mercoledì 9 marzo 2016

UMBERTO ECO, IL POTERE E IL DEMIURGO (di Piero Nicola)

  La dipartita di Umberto Eco da questo mondo ha riproposto al vasto pubblico il cattedratico e scrittore come studioso e artista eminente, gloria nazionale. Nella generale esaltazione, il suo professato ateismo, manifestatosi col funerale al Castello Sforzesco, è stato ignorato dai soliti cattolici, che antepongono gli onori mondani, il rispetto umano alla testimonianza e alla coerenza della Fede, la quale non ammette suoi detrattori. Qualcuno si è dispiaciuto perché al grand'uomo non hanno assegnato il premio Nobel. A noi ciò non fa né caldo né freddo. Specie ultimamente, abbiamo avuto premi Nobel affatto risibili. Tuttavia la parolona Nobel fa impressione, induce i pigri a visitare il maestro scomparso andando ad abbeverarsi alle sue fonti tossiche. 
  Quindi non sarà vano gettare adesso uno sguardo sul personaggio Eco. Lo faccio attraverso il suo romanzo-saggio Il Pendolo di Foucault (1988).
  Il lavoro, che tratta dell'esoterismo e delle sue vicende storiche, presenta una conclusione formulata dal soggetto narrante. Tutto l'occultismo al fondo contiene il nulla; il mistero rimane irraggiungibile. Perciò le iniziazioni e le scienze che otterrebbero prodigi e poteri soprannaturali sono tutta una montatura, in buona o in malafede.
  Fin qui saremmo d'accordo. Sennonché il grand'uomo comprende nella negazione sia gli effettivi grandi poteri umani che si tengono nascosti per le loro trame, sia la trascendenza, la metafisica, Dio, e anche le opere demoniache. Egli accetta un mistero impenetrabile, per niente rivelato, e fa di peggio col suo pessimismo integrale. Quando parla del mondo manifesto, lo considera una cosa mal fatta, opera d'un demiurgo cattivo o maldestro. Umberto Eco è disposto a salvare soltanto qualche momento felice della vita, un'occasione colta quasi per caso, di solito nemmeno riconosciuta e conservata come reliquia che giustifica un'esistenza. Il resto è fallimento e disperazione.
  I personaggi principali sono tre. Il protagonista Casaubon, entrato all'università due anni dopo il Sessantotto, prepara una tesi sui Templari, inizia una collaborazione con un editore, ripresa e ampliata dopo essersi laureato. Jacopo Belbo impiegato della stessa casa editrice, fu adolescente al tempo dello sfollamento e dei partigiani, soffre il rammarico delle sue occasioni perdute, imputate anche a viltà. Diotallevi, ebreo cultore della cabala, lavora insieme a Belbo nel vaglio dei dattiloscritti.
  La narrazione parte dai giorni che precedono di poco l'epilogo della vicenda, per svolgersi quasi completamente nel ricordo; il che obbliga il lettore a un esercizio mnemonico notevole, cui si aggiunge la difficoltà dell'ampio uso della terminologia specialistica, che renderebbe necessaria la consultazione delle enciclopedie. La trama assai semplice viene inglobata in una estesa, enciclopedica esposizione delle dottrine, dei miti, delle pratiche misteriche e delle loro storiche successioni. Episodi e inserti non funzionali all'opera forse le danno un certo respiro, ma ne accrescono la lunghezza (500 pag.) e rendono faticoso riprendere i fili del racconto. Eco sa scrivere, sa essere brillante nello stile come molti altri, tuttavia le pecche non mancano.
  Nel museo delle arti e dei mestieri a Parigi, Casaubon si è lasciato chiudere dentro di notte, clandestino in attesa di una imprecisata rivelazione: "Accendevo la pila ogni tanto. Mi sentivo come al Crazy Horse, a tratti una luce improvvisa mi rivelava una nudità, ma non di carne, bensì di viti, di morse, di bulloni. E se di colpo avessi illuminato una presenza viva, la figura di qualcuno, un inviato dei Signori..."
  "Un porta pipe con tante piccole clessidre dalla strozzatura allungata come una donna di Modigliani,con un materiale impreciso dentro..."
  "Grande orgia di bocche ridotte a puro dente che si inchiavardano l'una contro l'altra, in uno spasimo fatto tic tac come se tutti i denti fossero caduti per terra nello stesso momento".
