sabato 12 novembre 2016

GLI ALBORI DIFFICILI del MOVIMENTO SOCIALE ITALIANO (di Primo Siena)

Testimonianza  e riflessioni di un “figlio del sole” dell’Alta Italia

Io non credo, è vero all’obiettività assoluta della storia, questa vecchia favola, quest’antico mito tante volte smentito e negato. Ma io credo fermamente che si possa fare storia solo entrando in un  rapporto d’intima unione, d’interiore consonanza col passato, solo rianimando e rivivendo in sé lo spirito, il senso, il valore, l’ordine  e la dialettica peculiare degli eventi trascorsi...
La storia  è presente solo in quanto sia ricreazione e risuscitazione di quello che è l’unico, l’inconfondibile passato.
GIOVANNI SPADOLINI
Ritratto dell’Italia moderna (700-900) Vallecchi, Firenze 1948.

1. L’adesione alla Fiamma Tricolore: una scelta  iscritta  in un dna  personale e familiare.
La sezione provincale del Msi veronese  era stata  costituita uffcialmente il 2 febbraio del 1947, da un gruppo composto da Angelo Savoia e Arturo Marchese ambedue reduci dal Campo di concentramento inglese dei Non-cooperatori  n. 25 di Yol (India).
A costoro si erano uniti gli studenti: Ennio Beltrame, Fabio Saccomanni, Livio Valentini ed un sottufficiale della Guardia Repubblicana: Giovanni Zurlino. La prima sede fu  un appartamento affittato al primo piano di un edificio in via San Rocchetto, nel centro storico di Verona che sarebbe poi  devastato da inferociti partigiani comunisti, qualche mese dopo.
Mi sono iscritto al Fronte Giovanile  del Msi, il 17 marzo del 1947 a Verona, la città dove avevo raggiunto la mia famiglia, colà trasferitasi nell’estate del 1944 da Modena  (luogo natìo del mio casato) per sfuggire alla persecuzione dei partigiani locali.
La mia era una famiglia di fascisti d’antica data: mio padre Mario ed il fratello Primo, erano iscritti al fascio di San Prospero, nella bassa modenese, fin dal 1920;  ed ambedue avevano partecipato alla marcia su Roma, il 28 ottobre 1922, con gli squadristi  di Modena.
Nato il 20 novembre del 1927, io ero stato battezzato con lo stesso nome dello zio paterno Primo, morto nel 1925 per i postumi di una feroce aggressione da lui subita da parte di un gruppo di socialisti inferociti nell’estate del 1924.
Il 16 settembre del 1943, mi ero iscritto alla federazione del Fascio repubblicano modenese, costituita da pochi giorni.
Il 2 novembre mi ero presentato alla caserma dell’8º Reggimento Bersaglieri di Verona per arruolarmi del 1º battaglione “Benito Mussolini” costituitosi il 9 settembre e  già operante, dal mese d’ottobre, contro il corpo partigiano di Tito che cercava di espandersi nell’alto goriziano, vulnerando la frontiera orientale d’Italia.
Il 3 novembre del 1945, rientravo in patria, dopo aver trascorso sei mesi di dura prigionia in Slovenia (campo di concentramento di Bovnica, nella piana di Lubiana, definito dall’arcivescovo trtistino dell’epoca, Monsignor Santin, il “campo dei morti viventi”), dov’era stato tradotto il Battaglione bersaglieri, bloccato da ingenti forze dell’armata partigiana jugoslava, il 30 aprile 1945 vicino a Caporetto   mentre - rimasto isolato - tentava la ritirata verso Udine.
Questi precedenti, mi collocavano in quel “popolo dell’abisso” citato da Antonio Carioti, quale luogo dell’esperienza psicologica della sconfitta e della persecuzione vissuta dai reduci della Repubblica Sociale Italiana.
L’iscrizione al nascente Msi, era dunque una scelta naturale, iscritta nel mio dna personale e familiare.
Il Fronte Giovanile, in quei primi mesi del 1947 era guidato dall’universitario Giorgio Martinat, figlio di Giulio: un   generale degli Alpini, caduto eroicamente in terra russa,  a Nikolajevca, nel 1943, alla testa del Battglione “Edolo”. Fui quasi subito chiamato a far parte del direttivo giovanile  e presi contatto con altri dirigenti giovanili del Triveneto.
