vassallo), “Crociata per il Graal”, Novantico, Pinerolo 2008
Prefazione a: Fiorella Morello Guarnero e Cesare Simonetti, “Genova profonda”, Erga edizioni, Genova 2008
“La cultura della libertà”, La banda di Genova, postfazione di Pucci Cipriani, note di Giovanni Chersola, Genova 2008
“L’eclissi della modernità”, ISSPE, Palermo 2008, presentazione di Umberto Balisteri, postfazione di Tommaso Romano
Prefazione a: Pierfranco Malfettani, Francesco Tuo, Carlo Viale, “I caduti della RSI Genova 1943-1945”, Tradizione, Genova 2008
“Memoria e progresso Le risposte cattoliche al moderno”, prefazione di Giovanni Zenone, Fede & Cultura, Verona aprile 2009
Prefazione e postfazione a: Luigi Gagliardi “La cultura controriformistica del fascismo”, suppl. alla Tradizione, Roma maggio 2009
Presentazione del saggio di don Ennio Innocenti sulla gnosi spuria. In appendice “La gnosi spuria L’Ottocento”, Sacra Fraternitas Aurigarum, Roma giugno 2009
Prefazione a “Il seme sepolto La follia della verità” di Emilio Biagini, Fede & Cultura, Verona 2009
“Itinerari della destra cattolica”, Solfanelli, Chieti, 2010
“Continuità della gnosi spuria nella destra italiana del Novecento”, in Aa. Vv., “La gnosi tra luci e ombre”, Sacra Fraternitas Aurigarum in Urbe, Roma 2010
Aa. Vv., Note sciacchiane, Atti del convegno della Fondazione Sciacca, Bocca di Magra 2009, editore Olsckhi, Firenze 2010
"Icone della falsa destra", Solfanelli, Chieti 2010
martedì 25 maggio 2010
LA SCELTA RELATIVISTA DI FINI di Gaetano Rebecchini (Il Tempo, 22/04/2010)
Tanti sono i temi trattati da Piero Vassallo nel suo libro - né poteva essere diversamente trattandosi degli "Itinerari della destra cattolica".
Interessanti, tra le altre, le pagine su "l'esoterismo gnostico di destra" le cui origini risalgono al II secolo ed all'eretico Marcione. Queste argomentazioni, che aprono la seconda parte del libro, mi invitano a soffermarmi sulla figura e sul ruolo di Gianfranco Fini, di cui si parla in più punti, ed al quale sento il dovere di far presente i pericoli di quella "deriva relativista" che purtroppo già da tempo lo investe e che ha provocato il suo cambiamento di riferimento culturale, che addolora molti i noi. Ebbene, per rendersi conto di quel cambiamento basta mettere a confronto ciò che Fini affermava nel 1994 - l'anno del Congresso di Fiuggi in cui fu eletto presidente di An - con quello che oggi dice e che con lui dicono significativi esponenti della Fondazione Fare Futuro da lui fondata e presieduta. Non posso ad esempio dimenticare quando, alla vigilia di Fiuggi, gli sottoposi quel breve scritto che doveva, in modo sintetico, spiegare agli iscritti ed ai futuri elettori chi fossero ed a quali valori intendevano richiamarsi i fondatori del nuovo Partito. Fini non solo accolse quello scritto ma volle anche che fosse riportato negli Atti di fondazione del Partito, scritto che così testualmente diceva: "ci sentiamo eredi e siamo cultori della civiltà romana e di quella cristiana che ha il suo fondamento nel messaggio portato da Pietro a Roma e diffuso in Occidente e nel mondo intero". Ed ugualmente non posso dimenticare le sue parole, e la mia soddisfazione, quando accolse la proposta di istituire la "Consulta etico-religiosa" di Alleanza Nazionale, della quale volle affidarmi la presidenza, e così anche quando fece modificare l'articolo de "il Regolamento di Partito" inserendo la condizione che in tutti i Comitati provinciali (fondamentali organi territoriali del Partito) vi fosse un rappresentante della Consulta etico-religiosa. Tutto questo - e mi dispiace dirlo - è stato poi gradualmente abbandonato e dimenticato già prima della fusione di An con Forza Italia e della nascita quindi del Pdl. Ma veniamo ad oggi e prendiamo il numero dello scorso febbraio di Charta Minuta - il periodico della Fondazione Fare Futuro - un numero dal significativo titolo "La nostra nuova politica", dove i numerosi articoli possono ben illuminarci su quella "nuova politica" definita da alcuni il "Finismo", e da altri, con un pizzico di malizia, il "Fini pensiero". La pubblicazione apre con l'editoriale di Fini che per la verità non dice molto. Accenna al "patriottismo repubblicano" che sottolinea essere una riscoperta - il che gli dà anche modo di ricordare Machiavelli - e poi tocca altri temi, le cosiddette "nuove parole" che, come lui stesso dice, "possono essere mattoni", utili per l'opera di rinnovamento della cultura politica italiana, o meglio della "nuova casa comune degli italiani". Vediamoli allora questi mattoni. Tra i vari articoli di quel numero di "Charta Minuta" soffermiamoci su quello di Filippo Rossi, direttore di "Fare Futuro Web Magazine". Rossi ci spiega che la "destra nuova" è in effetti - come lui stesso afferma - una "destra libertaria". Ed a coloro che vedono questa destra libertaria come "un tradimento dell'identità ed un abbandono della casa del Padre" Rossi risponde deciso: "sì, è proprio così". E subito tutto diviene più chiaro.
"Bisogna navigare in mare aperto" - afferma - "senza vincoli di sorta.
Oltre i muri. Oltre i dogmi". Oltre quindi quelle barriere poste dalla nostra vecchia cultura, di cui ovviamente occorre dimenticarne anche le millenarie radici. Altro che sentirsi eredi ed essere cultori di quelle civiltà, come con tanto entusiamo ed emozione si era voluto affermare negli atti fondativi di Alleanza Nazionale. Bisogna abbracciare la "google-Kultur" dice con enfasi Rossi, senza peraltro rendersi conto che l'informatica non è che uno strumento, indubbiamente affascinante, ma sempre uno strumento, che può anche illudere e deludere. E continuando poi la sua esposizione ci avverte che "bisogna giocare a tutto campo, avere il coraggio del gioco", e per meglio spiegarci il suo gioco afferma: "Che Guevara è anche uno di noi, come icona, come simbolo" e subito dopo aggiunge "ma Che Guevara al tempo stesso non è uno di noi perché dei simboli, della cultura, la cosa più bella è questo: ognuno prende quel che vuole. Non ci sono regole predefinite".
Credo che questi concetti che il direttore di "Fare Futuro Web Magazine" ci espone con tanta franchezza siano più che sufficienti a comprendere cosa vuole essere questa "destra nuova", e quindi quale sia il pensiero del "gruppo ideologico che sta attorno a Fini" come lo stesso Rossi puntualizza. Siamo di fronte ad una proposta ideologica di chiara impronta "soggettivista" e "relativista" che non può che sfociare nel più totale e triste "nichilismo", e quindi di fronte ad un gruppo politico che, dopo aver reciso le proprie radici culturali e dimenticata la propria identità, si avventura in "mare aperto" verso il "nulla", senza riferimento ad alcun "valore", e men che meno ai "valori non negoziabili". Mi sono più volte domandato da dove poteva aver avuto origine il cambiamento culturale di Fini, e Piero Vassallo nel paragrafo del suo libro che tratta dell' "ateismo di destra" ne dà una spiegazione chiamando in causa l'influenza esercitata sulle giovani generazioni degli anni '70/'80 dal movimento francese "Nouvelle Droite" di De Benoist, importato in Italia da Armando Plebe. Quanto a Fini che con la sua "virata", o per meglio dire la sua "strambata culturale", si avventura in mare aperto vorrei ancora una volta ricordare i nostri primi incontri e gli esaltanti anni della nascita di quel nuovo soggetto politico che volemmo chiamare "Alleanza Nazionale". E sempre a lui, che sembra orientato a voler dar vita ad un nuovo movimento politico - come la stessa nascita del gruppo "Generazione Italia" potrebbe far pensare - rivolgo con amicizia l'invito a leggere l'ultimo opuscolo del "Centro di Orientamento Politico" che riporta gli Atti del Convegno su "Etica, diritto e politica" per poi riflettere, non solo sul significato di quei tre termini ma anche, e soprattutto, sull'importanza della loro successione. Il rovesciamento infatti di quella sequenza e quindi il dare inizio ad un'azione politica senza aver prima chiaramente posto a fondamento stabili principi di carattere etico - adeguatamente trasformati in norme giuridiche - conduce inevitabilmente al sopravvento del "potere" su tutto. "Ed è proprio questo" - come dice il professor Francesco D'Agostino in quel convegno - "il tarlo che consuma l'esperienza politica della modernità".
Gaetano Rebecchini
Il Tempo, 22/04/2010, p. 22
Interessanti, tra le altre, le pagine su "l'esoterismo gnostico di destra" le cui origini risalgono al II secolo ed all'eretico Marcione. Queste argomentazioni, che aprono la seconda parte del libro, mi invitano a soffermarmi sulla figura e sul ruolo di Gianfranco Fini, di cui si parla in più punti, ed al quale sento il dovere di far presente i pericoli di quella "deriva relativista" che purtroppo già da tempo lo investe e che ha provocato il suo cambiamento di riferimento culturale, che addolora molti i noi. Ebbene, per rendersi conto di quel cambiamento basta mettere a confronto ciò che Fini affermava nel 1994 - l'anno del Congresso di Fiuggi in cui fu eletto presidente di An - con quello che oggi dice e che con lui dicono significativi esponenti della Fondazione Fare Futuro da lui fondata e presieduta. Non posso ad esempio dimenticare quando, alla vigilia di Fiuggi, gli sottoposi quel breve scritto che doveva, in modo sintetico, spiegare agli iscritti ed ai futuri elettori chi fossero ed a quali valori intendevano richiamarsi i fondatori del nuovo Partito. Fini non solo accolse quello scritto ma volle anche che fosse riportato negli Atti di fondazione del Partito, scritto che così testualmente diceva: "ci sentiamo eredi e siamo cultori della civiltà romana e di quella cristiana che ha il suo fondamento nel messaggio portato da Pietro a Roma e diffuso in Occidente e nel mondo intero". Ed ugualmente non posso dimenticare le sue parole, e la mia soddisfazione, quando accolse la proposta di istituire la "Consulta etico-religiosa" di Alleanza Nazionale, della quale volle affidarmi la presidenza, e così anche quando fece modificare l'articolo de "il Regolamento di Partito" inserendo la condizione che in tutti i Comitati provinciali (fondamentali organi territoriali del Partito) vi fosse un rappresentante della Consulta etico-religiosa. Tutto questo - e mi dispiace dirlo - è stato poi gradualmente abbandonato e dimenticato già prima della fusione di An con Forza Italia e della nascita quindi del Pdl. Ma veniamo ad oggi e prendiamo il numero dello scorso febbraio di Charta Minuta - il periodico della Fondazione Fare Futuro - un numero dal significativo titolo "La nostra nuova politica", dove i numerosi articoli possono ben illuminarci su quella "nuova politica" definita da alcuni il "Finismo", e da altri, con un pizzico di malizia, il "Fini pensiero". La pubblicazione apre con l'editoriale di Fini che per la verità non dice molto. Accenna al "patriottismo repubblicano" che sottolinea essere una riscoperta - il che gli dà anche modo di ricordare Machiavelli - e poi tocca altri temi, le cosiddette "nuove parole" che, come lui stesso dice, "possono essere mattoni", utili per l'opera di rinnovamento della cultura politica italiana, o meglio della "nuova casa comune degli italiani". Vediamoli allora questi mattoni. Tra i vari articoli di quel numero di "Charta Minuta" soffermiamoci su quello di Filippo Rossi, direttore di "Fare Futuro Web Magazine". Rossi ci spiega che la "destra nuova" è in effetti - come lui stesso afferma - una "destra libertaria". Ed a coloro che vedono questa destra libertaria come "un tradimento dell'identità ed un abbandono della casa del Padre" Rossi risponde deciso: "sì, è proprio così". E subito tutto diviene più chiaro.
"Bisogna navigare in mare aperto" - afferma - "senza vincoli di sorta.
Oltre i muri. Oltre i dogmi". Oltre quindi quelle barriere poste dalla nostra vecchia cultura, di cui ovviamente occorre dimenticarne anche le millenarie radici. Altro che sentirsi eredi ed essere cultori di quelle civiltà, come con tanto entusiamo ed emozione si era voluto affermare negli atti fondativi di Alleanza Nazionale. Bisogna abbracciare la "google-Kultur" dice con enfasi Rossi, senza peraltro rendersi conto che l'informatica non è che uno strumento, indubbiamente affascinante, ma sempre uno strumento, che può anche illudere e deludere. E continuando poi la sua esposizione ci avverte che "bisogna giocare a tutto campo, avere il coraggio del gioco", e per meglio spiegarci il suo gioco afferma: "Che Guevara è anche uno di noi, come icona, come simbolo" e subito dopo aggiunge "ma Che Guevara al tempo stesso non è uno di noi perché dei simboli, della cultura, la cosa più bella è questo: ognuno prende quel che vuole. Non ci sono regole predefinite".
Credo che questi concetti che il direttore di "Fare Futuro Web Magazine" ci espone con tanta franchezza siano più che sufficienti a comprendere cosa vuole essere questa "destra nuova", e quindi quale sia il pensiero del "gruppo ideologico che sta attorno a Fini" come lo stesso Rossi puntualizza. Siamo di fronte ad una proposta ideologica di chiara impronta "soggettivista" e "relativista" che non può che sfociare nel più totale e triste "nichilismo", e quindi di fronte ad un gruppo politico che, dopo aver reciso le proprie radici culturali e dimenticata la propria identità, si avventura in "mare aperto" verso il "nulla", senza riferimento ad alcun "valore", e men che meno ai "valori non negoziabili". Mi sono più volte domandato da dove poteva aver avuto origine il cambiamento culturale di Fini, e Piero Vassallo nel paragrafo del suo libro che tratta dell' "ateismo di destra" ne dà una spiegazione chiamando in causa l'influenza esercitata sulle giovani generazioni degli anni '70/'80 dal movimento francese "Nouvelle Droite" di De Benoist, importato in Italia da Armando Plebe. Quanto a Fini che con la sua "virata", o per meglio dire la sua "strambata culturale", si avventura in mare aperto vorrei ancora una volta ricordare i nostri primi incontri e gli esaltanti anni della nascita di quel nuovo soggetto politico che volemmo chiamare "Alleanza Nazionale". E sempre a lui, che sembra orientato a voler dar vita ad un nuovo movimento politico - come la stessa nascita del gruppo "Generazione Italia" potrebbe far pensare - rivolgo con amicizia l'invito a leggere l'ultimo opuscolo del "Centro di Orientamento Politico" che riporta gli Atti del Convegno su "Etica, diritto e politica" per poi riflettere, non solo sul significato di quei tre termini ma anche, e soprattutto, sull'importanza della loro successione. Il rovesciamento infatti di quella sequenza e quindi il dare inizio ad un'azione politica senza aver prima chiaramente posto a fondamento stabili principi di carattere etico - adeguatamente trasformati in norme giuridiche - conduce inevitabilmente al sopravvento del "potere" su tutto. "Ed è proprio questo" - come dice il professor Francesco D'Agostino in quel convegno - "il tarlo che consuma l'esperienza politica della modernità".
Gaetano Rebecchini
Il Tempo, 22/04/2010, p. 22
sabato 24 aprile 2010
Franco Accame, la sapiente radice dell'anticonformismo
Nell'età della trasgressione al potere, l'anticonformismo si rovescia nella figura, tanto silenziosa quanto ribelle, della vita saggia ed equilibrata. Anticonformista nella società dei ribelli a buon mercato è l'impavido equilibrio, che lancia il guanto di sfida al disordine, mentre la tranquillità si avventura nel rischio dei pensieri calmi e sapienti.
