lunedì 11 aprile 2016

Il divorzio secondo san Tommaso Moro e secondo Bergoglio

Di generazione in generazione la sua misericordia per quelli che lo temono.
 Luca, I, 50


 Legittima moglie del re inglese Enrico VIII (1491-1547) era Caterina d'Aragona (1485-1536), donna purtroppo inabile a generare un figlio maschio, Caterina fu tuttavia regina d'alto profilo spirituale, e sagace allieva e interprete della dottrina di San Tommaso Moro (1478-1535).
 Malauguratamente Enrico, che in gioventù aveva dimostrato una illuminata fedeltà alla Santa Sede, rovesciò la sua intelligenza nella disonesta e sfrenata passione per la cortigiana Anna Bolena, alla quale si legò con un rito invalido, celebrato da un vescovo eretico e codardo.
 Papa Clemente VII, che un tempo stimava il re inglese, nel 1536, a malincuore, fu costretto a scomunicare il bigamo che, per ripicca, indirizzò la Chiesa d'Inghilterra all'infelice e sterile cammino dello scisma e della feroce inimicizia nei confronti dei cattolici.
 Il cammino dell'eresia fu tracciato dal delirante Atto di supremazia, che proclamava il re inglese capo supremo – dopo Cristo – della Chiesa d'Inghilterra.
 La tracotanza del re conquistò il cuore dei pavidi e dei pusilli, ma allontanò dall'infetta corte gli uomini d'alto intelletto e di nobile sentire.
 In prima linea fra i dissenzienti al re eretico e stragista, fu il filosofo e cancelliere Tommaso Moro, che conosceva il carattere suscettibile e iroso del suo re.
 Moro agì con somma cautela, tuttavia non poté disobbedire alla sua coscienza e conservare una carica che contemplava l'approvazione del comportamento del re scomunicato.
 L'implacabile, fumanete superbia dell'infettato re si rovesciò allora contro l'irriducibile cancelliere.
 Il risentimento del re (vero padre – insieme con Lutero – del furore anti cattolico) si manifestò il 13 maggio del 1534, allorché Tommaso Moro, processato da un canagliesco tribunale, insieme con il cardinale refrattario John Fisher (1469-1535) rifiutò di riconoscere la validità del divorzio e del successivo matrimonio del re con la chiacchierata Bolena.
 Moro e Fisher ascoltarono impassibili la condanna a morte decretata dalla follia di un re intossicato dalle spirochete, e salirono sul patibolo piuttosto che rinnegare la sacralità del matrimonio indissolubile.
 Nel 1936, papa Pio XI ha solennemente riconosciuta la virtù eroica dei martiri Tommaso Moro e Giovanni Fisher, testimoni del Vangelo di Nostro Signore.

 Mentre sputo allegramente in faccia alla (pseudo) legge divorzista in disgraziato vigore, mi domando quale sia la ragione della sentenza vaticana che permette l'accesso alla Mensa eucaristica di persone viventi fuori dalla legge stabilita da Nostro Signore. Come posso pregare i santi Moro e Fisher quando la loro resistenza al male divorzista è destabilizzata e quasi ridicolizzata dai ragionamenti (o arzigogoli) di un'autorità galoppante nelle prateria del buonismo o arrampicata sulle viscide colonne del quotidiano Repubblica?

Piero Vassallo

sabato 9 aprile 2016

"I COMANDAMENTI RIMANGONO, MA IO LI VIOLO" (di Piero Nicola)

