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lunedì 15 giugno 2015

L’APOCALISSE DEL MODERNO (di Costantino Marco)

La realtà della dissoluzione del mondo, profetata da Daniele, con la congiunta persecuzione degli uomini santi, riguarda, come è noto ai credenti, l’avvento dell’Anticristo, portatore di avversità, qui adversatur, e di discordie, l’antikeimenoV, di cui parla Paolo nella Seconda Lettera ai Tessalonicesi.
Il primo portatore di discordie, nel mondo antico, fu Socrate, il quale inaugurò quel metodo dialettico che Platone, suo discepolo, lo teorizzerà in senso universale e non solo più relativo alla sfera etica. Nel mondo cristiano, portatore di discordie e di divisioni fu lo stesso Cristo, che, contestando la tradizione legalistica custodita dai Farisei, inaugura quella libertà ermeneutica della verità custodita dal Vecchio Testamento che verrà canonizzata nei Vangeli e quindi nella tradizione esegetica patristica.
Mutato il paradigma interpretativo della Verità, muta anche il senso della sua annunciazione. La verità mitica, attraverso la mediazione della lettura filosofica, sposta il baricentro della credenza razionale dalla dimensione puramente politica dell’ossequio al Potere costituito alla dimensione antropologica dello homo rationalis, interprete di valori etici superiori alla stessa legge positiva perché ideali.
Parimenti, la verità biblica, attraverso la mediazione della lettura evangelica, sposta il baricentro della fede dalla dimensione puramente legale dell’ossequio al Padre alla dimensione antropologica della divino-umanità del Figlio. Una stessa fede dunque si dispiega col Cristianesimo in termini di apostolato e di messianismo storico, e non solo più come destinazione etnico-nazionale a un popolo privilegiato e depositario unico di essa.
In questa esigenza cattolica del Cristianesimo storico e universalistica della ragione dialettica, si trova il punto di raccordo della sapienza antica e di quella nuova che ricuce in una novella sintesi teo-logica la frattura culturale apertasi dalla follia della predicazione del Cristo entro il cosmo naturalistico greco. Dall’incontro della fede escatologica evangelica con il Logos filosofico nasce la tradizione intellettuale e teologico-politica romano-alessandrina ereditata storicamente dalla universale civiltà europea.
Orbene, questa millenaria sintesi etico-teoretica della civiltà cristiana erede di quella antica è sopravvissuta ai due grandi scismi cristiani, d’Oriente e d’Occidente, e si è infranta con la nascita della cultura moderna e dell’umanesimo razionalistico neo-fisicalistico. Con lo scientismo moderno, la fede cristiana è diventata una questione puramente religiosa, distinta e separata dal sapere e dalle teorie razionalistiche della conoscenza della realtà naturale e storica.
Dal punto di vista della fede, la svolta umanistica l’ha ridotta a religione, surrettiziamente riconsiderata all’interno della sua funzionalità politica dalla quale la predicazione di Cristo come fede nella Verità l’aveva in origine voluta emancipare.
Dal punto di vista culturale, lo scientismo umanistico, riabilitando il sapere antico distinto dalla sintesi teologica cristiana, riportava in auge le categorie di pensiero pagane liberandole da ogni mediazione morale ed escatologica, riconsiderando la storia spirituale dell’umanità in termini puramente biologico-politici, rispetto ai quali ogni rappresentazione spiritualistica rivestiva il valore di una superfetazione mitica e fantasiosa. La verità cristianamente pensata diventava per la ragione moderna un Mito, rispetto al quale il sapere scientifico operava come già la filosofia greca aveva operato sulla mitologia pagana.
Il germe della dissoluzione era già interno al Cristianesimo, ed era appunto costituito da quell’universalismo razionalismo che era stato il portato del pensiero dialettico greco, la cui tecnica, liberata da ogni finalismo teoretico, diventava il metodo scientifico di considerare ogni ordine della realtà in senso razionalistico. Ciò che tratteneva (kateicon ) la deriva ateistica e l’apostasia (descessio) dello scientismo razionalistico dalla Verità trascendente ogni naturalistica certezza empirica, è stata nella Cristianità considerata la Chiesa (ekklesia), e non già quella fides senza la quale la pagana ratio diventava una mera tecnica (tecnh), confondendosi la creatura divina di Dio, il Suo strumento storico, con il suo Creatore, verso il Quale il credente era chiamato appunto a credere. Rispetto alla antica fede giudaica in Dio, la fede in Cristo assumeva un valore di rinnovamento spirituale in senso non più etnico-culturale ma trans-nazionale e antropologico universale, e quindi inclusivo dell’antico nel nuovo credo. Ma questa rinnovata fede in Dio attraverso la fede nel Cristo, non poteva né può confondersi con la fede nella Chiesa come istituzione storica e struttura mondana di organizzazione religiosa internazionale. Ma proprio questa indebita confusione della creatura col Creatore ha umanizzato lo stesso oggetto della fede, riferendola a una realtà umanamente imperfetta, al pari della struttura sociale e dello Stato. L’idolatria ecclesiale, non soltanto è stata fomite di divisioni interne al Cristianesimo, ma ha contribuito non poco alla determinazione della Verità di fede come un oggetto di pensiero, suscettibile di una definizione teoretica di carattere logico-filosfico, e quindi dialettico, al pari di ogni ente ideale. E infatti lo stesso processo culturale che ha condotto la Chiesa, comunità di fede e strumento divino, a trasformarsi storicamente in una umana istituzione di Potere religioso, in grado di competere sul piano politico con le altre potenze secolari mondane, ha condotto al culto fideistico dello strumento razionale (Lògos) privato di ogni télos trascendente il suo stesso metodo, e dunque alla rimozione superstiziosa della Verità dall’orizzonte di coscienza dell’epistemologia moderna, che l’ha confinata alla dimensione privata del foro interiore ma come una rappresentazione non razionalmente sostenibile della realtà. Il motivo protestanico della sola fides, astratto dal suo fine escatologico divino, è anch’essa superstiziosa credenza nella realtà dell’ente come speculum Dei, e va considerato opposto ma omologo al motivo istituzionalistico cattolico, che fa dell’ente ecclesiale l’idolum tribus ecclesiastico, rappresentando i due volti storici della rispettiva apostasia dalla fede comune nella carità fraterna in Cristo, l’unica Verità.
Rimossa la fede nella Verità cristiana, e considerato il suo credo alla stregua di una qualunque credenza mitica dell’attempato e metafisico homo religiosus, e quindi oggetto culturale transeunte e destinato a essere superato come ogni altra similare credenza religiosa nel processo del nichilismo storico, i termini esistenziali della realtà umana sono stati razionalisticamente omologati metodologicamente a quelli naturalistici di ogni altro essere vivente, ritenendosi un errore la separatezza metafisica tra res cogitans e res extensa, ma non la considerazione dell’uomo come una res astrattamente oggettivabile alla pari di ogni contenuto di pensiero razionale, facendo così della umanità un’Idea e della salvezza dell’uomo un ideale storico, e come tali affrontabili con gli strumenti offerti dalla ragione umana e dalla sua tecnologia. Sul piano della realtà sociale, l’ideologia umanitaria assume le forme istituzionali della democrazia, mentre lo strumento della salvezza biologica dell’umanità viene fatto consistere nel sistema capitalistico.
L’Anticristo non è, come potrebbe pensarsi, un qualcuno in senso singolare, come potrebbe essere un dittatore, ma è l’ente mondano venerato come l’Essere, ovvero, nei rapporti politici, il Popolo idolatrato come il Sovrano, e nei rapporti economici la Ricchezza idolatrata come lo stesso benessere dell’umanità, fuori di ogni tensione finalistica verso l’affermazione spiritualistica dell’uomo, in cui consiste la salvezza cristiana. La salvezza celeste è la affermazione dell’uomo spirituale sull’animale sociale pagano.
Allorquando Tertulliano afferma che “l’imperatore è grande proprio perché è subordinato al cielo: infatti, anche egli appartiene a Colui al quale appartiene il cielo e qualsiasi altra creatura”, e che “egli è imperatore grazie a colui in ragione del quale è anche uomo, prima che imperatore; provenendo il suo potere dalla stessa origine del suo spirito” (Apologeticus  Adversus Gentes pro Christianis, XXX, 1-4), esprime in linguaggio arcaico la natura stessa della questione politica moderna, che fonda sulla superstiziosa fede nella sovranità popolare la legittimazione del Potere, che pone al posto della volontà di Dio la volontà dell’elettorato, così come al posto della Verità pone la credenza nell’ipotesi epistemologica della comunità scientifica.
La crisi di valori attuale, in un mondo dominato dalla superstizione idolatrica nel benessere materiale a garanzia del quale si confida nelle risorse infinite della scienza, non può essere affrontata con espedienti dottrinali o con politiche di piccoli passi diplomatici, ma deve partire dalla consapevolezza che le categorie di pensiero che hanno retto il cosmo culturale cristiano erano tarate da sincretismi razionalistici di retaggio naturalistico pagano che si sono rivelati funzionali alla conservazione del mondo antico sotto mentite spoglie cristiane, ma che non sono serviti a cambiarlo in senso spiritualistico.
L’intento di cambiare il mondo in senso spiritualistico non può conseguirsi come un obiettivo politico, facendo della fede cristiana una ideologia da zeloti o da feddain o da talebani. Al contrario, la fede cristiana consiste esattamente nel superare la dimensione politica della vita sociale a favore della dimensione singolare in senso di Kierkegaard della esistenza spirituale, trascendendo quella figura personale dell’uomo che a tanti equivoci concettuali si è prestata per la polisemicità del suo uso promiscuamente giuridico e teologico. La salvezza dell’Uomo non equivale alla salvezza di un popolo, di una razza, di una nazione, di uno Stato o di una classe sociale. Ma neppure alla salvezza di un Impero o di una astratta Umanità, sia pure religiosamente connotata come Chiesa universale. Così come la salvezza dell’Uomo non può essere fatta coincidere con un sistema economico, sia pure globalizzato. Questi sono ideali mondani e storici in senso empirico, e costituiscono oggetto di credenza alla stregua di una teoria scientifica, che è valida fino a prova contraria, per cui basterebbe far tacere ogni prova confutatrice per salvaguardarne la presuntiva fondatezza dell’ipotesi. E così sta avvenendo verso le ideologie politiche, viepiù uniformate al modello storicamente vincente dell’american style of life.
Come ogni modello ideale, anche quello storicamente vincente che vi si ispira può essere universalizzato senza perdere la sua natura empirica e transeunte di ente finito, e perciò imperfetto e diveniente, ma neppure mai veramente realizzarlo sul piano dei rapporti concreti. Ciò vuol dire che la sua espansione geo-politica sarà ostacolata dalla concretezza dei fenomeni locali, significativi secondo la loro natura ideale e il loro fondamento ontologico, ossia la loro fede metafisica. La globalizzazione capitalistica troverà nelle tradizioni religiose locali una resistenza simile a quella che fu il cristianesimo alla espansione dell’ideologia romana. La forza del cristianesimo non fu certamente politica, come quella della Chiesa, ma fideistica. Infatti la forza politico-militare romana si fermò davanti alla dichiarazione di Gesù circa la esistenza della verità, di cui Pilato ignorava il significato. Lo stesso accade oggi all’imperialismo americano, che può esportare efficienza tecnologica e rappresentazioni mitizzate del loro modello di vita capitalistico e democratico, ma non può confutare le verità che sostengono l’esistenza concreta dei popoli che lo subiscono. Ed è questa sostanziale ragione che obbliga il Potere imperialistico occidentale a cercare di neutralizzare le fonti locali della verità facendo direttamente appello ai bisogni vitali dei popoli e alla loro legittimazione politica attraverso il consenso elettorale, senza passare attraverso la mediazione culturale delle tradizionali élites intellettuali e religiose. In questo senso esso opera come una potenza anti-spirituale e anti-storica, che ribalta l’origine della sovranità dal cielo dei princìpi alla potenza delle forze terrene, secondando la previsione profetica di Paolo di 2 Ts, che prevedeva l’apostasia o discessio della potestà politica, che riceve autorevolezza dalla rappresentanza popolare, dalla autorità morale del Cristo generato da Dio, cioè del Potere mondano, legato alla mediazione della forza sociale, dal Governo assoluto, divinamente ispirato dalla fede. Questa separazione, conseguente a quella intervenuta nel corso razionalistico del pensiero moderno, dove il Logos antikeimenos si è scisso dal suo fondamento ontologico di verità di fede, è foriera della anomia dilagante nella attuale società liquida.
La fede cristiana, rivedendo i fondamenti della propria teologia politica, deve proporsi di riconsiderare le ragioni teologiche di tale scissione metafisica che ha riconsegnato la civiltà alla teoresi naturalistica neo-pagana, per riproporsi come fonte spirituale di una concezione impolitica della storia umana, e pertanto, rispetto al corso politico moderno, non già come ispirazione di una politica contro-rivoluzionaria ma bensì di una cultura contraria alla mera rivoluzione politica, per riprendere la celebre espressione di de Maistre,. Posizione che fu quella assunta da Gesù, che si oppose all’ideologizzazione religiosa della fede da parte degli zeloti, negando col martirio che la politica potesse avere il posto di Governo che spetta solo a Dio.