A Verona l’attivismo giovanile era animato da: Ivan Benito Romei, dalmata, già alpino della divisione “Monterosa” nella Rsi, fratello del comandamte sommergibilista Romeo Romei, medaglia d’oro caduto nella guerra sottomarina nel 1942.
Romei sostituì ben presto Martinat alla guida del costituendo Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori del Msi.
Con Romei, desidero ricordare: Raimondo Meloni, Piero Tomasich ed il fratello Bruno, guida carismatica del gruppo goliardico “San Marco” nell’Università di Padova; Livio Valentini,  Eugenio Chiarelli e Raimondi Meloni ambedue feriti leggermente nella manifestazione di Trieste del marzo 1953; l’ex maró paracadutista Franco Annatelli.
Tutti costoro, con una scarsa decina di altri iscritti, difesero coraggiosamente la sede del Msi in via San Rocchetto, aggredita da una folla scatenata di antifascisti nel novembre  del 1947; i  quali  l’invasero, nonostante la strenua resistenza dei difensori, e la distrussero.
A Padova conobbi Cesare Pozzo e suo cugino Gianni Maria, allora laurenado in lettere e filosofia, cofondatori della sezione locale assieme a Gaetano Rasi; il quale mi farà conoscere succesivamente il Prof. Marino Gentile, del quale sarei divenuto allievo, frequentando le sue lezioni di filosofia nella prestigiosa facoltà di lettere alloggiata  nel celebre palazzo del Liviano.
Marino Gentile, triestino di nascita ma ormai patavino d’adozione, era stato consulente di Carlo Alberto Biggini, ministro dell’Educazione Nazionale durante la Rsi. Nell’immediato dopo guerra il Prof. Marino Gentile frequentava un cenacolo intellettuale che fiancheggiava il Msi, appena costituito.
Tale cenacolo s’era formato ai margini dell’antico Ateneo patavino dove, secondo la vulgata antifascista primeggiavano dopo il 1945 solo nomi “politicamente corretti” come: il grecista Manara Valgimigli (socialista), il penalista Giuseppe Bettiol (democristiano), il farmacologo Egidio Meneghetti (Partito d’Azione), il latinista Concetto Marchesi (comunista).
Quel cenacolo, dove si coltivava un pensiero differente da quello settario dell’antifascismo dominante, era composto da: Mario Ferraboschi, docente di diritto canonico ed avvocato prestigioso, nel cui studio professionale Gaetano Rasi  sarà poi giovane praticante; Luigi Pezzolo, docente di scienza della finanza collegato alla Facoltà di Economia dove spiccava, all’epoca, un grande economista antimarxista come Marco Fanno; Francesco Apergi, docente di diritto commerciale; Gerardo d’Ambrosio, ingegnere e preparatissimo economista aziendale.

2.- La costituzione del Msi nel Triveneto  e la situazione drammatica della Venezia Giulia e dell’Alto Adige.
A Venezia la sezione del Msi era stata fondata dal conte Paolo Foscari (47 anni)  d’antica famiglia patrizia veneziana; il quale era accompagnato da Edgardo Beltrametti, aspirante filosofo che si dedicherà, poi,  al giornalismo specializzandosi nelle problematiche militari, dal giovane toscano Gastone Romani, da Michele Di Bella,  profugo dall’Egeo, il quale si guadagnava da vivere, allora, come “arsenalotto” (operaio nell’Arsenale locale), da Giulio Raiola (che svolgerà poi una carriera giornalistica).
La sezione di Bolzano viene aperta dal diciannovenne Silvio Poggio, bolognese, già bersagliere volontario del 1º Btg. “Benito Mussolini”; il quale  cederá presto la segreteria all’Ingegnere Delfino Ardizzone (classe 1901), coadiuvato dai fatelli Andrea e Piero Mitolo, la cui azione simbolizzerá negli anni, la strenua battaglia per la difesa dell’italianitá di quella terre di confine.  Silvio Poggio assumerá la guida del Fronte Giovanile.
A Trento, apre la sezione locale René Ceccon (26 anni), funzionario municipale.
Nel settembre il trentunenne  Arturo Bonomi, apre la sezione a Treviso, assieme a Francesco Montagner, Carlo Mion, Gino Florian, Anna Maria Cusin.
Alessandro Biancuzzi costituisce la sezione di Udine e Romeo Sartori  (ventunenne) quella di Vicenza,  che presto eleggerà come segretario il commercialista Pietro Marchetto.  Ai primi del 1948 Andrea Borgato apre la sezione provinciale di Rovigo e Fernando Bacchetti (trentenne, reduce dal campo non cooperatori di Yol) quella di Belluno.