C'è forse un altro modo per riassumere l'esortazione post-sinodale (esortazione eufemismo di disposizione o di magistero abusivo) Amoris laetitia di Bergoglio?
  No, perché egli stesso afferma, in conclusione, che la Legge del Padre e del Figlio si applica dalla Chiesa secondo lo stato della coscienza del peccatore pubblico e secondo il discernimento caritatevole del pastore di anime.
  È un clamoroso ribaltamento della morale dogmatica. Infatti le conseguenze di tale condotta pastorale impartita al clero sono inevitabilmente lo scandalo e l'esposizione del gregge alle seduzioni del peccato e dell'eresia. Il documento smentisce il Magistero tradizionale su questioni di fede e di morale: trattamento dei pubblici peccatori, presumibilmente membri morti del Corpo Mistico.
  Anche ammettendo che in alcuni casi costoro (p.e. i divorziati risposati) non possano uscire dal concubinato senza provocare un male peggiore del rimedio, questo presupposto non viene definito come condizione per un'assoluzione, né si vede come essa possa essere resa nota alla comunità cattolica; infine sarebbe una condizione suscettibile di decadere. D'altra parte, il previsto "accompagnamento" del peccatore da parte del sacerdote, deve renderlo consapevole della sua colpa, motivo di scandalo. Perciò sono pretestuose le "attenuanti" addotte nel testo a tale riguardo. Così sono gravemente erronee le mezze misure dell'osservanza che renderebbero il soggetto idoneo a trovarsi sulla buona strada. Non esiste una parziale inosservanza. Finché il colpevole non vi ha posto rimedio, egli non ricupera i suoi diritti. Ma dopo l'invenzione delle vie di salvezza nell'errore, non abbandonato, qualsiasi assurdità sarebbe diventata credibile.
  Già l'ecumenismo, la libertà religiosa, la validità delle false religioni in ordine alla salvezza, la presunzione della capacità di fare sufficientemente il bene da parte di eretici, infedeli, atei e membri morti della Chiesa in peccato mortale e non convertiti, hanno costituito una predicazione costante Urbi et orbi, un'eretica violazione della Legge. E questo documento pletorico e ripetitivo ribadisce tali eresie.
  Ma la nota saliente dell'esortazione è il definitivo affossamento dell'Autorità della Chiesa (non mi riferisco all'autorità di Bergoglio, che sfido chiunque a trovare dove possa trovarsi).
  Egli non si è accontentato delle risoluzioni condivise dalla maggioranza dei padri sinodali. Le ha superate. Inoltre lascia la porta aperta a successivi abusi del Vangelo premettendo che si dovrà "continuare ad approfondire con libertà alcune questioni dottrinali, morali, spirituali e pastorali. La riflessione dei padri e dei teologi [...] ci aiuterà a raggiungere una maggiore chiarezza". Possiamo figurarci quale!
  L'indegno calpestamento del Magistero autentico porta all'esegesi arbitraria:
  "Lo Spirito ci farà giungere alla verità completa" (Gv. 16,13). La promessa compiuta diventerebbe futura.
  Ritorna la contaminazione dogmatica e morale: "Le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale [...] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato"; "cercare soluzioni più inculturate".
  Occorrerebbe esprimere l'insegnamento con le espressioni del mondo, anziché con la logica e con l'autorità di Dio, sempre necessaria per la fede. La pseudo-chiesa rinuncia democraticamente all'autorità.
  Mistificazione: "Il cammino sinodale ha portato in sé una grande bellezza e ha offerto molta luce".
  Sempre la parzialità considerata valevole, quando resta in errore: "Misericordia e discernimento pastorale davanti a situazioni che non rispondono pienamente a quello che il Signore ci propone". Altro che proposta, si tratta di Comandamenti!
  Gli eufemismi traditori si sprecano: "sfide attuali" sarebbero le empie trasgressioni oggi consuetudinarie.
  "Intelligenza più profonda dell'inesauribile mistero del matrimonio e della famiglia" [sic!]
  Conferma dell'abdicazione del clero: "Il cambiamento antropologico-culturale [...] richiede un approccio analitico e diversificato".
  Questo cambiamento è in atto da almeno mezzo secolo! E siccome è chiaro come sia generalmente empio, non ci si adatta ad esso in alcun modo. Del resto, i problemi etici sono sempre gli stessi.
  "Non serve pretendere di imporre norme con la forza dell'autorità".
  Bergoglio osa chiamare "ideale teologico" il divino comandamento. Egli usa spudoratamente il termine "famiglie allargate" per indicare le relazioni parentali e amicali sia lecite, sia quelle "tradizionali dell'Africa".
  Non manca l'autocritica per comportamenti tradizionali cattolici, al posto della condanna di quelli eretici contemporanei.
  "La mobilità umana (immigrazioni) può rivelarsi un'autentica ricchezza". Oltre, troviamo il ritornello della indiscriminata carità verso i migranti. L'islam religione accettata e innocua. La falsità eretica riceve conferma.
  "Le unioni di fatto o tra persone dello stesso sesso non si possono equiparare semplicisticamente al matrimonio". Implicita abolizione del concubinato.
  "Molti problemi attuali si sono verificati a partire dall'emancipazione della donna". Giudizio ritenuto invalido: "È una falsità". Dunque va bene che le donne siano arruolate nell'esercito insieme ai maschi. Dunque aveva torto Pio XI quando lamentava i danni procurati alla famiglia dalle donne che lavorano senza particolare necessità.
  "Sesso biologico (sex) e ruolo sociale-culturale del sesso (gender) si possono distinguere, ma non separare". Senza altra osservazione! Viene omesso costantemente e scandalosamente il peccato impuro contro natura.
  Cristo "ha guardato alle donne e agli uomini che ha incontrato con amore e tenerezza", ciò per giustificare l'indulgenza dei preti.
  Cristo non fu mai indulgente. E fa testo il procedimento dettato dal Messia e da San Paolo (sempre nascosto dai novatori):  “Se il tuo fratello commette una colpa, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo… e se non ascolterà neanche l’assemblea, sia per te come un pagano e un pubblicano” (Mt. 18, 15-17). “L’uomo eretico, dopo la prima e la seconda correzione, fuggilo, sapendo che questo tale è pervertito, e pecca come quegli che per suo proprio giudizio è condannato” (Tit. 3, 10).
  "La Chiesa, per comprendere pienamente il suo mistero guarda alla famiglia cristiana, che la manifesta in modo genuino". Le inversioni sono il pane dei neomodernisti.
  "L'ordine naturale è stato assunto dalla redenzione di Gesù Cristo in maniera tale che tra i battezzati non può sussistere un valido contratto matrimoniale che non sia perciò stesso sacramento". Se l'assunzione dell'ordine naturale da parte di Cristo ottiene ai battezzati il sacramento del matrimonio, allo stesso modo essi potranno beneficiare degli altri sacramenti, ossia celebrandoli da ministri come avviene nel matrimonio?
  Lo scopo primario del matrimonio, la procreazione, è ridotto a obbligo di "apertura alla vita".
  Eresia rinfrescata: "Il discernimento della presenza dei semina Verbi nelle altre culture (Ad Gentes, 11) può essere applicato anche alla realtà matrimoniale e familiare. Oltre al vero matrimonio naturale ci sono elementi positivi presenti nelle forme matrimoniali di altre tradizioni religiose, benché non manchino neppure le ombre".
  "Ogni persona che desideri formare in questo mondo una famiglia che insegni ai figli a gioire per ogni azione che si proponga di vincere il male - una famiglia che mostri che lo Spirito è vivo e operante [la grazia comune, preveniente, qui erroneamente confusa con la grazia efficiente; rinnovata l'eresia del pelagianesimo: i privi della Grazia possono fare il bene a sufficienza] - troverà la gratitudine e la stima a qualunque popolo e religione appartenga". Stacciato l'ammonimento di Cristo: "Senza di me non potete fare niente di buono" (Gv. 15, 5)
  "Lo sguardo di Cristo la cui luce rischiara ogni uomo (GS, 22) [insiste nell'errore sulla grazia comune] ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio civile o divorziati e risposati... partecipano alla sua vita [della Chiesa] in modo imperfetto [essi sono membri morti e nocivi, salvo prova contraria, e sarebbero da scomunicare se si ostinassero a contraddire la Chiesa]: invoca con essi la grazia della conversione... li incoraggia a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono [vedi il criterio stabilito da Cristo, Mt, 18, 15-17]... Quando l'unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico ed è connotata da affetto profondo, da responsabilità... capacità di superare le prove, può essere vista come un'occasione da accompagnare verso il sacramento del matrimonio, quando sia possibile". Le ambiguità sono evidenti.