Oggi lo zelotismo, che ha interessato anche alcune correnti teologiche libertarie, si diffonde nell’Islam, e perciò il cristianesimo può vantare verso quella tradizione monoteistica una superiorità morale e teologica non sottacibile dietro contingenti prospettive ecumeniche o alleanze tattiche contro l’ateismo tecnocratico. A questo scopo, le stesse Chiese cristiane devono dismettere ogni politica conciliatoria con il Potere secolare per concentrare la loro azione pastorale nella predicazione contro il falso idolo tecnocratico e a favore di una storicità dell’Uomo spirituale, promuovendo la ricerca di una rinnovata rappresentazione dei nostri tempi avente per oggetto la loro dimensione apocalittica. Solo infatti abbandonando le false illusioni del catechon democratico, si potrà pervenire al completo disvelamento della natura anti-cristica del Potere tecnocratico dilagante col capitalismo confutando il suo carisma edonistico presso le masse, e attraverso questo rinnovamento spirituale della tradizione culturale cristiana si potrà uscire dalle paludi ormai mefitiche dell’ultimo scorcio dell’età del Logos politikos e inaugurare un nuovo eone storico, dello Spirito di carità.

Costantino Marco

lunedì 8 giugno 2015

LA CHIESA NELLA STORIA CONTEMPORANEA (di Costantino Marco)

Spesso ci chiediamo quale possa ancora essere la funzione della Chiesa nel mondo contemporaneo. Domanda apparentemente inutile in una prospettiva di fede escatologica. Ma in un mondo che va perdendo del tutto consapevolezza dei fondamenti religiosi della vita,anche la Chiesa pare adattarsi a un ruolo di contenimento della decadenza epocale, senza sapersi porre al centro di una pur necessaria rinascita spirituale. Perché questo ruolo dimesso?
Tra le tante possibili ragioni, a noi pare si possano indicare almeno tre di pregnante significatività.
La prima, riguarda la presa di coscienza dell’apocalissi che si va profilando della nostra civiltà tecnologica. Vi è infatti un doppio registro intellettuale che per un verso reclamizza la speranza ineludibile di un mondo migliore per tutti, a condizione di che esso adotti lo stile di vita occidentale, e per l’altro verso denuncia i limiti strutturali di una società in crisi culturale. La Chiesa, dopo il Sillabo di Pio IX, non ha preso una posizione di chiara rottura col mondo contemporaneo, limitandosi a combattere il modernismo ovvero a volerlo addomesticare entro le sue categorie teologiche, ma senza riuscire a screditarlo moralmente nei suoi fondamenti di vita in quanto consapevole di essere stato generato dalla sua teologia. Sarebbe penoso per la Chiesa riconoscere che tutte le devianze culturali del mondo moderno è stata lei a covarle. Eppure questo sarebbe il compito di una Chiesa profetica non abbandonata alla gloria e alla nequizia del mondo. Ciò che Gesù predicò contro i Farisei e Lutero contro la corruzione ecclesiastica, la Chiesa oggi dovrebbe predicare contro una società senza valori fondamentali e in balia delle lusinghe edonistiche. Il che equivarrebbe a scontrarsi contro le potenze terrene e gli utili compromessi di una comoda mondanità. La Chiesa infatti destina la sua predicazione radicale alle zone del mondo non ancora culturalmente ateistiche e socialmente strutturate in senso capitalistico, ma mostra una ingiustificabile timidezza a sostenere i suoi temi morali nelle società capitalisticamente avanzate e di cultura secolarizzata.
Questo non si può spiegare se non riscontrando nella Chiesa una profonda quanto inconfessata dipendenza culturale dalle ideologie correnti, sostanzialmente materialistiche e scientistiche, derivatele da ciò che possiamo chiamare la “sindrome galileiana”, ossia la paura di poter ancora essere clamorosamente smentita scientificamente in merito alle sue posizioni teologiche e sociologiche, che l’ha indotta a una prudente ridotta intellettuale in cui si è rifugiata nel vago proposito di suggerire senza troppo alzare la voce per non urtare la suscettibilità dei sapienti secolari e dei politici. Aveva ben visto Ortega quando vedeva nella auto-referenzialità della cultura religiosa contemporanea una sorta di enclave antropologico-culturale, vivace all’interno della riserva ecclesiale ma del tutto incomprensibile fuori. Lo spirito settario, infatti, nasce dalla consapevolezza di non comunicare con lo stesso linguaggio del mondo, sicché quella che doveva essere la forza morale del Cristianesimo ne è diventato il limite culturale. In tal senso, senza un profondo ripensamento della tradizione teologica che ha formato le categorie di pensiero moderne, la Chiesa non potrà uscire dalla sua crisi né tampoco contribuire a risolvere la crisi generale del tempo.
La seconda ragione attiene all’organizzazione ecclesiastica e il reclutamento del clero. La tradizionale differenza tra alto e basso clero è di fatto scomparsa con la massificazione della società democratica, per cui le alte gerarchie ecclesiastiche sono spesso composte della stessa pasta culturale e sociale della pletora parrocchiana. L’incuria della Chiesa alla formazione intellettuale del clero è doppiamente colpevole in un tempo di complessivo sbandamento morale e culturale, facendo di esso una copia sbiadita dell’ intellettualità della scuola laica di massa. La formazione del clero, di contro, è essenziale per più ragioni. A partire dalla necessità di proporre modelli culturali non solo formalmente alternativi a quelli scientistici correnti e dominanti ma in grado di interpretare con maggiore consapevolezza la complessità del nostro tempo. In tal senso, la teologia non può essere considerata una scienza fra tante, un sapere semplicemente metodizzato, ma deve costituire il fondamento sapienziale di ogni sapere. Un fondamento che, per essere alternativo a quello scientifico corrente, non può più essere filosofico in senso greco e razionalistico, ma prettamente anti-filosofico e post-metafisico.
Un tale progetto teoretico, se da un lato costruisce in termini non meramente polemici e ideologici una alternativa culturale al corso catastrofico corrente del mondo, dall’altro consente all’intera tradizione cristologica occidentale di ritrovare la sua perduta unità nel progetto profetico di una assiologia spiritualistica non più gravata dell’ipoteca esegetica greco-alessandrina ma aperta a un nuovo orizzonte ermeneutico al quale sono chiamati a collaborare cattolicamente tutti i pensatori e i mistici cristiani.
La dipendenza intellettuale alla cultura scientistica dominante in Occidente si manifesta anche nella supina e rassegata accettazione delle istituzioni politiche e del sistema di mercato capitalistico, conseguente al timore che la critica a quei sistemi possa agevolare indirettamente le varie teologie della liberazione, improntate a una lettura marxistica della storia e della società moderna. Lo stesso equivoco di un marxismo anti-capitalistico, si è manifestato per lungo tempo nella falsa credenza che il socialismo rappresentasse l’unica alternativa politico-culturale al sistema liberal-democratico, mentre di esso costituiva solo una variante concorrente all’interno dello stesso generico orizzonte democratico, di cui l’altra espressione storica è stato il fascismo.
La lotta ideologico-politica tra liberalismo, socialismo e fascismo non inficia la comune natura democratica dei loro sistemi, improntati alla legittimazione popolare del Potere sovrano, né la loro comune cultura tecnocratica, misurabile dal grado di industrializzazione dell’economia e dal livelli di benessere sociale dei produttori-consumatori. Per sortire da questo orizzonte epocale, non a caso universalizzabile in quanto i regimi speciali possono convertirsi nel modello storicamente dominante, è necessario non soltanto ammettere la possibilità ontologica della trasformazione di un modello socio-economico storicamente altro in uno simile al modello ideale, senza comprometterne la struttura fondamentale della comune appartenenza alla stessa Weltanschauung di genere democratico e tecnocratico, comprendendo che l’universalizzazione del modello socialista o comunista o fascista di società è comunque legato, al di là delle rispettive specificità particolari, a una stessa matrice ideologica, ma occorre soprattutto e decisivamente ripensare l’esistenza storica dell’uomo moderno attraverso categorie diverse da quelle razionalistiche della tradizione teologico-politica sviluppatasi sul terreno greco-occidentale, al fine di pervenire a una nuova concezione antropologica di tipo spiritualistico cristiano che riconosca l’apostasia idolatrica della sovranità popolare assisa in luogo della regalità di Dio. Senza una nuova concezione spiritualistica della storia, basata su una rinnovata esegesi della predicazione evangelica e della esperienza del Cristo, che riconosca nei tempi presenti “l’apocalisse dell’uomo dell’anomia” (Paolo, 2 Ts, 2, 4), l’intera tradizione cristologica delle varie chiese cristiane apparirà sempre più inevitabilmente storicizzata e consegnata perciò a versioni locali culturalmente superate dallo sviluppo del sapere custodito da quella stessa tradizione.
Finora la Chiesa cattolica si è limitata a dialogare con i prodotti secolari della modernità, confutando teorie, sottoscrivendo concordati con alcuni regimi politici, lottando apertamente contro altri. In tutti i casi, però, il successo storico contro i singoli regimi ideologici ha lasciato aperto il problema fondamentale del superamento, non dialettico ma ontologico, dei fondamenti di sapere che sono all’origine dei processi politico-culturali che li hanno generati. Fondamenti che sono fideistici, e quindi in senso lato religiosi. A questo proposito, formare un alto clero in grado di promuovere o guidare la formazione di una rinnovata visione spiritualistica del mondo, equivale nello stesso tempo a sostenere, con lo sviluppo del sapere, anche la formazione di una nuova classe dirigente in grado di socialmente interpretarlo. In questo progetto la Chiesa unificata può trovare la sua ragion d’essere storica e spirituale.
La terza ragione, infine, inerisce alla credibilità morale della Chiesa attuale nel promuover un nuovo corso storico dell’umanità. Il ritiro di Papa Ratzinger dalla missione apostolica non è stato un segnale incoraggiante in senso positivo. Il nuovo pontefice, pur animato di tanta buona volontà, non pare all’altezza dei compiti ecclesiali, prima fra tutti tamponare le falle lasciate dall’improvvido Concilio Vaticano II, che ha segnato la fine della attempata Chiesa tridentina ma non l’esordio della nuova. In questa terra di mezzo, Bergoglio annaspa come può, ma la sua pastorale da sommo parroco della Chiesa universale rattoppa qualche strappo ma non può ricucire il vestito. I Gesuiti possono difendere l’esistente ma non si sono costituiti per guidare un esodo di massa attraverso il deserto spirituale contemporaneo. Alla bisogna occorrono i profeti, e non se ne vedono tanti tra le fila dei caramellosi prelati di curia romana. I profeti sorgono nelle epoche tragiche, dai contrasti che sembrano irriducibili e si rivelano provvidenziali.
Oggi la Chiesa punta ad intercettare le istanze di progresso dei popoli delle società in via di sviluppo, contando sugli ultimi per derimere i primi e accreditando così indirettamente le culture democraticistiche della sovranità popolare, in cui vanno a confluire le buone intenzioni dei santi predicatori missionari. Bergoglio stesso, con i suoi atteggiamenti camerateschi, accredita la supposizione che le greggi umane non abbiano bisogno di pastori per vivere e moltiplicarsi, e che sappiano autogestirsi senz’altro, e che lo stesso Papa in fin dei conti sia uno di loro, un primus inter pares, magari onnipotente in Vaticano ma che poi, pour épater le bourgiois, accetta di telefonare e dialogare amichevolmente con un giornalista sulle grandi questioni teologiche, di cui probabilmente entrambi ignorano la vera portata e perciò serenamente pascendosi in amene disquisizioni a uso redazionale. Contenti loro, contenti noi.  Mala tempora currunt!
Indubbiamente, era difficile succedere a Woytila. Ma anche inevitabile perseguire sulla sua strada una volta imboccato quel percorso, che esonerava, dopo la chiesa italiana, anche quella europea dalla direzione della Chiesa universale. Mossa gravida di conseguenze, dando l’impressione della impraticabilità evangelica del Vecchio continente e quindi accreditando il suo declino a favore degli eredi americani della civiltà occidentale e la sua irredimibile perdita alla fede cristiana, allorquando gli Stati Uniti, fallendo la loro politica in Medioriente, nel Mediterraneo e verso la Russia, dimostrano di non meritare la leadership mondiale, mentre si profila anche all’orizzonte continentale la prospettiva di una massiccia espansione islamica. Ma anche errore gravissimo, in quanto le comunità ecclesiali più antiche sono anche quelle dove la spiritualità è più sedimentata e consapevole, in grado di esprimere in forme nuove e rinnovate valori antichi. L’esperienza di Woytila ne è stata l’ulteriore dimostrazione, anche se confondere la santità con il governo della Chiesa è come consentire a Cincinnato di diventare re di Roma. Infatti, l’eroismo che serve in battaglia non vale nelle virtù prudenziali. Per ispirare la Chiesa occorrono santi e profeti, ma per guidarla ci vogliono papi sapienti e coraggiosi. Il ritiro di Ratzinger ha dimostrato che l’apparato burocratico curiale era assai carente e mediocre, infrenando l’efficacia dell’azione pastorale. Ma un papa anche coraggioso avrebbe fatto un repulisti generale, anziché lasciare il campo, chiamando a collaborare al governo della Chiesa prelati di fiducia provenienti da ogni parte della cristianità, e nel caso soprattutto tedeschi. La Germania, infatti, è dai tempi di Lutero l’avanguardia spirituale del mondo, il crogiuolo intellettuale più potente dell’umanità, e da essa c’è da attendersi una prova morale non comune che può rivelarsi provvidenziale.
L’altro “polmone” culturale della cristianità è la Russia, senza il cui apporto spirituale l’Europa rimarrà zoppa, acconsentendo a suo discapito e a quello della intera civiltà cristiana che i destini del mondo siano nelle mani improvvide degli americani.

