martedì 23 giugno 2015

Clericalismo estremo, sedevacantismo e anti-Italia

 Confessiamo la nostra appartenenza alla Chiesa cattolica quando recitiamo il Credo niceno, un atto di fede che non è alterato né dai rumorosi documenti del Concilio ecumenico Vaticano II né dagli improvvisati/spericolati e talora grotteschi discorsi dell'autorità ecclesiastica.
 Il fastidioso rumore prodotto dai nuovi teologi, vanamente applauditi (da Scalfari, da Pannella e dalla Bonino e dal popolo della loro risma), urta contro la fortezza delle verità dichiarate dal Credo. Non si vuole qui sottovalutare la bruttezza delle improvvisazioni di liturgisti ispirati dal cabaret né misconoscere la desolata, raggelante fatuità dei predicatori orizzontali, che fanno girare intorno ai novissimi (morte, giudizio, inferno, paradiso) il timore di scandalizzare i fedeli (nei quali sembra che essi vedano soltanto i piatti aspiranti a un mondo migliore, cioè politicamente/orizzontalmente corretto).
 Non si può dunque negare l'esistenza di cattive intenzione in corsa ridicola nella mente e nella parola di preti e vescovi rapiti dalla urgente convinzione di appartenere a una Chiesa rifondata e finalmente cristianizzata dal rivoluzionario Concilio di Giovanni XXIII e dei teologi renani.
 Se non che le fantasie del clero futurista vanno a sbattere contro il muro del Credo, atto di fede che i modernizzatori non osano abolire.
 Il Credo disperde il fumo in uscita dalle chiacchiere ronzanti sui pulpiti del novismo/buonismo. La vera e invincibile fede sta al di sopra del vuoto conformismo del clero. L'impazienza vandalica dei novatori, infatti, è trattenuta dalla paura di azzerare la già esile presenza dei fedeli.  
 Di qui i dubbi sul sedevacantismo, una drastica spiegazione degli orrori clericali che rischia di deragliare trasformandosi in teoria sulla vacanza dello Spirito Santo.
 Sia chiaro: lo Spirito Santo non produce il delirio di certo clero e di certa gerarchia e tuttavia è lecito credere che spinga nello sterile vuoto le loro improvvisate, conformistiche esternazioni.
 I seguaci del Vaticano II chiacchierano, la verità cattolica rimane imperterrita. La ragione cattolica impedisce il trapasso del fastidio causato dalla vana teologia modernizzante nella convinzione intorno alla sede vacante (convinzione che può rovesciarsi nella devastante paura intorno alla vacanza dello Spirito Santo).

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 Curiosamente la teologia sedevacantista si rovescia e si capovolge in uno storicismo clericalista, che drasticamente riconosce i sacri diritti del papato in situazioni storiche nelle quali la verità e la giustizia non coincidevano con la politica vaticana.  Un giovane studioso mi scrive al proposito: "secondo voi era legittimo il modo di agire del Papato, che si è inventato la donazione di Costantino per giustificare la sua politica in espansione al di fuori del Patrimonio di San Pietro?"
 La lettera del giovane amico costringe a riflettere sulle conseguenze della pretesa vaticana, non sostenuta da adeguate forze militari e perciò costretta a molestare di continue richieste re e imperatori, per ottenere territori che gli sarebbero appartenuti perché donati da Costantino.  
 Ora non è chi non veda che le infondate pretese territoriali della Santa sede abbiano attirato in Italia gli appetiti di quelle potenze straniere che produssero la frammentazione plurisecolare della nostra Patria.
 Di qui l'inconsistenza del vaticanismo, sogno antistorico che, trasportato nella presente situazione politica, diventerebbe desiderio di smembrare l'unità nazionale con il risultato di offrire opportunità a una temibile egemonia straniera (francese e tedesca).

 Il legittimo esercizio della critica storica intorno al risorgimento dovrebbe pertanto rimanere nell'ambito di un serio e non anacronistico dibattito sulla storia e arrestarsi davanti al rischio rappresentato dall'attuazione di un'utopia disunitaria che costituirebbe un beneficio incautamente donato ai nostri ingordi amici europei.

Piero Vassallo

lunedì 22 giugno 2015

UNO CHE AVEVA VISTO GIUSTO (di Piero Nicola)