Il 29 giugno del 1947 si svolge a Padova il primo rapporto politico-organizzativo del Triveneto, presieduto da Paolo Foscari, con l’intervento di Achille Cruciani (un perugino di 26 anni che opera a Milano), segretario della Delegazione Alta Italia.
Durante la riunione si esamina la drammatica situazione della Venezia Giulia, dove il territorio soffriva una spartizione provvisoria che aveva assegnato agli Alleati angloamericani la cosiddetta Zona A,  comprendente Trieste, Gorizia, una  parte dell’altipiano carsico, ed una fascia di territorio compresa fra il confine del 1915 e gli altiopiani della sinistra del fiume Isonzo.
 La Yugoslavia di Tito dominava invece la parte orientale della provincia di Gorizia, tutta l’Istria e la cittá di Fiume: si trattava della Zona B che finirá poi definitamente assegnata alla Federazione yugoslava compresa la cittá di Pola.
La situazione in Alto Adige si stava facendo alquanto precaria, dinnanzi a gruppi di austriacanti, nostalgici dell’impero asburgico  che ribattezzavano l’Alto  Adige come“Sud Tirol” ed esigevano uno statuto speciale
René Ceccon a Trento ed i fratelli Mitolo a Bolzano, reagiscono  proponendo la  leale collaborazione  delle popolazioni di parlata tedesca e ladina con la popolazione italiana, nel quadro dell’identitá nazionale del territorio, ribadita fin dal 1938, “l’anno in cui il popolo germanico riconobbe come intangibile la linea di confine segnata dallo spartiacque alpino”.
Ceccon propone di raccogliere le due province dell’Alto Adige sotto l’antica denominazione di “Regione Alpina delle Alpi Retiche”. Tutti i gruppi giovanili del triveneto vengono attivamente impegnati per conservare e difendere l’identitá nazionale messa in discussione tanto in Venezia Giulia come nell’Alto Adige e compromessa da una politica di debolezza del governo nazionale.
Trieste costituisce la posizione piú avanzata e cruciale del neonato Movimento Sociale, dove fin dal 28 ottobre del 1946, i Far (Fasci d’azione rivoluzionaria) avevano issato un tricolore con il fascio littorio sul campanile della cattedrale di San Giusto. Anche a Trieste sono giovani e giovanissimi ad alzare l’insegna della Fiamma Tricolore.
Annalisa Terranova, ricorderà molti anni dopo (25 giugno 2015), recensendo il libro Trieste a Destra, che “senza il legame con l’associazionismo patriottico triestino, l’Msi non sabebbe stato l’Msi”.
Il fondatore della sezione triestina è l’industriale Giuseppe Sonzogno,  affiancato da un pattuglia di giovani animosi:  Alfio Morelli, Claudio De Ferra, Franco Petronio, Fabio Lonciari, Luciano Lucchetti, Francesco Paglia.
Francesco Paglia, che aveva difeso durante la Rsi, i confini orientali, quale volontario del Btg. “Mussolini” nel goriziano,  cadrà sotto piombo inglese assieme a Pierino Addobbati (militante della “Giovane Italia”) e ad altri quattro triestini il 6 novembre del 1953, durante l’insurrezione popolare che reclamava la fine del cosiddetto “territorio libero” amministrato dagli inglesi, ed il  conseguente ritorno di Trieste alla madre patria.
Nelle elezioni politiche del giugno 1953, il giornalista triestino Carlo Colognatti, segretario missino  poco piú che quarantenne,  sarà eletto deputato per il  collegio di Udine-Gorizia-Belluno nel giugno 1953.
Nella stessa tornata elettorale  gli eletti del MSI passano dalla esigua  pattuglia di 7 parlamentari dell’aprile del 1948 (sei deputati ed un senatore) a 29 deputati e 9 senatori.
Viene eletto,  nel collegio veneto di Verona-Vicenza-Padova-Rovigo,  Cesare Pozzo, (25 anni ) ferito, assieme a Fabio De Felice, durante la manifestazione seguita al grande comizio di Augusto De Marsanich al Politeama Rossetti di Trieste (8 marzo 1953).
 Candidandosi alle elezioni, Cesare Pozzo aveva ceduto il comando della federazione patavina al  patrizio veneto conte Alvise Loredan.