Costantino Marco

lunedì 1 giugno 2015

LA SCUOLA E LA CULTURA (di Costantino Marco)

Scuola una volta era sinonimo di emancipazione dall’ignoranza e dalla miseria. I giovani destinati all’istruzione perseguivano obiettivi sociali. Anche coloro che la conseguivano nei seminari, spesso, il più delle volte, lo facevano per sfuggire alla terra o alla malasorte di una salute precaria. Con la fine degli ordini privilegiati, anche la Chiesa alla lunga si è riempita di proletari non solo tra il basso clero ma anche ai vertici. Si pensi al card. Siri, figlio di una portinaia, o a Giovanni Roncalli, figlio di contadini della Bassa bresciana. Fatalità dei tempi? Sta di fatto che fu Roncalli ad aprire il Concilio Vaticano II, che uno come Pio XII non avrebbe mai voluto, e fu un papa come Paolo VI a congedarlo prima che cantasse il gallo diabolico della dissoluzione. La memoria del popolo arriva e dura quanto la fame. Lunga, fiché dura, cortissima quando smette e non ne sente più i morsi.
Oggi andare a scuola fa scuotere il capo ai più anziani e indignare chi ne è fuori. Visti i risultati sociali, a cosa serve la scuola?
L’istruzione pubblica, anche prima di diventare di massa, era sinonimo di possibilità di inserimento sociale offerta dallo Stato ai cittadini in cambio di salvaguardia ideologica delle sue istituzioni. Un sinallagma accettabile, e soprattutto conveniente. Studio, sistemazione professionale certa, posizione economica decorosa.
Oggi le cose sono cambiate. Quando tutto deve giungere a tutti la distribuzione si inceppa. Nessuno una volta notava il freddo delle aule o la loro fatiscenza. Contava di più il contenuto educativo, l’opportunità. I nostri genitori si portavano lo scaldino da casa e gli insegnanti, col cappotto sulle spalle, poggiavano i piedi freddi su una pedana di legno sotto la cattedra per restare un po’ isolati dal suolo umido. Noi, già alle medie, non entravamo in classe alla notizia che i termosifoni erano spenti.
E’ pur vero che i professori all’antica non sempre erano insegnanti. Ricordo il mio insegnante di greco darci del “lei” e non saperla più lunga del manuale Perrotta, mentre nella sezione C, al piano di sopra dell’antico convento adibito a Ginnasio-Liceo, insegnava una giovanissima e briosa professoressa di italiano e latino che era un incanto ascoltarla. Tutta compresa nel suo tailleur verde smeraldo passeggiava davanti alla cattedra, con qualche incursione tra i banchi che aveva lasciato da poco, a parlare del Foscolo e del Leopardi come di amici di famiglia, con la dimestichezza che te li fa sentire solidali con i tuoi vagheggiamenti e le tue pene giovanili. Nel suo sguardo si notava la fierezza di chi aveva sudato le sue carte e riscaldato tante sedie prima di arrivare a quella cattedra.
Eppure, la generazione della graziosa e coltivata professoressa non ci ha lasciato una bella Italia. E neppure una bella scuola. Perché?
Per tentare una risposta, dobbiamo distinguere l’istruzione dalla cultura. Ciò che ha rovinato la scuola italiana è stata la progressiva distanza che si è aperta tra l’esigenza vocazionalmente elitaria della cultura, e le istanze di segno contrario di una istruzione massificata e destinata erga omnes, volgarizzata e scollegata perciò dalla intrinseca problematicità delle elaborazioni critiche. L’istruzione pubblica massificata ha richiesto una scuola di burocratici ripetitori di nozioni a buon mercato, non educatori intellettuali, e perciò nel giro di qualche anno ha potuto assoldare anche senza concorso cattivi docenti che erano stati già cattivi discenti. Con quattro soldi di stipendio li ha destinati a vita a un ruolo sempre più marginale ma sicuro, inamovibile, insindacabilmente fisso e inguaribilmente mediocre. Soprattutto nelle scuole medie inferiori, ricettacolo variegato di laureati non liceali, dalla sintassi approssimativa e gestori di un triennio sostanzialmente inutile e complessivamente dannoso per l’igiene mentale dei ragazzi.
Di quegli anni persi, a parte una magnifica prof di matematica siciliana, vestita sempre di nero, ricordo solo mogli isteriche e macchiette da avanspettacolo che passavano la loro ora di lezione chiacchierando e scherzando. Alcuni anziani con la sesta classe elementare erano più decorosi di loro. Ma qualunque insegnante, anche bravo, che cosa poteva fare di meglio senza un acclarato dovere d’ufficio? Una volta un collega chiese a una di queste macchiette se conoscesse il nome del ministro della P. I. che l’aveva immessa in ruolo ope legis senza concorso, e lei rispose candidamente che non se ne intendeva di politica.
Scuola alla buona. Media è un acronimo che sta per Mediocri Docenti In Attesa della fine del mese.
Naturalmente, con le nuove immissioni universitarie di questa nuova fauna studentesca, anche la cultura ne ebbe a risentire, scadendo progressivamente a livelli di assoluta mediocrità intellettuale. Col Sessantotto, anche la cultura abbandonò l’Università e si arroccò in cenacoli sempre più elitari. Il trait d’union  tra istruzione e cultura, tra elaborazione e divulgazione, non era più costituito dalla scuola ma dalla politica. da professori preparati a professori impegnati, il passo fu breve. Non più lo studio e l’aggiornamento, ma la militanza politica fece la differenza tra l’insegnamento routinario e quello creativo, cioè ideologicamente orientato. Il mio prof di storia e filosofia era un marxista dichiarato e non spese neppure una parola per la scolastica e Tommaso, passando di filato da Aristotile a Hume e a Kant per fermarsi a Marx dopo un processo sommario a Hegel. La storia europea era presentata da lui come la “madre di tutte le rivoluzioni”, sicché i periodi di calma erano indicati come un’anomalia rispetto ai fisiologici torbidi socio-politici. I ragazzi con lui non studiavano ma leggevano i quotidiani estremisti, anche in classe, dandosi arie sapute. Ma era questo lassismo intellettuale la “libertà di pensiero”?
Coi miei figli è stato peggio. L’esperienza di uno di essi a un Liceo di Campobasso è stata allucinante, col preside ex insegnante di educazione fisica e già direttore didattico spaurito e in balia degli insegnanti e della sua vice-preside, che la faceva da padreterno. Mi sono mio malgrado scontrato con un pazzoide urlante che tremava parlando e inveiva in pubblico come un ossesso prendendosela coi ragazzi e i genitori per non ammettere la sua inadeguatezza a quell’incarico retribuito dallo Stato. Ammonito e sospeso dal preside su mia pressione, sta ancora lì, al suo posto, a prendersi lo stipendio al posto di altri più portati e capaci all’insegnamento, mentre mio figlio, dopo tante spese e amarezze, è dovuto andarsene, minacciato di bocciatura e bocciato a settembre sempre da lui, l’ossesso, nonostante le spudorate assicurazioni contrarie del preside, con la complicità passiva dei colleghi, compresa quella di italiano, che gli aveva dato nove al primo quadrimestre e poi si è accodata alle antipatie della vice-preside. Cose che capitano le antipatie personali? In Italia, però. E nessuno è intervenuto dal Provveditorato a difendere il ragazzo. Anzi, tutte bocche cucite. Ho persino scritto del caso vergognoso a Mons. Bregantini, così melenso e disponibile verso i più deboli a sentirlo in pubblico, ma senza ricevere risposta. Cose dell’insignificante microcosmo molisano? Sì, ma della scuola pubblica, non di un dopolavoro ferroviario.    
Ora, mi chiedo. Come è possibile che un baraccone economico come quello del Liceo convitto di Campobasso, che ha un giro di affari milionari tra mense, rette e continui viaggi “educativi” a spese dei genitori, possa stare impunemente in piedi, senza una inchiesta ministeriale o della Procura? Ho cercato un coinvolgimento di un foglio locale piuttosto battagliero, ma il buon direttore è stato inibito alla pubblicazione dal direttore responsabile della testata, con la scusa che anche lui ci aveva i figli in quel Liceo. Un genitore, per di più avvocato e responsabile di un giornale, che senso civico ha sviluppato a scuola e all’università? Se questo il risultato della scuola di massa, non era meglio una scuola di pochi ma buoni?