  Non è trascurabile l'inverosimiglianza di un lungo brano in cui il protagonista, che ha assistito a un evento straordinario, appare indeciso se l'abbia vissuto o se l'abbia fantasticato. Né il nodo verrà sciolto in seguito.
  Per il contenuto, presto incontriamo le osservazioni inaccettabili:
  "Il Demiurgo, l'odioso prodotto della Sophia, il primo arconte, Ildabaoth, il responsabile del mondo e del suo radicale difetto, aveva la forma di un serpente e di un leone, e i suoi occhi gettavano una luce di fuoco. Forse l'intero Conservatoire [il museo] era un'immagine del processo infame per cui, dalla pienezza del primo principio, il Pendolo, e dal fulgore del Pleroma, di eone in eone, l'Ogdoade si sfalda e si perviene al regno cosmico, dove regna il Male. Ma allora quel serpente, e quel leone, mi stavano dicendo che il mio viaggio iniziatico - ahimè à rebours - era ormai terminato, e tra poco avrei visto il mondo, non come dev'essere, ma come è" (pag. 19).
  "... dare un senso al disordine della nostra creazione sbagliata" (pag.21).
  Storia dei Templari presa con tono ironico, ma volgare e blasfemo: "Tutto succede con san Bernardo. Avete presente san Bernardo, no? Grande organizzatore, riforma l'ordine benedettino, elimina dalle chiese le decorazioni, quando un collega gli dà sui nervi, come Abelardo, lo attacca alla McCarthy, e se potesse lo farebbe salire sul rogo. Non potendolo, fa bruciare i suoi libri. Poi predica la crociata, armiamoci e partite... [...] Non lo posso soffrire, se era per me finiva in uno dei gironi brutti, altro che santo. Ma era un buon press agent di se stesso, vedi il servizio che gli fa Dante, lo nomina capo di gabinetto della Madonna. Diventa subito santo perché si è arruffianato con la gente giusta" (pag.72).
   Ai tre dottori è affidata la composizione di una collana di opere d'argomento misterico. Nel contempo essi, prendendo le mosse dal processo che debellò l'Ordine dei Templari, ampliano gli studi specifici, si mettono alla ricerca della chiave che dia accesso al segreto, di cui i monaci cavalieri avrebbero predisposto lo svelamento per successive tappe nel corso dei secoli, sino al termine del 1944. La catena si è interrotta e i nostri indagatori cercano di ricostruire il "Piano", destinato a conferire un potere eccezionale di Padrone del Mondo, ovvero di Sinarchia, ovvero la rivincita dei Templari che furono in gran parte giustiziati e dispersi.  
  Durante la ricerca e gli scambi di notizie e di interpretazioni, anche con personaggi di contorno, come le sagge donne di Casaubon, troviamo ad esempio:
   "Vediamo, Matteo, Luca, Marco e Giovanni sono una banda di buontemponi che si riuniscono da qualche parte e decidono di fare una gara, inventano un personaggio, stabiliscono pochi fatti essenziali e poi via, per il resto ciascuno è libero e poi si vede chi ha fatto meglio. Poi i quattro racconti finiscono in mano agli amici che cominciano a sdottorare, Matteo è abbastanza realista ma insiste troppo con quella faccenda del messia, Marco non è male ma un po' disordinato, Luca è elegante, bisogna ammetterlo, Giovanni esagera con la filosofia... ma insomma i libri piacciono, girano di mano in mano, quando i quattro si accorgono di quanto sta succedendo è troppo tardi, Paolo ha già incontrato Gesù sulla via di Damasco, Plinio inizia la sua inchiesta per ordine dell'imperatore preoccupato, una legione di apocrifi fanno finta di saperla lunga anche loro... [...] Pietro si monta la testa, si prende sul serio, Giovanni minaccia di dire la verità, Pietro e Paolo lo fanno catturare, lo incatenano nell'isola di Patmos e il poveretto incomincia ad aver le traveggole [...] E se fosse andata davvero così?" chiede Casaubon alla sua bella intelligente, che risponde:
  "È andata così. Leggi Feuerbach invece dei tuoi libracci" (pag. 161).
  Feuerbach: Non è Dio che crea l'uomo, ma l'uomo che crea l'idea di Dio.