Chi non avesse vissuto l'immediato dopoguerra penetrandone anche gli aspetti meno visibili o, per motivi anagrafici ed altri, fosse piuttosto all'oscuro dei fatti e delle condizioni di quel momento storico,  può farsene un'idea compiuta leggendo il romanzo Purgatorio (L'Arnia, Roma, 1949) di Concetto Pettinato (Catania 1886 - Este 1975).
  Giornalista, saggista e narratore, egli fu di certo un uomo di parte. Dopo l'8 settembre aderì alla RSI e ebbe la nomina a direttore de La Stampa di Torino. Nel giugno del  '44 scisse l'articolo di fondo Se ci sei, batti un colpo, rivolto a Mussolini per la condizione critica dello Stato del Nord in guerra contro gli Alleati. Nel febbraio del '45 tornò alla carica scrivendo L'assente, ovvero l'Italia in quella tempesta. Venne destituito dall'incarico e deferito alla commissione di disciplina del partito. Cessate le ostilità, andò sotto processo. Condannato a 14 anni di reclusione, beneficiò dell'amnistia del 1946. Iscrittosi al MSI nel 1947, ne uscì nel 1952, accusando il partito di conservatorismo e filoatlantismo. Diede vita a un movimento che non ebbe successo e che si ispirava alla Carta programmatica di Verona.
  Volenti o nolenti tutti, specie gli intellettuali, avevano un passato di appartenenza politica, nessuno era scevro di passioni civili, e pochi lo sono stati finora, almeno privatamente. Ciò non toglie in qualcuno la passione per il giudizio equanime e per lo sforzo di rendere il giusto.
  In tale impresa, il Nostro diede prova di coraggio, anzitutto morale. Coloro i quali disprezzano la coerenza che ne può sortire o, in generale, la costanza nelle idee, giustificando il cambio di casacca, farebbero bene a considerare se le mutate opinioni comportino un vantaggio, un profitto che getta su di esse un'ombra greve, tanto più allorché esse si confanno a idee e costumi irrimediabilmente guasti. Intellettuali, artefici della penna, del pennello e dello scalpello, se fossero stati uomini, avrebbero scartato il conformismo democratico, preferito cambiar mestiere, piuttosto che accettare il sospetto del vile rinnegamento o il sospetto d'essere stati insinceri e adulatori, piuttosto che voler celare la trascorsa carriera o giustificarsi con una conversione che non aveva niente di onorevole.
  Concetto Pettinato fu uomo di cultura e di esperienze maturate nel suo lavoro giornalistico svolto all'estero, messe a frutto con la padronanza dell'arte narrativa, in cui ebbe ad eccellere. La lettura del suo lavoro è sempre un godimento del primo strato. Andando a fondo nel seguito delle scene e dei significati, la giustezza è confermata dallo svolgimento della nostra storia fino ad ora.
  Naturalmente, non si riscontra una perfezione, che non è mai da pretendersi. L'intento di rappresentare un'intera società e di farne scaturire le verità da dibattiti del senso popolare o dell'intelligenza colta in varie gradazioni,  talvolta diminuisce la forma, ed anche il parametro della religione non è ben messo a fuoco. Però il documento resta un pietra miliare nel corso dell'illuminazione sulla nostra Storia patria.
   I filoni, giustamente intrecciati, sono quattro. Quello dei giovani popolani o studenti: una generazione già onestamente rappresentata, anche da antifascisti quali Pietro Germi (Gioventù perduta, 1947), arida ed agnostica, neppure disillusa, infognata nel materialismo, nella dissacrazione e nella sensualità. Il filone dei reduci fedeli alla loro militanza, cui si annette un giornalista che passò al Nord dopo l'abbandono di Roma alle truppe alleate. Quello di genitori borghesi legati al trascorso regime. Quello degli ufficiali della commissione interalleata: conquistatori sprezzanti e comunque abbassati, essendo asserviti agli spregiudicati fini economici delle potenze anglosassoni. A tutto questo si affiancano gli intermezzi occasionali che descrivono il parlamento scena di gazzarre e commedie, l'azione di un governo servile e minato dai dissidi, la politica dei partiti (seguita dalla gente per divertimento, interesse e passione, come una partita di calcio), le carceri, i processi irregolari e le condanne a morte, le maggiori città (Roma cinica, Milano incarognita, Napoli filosofa indecente), alcune alte sfere della Chiesa, la stampa non libera, le dame aristocratiche prostituite ai vincitori, gli aiuti del Piano Marshall (che mirano a rendere passiva l'Europa, a colonizzarla, anche sguarnendola delle barriere doganali), gli scioperi, l'eccesso di operai nelle fabbriche, che pesano sul bilancio statale, i manufatti con prezzi troppo elevati sul libero mercato, l'inflazione, il salotto mondano e il ceto degli artisti, l'umiliante e mutilante trattato di pace, il triste spettacolo dei camaleonti, di quelli che vantano il proprio tradimento, l'America che ha accondisceso al dimezzamento dell'Europa e chiude le porte agli emigranti, eccetera.
  Insieme a tanti segni di un fosco avvenire più o meno lontano, anche la previsione d'un'Italia senza voce in capitolo e campo di battaglia tra i contendenti, è tornata di attualità con la rinnovata minaccia di conflitto tra le potenze dall'Est e dell'Ovest.
  Giacomino, figlio di un ex federale, studente di liceo, ha un amico proletario, Bruno, orfano d'un caduto in Libia, considerato alla stregua d'una semplice vittima. Bruno vende sigarette di contrabbando con la sua fidanzatina e imbastisce altri commerci. Giacomino prende lezioni da Fausto Martelli, un professore epurato, combattente a cominciare dalle campagne di Abissinia e di Spagna sino alla guerra perduta, decorato e fedele - dopo anni di persecutoria prigionia - agli ideali tramontati. Dora, la sua avvenente e ribelle sorella, è ora l'amante di un capitano statunitense della commissione alleata. Più corrivo che disonesto, egli si presta a varie illegalità, tra le quali l'espatrio clandestino di opere d'arte.  
   Alcuni potenti uomini d'affari provenienti dall'al di là della grande acqua, spingono per realizzare una speculazione azionaria che darà loro il controllo d'un complesso industriale nel milanese. Ma gli inglesi, in concorrenza con i cugini a stelle e strisce, ostacolano l'affare, sebbene il governo italiano sia supino di fronte alle mire dei capitalisti stranieri e gli scioperi favoriscano la discesa delle azioni.
  Alberto, l'autista comunista del capitano e suo manutengolo nelle faccende di alcova, procura la sottrazione di un documento compromettente. Ma l'agente che ha fatto il colpo, anziché essere al servizio di Mosca, ha servito gli inglesi. La notizia scabrosa è trapelata. La manovra finanziaria subisce un rinvio. Murray sarà deferito alla commissione di disciplina. Dora, innamorata dell'ufficiale, che le ha fatto sperare il matrimonio, spasima a Napoli, in attesa del passaporto e di imbarcarsi con l'amato. Il suo naufragio è completo: nessun visto e la scoperta d'una missiva che rivela come l'ufficiale abbia una moglie. Non le restano che un pacco di amlire e un vano dolore.
  Dallari, il giornalista amico di Martelli, ha aperto con lui e altri reduci un'agenzia di pubblicità dagli inizi incerti.
  L'allievo Giacomino, che possiede un discreto talento di disegnatore, vorrebbe lasciare gli studi, così come si allontana dall'insulsa e indegna compagnia di coetanei borghesi, le cui ragazze assumono atteggiamenti svergognati. Egli non ha più niente da spartire col mondo dei genitori, non lesina l'impietoso giudizio sulla loro stessa mancanza di convinzione, non accetta il paterno ammonimento circa l'oscurità in cui si sta inoltrando. Le sorelle più piccole di lui probabilmente si affrancheranno allo stesso modo.
  Quasi per paradosso, si presentano al direttore dell'agenzia  i capitalisti americani, offendo un contratto di pubblicità-propaganda dei benefici offerti dagli Stati Uniti. Essi, che si fidano soltanto di un'organizzazione di ex fascisti, hanno rinunciato al progetto di mettere le mani sull'industria padana: eliminando in tal modo la concorrenza, estenuerebbero il compratore dei loro prodotti. Il disegno è quello di controllare il mercato europeo in modo da renderlo proficuo per le esportazioni USA, assicurandone la prosperità.
  Dallari controbatte duramente soprattutto l'ideologia liberista ed egemonica adombrata dal piano esposto. Ma gli corre l'obbligo di sottoporre l'offerta ai soci, prima di rifiutarla. Essi adducono le ragioni per non gettar via tanta fortuna. Dallari rimette a Martelli la sottoscrizione dell'accordo con i committenti. Il professore crede che soltanto l'America possa soddisfare il bisogno di lavoro, e non sente che quel paese ha adottato iniquità, ospita sfruttamento e miseria: un paese da non prendere ad esempio. Egli persuade il resistente a soprassedere ad una decisione definitiva, prendendosi una vacanza. Si rechi a Napoli da sua sorella a prestarle il sostegno di cui ella abbisogna, la persuada a tornare in famiglia.
  Tra l'uomo di mezza età che era stato Pio Dallari nel 1943 e la diciottenne Dora era nato un amore puro, poetico. La loro separazione, dovuta agli eventi bellici, avvenne con una promessa delusa dalla ragazza, che Pio non ardì portare con sé al Nord e che continua ad amare. Ella giaceva gravemente inferma in un alberghetto della Napoli miserabile, e si è rivota al vecchio innamorato per averne il soccorso. Egli l'ha assistita nella sua semi incoscienza. Richiamato a Roma dai suoi doveri, ha lasciato la ragazza alle cure di un buon maestro di musica alloggiato nella stessa locanda. Ripresasi alquanto, ella trascorre la convalescenza trasognata, volta a indebolire il suo sentimento per il fedifrago capitano. Prende lezioni di canto dal musicista Sacchini, che ha mantenuto i contatti con impresari e personale d'un teatro di second'ordine. Frequenta le chiese e si unisce alla recita delle litanie, alle preghiere per le anime del purgatorio, in un tempo in cui il purgatorio è già presente per molti. Le pare che l'attuale supplizio dei peccatori sia eccessivo. Pio vi aveva visto un'espiazione del tradimento della Patria. Egli le ha scritto e forse intende sposarla, ma ella non è pronta a compiere il passo. D'altra parte, l'attira l'indipendenza pratica e morale. Pur dubitando della giustizia divina, vorrebbe credere ai miracoli che si manifestano un po' dovunque nella Penisola.
  A Napoli, Pio la trova che si esibisce, applaudita, in una delle solite riviste scollacciate. Il vecchio Sacchini, che ve lo ha accompagnato, gli dice che un ricco milanese la corteggia, non corrisposto. Al termine dello spettacolo, a cena, Dora manifesta affetto e contentezza. Ritiene d'avere una carriera davanti a sé. Quando lui afferma di volerla sposare e ricondurre a Roma, si rifugia nel riso, rivelandogli di saper tutto del grosso affare combinato dall'agenzia. Suo fratello l'ha informata, le ha scritto di convincere l'amico a non ritirarsi. Al contrario, lei farà il possibile perché egli non accetti di farsi uno strumento degli americani. Rifiuterebbe che si sacrifichi così a pro del loro matrimonio.
  Usciti nella notte, Dora si offre di trascorrerla con lui. Quel coronamento dell'amore fa presentire all'uomo un principio di contaminazione. "No, Dora, non così. Non sciupiamo ogni cosa" egli resiste. "Dopo tanti bei sogni..." soggiunge.
  "Eh! i sogni. Poeta! La vita è quella che è. E viverla non vuol dire sciuparla".
  Il poeta, più saggio di un poeta, viene sopraffatto dalla commozione e finisce come ormai vuole il secolo.
  Non avrà l'animo di recriminare sui giorni vissuti insieme, dopo che la giovane sarà partita con la compagnia per un giro nelle città. La sua promessa di raggiungerlo a Roma non è scaduta, eppure è come se lo fosse. La storia rimane senza seguito, come le altre storie dei personaggi principali. Tuttavia non può ritenersi questo il difetto d'un canone narrativo.
  Date le premesse, il futuro appare segnato per tutti. Pur avendo rinunciato ad essere l'agente di un mondo indegno, Dallari subirà il dubbio di un distacco dalla realtà, che lo porta a risuscitare fantasmi, in una sera di ubriacatura presa al pasto consumato in trattoria. Ma, giunto sulla soglia della piazza fatidica, contenuta dal dall'Altare della Patria e dal palazzo deserto, accade qualcosa di consolante. L'area vuota e spenta si allarga davanti a lui, adesso sgombrata dagli automezzi degli eserciti occupanti. In una finestra dello storico edificio balena ai suoi occhi soltanto una larva d'essere umano, ma un questurino viene a intimargli di lasciare il posto. Alle sue sensate obiezioni, la guardia risponde: "Non si sa mai..." Dunque non tutto è precipitato nel rifiuto e nella dimenticanza. L'ombra d'un ricordo fa ancora paura; è una scomparsa realtà che, contrapposta al mondo che la teme, ha per Dallari un potere riconfortante.
 

Piero Nicola

Una letteratura a svantaggio della inesistente cosa

"... mano a mano che vedeva la giustizia soccombere, schiacciata dall'arbitrio delle classi dirigenti - neppure più in grado, per la verità, di dirigere  se stesse ma capacissime  di allearsi fra loro a salvaguardia dei più vergognosi privilegi in danno delle moltitudini disorganizzate ..."