La biografia di Franco Accame (1927-2010), infatti, ha rappresentato in modo esemplare quel pericoloso rifiuto della saccenteria imperante nel salotto buono, che una bolsa, consunta retorica definisce chiusura al “nuovo” e insofferenza “piccolo borghese”.
Nella realtà “piccolo borghese” è il tardivo fremito del Sessantotto, alito stanco di una passione capace solamente d'increspare le acque stagnanti nelle periferia – nelle anse - delle cultura un tempo detta rivoluzionaria.
Acque senza vita, sopra le quali galleggia il malumore ultimo delle mafalde, urlante residuo di una contestazione inacidita dall'esercizio del potere circense negli ambulacri della famiglia sgangherata dal laicismo.
Franco Accame, fu invece specchio di quel paradosso di Charles Peguy, che assegna il titolo di eroe moderno al padre di famiglia, vivente figura della pericolosa, odiata tranquillità nell'ordine.
Felicemente condiviso e splendidamente vissuto dalla moglie Dori, l'ordine della famiglia Accame ha emanato per quattro felici decenni il gradevole profumo dell'antica tradizione italiana.
D'altra parte l'esistenza di Franco Accame si può riassumere nell'ossimoro che declina l'avventurosa tranquillità di un resistente alle sirene del caos.
Il suo curriculum di studente in peregrinazione da ingegneria a filosofia, la sua tranquilla, aristocratica rinuncia alla laurea, le sue appassionate ricerche intorno al pensiero magico del Cinquecento e del Seicento, i suoi approfonditi studi sulle scuole indiane e cinesi di metafisica, testimoniano una vita interiore febbrile e inesauribile.
Uomo tranquillamente inquieto, non è mai mancato agli appuntamenti con le occasioni del rischio, occasioni presenti ora nella sede di un partito protetto da fragili cavalli di Frisia, ora nei quadri dirigenti del movimento cattolico fondato da Gianni Baget Bozzo per resistere al sinistrismo promosso dai poteri forti, ora nei raduni della cultura esclusa e sconsigliata, ultimamente nei circoli del centrodestra.
L'alternanza di tranquillità e rischio caratterizza anche la più recente produzione letteraria di Franco Accame, in parte dedicata alla gastronomia metafisica e alle storie delle tipiche trattorie di Liguria, in parte all'affermazione poetica dei princìpi della migliore destra.
Dalle future generazioni, Franco Accame sarà ricordato specialmente come magnifico autore di poesie poeticamente scorrette, quali furono ad esempio le composizioni nostalgiche raccolte nel commovente volume intitolato “Elegia”, opera straordinaria, arricchita dalle puntuali note dello storico Luciano Garibaldi, e pubblicata dal temerario editore Fabio De Fina in Milano. Volume dove è ricordata, senza amarezza e senza ritegni politicamente corretti, la speranza destata e subito delusa dal progetto golpista del principe Junio Valerio Borghese.
Per aver nutrito la fiducia senza fondamento nel progetto insurrezionale concepito dal vecchio, eroico comandante del sommergibile “Barbarigo”, nel 1974, Franco fu costretto a fuggire a Lugano, e a nascondersi nella casa di amici fidati, finché la tempesta giudiziaria non rivelò la schietta natura di bufala. Franco rievocava quell'avventura mescolando i due ingredienti della sua magica scrittura: il timbro umoristico e il struggente rimpianto dell'intravista avventura.
Chi è stato amico di Franco ricorda anche e specialmente la sua nobile e mai uggiosa malinconia, la sua sofferta estraneità alla deriva crepuscolare di una patria incalzata dalla decomposizione di massa, alla religione del niente assoluto, concepita e promossa nei salotti dal radical chic.
La vita terrena di Franco si è conclusa il 18 aprile del 2010, dopo una sofferta e prolungata agonia. Le sue ultime parole, rivolte al sacerdote che lo ungeva con il sacro olio degli infermi declinarono la serenità del cristiano davanti alla morte.
Gli sarà lieve la terra, come fu lieve e cortese il suo cammino sulle strade dell'esilio e della struggente nostalgia.
Piero Vassallo
La biografia di Franco Accame (1927-2010), infatti, ha rappresentato in modo esemplare quel pericoloso rifiuto della saccenteria imperante nel salotto buono, che una bolsa, consunta retorica definisce chiusura al “nuovo” e insofferenza “piccolo borghese”.
Nella realtà “piccolo borghese” è il tardivo fremito del Sessantotto, alito stanco di una passione capace solamente d'increspare le acque stagnanti nelle periferia – nelle anse - delle cultura un tempo detta rivoluzionaria.
Acque senza vita, sopra le quali galleggia il malumore ultimo delle mafalde, urlante residuo di una contestazione inacidita dall'esercizio del potere circense negli ambulacri della famiglia sgangherata dal laicismo.
Franco Accame, fu invece specchio di quel paradosso di Charles Peguy, che assegna il titolo di eroe moderno al padre di famiglia, vivente figura della pericolosa, odiata tranquillità nell'ordine.
Felicemente condiviso e splendidamente vissuto dalla moglie Dori, l'ordine della famiglia Accame ha emanato per quattro felici decenni il gradevole profumo dell'antica tradizione italiana.
D'altra parte l'esistenza di Franco Accame si può riassumere nell'ossimoro che declina l'avventurosa tranquillità di un resistente alle sirene del caos.
Il suo curriculum di studente in peregrinazione da ingegneria a filosofia, la sua tranquilla, aristocratica rinuncia alla laurea, le sue appassionate ricerche intorno al pensiero magico del Cinquecento e del Seicento, i suoi approfonditi studi sulle scuole indiane e cinesi di metafisica, testimoniano una vita interiore febbrile e inesauribile.
Uomo tranquillamente inquieto, non è mai mancato agli appuntamenti con le occasioni del rischio, occasioni presenti ora nella sede di un partito protetto da fragili cavalli di Frisia, ora nei quadri dirigenti del movimento cattolico fondato da Gianni Baget Bozzo per resistere al sinistrismo promosso dai poteri forti, ora nei raduni della cultura esclusa e sconsigliata, ultimamente nei circoli del centrodestra.
L'alternanza di tranquillità e rischio caratterizza anche la più recente produzione letteraria di Franco Accame, in parte dedicata alla gastronomia metafisica e alle storie delle tipiche trattorie di Liguria, in parte all'affermazione poetica dei princìpi della migliore destra.
Dalle future generazioni, Franco Accame sarà ricordato specialmente come magnifico autore di poesie poeticamente scorrette, quali furono ad esempio le composizioni nostalgiche raccolte nel commovente volume intitolato “Elegia”, opera straordinaria, arricchita dalle puntuali note dello storico Luciano Garibaldi, e pubblicata dal temerario editore Fabio De Fina in Milano. Volume dove è ricordata, senza amarezza e senza ritegni politicamente corretti, la speranza destata e subito delusa dal progetto golpista del principe Junio Valerio Borghese.
Per aver nutrito la fiducia senza fondamento nel progetto insurrezionale concepito dal vecchio, eroico comandante del sommergibile “Barbarigo”, nel 1974, Franco fu costretto a fuggire a Lugano, e a nascondersi nella casa di amici fidati, finché la tempesta giudiziaria non rivelò la schietta natura di bufala. Franco rievocava quell'avventura mescolando i due ingredienti della sua magica scrittura: il timbro umoristico e il struggente rimpianto dell'intravista avventura.
Chi è stato amico di Franco ricorda anche e specialmente la sua nobile e mai uggiosa malinconia, la sua sofferta estraneità alla deriva crepuscolare di una patria incalzata dalla decomposizione di massa, alla religione del niente assoluto, concepita e promossa nei salotti dal radical chic.
La vita terrena di Franco si è conclusa il 18 aprile del 2010, dopo una sofferta e prolungata agonia. Le sue ultime parole, rivolte al sacerdote che lo ungeva con il sacro olio degli infermi declinarono la serenità del cristiano davanti alla morte.
Gli sarà lieve la terra, come fu lieve e cortese il suo cammino sulle strade dell'esilio e della struggente nostalgia.
Piero Vassallo
giovedì 22 aprile 2010
Presentazione a Genova (Sabato 15 Maggio, ore 16,30)
Sindacato libero scrittori italiani
in occasione dell'uscita del saggio di Piero Vassallo
Itinerari della destra cattolica
edizioni Solfanelli - Chieti
sabato 15 maggio alle ore 16,30
nella sala Barabino del Teatro della Gioventù
via Macaggi 82/a rosso - Genova
si svolgerà un dibattito sul tema
Le radici culturali della destra
relatore Emilio Artiglieri
interventi di Mario Bozzi Sentieri, Luciano Garibaldi, Alberto Rosselli, Angelo Ruggiero, Piero Vassallo
moderatore Massimiliano Lussana
in occasione dell'uscita del saggio di Piero Vassallo
Itinerari della destra cattolica
edizioni Solfanelli - Chieti
sabato 15 maggio alle ore 16,30
nella sala Barabino del Teatro della Gioventù
via Macaggi 82/a rosso - Genova
si svolgerà un dibattito sul tema
Le radici culturali della destra
relatore Emilio Artiglieri
interventi di Mario Bozzi Sentieri, Luciano Garibaldi, Alberto Rosselli, Angelo Ruggiero, Piero Vassallo
moderatore Massimiliano Lussana
venerdì 16 aprile 2010
Non prenderà mai voti nel centrosinistra (la Discussione, 16/04/2010)
PIETRO GIUBILO, EX SINDACO DI ROMA, BOCCIA IL LAICISMO FINIANO
Non prenderà mai voti nel centrosinistra
In un libro di Piero Vassallo le ragioni storiche del percorso del presidente della Camera
di ADOLFO SPEZZAFERRO
Nella galassia della destra esistono più anime, compresa quella cattolica tradizionalista. Ieri, alla presentazione del libro del professor Piero Vassallo, Itinerari della destra cattolica (Solfanelli editore, 2010), abbiamo incontrato alcuni dei protagonisti di questa componente ancora importante all’interno del centrodestra. Tutti accomunati da un giudizio negativo nei confronti del presidente della Camera Gianfranco Fini, con toni più o meno duri. Per Vassallo, per esempio, «Fini non è un uomo di destra, perché la destra nasce cattolica, nella rivoluzione francese. Una destra anticattolica è quindi una contraddizione in termini». Per Augusto Sinagra, docente alla Sapienza di Roma, «Fini non ha un progetto politico, ma esclusivamente mire personali, destinate a fallire». Per Pietro Giubilo, ex democristiano ed ex sindaco di Roma, «la destra cattolica, con il cambiamento politico avvenuto dal 1995 in poi, ha ritrovato un ambito nel quale presentare le proprie tesi. Questo ambito è il centrodestra, dove oltre al Pdl va messa in qualche modo anche la Lega - che sta maturando in questa direzione - e l’Udc. Rispetto a questo spazio, le posizioni che vengono soprattutto all’interno del Pdl dall’elaborazione culturale e politica della fondazione di Fini Farefuturo, sono legittimamente in controtendenza. La linea è quella di un laicismo di destra ». Una Lega Nord come portatrice dei princìpi della destra cattolica, quanto se non più del Pdl, dove comunque è Berlusconi e non Fini a incarnare questa tradizione, è l’altro denominatore comune emerso dalle chiacchierate che abbiamo fatto con i presenti al convegno.
Tornando al Fini pensiero - che non esisterebbe, secondo la destra cattolica - Giubilo sottolinea però che «lo stesso Piero Vassallo - nel suo libro - ha dimostrato che una linea laicista, che non tiene conto della posizione cattolica, della tradizione culturale cattolica e quindi della visione del Vaticano II come in continuità con la tradizione, è in qualche modo presente nella cultura della destra, dall’evolismo ad altri filoni che rifiutano la religiosità nella politica e quindi si professano atei. In questo senso, tali posizioni possono definirsi anticattoliche.
Nel caso dell’operazione Fini, il quale si propone anche a un elettorato laico di destra, la posizione laicista riguarda però soprattutto la cultura e la politica di sinistra. Il territorio comune può essere l’interpretazione del Risorgimento, sul quale Alessandro Campi sta tentando di portare il discorso».
Certo però che l’operazione di Fini, ammesso che sia quella di strizzare l’occhio al centrosinistra è un po’ difficile da compiere. «La posizione laicista e anticattolica - ricorda Giubilo - è appannaggio quasi esclusivo della cultura di sinistra.
Quindi difficilmente si può trovare un elettorato, da quella parte. L’idea di voler fare il Sarkozy dell’Italia non tiene conto delle specificità del nostro Paese, dove c’è una presenza cattolica più importante rispetto alla Francia.
C’è un atteggiamento della Chiesa rispetto all’Italia che è diverso.
In questo senso mi pare un po’ difficile per Fini pensare di avere un grande spazio elettorale puntando soprattutto su questi temi».
A proposito di riforme istituzionali poi, terreno di scontro tra finiani e il resto del Pdl, sempre Giubilo fa presente che non serve importare modelli stranieri, che hanno un senso perché espressione di tradizioni e culture politiche dei Paesi d’origine, perché «abbiamo un modello elettorale, già sperimentato e che ha dato buoni frutti, tutto italiano, che è quello dell’elezione del presidente della Regione. Un sistema tra l’altro proposto da Tatarella, che era una persona molto intelligente.
In sostanza c’è un unico turno, ci sono le preferenze, per non fare un Parlamento di designati, uno spazio di indicazione dei partiti, che è il cosiddetto listino del candidato presidente, sul quale possono confluire personalità di prestigio, specie in una competizione nazionale. Questo sistema inoltre omogeneizzerebbe i sistemi politici, che in Italia sono diversi a ogni competizione elettorale.
C’è una soglia di ingresso che consentirebbe di evitare la frammentazione dei partiti e consente di tornare a scegliere i parlamentari, almeno in parte».
ADOLFO SPEZZAFERRO
la Discussione
Venerdì 16 aprile 2010, p. 5
Non prenderà mai voti nel centrosinistra
In un libro di Piero Vassallo le ragioni storiche del percorso del presidente della Camera
di ADOLFO SPEZZAFERRO
Nella galassia della destra esistono più anime, compresa quella cattolica tradizionalista. Ieri, alla presentazione del libro del professor Piero Vassallo, Itinerari della destra cattolica (Solfanelli editore, 2010), abbiamo incontrato alcuni dei protagonisti di questa componente ancora importante all’interno del centrodestra. Tutti accomunati da un giudizio negativo nei confronti del presidente della Camera Gianfranco Fini, con toni più o meno duri. Per Vassallo, per esempio, «Fini non è un uomo di destra, perché la destra nasce cattolica, nella rivoluzione francese. Una destra anticattolica è quindi una contraddizione in termini». Per Augusto Sinagra, docente alla Sapienza di Roma, «Fini non ha un progetto politico, ma esclusivamente mire personali, destinate a fallire». Per Pietro Giubilo, ex democristiano ed ex sindaco di Roma, «la destra cattolica, con il cambiamento politico avvenuto dal 1995 in poi, ha ritrovato un ambito nel quale presentare le proprie tesi. Questo ambito è il centrodestra, dove oltre al Pdl va messa in qualche modo anche la Lega - che sta maturando in questa direzione - e l’Udc. Rispetto a questo spazio, le posizioni che vengono soprattutto all’interno del Pdl dall’elaborazione culturale e politica della fondazione di Fini Farefuturo, sono legittimamente in controtendenza. La linea è quella di un laicismo di destra ». Una Lega Nord come portatrice dei princìpi della destra cattolica, quanto se non più del Pdl, dove comunque è Berlusconi e non Fini a incarnare questa tradizione, è l’altro denominatore comune emerso dalle chiacchierate che abbiamo fatto con i presenti al convegno.