  Lezione di esoterismo:
  "L'iniziazione, la comprensione intuitiva dei misteri che la ragione non può spiegare, è un processo abissale, una lenta trasformazione dello spirito e del corpo, che può portare all'esercizio di qualità superiori e persino alla conquista dell'immortalità, ma è qualcosa di intimo di segreto [...] Per questo i Signori del Mondo sono iniziati, ma non indulgono alla mistica. Il mistico è per essi uno schiavo, il luogo di una manifestazione del numinoso, attraverso il quale si spiano i sintomi di un segreto. L'iniziato incoraggia il mistico, se ne serve come lei si serve di un telefono, per stabilire contatti a distanza [...] per sapere che in qualche luogo agisce una sostanza. Il mistico è utile perché è teatrale, si esibisce. Gli iniziati invece si riconoscono solo tra di loro. L'iniziato controlla le forze e il mistico patisce. In questo senso non c'è differenza tra la possessione dei cavalos [nei riti pagani del Brasile] e le estasi di santa Teresa de Avila e di san Juan de la Cruz. Il misticismo è una forma degradata di contatto col divino" (pag. 172).
  A un certo punto, la loro ricerca diventa ambigua, poi scettica, un gioco coinvolgente da far perdere la testa, e reso pericoloso da quei soggetti con cui essi sono a contatto, i quali invece ci credono e vogliono acquisire i dati raccolti, il "Piano".
  "E adesso che cosa fa il commissario De Angelis se trova da qualche parte un riferimento alla sinarchia? [la polizia politica indaga su eventuali complotti] Lo chiedo al dottor Casaubon, esperto di Templari" dice l'editore.
  "Io dico che esiste una società segreta con ramificazioni in tutto il mondo, che complotta per diffondere la voce che esiste un complotto universale" (pag. 252).
  Una successiva, accorta compagna del protagonista:
  "Tu non hai saputo dargli l'unica risposta vera".
  "Ce n'è una?"
  "Certo. Che non c'è nulla da capire. Che la sinarchia è Dio".
  "Dio?"
  "Sì. L'umanità non sopporta il pensiero che il mondo sia nato per caso, per sbaglio, solo perché quattro atomi scriteriati si sono tamponati sull'autostrada bagnata. E allora occorre trovare un complotto cosmico, Dio, gli angeli o i diavoli. La sinarchia svolge la stessa funzione su dimensioni più ridotte" (pag. 253).
  "Le conoscenze occulte degli egizi erano passate da Ermete Trismegisto a Mosè, il quale si era guardato bene dal comunicarle ai suoi straccioni col gozzo ancora pieno di manna - ai quali aveva offerto i dieci comandamenti, che quelli almeno li potevano capire. La verità è aristocratica, Mosè l'aveva messa in cifra nel Pentateuco. Questo avevano capito i cabalisti" (pag. 354).
  "Pensate," dicevo io, "tutto era già scritto come in un libro aperto nelle misure del Tempio di Salomone, e i custodi del segreto erano i Rosa-Croce che costituivano la Grande Fraternità Bianca, ovvero gli esseni, i quali come è noto mettono a parte Gesù dei loro segreti, ed ecco il motivo, altrimenti incomprensibile, per cui Gesù viene crocifisso..."
  "Certo, la passione di Cristo è un'allegoria, un annuncio del processo dei Templari" (pag. 354).
  I Templari si sarebbero sacrificati per non rivelare il loro segreto, che tentavano di tramandare.
  "Infatti. E Giuseppe d'Arimatea porta o riporta il segreto di Gesù nel paese dei celti. Ma evidentemente il segreto è ancora incompleto, i druidi cristiani ne conoscono solo un frammento, ed ecco il significato esoterico del Graal: c'è qualcosa, ma non sappiamo che cosa sia. Che cosa dovesse essere, che cosa il Tempio già dicesse per esteso, lo sospetta solo un nucleo di rabbini rimasto in Palestina. Essi lo confidano alle sette iniziatiche musulmane, ai sufi, agli ismailiti, al motocallemin. E da costoro lo apprendono i Templari" (pag. 354).
  "Cabbala applicata alla meccanica moderna:
  "IBM: Iesus Babbage Mundi, Iesum Binarium Magnificamur. AMDG: Ad Maiorem Dei Gloriam? Macché: Ars Magna, Digitale Gaudium! IHS: Iesus Hardware $ Software!" (pag.371).
  Dio mi perdoni per le bestemmie qui riportate, la cui gratuità non ha scuse. Credo però di servire la Verità mostrando con chi abbiamo a che fare. Se Eco intendeva scherzare, avrebbe dovuto farlo con i fanti, lasciando perdere i Santi, altrove svillaneggiati, ma doveva assolutamente lasciar stare il Signore!