 Dopo la visione dell'orribile mostro a quattro teste - donna Assunta & Gianfranco & La Russa & Tulliani - si fa fatica a pronunciare l'imbarazzante e cupa parola destra. Il cammino della cosa peraltro si è capovolto nella notte dei rinoceronti, in corsa rovinosa nel dramma di Eugene Ionesco.
 Gli ostinati e gli irriducibili e tra loro Giuliano Rodelli, lavorano tuttavia per narrare il deserto a monte della cosa che non c'è più, che non ha più senso e nome e che - forse - non è mai seriamente esistita.
 Con pudore e con amara ironia Rodelli, intelligenza mortificata dai politicanti d'area, nuota nelle acque grigie dell'assenza. Fiumi di pagine onestamente pensate e ben scritte sono trasmesse al fantasma della biblioteca disertata dai politicanti d'  (l'area volatilizzata dai destri, appunto).
 Uno scrittore neo-surrealista, in parallelo con la malinconia di Rodelli, sta pensando di scrivere una commedia tele/filosofica intitolata: Gasparri & Bocchino ovvero la destra polifrenica da Gentile alla Santanché.  
 Il destino è comico/amaro. La saracinesca del bar è abbassata e sulla chiacchiera del marciapiede parlante cade un'opaca pioggerellina. Il futuro è una fontana che sputa parole cadaveriche.
 L'irriducibile Rodelli ha scritto, per il torchio dell'impavido Marco Solfanelli, una sapida  miscellanea di racconti intitolato Nero plasma, ritratto della crisi di nervi - e a piacimento della scomposta senilità - in scena dietro le quinte borghesi/psichedeliche della destra et iperborea et iporeale.
 L'identità perduta a Montecarlo si confonde con le corna salottiere e i piccoli furori messi in scena dal pallido bluff di un'estenuata borghesia.
 La destra, emblema e figura profetica dell'umanoide/americanoide "dimentico del passato, ottuso rispetto al futuro, drogato dal presente, e che non sa più nulla di sé".
 Incapace di alzare il sopracciglio mortalista, Rodelli visita con implacabile e chirurgica malinconia, le nevrosi e le miserie che affollano la scena della metamorfosi postmoderna in atto nei quartieri della classe detta benpensante. Ovvero impropriamente pensante.
 Il pensiero dominante a destra è la fuga dal dovere. Lo proclama uno dei personaggi inventati (inventati?) da Rodelli: "Naturalmente, con il passare degli anni, lui si rendeva ben conto che qualunque forma di vocazione all'obbedienza veniva sopraffatta dal facile giudizio di pecoronismo e che scadeva nell'indifferenza dell'anima: si rendeva conto che l'egoismo individualistico andava gonfiando gli animi ormai vuoti, che la società si discioglieva in un crescendo disordine, mentre mentre la cura verso i più deboli sembrava non avere più senso". 

 Dietro le quinte la filosofia della destra si capovolge nella banalità dispettosa/litigiosa di una borghesia borgatara, orfana della cultura che ha alimentato le reazioni del novecento italiano al nichilismo.
 Scrittore di genio e di malinconia, Rodelli mette in scena la psicastenia e il nichilismo che scuotono i nervi fragili di quella borghesia fatua e sussiegosa, che ha attraversato la giovinezza stordita dalle trasgressioni californiane prima di gettarsi nelle braccia della sedicente destra. E di affondare nella palude guacciana, figura dell'eterno ritorno della borghesia alla propria fatuità.

Piero Vassallo

Amare Dio e fare soldi. Massime di economia divina (Recensione di Emilio Biagini)

Potrebbe sembrare difficile riassumere il libro di Ettore Gotti Tedeschi, Amare Dio e fare soldi. Massime di economia divina  (Fede & Cultura, Verona 2014) composto di massime staccate, ma una lettura attenta rivela una serie di idee profonde che formano nell’insieme un sistema di pensiero perfettamente coerente e attualissimo, e soprattutto intellettualmente e moralmente sano: cosa che i poteri forti annidati in Vaticano certo non potevano tollerare. Ai poteri forti giova la confusione di idee, la nebbia del relativismo, lo sfacelo del nichilismo, l’incubo dell’economia impazzita che si spaccia per fine mentre dovrebbe essere solo un mezzo. Ai poteri forti non si possono che contrapporre idee forti, come appunto fa l’Autore, e non certo i frutti marci del pensiero debole.
Una delle più forti tra le idee forti dell’Autore è quella di non confondere i fini con i mezzi. L’economia è un mezzo, non un fine: a quali risultati possa approdare dipende dai fini verso i quali è indirizzata. I fini possono essere buoni o cattivi, e possono orientarsi al bene solo se ispirati alla morale cattolica. Un errore esiziale è quello di intervenire contro la crisi facendo leva sui mezzi tecnici, mentre dovrebbero cambiare, ossia convertirsi, gli uomini.
Quali sono le cause della presente, gravissima crisi economica? La perdita di senso della vita, la distruzione della famiglia, il crollo delle nascite con il relativo aggravio insostenibile per il sistema pensionistico, non più sostenuto dai giovani, le cui coorti di età si assottigliano sempre più. Non è solo crisi economica, ma una vera corsa verso il suicidio. In una società organica la famiglia assisteva i deboli al proprio interno, invece di lasciarli in balìa dello Stato. Nella famiglia sana, motore dell’economia, si focalizzavano le principali funzioni economiche: risparmio, lavoro, consumo, investimento.
Ogni nuovo nato è, oltre che una benedizione del Cielo, un investimento per il futuro, ma la presuntuosa ideologia ambientalista e malthusiana dei poteri forti ha decretato che l’uomo è il cancro della terra, che le nascite vanno “controllate”, ossia perseguitate. Meno gente, però, non vuol dire terra più sana ed economia fiorente: al contrario, significa crollo della domanda, mercato in crisi, ristagno del PIL, fallimenti e povertà. La terra stessa inselvatichisce, perché era stata proprio l’iniziativa umana, specialmente dei monaci, a bonificarla, addolcirla, renderla produttiva.
L’Occidente intristito, traviato e corrotto non fa che sabotare la propria crescita, e cerca una crescita compensativa basata su un consumismo esasperato che distrugge il risparmio, delocalizza attività industriali nei Paesi emergenti, creando disoccupazione, e al tempo stesso cerca di sostenere la propria economia stagnante con manovre speculative che finiscono per produrre solo danni. Nel vuoto lasciato dalla famiglia disgregata entra di prepotenza lo Stato, con carichi impositivi sempre più gravosi, per sostenere la pletora burocratica. Si tratta di una spirale perversa, e uscirne richiederebbe tornare al Cristianesimo, cambiare gli uomini.
Cambiare gli uomini, però, è semplicemente impossibile. Per ignoranza, per vizio consolidato e “santificato”, per avidità di potere e di guadagno immediato, essi compromettono la vita delle generazioni future. Con sopraffina abilità mistificatoria, i poteri forti che conducono questa danza macabra, battono anch’essi con insistenza sul tasto della “responsabilità verso le generazioni future”, ma solo per agitare gli spauracchi ambientalisti delle “risorse in esaurimento”, del “riscaldamento globale”, dell’“impronta ecologica”, dell’“inquinamento”, dando fiato perciò alle diaboliche farneticazioni malthusiane che, come ben dimostra l’Autore, sono invece la vera causa del disastro.
L’uomo confida in se stesso e non in Dio, si atteggia a “dio” egli stesso, e non si accorge che da “dio”, e non più figlio di Dio, si degrada a bestia, frutto di una fantomatica evoluzione darwiniana e nocivo parassita della “sacra” terra, e del quale è augurabile l’estinzione. Il circolo è completo: la scalata al Cielo si conclude con la testa saldamente piantata nel fango. E di chi è la colpa, se non dei troppi cattivi sacerdoti? “La fede, il soprannaturale è semisparito dai cuori sacerdotali, in quasi tutti. E perciò il mondo si imbestia e Satana trionfa”, disse nel 1947 il Divino Maestro alla grande mistica Maria Valtorta (Quaderni, vol. II, p. 50). È evidente: siamo negli ultimi tempi, avviati verso una catastrofe che ha ben precise implicazioni economiche, descritte dall’Apocalisse come la caduta di Babilonia: “Anche i mercanti della terra piangono e gemono su di lei, perché nessuno compera più le loro merci…” (Ap 18, 11).
Molto altro è contenuto nel libro di Gotti Tedeschi, di cui non è possibile dar conto nello spazio di una recensione. Si può solo raccomandare la lettura dell’opera, che stilla saggezza da ogni pagina, e proprio questo è Gotti Tedeschi: più che uno studioso è un saggio. E, come tutti i saggi in questa infame epoca, è stato perseguitato, calunniato e cacciato dalla banca del Vaticano, mentre sarebbe degno e capace di guidare l’Italia intera, al posto di certi pinocchietti incompetenti e ridicoli.