  "La carità coniugale raccoglie in sé la passione erotica". Linguaggio adatto ai fraintendimenti.
  "L'erotismo più sano, sebbene sia unito a una ricerca di piacere, presuppone lo stupore, e perciò può umanizzare gli impulsi".
  Tra una osservazione e l'altra, abbondano le lezioni psicologiche di scarso o cattivo senso morale.
  Altra esegesi erronea, viziata da errore storicistico: "le mogli siano sottomesse ai loro mariti" (Ef. 5, 22) viene considerato un detto relativo al costume dell'epoca, non più valido. E si approfitta dell'ignoranza del pubblico omettendo una controprova fornita da San Paolo subito dopo: "L'uomo è capo della donna, come Cristo è capo della Chiesa; ed egli è Salvatore del suo corpo. Come la Chiesa è soggetta a Cristo, così le donne ai loro mariti in tutto" (Ef. V, 23-24). Del resto, la legge naturale richiede un capo in ogni società e non una diarchia. L'abolizione del capofamiglia risponde a un disegno distruttore della famiglia. Ma i felloni non se ne preoccupano.
  "Questa famiglia [sacrosanta] allargata dovrebbe accogliere con tanto amore le ragazze madri... i giovani che lottano contro una dipendenza... le persone separate... i più disastrati nella condotta della loro vita".
  Di nuovo, come altrove additando l'esempio di Cristo, si prescrive un comportamento che deve essere  riservato a uomini di Chiesa preparati, o aventi la corazza della santità. Il che concorda con l'eretica sopravvalutazione dell'uomo, gettato in pasto ai lupi nemici della Croce e in braccio alle prostitute, mentre i preti sono destinati alla fornicazione col mondo. Con losche dottrine si è fatto scomparire il demonio, principe di questo mondo.
  "Cooperare nella semina: il resto è opera di Dio". "Accompagnare". "Non si tratta di presentare una normativa, ma di proporre valori". Procurare una "formazione più adeguata" dei pastori. "Utile in tal senso l'esperienza di una lunga tradizione orientale dei sacerdoti sposati". Preparazione dei seminaristi mettendoli a contatto con famiglie di ogni sorta.
  Ecco una cura delle anime (mai nominata come tale) più simile al lavoro degli assistenti sociali che all'esecuzione del mandato di Cristo. Una concordanza con l'effettiva pratica rinuncia alla missione per convertire e fare proseliti. La diserzione dottrinalmente giustificata. Intanto ci pensa il Signore...
  Accompagnare pastoralmente i divorziati.
  "Ai divorziati che vivono una nuova unione è importante far sentire che sono parte della Chiesa [in che modo?] promuovere la loro partecipazione alla vita della comunità".
  Sancito l'errore che non tiene conto dello scandalo, e avanzato il malinteso zelo pastorale.
  "Carità prendersi cura di loro". "Necessità di rendere più accessibili e agili le procedure per la nullità". Conferma delle nuove norme date con motu proprio Mitis Iudex Dominus Jesus, 9/9/15 dopo il motu proprio Mitis et Misericors Iesus 15/8/15. Dove già nel titolo la Giustizia divina viene mutilata.
  Si rinnova l'osservanza della legislazione eretica sui matrimoni misti. Anche per essi si fa valere il falso ecumenismo e il pregio delle false religioni. I matrimoni tra cattolici e altri battezzati presenterebbero comunque "elementi da valorizzare e sviluppare", "il loro intrinseco valore" anche per il "movimento ecumenico", sono "luogo privilegiato per il dialogo interreligioso". Per matrimoni con "disparità di culto" (p.c. di cattolici e musulmani) si chieda semplicemente la libertà religiosa nei paesi in cui non è rispettata. Che Dio ci aiuti!
  "Ogni persona, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto". Riguardo alle famiglie con membri omosessuali: "rispettoso accompagnamento".
  Le omissioni sono imperdonabili. Altrove si ripete la tacita accettazione delle coppie omosessuali, pur considerate non equiparabili a quelle eterosessuali. Il Sesto Comandamento resta innominato e quasi lettera morta, sebbene il documento pretenda di sviscerare ogni aspetto dell'argomento
  L'educazione morale di un bambino o di un giovane richiede di pretendere da loro soltanto quelle cose che rappresentino per essi un sacrificio proporzionato, una rinuncia adeguata. Altrimenti "la persona, appena potrà liberarsi dell'autorità, probabilmente smetterà di agire bene".
  Oltre alla suddetta distruzione dell'autorità, assistiamo a un inedito principio morale. Il ragazzo può "agire bene", ma siccome deve farlo penosamente ed è probabile che poi deponga la virtù, bisogna lasciare che agisca male.
  Il silenzio sulle relazioni sessuali prematrimoniali!
  "Gesù stesso mangiava e beveva con i peccatori". E dovremmo, in questo, paragonarci a Lui!
  Dunque: "apertura alla diversità delle persone". Vadano tutti al mulino senza infarinarsi!
  "La Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto [errore: certi peccatori, qui sottintesi, non possono parteciparvi in alcun modo, ad ogni modo non devono essere ammessi visibilmente a tale partecipazione], riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite... per compiere il bene".
  La grazia opera in tutti, ma quanti vi resistono! I concubini e i divorziati risposati che, proprio volendo essere membri attivi della Chiesa conoscono le leggi di Dio, sono colpevoli della mancata conversione (perché siano assolti occorre la loro fattiva riparazione), resistono alla grazia e sono tanto più indegni.
  Alcune famiglie realizzano l'ideale cristiano parzialmente [sic].
  "La Chiesa non manca di valorizzare gli elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più al suo insegnamento sul matrimonio".
  Sistema sbrigativo, pretesto per omettere il dovuto.
  "Accogliere, accompagnare" i conviventi, i concubini. "Misericordia" e "integrazione" volute da Gesù per le persone in situazioni "dette irregolari".
   Nossignore! Rammentiamo quello che Nostro Signore ha predicato (Mt. 18, 15-17) e la regola che la Chiesa ha sempre seguito.
  "Non condannare esternamente nessuno".
  Eresia. Cristo lanciò anatemi e promise l'esecuzione di condanne.
  "Integrare tutti": si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una "misericordia immeritata, incondizionata e gratuita".
  Anche i suddetti colpevoli resistenti alla grazia e alla conversione! Ma già, anche per loro il sacrificio sarebbe insopportabile!
  Perfino per chi "ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell'ideale [sic] cristiano... può esserci qualche maniera di partecipare alla vita della comunità".
  Gli errori esibiti come fossero verità non contano!
  A divorziati risposati e concubini "la Chiesa rivelerà la divina pedagogia della grazia nella loro vita e li aiuterà a raggiungere la pienezza del piano di Dio per loro". Ancora e sempre l'eresia della parziale bontà valevole, sebbene unita a errore e a colpa. Si dà ad intendere d'essere sulla strada giusta a chi batte quella sbagliata.
  Ai divorziati risposati si riconoscano i motivi per cui non possono separarsi.
  Con effetto di malizia, arriva la contraddizione che turerebbe la falla di una barca che affonda al lume della ragione:
  "I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo [impossibile, dopo quanto sopra disposto!] La logica dell'integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché appartengono al Corpo di Cristo" e possono avere una gioiosa e feconda esperienza "in diversi servizi ecclesiali".
  Orrore delle norme canoniche! Tutto lasciato alla libera interpretazione. Salvo riprendere chi sgarra dall'eresia stabilita. Democrazia!
  "Discernimento dinamico", "accompagnamento", concessione di credito, nessuna ammonizione, fiducia nella grazia preveniente. Se nel frattempo il concubino o il divorziato rende l'anima a Dio e va all'inferno, pazienza!
  Ma dov'è finita la misericordia? Si mette al posto di un procedimento cauto e brevemente preliminare, seguito dalla debita trasmissione dell'inderogabile Giudizio, un indefinito "accompagnamento" privo della necessaria istruzione e dell'opera di misericordia spirituale: l'ammonizione fraterna
  "Bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno, lasciando spazio alla misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile".
 Addio Decalogo! Il proprio compito questi preti osano rimetterlo al Signore.