Tornando al Fini pensiero - che non esisterebbe, secondo la destra cattolica - Giubilo sottolinea però che «lo stesso Piero Vassallo - nel suo libro - ha dimostrato che una linea laicista, che non tiene conto della posizione cattolica, della tradizione culturale cattolica e quindi della visione del Vaticano II come in continuità con la tradizione, è in qualche modo presente nella cultura della destra, dall’evolismo ad altri filoni che rifiutano la religiosità nella politica e quindi si professano atei. In questo senso, tali posizioni possono definirsi anticattoliche.
Nel caso dell’operazione Fini, il quale si propone anche a un elettorato laico di destra, la posizione laicista riguarda però soprattutto la cultura e la politica di sinistra. Il territorio comune può essere l’interpretazione del Risorgimento, sul quale Alessandro Campi sta tentando di portare il discorso».
Certo però che l’operazione di Fini, ammesso che sia quella di strizzare l’occhio al centrosinistra è un po’ difficile da compiere. «La posizione laicista e anticattolica - ricorda Giubilo - è appannaggio quasi esclusivo della cultura di sinistra.
Quindi difficilmente si può trovare un elettorato, da quella parte. L’idea di voler fare il Sarkozy dell’Italia non tiene conto delle specificità del nostro Paese, dove c’è una presenza cattolica più importante rispetto alla Francia.
C’è un atteggiamento della Chiesa rispetto all’Italia che è diverso.
In questo senso mi pare un po’ difficile per Fini pensare di avere un grande spazio elettorale puntando soprattutto su questi temi».
A proposito di riforme istituzionali poi, terreno di scontro tra finiani e il resto del Pdl, sempre Giubilo fa presente che non serve importare modelli stranieri, che hanno un senso perché espressione di tradizioni e culture politiche dei Paesi d’origine, perché «abbiamo un modello elettorale, già sperimentato e che ha dato buoni frutti, tutto italiano, che è quello dell’elezione del presidente della Regione. Un sistema tra l’altro proposto da Tatarella, che era una persona molto intelligente.
In sostanza c’è un unico turno, ci sono le preferenze, per non fare un Parlamento di designati, uno spazio di indicazione dei partiti, che è il cosiddetto listino del candidato presidente, sul quale possono confluire personalità di prestigio, specie in una competizione nazionale. Questo sistema inoltre omogeneizzerebbe i sistemi politici, che in Italia sono diversi a ogni competizione elettorale.
C’è una soglia di ingresso che consentirebbe di evitare la frammentazione dei partiti e consente di tornare a scegliere i parlamentari, almeno in parte».
ADOLFO SPEZZAFERRO
la Discussione
Venerdì 16 aprile 2010, p. 5
mercoledì 14 aprile 2010
RECENSIONE: ITINERARI DELLA DESTRA CATTOLICA (a cura di Lino Di Stefano)
DOVE VA LA CHIESA?
Ancora una volta, Piero Vassallo ha colto nel segno con la presente ultima fatica – ‘Itinerari della destra cattolica’(Solfanelli, Chieti, 2010) – nel senso che egli, da insigne studioso cristiano, è riuscito a mettere in evidenza le contraddizioni di un certo cattolicesimo, ivi compreso quello uscito fuori dal Concilio Vaticano II; Concilio che nonostante fosse stato portato a termine dal papa Paolo VI, “tormentò – ammonisce l’Autore genovese – gli ultimi anni del pontificato montiniano.
In altre parole, malgrado i meriti, in seno al Concilio si erano mosse forze che avevano tentato, sulla scorta del gesuita Karl Rahner, di convertire la teologia in antropologia. E, al riguardo, non a caso, il nostro Cornelio Fabro aveva fatto sentire la sua autorevole voce parlando, testualmente, “della confusione che regna ai nostri giorni nella sfera dei problemi che toccano la religione e la morale, non solo nel campo dei nemici del Cristianesimo ma anche da parte di troppi cristiani”.
Da qui, la perentoria asserzione di Piero Vassallo secondo cui “la vita della rinascenza cattolica ‘dopo il moderno’ passa per l’obbedienza, lo sviluppo rigoroso e la convinta adesione alle tesi di Benedetto XVI sull’ermeneutica della continuità”. Proseguendo su questa strada, lo studioso genovese, da una parte, osserva che “è difficile dimenticare il grottesco e devastante delirio teologico dei predicatori” – sostenitori di tesi eterodosse volte a giustificare la sodomia e il suicidio – e, dall’altra, ribadisce che è improponibile fare della gnosi la dominatrice del mondo.
Premesso che il “XIX secolo è un palcoscenico sul quale si esibiscono la confusione inavvertita e il frenetico opportunismo degli intellettuali cattolici in conflitto con la tradizione e il magistero”, l’Autore attacca studiosi quali Benjamin, Bloch, Horkheimer ed altri perché rei di professare l’ateismo, nelle varie forme, e lo gnosticismo, dottrina, com’è noto, volta a rivendicare la conoscenza assoluta della divinità e tesa a consentire la risoluzione delle questioni inerenti al mondo, all’uomo e a Dio.
Una concezione, cioè, in grado, secondo i suoi adepti, di fornire una conoscenza genuinamente intuitiva mercé un’illuminazione repentina, decisiva e dispensatrice di salvezza. Quest’ultima, concessa soltanto agli iniziati; da qui, la squalificazione della fede derivante da motivi ermetici, misterici, giudaici, orientaleggianti ed ellenizzanti. Ora, i rilievi vassalliani si appuntano non solo sulle concezioni del mondo suddette, ma pure su sistemi di pensiero più a noi vicini come l’evolismo, il post-moderno nonché quelli che il nostro studioso definisce “fonti reazionarie della teoria della superiorità antropologica vantata dai progressisti”.
Fonti smascherate dal filosofo cattolico Michele Federico Sciacca – esponente con Armando Carlini ed Augusto Guzzo dello spiritualismo cristiano del Novecento – il quale, a detta sempre di Vassallo, “formulò anche un’esatta previsione del futuro reazionario e oscurantista cui tendeva il progressismo”. Con la fine delle ideologie, prosegue l’Autore, e l’affermazione del relativismo in ogni campo del sapere e del vivere civile, la destra non ha bisogno di rifondazione, ma solamente di una rilettura attenta delle opere degli scrittori anti-moderni i quali, egli aggiunge, “hanno dato lustro alla cultura italiana e senza istituire un confronto tra il loro pensiero e la dottrina sociale della Chiesa”.
Autori che rispondono ai nomi di Giano Accame, Augusto Del Noce, Gianni Baget Bozzo, recentemente scomparso, Primo Siena, Francesco Mercadante e numerosi altri come Nino Tripodi, Francesco Grisi, Fausto Gianfranceschi, Pino Tosca etc. Posto l’accento sull’alienazione antifascista della sinistra democristiana, rivalutata, altresì, la figura di Pio XII e riconfermata, infine, la natura spuria della gnosi, chiamata con bella immagine, “metastasi del paganesimo”, Vassallo condanna anche l’ateismo gnostico della destra.
Quest’ultimo, incarnato dai vari Guénon, Evola e De Benoist, ha cercato non solo di occultare le proprie torbide tendenze moderne, ma si è, inoltre, presentato nelle vesti di banditrice di una religione superiore al Cristianesimo. Il libro in questione, ricchissimo di spunti e di suggestioni, si chiude, per un verso, con la difesa degli autentici esponenti della destra, segnatamente il giurista Giorgio Del Vecchio, e, per l’altro, con il biasimo nei confronti della cosiddetta ‘neo-destra’ rappresentata, per fare un altro esempio, da Marco Tarchi il cui sistema, conclude l’Autore ,non è altro che “un involucro adatto a contenere il bizzarro programma di una destra nominalista, libertaria e progressista”.
Un bel saggio, questo di Vassallo, un libro, in definitiva, che merita di essere letto e meditato anche per effetto della solita vivacità letteraria e la consueta ed efficace ‘vis’ polemica.
Lino Di Stefano
Ancora una volta, Piero Vassallo ha colto nel segno con la presente ultima fatica – ‘Itinerari della destra cattolica’(Solfanelli, Chieti, 2010) – nel senso che egli, da insigne studioso cristiano, è riuscito a mettere in evidenza le contraddizioni di un certo cattolicesimo, ivi compreso quello uscito fuori dal Concilio Vaticano II; Concilio che nonostante fosse stato portato a termine dal papa Paolo VI, “tormentò – ammonisce l’Autore genovese – gli ultimi anni del pontificato montiniano.
In altre parole, malgrado i meriti, in seno al Concilio si erano mosse forze che avevano tentato, sulla scorta del gesuita Karl Rahner, di convertire la teologia in antropologia. E, al riguardo, non a caso, il nostro Cornelio Fabro aveva fatto sentire la sua autorevole voce parlando, testualmente, “della confusione che regna ai nostri giorni nella sfera dei problemi che toccano la religione e la morale, non solo nel campo dei nemici del Cristianesimo ma anche da parte di troppi cristiani”.
Da qui, la perentoria asserzione di Piero Vassallo secondo cui “la vita della rinascenza cattolica ‘dopo il moderno’ passa per l’obbedienza, lo sviluppo rigoroso e la convinta adesione alle tesi di Benedetto XVI sull’ermeneutica della continuità”. Proseguendo su questa strada, lo studioso genovese, da una parte, osserva che “è difficile dimenticare il grottesco e devastante delirio teologico dei predicatori” – sostenitori di tesi eterodosse volte a giustificare la sodomia e il suicidio – e, dall’altra, ribadisce che è improponibile fare della gnosi la dominatrice del mondo.
Premesso che il “XIX secolo è un palcoscenico sul quale si esibiscono la confusione inavvertita e il frenetico opportunismo degli intellettuali cattolici in conflitto con la tradizione e il magistero”, l’Autore attacca studiosi quali Benjamin, Bloch, Horkheimer ed altri perché rei di professare l’ateismo, nelle varie forme, e lo gnosticismo, dottrina, com’è noto, volta a rivendicare la conoscenza assoluta della divinità e tesa a consentire la risoluzione delle questioni inerenti al mondo, all’uomo e a Dio.
Una concezione, cioè, in grado, secondo i suoi adepti, di fornire una conoscenza genuinamente intuitiva mercé un’illuminazione repentina, decisiva e dispensatrice di salvezza. Quest’ultima, concessa soltanto agli iniziati; da qui, la squalificazione della fede derivante da motivi ermetici, misterici, giudaici, orientaleggianti ed ellenizzanti. Ora, i rilievi vassalliani si appuntano non solo sulle concezioni del mondo suddette, ma pure su sistemi di pensiero più a noi vicini come l’evolismo, il post-moderno nonché quelli che il nostro studioso definisce “fonti reazionarie della teoria della superiorità antropologica vantata dai progressisti”.
Fonti smascherate dal filosofo cattolico Michele Federico Sciacca – esponente con Armando Carlini ed Augusto Guzzo dello spiritualismo cristiano del Novecento – il quale, a detta sempre di Vassallo, “formulò anche un’esatta previsione del futuro reazionario e oscurantista cui tendeva il progressismo”. Con la fine delle ideologie, prosegue l’Autore, e l’affermazione del relativismo in ogni campo del sapere e del vivere civile, la destra non ha bisogno di rifondazione, ma solamente di una rilettura attenta delle opere degli scrittori anti-moderni i quali, egli aggiunge, “hanno dato lustro alla cultura italiana e senza istituire un confronto tra il loro pensiero e la dottrina sociale della Chiesa”.
Autori che rispondono ai nomi di Giano Accame, Augusto Del Noce, Gianni Baget Bozzo, recentemente scomparso, Primo Siena, Francesco Mercadante e numerosi altri come Nino Tripodi, Francesco Grisi, Fausto Gianfranceschi, Pino Tosca etc. Posto l’accento sull’alienazione antifascista della sinistra democristiana, rivalutata, altresì, la figura di Pio XII e riconfermata, infine, la natura spuria della gnosi, chiamata con bella immagine, “metastasi del paganesimo”, Vassallo condanna anche l’ateismo gnostico della destra.
Quest’ultimo, incarnato dai vari Guénon, Evola e De Benoist, ha cercato non solo di occultare le proprie torbide tendenze moderne, ma si è, inoltre, presentato nelle vesti di banditrice di una religione superiore al Cristianesimo. Il libro in questione, ricchissimo di spunti e di suggestioni, si chiude, per un verso, con la difesa degli autentici esponenti della destra, segnatamente il giurista Giorgio Del Vecchio, e, per l’altro, con il biasimo nei confronti della cosiddetta ‘neo-destra’ rappresentata, per fare un altro esempio, da Marco Tarchi il cui sistema, conclude l’Autore ,non è altro che “un involucro adatto a contenere il bizzarro programma di una destra nominalista, libertaria e progressista”.
Un bel saggio, questo di Vassallo, un libro, in definitiva, che merita di essere letto e meditato anche per effetto della solita vivacità letteraria e la consueta ed efficace ‘vis’ polemica.
Lino Di Stefano
venerdì 26 marzo 2010
Presentazione: ITINERARI DELLA DESTRA CATTOLICA (Roma, Giovedì 15 aprile 2010, ore 16,30)
SINDACATO LIBERO SCRITTORI ITALIANI
Giovedì 15 aprile 2010, ore 16,30
presentazione dell’opera di
Piero Vassallo
Itinerari della destra cattolica
Solfanelli Editore
RELATORI
Valentino CECCHETTI
Gaetano REBECCHINI
Pietro GIUBILO
INTERVENTI PROGRAMMATI
Giulio ALFANO e Augusto SINAGRA
MODERA
Francesco MERCADANTE
SARANNO PRESENTI AUTORE ED EDITORE
Roma, aula Magna di Palazzo Sora,
Corso Vittorio Emanuele, 217
SEGRETERIA ORGANIZZATIVA
tel. 06 8558065 - 347 1836042
sindacato.scrittori@tiscali.it
Giovedì 15 aprile 2010, ore 16,30
presentazione dell’opera di
Piero Vassallo
Itinerari della destra cattolica
Solfanelli Editore
RELATORI
Valentino CECCHETTI
Gaetano REBECCHINI
Pietro GIUBILO
INTERVENTI PROGRAMMATI
Giulio ALFANO e Augusto SINAGRA
MODERA
Francesco MERCADANTE
SARANNO PRESENTI AUTORE ED EDITORE
Roma, aula Magna di Palazzo Sora,
Corso Vittorio Emanuele, 217
SEGRETERIA ORGANIZZATIVA
tel. 06 8558065 - 347 1836042
sindacato.scrittori@tiscali.it
lunedì 22 marzo 2010
RECENSIONE: ITINERARI DELLA DESTRA CATTOLICA (a cura di Valentino Cecchetti)
Per spiegare i paradossi della cronaca e i fenomeni in apparenza incomprensibili, le «esternazioni laiciste» di Gianfranco Fini e i flebili lamenti dei «cattolici maturi» arruolati nelle liste Bonino, la cosa migliore è dotarsi del cannocchiale dell’osservazione metapolitica. Lo fa da sempre Piero Vassallo, acuto demistificatore delle «ideologie del regresso», che si applica ad illustrare i molti modi in cui la destra italiana si lascia sottrarre spazio e allontanare dal proprio autentico territorio spirituale.
Si tratta di un esercizio di abilità prospettica e di un minuzioso lavoro di intersezione tra quanto appare remoto ed è invece vicino. E si dispiega, in questo caso, lungo i venti saggi del suo ultimo libro, Itinerari della destra cattolica, Solfanelli, Chieti, 2010, pp. 158, €. 12.00, volume in due parti comunicanti – «Sdoppiamento e prospettive di ricomposizione della politologia cattolica», «Intorno ai problemi della cultura di destra» - in cui il filosofo e polemista genovese si fa accompagnare dalle «diagnosi lungimiranti» di Michele Federico Sciacca, maestro risoluto fino al sacrificio nell’opporsi al «razionalismo spurio» del moderno e della sua «proclamazione fenomenologica di un mondo posto al servizio di un’unica abissale irrazionalità» (Raschini).