Emilio Biagini

sabato 20 giugno 2015

Un interessantissimo Simposio al Pontificio Collegio Pio Romeno di Roma (di Lino Di Stefano)

Coordinato dalla scrittrice e prof.ssa Delfina Ducci, la quale, nelle more degli interventi, ha dimostrato di muoversi a suo agio nell’ambito problematica relativa alle icone – vero e proprio “ubi consistam” della religione greco-ortodossa – si è svolto, qualche giorno fa, al Pontificio Collegio Pio Romeno, sito nel seducente scenario del Colle Gianicolo della Capitale – un interessante Convegno, anche per il prestigio di qualificati relatori, avente come argomento ‘Senso e storia dell’icona, un’arte, un libro, un appello’.

Ha aperto i lavori proprio la menzionata coordinatrice la quale, dopo aver riassunto le tematiche dell’incontro, ha proseguito mettendo in luce l’importanza della letteratura in oggetto definendo, testualmente l’icona vera e propria “finestra per conoscere il mondo soprannaturale”, non senza riconoscere, altresì, la vivezza teologica dell’iconologia – celebrante la bellezza divina - affermatasi anche per merito di alcune artiste donne.

Ha ripreso, a questo punto, la parola Padre Buboi esordendo con la tesi secondo cui “l’immagine vale mille parole” e proseguendo con l’asserzione che le icone sono simboli universali per tutti i cristiani anche perché esse sono miracolose e suscitano interesse nei fedeli. L’oratore, ha pure insistito sulla somiglianza fra Vangelo e Icona in quanto, quest’ultima, è opera d’arte e luogo d’incontro, visto che la luce di Dio si riflette sull’immagine.

Infatti, ha concluso il Rettore, molti anziani e malati si segnano nel rispetto dell’icona dato che la stessa, egli ha concluso, non è altro che slancio dell’uomo verso Dio e fervore di Dio nei riguardi della creatura. Padre Germano Marani, intervenuto, subito dopo, si è intrattenuto sui rapporti fra Italia e Russia, due nazioni, ha precisato, non lontane, bensì vicine tant’ vero che il pittore Maltzeff è stato uno dei tanti artisti, scrittori e studiosi venuti a Roma.

Anche uomini del calibro di Ivanov e Gogol, per fare qualche nome, soggiornarono a Roma mentre Gogol, ha aggiunto lo studioso, dedicò addirittura una lirica alla città eterna a conferma che tanti musicisti e romanzieri come, ad esempio, Glinka, Rachmaninov, Gorki e Pasternàk, visitarono tante città della penisola ad iniziare da Firenze e Capri.

Padre Flarenzi, un altro russo, scrisse, a detta di Marani, ‘La prospettiva rovesciata’ rispetto alla prospettiva scoperta dal Rinascimento italiano e parlò anche del passaggio dell’’invisibile al visibile’, considerato che tale concetto resta importante per i confini spirituali e culturali della Russia penetrati in Europa nel Settecento. Da qui, la conclusione che la cultura russa non è diversa da quella europea perché essa rimane di frontiera sì, ma anche vitale, incisiva e dinamica.

Il prof. Bertacchini, celebre biblista, ha, a questo punto, richiamato l’interesse dell’uditorio sul tema del valore dell’uomo nel Nuovo e nel Vecchio Testamento tenuto conto che il volto di Dio non si può vedere, ma viene ricercato; e ciò, soprattutto perché Dio ci guarda. Da qui il nesso fra volto dell’uomo e quello di Dio, carico, quest’ultimo, di luce e di amore.

La bellezza divina, ha esplicato il cattedratico, si sprigiona dal volto del Padre in quanto, appunto il volto, si presenta sia come “terminus a quo” sia come “terminus ad quem”; Dio, infatti, nella ‘Genesi’ creò l’uomo a sua immagine e somiglianza, nel senso letterale e nel significato allegorico di ‘intelletto e volontà’. Ora, per il relatore, siccome l’immagine seduce ed attrae, la luce è gloria e viceversa; ecco perché l’icona bizantina, egli ha concluso, scaturisce proprio dalla preghiera contemplativa. Michele Bianchi, psicoterapeuta e psicologo, si è soffermato, dal suo canto, sul concetto di ‘croce nucleare’, espressione coniata da Salvador Dalì fautore di in surrealismo, di ordine feticistico, nel contesto di una visione del mondo incentrata sul paradosso dell’’invisibile in quanto visibile’.

In Dalì, ha insistito, lo studioso, non c’è mai un Cristo sofferente mentre in Oriente la teologia è liturgia; nel suo mondo, pertanto, la croce nucleare è un punto fermo fondamentale considerato, inoltre, che essa è simbolo di ‘carità’; nell’universo, infatti, del pittore catalano è sempre presente la lotta contro il demonio.

È spettato a Giovanna Muzji, a questo punto, il compito di chiudere i lavori dell’importante Simposio seguito da un uditorio attento e competente. Dopo aver illustrato la valenza alcune opere di Gregorio Maltzeff, la relatrice ha affrontato la questione ‘occhio e visione interiore’ partendo dal mondo antico, segnatamente greco, basato, com’è noto, sul principio ‘dal disordine all’ordine’ perché ligio, esso, alle leggi della natura.

In particolare, secondo la professoressa, per il filosofo Plotino la realtà spirituale è l’unica che si vede con l’occhio della mente, sulla falsariga del suo Maestro Platone anch’egli persuaso che per elevarsi alla conoscenza della realtà ideale è giocoforza adoperare non la visione sensibile, bensì quella intellettuale, l’unica in grado di liberarci dai lacci della fisicità e della materia in generale.

Nel XIX secolo, essa ha continuato, gli artisti sono tornati alla vita interiore in quanto l’espressione manifesta l’interiore dato che l’arte diventa grande se si pone in rapporto al ‘cosmico’; interpretando Matisse, la studiosa ha sostenuto che occorre, nell’arte, conservare lo sguardo del bambino e che l’artista, se vero artista, deve possedere qualità morali.

In tale maniera, ha puntualizzato, la pittura può giungere all’’imponderabile’ e alla contemplazione sulla traccia indicata da Plotino e pure da Kandinski secondo il quale bisogna guardare la natura dall’interno. Un rilevante Convegno, in conclusione, quello svoltosi al Pontificio Collegio Pio Romano. Collegio ricchissimo di spiritualità cristiano-ortodossa e onusto, è il caso di sottolinearlo, di una moltitudine di icone che rendono l’Istituto traboccante di una spiritualità orientale che mista a quella occidentale ne fanno un luogo di meditazione e di preghiera capaci di elevare l’animo a Dio.

Lino Di Stefano

venerdì 19 giugno 2015

Aldo Gastaldi "BISAGNO" in un film-documentario di Marco Gandolfo (di Luigi Bruno Torre)