Non sto generalizzando. So bene delle eccezioni. Ma il problema è che siano tali mentre dovrebbero essere la regola nella scuola pubblica, dove noi mandiamo i nostri ragazzi a educarsi, se non proprio a formarsi. Ma chi ha formato ed educato gli insegnanti? Chi li ha abilitati a stare in posti così delicati?
Se vi è una crisi in Italia è quella del sapere. A ogni livello. Da dove viene la nostra classe dirigente, locale e nazionale? Dove hanno imparato la sintassi i nostri politici? E come potrebbero malpagare gli insegnanti avendo un po’ di considerazione della cultura e un po’ di pudore di fronte agli studiosi? Ma la politica italiana, e la scuola italiana, sono ormai del tutto autoreferenziali, sono ambienti autistici, di persone alienate dalla realtà esterna che si parlano e sparlano addosso, come nelle trasmissioni giornalistiche, senza interlocutori istituzionali. Nessuno risponde a nessuno. Basta essere là. Semel politicus semper politicus. E così a scuola, semel impiegatus semper stipendiatus.Ma si può?
L’Italia è un paese nella cui cultura sono nate le corporazioni. Ma tra tante corporazioni protette, solo quella scolastica non è stata mantenuta e protetta. Eppure se c’è un campo della vita civile dove più peso ha la tradizione ai fini della resa intellettuale e professionale è quello della cultura, in cui è estremamente importante che il sapere si sedimenti e diventi abito mentale, Bildung spirituale. Se non per tradizione genetica, per retaggio d’ambiente. L’estro artistico di un Ludovico di Baviera era comunque contenuta entro gli schemi rigidi della sua tradizionale educazione nobiliare, che poteva condurlo alla ossessione musicale per Wagner o all’architettura dei suoi favolosi castelli, ma non alla follia incommensurabile di uno Hitler, che al potere concepisce in grande ciò che la sua meschina mentalità plebea ragionava in formato mignon tra sodali di bettola. Qualunque sciocchezza, innocente e compatibile se privata, diventa pericolosa se pubblica e accreditata dal potere. Vi ricordate la mimica balconara di Mussolini? Nella piazza di Fucecchio faceva ridere gli amici, a piazza Venezia esaltava le folle prostrando l’Europa.
Ciò che in Italia, e in generale in tutte le democrazie del nostro tempo, è all’origine dei mali nazionali e nel mondo è il fomite dei tracolli sociali, è il falso ritenimento che il passaggio tra la dimensione privata e quella pubblica sia dovuta a un rapporto meramente quantitativo e non a un passaggio qualitativo, per cui le stesse idee che alimentano le ambizioni personali possono alimentare, se divulgate en masse, quelle dei popoli. Lo stesso pregiudizio anima la teoria utilitaristica degli empiristi, che sostengono la naturale e spontanea composizione degli interessi individuali con quello sociale generale. Ma, molto semplicemente, non è così. Infatti, il privato pensa da privato, curando che il suo orticello sia ordinato ai propri bisogni, e non a quelli comuni. Ma moltiplicare tutti i singoli problemi privati di una comunità sociale non potrà mai darci una soluzione pubblica, la quale afferisce a un altro ordine di considerazioni, quello inerente al bene comune. E così come l’intelligenza di tutti gli uomini non potrà mai superare quella dell’umanità, questa stessa, non perché ipoteticamente unanime, potrebbe eguagliare quella della Provvidenza, che non a caso è divina.
Gli uomini fanno ciò che possono, e delegare un brocco a competere per pietà democratica con campioni da corsa, non solo non si rende merito al giusto valore ma è anche inutile. I vari Mussolini, Hitler, Stalin ci hanno provato a cambiare le sorti dei popoli, ma non hanno costruito neppure lontanamente una civiltà paragonabile a quella millenaria dei patrizi romani  e di quelli medievali europei. Sono state meteore, tragiche ma effimere, pericolose ma transeunti, durate pochi anni e non secoli.
Anche i poveracci mandati dal consenso popolare al potere fanno ciò che possono, e non è colpa loro se non sono nati per governare i popoli. Ce li ha mandati il sistema, ma un brocco resta un brocco. Parimenti a scuola. Li si è mandati a studiare, a laurearsi e a insegnare, ma quanti di loro vi erano portati? Un medico maldestro lascia una garza in pancia e ricuce. La si riapre e la si toglie e si ricuce. Ma un insegnante malsano i danni che fa sono a volte permanenti, perché indietro non si torna. Una mia insegnante alle Medie spiegava il pessimismo leopardiano asserendo che egli vedesse il mondo “dietro un vetro grigio anziché rosa”. Una mia compagna obiettò che anche la finestra del suo bagno aveva un vetro grigio ma tutti cantavano lo stesso facendosi la doccia. Allora se ne fece una risata. Ma la povera prof non riuscì ad andare oltre perché lei stessa non l’aveva capito, come poteva farlo capire? Aveva lo stesso titolo di studio della prof del mio liceo, ma con la differenza essenziale che questa aveva capito ciò che poi riuscì a far capire ai suoi alunni, l’altra no. E tutte due insegnavano e percepivano lo stesso stipendio. A quale delle due potendo scegliere avremmo affidato volentieri i nostri figli?
L’autonomia scolastica non è la confusa uguaglianza tra di chi merita l’impiego e chi non è idoneo al servizio pubblico, così come non vi è da confondere la descrizione della confusione con una confusa descrizione. Ma per selezionare una valida classe insegnante occorre prioritariamente assegnare un ruolo al docente secondo i fini della scuola pubblica. Se questi fini sono l’inserimento nel mondo del lavoro, allora la scuola sarà solo l’ufficio tecnico delle industrie regolato dal  mercato. Non ci sarebbe niente di male se pensiamo di pianificare la vita sociale in senso tecnocratico e comtiano. Resta nondimeno una circostanza che non può essere elusa. Ossia che l’esperienza umana non è riducibile alla mera vita bio-politica ma è esposta a quella “angoscia” per il trascendente che sostanzia la libertà dell’uomo impedendogli di definirsi nell’equazione di ciò che mangia. Se dunque l’istruzione pubblica si limiterà a destinare briciole di sapere nozionistico destinate al lavoro, rinunciando alla formazione morale dei giovani, qualche istituzione privata dovrà pur provvedervi, altrimenti avremo nei migliore dei casi un popolo di formiche laboriose e competenti ma senza una visione complessiva della realtà, e quindi soggetto alle momentanee seduzioni dei piaceri e alle paure dei bisogni. O si torna a fare della famiglia il luogo della formazione morale dei giovani, o se ne deve fare carico la Chiesa, proponendosi come la riserva morale della nostra civiltà in declino.
Le vecchie generazioni, moralmente educate, hanno saputo resistere a flagelli umani e a naturali carestie senza sostanzialmente mutare il senso della loro vita, fidando nella provvidenza e nei loro principi. Ma ai tempi odierni, una contingenza economica sfavorevole basta a gettare il panico nelle masse superstiziosamente attaccate alle promesse di benessere con cui i regimi democratici le tengono buone facendo digerire loro ogni palese ingiustizia sociale e la stessa incapacità di governo delle classi politiche, preoccupate solo di ottenere il potere col loro consenso. In mancanza di una formazione morale dei giovani, quale sarà il collante ideale che legherà la loro vita personale ai destini comuni? L’interesse immediato, per definizione “liquido” e mutevole?

Questa non è una domanda da quiz d’ingaggio lavorativo, ma è pur tuttavia la questione essenziale la cui risposta rende il senso stesso della vita collettiva, facendo della scuola un laboratorio di valori e di speranze sociali.