È l’analisi delle ragioni di una schizofrenia culturale, in cui prende corpo l’imitazione parodica dell’avversario laico-progressista e il collasso di una destra che non sa riconciliarsi con un’identità naturalmente cattolica. È vero che, per consegna spirituale, al ricordo di Gianni Baget Bozzo corrisponde l’auspicio di un senso ritrovato dell’agire politico («La censurata eredità di Gianni Baget Bozzo»). Come a Giano Accame rimanda l’aggiramento dell’«irrealismo» delle filosofie politiche della neodestra («Giano Accame, o il realismo dell’avanguardia»).
Ma a farsi più urgente è la riflessione sul «mostro», il golem che allunga «verso destra» l’ombra marcionita dei «padri del sessantottismo» (Benjamin, Bloch, Taubès,). Una linea che si afferma in Italia solo nel secondo dopoguerra, egemonizzando una cultura refrattaria fino a quel momento, per gli anticorpi del «secondo fascismo», alle «suggestioni gnostiche», operanti sotto l’intenzione di attualizzare l’ideologia neopagana. È un oscuro precipitato del mondo tardoantico, che filtra nei secoli dall’apostasia dell’imperatore Giuliano e si fa strada nell’interpretazione esoterica del mito romano, prodotta dal «salotto massonico».
E trova, come è noto, la principale fonte di irradiazione nelle opere di Evola, il «pensatore eclettico che coniuga sul versante politico le suggestioni dell’avanguardia surrealista con i miti della rivoluzione conservatrice» e «sul versante esoterico» associa le «elucubrazioni di Guénon» ai «furori superumani di Nietzsche». Nasce l’equivoco del «Marcuse di destra» (secondo l’ironico paradosso di Accame), dei «tradizionalisti a cavallo delle tigri ultramoderne» che, nei «fumi del sincretismo», spezzano i legami con gli ideali della destra classica.
È la storia di un’«umiliante parabola», l’esito francofortese che, al di là di un’epidermica incompatibilità delle «singole scolastiche», si giustifica nello gnosticismo trasversale in viaggio dalla neosinistra alla neodestra e giunge a contaminare le dirigenze e gli intellettuali odierni, lungo il percorso che collega inevitabilmente «Fare futuro» al plesso ateista Almirante-Plebe-De Benoist: «Alcuni osservatori politici attribuiscono le continue, irritanti esternazioni laiciste di Gianfranco Fini e degli intellettuali radunati da Alessandro Campi e Giuseppe Granata sotto la sigla “Fare futuro” ai suggerimenti di un maestro estraneo alla destra.
In realtà il presidente della Camera è portavoce del surrettizio laicismo che circola a destra, dopo che una disgraziata decisione di Almirante (il padre spirituale di Fini) aveva affidato l’ufficio culturale del Msi al radical-chic (e ateo dichiarato) Armando Plebe. A sua volta Plebe aveva introdotto in Italia Alain De Benoist, un giornalista che contrabbandava il politeismo quale rimedio e impedimento alle guerre di religione e di ideologia» («Gnosticismo e cultura di destra», p. 117).
È naturale, perciò, che «chi desidera comprendere i pensieri che ispirano i giri di valzer anticattolici eseguiti da Gianfranco Fini» non possa che tener conto del «precedente neodestro», come non può ignorare che «la neodestra fu approvata da Almirante» (l’«autore delle prime fortune di Fini»). Senz’altro un aspetto del «progetto antitradizionale» dei poteri forti e del tentativo ricorrente di oscurare la memoria dell’autentica tradizione italiana. Ma che incontra un punto di resistenza nel ricordo della «cultura controriformistica fascista» e nell’eredità, misconosciuta anche a destra, oltre che a sinistra, della scuola milanese di «mistica fascista».
La «fronda giovanile» e la «robusta agenzia filosofica» di Arnaldo Mussolini e Ildefonso Schuster che, in contrasto con le correnti neohegeliane, sosteneva i principi della Scienza Nuova, riconoscendo in Vico l’antagonista degli autori «rivoluzionari».
Un frammento vitale del Novecento italiano, sottratto alla «rovina vandalica» da studiosi come Luigi Gagliardi e Fausto Belfiori e un utile strumento per contrastare il moto perpetuo di un ghibellinismo oscillante di continuo tra i poli opposti dello schieramento politico-culturale. È, quella neoghibellina, la scia su cui si pongono gli epigoni e i portavoce dell’immarcescibile Scuola di Bologna (Bindi, Turco, Binetti), magari sull’onda della revisione storiografica (il caso della biografia di Matilde di Canossa di Paolo Golinelli), che echeggia certe vecchie opere della destra anticlericale, come il Barbarossa di Rudolph Wahl.
Un libro quanto mai «sincrono», uscito in Italia il 25 aprile del ‘45, proprio mentre gli eserciti tedeschi lasciavano il Nord, quasi un segnale di una qualche implicita continuità culturale.
http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=134:itinerari-della-destra-cattolica&catid=66:libri-e-riviste&Itemid=125
Si tratta di un esercizio di abilità prospettica e di un minuzioso lavoro di intersezione tra quanto appare remoto ed è invece vicino. E si dispiega, in questo caso, lungo i venti saggi del suo ultimo libro, Itinerari della destra cattolica, Solfanelli, Chieti, 2010, pp. 158, €. 12.00, volume in due parti comunicanti – «Sdoppiamento e prospettive di ricomposizione della politologia cattolica», «Intorno ai problemi della cultura di destra» - in cui il filosofo e polemista genovese si fa accompagnare dalle «diagnosi lungimiranti» di Michele Federico Sciacca, maestro risoluto fino al sacrificio nell’opporsi al «razionalismo spurio» del moderno e della sua «proclamazione fenomenologica di un mondo posto al servizio di un’unica abissale irrazionalità» (Raschini).
È l’analisi delle ragioni di una schizofrenia culturale, in cui prende corpo l’imitazione parodica dell’avversario laico-progressista e il collasso di una destra che non sa riconciliarsi con un’identità naturalmente cattolica. È vero che, per consegna spirituale, al ricordo di Gianni Baget Bozzo corrisponde l’auspicio di un senso ritrovato dell’agire politico («La censurata eredità di Gianni Baget Bozzo»). Come a Giano Accame rimanda l’aggiramento dell’«irrealismo» delle filosofie politiche della neodestra («Giano Accame, o il realismo dell’avanguardia»).
Ma a farsi più urgente è la riflessione sul «mostro», il golem che allunga «verso destra» l’ombra marcionita dei «padri del sessantottismo» (Benjamin, Bloch, Taubès,). Una linea che si afferma in Italia solo nel secondo dopoguerra, egemonizzando una cultura refrattaria fino a quel momento, per gli anticorpi del «secondo fascismo», alle «suggestioni gnostiche», operanti sotto l’intenzione di attualizzare l’ideologia neopagana. È un oscuro precipitato del mondo tardoantico, che filtra nei secoli dall’apostasia dell’imperatore Giuliano e si fa strada nell’interpretazione esoterica del mito romano, prodotta dal «salotto massonico».
E trova, come è noto, la principale fonte di irradiazione nelle opere di Evola, il «pensatore eclettico che coniuga sul versante politico le suggestioni dell’avanguardia surrealista con i miti della rivoluzione conservatrice» e «sul versante esoterico» associa le «elucubrazioni di Guénon» ai «furori superumani di Nietzsche». Nasce l’equivoco del «Marcuse di destra» (secondo l’ironico paradosso di Accame), dei «tradizionalisti a cavallo delle tigri ultramoderne» che, nei «fumi del sincretismo», spezzano i legami con gli ideali della destra classica.
È la storia di un’«umiliante parabola», l’esito francofortese che, al di là di un’epidermica incompatibilità delle «singole scolastiche», si giustifica nello gnosticismo trasversale in viaggio dalla neosinistra alla neodestra e giunge a contaminare le dirigenze e gli intellettuali odierni, lungo il percorso che collega inevitabilmente «Fare futuro» al plesso ateista Almirante-Plebe-De Benoist: «Alcuni osservatori politici attribuiscono le continue, irritanti esternazioni laiciste di Gianfranco Fini e degli intellettuali radunati da Alessandro Campi e Giuseppe Granata sotto la sigla “Fare futuro” ai suggerimenti di un maestro estraneo alla destra.
In realtà il presidente della Camera è portavoce del surrettizio laicismo che circola a destra, dopo che una disgraziata decisione di Almirante (il padre spirituale di Fini) aveva affidato l’ufficio culturale del Msi al radical-chic (e ateo dichiarato) Armando Plebe. A sua volta Plebe aveva introdotto in Italia Alain De Benoist, un giornalista che contrabbandava il politeismo quale rimedio e impedimento alle guerre di religione e di ideologia» («Gnosticismo e cultura di destra», p. 117).
È naturale, perciò, che «chi desidera comprendere i pensieri che ispirano i giri di valzer anticattolici eseguiti da Gianfranco Fini» non possa che tener conto del «precedente neodestro», come non può ignorare che «la neodestra fu approvata da Almirante» (l’«autore delle prime fortune di Fini»). Senz’altro un aspetto del «progetto antitradizionale» dei poteri forti e del tentativo ricorrente di oscurare la memoria dell’autentica tradizione italiana. Ma che incontra un punto di resistenza nel ricordo della «cultura controriformistica fascista» e nell’eredità, misconosciuta anche a destra, oltre che a sinistra, della scuola milanese di «mistica fascista».
La «fronda giovanile» e la «robusta agenzia filosofica» di Arnaldo Mussolini e Ildefonso Schuster che, in contrasto con le correnti neohegeliane, sosteneva i principi della Scienza Nuova, riconoscendo in Vico l’antagonista degli autori «rivoluzionari».
Un frammento vitale del Novecento italiano, sottratto alla «rovina vandalica» da studiosi come Luigi Gagliardi e Fausto Belfiori e un utile strumento per contrastare il moto perpetuo di un ghibellinismo oscillante di continuo tra i poli opposti dello schieramento politico-culturale. È, quella neoghibellina, la scia su cui si pongono gli epigoni e i portavoce dell’immarcescibile Scuola di Bologna (Bindi, Turco, Binetti), magari sull’onda della revisione storiografica (il caso della biografia di Matilde di Canossa di Paolo Golinelli), che echeggia certe vecchie opere della destra anticlericale, come il Barbarossa di Rudolph Wahl.
Un libro quanto mai «sincrono», uscito in Italia il 25 aprile del ‘45, proprio mentre gli eserciti tedeschi lasciavano il Nord, quasi un segnale di una qualche implicita continuità culturale.
http://www.riscossacristiana.it/index.php?option=com_content&view=article&id=134:itinerari-della-destra-cattolica&catid=66:libri-e-riviste&Itemid=125
sabato 13 marzo 2010
Destra cattolica: Tutte le colpe di Bindi e Fini (il Giornale, Genova, 14/03/2010)
Itinerari della Destra Cattolica di Piero Vassallo, tempestivamente edito da Solfanelli a ridosso delle Regionali, dall'analisi delle radici storiche della dottrina cristiana alle derive attuali, ci aiuta ad orientarci al voto che sarà bussola per le Politiche.
In quarta di copertina il motivo del libro. Le disavventure di due partiti attratti a diventare il proprio contrario: la Dc di Maritain e il Msi di Evola. Il cattolicesimo politico insegue il laico-progressista, il movimento postfascista rinnega le proprie radici spirituali. Perciò: «Rosy Bindi e Gianfranco Fini, interpreti di due scelte antipatiche, si ritrovano nella reciproca simpatia per assenza di un disegno politico».
L'analisi storica scandaglia globalizzazione, battaglie laiche per i cosiddetti «diritti» individuali (aborto, eutanasia), i due primati di Stato e Chiesa, la storia del fascismo e postfascismo da riscrivere, il Concilio Vaticano II e le tonache dei preti svolazzanti a Trento e a Genova, il ’68 dai padri Benjamin Bloch Taubes ai postumi distruttivi. Risale alle radici di cosmopolitismo ed ecumenismo, quando l'universale solidarietà fu portata in Occidente dai Persiani, mentre ora «i pastori dell'arretratezza avversano l'economia globale con intento di colpire l'Occidente colpevole di aver sconfitto l'ideologia comunista...». Oggi imperano «tuttologi diplomati alla scuola di Maria De Filippi e filosofi di risulta marciano sulla strada del regresso». Il lettore assapora proprio questi «flash» parapolitici.
Un assaggio: «Se il bene può sbocciare dall'abisso di malignità (il riferimento è al massacro giacobino di Compiègne e alla santità delle carmelitane martirizzate), per i cattocomunisti esiste un metafisico cavatappi ad estrarre sante azioni di governo dai valori contrari degli alleati di Prodi e Franceschini: aborto facile, festosa eutanasia, droga libera, matrimonio pederastico...». Lo stesso per il pensiero «bicamerale» di Dossetti concentrato nella scuola di Bologna, poi intorno a «Il Mulino»; i cattolici «del magistero a due teste» Rosy Bindi, Livia Turco, la pia equilibrista Binetti in privato obbediscono al Vangelo, ma pubblicamente allo stato laico della (pseudo) legge sull'aborto.
Il libro ha un interesse umano quando racconta i maestri filosofi, l'eredità di un dolente Baget Bozzo, il grande Sciacca vittima della persecuzione sessantottina quando gli studenti erano per lui al primo posto nella scala delle relazioni umane, Evola nel '74 portato morente al Policlinico di Roma cui infermieri sindacalizzati rifiutano assistenza.
Vassallo ricorda volentieri Giano Accame, un maestro che non stimava il giovane segretario di partito Fini, oggi dedito «a continue irritanti esternazioni laiciste con appiattimento della dirigenza di An e degli intellettuali di Fare Futuro».
Un passo importante riguarda, a seguito della visita di Fini ad Israele nel novembre 2003, la smentita dello storico Yehoshua Porat sul «fascismo male assoluto». Testimoniò che il fascismo salvò migliaia di Ebrei nelle regioni conquistate dal proprio esercito: sud-est di Francia, Croazia.
Nel libro frasi fulminanti come il termine «patriottismo costituzionale» o «la canna a gas del gossip». Questo è detto a proposito di un episodio storico: quando Paolo Golinelli, studioso revisionista di storia della Chiesa, prende le distanze dalle «chiacchiere calunniose dello scomunicato Benzone d'Alba» sul rapporto tra Gregorio VII e Matilde di Canossa. Quando il papa nell'inverno 1077 indugiò nei di lei possedimenti fu «un affetto umano di due persone sole...», forse «i momenti più felici per entrambi».
In quarta di copertina il motivo del libro. Le disavventure di due partiti attratti a diventare il proprio contrario: la Dc di Maritain e il Msi di Evola. Il cattolicesimo politico insegue il laico-progressista, il movimento postfascista rinnega le proprie radici spirituali. Perciò: «Rosy Bindi e Gianfranco Fini, interpreti di due scelte antipatiche, si ritrovano nella reciproca simpatia per assenza di un disegno politico».
L'analisi storica scandaglia globalizzazione, battaglie laiche per i cosiddetti «diritti» individuali (aborto, eutanasia), i due primati di Stato e Chiesa, la storia del fascismo e postfascismo da riscrivere, il Concilio Vaticano II e le tonache dei preti svolazzanti a Trento e a Genova, il ’68 dai padri Benjamin Bloch Taubes ai postumi distruttivi. Risale alle radici di cosmopolitismo ed ecumenismo, quando l'universale solidarietà fu portata in Occidente dai Persiani, mentre ora «i pastori dell'arretratezza avversano l'economia globale con intento di colpire l'Occidente colpevole di aver sconfitto l'ideologia comunista...». Oggi imperano «tuttologi diplomati alla scuola di Maria De Filippi e filosofi di risulta marciano sulla strada del regresso». Il lettore assapora proprio questi «flash» parapolitici.