Piero Nicola

    

giovedì 7 aprile 2016

L’altro MSI. I leader inesplorati della Fiamma Tricolore (di Primo Siena)

Annalisa Terranova, è una  giornalista professionista del Secolo d’Italia, che proviene  dal Fronte della Gioventù, l’organizzazione  giovanile che negli anni  70-80 emulò, ma con una propria sbalorditiva capacità innovativa, l’attività propositiva manifestata dalla gioventù della Fiamma Tricolore che dagli anni 50 del secolo scorso tenne testa alla protervia culturale e politica dell’arco antifascista. I giovani neofascisti di allora riuscirono a penetrare  profondamente nelle  leve giovanili delle scuole medie e di molte università  italiane, fino al 1968, con una loro indipendenza politica non sempre apprezzata  dalla classe adulta del Msi  e che  meritò loro  la nomea d’ essere i “Giamburrasca del Msi” di quell’epoca”, come racconta il ricercatore storico Antonio Carioti (autore della prefazione del nuovo libro della Terranova, del quale parleremo appresso).
Annalisa Terranova non è però solo una giornalista  brillante, dotata di perspicacia nel cogliere il senso profondo della notizia, provvista di una solida cultura che le permette di inquadrare gli avvenimenti nel loro contesto diacronico; ella ha dimostrato d’essere altresì una sagace saggista politica ed una diligente  ricercatrice storica;  ne fanno fede libri di valore come “Le due riforme: L’Europa da Lutero al concilio di Trento” (1989), “La Riforma, come origine della modernità” (2000), “Ildegarda di Bingen: mistica, visionaria, filosofa” (2011).
Inoltre s’è cimentata, con esito assai promettente nella narrativa con un romanzo, Vittoria, che narra la storia di una ragazza romana, nata da una famiglia di genitori che non si vergognano di essere stati e di restare fascisti; e che, in sintonia con l’adn familiare, pur ancora giovanissima  s’impegna  a destra   nei turbolenti anni Ottanta. Nelle pagine del romanzo  affiorano spunti autobiografici, che vanno dai ricordi d’una infanzia felice fino  al generoso impegno politico con altri giovani che,  con un programma alternativo d’idee ed iniziative audaci,  tentano di rompere l’assedio nemico favorito da un “nostalgismo” sentimentale, rispettabile ma politicamente  improduttivo e coltivato da larghi strati delle generazioni  piú anziane del Msi.
In questo suo nuovo libro libro – L’altro Msi. I leader mancati per una destra differente – Annalisa Terranova  rientra nella veste delle ricercatrice storica, come già in una storia del Fronte della Gioventù dopo gli anni di piombo (“Planando sopra boschi di braccia tese”, 1996), che sbocca infine nelle vicende storiche di Alleanza Nazionale (“Aspetta e spera che già l’ora s’avvicina”, 1998); e, quindi,  nell’originale indagine sulle idee e le persone della destra femminile (“Camicette nere”, 2007). E lo fa, con spirito critico, riuscendo a prendere una doverosa distanza prospettica dai fatti, dai personaggi e dai tempi che indaga e racconta, anche quando si tratta di eventi ai quali Ella stessa ha in qualche modo partecipato direttamente o indirettamente
Qust’ultimo libro dedicato all’altro Msi,  suscita parecchie riflessioni in un lettore che abbia militato nel Msi per oltre trentanni,  e ne conosca la storia dal di dentro per esperienza personale (com’è il caso  di chi scrive).
I leader di quest’altro Msi, per Annalisa Terranova sono (qui li indico secondo la successione dei capitoli del libro): Pino Romualdi, Ernesto Massi, Ernesto de Marzio, Pino Rauti, Marco Tarchi, Beppe Niccolai, Domenico Mennitti, Gianfranco Fini.
I profili di questi leader (che direi inesplorati anzichè mancati, essendo stati personaggi di prima linea nel movimento della fiamma tricolore) sono tutti interessanti, descritti con ordito preciso e sulla scorta di dati d’archvio.  Si tratta di  personaggi politici di rilievo che Annalisa ricolloca sul palcoscenico della storia del Msi (per largo tempo dominato esclusivamente dalla figura carismatica di Giorgio  Almirante),   riscattandoli da un ingiusto oblio vissuto dalle basi del popolo missino rinchiuse nel frigorifero della nostalgia.
A mio avviso il sottotitolo del libro risulta piuttosto impreciso, se si considera che almeno due delle figure ritrattate non mancarono l’obbiettivo e raggiunsero la segreteria nazionale  del Msi: Pino Rauti e  Gianfranco Fini, uno in concorrenza con l’altro.
 Rauti, capo carismatico dell’opposizione interna dai tempi della seconda segreteria di Almirante (1969); Fini, successore designato alla guida del partito dopo Almirante, scalzato dalla massima poltrona da Rauti che nel 1990 riesce finalmente ad insediarsi al vertice del partito con il proposito di spostare verso altri lidi  un Msi  ancora movimento d’ordine, filoatlantico, arroccato a destra e che praticava con Gianfranco Fini un “almirantismo senza Almirante”.
Pino Rauti  - definito  un “Gramsci nero” in quanto sostenitore di un processo culturale a tutto campo che corroborasse l’azione politica - sognava un Msi incamminato sulla strada  di un progetto innovativo “nazional-popolare”, guidato da una classe dirigente piú giovane, in grado di mettere in naftalina l’anziana nomenclatura almirantiana.
Ma il sogno rautiano  di sottrarre una una buona quota di consensi ad una sinistra devitalizzata dalla  droga del potere, condiviso attraverso il compromesso storico dei comunisti  con la balena bianca della Dc e gli altri partitelli dell’arco costituzionale antifascista,  purtroppo fallisce alla sua prima prova elettorale.
Questo generoso progetto politico e culturale, che puntava al superamento del formalismo obsoleto tra destra e sinistra   e puntava alla ricerca di “nuove sintesi a forte coloritura terzomondista e antioccidentale”, s’infrange ben presto, contro l’inerzia letargica  del partito riconquistato da Gianfranco Fini con l’appoggio dell’ala almirantiana e della maggioranza delle rappresentanze parlamentari, che (salvo limitate eccezioni) preoccupate del loro destino elettorale nel partito, si crogiolavano nella fierezza degli “esuli in patria”come fonte di dividendi preferenziali.
Quando Fini, allontanandosi dall‘ereditá almirantiana, usce dalla casa del padre per rinnegarlo e fonda Alleanza Nazionale, Pino Rauti si dissocia dal nuovo  corso rialzando l’insegna della fiamma tricolore in una nuova formazione politica che,  tuttavia,  non riesce a  recuperare i  consensi raccolti dal vecchio Msi,  e si vede ridotta ad un ruolo politico marginale.
Piú ingrato del destino di Rauti, fu quello degli altri personaggi che nel Msi pensarono ad una destra differente.
 Un  caso  esemplare è quello di  Pino Romualdi,  il verace fondatore del Msi, che seppe organizzare i sopravissuti della Rsi, prima in un contenitore clandestino (i Far) per farli quindi confluire in un organismo legale, alla luce del sole, e  cercare una agibilità politica di “fascisti in democrazia”.
Pino Romualdi era consapevole della necessità di non dover  “non restaurare” un fascismo mussoliniano  acefalo - divenuto impossibile nel contesto della respubbica antifascista succeduta al regime monarchico-fascista -   ma, al tempo stesso, ben  deciso a “non rinnegare”, pur senza restaurare  - secondo la formula  lanciata da Augusto De Marsanich nel primo congresso missino di Napoli (1948) - quanto di positivo l’era mussoliniana aveva conseguito nell’ambito legislativo, politico e sociale.
Per questa audace intuizione - che puntava ad una grande formazione politica di tutti gli italiani che non si sentivano omologati all’antifascismo tutelato dagli angloamericani  sbarcati in Italia -  Pino Romualdi era deputato ad essere il  “capo naturale” della nuova formazione politica nata a Roma il 26 dicembre del 1946, se non fosse pesato su di lui il ruolo di vicesegretario del fascismo repubblicano svolto nella Rsi; un ruolo che gli valse  nel 1948 un arresto, alcuni anni di carcere e un processo che lo sciolse da una precedente condanna a morte inflittagli da una  corte d’assise straordinaria del 1945. Quell’avvenimento lo allontanerà  dalla vita del Msi per alcuni anni. Al suo ritorno alla vita politica  si vedrà collocato  nel ruolo di un comprimario nell’alta dirigenza del Msi, fino al giorno  della sua morte avvenuta a poca distanza da quella di Giorgio Almirante, accanto al quale, egli,  Romualdi rappresentò sempre il convincimento politico  di una grande destra moderna, la quale  per Almirante  risultò sempre, in pectore,  una proposta strumentale,  funzionale  al suo suo disegno politico radicale di “alternativa al sistema.
Ciò nonostante  Pino Romualdi, politico di talento,  dopo aver lavorato con Michelini si rassegnò  a lasciarsi oscurare dalla figura di Almirante, acccanto al quale restò fino alla fine.
Il progetto di Romualdi – teso a liberarsi di un neofascismo  imbalsamato e perennemente in lutto - fu assunto con un certo successo, prima dalla segreteria di Augusto De  Marsanich e quindi da Arturo Michelini (un grande leader che Annalisa Terranova sottrae ad una ingiusta dimenticanza, citandolo una dozzina di volte); il quale  riuscì ad  introdurre l’Msi nel gioco politico democratico - dopo la conquista in apparentamento elettorale con il Partito nazionale monarchico - dell’amminstrazione di sei grandi capoluoghi dell’Italia meridionale (Napoli, Bari, Lecce, Foggia, Salerno e Benevento) contribuendo, inoltre, con i voti determinanti dei  parlamentari missini all’elezione di tre Presidenti della Repubblica (Giovanni Gronchi,  Antonio Segni e Giovanni Leone).
Michelini persegue, con audace ostinazione, la politica di “grande destra”  coinvolgendo abilmente  in essa elementi che nella tragica guerra civile (1943-1945) avevano optato per il regno del sud come la Unione dei Combattenti Italiani (Uci) del maresciallo Messe e la maggioranza dell’elettorato monarchico, arroccato soprattutto nell’Italia meridionale; egli poneva cosí la premessa per sanare le profonde lacerazioni della guerra civile mediante la pacificazione sopprattutto  tra gli italiani che - avendo militato in opposte trincee,  ciascuno secondo patriottismo e buona fede - erano disposti a superare le antiche divisioni per associarsi, in libertà ed autonomia, con il proposito di rinnovare lo Stato riscattandolo dalla tirannia partitocratica mediante  una democrazia partecipativa capace di conseguire la giustizia sociale mediante il superamento della lotta di classe in un clima di concordia nazionale.