Costantino Marco

lunedì 25 maggio 2015

IL MIRAGGIO GLOBALE E IL DESTINO DELL’OCCIDENTE (di Costantino Marco)

La immigrazione dall’Africa di migliaia di profughi di fame e di guerra occupa le cronache quotidiane politiche e dei giornali per il suo carattere eccezionale in senso quantitativo e per le modalità rocambolesche della sua effettuazione. I più solerti chiacchieroni ripetono che si tratti di una nemesi del colonialismo europeo che avrebbe devastato il Continente nero in illo tempore, sfruttando da allora le risorse locali a vantaggio dei popoli occidentali.
A parte che la logica dello sfruttamento sistematico delle risorse umane e naturali da parte della metodica capitalistica non si applica in esclusiva o preferenzialmente a nessun territorio e popolo della terra, ma agli stessi territori e popoli che l’hanno adottato come cultura dominante e stile di vita, vi è da dire, a proposito dell’Africa, che è stato il suo abbandono a se stessa la colpa storica maggiore dell’Occidente, e non già il suo controllo ragionevole. 
Per “controllo ragionevole” si intende quella influenza politico-culturale che l’Occidente sin dai suoi albori filosofici ha inteso costituire come cifra del suo proprio télos originario, consistente “nella volontà di essere un’umanità fondata sulla ragione filosofica”, intesa come una condizione non “casuale in mezzo ad altre umanità e ad altre storicità completamente diverse”, ma in quanto il processo stesso di quella “entelechia che è propria dell’umanità come tale” e che per prima si rivelò nell’umanità greca. Sulla base di questo presupposto metafisico universalistico che fonda l’antropologia razionalistica occidentale, “se l’uomo è un essere razionale, lo è soltanto se tutta la sua umanità è un’umanità razionale”, per cui la filosofia e la scienza occidentali sarebbero in tal senso “il movimento storico della rivelazione della ragione universale, innata come tale nell’umanità”.
Queste radicali parole dell’ebreo tedesco Husserl, maestro di Heidegger e una delle menti più brillanti del Novecento, mettono a fuoco già intorno agli anni Venti del secolo una questione che rimane decisiva per le sorti non soltanto dell’Europa ma di quelle regioni del mondo che ancora vedono nel Vecchio continente il luogo di approdo delle loro precarie condizioni di esistenza in quanto forma di civiltà superiore. Un po’ come accadde durate la Guerra fredda, quando la tendenza a espatriare era sempre nel senso da Est verso Ovest, riconoscendo all’Occidente uno stile di vita superiore a quello comunistico.
Ma di questa sua supposta superiorità storica, i popoli occidentali hanno ancora consapevolezza, oppure appartengono ormai a quella umanità  non più “radicata in un terreno” culturale e al contrario già “franata in se stessa”? La questione è ben più rilevate di ogni questione geo-politica incentrata sulla premessa puramente ideologica che il senso presente della realtà sia anche l’unico senso storico possibilmente immaginabile e perseguibile, e investe i destini stessi dei popoli cosiddetti “in via di sviluppo”. 
Infatti, se la colonizzazione europea era moralmente giustificata dall’identità metafisica dell’Occidente razionalista, la de-colonizzazione è stata il risultato contraddittorio dello spostamento del baricentro politico occidentale dall’Europa agli Stati Uniti che ha semplicemente sostituito questi agli Stati europei nel controllo mondiale. Ma con una differenza fondamentale: che quella americana è una forma di civiltà che nel complesso è tecnologicamente più avanzata rispetto a quella europea tra le due Guerre, ma culturalmente più arretrata, e cioè meno evoluta storicamente e non in grado di elaborare valori originali e in grado di soppiantare o comprendere quelli di maggiore stratificazione spirituale, in quanto la sua Weltanschauung è basata su fondamenti illuministici che hanno potuto far presa in Europa dopo la seconda Guerra mondiale perché rivolti alle coscienze europee intellettualmente più elementari e meno raffinate, quali quelle delle masse, già portate in auge dalla nazionalizzazione fascista ma di prima o molto recente alfabetizzazione e dunque pressoché del tutto ignare della complessità problematica della questione culturalmente cruciale “se l’umanità europea rechi in sé un’idea assoluta o se non sia un mero tipo antropologico empirico come la Cina o l’India; e inoltre, se lo spettacolo dell’europeizzazione di tutte le umanità straniere annunci la manifestazione di un senso assoluto rientrante nel senso del mondo o se non rappresenti invece un non-senso storico”.
Questo problema sollevato da Husserl è stato rimosso in Europa dopo la seconda Guerra mondiale per una sorta di complesso di colpa, e risolto in senso sommariamente positivo da coloro che, custodi simbolici dei suoi valori umanitari in nome dei quali hanno sconfitto la minaccia fascista al loro modello nazionale di vita, si sono sentiti eredi della civiltà universale europea, e anzi i nuovi colonizzatori imperiali del mondo.
Le masse europee, devastate dalle guerre mondiali e quindi sedotte dal benessere economico americano che era stato da sempre il miraggio plebeo dell’emigrazione trans-oceanica, hanno adottato repentinamente istituti giuridico-politici democratici e modelli culturali individualistico-capitalistici nella intuitiva consapevolezza che sarebbero stati gli unici storicamente alla portata della loro ascesa socio-economica, escludendo sistematicamente l’influenza socio-politica delle antiche classi dirigenti europee di origine medievale e che erano state ancora il modello spirituale dei popoli europei fino alla prima metà del ‘900.
La strategia americana di aggirare l’ostacolo delle culture locali tradizionalmente dominanti, evitando di confrontarsi con la coscienza elitaria europea per rivolgersi direttamente al popolo elettore e consumatore, è tanto apparentemente politicamente efficace quanto storicamente ingenua, perché fondata sul presupposto antropologico di cui parlava Husserl, che cioè nel destino razionalistico sia inscritto il destino dell’umanità, ma interpretandolo in una chiave di lettura tecnocratica che filosoficamente è disastrosamente sbagliata e che costituisce il peccato originale della civiltà europea di origine greca. Nel senso che la ragione filosofica che sostiene i destini dell’umanità non è necessariamente la ragione tecnica partorita dalla logica dialettica platonica, la quale, procedendo per esclusione degli opposti, fornisce il modello teoretico della ragione politica, che concepisce i rapporti umani in termini di lotta e neutralizzazione delle opposizioni intese come l’altro e il diverso non razionalmente assimilabili.
Questa logica di assimilazione o eliminazione del diverso dialettico, universalizzata come criterio proprio della scienza politica e adottata come principio direttivo della ragion di Stato americana, pretende il controllo globale della storia umana, sul presupposto che a detenerne il modello metafisico sia la civiltà tecnologica  occidentale, la quale, in realtà, possiede soltanto una astratta immagine ideologica dell’homo faber intento a plasmare, con capitali e armamenti, il mondo caotico secondo le sue forme razionali, credute superstiziosamente le uniche “vere” e rispetto alle quali ogni altra è ritenuta sbagliata. E’ chiaro che tale pregiudizio fideistico neo-illuministico, per la sua astrattezza ideologica e pericolosità politica, ingeneri da parte dei popoli minacciati una reazione opposta di carattere religioso non meno fideistico, in grado di  fronteggiare con il suo dogmatismo fanatico l’opposto fanatismo e dogmatismo razionalistico.  
In questo drammatico scenario epocale, il ruolo attualmente eclissato dell’Europa può riavere una sua centralità proprio attraverso un profondo ripensamento della tradizione culturale che ha ingenerato la superstizione americana, a opera di una filosofia non socializzata a strumento ideologico del Potere, e quindi potenzialmente liberatoria dal mito contemporaneo del capitalismo provvidenziale.
Non ci sarebbe da cercare molto per trovare una tradizione di pensiero europea universalmente inclusiva e carismatica, opposta a quella esclusiva e formalistica oggi dominante in Occidente, ma basterebbe rivolgersi a quella cristiana, che sin dalle origini ha rappresentato la “follia” di una fede “assurda” per la ragione dialettica, ossia che l’uomo non sia solo ciò che mangia, cioè un “animale razionale”, ma è una “singolarità spirituale” in grado di pensare la verità dell’Essere. Nondimeno, per una critica radicale alla cultura razionalistica, occorrerebbe partire dalla considerazione che la stessa tradizione cristiana, per i suoi sincretismi filosofici greci, sia all’origine di tutti i fenomeni culturali della cristianità che, dalla forma imperiale romanistica a quella umanistica e infine alla attuale liberal-capitalistica, hanno segnato i processi ideali della civiltà occidentale, di cui il cristianesimo storico è l’antitesi morale ma non intellettuale.
Per questa fondamentale ragione, il pensiero cristiano non può inseguire il miraggio globale dell’ideologia razionalistica, che a suo tempo ha pure ispirato, concependo la propria cattolicità come un controllo religioso delle masse democratiche concorrente a quello capitalistico, diventando il mero correttivo etico al fatale corso storico del capitalismo globale, che così verrebbe confermato come provvidenziale. Sarebbe errore strategico e teologico ben più tragico della politica concordataria verso i regimi totalitari novecenteschi e della connivenza rassegnata al comunismo, poiché, se nel caso della politica delle democrazie totalitarie europee il mondo non ancora ideologicamente e tecnologicamente globalizzato poteva ancora contare su forti resistenze politico-culturali, nel caso delle odierne democrazie capitalistiche non ci sarebbero più alternative storiche alla totale socializzazione delle coscienze in senso tecnocratico. La forza liberatoria del cristianesimo deve invece manifestarsi nel perseguire un obiettivo di fede squisitamente impolitico, che è quello di riaffermare la centralità del kairòs evangelico quale modello assiologico essenziale della storia umana alternativo a quello empirico capitalistico; una Storia intesa come processo spirituale dell’Uomo universale, e non etico-politico dei popoli particolari. L’unità del genere umano, infatti, potrà conseguirsi solo in senso spirituale e trascendente le storiche particolarità empiriche, e giammai in senso etico-politico, esclusivo di quelle particolarità culturali e storiche caratteristiche dell’esperienza esistenziale dell’umanità.
Per giungere a questo obiettivo essenziale, il cristianesimo spiritualistico deve ritrovare la sua unità carismatica, e quindi superare in nome della fede comune unica e unitaria in Cristo Redentore le differenze storiche tra le diverse sue confessioni religiose. Ed è dunque imprescindibile stabilire all’uopo un rapporto coraggiosamente fraterno con la tradizione cristiana orientale, non meno martirizzata di quella occidentale dalle conseguenze storico-politiche degli errori di cultura teologico-religiosi. Solo assumendo su di sé la croce della espiazione culturale, il Cristianesimo potrà ritrovare quella centralità spirituale universale che nessuna delle ideologie storiche potrà mai avere, ma che nel tentativo di raggiungerlo esse potrebbero ancora fare tanto male all’umanità.
Nella nuova prospettiva cristocratica, le antiche diatribe teologiche tra le diverse confessioni storiche cadrebbero per auto-consunzione congiuntamente alle ideologie politiche di cui sono state il riflesso religioso temporale, la coscienza morale dell’errore culturale. Alla luce del nuovo corso spirituale, la politica europea del “controllo ragionevole” del mondo cambierebbe radicalmente di prospettiva, assumendo il compito non già di controllare le sorti politiche dei popoli locali in direzione della funzionalità del loro apporto economico al sistema di mercato globalizzato, ma bensì di includere l’esperienza delle culture particolari nella Storia eterna dell’Uomo, quali sue possibili espressioni culturali entro la sua dissimile ma unitaria vicenda universale.
Per sconfiggere ogni atteggiamento cinico rassegnato al nichilismo storico, basta pensare a come le vicende della storia etico-politica ripetano incessantemente gli stessi processi fallimentari per l’uomo, e a come il maggiore benessere materiale conseguito dagli strumenti tecnologici non restringa le aree di sofferenza, di pericolo e di insoddisfazione morale, ma le allarghi esponenzialmente, differendone la soluzione a un futuro che non arriva mai. E questo perché gli strumenti sempre più affinati perseguono fini con essi inconseguibili, perché di natura spirituale e non materiale. Debellare la fame, la povertà, le malattie equivale a sconfiggere la stessa finitezza della condizione umana, che non può essere negata come il negativo dialettico del bene della vita, ma solo trascesa da considerazioni dell’esperienza umana non fondate su tecniche in grado di allungare o estendere la vita biologica dell’uomo ideale, mondato di tutte le imperfezioni da modello fisiologico, ma a rappresentarla per come essa si chiarisce esistenzialmente. Il fine giustifica il mezzo a esso omogeneo, altrimenti sono reciprocamente incongrui. La qualità della vita non si misura con le cartelle merceologiche o cliniche, ma sulla base della sicurezza ontologica nei fondamenti spirituali della vita. Siamo certi che lo sradicamento culturale operato dai processi dell’ideologia capitalistica aiutino i popoli a condurre un’esistenza migliore? Se così fosse, perché il dramma stesso dell’Europa cristiana? Ma come poteva la fede cristiana affermarsi con gli strumenti della politica senza trasformarsi in religione ideologica? E come potrebbe liberare l’umanità dai limiti naturali una ideologia come quella capitalistica se fa dell’uomo lo strumento della produzione e del consumo che tengono in vita il sistema? 
Si è creduto per tempo che fosse stato il messianismo escatologico della religione il fomite della catastrofe antropologica del moderno. Oggi siamo passati dal servizio alla Storia al servizio al Mercato, ma l’uomo non è ancora mai al centro della esistenza storica. L’Europa, a poche generazioni dal disastro mondiale, riprende ad avere rigurgiti razzistici e xenofobi da cui pareva si fosse liberata avendo adottato ideologie e sistemi democratici. Ciò è intollerabile a una coscienza moralmente coltivata, ma anche comprensibile per chi sia stato allevato alle ideologie edonistiche del materialismo economicistico, che vede nell’uomo il consumatore o il concorrente potenziale, e dal politicismo della lotta partitica di massa, che insegna a scorgere nell’uomo il nemico anziché il convivente. Sono criteri perversi di concepire i rapporti umani, ma omologati dalle ideologie dominanti, accreditate a sua volta dalla tradizione culturale occidentale.
Le loro motivazioni teoriche non sono di dominio pubblico ma la logica che le sostiene si diffonde nelle masse e diventa mentalità corrente, dilagante e pervasiva come lo è l’istinto della specie non moralmente infrenato e corretto. Ma la scommessa della fede cristiana è di far emergere dal naufragio spirituale, operato dalla pedagogia dell’assuefazione all’innato gene egoista, la natura divina dell’uomo, la sua possibilità unica di concepirsi come coscienza del mondo e testimone del tempo. Solo all’interno di una siffatta antropologia è possibile vedere nell’esperienza esistenziale del Cristo la vicenda eterna di ogni uomo di ogni tempo, e perciò nella Sua storia quella stessa dell’umanità. Va da sé che l’umanità di ogni uomo non sia l’astratta umanità idoleggiata dal razionalismo moderno, che sotto sembianze di Popolo, Classe, Razza, Nazione o Religione ha immolato innumeri vittime umane.