  Conclusione:
  "Abbiamo offerto una mappa [per la soluzione del problema] a persone che cercavano di vincere una loro oscura frustrazione. Quale? [...] Non ci sarebbe fallimento se davvero ci fosse un Piano [per il dominio del mondo]. Sconfitta, ma non per colpa tua. Soccombere di fronte a un complotto cosmico non è vergogna. Non sei vile, sei martire.
  "Non ti lamenti di essere mortale, preda di mille microrganismi che non domini, non sei responsabile dei tuoi piedi poco prensili, della scomparsa della coda, dei capelli e dei denti che non ricrescono, dei neuroni che semini strada facendo, delle vene che si induriscono. Sono gli Angeli Invidiosi.
  "E lo stesso vale per la vita di tutti i giorni. Come i crolli in borsa. Avvengono perché ciascuno fa un movimento sbagliato, e tutti i movimenti sbagliati insieme creano il panico [la finanza speculatrice internazionale ringrazia!]. Poi chi non ha i nervi saldi si chiede: ma chi ha ordito questo complotto, a chi giova? E guai a non trovare un nemico che abbia complottato, ti sentiresti colpevole. Ovvero, siccome ti senti colpevole, inventi un complotto, anzi molti. E per batterli, devi organizzare il tuo complotto" (pag. 490-491).
  Liquidazione della massoneria: "La massoneria fu una scialba speculazione sulla leggenda templare". Ma "tra loro si potrebbe incontrare un iniziato degno di fede".
  Dunque la macchinazione di una sinarchia sarebbe fatalmente un'invenzione che consola i frustrati, e un esercizio intelligente per intellettuali eruditi. Ed è ciò che torna utile ai padroni del vapore.
  Fittizia consolazione dell'autore per bocca del protagonista:
  Jacopo Belbo caduto vittima della passione di comporre il Piano esoterico, ebbe il suo momento indicibile, quando da ragazzino poté suonare la tromba nella cerimonia di sepoltura dei partigiani.
  "Credo fosse entrato in quello stato di stordimento e vertigine che coglie il tuffatore quando tenta di non riemergere e vuole prolungare l'inerzia che lo fa scivolare sul fondo. Tanto che, a cercar di esprimere quello che lui allora sentiva, le frasi del quaderno che leggevo ora si rompevano asintattiche, mutilate da puntini di sospensione, rachitiche di ellissi. Ma era chiaro che in quel momento - no, non diceva così, ma era chiaro: in quel momento egli stava possedendo Cecilia [...] Egli stava celebrando una volta per tutte le sue nozze chimiche, con Cecilia, con Lorenza [amante civetta di lui maturo], con Sophia, con la terra e con il cielo. Unico forse tra i mortali egli stava portando finalmente a termine la Grande Opera [...]
  "Saper filare questo Cingulum Veneris, significa riparare all'errore del Demiurgo.
  "Come si può passare una vita cercando l'Occasione, senza accorgersi che il momento decisivo, quello che giustifica la nascita e la morte, è già passato? Non ritorna, ma è stato, irreversibilmente, pieno, sfolgorante, generoso come ogni rivelazione" (pag. 501).
  Gnosi? Romanticismo? Fa lo stesso; stessa esaltazione caduca, che non risolve nulla.
  "Quel giorno Jacopo Belbo aveva fissato negli occhi la Verità".
  Una "Verità" priva di vita ultraterrena, priva di Dio.
  "La verità che stava apprendendo è che la verità è brevissima (dopo, è solo commento)" (pag. 501).
  "Non aveva capito che aveva avuto il suo momento e avrebbe dovuto bastargli per tutta la vita. Non l'aveva riconosciuto, aveva passato il resto dei suoi giorni a cercare altro, sino a dannarsi" (pag. 502).
  E per sé Casaubon, forse costretto a fuggire gli omicidi che gli cercheranno la Mappa, dice:
  "Mi fa male pensare che non vedrò più Lia e il bambino, la Cosa, Giulio, la mia Pietra Filosofale. Ma le pietre sopravvivono da sole. Forse sta vivendo ora la sua Occasione. Ha trovato una palla, una formica, un filo d'erba, e vi sta vedendo in abisso il paradiso. Anche lui lo saprà troppo tardi. Sarà buono, e bene, che consumi così, da solo, la sua giornata.
  "Merda. Eppure fa male. Pazienza, appena sono morto me lo dimentico" (pag. 508).
  Egli nega la virtù della speranza, la fede, le virtù teologali, la dottrina salvifica.


Piero Nicola

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