Genova, via Garibaldi 9, Palazzo Tursi, ore 18 del 17 giugno, memoria di quel San Ranieri di Pisa che da invincibile guerriero verso se stesso, ragazzo ventenne, pare davvero aver preceduto, in alcune stesse virtù, il ventenne genovese qui oggi giusto protagonista.
La brezza abbacinata dai pomeridiani raggi, mentre persone di vario censo e provenienza anche foresta salgono dal simmetrico cortile del nobile ed elegantemente austero Palazzo, rende unica l’atmosfera, insolita, che si respira. Dietro un tutt’altro che simmetrico trattamento, durato 70 anni, della Superba verso uno dei suoi migliori figli, oggi si avverte infatti duplice catarsi, della storia e di questa vigliaccamente garibaldina città.
Aldo Gastaldi, “Bisagno”, eroe genovese-ligure e Primo partigiano d’Italia, approda finalmente, dal molo principale, al Porto della libertà e della verità.
Una serena, variegata folla continua a salire, e mentre il salone di rappresentanza si gremisce, si vede stagliato l’ampio schermo sul quale, tra qualche minuto, verrà proiettato il quasi artigianale ma prezioso e splendido film-documentario “BISAGNO” dell’ottimo chiavarino ed internazionale Marco Gandolfo. Giovane regista di talento e di fede, che ha compiuto un’opera viva, con la ineguagliabile collaborazione del nipote omonimo di “Bisagno”, Aldo Gastaldi, qui presente e lanciato, pur in edificante pazienza ed esemplare umiltà, nella preziosa avventura.
Il film-documentario, eccellente report storico, non è dei consueti, e lo si nota subito, e d’altronde fa immediatamente riflettere il veder lo schermo coprire quasi ad oscurare, almeno per un paio d’ore, il gonfalone di Genova, forse minima e giusta punizione, questa, per la un po’ troppo grave vigliaccata di cui essa è stata capace e recidiva, contro questo suo nobile figlio, eroe più che civile, morale.
Scorre il film-documentario, per una buona oretta, nel silenzio religioso e civile, e più di una lacrima e rimpianti scendono e si materializzano in tanti; d’altronde vedendoli plasticamente apparire, anzi materializzare, sui volti degli efficacissimi e genuini testimoni di Bisagno, elementi di catartica topicità, rigore ed assolutezza forse non soliti nelle comparse altrimenti frequentanti questo salone …
Il valido storico, sceso dall’Università Cattolica di Milano meritevole prima ospite del film-documentario, è sì puntuale ed obiettivo, ma non infierisce sulla matrigna Genova ed i genovesi. Ancor meno lo fa la brillante giornalista, che ha il merito di via via lasciar bene usufruire di qualche minuto non solo il docente stesso, poi il regista Gandolfo ed infine il formidabile nipote omonimo di “Bisagno”, ma anche un paio di fruitori liguri, il cui plauso ma giusto disagio per il settantennale sonno genovese, sono colti e non disdegnati.
Grandissima figura, come si sapeva ed andrebbe saputo ben di più, quella di “Bisagno”, ventenne maturo e maestro, comandante di migliaia di uomini dai quali ottenne designazione, stima, autorevolezza e sequela per i soli puri suoi meriti, talenti e virtù; virtù umanissime ma quasi superiori al mondo, non certo nel senso di superomismo ma al contrario di quell’umanità redenta, quell’umanità che si spende senza tema per gli altri, essendo qui nel mondo, anzi sulle alte ed aspre colline retrogenovesi, ma alla fine e certamente non essendo di questo mondo
Virtù di coraggio, prudenza, intelletto, temperanza, fortezza, pietà, timor di Dio, … cosa mancava o manca? Evidentemente lo Spirito Santo ha allungato la sua Mano su questo ragazzo nato nella corona di Genova nel 1921 e morto nella più ampia corona italiana nel 1945 in circostanze che definire menzognero-maligne è dire solo il giusto ed il vero.
Accorato, fermissimo difensore dei deboli e della vita degli altri uomini - fossero partigiani ragazzi, contadini, donne, anziani, soldati con diversa casacca - come noto e va rivisto mortificava se stesso a beneficio di tutti i suoi uomini dal primo all’ultimo, considerati figli e fratelli, con il continuo tener per sé i turni di guardia più duri, le postazioni più rischiose, i pernottamenti più gelidi, le consolazioni più minime, i riposi più angosciati, gli autoammonimenti più severi.
Possibile, dunque, che Genova abbia così vigliaccamente dimenticato –  si dovrebbe dire oscurato, censurato, dannato – Aldo Gastaldi “Bisagno”, quando grazie a lui questa ex Superba ha visto uno sprazzo di luce, ed una piccola discesa delle sette Virtù, in un periodo tremendo e pericoloso ?
E saprà tornare giusta e gloriosa? Vorrà aprire il suo porto alla giustizia, alla libertà, alla verità tenuta quale primaria bussola, anche nel buio dei crinali, delle valli umide e dei boschi, da “Bisagno” …?
Oggi va detto un grazie, un grazie davvero di cuore a questi due giovani liguri, Aldo Gastaldi esemplare nipote e competente artista Marco Gandolfo, e grazie anche e soprattutto per aver detto di essere “solo all’inizio” di questa preziosa avventura, che era ed è Vostra ma non sarà più Vostra soltanto, ma di Genova, della Liguria, dell’Italia !
L’avventura di Aldo Gastaldi “Bisagno”, che finalmente risorge, si mostra e riparte da questo splendido film-documentario, da sola può risucire a sollevare e ri-edificare almeno parte delle sorti di questa nostra irriconoscente, sorniona e sospettosa, ma anche decadente e lugubre, città.
Ancora serenamente impressionati sia dal fragoroso e lunghissimo applauso, a fine proiezione, sia da quello in epilogo dell’evento alle ore 20 suonate, ci domandiamo se sarà - e quanto .. - grata, questa Genova, alla famiglia ed al nipote di “Bisagno” ed al regista di quest’opera, che la rendono oggi ben più illustre.
E se verranno, e quanto, d’ora in poi, riscoperte, studiate, approfondite, proposte, rievocate, seguite e messe in pratica, anche in tempo di cosiddetta “pace” e di sedicente democrazia”, le virtù di Aldo Gastaldi “Bisagno”, iniziando dalla puntuale, completa, “scoperchiata” e per nulla politicamente corretta ricostruzione delle sue gesta e della sua vicenda …?


Luigi Bruno Torre

mercoledì 17 giugno 2015

È FORSE QUESTA LA NOSTRA CHIESA? (di Piero Nicola)

Ho letto l'articolo del dottor Costantino Marco L'Apocalisse del moderno e confesso d'essere rimasto colpito e sconcertato da idee che, a mio avviso, possono far male a lettori non sufficientemente preparati. Perciò ho dovuto ubbidire allo scrupolo di scrivere per loro una critica il più possibile coscienziosa.
  Esamino lo scritto nei punti che considero dolenti.
  - Può il Vecchio Testamento essere stato per gli ebrei suoi contemporanei oggetto di un'errata esegesi? No, se i Patriarchi e i Profeti lo interpretarono rettamente. Una cosa è la legge mosaica da abrogare dopo Cristo, altro è l'aver dovuto travisare il Libro sacro prima di Lui.
  - La "verità mitica", riferita alla Bibbia, e la sua cosiddetta "dimensione politica" non furono tali da obliterare "i valori etici superiori alla legge". Il tal caso, sarebbe stato chiuso l'accesso alla Verità. Gesù accusò i farisei di cattivo insegnamento, non già in rapporto al Vangelo. La vecchia religione andava integrata e riformata secondo la Redenzione; prima, però, non costituiva ostacolo.
  - La "sintesi etico-teoretica della civiltà cristiana erede di quella antica" - che dev'essere quella dettata da San Tommaso - sarebbe andata a "infrangersi con la nascita della cultura moderna e dell'umanesimo razionalistico".
  Ma anche nella modernità sono rimasti Stati cattolici e culture cattoliche durate sino a ieri. Nessuno può stabilirne la cessazione e l'impossibilità di restaurazione, come è impossibile stabilire l'intervenuta era apocalittica o dell'Anticristo.
  - A un certo segno, mi pare non si capisca bene chi riconsiderò "surrettiziamente" la religione "all'interno della sua funzionalità politica dalla quale la predicazione di Cristo come fede nella Verità l'aveva in origine voluta emancipare".
  Ad ogni modo, anticipando ciò che segue nel testo, si accenna alla tesi per cui la "politica", ossia la condotta dello Stato, sarebbe estranea alla costituzione della Chiesa fondata da Cristo e al Magistero.
  - "La verità cristianamente pensata diventava per la ragione moderna un Mito, rispetto al quale il sapere scientifico operava come già la filosofia greca aveva operato sulla mitologia pagana".
  Si sottintende, come più avanti diventa chiaro, che la colpa di ciò ricade nondimeno sulla Chiesa?
  -  "Il germe della dissoluzione era già interno al Cristianesimo", che aveva adottato il metodo "del pensiero dialettico greco", il razionalismo. Ma - vien detto - la "dissoluzione", "la deriva ateistica e l'apostasia" era stata impedita dalla Chiesa come "Cristianità", e non dalla giusta fede.
  - "Questa rinnovata fede in Dio [rispetto all'Antico Testamento] attraverso la fede nel Cristo [...] non può confondersi con la fede nella Chiesa come istituzione storica e struttura mondana di organizzazione religiosa internazionale".
  La proposizione è di certo erronea, negando che sia oggetto della fede la Chiesa società, il corpo fisico della Chiesa, una nota essenziale di essa divinamente rivelata.
  - "L'idolatria ecclesiale, non soltanto è stata fomite di divisioni interne al Cristianesimo [...] ha contribuito non poco alla determinazione della Verità di fede come un oggetto di pensiero, suscettibile di una definizione teoretica di carattere logico-filosofico, e quindi dialettico".
  E come non distinguere tra verità di fede razionali, storicamente dimostrabili (p.e. Passione e Risurrezione) o dimostrabili come l'esistenza di un Creatore, e verità assai misteriose (p.e. Trinità) e credute in forza della divina autorità?
  Il presunto errore "dialettico" non fu condannato dai Pontefici?
  - "Lo stesso processo culturale che ha condotto la Chiesa, comunità di fede e strumento divino [definizione manchevole], a trasformarsi storicamente in una umana istituzione di Potere religioso, in grado di competere sul piano politico con le altre potenze secolari mondane, ha condotto al culto fideistico dello strumento razionale privato di ogni télos trascendente il suo stesso metodo".
  Dunque la Chiesa avrebbe operato in se stessa una trasformazione erronea, un tradimento, che contribuì alla perdita del mondo! Sembra questa un'incredibile accusa mossa alla santa Sposa di Cristo.
  - E ancora: "Il motivo protestantico della sola fides [...] va considerato opposto ma omologo al motivo istituzionalistico cattolico, che fa dell'ente ecclesiale l'idolum tribus ecclesiastico".
  Si può parlare sommariamente di tribù e idolo riferiti al Corpo mistico?
   - "La crisi di valori attuale [...] non può essere affrontata con espedienti dottrinali [...] ma deve partire dalla consapevolezza che le categorie di pensiero che hanno retto il cosmo culturale cristiano erano tarate da sincretismi razionalistici di retaggio naturalistico pagano che si sono rivelati funzionali alla conservazione del mondo antico sotto mentite spoglie cristiane, ma che non sono serviti a cambiarlo in senso spiritualistico".
  La dottrina, sempre predicata dal Magistero, sarebbe divenuta un espediente! Per giunta, in passato la cultura cristiana sarebbe stata, in blocco, viziata da errori pregiudizievoli. Appare sottinteso che la Chiesa avrebbe permesso questa deriva, se pure non l'avesse fatta propria. E la soluzione, ora implicita, sarebbe la predica dello spiritualismo.
  - "L'intento di cambiare il mondo in senso spiritualistico non può conseguirsi come un obiettivo politico, facendo della fede cristiana una ideologia da zeloti o da feddain o da talebani".
  Se si tratta di "cambiare il mondo" bisogna usare gli strumenti opportuni, e tra questi c'è l'applicazione della dottrina cattolica alla politica o il valersi di un braccio secolare, per avventura,  non scandaloso. Nominare  lo "spiritualismo", l'"obiettivo politico", l'"ideologia da zeloti" e i "talebani" risulta un modo per escludere il debito uso dei diversi  mezzi di evangelizzazione, p.e. la predicazione della dottrina sociale della Chiesa.
  - "La fede cristiana consiste esattamente nel superare la dimensione politica della vita sociale a favore della dimensione singolare in senso di Kierkegaard della esistenza spirituale".
  La sfera sociale politica ha una grande importanza per il suo influsso sulla salvezza individuale. La Chiesa deve e può agire su tale sfera, mentre conduce l'altra opera variamente evangelizzatrice, senza che un'azione pregiudichi l'altra.
  - "La salvezza dell'Uomo non equivale alla salvezza di un popolo, di una razza, di una nazione, di uno Stato e di una classe sociale. Ma neppure alla salvezza [...] di una astratta Umanità, sia pure religiosamente connotata come la Chiesa universale".
  La prima parte dell'affermazione contraddice quando ho sopra rilevato. La seconda parte nomina una "Chiesa universale" connotata " da un'astratta Umanità". E chi ha mai concepito così il Corpo mistico? Forse qualche eretico sperduto. Tuttavia la confusione suscitata non è poca. Si sa che i membri laici o del clero possono dannarsi nonostante dispongano dei mezzi di salvezza, che non periranno mai.
  - "La forza del cristianesimo non fu certamente politica, come quella della Chiesa, ma fideistica. Infatti la forza politico-militare romana si fermò davanti alla dichiarazione di Gesù circa l'esistenza della verità, di cui Pilato ignorava il significato".
  Separare l'insegnamento del Vangelo che coincide con la legge naturale, da quello che riguarda la restante divina Rivelazione è uno sbaglio. Le verità inaccessibili all'umano intelletto non diminuiscono l'importanza delle altre più o meno comprensibili, e in ogni modo rese ostiche dal peccato originale o dalle sue conseguenze.
  Inoltre l'uso del termine fideismo e fideistico è pericoloso, in quanto per fideismo, di regola, s'intende un'eresia.
  - "La fede cristiana, rivedendo i fondamenti della propria teologia politica, deve proporsi di riconsiderare le ragioni teologiche di tale scissione metafisica [del Logos antikeimenos dal fondamento ontologico  di verità di fede] che ha riconsegnato la civiltà alla teoresi naturalistica neopagana".
   Nuova accusa alla dottrina cattolica e, infine, alla costituzione della Chiesa.
  - "Le stesse Chiese cristiane [comprese le eretiche?] devono dismettere ogni politica conciliatoria con il
Potere secolare per concentrare la loro azione pastorale nella predicazione contro il falso idolo tecnocratico..."
  Il giudizio comprende qualsiasi "Potere temporale" e prevede soltanto un'"azione pastorale", senza escludere quella affatto negativa dell'attuale presunto Potere ecclesiastico.
  -  Concludendo, la lezione termina auspicando un "rinnovamento spirituale della tradizione culturale cristiana" per "inaugurare un nuovo eone storico, dello spirito di carità".
  Si direbbe un'eco del Concilio, che aspirava a propiziare una nuova Pentecoste.