Il proposito di ratificare la politica d’intervento di Michelini al congresso nazionale convocato a Genova nel luglio del 1960,   con la dichiarazione dell’accettazione pubblica  del metodo democratico, fu bloccato dalle violenze di piazza scatenate dal Partito comunista che chiamó all’unità antifascista, immediatamente raccolta dalla Democrazia cristiana che usò l’insorgenza di Genova per giustificare lo spostamento del suo asse politico dal centro al centro-sinistra, aprendo un ciclo politico che si concluderà solo nel 1990 con l’intervento del processo “Mani pulite”contro la corruzione politica condotto dalla magistratura politicizzata che conseguí la distruzione del Partito socialista craxiano e della Democrazia cristiana. Si chiudeva cosí il lungo ciclo politico della “prima repubblica”, aprendo la strada alla discesa in politica di Silvio Berlusconi.
Con l’eccezione di Ernesto Massi, geopolitico ed economista, che guidò la sinistra interna del Msi nel nord d’Italia fino a quando non se ne uscì (1956) per avventurarsi in un Partito Nazionale del Lavoro che non riuscì a decollare, e di Marco Tarchi, laeder giovanile degli Anni Settanta, espulso da Amirante, tutti gli altri personaggi descritti nel libro (Ernesto de Marzio, Beppe Niccolai, Domenico Mennitti), vissero un destino assai simile a quello di Romualdi.
De Marzio perseguiva nel Msi un progetto assai simile a quello di Romualdi ( purtroppo pur coltivando una politica analoga, i due  non riuscirono mai a legarsi per reciproche gelosie) puntando a un  processo di una revisione ideologica  che aggiornasse il progetto politico del Msi portandolo dalla “alternativa al sistema” ad una “alternativa nel sistema”. De Marzio fu lo stratega della formazione della corrente  interna di Democrazia nazionale con l’intenzione di assicurare al Msi il volto di una destra moderna moderata per  toglierlo dall’isolamento politico e proiettarlo nuovamente verso l’esterno. Lo scontro duro con Almirante, mise la corrente di De Marzio, appoggiata dalla maggioranza dei parlamentari del Msi, particamente fuori dal partito; ed essa non ebbe altra alternativa che  quella di scindersi  e costituirsi in una formazione politica nuova (1977).
Partito da spiagge autoritarie, il Msi  giunse gradualmente ad approcci di libertà (come affermò De Marzio in Parlamento il 7 maggio del 1975) riconoscendone la necessità concettuale fin dal 1967, nel Convegno d’Arezzo promosso da Arturo Michelini ricorrendo il quarantennio della proclamazione della Carta del Lavoro.
Toccò in quell’occasione a chi scrive abbordare l’argomento della libertà – fino ad allora abbastanza trascurato nel dibattito interno del popolo missino – e farne il tema principale della proposta politica del Msi, mantendo su un terreno di permanente attualità, che  lo spazio vitale della libertà era l’unica alternativa  per  liberarsi dalla tirannia partitocratica e procedere verso una democrazia organica.
Ma già nel 1957, al congresso nazionale della rappresentanza universitaria (Unuri), svoltosi a Rimini,  Pietro Cerullo sviluppando le tesi eleborate con Franco Petronio - allora presidente del Fronte Universitario d’Azione Nazionale, organismo parallelo del Msi -  riconosceva che la seconda guerra mondiale, con il tramonto non solo di alcuni regimi, ma di un sistema culturale e geopolitico, aveva concluso un ciclo storico per cui s’imponeva un ripensamento di principi e metodi culturali e politici nei quali “l’alternativa non era più fra ordine e libertà, fra totalitarismo e democrazia, ma nella libertà e nella democrazia, fra diverse concezioni dell’uomo e della vita, quindi del bene comune”.
 Dunque la prospettiva di un Msi differente convisse sempre in costante dialettica con un partito  permanentemente in bilico tra la rivendicazione acritica del passato e la prospettiva di una svolta storica  che  fosse propedeutica alle necessarie innovazioni per  il futuro.
Fu soprattutto Giuseppe Niccolai (del quale Annalisa Terranova ha scritto il miglior profilo) – definito il “fascista eretico dal cuore rossonero” – a  sostenere l’urgenza di un’autocritica, sia storica che interna,  per riaprire una nuova stagione di dialogo e riconnessione con la realtà nazionale, dopo l’orgoglioso isolamento imposto  al partito da Almirante dopo la scissione di Democrazia nazionale.
E perchè si doveva uscire da un isolamento politico che di  fatto risultò un “esilio in patria”? Perchè – affermava  il “corsaro  politico” Beppe Niccolai – “non possiamo crearci una Patria di sogno e rifiutare la Patria reale” quando il progetto dell’antifascismo è miseramente crollato negli Anni Ottanta. Di conseguenza – sosteneva allora Niccolai – non era più possibile essere “opposizione nel senso pregiudiziale, permanente e fisiologico” in cui ci s’era abituati ad esserlo; quindi  egli proponeva un nuovo modello di partito, più snello ed agile, adeguato ai cambi della società  e all’avvento delle nuove tecnologie: un partito organico per rinnovare lo Stato italiano come “Stato organico”
Niccolai era stato un almirantiano di lungo corso, gli era stato vicino come nessun altro (“Sarei ingiusto se dicessi che mi sono politicamente costruito senza di lui o contro di lui”). E quando Almirante morì lo ricordò con un memorabile scritto sulla rivista Proposta  (agosto 1988) diretta Domenico Mennitti, dove non ne negava gli indubbi meriti: “seppe interpretare i vinti, trovò i temi giusti e il tono umano, familiare, usando un liguaggio scorrevole  per parlare di  Patria agli Italiani”. Senza di lui, riconosceva in quell’epicedio, “il Msi non avrebbe avuto possibilità di farsi ascoltare”.
Detto questo, Niccolai sempre controcorrente, osava indicarne altresì i limiti: “L’amore sfrenato che aveva per se stesso, la coscienza in lui fortemente radicata che il Msi, fosse Lui e basta, e in questa coscienza l’aver misurato i propri collaboratori per cui, nella comunità, si sono privilegiati i cortigiani anzichè i caratteri: l’avere, sempre nella consapevolezza di essere il più bravo, smussato se non ucciso il dibattito e il confronto, che sono le condizioni per formare coscienze e classi dirigenti; questa sua distanza dalla comunità, per cui la politica, anzichè costruita collegialmente, nasceva dall’inventiva, dalla bravura, dalla impareggiabile maestria propria e di nessun altro; tutto ciò lascia un’eredità pesante, e con la quale il Msi deve ancora misurarsi”.
Con questa dolorosa confessione, Beppe Niccolai, riconosceva le ragione per cui il Msi avrebbe potuto essere diverso da quello che fu durante la lunga, carismatica segreteria di Giorgio Almirante.
 Un Msi differente dal partito  demonizzato dagli avversari più incalliti  è stato possibile, come dimostra questo libro di Annalisa Terranova  e come riconobbero persino gli avversari più intelligenti, in una speciale trasmissione della Rai (Primo Piano) andata in onda il 4 dicembre 1980, con il titolo “Nero è bello”. Sembrò allora che la guerra civile che tra gli anni Settanta ed Ottanta aveva mietuto un centinaio di vittime tra giovani di opposte trincee, si fosse finalmente chiusa; e che si avviassero finalmente iniziative trasversali, per cui il Msi,  soprattutto attraverso il suo Fronte della gioventù, avesse ritrovato la sua legittimità persino nella stampa dell’antifascismo moderato che aveva preso a distinguire  e rispettare quando si parlava dei “neri”.
La realtà dell’altro Msi, risalito  dalla ghettizzazione come una forza giovane e nuova, veniva constatata autorevolmente da Augusto del Noce, il filosofo italiano di maggior prestigio dopo Giovani Gentile. In una intervista rilasciata al Secolo d’Italia (Roma, 24 dicembre 1983) il filosofo emerito lo affermava a tutto tondo, con queste parole:
 “Il Msi-Dn è una moderna forza politica di destra. Esso si è liberato dai tanti lacci che lo legavano emotivamente all’esperienza fascista e al culto mussoliniano. Indubbiamente chi parla di ‘nostalgismo’ del Msi sbaglia, e lo stato civile  dell’elettorato gli da torto. Altrimenti da quanti anni già si sarebbe dovuto estinguere? I voti raccolti dal Msi non possono essere soltanto di protesta. Esso ha un suo elettorato giovanile e non legato alla passata esperienza politica italiana. Inoltre per le sue stesse radici può interpretare esperienze e istanze cattoliche. La sua politica delle riforme istituzionali indica infine che  finora è l’unico partito che abbia guardato, almeno da qualche anno a questa parte, più al futuro che al passato. Esso potrebbe essere definito un moderno partito conservatore europeo”. 
Anni dopo (il 2 Aprile 2009) sul settimanale Panorama il politologo Gianni Baget Bozzo- - già militante nella resistenza cattolica genovese e quindi autorevole esponente della giovane generazione democristiana fino agli Anni Sessanta – ribadiva il ruolo del Msi come forza di libertà, affermando:
“ Esso conservò il senso della nazione Italia e della patria quando gli schemi della guerra fredda imponevano la divisione tra Occidente ed Unione Sovietica. Svolse così un compito importante, e per questo, discriminato e combattuto. Ma contribuì a mantenere il fondamento culturale del Paese. Fu un elemento di differenza e quindi, appunto perchè emarginato e perseguitato,  una forza obiettivamente di libertà. L’egemonia comunista della cultura italiana trovò una resistenza nella cultura di destra e nell’identità politica del partito della fiamma. Ció poteva essere riconosciuto solo se nasceva un movimento postideologico che sostituisse il concetto di avversario a quello rivoluzionario di nemico, proprio della cultura comunista. Ciò ha reso possibile che la testimonianza del Msi fosse accolta in una prospettiva  in cui la nazione  e il popolo  si separavano dalla memoria della dittatura e del regime e si ponevano come valori puri”.
In questa coraggiosa e leale testimonianza di Baget Bozzo si riflettono propositi ed azione dei protagonisti di quell’altro Msi, descritto dall’analisi attenta di Annalisa Terranova; analisi storica dalla quale  il partito della Fiamma  – attraverso le  parole di un avversario leale  - finalmente esce vincitore di fronte alla storia.
Dal libro della Terranova emerge, infine,  che il Msi - come riconosceva  in effetti Gianni Baget Bozzo – cercò di lanciare un ponte  agli italiani tutti, dove far transitare la lezione del passato  rivisto con spirito critico,  per inverarlo in un progetto di società libera quale espressione di un futuro germinato da un seme antico.
Proposito, questo,  rimasto inconcluso con lo scioglimento del movimento della fiamma per dar vita ad una Alleanza Nazionale che, allontanandosi progressivamente dalla radici missine,  s’inoltrò nei meandri di una liberaldemocrazia incerta e confusa  che la portò  - nello spazio di poco più di un decennio -  ad annullarsi nell’armata Brancaleone del berlusconiano Partito della libertà.