Se la ragion di Stato sceglie Barabba, l’uomo di fede sceglie coraggiosamente Gesù. Dopo aver visto crollare Imperi e Stati che parevano eterni e preservarsi la sua fede, non ha neppure più bisogno di nascondersi pavidamente come Pietro alle folle.

Costantino Marco 

giovedì 7 maggio 2015

COSCIENZA MITICA E POLITICHE MODERNE (di Costantino Marco)

Il rapporto tra la tragedia antica e il dramma moderno si gioca,apparentemente,sulla relazione che,rispettivamente,la coscienza eroica intratteneva con la sfera religiosa o del Mito,e la coscienza secolarizzata con la dimensione storica o del Logos. In realtà questa dicotomia inerisce più che altro alle distinte metodologie gnoseologiche con le quali l’analisi della realtà procede per cercare di darsi ragione delle cose che accadono,ma spesso l’incongruità del metodo prescelto conduce a percorsi fuorvianti che non riescono a fornire dei processi culturali e sociali altro che schemi formali di lettura,quasi sempre riduttivi,a volte del tutto impropri.
Soprattutto la sfera politica ha fruito nei tempi moderni delle risorse evocative del mito per stabilire nuove e inedite corrispondenze emozionali tra la psicologia di masse aduse alla dimensione privata della vita e alle sue rappresentazioni ludiche,e alle leaderships in cerca di legittimazione collettiva del loro potere non tradizionalmente detenuto ma acquisibile attraverso le forme tipiche del consenso elettorale.
Le società democratiche moderne fondano,com’è noto,la legittimazione del potere elettorale maggioritario che convenzionalmente determina il valore giuridico della rappresentanza politica degli interessi delle parti sociali. Altrettanto convenzionalmente,l’ideologia democratica ha decretato che tale rappresentanza di interessi  venisse trasferita dal suo originario piano di carattere privatistico,a quello pubblico degli interessi generali,per cui il rappresentante eletto non rappresenterebbe gli interessi dei mandanti ma quelli dell’intera  nazione. Che ciò non sia vero di fatto lo conferma l’esistenza stessa di “partiti” ossia di organizzazioni politiche private di interessi appunto particolari,che hanno il compito statutario di rappresentare politicamente gli interessi dei loro mandanti e affiliati.
Allorquando Schumpeter definisce la moderna vita politica democratica come una lotta di capi partito in competizione per il Potere,descrive anche il senso recondito della lotta politica nelle democrazie rappresentative,che è appunto quello di cercare di sopravanzare i concorrenti nell’affermare il valore pubblico di istanze originariamente private chiedendo il riconoscimento politico delle ragioni sociali particolari.
Ma un sistema istituzionale fondato sulla sola concorrenza degli interessi privati,per quanto riconosciuti politicamente di interesse pubblico attraverso finzioni giuridiche e sofismi ideologici,è destinato  a collassare sistemicamente e a trasformare la sua dialettica politica in una tendenziale instabilità culturale di regime. Infatti il sistema rappresentativo,in quanto privo di una sintesi decisionale che non sia quella per definizione esclusiva delle minoranze operata dalle variabili maggioranze parlamentari,le quali affermano la loro volontà a scapito delle istanze minoritarie deve ricorrere a strumenti istituzionali correttivi della tendenziale anarchia,che sono:a)la collaborazione consociativa delle minoranze politiche alla gestione del potere,ovvero b)la previsione di un centro decisionale autonomo dai criteri selettivi dei gruppi politici,definito giuridicamente per poteri e competenze,cui si delegano funzioni decisorie sottratte alla discrezionalità del gruppo politico maggioritario pro tempore  in mancanza di questi correttivi il sistema politico rappresentativo sviluppa spontaneamente il suo rimedio (anti)-strutturale,facendo emergere dal caos politico una figura demiurgica rappresentativa a sua volta della essenziale funzione decisionale o di Governo insopprimibile dalla vita sociale di ogni consorzio umano. La funzione di Governo è essenzialmente diversa da quella precipuamente politica della ricerca del Potere. Se infatti la funzione dei gruppi politici particolari è di rappresentare gli interessi economici  dei gruppi elettorali mandanti,sia pure periodicamente variabili e per così dire aperti il Governo ha per funzione la rappresentanza degli interessi generali dello Stato,assunto come ente politico unitario avente una sua esistenza storica indipendente da quella delle temporanee componenti socio-politiche particolari e quindi considerato come una persona non meramente giuridicamente ma eminentemente culturale e meta politica. E pertanto,se la funzione dei partiti politici e strettamente economica,quella dei governi è essenzialmente etica non essendo le decisioni governative legate a considerazioni partigiane e vincolate alla labilità del consenso elettorale.
Il processo tendenziale della vita politica delle democrazie moderne è nel  senso della esautorazione o neutralizzazione dell’autonoma funzione di Governo, a favore delle sole rappresentanze politiche economiche, secondo una più generale tendenza a interpretare la vita politica come campo parallelo ma omologo a quello economico, in cui l’accordo delle posizioni è il corrispondente del bargain affaristico. Ciò è il risvolto pratico di una tendenza teologica che si è affermata culturalmente in ambito protestanico e quindi si è diffusa progressivamente come tendenza universale, possibile in conseguenza del sincretismo razionalistico delle dottrine cristologiche di origine alessandrina divenute dominanti teologicamente nella Cristianità, che lasciano emergere, con la fine della fede nel fondamento trascendente della vita e della Storia, l’antico motivo pagano della natura umana senza la grazia della redenzione. Un logos divenuto mera techne di sopravvivenza e strumento della bio-politica contemporanea.
Se consideriamo la storia dell’Italia unitaria, nelle fasi che a partire dalla svolta del 1876 si determinano giù giù, attraverso il giolittismo, il fascismo, il centro-sinistra, e fino alle ultime vicende del governo Renzi, notiamo una costante protensione a costituirsi da parte della Sinistra come “partito della nazione”, ovvero la coincidente rappresentanza di parte, sia pure maggioritaria, con gli interessi generali del Paese. Su questa premessa identitaria sorge il trasformismo quale adattamento del resto politicamente minoritario all’altrimenti tutto maggioritario, il quale, anche senza quell’adattamento delle minoranze al regime della maggioranza, comunque formalmente le rappresenterebbe. In questo senso il trasformismo viene inteso dalle minoranze tagliate fuori dal governo della Sinistra come il tentativo di arginare la deriva totalitaria intrinseca a questa logica fagocitante e ultra-rappresentativa delle sue maggioranze parlamentari.
La natura della Sinistra è precipuamente politica, perché essa storicamente e idealmente nasce come opposizione originariamente sociale ai governi legittimi che a suo dire erano la rappresentanza degli interessi minoritari dei popoli. Una volta al potere, la Sinistra o si comporta come una Destra o si oppone a se stessa scindendosi fra chi vuole governare e chi si oppone a oltranza. Lenin chiamò “infantile” l’estremismo politico, cioè l’opposizione oltranzista e anti-sistemica.
Diverso il percorso di formazioni politiche non di Sinistra, quale storicamente in Italia la Democrazia Cristiana, la quale per tutto il tempo del suo governo nazionale, qualunque fosse la percentuale elettorale dei consensi, ha tenuto un costante rapporto di collaborante distinzione tra sé e le formazioni politiche minoritarie tradizionalmente sue alleate di governo, ma culturalmente e socialmente rappresentative di una tradizione non popolaristica. La persistenza per tutta la cd. Prima Repubblica del sistema elettorale proporzionale, ha consentito alla DC di perseguire fini di Governo non egemonici, ma anzi esposti a continue mediazioni parlamentari con i propri alleati. Questa mediazione è stata intesa erroneamente come un fastidioso inceppamento dei processi direttivi del Governo, incessantemente esposto ai precari equilibri parlamentari del potere legislativo dal quale direttamente dipendeva, mentre in realtà era la conseguenza stessa del parlamentarismo repubblicano governo-fobico e pan-politicistico.
Infatti, tali precari equilibri parlamentari non erano legati al sistema delle rappresentanze proporzionali, senza il quale le minoranze qualificate non avrebbero potuto accedere alla fase legislativa, in quanto altrimenti sarebbero state esautorate, come al presente, da una logica maggioritaria insensibile alle istanze più avanzate e meno popolari di cui esse sono costitutivamente portatrici, ma erano bensì legati alla mancanza di una concreta autonomia del Governo dalla diretta rappresentanza parlamentare degli interessi settoriali, inevitabilmente di parte. Questo vulnus istituzionale è la vera tara sistemica d’origine dell’attuale Costituzione, che ha reso precario e a volte impraticabile l’esercizio del Governo in Italia.
Quando si sentono salmodiare i farisei della Costituzione sulla sua intangibilità, che al minimo tentativo di riformarla si stracciano le vesti urlando come prefiche alla morte della libertà e della della democrazia in Italia, ci coglie un grande sconforto ma anche una irrefrenabile indignazione etica verso chi ha costruito le proprie fortune personali, accademiche e politiche su codesto feticcio ideologico, che ha portato il Paese sul ciglio del baratro di una sempre latente guerra civile e sull’attuale deriva pseudo-presidenzialistica e anti-parlamentare. Senza una funzione di Governo, distinta strutturalmente da quella parlamentare e rappresentativa degli interessi socio-economici dei gruppi particolari, non ci può essere garanzia di governabilità, e le forze parlamentari saranno costrette o a labilizzare  l’esercizio di Governo da esse espresso, ovvero a consociarsi per identificare quell’esercizio decisionale con il proprio che è di controllo degli equilibri nei rapporti politici.
Negli Stati costituzionali classici, la funzione di Governo veniva esercitata dalla corona, nelle moderne repubbliche demo-liberali viene esercitata dalla Presidenza elettivamente distinta dalla elezione parlamentare dei rappresentanti politici. Il correttivo istituzionale si è reso necessario dalla imprescindibile funzione di Governo, strutturalmente diversa da quella rappresentativa perché idealmente espressiva dell’unità nazionale su cui è fondato lo Stato moderno, trascendente le sue singole parti socio-politiche, che sono quelle rappresentate nei parlamenti elettivi; funzione di Governo che le maggioranze parlamentari non possono surrogare, perché costitutivamente parziali e partitiche. Senza il riconoscimento di quella funzione di Governo super partes  i sistemi parlamentari, anche i più democratici, collassano e favoriscono l’emersione di un duce in grado di costituire imperativamente quella unità decisionale che i governi parlamentari non possono garantire. In tal senso, pervenire a una semplificazione delle rappresentanze parlamentari per favorire le funzioni di Governo è strutturalmente sbagliato, poiché assegna maggiori poteri al Potere maggioritario e minore rappresentanza alle minoranze qualificate.
La vita dei moderni parlamenti democratici somiglia alquanto a rappresentazioni ludiche o ancora di più a recite drammaturgiche con personaggi da copione fissi, che mimano ruoli e funzioni occasionali o professionali ma il più delle volte non vocazionali, in quanto legati a interesse corporativi o istanze ideologiche, ma quasi sempre privi di un’adeguata e sedimentata formazione morale all’altezza dei compiti. Basta conoscere un poco la fauna politica delle moderne democrazie per rendersi conto del loro basso profilo etico-culturale. E’ uno spettacolo desolante vedere a chi mettiamo in mano le sorti delle nazioni, coi loro problemi e i loro potenziali economici e militari. I tempi sono certamente frutto di errori che sono prima di cultura e poi politici, ma proprio perciò la supponente trascuratezza dei nostri politici verso le questioni più serie e profonde della vita ci riempie di sconcerto.  Al posto di ragionamenti ponderati e accreditati da autorità intellettuali e morali, discussioni spesso da trivio, superficiali, che si limitano al commento giornalistico e leggero della cronaca quotidiana, ripetitivo e inconcludente, popolare nel senso di volgare. Ed è certamente penoso vedere anche intellettuali di vaglia prestarsi alla pantomima dei salotti televisivi, sciorinando banalità e cercando di stare dietro allo sciocchezzaio dei cronisti parlamentari e dei superbiosi e vanesii conduttori, che ritengono di avere in mano la situazione solo perché informati sul numero di scarpe dei politicanti à la page.
La politica democratica come spettacolo può andar bene alle masse ignare, ma nei tempi di abbondanza. Nei tempi di magra, invece, il popolo invoca Masaniello, o il Mussolini di turno. Esso vuole vivere di quella natura senza coscienza di grazia a cui la cultura moderna ha voluto tornasse, e così in una società tenuta insieme non più dalla religione né dal potere regale ma dal mito superstite del Benessere e dell’interesse alla sola sopravvivenza biologica, il popolo ricerca solo pane e spettacoli inseguendo i nuovi miti edonistici e produttivistici ammanniti dai nuovi vaniloquenti sofisti, ripetitori di formule senza contenuto. Allora, in caso di carestie e di crisi finanziarie, chi salverà le democrazie? Gli economisti ciarlieri o i queruli costituzionalisti d’avanspettacolo? Un tempo c’erano i re, che si affidavano alla mano di Dio. Oggi rimane solo Dio a salvarci dal (comunque meritato) diluvio universale. Anzi globale.