Piero Nicola

martedì 16 giugno 2015

Santa Sunniva e gli uomini di Selje: due racconti di Sigrid Undset

Nazione sovrana dal 1905, anno in cui ottenne l'indipendenza dalla Svezia, la Norvegia vanta una letteratura, il cui alto valore è dimostrato, oltre che dalla fama di un geniale interprete della filosofia di Kierkegaard, quale fu Erik Ibsen, dall'assegnazione del Nobel a tre narratori, Bjornstejerne Bjornson, Knut Hamsun e la cattolica Sigrid Undset (1882-1940).
 Undset fu autrice degli splendidi racconti Santa Sunniva e gli uomini di Selje e Glastonbury, riproposti in questi giorni da Solfanelli editore dotto e intrepido in Chieti.
 Autore della traduzione e del puntuale commento ai racconti della Undset è stato il compianto poeta pescarese Marco Tornar (pseudonimo di Enrico Ciancetta, 1960-2014) il quale  citò opportunamente un brano scritto dalla insigne scrittrice norvegese per rammentare ai cattolici inginocchiati davanti agli idoli della modernità che "le antiche religioni pagane erano di gran lunga più aderenti al cristianesimo di quanto non lo sia il paganesimo del nostro tempo".
 I pagani dell'antichità, infatti, avevano fede in potenze superiori, mentre "il nostro paganesimo vuole estirpare ogni contenuto trascendente da tutte le religioni: da quelle primitive e pagane fino al cristianesimo che insegna agli uomini come si debba avere il culto di Dio". 
 Tornar rammenta che il neopaganesimo è avanzato fino al punto di progettare lo sradicamento dalla letteratura e dall'arte fedeli all'idea della trascendenza e al proposito cita la teoria elucubrata dal nichilista francofortese Walter Benjamin al fine di screditare e scoraggiare l'ispirazione religiosa degli artisti ispirati dalla tradizione cattolica.
 Secondo il caposcuola degli ultracomunisti il pensiero cattolica era avvelenato dal fascismo orrido e immenso dunque era necessario adeguare l'arte alla finalità pedagogica perseguita da un feticcio della borghesia crepuscolare, il commediografo comunista Bertolt Brecht.
 L'insigne studioso pescarese ricorda che "molto vilmente Walter Benjamin (1892-1940) era ancor vivo quando apparve il racconto della Undset" e perciò si domanda "se mai qualcuno gli avesse detto che bastava solo una pagina dell'autrice norvegese - che aveva già preso il Nobel nel 1928 - per smentirlo?"
 Refrattaria al canto stridulo delle sirene ultra-comuniste squillanti a Francoforte, "la Undset raggiunge i vertici della sua maestria nel saper trattare la storia e l'agiografia senza mai discostarsi di un solo attimo dal vitale ascolto poetico di Dio".
 Tornar cita al proposito un giudizio dello storico della letteratura Andreas H. Wisnes (1889-1972) che attribuisce alla Undset il merito (apprezzato dai teologi preconciliari e negato dai modernizzatori elettrizzati dal Vaticano II) di aver smascherato il moderno culto dell'io "nelle sue palesi manifestazioni palesi e recondite, nelle forme dirette e in quelle indirette".
 Dal malsano culto dell'io hanno origine i tentativi dei teologi liberali, "che ti consegnano un Gesù storico nell'aspetto di un garzoncello predicatore, con particolare attitudine a commuovere le associazioni femminili; essi insomma tentano di costruire un cristianesimo ammodernato" [1].  
 Tornar rammenta che "il cristianesimo ammodernato ha eliminato l'arcangelo Michele dalla messa" mentre l'Europa moderna ha censurato Gesù: "La Undset avvertì le avvisaglie di questo progresso e le dolse il cuore". Curiosamente le opere della Undset furono dimenticate e sparirono dai cataloghi delle case editrici cattoliche negli anni turbinosi del postconcilio.
  Ora il primo di racconti della Undset, proposti a tempo opportuno da Solfanelli, dimostra la verità storica della leggenda di Santa Sunniva, la regina irlandese che rinunciò al trono per consacrarsi alla vita monastica. Il secondo racconto, Glastonbury, scritto in obbedienza alla verità storica in auge prima del rugiadoso ecumenismo grondante dal Vaticano II, mostra il lato più spregevole della personalità del re scismatico e sanguinario Enrico VIII d'Inghilterra: l'avarizia, che lo spronò a depredare la Chiesa, e l'ipocrisia, che gli consigliò di distribuire il bottino tra i poveri: "i suoi favoriti e assistenti e le sue mutevoli famiglie si rimpinzarono su ciò come avvoltoi".
 Oscurata la memoria di un passato avvincente, la letteratura cattolica, dopo esser passata attraverso le soffocanti strettoie edificate da Pier Paolo Pasolini e da Giovanni Testori, si adagia in un silenzio desolato. 
 Il volume proposto da Solfanelli (via Colonnetta 148 66100 Chieti, tel. 0871561806) e messo in vendita al prezzo politico di sette euro, è pertanto suggerito e caldamente raccomandato al pubblico cui l'ombra della modernità, caduta sulle righe al trotto nella chiacchiera pseudo ecumenica, impedisce la conoscenza dalla teologia preconciliare, professata da un gran numero di letterati d'alto profilo.