Un assaggio: «Se il bene può sbocciare dall'abisso di malignità (il riferimento è al massacro giacobino di Compiègne e alla santità delle carmelitane martirizzate), per i cattocomunisti esiste un metafisico cavatappi ad estrarre sante azioni di governo dai valori contrari degli alleati di Prodi e Franceschini: aborto facile, festosa eutanasia, droga libera, matrimonio pederastico...». Lo stesso per il pensiero «bicamerale» di Dossetti concentrato nella scuola di Bologna, poi intorno a «Il Mulino»; i cattolici «del magistero a due teste» Rosy Bindi, Livia Turco, la pia equilibrista Binetti in privato obbediscono al Vangelo, ma pubblicamente allo stato laico della (pseudo) legge sull'aborto.
Il libro ha un interesse umano quando racconta i maestri filosofi, l'eredità di un dolente Baget Bozzo, il grande Sciacca vittima della persecuzione sessantottina quando gli studenti erano per lui al primo posto nella scala delle relazioni umane, Evola nel '74 portato morente al Policlinico di Roma cui infermieri sindacalizzati rifiutano assistenza.
Vassallo ricorda volentieri Giano Accame, un maestro che non stimava il giovane segretario di partito Fini, oggi dedito «a continue irritanti esternazioni laiciste con appiattimento della dirigenza di An e degli intellettuali di Fare Futuro».
Un passo importante riguarda, a seguito della visita di Fini ad Israele nel novembre 2003, la smentita dello storico Yehoshua Porat sul «fascismo male assoluto». Testimoniò che il fascismo salvò migliaia di Ebrei nelle regioni conquistate dal proprio esercito: sud-est di Francia, Croazia.
Nel libro frasi fulminanti come il termine «patriottismo costituzionale» o «la canna a gas del gossip». Questo è detto a proposito di un episodio storico: quando Paolo Golinelli, studioso revisionista di storia della Chiesa, prende le distanze dalle «chiacchiere calunniose dello scomunicato Benzone d'Alba» sul rapporto tra Gregorio VII e Matilde di Canossa. Quando il papa nell'inverno 1077 indugiò nei di lei possedimenti fu «un affetto umano di due persone sole...», forse «i momenti più felici per entrambi».
La colpa di Gregorio VII per certi cattolici moderni è aver voluto una Chiesa potente, lontana dall'originario pauperismo? Nell'ultima pagina c'è tutta la poesia dell'Italia com'è forgiata dal cristianesimo: le nostre città storiche sono gemme di un'Italia cristiana, in contrapposizione alla massificante edilizia comunista testimoniano «operosità sapiente che è l'autentica somiglianza divina dell'umanità».
giovedì 11 marzo 2010
Segni dei tempi: Gli ebrei messianici
Fu
Marx autore del paradosso secondo cui solamente l’apostasia dal monoteismo,
cioè la soppressione dell’identità religiosa, poteva garantire agli ebrei della
diaspora la pacifica convivenza e l’integrazione con gli alti popoli.
Freud,
avanzando nella direzione indicata da Marx e anticipando Simone Weil, arrivò al
punto di affermare che il monoteismo ebbe origine dall’intrusione della
teologia professata dall’egiziano Mosé nell’universo di un popolo di consolidata
tradizione politeista.
Al
seguito di Freud, alcuni esponenti della più rovente eterodossia ebraica,
Walter Benjamin, Ernst Bloch, Simone Weil, Herbert Marcuse, Jacob Taubes,
facendosi interpreti dell’avanguardia ultracomunista e precursori dell’anarchismo
sessantottino, proposero addirittura il rovesciamento della teologia monoteista
in un politeismo conforme al pensiero di Nietzsche (il filosofo nel quale Freud
riconosceva il proprio ispiratore).
La
nuova ateologia contemplava l’avversione alla divinità onnipotente e malvagia
(identificata con il Dio dell’alienante
religione di Mosé) e nutriva la speranza (vaga) nell’idea della bontà del
ribelle (ora identificato con il Gesù immoralista delle eresie gnostiche ora
con il Dioniso nietzschiano, simbolo della trasgressione coribantica).
L’avversione
di Benjamin, Bloch, Weil, Marcuse, Adorno e Taubes alla tradizione monoteista
non vacillò neppure davanti alla conclamata uguaglianza della loro teologia con
i princìpi del cristianesimo tedesco,
quel furente delirio che i neopagani di Germania usavano al fine di
giustificare la persecuzione e lo sterminio degli ebrei.
La
radice politeista del neopaganesimo tedesco è un’ovvia verità. D’altra parte è
accertato che, alla luce di un chiuso ed esasperato monoteismo, la fede nel Dio
uno e trino dei cristiani fu giudicata politeista.
Probabilmente
gli autori dell’apostasia ebraica s’illudevano di disarmare l’antisemitismo di
radice politeista appropriandosi degli argomenti ultimamente lanciati dai
nazisti contro il monoteismo.
Sennonché,
dopo la sconfitta del persecutore nazista, agli ebrei si oppose un
imprevedibile nemico: l’alleanza islamica, che professava un’intransigente fede
monoteista.
In
Palestina, infatti, gli ebrei furono coinvolti nella guerra inedita che fu
avviata, nel 1948, da antisemiti monoteisti. Guerra assolutamente anomala e
imprevedibile: perfino l’accorto Ben Gurion nutriva un’idea sbagliata intorno
agli arabi di fede musulmana, un giudizio che nascondeva la radice fanatica
della loro incombente ostilità e alimentava una disarmata fiducia nella buona
disposizione del presunto sangue fraterno
(cfr. “Perché Stalin creò Israele”,
prefazione di Luciano Canfora, introduzione di Enrico Mentana, Sandro Teti
editore, Roma 2008).
La
guerra islamica per un verso smentiva gli argomenti di Marx, di Freud e dei
loro continuatori postmoderni sull’ispirazione politeista dell’antisemitismo,
per l’altro verso poneva il problema di una nuova e diversa riflessione “sull’identità ebraica legata alla non
accettazione di Gesù come il Messia di Israele”.
Ora
la nuova situazione del problema ebraico è oggetto di un avvincente saggio, “Gli Ebrei messianici Un segno dei tempi”, edito in Verona dall’animosa Casa
editrice Fede k Cultura scritto dal
gesuita Carlo Colonna per rivelare l’orizzonte cristiano dell’ebraismo e la
radice ebraica della cristianità. Infine per promuovere il vero ecumenismo.
Il
ritorno degli ebrei nella patria assegnata a Mosé, infatti, impone di
continuare la riflessione (avviata nel 1967 dal cardinale Giuseppe Siri) sulla
profezia del Vangelo di San Luca, che annuncia la fine delle persecuzioni e
dell’esilio: “Gerusalemme sarà calpestata
dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti” (Lc. 21, 24).
Non per caso, proprio alla fine della
guerra conclusa con il ritorno degli ebrei a Gerusalemme, i fratelli Ruben e
Benjamin Berger, fondarono la comunità di ebrei messianici, che professano la
fede in Gesù Cristo e celebrano l’Eucarestia dichiarando di credere nella
presenza reale del Signore.
E’
lecito affermare pertanto che gli ebrei messianici “sentono che sta per venire il tempo in cui si sanerà la prima e più
fondamentale divisione della Chiesa di Cristo, quella avvenuta fin dall’inizio
della predicazione del Vangelo, quando ebrei increduli e cristiani credenti in
Gesù si scomunicarono a vicenda”.
Padre
Colonna, che segue con passione illuminata dalla fede il cammino degli ebrei
cristiani, afferma che la loro splendida avventura, oltre che a facilitare la
comprensione della radice ebraica della fede cattolica, incoraggia “a
pensare gli attuali ebrei che credono in Gesù, come i continuatori dei primi
giudei credenti in Gesù e quindi nostri veri fratelli nella fede non li fa
confluire nelle Chiese tradizionali d’Occidente e d’Oriente, ma viene vissuta
in comunità, che praticano le osservanze ebraiche tradizionali”.
Il
nuovo resto d’Israele, costituito per manifestare la fede in
Gesù vero Dio e vero uomo, diffonde la luce necessaria a lacerare la cortina
fumosa sollevata dalla considerazione pessimistica del successo planetario
ottenuto dagli ebrei sessantottini, che hanno interpretato la gnosi spuria,
abbandonando la fede di Mosé.
mercoledì 3 marzo 2010
Fare futuro, il passato di un abbaglio
Preambolo delle avventurose rivoluzioni culturali a destra fu il fulminante abbaglio sessantottino, che si abbatté sugli scolari di Evola, già sconcertati dalle teorie deprimenti e confusionarie esposte in “Cavalcare la tigre” .
Infatuati da un tradizionalismo ateo e vulnerabile a sinistra [1], gli evoliani travisarono il senso di una paradossale battuta di Giano Accame, che paragonava Evola a Marcuse, e di conseguenza credettero che le espressioni del pensiero ultramoderno (il nichilismo francofortese e il libertinismo californiano) fossero manifestazioni di un antagonismo sano e riconducibile alla rivolta della vera destra contro il mondo moderno.
La superficiale conoscenza e la disgraziata infatuazione per le idee diffuse da Marcuse, superato un cordone sanitario labile, diedero inizio all’indiavolato movimento dei tradizionalisti a cavallo di tigri ultramoderne, e all'inseguimento dell'imperdibile tram della storia che era passato attraverso la caciara anarcoide di Valle Giulia.
Movimento binario e confusionario, il tradizional-sinistrismo diede un importante contributo alla trasformazione della destra tradizionale, nell'orchestra babelica che ultimamente ha il nome di “Fare futuro”.
Franz Maria D’Asaro ha descritto puntualmente il malinteso che eccitava i mutanti: “Quei ragazzi non sapevano ... che erano dei profeti, addirittura degli anticipatori della nuova sinistra. Con qualche azzardato confronto: quelli, i nazionalsociali, con Evola e Guénon, gli altri, i cinesi, con Adorno e Marcuse, ma tutti in disperata polemica contro la società dei consumi, il primato dei banchieri, l’egemonia del cinico utilitarismo. Gli uni e gli altri in dissenso anche nei confronti dei rispettivi partiti di riferimento partitici, quasi intercambiabili fra Evola e Marcuse, fra Che Guevara e Mishima” [2].
Nell’animo dei tigrotti, la miscela di temi controrivoluzionari e temi anarchici originò durature confusioni, entusiasmi immotivati ed indomabili propensioni alla fuga vero la violenza gratuita (negli anni di piombo puntualmente esercitata dai tigrotti mentalmente vulnerabili).
Quando Alain De Benoist, evocato da Armando Plebe, scese in Italia per suscitare emozioni e consensi intorno allo slogan et destra et sinistra, gli immaturi apprendisti festanti nella scolastica evoliana erano già pronti a procedere, con una sola marcia, su due divergenti percorsi, et quello della contestazione globale et quello dell'estenuazione reazionaria.
Malauguratamente al paradosso che avvicinava Evola e Guénon a Benjamin, Adorno, e Marcuse, era soggiacente una verità allora nascosta: al di sotto delle ragioni estetiche e in fondo soggettive delle reciproche incompatibilità, concomitanti riferimenti a tradizioni (cabale) eterodosse e a filosofemi crepuscolari, giustificavano l’accordo sotterraneo tra le due diverse e concorrenti scuole postmoderne d'irreligione.
Dagli opposti capiscuola, infatti, era condivisa la stima per la dottrina di un antico precursore dei maestri del sospetto, l'eresiarca Marcione Pontico.
Quasi obbedendo alle regole della concordia discors, i teorici della contestazione globale e i banditori del tradizionalismo rivoluzionario, avevano dedotto dalla dottrina di Marcione la propensione all’immoralismo e la fanatica ostilità verso la teodicea e la rivelazione biblica.
La fonte comune dei pensieri convergenti da sinistra a destra e da destra a sinistra, infatti, era quel “cristianesimo tedesco”, che aveva attualizzato Marcione trasferendolo dai ponderosi e astratti volumi di Hegel, Schelling e von Harnack ai tumultuosi stati d’animo di Arthur Rosemberg e degli iniziati in camicia bruna, vedi caso quelli che Evola frequentava negli anni Trenta.
Religione ad uso delle masse fanatizzate, il cristianesimo tedesco contemplava una divinità straniera e remota, che avrebbe rivelato la dottrina libertaria, opposta per diametrum alla legge dettata a Mosé e a Israele.
Di qui l’ingresso sull'agitata scena europea, di una teologia antisemita, contemplante il cristianesimo nemico mortale della tradizione veterotestamentaria e del popolo d’Israele.
Marcione, in definitiva, ha insegnato ai nazisti la ricetta di un antisemitismo travestito da fede cristiana e ai francofortesi la via che dalla destra pseudo-mistica e razzista conduce all'ateismo e alla sovversione ultracomunista.
Fatto singolare, finora non considerato con la dovuta attenzione dai politologi, è il giro tortuoso della fede in Marcione dai circoli del nazismo profondo alle agenzie culturali che ispirano la sinistra postmoderna.
Per giustificare l'acrobatico passaggio, Jacob Taubes, il principale interprete del sessantottismo europeo, approvò l'avversione dei nazisti alla teologia veterotestamentaria, sostenendo che prima di Mosé, la spiritualità ebraica aveva un indirizzo anarchico e immoralistico. Dunque che la Germania nazista era l'involontaria levatrice della vera coscienza ebraica.
Ulteriore elemento di confusione a destra fu la strana rilettura di Nietzsche, che negli scritti dell'ultimo Evola era esaltato quale portatore di un “nichilismo attivo”, inteso alla negazione globale dell’esistente.
Trascinato dall'illusione di diventare attuale, Evola giunse al punto di credere seriamente che, predicando la “negazione di tutto l’esistente” (cioè la contestazione globale) si attuasse “una severa disciplina [tradizionalista!] portata fino agli estremi”.
* * *
Le condivisibili critiche dell'on. Bondi hanno il solo difetto di non contemplare lo spaventoso delirio evoliano a monte del Granata-pensiero. Bondi non conosce la vicenda della cultura di destra, non sa che il tentativo rautiano di suicidare la destra era dettato dall'equazione Evola=Marcuse. Non si rende conto che Fini è vittima di una sindrome di Stoccolma che lo ha consegnato ai distruttori usciti dalla scuola rautiana. Quando aprirà gli occhi si renderà conto che il più alto guadagno del centrodestra sarà lasciare per strada Gianfranco Fini e i suoi farneticanti consiglieri.
Piero Vassallo
[1] Sull'ateismo di Evola cfr.: Piero Vassallo, “Itinerari della destra cattolica”, Solfanelli, Chieti 2010.
[2] Cfr.: “Evola: profeta del futuro”, ISSPE, Palermo 2000.
Infatuati da un tradizionalismo ateo e vulnerabile a sinistra [1], gli evoliani travisarono il senso di una paradossale battuta di Giano Accame, che paragonava Evola a Marcuse, e di conseguenza credettero che le espressioni del pensiero ultramoderno (il nichilismo francofortese e il libertinismo californiano) fossero manifestazioni di un antagonismo sano e riconducibile alla rivolta della vera destra contro il mondo moderno.
La superficiale conoscenza e la disgraziata infatuazione per le idee diffuse da Marcuse, superato un cordone sanitario labile, diedero inizio all’indiavolato movimento dei tradizionalisti a cavallo di tigri ultramoderne, e all'inseguimento dell'imperdibile tram della storia che era passato attraverso la caciara anarcoide di Valle Giulia.