 La lista capeggiata da Pozzo, vede tra i candidati il conte Emo Capodilista (allora inedito  intellettuale, di peculiare valore speculativo) che Massimo Cacciari riscatterà da un ingiusto oblìo negli anni novanta.
 Emo Capodilista risulterà tra i primi  dei non eletti.

3. – IL  Raggruppamento  Giovanile Studenti e Lavoratori.
Nel maggio del 1947, lascio Verona dove rimane la mia famiglia, e mi trasferisco a Milano, da un parente  che mi offriva un impiego amministrativo in una piccola azienda edilizia  operante nella ricostruzione della capitale lombarda  che si rialzava lentamente dalle distruzioni belliche.
A Milano frequento la locale sezione, dove conosco i dirigenti della Delegazione Alta Italia del MSI, guidata dal Prof. Ernesto Massi un triestino di 37 anni, Gianluigi Gatti laureando in medicina,  dall’Avv. Manlio Sargenti, dal Prof. Salvatore Caltabiano, (già giudice del tribunale dei minori) e dal Prof. Achille Cruciani, segretario.
Provenienti, tutti, dall’esperienza della Rsi, costoro si riunivano nella sede di Via Radegonda, nel centro cittadino, in un vecchio palazzo salvatosi dai bombardamenti bellici,  il cui accesso era protetto da un paio di cavalli di frisia decorati da parecchio filo spinato.
Quando giunsi a Milano, la squadraccia della “Volante Rossa” aveva assassinato da poco il giornalista Aldo De Agazio, fondatore e direttore del settimanale “Meridiano d’Italia” che andava pubblicando un interessante servizio giornalistico sull’uccisione di Mussolini e sulla sparizione del “cosiddetto oro di Dongo”
In tasca al giornalista assassinato  il 21 marzo 1947, si rinviene una lettera firmata da Giorgio Almirante (datata 1 febbraio), dove si affidava al povero De Agazio una missione delicata ed urgente.
“Abbiamo avuto notizia – scriveva Almirante a nome della Giunta nazionale del Msi di cui, allora,  era il segretario esecutivo – che il cardinale Fossati di Torino ha convocato parecchie persone e personalità allo scopo di addivenire alla fondazione in Piemonte di squadre di resistenza anticomunista. Tu capirai cosa significa e cosa può significare ciò. Affidiamo quindi a te la missione di andare a Torino, possibilmente con altra persona di tua fiducia, di farti ad ogni costo ricevere dal Fossati e di prospettargli la possibilità che il Msi collabori con lui. Gli puoi dire – perchè è vero che i gesuiti di qua ci conoscono, ci approvano e ci appoggiano.[...] Non ci siamo rivolti al nostro incaricato di Torino perchè  la cosa è troppo delicata e interessante. Vedi tu, con il tuo diplomatico tatto, il modo migliore per condurla in porto. Comunque tieni presente che a Torino potrai appoggiarti – se vorrai – all’ing. Giovanni Volpe (figlio di Gioacchino) presso il quale funziona la nostra sezione”.
Da questo documento emerge quale fosse il clima in cui doveva operare il Msi nell’Italia del centro-nord.
Il segretario giovanile milanese, Enrico Fiorini, ex-parà del Btg. “Nembo” della Rsi, mi chiamó nella sua giunta giovanile, dove conobbi Mirko Tremaglia e Giorgio Pisano che calavano quasi ogni giorno, uno da Bergamo ed uno da Como, per concordare con il gruppo milanese l’azione di proselitismo in Lombardia e dintorni.
La delegazione Alta Italia aveva da poco avviato la pubblicazione di un settimanale - Avanguardia Sociale, diretta da Salvatore Caltabiano -  dove si  era aperto un  esame interessante del nostro recente passato, al quale io stesso partecipai con una cruda critica al gerarchismo burocratico del ventennio fascista.
In una dei miei primi articoli, avanzavo, assai ingenuamente – lo riconosco, oggi – una proposta di pacificazione tra fascisti ed antifascisti, scrivendo con giovanile retorica:
“Gioventù al di quà e al di là della Linea Gotica riunisciti, ritrovati, svesti l’intransigenza, l’isolamento, il rancore covato, la prevenzione, privati del piacere della vendatta e fanne un rogo. Levati i calzai ed entra nelle fiamme, poi con cuore puro, unita, compatta, balza decisa, oltre la Gotica, ad incontrare l’Italia”.