Piero Vassallo



[1]             Cfr, Studio sul realismo cristiano, Morcelliana, Brescia 1952.

lunedì 15 giugno 2015

L’APOCALISSE DEL MODERNO (di Costantino Marco)

La realtà della dissoluzione del mondo, profetata da Daniele, con la congiunta persecuzione degli uomini santi, riguarda, come è noto ai credenti, l’avvento dell’Anticristo, portatore di avversità, qui adversatur, e di discordie, l’antikeimenoV, di cui parla Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi.
Il primo portatore di discordie, nel mondo antico, fu Socrate, il quale inaugurò quel metodo dialettico che Platone, suo discepolo, lo teorizzerà in senso universale e non solo più relativo alla sfera etica. Nel mondo cristiano, portatore di discordie e di divisioni fu lo stesso Cristo, che, contestando la tradizione legalistica custodita dai Farisei, inaugura quella libertà ermeneutica della verità custodita dal Vecchio Testamento che verrà canonizzata nei Vangeli e quindi nella tradizione esegetica patristica.
Mutato il paradigma interpretativo della Verità, muta anche il senso della sua annunciazione. La verità mitica, attraverso la mediazione della lettura filosofica, sposta il baricentro della credenza razionale dalla dimensione puramente politica dell’ossequio al Potere costituito alla dimensione antropologica dello homo rationalis, interprete di valori etici superiori alla stessa legge positiva perché ideali.
Parimenti, la verità biblica, attraverso la mediazione della lettura evangelica, sposta il baricentro della fede dalla dimensione puramente legale dell’ossequio al Padre alla dimensione antropologica della divino-umanità del Figlio. Una stessa fede dunque si dispiega col Cristianesimo in termini di apostolato e di messianismo storico, e non solo più come destinazione etnico-nazionale a un popolo privilegiato e depositario unico di essa.
In questa esigenza cattolica del Cristianesimo storico e universalistica della ragione dialettica, si trova il punto di raccordo della sapienza antica e di quella nuova che ricuce in una novella sintesi teo-logica la frattura culturale apertasi dalla follia della predicazione del Cristo entro il cosmo naturalistico greco. Dall’incontro della fede escatologica evangelica con il Logos filosofico nasce la tradizione intellettuale e teologico-politica romano-alessandrina ereditata storicamente dalla universale civiltà europea.
Orbene, questa millenaria sintesi etico-teoretica della civiltà cristiana erede di quella antica è sopravvissuta ai due grandi scismi cristiani, d’Oriente e d’Occidente, e si è infranta con la nascita della cultura moderna e dell’umanesimo razionalistico neo-fisicalistico. Con lo scientismo moderno, la fede cristiana è diventata una questione puramente religiosa, distinta e separata dal sapere e dalle teorie razionalistiche della conoscenza della realtà naturale e storica.
Dal punto di vista della fede, la svolta umanistica l’ha ridotta a religione, surrettiziamente riconsiderata all’interno della sua funzionalità politica dalla quale la predicazione di Cristo come fede nella Verità l’aveva in origine voluta emancipare.
Dal punto di vista culturale, lo scientismo umanistico, riabilitando il sapere antico distinto dalla sintesi teologica cristiana, riportava in auge le categorie di pensiero pagane liberandole da ogni mediazione morale ed escatologica, riconsiderando la storia spirituale dell’umanità in termini puramente biologico-politici, rispetto ai quali ogni rappresentazione spiritualistica rivestiva il valore di una superfetazione mitica e fantasiosa. La verità cristianamente pensata diventava per la ragione moderna un Mito, rispetto al quale il sapere scientifico operava come già la filosofia greca aveva operato sulla mitologia pagana.
Il germe della dissoluzione era già interno al Cristianesimo, ed era appunto costituito da quell’universalismo razionalismo che era stato il portato del pensiero dialettico greco, la cui tecnica, liberata da ogni finalismo teoretico, diventava il metodo scientifico di considerare ogni ordine della realtà in senso razionalistico. Ciò che tratteneva (kateicon ) la deriva ateistica e l’apostasia (descessio) dello scientismo razionalistico dalla Verità trascendente ogni naturalistica certezza empirica, è stata nella Cristianità considerata la Chiesa (ekklesia), e non già quella fides senza la quale la pagana ratio diventava una mera tecnica (tecnh), confondendosi la creatura divina di Dio, il Suo strumento storico, con il suo Creatore, verso il Quale il credente era chiamato appunto a credere. Rispetto alla antica fede giudaica in Dio, la fede in Cristo assumeva un valore di rinnovamento spirituale in senso non più etnico-culturale ma trans-nazionale e antropologico universale, e quindi inclusivo dell’antico nel nuovo credo. Ma questa rinnovata fede in Dio attraverso la fede nel Cristo, non poteva né può confondersi con la fede nella Chiesa come istituzione storica e struttura mondana di organizzazione religiosa internazionale. Ma proprio questa indebita confusione della creatura col Creatore ha umanizzato lo stesso oggetto della fede, riferendola a una realtà umanamente imperfetta, al pari della struttura sociale e dello Stato. L’idolatria ecclesiale, non soltanto è stata fomite di divisioni interne al Cristianesimo, ma ha contribuito non poco alla determinazione della Verità di fede come un oggetto di pensiero, suscettibile di una definizione teoretica di carattere logico-filosfico, e quindi dialettico, al pari di ogni ente ideale. E infatti lo stesso processo culturale che ha condotto la Chiesa, comunità di fede e strumento divino, a trasformarsi storicamente in una umana istituzione di Potere religioso, in grado di competere sul piano politico con le altre potenze secolari mondane, ha condotto al culto fideistico dello strumento razionale (Lògos) privato di ogni télos trascendente il suo stesso metodo, e dunque alla rimozione superstiziosa della Verità dall’orizzonte di coscienza dell’epistemologia moderna, che l’ha confinata alla dimensione privata del foro interiore ma come una rappresentazione non razionalmente sostenibile della realtà. Il motivo protestanico della sola fides, astratto dal suo fine escatologico divino, è anch’essa superstiziosa credenza nella realtà dell’ente come speculum Dei, e va considerato opposto ma omologo al motivo istituzionalistico cattolico, che fa dell’ente ecclesiale l’idolum tribus ecclesiastico, rappresentando i due volti storici della rispettiva apostasia dalla fede comune nella carità fraterna in Cristo, l’unica Verità.
Rimossa la fede nella Verità cristiana, e considerato il suo credo alla stregua di una qualunque credenza mitica dell’attempato e metafisico homo religiosus, e quindi oggetto culturale transeunte e destinato a essere superato come ogni altra similare credenza religiosa nel processo del nichilismo storico, i termini esistenziali della realtà umana sono stati razionalisticamente omologati metodologicamente a quelli naturalistici di ogni altro essere vivente, ritenendosi un errore la separatezza metafisica tra res cogitans e res extensa, ma non la considerazione dell’uomo come una res astrattamente oggettivabile alla pari di ogni contenuto di pensiero razionale, facendo così della umanità un’Idea e della salvezza dell’uomo un ideale storico, e come tali affrontabili con gli strumenti offerti dalla ragione umana e dalla sua tecnologia. Sul piano della realtà sociale, l’ideologia umanitaria assume le forme istituzionali della democrazia, mentre lo strumento della salvezza biologica dell’umanità viene fatto consistere nel sistema capitalistico.
L’Anticristo non è, come potrebbe pensarsi, un qualcuno in senso singolare, come potrebbe essere un dittatore, ma è l’ente mondano venerato come l’Essere, ovvero, nei rapporti politici, il Popolo idolatrato come il Sovrano, e nei rapporti economici la Ricchezza idolatrata come lo stesso benessere dell’umanità, fuori di ogni tensione finalistica verso l’affermazione spiritualistica dell’uomo, in cui consiste la salvezza cristiana. La salvezza celeste è la affermazione dell’uomo spirituale sull’animale sociale pagano.
Allorquando Tertulliano afferma che “l’imperatore è grande proprio perché è subordinato al cielo: infatti, anche egli appartiene a Colui al quale appartiene il cielo e qualsiasi altra creatura”, e che “egli è imperatore grazie a colui in ragione del quale è anche uomo, prima che imperatore; provenendo il suo potere dalla stessa origine del suo spirito” (Apologeticus  Adversus Gentes pro Christianis, XXX, 1-4), esprime in linguaggio arcaico la natura stessa della questione politica moderna, che fonda sulla superstiziosa fede nella sovranità popolare la legittimazione del Potere, che pone al posto della volontà di Dio la volontà dell’elettorato, così come al posto della Verità pone la credenza nell’ipotesi epistemologica della comunità scientifica.
La crisi di valori attuale, in un mondo dominato dalla superstizione idolatrica nel benessere materiale a garanzia del quale si confida nelle risorse infinite della scienza, non può essere affrontata con espedienti dottrinali o con politiche di piccoli passi diplomatici, ma deve partire dalla consapevolezza che le categorie di pensiero che hanno retto il cosmo culturale cristiano erano tarate da sincretismi razionalistici di retaggio naturalistico pagano che si sono rivelati funzionali alla conservazione del mondo antico sotto mentite spoglie cristiane, ma che non sono serviti a cambiarlo in senso spiritualistico.
L’intento di cambiare il mondo in senso spiritualistico non può conseguirsi come un obiettivo politico, facendo della fede cristiana una ideologia da zeloti o da feddain o da talebani. Al contrario, la fede cristiana consiste esattamente nel superare la dimensione politica della vita sociale a favore della dimensione singolare in senso di Kierkegaard della esistenza spirituale, trascendendo quella figura personale dell’uomo che a tanti equivoci concettuali si è prestata per la polisemicità del suo uso promiscuamente giuridico e teologico. La salvezza dell’Uomo non equivale alla salvezza di un popolo, di una razza, di una nazione, di uno Stato o di una classe sociale. Ma neppure alla salvezza di un Impero o di una astratta Umanità, sia pure religiosamente connotata come Chiesa universale. Così come la salvezza dell’Uomo non può essere fatta coincidere con un sistema economico, sia pure globalizzato. Questi sono ideali mondani e storici in senso empirico, e costituiscono oggetto di credenza alla stregua di una teoria scientifica, che è valida fino a prova contraria, per cui basterebbe far tacere ogni prova confutatrice per salvaguardarne la presuntiva fondatezza dell’ipotesi. E così sta avvenendo verso le ideologie politiche, viepiù uniformate al modello storicamente vincente dell’american style of life.
Come ogni modello ideale, anche quello storicamente vincente che vi si ispira può essere universalizzato senza perdere la sua natura empirica e transeunte di ente finito, e perciò imperfetto e diveniente, ma neppure mai veramente realizzarlo sul piano dei rapporti concreti. Ciò vuol dire che la sua espansione geo-politica sarà ostacolata dalla concretezza dei fenomeni locali, significativi secondo la loro natura ideale e il loro fondamento ontologico, ossia la loro fede metafisica. La globalizzazione capitalistica troverà nelle tradizioni religiose locali una resistenza simile a quella che fu il cristianesimo alla espansione dell’ideologia romana. La forza del cristianesimo non fu certamente politica, come quella della Chiesa, ma fideistica. Infatti la forza politico-militare romana si fermò davanti alla dichiarazione di Gesù circa la esistenza della verità, di cui Pilato ignorava il significato. Lo stesso accade oggi all’imperialismo americano, che può esportare efficienza tecnologica e rappresentazioni mitizzate del loro modello di vita capitalistico e democratico, ma non può confutare le verità che sostengono l’esistenza concreta dei popoli che lo subiscono. Ed è questa sostanziale ragione che obbliga il Potere imperialistico occidentale a cercare di neutralizzare le fonti locali della verità facendo direttamente appello ai bisogni vitali dei popoli e alla loro legittimazione politica attraverso il consenso elettorale, senza passare attraverso la mediazione culturale delle tradizionali élites intellettuali e religiose. In questo senso esso opera come una potenza anti-spirituale e anti-storica, che ribalta l’origine della sovranità dal cielo dei princìpi alla potenza delle forze terrene, secondando la previsione profetica di Paolo di 2 Ts, che prevedeva l’apostasia o discessio della potestà politica, che riceve autorevolezza dalla rappresentanza popolare, dalla autorità morale del Cristo generato da Dio, cioè del Potere mondano, legato alla mediazione della forza sociale, dal Governo assoluto, divinamente ispirato dalla fede. Questa separazione, conseguente a quella intervenuta nel corso razionalistico del pensiero moderno, dove il Logos antikeimenos si è scisso dal suo fondamento ontologico di verità di fede, è foriera della anomia dilagante nella attuale società liquida.
La fede cristiana, rivedendo i fondamenti della propria teologia politica, deve proporsi di riconsiderare le ragioni teologiche di tale scissione metafisica che ha riconsegnato la civiltà alla teoresi naturalistica neo-pagana, per riproporsi come fonte spirituale di una concezione impolitica della storia umana, e pertanto, rispetto al corso politico moderno, non già come ispirazione di una politica contro-rivoluzionaria ma bensì di una cultura contraria alla mera rivoluzione politica, per riprendere la celebre espressione di de Maistre,. Posizione che fu quella assunta da Gesù, che si oppose all’ideologizzazione religiosa della fede da parte degli zeloti, negando col martirio che la politica potesse avere il posto di Governo che spetta solo a Dio.