Movimento binario e confusionario, il tradizional-sinistrismo diede un importante contributo alla trasformazione della destra tradizionale, nell'orchestra babelica che ultimamente ha il nome di “Fare futuro”.
Franz Maria D’Asaro ha descritto puntualmente il malinteso che eccitava i mutanti: “Quei ragazzi non sapevano ... che erano dei profeti, addirittura degli anticipatori della nuova sinistra. Con qualche azzardato confronto: quelli, i nazionalsociali, con Evola e Guénon, gli altri, i cinesi, con Adorno e Marcuse, ma tutti in disperata polemica contro la società dei consumi, il primato dei banchieri, l’egemonia del cinico utilitarismo. Gli uni e gli altri in dissenso anche nei confronti dei rispettivi partiti di riferimento partitici, quasi intercambiabili fra Evola e Marcuse, fra Che Guevara e Mishima” [2].
Nell’animo dei tigrotti, la miscela di temi controrivoluzionari e temi anarchici originò durature confusioni, entusiasmi immotivati ed indomabili propensioni alla fuga vero la violenza gratuita (negli anni di piombo puntualmente esercitata dai tigrotti mentalmente vulnerabili).
Quando Alain De Benoist, evocato da Armando Plebe, scese in Italia per suscitare emozioni e consensi intorno allo slogan et destra et sinistra, gli immaturi apprendisti festanti nella scolastica evoliana erano già pronti a procedere, con una sola marcia, su due divergenti percorsi, et quello della contestazione globale et quello dell'estenuazione reazionaria.
Malauguratamente al paradosso che avvicinava Evola e Guénon a Benjamin, Adorno, e Marcuse, era soggiacente una verità allora nascosta: al di sotto delle ragioni estetiche e in fondo soggettive delle reciproche incompatibilità, concomitanti riferimenti a tradizioni (cabale) eterodosse e a filosofemi crepuscolari, giustificavano l’accordo sotterraneo tra le due diverse e concorrenti scuole postmoderne d'irreligione.
Dagli opposti capiscuola, infatti, era condivisa la stima per la dottrina di un antico precursore dei maestri del sospetto, l'eresiarca Marcione Pontico.
Quasi obbedendo alle regole della concordia discors, i teorici della contestazione globale e i banditori del tradizionalismo rivoluzionario, avevano dedotto dalla dottrina di Marcione la propensione all’immoralismo e la fanatica ostilità verso la teodicea e la rivelazione biblica.
La fonte comune dei pensieri convergenti da sinistra a destra e da destra a sinistra, infatti, era quel “cristianesimo tedesco”, che aveva attualizzato Marcione trasferendolo dai ponderosi e astratti volumi di Hegel, Schelling e von Harnack ai tumultuosi stati d’animo di Arthur Rosemberg e degli iniziati in camicia bruna, vedi caso quelli che Evola frequentava negli anni Trenta.
Religione ad uso delle masse fanatizzate, il cristianesimo tedesco contemplava una divinità straniera e remota, che avrebbe rivelato la dottrina libertaria, opposta per diametrum alla legge dettata a Mosé e a Israele.
Di qui l’ingresso sull'agitata scena europea, di una teologia antisemita, contemplante il cristianesimo nemico mortale della tradizione veterotestamentaria e del popolo d’Israele.
Marcione, in definitiva, ha insegnato ai nazisti la ricetta di un antisemitismo travestito da fede cristiana e ai francofortesi la via che dalla destra pseudo-mistica e razzista conduce all'ateismo e alla sovversione ultracomunista.
Fatto singolare, finora non considerato con la dovuta attenzione dai politologi, è il giro tortuoso della fede in Marcione dai circoli del nazismo profondo alle agenzie culturali che ispirano la sinistra postmoderna.
Per giustificare l'acrobatico passaggio, Jacob Taubes, il principale interprete del sessantottismo europeo, approvò l'avversione dei nazisti alla teologia veterotestamentaria, sostenendo che prima di Mosé, la spiritualità ebraica aveva un indirizzo anarchico e immoralistico. Dunque che la Germania nazista era l'involontaria levatrice della vera coscienza ebraica.
Ulteriore elemento di confusione a destra fu la strana rilettura di Nietzsche, che negli scritti dell'ultimo Evola era esaltato quale portatore di un “nichilismo attivo”, inteso alla negazione globale dell’esistente.
Trascinato dall'illusione di diventare attuale, Evola giunse al punto di credere seriamente che, predicando la “negazione di tutto l’esistente” (cioè la contestazione globale) si attuasse “una severa disciplina [tradizionalista!] portata fino agli estremi”.
* * *
Le condivisibili critiche dell'on. Bondi hanno il solo difetto di non contemplare lo spaventoso delirio evoliano a monte del Granata-pensiero. Bondi non conosce la vicenda della cultura di destra, non sa che il tentativo rautiano di suicidare la destra era dettato dall'equazione Evola=Marcuse. Non si rende conto che Fini è vittima di una sindrome di Stoccolma che lo ha consegnato ai distruttori usciti dalla scuola rautiana. Quando aprirà gli occhi si renderà conto che il più alto guadagno del centrodestra sarà lasciare per strada Gianfranco Fini e i suoi farneticanti consiglieri.
Piero Vassallo
[1] Sull'ateismo di Evola cfr.: Piero Vassallo, “Itinerari della destra cattolica”, Solfanelli, Chieti 2010.
[2] Cfr.: “Evola: profeta del futuro”, ISSPE, Palermo 2000.
lunedì 22 febbraio 2010
DESTRA ULTRASONICA E CULTURA DI DESTRA
Se la cultura di destra fosse quel concerto di ultrasuoni, che Gianfranco Fini ha lanciato da un fischietto udibile solo dai cani e dai politicanti ammaestrati da Fabio Granata e da Alessandro Campi, avrebbe ragione il dottor Pier Luigi Battista, il quale, in una tagliente pagina del sontuoso “Sole 24 ore” (domenica 17 gennaio 2010) sostiene l'inesistenza di intellettuali ascrivibili a detta area.
Se non che Gianfranco Fini, il duce della latitanza culturale contemplata da Battista, non rappresenta la destra, non proviene dalla cultura di destra, non è neppure un mutante di destra.
Mutante è il ghost writer, l'autore della filastrocca sincretista ultimamente firmata da Fini. Una scuola di pensiero dice che il fantasma è un rautiano, di passaggio da destra a sinistra. Un'altra scuola sostiene che è il cantante ecumenico Jovanotti, in cammino da sinistra a destra.
Sul mutante entrambe le scuola forse sostengono il vero.
Il giudizio è sospeso. Non si tratta di Fini, ad ogni modo. Per rappresentare una mutazione, infatti, occorre che esista un mutante. Il vuoto mentale di un “creato” di donna Assunta, non può cambiare, attesa la sua conclamata appartenenza al nulla.
Nel nulla non si dà cambiamento, dunque non si può trovare l'ombra del cambiante e del cambiato. Intorno al nulla – caso mai – abita il comizio sofistico, la battaglia delle parole senza concetto, la chiacchiera che ieri esaltava Benito Mussolini e oggi scopre Hanna Arendt.
L'ignoto ghost writer di Fini traduce, con dotto eleganza, il non pensiero circolante intorno alla non lettura di Mussolini e della Arendt.
In questa scena comiziale, patetici sono i politicanti che tentano di interpretare il messaggio lanciato dal nulla. E patetici, alla fine, sono anche i giornalisti che confondo la cultura di destra con i pensieri dell'effimero trio Fini-Bocchino-Polverini.
Il dottor Battista sostiene che negli ultimi vent'anni la cultura di destra non ha prodotto niente. Ma cosa intende per cultura di destra? Le interviste televisive di Italo Bocchino? Gli articolini di Adolfo Urso? I fondini della volonterosa Perina? Le esternazioni della Polverini? Le acrobazie post-evoliane e post-rautiane di Fabio Granata?
Il dottor Battista ha mai nutrito il sospetto che a destra ci sia altro da pensiero rasoterra? Stenta ad ammettere che la destra moderna ha avuto inizio in Italia (lo dimostrò Giovanni Gentile) dalle insorgenze antigiacobine? Ha difficoltà a riconoscere che il “moderno”, combattuto dagli insorgenti italiani, è caduto nella polvere nietzschiana e heideggeriana? Legge, su “Repubblica”, gli articoli scritti dall'affranto Scalfari per confessare la catastrofica conversione della modernità al nichilismo? Può seriamente nascondere il radicale ribaltamento della scena contemporanea? Può ignorare la fine ingloriosa delle ideologie progressiste? Se non può (e non si vede a che titolo possa tirarsi indietro) si renderà conto che esiste una destra più profonda e più attiva del Fini-pensiero, del Bocchino-pensiero, del Polverini- pensiero.
Il dottor Battista può fingere d'ignorare l'esistenza di un'agguerrita destra tradizionalista. Può fingere di non aver letto la storia del rinnovamento missino scritta da Giuseppe Parlato. Può sostenere di non saper nulla degli articoli di Francesco Orestano, che (nel biennio 1942-1943) hanno avviato la conversione della cultura ufficiale al c. d. “secondo fascismo”, cioè al tradizionalismo di Niccolò Giani, Guido Pallotta, Balbino Giuliano, Armando Carlini, Nino Tripodi (l'autore di un importante saggio su Vico e la destra italiana).
Addirittura può far credere di non rammentare l'esistenza di Ernesto De Marzio e di Giovanni Volpe, i geniali organizzatori culturali, che promossero il rinnovamento della cultura di destra. Alle loro iniziative aderirono pensatori di alto profilo, quali Cornelio Fabro, Giorgio Del Vecchio, Carlo Costamagna, Gabriel Marcel, Nicola Petruzzellis, Ugo Papi, Augusto Del Noce, Marino Gentile, Francesco Gentile, Ennio Innocenti, Ettore Paratore, Francisco Elias de Tejada, Marcel De Corte ecc.
Infine Battista può raccontare ai suoi lettori che scrittori appartenenti alla cultura cattolica e alla buona destra, quali Gianni Baget Bozzo, Attilio Mordini, Fausto Gianfranceschi, Giano Accame, Fausto Belfiori, Francesco Grisi, Giovanni Torti, Marco Tangheroni, Silvio Vitale, Giulio Alfano, Marcello Veneziani, Primo Siena, Angelo Ruggiero, Roberto De Mattei, Alberto Rosselli, Tommaso Romano, Pietro Giubilo, Pier Franco Bruni ecc. non esistono e se esistono sono insignificanti. Tutto ciò è lecito, nel regime delle parole in libertà. Ma le parole, per sfuggire all'abbraccio della faziosa libertà, volano oltre l'ostacolo e vanno a cadere fuori dal seminato.
Piero Vassallo
http://artrc.blogspot.com/2010/02/destra-ultrasonica-e-cultura-di-destra.html
Se non che Gianfranco Fini, il duce della latitanza culturale contemplata da Battista, non rappresenta la destra, non proviene dalla cultura di destra, non è neppure un mutante di destra.
Mutante è il ghost writer, l'autore della filastrocca sincretista ultimamente firmata da Fini. Una scuola di pensiero dice che il fantasma è un rautiano, di passaggio da destra a sinistra. Un'altra scuola sostiene che è il cantante ecumenico Jovanotti, in cammino da sinistra a destra.
Sul mutante entrambe le scuola forse sostengono il vero.
Il giudizio è sospeso. Non si tratta di Fini, ad ogni modo. Per rappresentare una mutazione, infatti, occorre che esista un mutante. Il vuoto mentale di un “creato” di donna Assunta, non può cambiare, attesa la sua conclamata appartenenza al nulla.
Nel nulla non si dà cambiamento, dunque non si può trovare l'ombra del cambiante e del cambiato. Intorno al nulla – caso mai – abita il comizio sofistico, la battaglia delle parole senza concetto, la chiacchiera che ieri esaltava Benito Mussolini e oggi scopre Hanna Arendt.
L'ignoto ghost writer di Fini traduce, con dotto eleganza, il non pensiero circolante intorno alla non lettura di Mussolini e della Arendt.
In questa scena comiziale, patetici sono i politicanti che tentano di interpretare il messaggio lanciato dal nulla. E patetici, alla fine, sono anche i giornalisti che confondo la cultura di destra con i pensieri dell'effimero trio Fini-Bocchino-Polverini.
Il dottor Battista sostiene che negli ultimi vent'anni la cultura di destra non ha prodotto niente. Ma cosa intende per cultura di destra? Le interviste televisive di Italo Bocchino? Gli articolini di Adolfo Urso? I fondini della volonterosa Perina? Le esternazioni della Polverini? Le acrobazie post-evoliane e post-rautiane di Fabio Granata?
Il dottor Battista ha mai nutrito il sospetto che a destra ci sia altro da pensiero rasoterra? Stenta ad ammettere che la destra moderna ha avuto inizio in Italia (lo dimostrò Giovanni Gentile) dalle insorgenze antigiacobine? Ha difficoltà a riconoscere che il “moderno”, combattuto dagli insorgenti italiani, è caduto nella polvere nietzschiana e heideggeriana? Legge, su “Repubblica”, gli articoli scritti dall'affranto Scalfari per confessare la catastrofica conversione della modernità al nichilismo? Può seriamente nascondere il radicale ribaltamento della scena contemporanea? Può ignorare la fine ingloriosa delle ideologie progressiste? Se non può (e non si vede a che titolo possa tirarsi indietro) si renderà conto che esiste una destra più profonda e più attiva del Fini-pensiero, del Bocchino-pensiero, del Polverini- pensiero.
Il dottor Battista può fingere d'ignorare l'esistenza di un'agguerrita destra tradizionalista. Può fingere di non aver letto la storia del rinnovamento missino scritta da Giuseppe Parlato. Può sostenere di non saper nulla degli articoli di Francesco Orestano, che (nel biennio 1942-1943) hanno avviato la conversione della cultura ufficiale al c. d. “secondo fascismo”, cioè al tradizionalismo di Niccolò Giani, Guido Pallotta, Balbino Giuliano, Armando Carlini, Nino Tripodi (l'autore di un importante saggio su Vico e la destra italiana).
Addirittura può far credere di non rammentare l'esistenza di Ernesto De Marzio e di Giovanni Volpe, i geniali organizzatori culturali, che promossero il rinnovamento della cultura di destra. Alle loro iniziative aderirono pensatori di alto profilo, quali Cornelio Fabro, Giorgio Del Vecchio, Carlo Costamagna, Gabriel Marcel, Nicola Petruzzellis, Ugo Papi, Augusto Del Noce, Marino Gentile, Francesco Gentile, Ennio Innocenti, Ettore Paratore, Francisco Elias de Tejada, Marcel De Corte ecc.
Infine Battista può raccontare ai suoi lettori che scrittori appartenenti alla cultura cattolica e alla buona destra, quali Gianni Baget Bozzo, Attilio Mordini, Fausto Gianfranceschi, Giano Accame, Fausto Belfiori, Francesco Grisi, Giovanni Torti, Marco Tangheroni, Silvio Vitale, Giulio Alfano, Marcello Veneziani, Primo Siena, Angelo Ruggiero, Roberto De Mattei, Alberto Rosselli, Tommaso Romano, Pietro Giubilo, Pier Franco Bruni ecc. non esistono e se esistono sono insignificanti. Tutto ciò è lecito, nel regime delle parole in libertà. Ma le parole, per sfuggire all'abbraccio della faziosa libertà, volano oltre l'ostacolo e vanno a cadere fuori dal seminato.