Cito questo passo per dimostrare che i combattenti della Rsi non attesero cinquant’anni – come farà poi l’ex comunista Luciano Violante nel 1996 – per offrire, a partire  dagli ex-combattenti dei due fronti contrapposti, la pacificazioe della Nazione Italiana lacerata drammaticamente dalla guerra civile 1943-45.
Ma quell’appello restò senza risposta, con le conseguenze che conosciamo. Anzi esso fu violentamente osteggiato dal fronte dell’antifascismo militante capeggiato dal Partito Comunista Italiano, che  il 19 gennaio 1947, interruppe una cerimonia promossa all’Università di Roma, dallo storico Piero Operti, già partigiano monarchico, mutilato di guerra e medaglia d’argento al valor militare conseguita nella guerra 1915-18.
La riunione che si doveva svolgere nella facoltà di Giurisprudenza per la riconciliazioine fra reduci della Rsi e combattenti partigiani, con il sostegno del quotidiano romano “Il Tempo”, venne interrotta violentemente da un comando comunista guidato da Cino Moscatelli che la fece fallire.
Ripresi la critica al gerarchismo improduttivo - che aveva inaridito gli slanci del fascismo durante il regime del Ventennio  - su un periodico giovanile promosso alla vigilia delle elezioni del 1948 da Tremaglia, Pisanò, Fiorini e da me; lo  intitolammo “Vent’anni – periodico di bonifica integrale”, riprendendo la testata del giornale  di Guido Pallotta.
Il mio articolo apriva il periodico con un titolo provocatore: “La caduta degli Dei” dove - con baldanza giovanile alquanto incosciente, e mettendoli tutti nello stesso sacco -  attaccavo i gerarchi fascisti, da quelli del Gran Consiglio ai più modesti gerarchi di provincia.
Quell’ articolo voleva suonare un campanello d’allarme contro personaggi  opportunisti e screditati del passato (il riferimento era indirettamente rivolto specialmente all’ex qualunquista Emilio Patrissi, con il quale il Msi, allora,  stava trattando).
 Mi preoccupava  l’insorgere, nel nuovo e giovane movimento della Fiamma,   di un certo autoritarismo, una eredità del passato considerata una forma di corruzione dell’autentico principio d’autorità, invece  da preservare.
Quell’articolo non piacque ad Angelo Berenzi, giornalista colto,  già direttore del quotidiano di Vicenza durante la Rsi, collaboratore  anch’egli di Avanguardia Sociale.
All’uscita del congresso provinciale del Msi milanese (13  giugno 1948), Berenzi mi affrontò rimproverandomi di essere stato ingeneroso verso modesti gerarchi provinciali, molti dei quali pagarono poi, dopo il 25 luglio 1943, errori ed abusi non loro.
 La nostra discussione finì in una discreta trattoria di Porta Venezia, dinnanzi ad un generoso bicchiere di vino, che segnó una leale  e profonda amicizia che mi  legò poi ad Angelo Berenzi per tutta la vita.
Nel congresso provinciale milanese avevo presentato, assieme ad Enrico Fiorini,  un documento che si richiamava all’etica del “senso eroico della vita” accompagnato però dalla “rinuncia alla prassi dittatoriale del fascismo”, perchè lo scopo da perseguire doveva essere:“il fermo e leale proposito dell’inserimento degli ex-fascisti nello schieramento democratico del Paese”.
Tale inserimento non doveva significare adesione alla deteriore partitocrazia moderna, bensì la ricerca di un “nuovo umanesimo del lavoro” (con un riferimento esplicito al pensiero dell’ultimo Gentile”), al fine di costituire: “una comunità d’individui con uguali diritti ed uguali poteri, senza sfruttati e sfruttatori, regolati nei loro rapporti da leggi imparziali liberamente espresse attraverso gli organi legislativi”.
Dal 27 al 29 giugno di quell’anno partecipai, quale delegato eletto del Msi milanese al 1º Congresso Nazionale tenutosi nella Sala Tarsia di Napoli, dove  -aprendosi la seduta inaugurale -  presentai una mozione di saluto al Maresciallo Graziani, quale  “simbolo dell’onore e delle glorie militari nazionali”, allora incarcerato.