Oggi lo zelotismo, che ha interessato anche alcune correnti teologiche libertarie, si diffonde nell’Islam, e perciò il cristianesimo può vantare verso quella tradizione monoteistica una superiorità morale e teologica non sottacibile dietro contingenti prospettive ecumeniche o alleanze tattiche contro l’ateismo tecnocratico. A questo scopo, le stesse Chiese cristiane devono dismettere ogni politica conciliatoria con il Potere secolare per concentrare la loro azione pastorale nella predicazione contro il falso idolo tecnocratico e a favore di una storicità dell’Uomo spirituale, promuovendo la ricerca di una rinnovata rappresentazione dei nostri tempi avente per oggetto la loro dimensione apocalittica. Solo infatti abbandonando le false illusioni del catechon democratico, si potrà pervenire al completo disvelamento della natura anti-cristica del Potere tecnocratico dilagante col capitalismo confutando il suo carisma edonistico presso le masse, e attraverso questo rinnovamento spirituale della tradizione culturale cristiana si potrà uscire dalle paludi ormai mefitiche dell’ultimo scorcio dell’età del Logos politikos e inaugurare un nuovo eone storico, dello Spirito di carità.

Costantino Marco

Accorato appello al presidente della Regione Liguria Giovanni Toti

Usciti dalla malinconica e asfissiante burloneria, gli italiani di Liguria si augurano che la Sua amministrazione affronti e possibilmente risolva almeno alcuni dei dolorosi/annosi problemi incombenti sulla loro regione.
 Presumo di interpretare il pensiero dei numerosi amici e lettori che mi hanno scritto o telefonato in questi giorni, proponendole un sommario/parziale elenco delle aspirazioni e dei legittimi desideri, che non sono stati soddisfatti dalla precedente amministrazione e in via preliminare sottometto al suo giudizio il catalogo degli errori da evitare:

I. scongiurare drasticamente e scoraggiare lo sconcio spettacolo della battaglia degli eletti intesi a conquistare un qualunque seggio da assessore (conquista solitamente dissociata dalle competenze eventuali del candidato) e puntare, invece, alle professioni degli eletti. Le rammento al proposito che l'incarico di assessore alla sanità fu affidato dal generico destro Biasotti a un valente ingegnere (Roberto Levaggi) anziché a un medico. Fra gli eletti un medico c'era (Gianni Plinio) e fu nominato assessore alla cultura. Se Ella avrà la bontà di riflettere sull'infelice e sgangherante gioco biasottiano delle parti  non stenterà a capire le ragioni della sua solenne e meritata trombatura.

II. Se possibile eviti l'irritante ricorso a esperti calati da altre regioni e prenda caute e salutari distanze dal Cavaliere, uomo assiduamente impegnato nella furente distruzione del suo quasi felice passato.

III. Affronti immediatamente il problema della sanità e per farsi un'idea della sua dolente estensione si rechi in visita ai fatiscenti (e arcaici) padiglioni dell'Ospedale Duchessa di Galliera.

IV. Eserciti una pressione furiosa/urlante sul governo centrale affinché siano avviati a felice  soluzione i problemi dei trasporti: le tratte museali della linea ferroviaria Genova-Ventimiglia e la contrastata (da un pugno di primitivi) costruzione del terzo valico.

V. La regione gestisce i locali del Palazzo Ducale destinati alla cultura. La nomina dell'incaricato di tale gestione è una scelta strategica e non una fiche di consolazione, da gettare nelle mani tremanti del primo partito insoddisfatto. La cultura non deve essere umiliata da una scelta burocratica/partitica. 

VI. Istituisca una commissione per lo studio di provvedimenti atti a contrastare la tendenza dei liguri alla denatalità: lo spopolamento/invecchiamento della popolazione ligure (meno seicentomila abitanti in pochi decenni) è il più spinoso fra i problemi che la politica  propriamente detta deve affrontare (con urgenza illuminata).

VII. Per evitare un drastico declassamento, porto di Genova esige una complessa e costosa ristrutturazione. L'assessore ai trasporti ha dunque il compito di sollecitare l'autorità portuale e il ministero dei lavori pubblici per ottenere un sollecito avvio dei lavori indispensabili. 

 I suoi elettori - i c. d. moderati - sono in attesa di risultati brillanti, tali da capovolgere il sonno ligure - letargo che genera i pensieri e le scelte a umiliante struttura catatonica, che fanno l'eco-felicità del sinistra regressista.

Piero Vassallo