Piero Vassallo
http://artrc.blogspot.com/2010/02/destra-ultrasonica-e-cultura-di-destra.html
venerdì 19 febbraio 2010
Un libro pericolosissimo... (di Franco Damiani)
E’ per me un discorso difficile, perché in quel gruppo ho un grande amico, Giuseppe Manzoni di Chiosca, e un altro grande amico, Siro Mazza, è legato per ragioni biografiche all’esponente di punta del gruppo stesso.Prima o poi comunque era un discorso che avrei dovuto affrontare.
Oggi mi è arrivato “Itinerari della destra cattolica” di Piero Vassallo (ed. Solfanelli) e ho cominciato a leggerlo. Grande pensatore, stile avvincente, mille suggestioni.
Però.
Già cinque anni fa, al convegno romano “I tradizionalisti cattolici” (26 febbraio 2005, corso Vittorio) mi colpì che venisse usasta questa formula assoluta. Chi erano i “tradizionalisti cattolici”? Vassallo, appunto, Luciano Garibaldi, Piero Giubilo, Giuseppe Manzoni, Tommaso Romano, Massimo Anderson. Insomma un gruppo ben definito, con una propria ideologia precisa. Che però si considera un tutto: “i” tradizionalisti cattolici italiani, “la destra cattolica” come suona il titolo di questo libro. Al di fuori di loro, che ci sarà mai? I leoni, le tenebre esteriori? Eppure, al di fuori di loro c’è tanto: tutto il movimento lefebvriano (oggi dovremmo dire: quel che ne resta), tutto il sedevacantismo…
Ratzingeriani di ferro, Vassallo e compagni: Ratzinger sta compiendo “la liquidazione degli accaniti rimasugli del progressismo cattolico e delle illusioni postconciliari” (p. 11).
Andiamo avanti: “Un rifiuto intransigente, che in alcune contorte affermazioni del magistero vede lintenzione di avviare un processo inteso alla discontinuità teologica. TALE RIFIUTO DIPENDE DA UN PESSIMISMO IN SE’ LECITO, MA NON SEMPRE COMPONIBILE CON LA SPERANZA VIRTU’ TEOLOGALE. Si tratta del pessimismo, che attribuisce valore impegnativo alle espressioni lacunose e oblique del magistero recente, giudicandole dettate dalla segreta intenzione di approvare gli eccessi e le deviazioni ecumeniche della vera fede. Il pessimismo, inoltre, non sa apprezzare nel modo dovuto le dichiarazioni del magistero (ad esempio quelle contenute nella Dominus Jesus) conformi alla dottrina tradizionale” (pp. 13-14).
E già qui ci si potrebbe fermare.
Quei “pessimisti” infatti siamo noi, sedevacantisti o “ecclesiavacantisti” delle varie obbedienze. Il termine ricorda sinistramente i “profeti di sventura”.
Ad essi viene contrapposta “una considerazione fiduciosa, ispirata al sano ottimismo, CHE, INVECE, GIUDICA IMPEGNATIVE SOLTANTO LE AFFERMAZIONI DEL MAGISTERO A SOSTEGNO DELLA DOTTRINA DI SEMPREE GIUDICA NETTAMENTE MA SENZA TRARRE CONCLUSIONI CATASTROFICHE LE FORMULE APPARENTEMENTE CONTRARIE, CHE SI TROVANO SPARSE NEI DOCUMENTI DI CIRCOSTANZA E NEI DOCUMENTI CHE NON IMPEGNANO IL DOGMA. L’ottimismo, pertanto, fa proprie le ragioni dell’”ermeneutica della continuità“, affermate da Benedetto XVI in vista della restaurazione del cattolicesimo”.
Per inciso noto le implicazioni politiche di simile impostazione, di cui filoamericanismo e filosionismo sono solo le più evidenti.
Dal punto di vista teologico e filosofico, balza agli occhi che quelle che il fronte intransigente, antiratzingeriano, rifiuta, non sono “espressioni lacunose e oblique” ma autentiche eresie, come quella del “doppio canale di salvezza” per cristiani e giudei o come quella dello “stesso Dio” per ebrei, cristiani e musulmani.
Duole sinceramente vedere persone di tanta intelligenza e di tanta cultura cadere ingenuamente nella trappola ratzingeriana volendo per forza restare aggrappati a un “magistero” così largamente infettato di errore. Non si chiama questo “wishful thinking”, l’errore capitale, secondo Bossuet, di scambiare ciò che si vorrebbe per la realtà? E la prima regola per ogni cattolico non dovrebbe essere il realismo? Forse che ci si gode a denunciare le incoerenze del presunto successore di Pietro? Non lo ripetiamo sempre che ciò che diciamo lo diciamo con la morte nel cuore?
Non vale, domando a Vassallo, per la Prima Sede la regola che vale per ogni credente, quella per cui “chi nega un solo dogma di fede nega tutta la fede”?’ Non vale il divieto di “communicatio in sacris”? e dove la vede la “continuità” tra la Pascendi e la Dignitatis Humanae?
Altro che pessimismo e ottimismo, qui si tratta di logica e di coerenza: o si sta con la Chiesa di sempre o si sta con quella di Ratzinger (e prima di lui di Wojtyla, di Montini, di Roncalli).
Il guaio è che qui non sitratta di qualche fedele sprovveduto, immemore e incantato dai lustrini del finto conservatorismo (anche se le ragioni appaiono malinconicamente simili a quelle dei fedeli “saggi”, “moderati”, “equilibarti e via discorrendo): qui si tratta di intellettuali di primo piano e quindi credo, scusatemi, che questo sia un libro pericolosissimo.
Da leggere solo come quelli all’Indice: cioè se si è in grado di confutarlo.
Franco Damiani
P.s. e che c’entra poi Fini in copertina?
venerdì 29 gennaio 2010
Novità: ITINERARI DELLA DESTRA CATTOLICA
Un’impressionante sequela di abbagli e malintesi ha allontanato i cattolici dalla loro naturale posizione politica e la destra dalla sua naturale radice cattolica. Di conseguenza la recente storia italiana narra le disavventure di due partiti tormentati dall’aspirazione a diventare il proprio contrario: la DC di Jacques Maritain e il MSI di Julius Evola. Il cattolicesimo politico inteso alla paradossale imitazione dell’avversario laico e progressista e il movimento postfascista rovesciato nell’avversione alle proprie radici spirituali. Rosy Bindi e Gianfranco Fini sono i perfetti interpreti di due scelte antipatiche, che – alla fine – si ritrovano nella reciproca simpatia per l’assenza di un vero disegno politico.Nel presente saggio, Piero Vassallo tenta di risalire ai pensieri che hanno trascinato democristiani e postfascisti nella commedia degli scambi insensati. E nella ricerca fa intravedere i pregiudizi da abbattere per aprire la strada di una destra finalmente affrancata dall’incuboso desiderio di diventare altro.
Piero Vassallo
ITINERARI DELLA DESTRA CATTOLICA
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-84-3]
Pagg. 160 - € 12,00
sabato 16 gennaio 2010
Se la destra sbanda Bindi, Fini e gli altri... Dove sono i cattolici?
Un'impressionante sequenza di abbagli e malintesi convergenti ha allontanato i cattolici militanti nella Dc dalla loro naturale collocazione a destra e gli avventizi esponenti del partito postfascista dalla vocazione cattolica dichiarata dai fondatori. Di conseguenza la recente storia italiana contempla le disavventure e gli sbandamenti di due partiti posseduti e agitati dall'aspirazione a diventare il contrario del loro ideale: la Dc estenuata dalla suggestione progressista diffusa da Maritain e dai nuovi teologi e An inquinata dal neopaganesimo di Evola e dal laicismo dei neodestri. Ectoplasma dell'aperturismo democristiano, Rosy Bindi obbedisce ai funerei comandi della delusione comunista. Il partito di Gianfranco Fini, gettato al vento il meglio del proprio passato, intanto, rovescia la propria ragion d'essere nel salotto oligarchico e antitaliano. Antagonisti nella chiacchiera futile, la Bindi e Fini recitano due parti in una commedia che celebra il piacere dell'alienazione politica. Nella speculare simpatia per il rigetto dell'ideale, i due sono perfetti emblemi della modernità in cammino verso il nulla. Nel saggio pubblicato da Solfanelli, Vassallo, grazie a una seria riflessione sulle tesi di De Tejada, Sciacca, Del Noce e Innocenti, risale alle fonti dei pensieri incapacitanti che hanno trascinato post-democristiani e post-fascisti nel gorgo delle negazioni convergenti. E nella ricerca indica i pregiudizi filosofici da confutare se si vuole aprire la strada di una destra italiana affrancata dalla smania di diventare altro da sé. Piero Vassallo «Itinerari della destra cattolica», pag. 160, Solfanelli, Chieti 2010
venerdì 1 gennaio 2010
Acrobati della doppia identità
Una lunga striscia di malintesi, flessioni e oniriche fughe accompagna la storia della destra a doppia identità - et destra et sinistra.
Nella prima pagina della paradossale storia si vede l’inchino “teologico” davanti al mito del progresso inarrestabile, eseguito dal tradizionalista padre Felicité de Lamennais: “Non si è mai vista una società, in cui il movimento progressivo della civiltà spinge incessantemente in avanti, rimontare alle sue sorgenti. Bisogna adattarsi con essa a seguire il corso delle cose che l’avvolge irresistibilmente e sottomettersi di buon grado ad una necessità la quale, anche se fosse deplorevole in sé, non sarebbe per questo meno invincibile. Ma per quel che s’è ora detto, né l’umanità in generale, né il cattolicesimo in particolare devono allarmarsi per questa grande trasformazione sociale, c’è piuttosto da riconoscere l’azione paterna continua di Dio sul genere umano”.
Sull’inginocchiatoio si vede anche Alexis de Tocqueville, rappresentante di una destra innamorata degli uomini di sinistra: “Al fondo delle istituzioni democratiche vi è una tendenza nascosta che fa sovente concorrere gli uomini alla prosperità generale, malgrado i loro vizi o i loro errori, mentre nelle istituzioni aristocratiche si scopre talvolta una segreta tendenza, che, a dispetto dei talenti e delle virtù, li trascina a contribuire alle miserie dei loro simili. E così può capitare che, nei governi aristocratici, gli uomini pubblici facciano il male senza volerlo e che nelle democrazie producano il bene senza saperlo”.
Dall’elenco flessuoso non si può escludere il fondatore del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, uomo peraltro colto e integerrimo.
Sturzo, pur essendo capo di un movimento che intendeva ottenere il consenso del popolo tradizionalista, riteneva impossibile attuare una politica coerente con i princìpi della tradizione senza il decisivo contributo dei socialisti, che militavano nel campo dell’anti-tradizione.
Coerente con il pregiudizio a favore dei socialisti, don Sturzo, durante il congresso del Partito Popolare, che si tenne a Bologna nel giugno del 1919, prima fece bocciare la mozione di Olgiati e Gemelli, mozione che sollecitava il partito ad abbandonare l’impostazione aconfessionale e a farsi carico dei problemi della Santa Sede (ossia a promuovere un concordato tra Chiesa e Stato) poi espulse dal partito tutti i militanti della corrente di destra, che puntualmente si rivolsero al partito di Mussolini (al riguardo cfr.: Gerlando Lentini, “Il partito popolare italiano 1919-1926”).
Il risultato ottenuto da Sturzo nell’intento di catturare l’amicizia dei socialisti fu catastrofico: una tagliente nota, pubblicata nell’ufficioso ma allora autorevole Osservatore romano, invitava gli osservatori e i commentatori dei fatti della politica a non confondere la tattica del Partito Popolare con i cattolici d’Italia.
Di qui l’inizio del crollo dei popolari e il conseguente successo di Mussolini, che invece dichiarava l’intenzione di promuovere la pace tra Cattolicesimo e Italia.
La gratuita ammirazione per le sinistre non portò fortuna neanche ai democristiani, che furono trascinati dai socialisti in un’avventura politica, che produsse riforme dissennate e stati d’animo alterati, prima di trascinare gli “aperturisti” democristiani nella macchina tritacarne costruita dalla magistratura di sinistra.
Purtroppo il fallimento dei cattolici sinistrorsi non fu previsto da Rauti, il quale, obbedendo alla cultura relativista insegnata da Armandino Plebe e dai suoi caudatari francesi e italiani, commise lo stesso errore che fece fallire popolari e democristiani. Rauti, infatti, inventò una destra di sinistra, che, con lui, avanzò fino alla soglia dell’estinzione.
Quello che sorprende è la scelta del successore di Rauti, Gianfranco Fini, il quale, radunati i rautiani d’ultima e ignara generazione nel pensatoio intitolato “Fare futuro”, sta percorrendo la strada rovinosa che portò il rautismo ad affondare nelle acque del Titanic, al suono degli inni trionfali eseguiti dall’orchestrina neodestra.
Chi ascolta le sconcertanti serenate che Fini canta a squarciagola sotto i balconi del Quirinale (con l’evidente intenzione di alimentare le speranze di una sinistra sgangherata e perdente) non può non concludere che se Fini avesse una cultura sarebbe un piccolo Rauti.
Attendibili sondaggi, infatti, dicono che un eventuale partito di Fini non otterrebbe più del 4% dei voti.
Coraggio, onorevole presidente della camera, ancora un passo a sinistra ed avrà raggiunto la fatidica quota Rauti.
Piero Vassallo
http://artrc.blogspot.com/2009/12/figure-della-destra-suicida.html
Nella prima pagina della paradossale storia si vede l’inchino “teologico” davanti al mito del progresso inarrestabile, eseguito dal tradizionalista padre Felicité de Lamennais: “Non si è mai vista una società, in cui il movimento progressivo della civiltà spinge incessantemente in avanti, rimontare alle sue sorgenti. Bisogna adattarsi con essa a seguire il corso delle cose che l’avvolge irresistibilmente e sottomettersi di buon grado ad una necessità la quale, anche se fosse deplorevole in sé, non sarebbe per questo meno invincibile. Ma per quel che s’è ora detto, né l’umanità in generale, né il cattolicesimo in particolare devono allarmarsi per questa grande trasformazione sociale, c’è piuttosto da riconoscere l’azione paterna continua di Dio sul genere umano”.
Sull’inginocchiatoio si vede anche Alexis de Tocqueville, rappresentante di una destra innamorata degli uomini di sinistra: “Al fondo delle istituzioni democratiche vi è una tendenza nascosta che fa sovente concorrere gli uomini alla prosperità generale, malgrado i loro vizi o i loro errori, mentre nelle istituzioni aristocratiche si scopre talvolta una segreta tendenza, che, a dispetto dei talenti e delle virtù, li trascina a contribuire alle miserie dei loro simili. E così può capitare che, nei governi aristocratici, gli uomini pubblici facciano il male senza volerlo e che nelle democrazie producano il bene senza saperlo”.
Dall’elenco flessuoso non si può escludere il fondatore del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, uomo peraltro colto e integerrimo.
Sturzo, pur essendo capo di un movimento che intendeva ottenere il consenso del popolo tradizionalista, riteneva impossibile attuare una politica coerente con i princìpi della tradizione senza il decisivo contributo dei socialisti, che militavano nel campo dell’anti-tradizione.
Coerente con il pregiudizio a favore dei socialisti, don Sturzo, durante il congresso del Partito Popolare, che si tenne a Bologna nel giugno del 1919, prima fece bocciare la mozione di Olgiati e Gemelli, mozione che sollecitava il partito ad abbandonare l’impostazione aconfessionale e a farsi carico dei problemi della Santa Sede (ossia a promuovere un concordato tra Chiesa e Stato) poi espulse dal partito tutti i militanti della corrente di destra, che puntualmente si rivolsero al partito di Mussolini (al riguardo cfr.: Gerlando Lentini, “Il partito popolare italiano 1919-1926”).
Il risultato ottenuto da Sturzo nell’intento di catturare l’amicizia dei socialisti fu catastrofico: una tagliente nota, pubblicata nell’ufficioso ma allora autorevole Osservatore romano, invitava gli osservatori e i commentatori dei fatti della politica a non confondere la tattica del Partito Popolare con i cattolici d’Italia.