Costantino Marco

venerdì 17 aprile 2015

IL FUTURO DELL’ ITALIA (di Costantino Marco)

La politica italiana è fatta anche di piccole storie, quelle che rappresentano più concretamente la situazione reale di un Paese alla deriva, dove si può scherzare dei santi ma la critica del sistema non è ammessa, dove un omosessuale può vantarsi di aver lasciato moglie e figli per un giovane dell’età del figlio ma non si può dichiarare senza scalpore che la famiglia è un valore sociale e che la sua consacrazione religiosa è un impegno di coscienza, prima che legale. Naturalmente, ciò che il filtro della propaganda di regime fa trasparire non è l’Italia concreta, ma l’immagine ideale della sua rappresentazione ideologica. Ma l’incidenza mass-mediale di tale martellante informazione, accompagnata a quella dei films, della letteratura, degli spettacoli di intrattenimento e della vulgata in uso nei testi scolastici, crea una atmosfera culturale contagiosa, che funge da calco retorico nelle discussioni pubbliche e istituzionali, la cui risonanza ingenera negli ascoltatori distratti il convincimento che in quei luoghi topici risieda ogni cifra di verità e di buon senso.
Che ci sia una varietà di opinioni, e persino di inconsapevoli pregiudizi, è la pre-condizione di ogni possibile dialogo, ma costituisce un problema dialogico allorquando ingenera l’idea che la varietà debba inevitabilmente condurre al relativismo delle istanze etiche. Ossia condurre al dominio della ipotesi sofistica, per la quale non vi è alcuna possibilità di derimere quella varietà non esistendo una verità comune.
D’altro canto, se non si credesse nelle verità di parte non si fonderebbero neppure i partiti che la propugnerebbero, sicché la verità è unica per chi ci crede, ed è un sofisma per gli altri, che hanno la loro. Su questa inconcludente dialettica si basa il confronto parlamentare, in cui ogni partito diventa portavoce di una opinione affermata come verità di parte, che si scontra con altre omologhe di altre parti concorrenti. E non esistendo una verità comune, non resta che mettersi d’accordo, addivenendo a un pacifico compromesso. Questo esito pacifico scongiura scontri sociali cruenti tra fazioni politiche, ma non assicura la giustezza delle risoluzioni compromissorie. E questo è il punctum dolens del relativismo etico-politico, che finisce per scontentare tutti i rappresentati, che alla fine rigettano il compromesso dei contraenti, giungendo a credere che i politici siano dei parolai inconcludenti e che la democrazia parlamentare sia un regime di affarismo fraudolento. Come dire il contrario?
Certo, esistono politici seri e preparati, onesti e disinteressati. Ma ciò non toglie che il regime politico in cui operano sia un sistema basato essenzialmente sul sofisma che la credenza condivisa sia la verità. su questo sofisma vengono promulgate le leggi dello statuali, varati governi e prese delicate e gravose decisioni interne e di carattere internazionale, come l’organizzazione amministrativa dello Stato e, rispettivamente, le alleanze diplomatiche e militari. In teoria, ogni cambio di maggioranza potrebbe provocare un cambio di indirizzo generale della vita politica dello Stato, esercitando un potere costituente.
La debolezza strutturale dei regimi parlamentari viene corretta, legislativamente o di fatto, per mezzo della incidenza decisionale di un Governo forte, che sedi le dispute parlamentari logorroiche e riporti ordine nella società civile, chiamata a parteggiare incessantemente per o contro le fazioni politiche in competizione. La stessa necessità di prevedere tale mistura istituzionale, conferma che il parlamentarismo non sia il miglior regime politico concepibile, e anzi sia uno dei più esposti alle lusinghe demagogiche, ossia alle opinioni ballerine della massa.
Se, dunque, le opinioni emotive della massa hanno bisogno di una forma politica che razionalmente le traduca in istanze pubbliche, vuol dire che la loro bontà è dovuta alla rappresentazione che di esse ne danno i partiti. Ed è in questa insuperabile mediazione formale che si va a costituire il potere delle burocrazie parlamentari e quello ancora più anonimo e arbitrario delle oligarchie partitiche.
Questa deriva oligarchica delle formazioni partitiche è ben nota da tempo agli studiosi, e non è certamente propria del regime italiano. Ma proprio per questo è grave che i costituenti repubblicani, smaniosi solo a cancellare le tracce formali del fascismo e a liquidare la Corona risorgimentale, non ne abbiano tenuto conto, provocando le premesse della nostrana disastrosa partitocrazia. Era infatti del tutto prevedibile che, senza più la presenza istituzionale della Corona e con un Presidente della Repubblica eletto dal Parlamento, che ha in mano a ogni votazione legislativa le sorti del Governo, il potere dei partiti sarebbe stato viepiù dilagante e straripante rispetto a ogni allotrio contenimento morale e culturale da parte della società civile italiana. Se davvero questi presunti soloni fossero stati davvero all’altezza del compito, non saremmo arrivati alla crescente privatizzazione del potere politico in Italia da parte di ristrette oligarchie partitiche che decidono le sorti dei gruppi parlamentari e dei governi nazionali. Un Paese, senza più istituzioni nazionali unitarie, e nelle mani di una cricca di politici mestieranti, che decidono su ogni ambito della vita civile, dall’industria all’università, che futuro poteva avere? Nessuno.L’Italia, infatti, è diventata un mosaico di tante piccole realtà locali, ognuna con un suo particolare futuro nello scenario dissoluto e dissolutorio di una realtà nazionale che si è pervicacemente voluta essenzialmente ed esclusivamente politica, che stentano a sopravvivere, in perenne difesa dalle incongruenze, violenze e stupidità di uno Stato ostile, che anziché difendere i cittadini da se stessi, ne esalta i vizi e ne mortifica le virtù.  
Che l’Italia repubblicana non abbia mai avuto un vero Governo, cioè il luogo delle etiche decisioni per i bene comune, lo prova ogni piccolo e grande incidente nazionale, da un’alluvione alla politica estera. L’Italia non c’è più. Ci sono le piccole patrie, con le loro tradizioni, i loro costumi, i loro dialetti, il loro folklore e le loro amministrazioni locali, dalle quali provengono ormai i politici nazionali, anche quelli che ci governano. Era inevitabile che l’unitario processo risorgimentale, costato tante lotte e tanta abnegazione, tornasse, nelle mani degli ideologi politicanti, alle origini da cui era partito, ossia alle piccole patrie locali, e quindi per sviluppare quello spirito campanilistico e a volte settario così tradizionale, e che i partiti hanno esacerbato con le loro faziose contese elettorali, trasformando la vita sociale italiana in una perenne lotta civile tra bande politicizzate.
Ma è davvero la politica la più alta risposta esistenziale dell’uomo? O non piuttosto la più primitiva e cruenta? Forse bisogna partire da questo elementare ma essenziale interrogativo per formulare risposte non scontate e ripetute per l’inerzia di una ragione sempre più intessuta di luoghi comuni e di chiacchiere da salotti televisivi, sempre più ripetitivi, evanescenti e patetici.
La globalizzazione economica è, per altri versi, l’universalizzazione della logica politica del conflitto sociale organizzato, in cui i partiti prendono il posto delle classi sociali nel primo capitalismo, ovvero dei clan e delle tribù di un tempo. Ma sono queste le uniche risposte disponibili all’uomo? Quelle neo-pagane di un’antropologia de-spiritualizzata di esseri produttori e consumatori, di beni come di ideologie? O esistono altre forme di convivenza che non siano ascrivibili al pòlemos, cioè alla logica del conflitto, in grado di assegnare all’uomo un primato non solo tecnologico sulle altre specie animali, ma morale e ontologico? L’evento cristico ha già dato all’umanità la sua eterna risposta, che la coscienza storica non può eludere, perché su quell’evento essa stessa si fonda, pur avendolo rimosso.