Quel progetto  - che i protagonisti dell’altro Msi cercarono di sviluppare attualizzandolo – resta (a mio avviso)   tuttora vigente,  nell’attesa che  leve nuove ed audaci lo raccolgano e lo ravvivino per rifondare lo Stato italiano dotandolo finalmente di una democrazia compiuta, dove nazione e popolo risorgano come valori puri.                                                                                                               

Primo Siena

martedì 5 aprile 2016

Ministri, multinazionali, paradisi fiscali, o del capitalismo imperante! (di Matteo Mazzariol)

La polvere sollevata dalla recente vicenda del ministro Guidi, con sullo sfondo il referendum per le trivellazioni del prossimo 17 aprile e lo scandalo  dei paradisi fiscali, può essere un valido spunto per fare alcune riflessioni  sull'attuale situazione economico sociale e politica. Cosa sta succedendo,  quali scenari si stanno profilando?
Nulla di nuovo sul fronte occidentale, si potrebbe dire riprendendo il titolo di un noto romanzo di Remarque nella prima metà del secolo scorso.
Nulla di nuovo perché questo tipo di scenari sono gli stessi che, per esempio, i distributisti Chesterton e Belloc denunciarono in maniera  lucidissima nell'Inghilterra capitalista dello stesso periodo del libro di  Remarque. Si tratta semplicemente dell'occasionale emersione della punta dell'iceberg, dove l'iceberg rappresenta la realtà così com'è al di là  dell'immagine artificiosa propagandata dai mass-media: l'assoluto predominio di una ristretta minoranza di possidenti (multinazionali, grandi banche) in grado  di condizionare quel che rimane del potere legislativo con lo strumento di potere da loro privilegiato: il denaro.
Non sappiamo se il ministro Guidi abbia agito per favorire la multinazionale Total, non sappiamo se riguardo all'imminente referendum sulle trivellazioni i  partiti siano soggetti a pressioni da parte delle multinazionali del petrolio,  non sappiamo se centinaia di contribuenti d'alto rango italiani stiano aggirando il fisco attraverso i vari paradisi fiscali, sappiamo solo che il  sistema economico-politico-sociale in cui stiamo vivendo, cioè il sistema liberal-capitalista, è quello che ha posto le condizioni in cui tutto ciò possa  effettivamente avvenire: una volta che si separano tra di loro capitale e lavoro, cosa può impedire al capitale di esercitare la sua forza e la sua  influenza su praticamente ogni aspetto della vita comunitaria? La sensazione  diffusa che il denaro oggi sia il padrone incontrastato di tutto, ne è  un'ulteriore comprova. Una volta che le varie categorie lavorative sono state  private di ogni reale potete decisionale, cosa può impedire ai detentori dei  poteri forti di condizionare i pochi e fragili "rappresentanti" del popolo, che  scrivono le leggi nel chiuso delle stanze dei bottoni, con la consulenza di tecnici coaptati per l'occasione per vie traverse?
Dato un sistema del genere, ci sarebbe da meravigliarsi se questa non fosse la prassi consolidata. Lo sappiamo tutti che succede proprio così, lo diamo per  scontato ma ipocritamente non lo diciamo.
Soluzione? Una sola: il distributismo!

DIREI CHE NON CI SIAMO ANCORA (di Piero Nicola)

  In una recensione abbastanza puntuale del saggio La bellezza disarmata di Julian Carron (successore di don Giussani alla Rizzoli) Marco Manfredini osserva: "Non so se queste sono le naturali conseguenze delle premesse seminate da don Giussani".
  L'opera del Carron risulta un disastro teologico e un incentivo a continuare sulla strada dei rovinosi errori introdotti dal modernismo postconciliare.
  Tuttavia, sul finire dell'articolo, Manfredini riporta le valutazioni di mons. Negri in merito all'insegnamento del fondatore di Comunione e Liberazione (1970), il quale ne uscirebbe assai riabilitato.
  L'equivoco è per noi inaccettabile. Don Giussani (morto nel 2005, Servo di Dio dal 2012) elaborò una teologia neomodernista, che definì nel testo Il senso religioso (prima edizione 1966). Libro FU riveduto e presentato all'ONU nel 1997. Egli insegnò al liceo fino al 1964, poi fu docente di teologia all'Università Cattolica di Milano, e non venne in contrasto con il Concilio Vaticano II, né con i vertici del Vaticano che condussero lo svolgimento dei suoi errori nella dottrina nella prassi.
  Ne Il senso religioso sostanzialmente si afferma che esso, innato nell'uomo fin dai primordi, è lo strumento sempre necessario alla penetrazione del Mistero di Dio. Affermazione che contraddice la fede richiesta, basata sulla divina Autorità del Signore e della Chiesa, in merito a quanto l'intelletto umano non è in grado di conoscere.
  "L'ipotesi della rivelazione (del mistero) non può essere distrutta da alcun preconcetto. Occorre che nell'uomo rimanga quell'apertura originale del cuore verso questo fatto possibile".
  Ci troviamo nella scia della sintesi di tutte le eresie, delle teorie di Teilhard de Chardin e di altri erranti che ritenevano la fede frutto dell'esperienza religiosa attuata soggettivamente. Ne deriva anche l'annullamento dei Sacramenti, del Battesimo che infonde la Grazia e la fede.
  Per il Giussani la fede è "riconoscere una Presenza", è una "esperienza ragionevole", che illumina la vita. Cristo propizia l'"attuazione del senso religioso"; "Cristo è rimasto per essere oggetto d'incontro, incontro umano, proprio come ci si imbatte in una persona. Ed è rimasto nella storia svolgendo la sua fisionomia nella vita della comunità".
  Non abbiamo bisogno di conoscere altro del suo pensiero divulgato. Quale dubbio che i seguaci di CL imbevuti dei principi di una sintesi di tutte le eresie dovessero tralignare nell'azione sociale e pervenire alla lezione di Julian Carron?
  Bollando il modernismo, San Pio X nella Pascendi ne condanna un aspetto essenziale: "Dinanzi a questo inconoscibile, o sia esso fuori dell'uomo oltre ogni cosa visibile, o si celi entro l'uomo nelle latebre della subcoscienza, il bisogno del divino, senza verun atto della mente, secondo che vuole il fideismo, fa scattare nell'animo già inclinato a religione un certo particolar sentimento; il quale, sia come oggetto sia come causa interna, ha implicata in sé la realtà del divino e congiunge in certa guisa l'uomo con Dio. A questo sentimento appunto si dà dai modernisti il nome di fede, e lo ritengono quale inizio di religione". "E per fermo, rifacciamoci alquanto, o Venerabili Fratelli, a quella esizialissima dottrina dell'agnosticismo. Con essa, dalla parte dell'intelletto, è chiusa all'uomo ogni via per arrivare a Dio, mentre si pretende di aprirla più acconcia per parte di un certo sentimento e dell'azione".
  Il Conc. Vaticano I dice che la fede è "una virtù soprannaturale con la quale, prevenuti e aiutati dalla Grazia di Dio, noi crediamo vere le cose rivelateci da Lui, non a causa della loro verità intrinseca, percepita col lume naturale della ragione, ma a causa dell'autorità di Dio rivelante, il quale non può essere ingannato ed ingannarci" (Denz-U, 1811).
  Ancora sull'atto di fede: "La Chiesa ha dichiarato che è un assenso soprannaturale dell'intelligenza, libero, ma assolutamente certo, col quale noi crediamo le verità rivelate da Dio sull'autorità di Dio rivelante" (Enciclopedia Cattolica vol. V, col. 1077).
  Perciò la fede si ottiene mediante la Grazia e credendo alla Rivelazione; ogni diversa credenza, ogni diverso procedimento religioso, sono eretici.
  "I primi protestanti rigettarono l'autorità infallibile della Chiesa nel proporre la Rivelazione, e vi sostituirono in ciascun fedele l'ispirazione privata [...] I modernisti, col loro agnosticismo e immanentismo, sono indotti a negare il valore delle prove della Rivelazione e a confondere la fede con l'esperienza religiosa, che si trova in tutte le religioni. Il cattolicesimo per essi si riduce soltanto a una forma più elevata dell'evoluzione naturale del sentimento religioso" (Ibid., col. 1077-1078).
  "Il motivo formale della fede è l'autorità di Dio rivelante, cioè la sua onnniscenza e la sua veracità; e non si tratta soltanto di Dio autore della natura, ma di Dio autore della Grazia, germe della vita eterna" (Ibid., col. 1078).

Piero Nicola

  

lunedì 4 aprile 2016

Dietro il pio velame dell'ecumenismo: Il nazislamismo

Aveva ragione il defunto cardinale bolognese Giacomo Biffi quando mi diceva che il nostro vero nemico non sono gli islamici bombaroli, ma gli islamici moderati, che ci impongono moschee e scuole coraniche.
 Magdi Cristiano Allam