Di qui l’inizio del crollo dei popolari e il conseguente successo di Mussolini, che invece dichiarava l’intenzione di promuovere la pace tra Cattolicesimo e Italia.
La gratuita ammirazione per le sinistre non portò fortuna neanche ai democristiani, che furono trascinati dai socialisti in un’avventura politica, che produsse riforme dissennate e stati d’animo alterati, prima di trascinare gli “aperturisti” democristiani nella macchina tritacarne costruita dalla magistratura di sinistra.
Purtroppo il fallimento dei cattolici sinistrorsi non fu previsto da Rauti, il quale, obbedendo alla cultura relativista insegnata da Armandino Plebe e dai suoi caudatari francesi e italiani, commise lo stesso errore che fece fallire popolari e democristiani. Rauti, infatti, inventò una destra di sinistra, che, con lui, avanzò fino alla soglia dell’estinzione.
Quello che sorprende è la scelta del successore di Rauti, Gianfranco Fini, il quale, radunati i rautiani d’ultima e ignara generazione nel pensatoio intitolato “Fare futuro”, sta percorrendo la strada rovinosa che portò il rautismo ad affondare nelle acque del Titanic, al suono degli inni trionfali eseguiti dall’orchestrina neodestra.
Chi ascolta le sconcertanti serenate che Fini canta a squarciagola sotto i balconi del Quirinale (con l’evidente intenzione di alimentare le speranze di una sinistra sgangherata e perdente) non può non concludere che se Fini avesse una cultura sarebbe un piccolo Rauti.
Attendibili sondaggi, infatti, dicono che un eventuale partito di Fini non otterrebbe più del 4% dei voti.
Coraggio, onorevole presidente della camera, ancora un passo a sinistra ed avrà raggiunto la fatidica quota Rauti.
Piero Vassallo
http://artrc.blogspot.com/2009/12/figure-della-destra-suicida.html
giovedì 31 dicembre 2009
Figure della destra suicida
Una lunga striscia di malintesi, flessioni e oniriche fughe accompagna la storia della destra a doppia identità - et destra et sinistra.Nella prima pagina della paradossale storia si vede l’inchino “teologico” davanti al mito del progresso inarrestabile, eseguito dal tradizionalista padre Felicité de Lamennais: “Non si è mai vista una società, in cui il movimento progressivo della civiltà spinge incessantemente in avanti, rimontare alle sue sorgenti. Bisogna adattarsi con essa a seguire il corso delle cose che l’avvolge irresistibilmente e sottomettersi di buon grado ad una necessità la quale, anche se fosse deplorevole in sé, non sarebbe per questo meno invincibile. Ma per quel che s’è ora detto, né l’umanità in generale, né il cattolicesimo in particolare devono allarmarsi per questa grande trasformazione sociale, c’è piuttosto da riconoscere l’azione paterna continua di Dio sul genere umano”.
Sull’inginocchiatoio si vede anche Alexis de Tocqueville, rappresentante di una destra innamorata degli uomini di sinistra: “Al fondo delle istituzioni democratiche vi è una tendenza nascosta che fa sovente concorrere gli uomini alla prosperità generale, malgrado i loro vizi o i loro errori, mentre nelle istituzioni aristocratiche si scopre talvolta una segreta tendenza, che, a dispetto dei talenti e delle virtù, li trascina a contribuire alle miserie dei loro simili. E così può capitare che, nei governi aristocratici, gli uomini pubblici facciano il male senza volerlo e che nelle democrazie producano il bene senza saperlo”.
Dall’elenco flessuoso non si può escludere il fondatore del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, uomo peraltro colto e integerrimo.
Sturzo, pur essendo capo di un movimento che intendeva ottenere il consenso del popolo tradizionalista, riteneva impossibile attuare una politica coerente con i princìpi della tradizione senza il decisivo contributo dei socialisti, che militavano nel campo dell’anti-tradizione.
Coerente con il pregiudizio a favore dei socialisti, don Sturzo, durante il congresso del Partito Popolare, che si tenne a Bologna nel giugno del 1919, prima fece bocciare la mozione di Olgiati e Gemelli, mozione che sollecitava il partito ad abbandonare l’impostazione aconfessionale e a farsi carico dei problemi della Santa Sede (ossia a promuovere un concordato tra Chiesa e Stato) poi espulse dal partito tutti i militanti della corrente di destra, che puntualmente si rivolsero al partito di Mussolini (al riguardo cfr.: Gerlando Lentini, “Il partito popolare italiano 1919 - 1926”).
Il risultato ottenuto da Sturzo nell’intento di catturare l’amicizia dei socialisti fu catastrofico: una tagliente nota, pubblicata nell’ufficioso ma allora autorevole Osservatore romano, invitava gli osservatori e i commentatori dei fatti della politica a non confondere la tattica del Partito Popolare con i cattolici d’Italia.
Di qui l’inizio del crollo dei popolari e il conseguente successo di Mussolini, che invece dichiarava l’intenzione di promuovere la pace tra Cattolicesimo e Italia.
La gratuita ammirazione per le sinistre non portò fortuna neanche ai democristiani, che furono trascinati dai socialisti in un’avventura politica, che produsse riforme dissennate e stati d’animo alterati, prima di trascinare gli “aperturisti” democristiani nella macchina tritacarne costruita dalla magistratura di sinistra.
Purtroppo il fallimento dei cattolici sinistrorsi non fu previsto da Rauti, il quale, obbedendo alla cultura relativista insegnata da Armandino Plebe e dai suoi caudatari francesi e italiani, commise lo stesso errore che fece fallire popolari e democristiani. Rauti, infatti, inventò una destra di sinistra, che, con lui, avanzò fino alla soglia dell’estinzione.
Quello che sorprende è la scelta del successore di Rauti, Gianfranco Fini, il quale, radunati i rautiani d’ultima e ignara generazione nel pensatoio intitolato “Fare futuro”, sta percorrendo la strada rovinosa che portò il rautismo ad affondare nelle acque del Titanic, al suono degli inni trionfali eseguiti dall’orchestrina neodestra.
Chi ascolta le sconcertanti serenate che Fini canta a squarciagola sotto i balconi del Quirinale (con l’evidente intenzione di alimentare le speranze di una sinistra sgangherata e perdente) non può non concludere che se Fini avesse una cultura sarebbe un piccolo Rauti.
Attendibili sondaggi, infatti, dicono che un eventuale partito di Fini non otterrebbe più del 4% dei voti.
Coraggio, onorevole presidente della camera, ancora un passo a sinistra ed avrà raggiunto la fatidica quota Rauti.
Piero Vassallo
mercoledì 16 dicembre 2009
Fini interprete di Pirandello
Non si può penetrare nel Fini – pensiero (ammesso che un pensiero ci sia) senza il preventivo esame del ruggente pirandellismo calato nella biografia di Giorgio Almirante, che di Fini fu inventore, maestro e guida.
Prima di Fini, Almirante ha sofferto la struggente gelosia, rivivendo il dramma ghibellino del pirandelliano Enrico IV.
Due decenni della storia almirantiana, infatti, furono tormentati dall’invidia contro il cattolico Arturo Michelini, suo vincente rivale nel Msi e ovvia personificazione del Gregorio VII di pirandelliana e guelfa memoria.
Almirante, cui lo specchio ripeteva “Sei bello, colto, intelligente, fascinoso, mentre Michelini è brutto, incolto, opaco e sciocco”, soffriva a causa del successo che arrideva al rivale. Di qui un’opposizione livida, ringhiosa, viscerale, implacabile. Ma sempre perdente.
Alla fine Michelini morì di morte naturale e Almirante ottenne (proprio da Michelini!) l’agognata segreteria del Msi.
Salito al potere nel 1968, Almirante capovolse la politica del detestato predecessore inventando due personaggi idonei a rappresentare l’antitesi perfetta della politica di Michelini: Armando Plebe e Gianfranco Fini.
Reclutato nel salotto di un editore chic, Plebe personificò il nulla parlante al vuoto, ovvero la rumorosa antitesi della filosofia professata dai collaboratori di Michelini, Ernesto De Marzio, Nino Tripodi, Pino Romualdi, Giano Accame e Fausto Gianfranceschi.
In esecuzione del piano almirantiano, Plebe liquidò l’ingente e nobile eredità della cultura della destra cattolica. Ignorò o censurò i contributi di Niccolò Giani, Guido Pallotta, Francesco Orestano, Balbino Giuliano, Giorgio Del Vecchio, Carlo Costamagna, Guido Manacorda, Armando Carlini, Attilio Mordini, Vanni Teodorani. Disprezzò gli illustri studiosi che collaboravano con Giovanni Volpe, Ettore Paratore, Augusto Del Noce, Marino Gentile, Ennio Innocenti, Francisco Elias de Tejada, Francesco Grisi ecc. Avversò e isolò i giovani intellettuali cresciuti nelle scuola di formazione fondate da De Marzio: Fausto Gianfranceschi, Primo Siena, Gianfranco Legitimo, Fausto Belfiori, Silvio Vitale, Gianni Allegra, Giuseppe Tricoli, Paolo Caucci ecc. Importò la neodestra francese, preparando il terreno agli intellettuali che oggi costituiscono la corte s-pensante di Fini.
Plebe traghettò la destra sulle sponde del nulla laicista e ghibellino. Almirante inventò e impose alla riluttante base giovanile il suo delfino. Fece avanzare sulla passerella dell’anti-tradizione il qualunquismo mentale di un giovane alto, belloccio, altero e vuoto come il Plebe – pensiero: Gianfranco Fini.
Fini rappresenta la vendetta ghibellina e pirandelliana di Almirante: una pugnalata alla memoria di Michelini - Gregorio VII.
La fortuna di Gianfranco Fini comincia dalla scelta pirandelliana di Almirante e continua con la raccolta dei biglietti della lotteria, seminati dall’autolesionista Martinazzoli e dal (troppo) generoso Berlusconi.
Dove arriverà Fini nessuno può dirlo, neppure lui. Il suo futuro sta in mezzo alle righe dei possibili finali di un Enrico IV classico e/o rivisitato.
Finale pirandelliano:. Enrico IV (alias Fini) abbatte Gregorio VII (Berlusconi): cala la scena, la reggia si trasforma in luogo d’isolamento e di strombatura. L’imperatore immaginario (Fini-Enrico IV) rimane per sempre prigioniero del gesto insensato.
Finale secondo Casini & Rutelli. Enrico IV (Fini) raccoglie la banda degli invidiosi, degli incompiuti e degli improvvisati e scende in campo contro Berlusconi. Finale improbabile, perché Fini ha lingua per parlare ma non carattere per lottare. Sopra tutto non ha un esercito al seguito. Con Bocchino e la Meloni non si va da nessuna parte.
Conclusione probabile dello psicodramma: Fini si rende conto di battere una strada senza sbocchi: accompagnato dalla principessa Matilde (la Prestigiacomo sarebbe un’attrice ideale per tale parte in commedia) si reca a Canossa e, inginocchioni davanti a Gregorio VII – Berlusconi implora e ottiene il perdono.
Cala la tela e il duo Casini – Rutelli … Ma questa sarebbe un’altra commedia pirandelliana: i nani e i pifferi della montagna.
Piero Vassallo
http://artrc.blogspot.com/2009/12/fini-interprete-di-pirandello.html
Prima di Fini, Almirante ha sofferto la struggente gelosia, rivivendo il dramma ghibellino del pirandelliano Enrico IV.
Due decenni della storia almirantiana, infatti, furono tormentati dall’invidia contro il cattolico Arturo Michelini, suo vincente rivale nel Msi e ovvia personificazione del Gregorio VII di pirandelliana e guelfa memoria.
Almirante, cui lo specchio ripeteva “Sei bello, colto, intelligente, fascinoso, mentre Michelini è brutto, incolto, opaco e sciocco”, soffriva a causa del successo che arrideva al rivale. Di qui un’opposizione livida, ringhiosa, viscerale, implacabile. Ma sempre perdente.
Alla fine Michelini morì di morte naturale e Almirante ottenne (proprio da Michelini!) l’agognata segreteria del Msi.
Salito al potere nel 1968, Almirante capovolse la politica del detestato predecessore inventando due personaggi idonei a rappresentare l’antitesi perfetta della politica di Michelini: Armando Plebe e Gianfranco Fini.
Reclutato nel salotto di un editore chic, Plebe personificò il nulla parlante al vuoto, ovvero la rumorosa antitesi della filosofia professata dai collaboratori di Michelini, Ernesto De Marzio, Nino Tripodi, Pino Romualdi, Giano Accame e Fausto Gianfranceschi.
In esecuzione del piano almirantiano, Plebe liquidò l’ingente e nobile eredità della cultura della destra cattolica. Ignorò o censurò i contributi di Niccolò Giani, Guido Pallotta, Francesco Orestano, Balbino Giuliano, Giorgio Del Vecchio, Carlo Costamagna, Guido Manacorda, Armando Carlini, Attilio Mordini, Vanni Teodorani. Disprezzò gli illustri studiosi che collaboravano con Giovanni Volpe, Ettore Paratore, Augusto Del Noce, Marino Gentile, Ennio Innocenti, Francisco Elias de Tejada, Francesco Grisi ecc. Avversò e isolò i giovani intellettuali cresciuti nelle scuola di formazione fondate da De Marzio: Fausto Gianfranceschi, Primo Siena, Gianfranco Legitimo, Fausto Belfiori, Silvio Vitale, Gianni Allegra, Giuseppe Tricoli, Paolo Caucci ecc. Importò la neodestra francese, preparando il terreno agli intellettuali che oggi costituiscono la corte s-pensante di Fini.
Plebe traghettò la destra sulle sponde del nulla laicista e ghibellino. Almirante inventò e impose alla riluttante base giovanile il suo delfino. Fece avanzare sulla passerella dell’anti-tradizione il qualunquismo mentale di un giovane alto, belloccio, altero e vuoto come il Plebe – pensiero: Gianfranco Fini.
Fini rappresenta la vendetta ghibellina e pirandelliana di Almirante: una pugnalata alla memoria di Michelini - Gregorio VII.
La fortuna di Gianfranco Fini comincia dalla scelta pirandelliana di Almirante e continua con la raccolta dei biglietti della lotteria, seminati dall’autolesionista Martinazzoli e dal (troppo) generoso Berlusconi.
Dove arriverà Fini nessuno può dirlo, neppure lui. Il suo futuro sta in mezzo alle righe dei possibili finali di un Enrico IV classico e/o rivisitato.
Finale pirandelliano:. Enrico IV (alias Fini) abbatte Gregorio VII (Berlusconi): cala la scena, la reggia si trasforma in luogo d’isolamento e di strombatura. L’imperatore immaginario (Fini-Enrico IV) rimane per sempre prigioniero del gesto insensato.
Finale secondo Casini & Rutelli. Enrico IV (Fini) raccoglie la banda degli invidiosi, degli incompiuti e degli improvvisati e scende in campo contro Berlusconi. Finale improbabile, perché Fini ha lingua per parlare ma non carattere per lottare. Sopra tutto non ha un esercito al seguito. Con Bocchino e la Meloni non si va da nessuna parte.
Conclusione probabile dello psicodramma: Fini si rende conto di battere una strada senza sbocchi: accompagnato dalla principessa Matilde (la Prestigiacomo sarebbe un’attrice ideale per tale parte in commedia) si reca a Canossa e, inginocchioni davanti a Gregorio VII – Berlusconi implora e ottiene il perdono.
Cala la tela e il duo Casini – Rutelli … Ma questa sarebbe un’altra commedia pirandelliana: i nani e i pifferi della montagna.
Piero Vassallo
http://artrc.blogspot.com/2009/12/fini-interprete-di-pirandello.html
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