Se vi è per i cristiani oggi un luogo privilegiato di discussione pubblica, è proprio questo. Dopo la stagione dell’impegno politico e delle dubbie commistioni ideologiche con gli eventi a tratti nefasti del passato, una nuova deve aprirsi su un tema cruciale come questo. Forse l’unico che raccolga, con l’esperienza bimillenaria della testimonianza cristiana, anche le speranze antropologiche di una civiltà in crisi in un futuro che non sia la semplice riedizione aggiornata delle culture del passato.
Soprattutto a seguito della diffusione di temi intellettuali legati alla rappresentazione pragmatistica e scientistica dell’homo faber, la cultura d’ispirazione cristiana ha preferito conservare posizioni di retroguardia, correndo il rischio di assestarsi su posizioni critiche della civiltà moderna ma non in grado di proporre, dopo quella della tradizione teologica, una nuova sintesi di fide set ratio che fornisse un nuovo quadro di riferimento teoretico, non soltanto alternativo a quello delle varie offerte filosofiche ed epistemologiche d’impianto razionalistico, ma anche ontologicamente diverso, inerendo a una dimensione spiritualistica dell’uomo.
Soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, allorquando la visione del mondo moderna nel suo insieme stava consumando la sua crisi anche religiosamente evidente, la cultura cristiana ha cercato un contatto con essa retrospettivamente anacronistico, accreditandone, sia pure nolentemente, le sue estreme versioni edonistiche e politi cistiche, perseguendo un allineamento maldestro che come effetto ha sortito la sua perdita di credibilità, a partire dal clero minuto, negli ambienti sociali di prima scolarizzazione, culturalmente più esposti alle sue insidie demagogiche, così che intere generazioni di insegnanti di ogni livello, laici e religiosi, divennero la fonte divulgativa dei motivi più frusti di una cultura agonizzante, che attraverso la massificazione dell’informazione penetravano in ambiti prima risparmiati alla sua pervasività.
Temi come la libertà, la democrazia, la povertà, la sessualità, la società, la famiglia, la cultura etc., furono riletti in una chiave razionalistica funzionale alla loro credibilità ideologica rispetto alle correnti più in voga, politicamente alternative ma comunque interne a una visione economicistica dell’uomo e della società, come quella capitalistica e quella comunistica, che si contendevano la propria versione della democrazia politica a livello planetario.  
Ancora oggi si assiste al cosiddetto “impegno civile” di preti moderni che concepiscono il loro ruolo religioso  come ausiliario a quello delle confraternite della carità, spaziando dal ricupero delle prostitute a quello dei drogati, in una realtà competitiva che alimenta l’emarginazione dei poveri e dei deboli, senza però mettere in questione i suoi fondamenti ideologici, ma anzi dichiarandoli proprii.
Oppure assistiamo all’ “impegno culturale” di teologi che scoprendo Kant dopo S. Tommaso, e senza mai aver letto e meditato Kierkegaard, si ritengono d’avanguardia, giocando a dialogare con gli ambienti ateistici in misura crescente in relazione alla loro vantata disinibizione dottrinaria, la quale tutt’al più rivela un vuoto di coscienza spirituale a dir poco imbarazzante, che procurerebbe gran pena morale se non provenisse appunto da loro.Sono, tutti loro, figli del Concilio, usciti dai seminari semi-deserti della Chiesa offuscata dalle ideologie ateistiche ed edonistiche, guidata, soprattutto in periferia, da pastori di umili origini, senza sincera vocazione e senza accurata selezione, che assistevano alla dissoluzione morale della società e per insipienza e lassismo lasciavano correre, preoccupandosi più delle loro relazioni col potere politico che di esercitare con autorevolezza su di esso il loro residuo potere spirituale in senso correttivo.
Il lassismo morale di questi falsi pastori, non soltanto non ha scongiurato la deriva dissolutoria della società civile, ma ha inciso negativamente sulla stessa comunità religiosa, spesso ricettacolo di inconfessate perversioni. Alcune assurte all’eco della cronaca giudiziaria, altre ancora criptate dall’omertà ecclesiastica. Ancora oggi non è raro il caso di parroci milionari, che tra oboli e stipendi, intestando tutti i beni a famigliari o pupilli personali, non destinando alla Chiesa almeno parte di ciò che pure da essa hanno preteso per una vita. Caso esecrabile, ma che non fa quasi più scalpore, essendo acquisito alla coscienza comune dei fedeli che quello del sacerdote è un mestiere come altri, la cui vocazione riguarderebbe la coscienza di chi l’esercita.
La società civile che si rassegna o finge di non accorgersi del sistematico ladrocinio politico, è omologa alla comunità religiosa che finge di non accorgersi del degrado morale del clero, o si rassegna ad esso come di un danno collaterale inevitabile, visti i tempi. In realtà sono aspetti distinti di una stessa realtà moralmente degradata, che dietro le forme convenzionali nasconde contenuti sostanziali osceni.
Certo, la Chiesa universale ha quasi infinite risorse morali, che le società civili degli Stati nazionali non hanno. E non per soli motivi quantitativi, ma perché la sua destinazione storica non è scollegabili dal fine trascendente che la anima, e che segna la differenza rispetto alla considerazione puramente naturalistica dell’uomo e della convivenza sociale. Ma son pur sempre risorse legate alla libera responsabilità della coscienza singolare, per cui il loro dispiegamento storico deve trovare un suo percorso formale che ne manifesti il suo intrinseco carattere morale. In questo consiste la testimonianza.
Orbene, quando sentiamo, anche da fonte cristiana, per così dire, “adulta”, che la cultura cristiana sarebbe una delle tante espressioni intellettuali del nostro tempo, contando fra esse ideologie e indirizzi di pensiero secolari, a noi pare che tale notazione sociologica nasconda implicitamente un’ammissione di irrilevanza culturale fuori del suo particolare contesto di riferimento, quasi che l’incidenza del Cristianesimo fosse consegnata ormai a un orizzonte religioso auto-referenziale interno ai confini del mondo controllato dagli ambienti ecclesiastici. Ma la trasformazione del Cristianesimo in una ideologia tra le tante del nostro tempo, è esattamente il prodotto della crisi spirituale dell’età moderna, che ha investito le coscienze, generalmente incapaci di trovare alla loro fede quel carattere di fondamento ontologico, la cui perdita è all’origine del diffuso disorientamento morale della attuale società, reso più pervasivo dalla diffusione in massa di schemi intellettuali e luoghi comuni della pubblicistica corrente, privi di ogni valore orientativo ma dai contenuti destabilizzanti.
La stessa scolarizzazione massificata, diffondendo superficiali pregiudizi anti-religiosi e ateistici, ha distrutto il tessuto morale delle società tradizionali, senza sostituirlo con altri valori etici, e semplicemente investendola di un processo esogeno di sistematica destrutturazione nichilistica, perpetrata dal combinato disposto teorico delle ideologie economicistiche e democraticistiche, che sono le residue “religioni secolari” sopravvissute a quelle totalitarie del sec. XX.

In questo contesto di anomia morale, la cultura spiritualistica cristiana non può limitarsi a celebrare i fasti passati, o a riproporre stancamente formule teoretiche canonizzate, ma dovrebbe invece sforzarsi di penetrare sino al fondo della sua genesi storico-ideale lo stesso percorso della crisi moderna, la quale, proprio perché crisi essenzialmente spirituale, non può arrestarsi ai confini della storia della Cristianità, di cui invece è organica espressione culturale, identificata erroneamente con la sola storia della Chiesa istituzionale, e cioè ecclesiastica. Proprio perché la Chiesa è la casa comune della cultura cristiana, la crisi della civiltà cristiana non può prescindere dalla stessa rappresentazione che la Chiesa ha offerto di sé al mondo storico. In tal senso, distinguendo la sua storica rappresentazione culturale e umana, dalla sua funzione soteriologica, anche la crisi moderna può e deve a nostro avviso essere letta come interna alla spiritualità cristiana, sicché la sua rinascenza possa coincidere o promuovere con quella della stessa civiltà da essa espressa e di cui è fondamento.  

Costantino Marco