 Il dotto giurista Riccardo Prisciano, autore dell'intrigante saggio Nazislamismo, uscito in questi giorni dai torchi instancabili dell'editore teatino Marco Solfanelli, sostiene e dimostra che la democrazia moderna non discende da una verità condivisa dai popoli ma da una accozzaglia di opinioni, di conio laicista/illuminista, che giustificano un'attenta e spregiudicata riflessione e un serio esame degli argomenti a sostegno delle diverse e irriducibili dottrine altre.
 E dunque lecito contrastare le opinioni e le decisioni democratiche portate avanti da gruppi di pressione che sono usciti dai binari del diritto naturale e della tradizione, alla quale i popoli cristiani aderirono, con profitto, per la durata di molti secoli.
 Opportunamente Prisciano afferma che i governi occidentali, animati da un democratismo inflessibile e quasi dogmatico, sottovalutano l'agguerrita invasione promossa da stati d'animo ultimamente controllati da autorità costituite intorno alla superstizione islamica.
 L'invasione dell'Europa è compiuto dai rappresentanti di una religione alla quale aderisce un miliardo e mezzo di credenti/effervescenti, che potrebbero essere facilmente respinti.
 L'escandescenza della rovente/furente guerra islamica contro la ragione produce inoltre una sorda ostilità verso i princìpi filosofi da sempre, associati alla fede cattolica. E se è vero che gli studiosi islamici hanno contribuito alla diffusione dell'aristotelismo nell'area del Cattolicesimo è certo che l'islam non ha fatto uso delle ragioni aristoteliche, incompatibili con la rozza teologia dei cammellieri.
 Prisciano dimostra senza difficoltà che “Certamente concetti cardine della società moderna quali la laicità dello stato e del diritto, la reciproca autonomia tra stato e religione, l'indipendenza della cittadinanza dall'appartenenza religiosa, non sono così scontati sotto l'egida della mezzaluna”.
 Il programma islamico, lo ha dimostrato Magdi Allam, contempla infatti il progetto pacifico (a parole) di conquistare Roma per abbattere il tempio dell'odiata Cristianità.
 Innegabile è l'oscurità delle menti brulicanti intorno al tavolo del potere, menti che hanno tracciato le piste islamiche imponendo ai partiti democristiani la castrante contaminazione illuminista/americana della civiltà teorizzata e proposta da Pio XII e dai suoi qualificati collaboratori, ad esempio, il geniale professore Luigi Gedda, fondatore dei Comitati Civici, barriera contro il maritenismo e i suoi effervescenti discepoli democristiani.
 Il progetto degli islamici, inoltre, sta attuandosi grazie alla balorda complicità e alla colpevole disattenzione dei governi europei, “che ormai legati a doppio filo ai paesi arabi, stanno adottando una sorta di politica dello struzzo, facendo a gara a dichiarare che il terrorismo islamico non esiste”.
 Alla politica buonista, figura della storica intenzione di non morire per Danzica, è purtroppo associato l'ecumenismo impaziente e sconsigliato della gerarchia postconciliare, i cui autorevoli rappresentanti non esitano ad onorare, con baci senza senso e senza dignità, il libro del falso profeta Maometto. L'autolesionismo associato alla confusione mentale si manifesta perfino all'interno di professioni che sono strutturalmente costituite per la contestazione e la smentita delle fandonie e delle roventi illusioni, in uscita dal vaneggiamento del potere politico e culturale: “In Italia l'Ordine Nazionale dei Giornalisti [notturnisti, secondo la beffarda definizione di Soren Kierkegaard] ha deciso di sottoporre Magdi Allam a procedimento disciplinare, per una serie di articoli pubblicati nel Giornale tra il 22 aprile e il 5 dicembre del 2011”.
 Contro la falsa morale degli islamici intanto si levano, dagli uffici della magistratura progressista. voci favorevole alla pratica sodomitica. Edoardo Savarese, autore di una curiosa e febbrile Lettera di un omosessuale alla Chiesa di Roma, domanda addirittura “perché un omosessuale deve essere costretto a scegliere tra l'amore e la religione”.
 Non è opinione stravagante sostenere che la diffusione dell'islamismo in Occidente è aiutata dallo sfacelo della morale cattolica e dall'eclissi del sentimento di appartenenza alla vera civiltà.
 Prisciano dimostra peraltro che “l'Italia, forse in ragione della particolare posizione geografica, per la difficoltà di protezione dei propri confini, nonché per la mancanza di volontà politica di risolvere tale problema … anche grazie alle speculazioni delle varie organizzazioni criminali, è passata dall'essere un Paese di emigranti a un paese di immigrati, soprattutto extracomunitari, quasi totalmente di fede islamica”.
 Esempio e modello della follia accogliente, praticata dai governi debragati, è la cieca e colpevole tolleranza delle autorità britanniche, che tollerarono il gruppo degli specialisti pachistani “che abusò per anni di mille quattrocento bambine”.
 Prisciano rammenta al proposito che le intontite autorità inglesi tacquero per paura che l'esercizio della legge fosse tacciato di razzismo.
 Il moltiplicarsi di manifestazioni di codardia politicante nei confronti dei banditori e degli eversori di religione islamica, dimostra l'urgente necessità di una radicale revisione dell'ideologia buonista, demenziale contraffazione della fede cristiana e prezioso strumento della violenza d'importazione.
 Non è credibile che gli italiani, nel giro di due generazioni, abbiano smaltito il coraggio e l'amor di Patria dimostrati (ad esempio) nelle epiche battaglie di El Alamein (un italiano contro sei inglesi) e di Gela (Patton tentato di reimbarcare le sue truppe, vista la resistenza della divisione Livorno).
 Dobbiamo pensare che il rammollimento è il distintivo di quel comitato di affari anti-italiani che la mano magica del potere atlantico ha elevato al vertice della nostra politica.
 Di conseguenza dobbiamo deciderci a vedere nell'America (non a caso adulata e venerata dal ragazzo Matteo Renzi) la fonte dell'eversione che impedisce la resistenza alla pacifica invasione islamica.
 Il triste sogno americano, al quale dobbiamo ribellarci guardando alla Russia, contempla la inaccettabile discesa della invidiata civiltà italiana in una festa del disordine islamico.


 Piero Vassallo

domenica 3 aprile 2016

Nuova, splendida serie della rivista "Controrivoluzione"

Marco Solfanelli, intrepido capofila dell'editoria fedele alla verità cattolica, ha proposto in questi giorni una nuova serie di Controrivoluzione, la prestigiosa e indomita  rivista fiorentina, fondata e diretta da Pucci Cipriani, uno fra i più autorevoli e generosi testimoni della tradizione italiana oltre che scrittore obbediente alle severe leggi della bella lingua. 
 Controrivoluzione è erede e ideale continuatrice delle prestigiose riviste fiorentine – Il regno, La Voce, Il Leonardo, Lacerba - che hanno agitato e rinnovato la cultura italiana traendola dalla morta gora del positivismo e allontanandola dalle sentenze liberali sputate dal papa laico Benedetto Croce.
 Il fascicolo numero 124 della prestigiosa e magnifica rivista controrivoluzionaria propone uno scintillante fondo del direttore e articoli di Massimo Viglione, Domenico Rosa, Domenico del Nero, Stefano Colombo, Roberto Dal Bosco e Gianandrea de Antonellis.
 Coerente con la formula del visconte Louis de Bonald, intesa ad afferma il primato “dei diritti di Dio rispetto a quelli dell'uomo”, il direttore Cipriani propone un patriottismo realistico, indenne dalle elucubrazioni massoniche e giacobine, in cammino nella palude liberale e pseudo destra, dunque un patriottismo realistico, conforme all'idea tradizionale di Terra dei Padri: “secondo la definizione di Monsieur Charette, la Patria per noi sono le nostre case, la terra in cui ci sono le tombe dei nostri avi, i nostri villaggi … mentre per i giacobini la Patria è nella testa, per noi è sotto i nostri piedi”.
 In tal modo Pucci indica la via d'uscita dal labirinto ideologico in cui si aggirano gli esponenti della destra velleitaria e confusionaria, macchina che avanza per effetto del pistone italiano e retrocede per il contraccolpo causato dal pistone massonico.
 La destra missina, infatti, si è dimostrata incapace di distinguere e separare l'amor di patria dal nazionalismo, ideologia di stampo giacobino e marsigliese. Tale incapacitante confusione ha messo in scena la comica finale, il goffo e servile volo di Fini nell'uccelliera quirinalizia.
 Massimo Viglione pubblica due interessanti saggi. Il primo, intitolato Il Papa re, celebra la memoria del Beato Pio IX rivendica la dottrina che stabilisce il primato dell'autorità cattolica, rammentando che “il Papa è re perché vicario in terra di Colui che è Re dei Re, Re dell'universo e Signore del Creato”. Il secondo saggio stabilisce la continuità delle rivolte del 1848 con le disgraziate insorgenze in Germania (nel 1517) e e in Francia (nel 1789).
 Magnifico il saggio Forteto oltre l'abisso, di Roberto Dal Bosco,  giovane e sagace erudito cui è affidato il ruolo di capofila  dell'intrepido popolo costituito dagli irriducibili fedeli alla tradizione italiana.
 Dal Bosco introduce lo scabroso/spaventoso argomento della pedofilia praticata nella comunità progressista del Forteto e incensata dallo squillante delirio progressista, e cita, al proposito, una sentenza di Bartolomeo Giarrosi detto il Brandano, che descriveva (con quattrocento anni di anticipo) la follia galoppante nei nostri giorni: “Quando le carrozze viaggeranno senza cavalli, quando le donne porteranno la cresta come i galli, quando le macchie saranno giardini, sarà un vivere da assassini”.
 Assassini dell'anima sono gli educatori progressisti al lavoro nella comunità del Forteto: “dove i bambini venivano portati a fare sesso con i genitori affidatari dello stesso sesso, una sorta di pseudo-incesto omofilo. Rodolfo Fiesoli, il vero dittatore della Comune, gode di una primazia sessuale sugli efebi che vi vivono. I bambini vengono disconnessi totalmente dalle famiglie di origine, vengono sfruttati in turni di lavoro massacranti, battuti, umiliati pubblicamente in allucinanti riti di autocritica”.
 Parallelo all'infamia della pedagogia/pederastia trionfante nel Forteto corre la conclamata connivenza di una porzione  di un partito (il PCI-PDS-DS-PD) e della casa editrice bolognese Il Mulino e il silenzio dei cattolici fiorentini.
 Commenta Dal Bosco: “Una rete fitta, immensa. Inspiegabile. Una rete che ha coperto uno dei più grandi orrori che la storia recente conosca”.
 Completano il nuovo fascicolo della rivista di Cipriani interessanti saggi di Domenico Rosa (José Borgès martire controrivoluzionario)  di Domenico del Nero (Leopoldo tra storiografia e documenti autografi) di Stefano Colombo (La massoneria in Toscana, dove tutto ebbe inizio) e di Gianandrea de Antonellis (Chiesa e scienza in Europa nel secolo XVIII).