La mozione d’ordine era firmata, inoltre, da Enrico Fiorini  per Milano, da Bartolomeo Zanenga ex parà del “Nembo” per Belluno, dal ex-bersagliere Rsi Livio Valentini per Verona, dal giovane volontario dalmata Pompeo Mariani, per Varese.
Nel settembre del 1948, esaurito il tentativo di una professione amministrativa per la quale non era tagliato, rientravo a Verona, assumendo la guida del locale gruppo giovanile.

  Nel 1949 conseguivo, da studente privatista, l’abilitazione magistrale per iscrivermi succesivamente alla Facoltá di Magistero dell’Universitá di Padova, dove avevo la fortuna di conoscere Marino Gentile, grande maestro di pensiero che avrebbe modellato profondamente la mia  - ancora acerba, allora - personalitá intellettuale.
Dal 12 Al 13 marzo partecipo alla 1ª Assemblea Nazionale del Raggruppamento Giovanile Studenti e Lavoratori, che già dal novembre del 1947 aveva sostituito il Fronte Giovanile.
Roberto Mieville – ferrarese, giovanissimo ufficiale carrista in Africa  settetrionale, catturato dagli americani   a Enfidaville (1943, Tunisia) durante la ritirata del corpo italo-tedesco  dal fronte libico - era stato prigioniero non-cooperatore ad Hereford negli Stati Uniti, da dove era rientrato in patria nel 1946 indossando la camicia nera.
 Mieville aveva aderito fin dalla fondazione al Msi, dove alla fine del 1947 aveva assunto la segreteria della nuova formazione giovanile, dotandola di una certa autonomia politico-organizzativa che garantiva il suo collegamento al Msi, attraverso un cordone ombelicale costituito dalla presenza istituzionale del responsabile giovanile sia nelle rispettive  direzioni provinciali che nella direzione nazionale della Fiamma.

Quell’autonomia  -movimentata da forti discussioni ideologiche  tralignate in piú d’una occazione addirittura in qualche scontro fisico – sarà poi abolita dal IVº congresso del partito a Viareggio (1954).
I delegati provenienti dalla province furono alloggiati in quell’occasione nella foresteria del Foro Mussolini, che Roberto Mieville era riuscito – non ricordo come – a conseguire.
La giunta  nazionale giovanile uscita da quell’assemblea per affiancare Mieville comprendeva, tra gli altri, Giuseppe Ciammaruconi,  Mario Tedeschi, Enrico De Boccard, Giorgio Pisanó, Mirko Tremaglia,   Gianfranco Finaldi, Marcello Perina, Angelo Nicosia.
Si trattava di  un gruppo umano raccolto attorno alla rivista Architrave, diretta da Guido Scotto e dal giornale quindicinale L’Assalto, di cui  direttore era Ciammaruconi.
La politica giovanile di questo  gruppo si distingue per un attivismo pragmatistico, con certa inclinazione per le idee di una “sinistra nazionale” che s’ispira al programma sociale della Rsi.
Per i rapporti tra Raggruppamento giovanile e partito, quella prima Assemblea nazionale, nel suo documento finale, afferma di accettare l’origine e la fisionomia del partito, “nel quale come giovani si sentono inseriti”, ma subito dopo avverte che questi giovani ritengono d’avere una funzione politica altresì  verso la gioventù italiana per assolvere la quale debbono acquistare “una individualità  più caratteristica ed acentuata”  di quella che finora hanno avuto.
 Durante l’Assemblea Giovanile, mi incontrai con Achille Billi (classe 1929), delegato del gruppo giovanile romano e che avevo conosciuto (novembre 1944) nel Btg. Bersaglieri Mussolini, essendo stato inquadrato nella mia stessa compagnia.
 Un mese  dopo il nostro incontro a Roma, Billi verrà trovato assassinato, sulla riva del Tevere, imbavagliato con un fazzoletto tricolore. Non si seppe mai chi lo avesse ucciso, ma i sospetti andavano verso qualche agente di Tito infiltrato tra profughi politici anticomunisti yugoslavi che si muovevano in Italia.
Achille Billi non fu la sola vittima della sua fede politica. Prima di lui erano stati assassinati: Brunilde Tanzi, giovane ausiliaria nella Rsi, uccisa nel centro di Milano; sempre a Milano, il giornalista Franco De Agazio, del quale già s’è detto. Lo studente Vittorio Ferri, era stato linciato a Pisa da un gruppo di comunisti, inferociti per l’attentato al loro capo Palmiro Togliatti. Infine il 31 ottobre del 1949, era stato ucciso Francesco Nigro, bracciante agricolo, segretario della sezione missina di Melissa (Crotone), durante un’occupazione di terre incoltivate.