 La rivista in vendita a euro 6,00 può essere ordinata scrivendo alla redazione
c/o Gruppo Editoriale Tabula Fati
Via Colonnetta 148
66100 Chieti 


sabato 2 aprile 2016

L'ITALIA CHE NON AVESSE FATTO LA GUERRA (di Piero Nicola)

Lasciamo stare i molli pacifisti e gli attuali storici di professione: anche gli studiosi che ambiscono a restare nella Storia e soprattutto nella mente di Dio come onesti testimoni, si sono smarriti o trovati in imbarazzo circa la dichiarazione di guerra che l'Italia presentò a Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, per iniziativa del capo del governo e con l'avallo del re, non più Re Soldato.
  Le conseguenze furono una sconfitta militare, accompagnata da un crollo politico determinato non tanto dalla demoralizzazione e diserzione popolare quanto dal cedimento dei vertici del regime, complice la monarchia. Essa provocò il rinnegamento e la messa al bando degli artefici di un ordine civile; provocò, col suo voltafaccia nei confronti dell'alleato germanico, la reazione degli italiani che ritennero di opporsi al misfatto e al nemico originario. Infine, Vittorio Emanuele II fu all'origine della guerra fratricida, e resta il sospetto che egli abbia voluto la disfatta fin da principio, a vantaggio delle massonerie internazionali, poiché il fascismo era sfuggito al controllo che avevano supposto di poter esercitare su di esso.
  Ma immaginiamo un'Italia fascista neutrale, ingiustamente colpita da sanzioni economiche e da una propaganda ostile, una Patria astenutasi dall'intervenire nel conflitto, sebbene l'alleanza con la Germania, il famoso Patto d'acciaio, l'obbligasse, almeno moralmente, a schierarsi al fianco di Hitler. Forse costui aveva usato maniere forti per ottenere in Polonia il Corridoio di Danzica, città di popolazione tedesca; sta di fatto che gli Alleati dichiararono una guerra evitabile e dovuta soprattutto a motivi politici.
  L'errore di Mussolini, spinto dall'ostilità delle grandi democrazie, di unire le nostre sorti all'empio dittatore di Berlino fu una colpa non lieve. A parte ciò, egli avrebbe dovuto, ad ogni modo, accettare un isolamento che ci rendeva vittime di sistemi statali prepotenti, ipocriti, inferiori sul piano della civiltà e della giustizia (il seguito della degenerazione occidentale lo ha ampiamente dimostrato), i quali, aspirando al dominio planetario, paventavano che il fascismo potesse conquistare il mondo ancora sotto la loro influenza e penetrare nel loro stesso seno?
  Vediamo dunque il nostro ipotetico futuro di neutrali dopo la prevedibile fine del nazismo. Ecco una nazione che ha disertato il campo di battaglia, costretta a subire il sopruso, di nuovo messa in condizione di dover combattere, senza speranza di vittoria, oppure rassegnata a sottostare. La crisi economica, l'assalto delle seduzioni ideologiche comuniste e liberali, le inevitabili provocazioni non raccolte, ci avrebbero tormentato e immiserito. Dio nuovo il dilemma: guerra disperata ma onorevole, esempio tramandato ai posteri, altrimenti, la servitù.
  Qualcuno dei nostri ha addotto il presunto totalitarismo del Ventennio come motivo della sua messa al bando a priori. Invece il Ventennio vide una fioritura culturale polivalente - nell'ambito del rispetto d'un ordine non iniquo, né irreligioso - alla quale contribuirono e aderirono quasi tutti gli intellettuali, gli artisti e gli scienziati di quell'epoca. O la Storia è già stata scritta, e dobbiamo desistere dal rimetterci mano?
   

Piero Nicola

Indovina chi viene in Italia: Rifugiati, immigrati o conquistatori?

Nel settembre del 1943, quando l'Italia centro-settentrionale era sottoposta al duro potere dell'esercito tedesco, gli italiani inquadrati nel mirino della persecuzione nazista, vuoi perché di religione ebraica, vuoi perché compromessi con gli oppositori al fascismo, vuoi infine per comprensibile paura della guerra totale, tentarono e in parte riuscirono a trovare rifugio nella ospitale e neutrale Svizzera.
 Fra di loro era l'avvocato Guido De Benedetti, marito di una mia zia cattolica, e ricercato dalla polizia tedesca perché ebreo e perché antifascista di parola.
 Finita la guerra l'avvocato De Benedetti fece ritorno in Italia, non senza aver prima ringraziato le ospitali autorità svizzere.
 Eccellente avvocato, De Benedetti avrebbe potuto far fortuna nella tranquilla e prospera Svizzera, ma scelse di ritornare in quella disastrata, inferocita Italia del 1945. Un paese le cui leggi lo avevano ingiustamente perseguitato.
 Per inciso: l'avvocato De Benedetti nel biennio 1945-1946 fu generoso e appassionato difensore dei fascisti processati per violazione delle retroattive leggi imposte dai vincitori della guerra civile.
 Si pongono ora due domande curiose, impertinenti e forse destinate a scivolare nella pia melassa, che è stesa sul pensiero degli italiani e dei vaticani al potere.
 Prima domanda: perché le ragioni del cuore, in primo luogo  l'amor di Patria (una Patria ingrata e ultimamente devastata dalla guerra totale) furono più forti dei pensieri calcolanti, che suggerivano all'avvocato De Benedetti l'insediamento nelle deliziose cartoline di una nazione, la Svizzera, pacifica, prospera e felice?
 Seconda domanda: perché gli islamici in fuga  dalla guerra (spesso immaginaria) non ritornano in patria alla cessazione delle ostilità? Quale delizia li trattiene in un paese irriducibile alla loro neghittosa cultura e insensibile alla loro (scarsa) professionalità, altrimenti detta poltroneria?
 Alla prima domanda si risponde che l'Italia è una Patria incantevole, che si può abbandonare soltanto perché incalzati dalla miseria estrema o perché vittime di una ingiusta persecuzione. Accadde ai meridionali dopo l'Unità, accadde agli antifascisti (pochi, a dire il vero) e ai fascisti scampati alle stragi del primavera radiosa/sanguinosa del 1945.
 Alla seconda domanda si risponde con una terza domanda: i responsabili della cosa pubblica sono convinti che abbia senso importare, ricoverare in albergo e nutrire un popolo di nullafacenti e sotto occupati, nelle mente dei quali corrono pensieri rozzamente ostili alla nostra religione, alla nostra cultura, ai nostri costumi, e alla nostra storia?
 Inoltre: i teneri  ecumenisti sono sicuri che il motore dell'immigrazione non sia un piano mondialista e masochista, inteso, alla liquidazione del cattolicesimo? Siamo sicuri che i politicanti al potere & allo sbaraglio rammentino la storia degli antichi rapporti tra italiani e islamici, ove rammentare significa aver chiare le ragioni delle guerre combattute dagli italiani al fine di allontanare gli islamici, che avevano occupato (e gestito con ferocia) parti ingenti del nostro territorio?
 Infine è possibile credere nell'invisibilità del piano concepito dai poteri forti e fortissimi, in funzione di uno sradicamento delle tradizioni, che alimentano la superiore civiltà dei popoli cristiani?