L’esito dell’ all’assemblea giovanile di Roma, - svoltasi all’insegna del motto “Italia, svegliati” - mobilita la gioventù missina in tutto il territorio e mi consente  nuovi contatti con giovani attivisti e dirigenti dell’Alta Italia: Roberto Garufi, Sergio Pessot, Piero e Franco Vassallo, Alessandro Guarnieri  e Piero Catanoso a Genova;  Piero Turrini a Savona; Titta Dal Cero e Dina Festa ad Imperia; Guido Giannettini a La Spezia; Roberto Melchionda e Marcello Mainardi ed Elio Barucco a Brescia; Carlo Casalena, Gianni Rebaudengo,  Giampiero Martelli, Mario Marcolla a Torino; Piero Buscaroli,  Giampaolo Vita-Finzi, Romano Ricciotti, Bruno Bosso, Sergio Nanni a Bologna¸ Gianni Alberto Rinaldi a Ferrara.
Poco dopo l’assemblea di Roma, la Giunta giovanile nazionale soffre una crisi dovuta al seguente episodio.
Discutendosi in Parlamento l’adesione al Patto Atlantico, proposto alle nazioni occidentali dagli Stati Uniti, nel clima di guerra fredda che divideva l’Unione sovietica con tutti i suoi satelliti, dal cosidetto “mondo libero”, il gruppo parlamentare del Msi aveva deciso di votare contro, pur attribuendo al loro no  un significato non pregiudizievole.
In tal modo i parlamentari della Fiamma raccolgono la volontà del mondo giovanile missino  che aveva manifestato compattamente la sua avversione a quel Patto,  considerando che tanto il filoamericanismo come il filobolscevismo erano facce dello stesso male, non i termini di una scelta.
Il deputato palermitano  Guido Russo-Perez  del gruppo parlamentare del Msi, si dissociò alla Camera dai suoi colleghi, dichiarando di votare a favore.
Egli  venne quindi affrontato da alcuni dirigenti giovanili, tra cui Giulio Caradonna,  Giuseppe Ciammaruconi,  Mario Tedeschi, Enrico De Boccard e ricevette un paio di ceffoni. Gli aggressori di Russo-Perez furono sospesi  dal partito, mentre Mieville - per solidarietà con i suoi collaboratori - si dimise dall’incarico di segretario del Raggruppamento Giovanile;  e venne sostituito   da Cesco Giulio Baghino come Commissario nazionale.
Baghino costituì una nuova Giunta nazionale composta da quattro residenti a Roma: Giorgio Borghetti, Maria Teresa Magno, Bruno Colletti, Bartolomeo Zanenga, bellunese che stava facendo pratica giornalistica nella capitale; e da esponenti dei gruppi giovanili periferici,  sparsi sul territorio: Michele M. Di Bella (Venezia) Carlo Amedeo Gamba (Padova), Carlo Casalena (Torino), Giorgio Pisanò (Milano), Primo Siena (Verona), Vito Cusimano (Catania), Angelo Nicosia (Palermo), Armando Epifani (Taranto), Enrico De Angelis (Napoli).
La nuova Giunta indisse per il 23-24 settembre del 1950 la seconda Assemblea nazionale, convocandola nella rossa Bologna, in audace sfida al socialcomunismo.
Il documento finale - dovuto in gran parte alla penna brillante di Carlo Casalena - emesso da quella assemblea - traccia una strategia politica e dottrinale riassunta nella consegna “Dallo scontro alla conquista”.
Questa strategia viene raccolta da tutti i gruppi giovanili; i quali lanciano una offensiva frontale  nelle scuole medie superiori, nelle universitá, in sedi politiche e culturali, sfruttando ottimamente la disposizione impartita da comunisti, socialisti e democristiani: aprire le propie sedi  ai giovani d’ogni colore, per sottrarli all’azione di conquista lanciata dalla gioventù del Msi.
 In queste occasioni  i protagonisti vittoriosi  dei dibattiti che s’accendevano, erano sempre gli esponenti giovanili della Fiamma, che s’imponevano per  preparazione storico-culturale, abilità dialettica, spirito critico e sorprendente capacità dottrinale.
A Brescia, il sottoscritto riusciva a”scippare” letteralmente alla gioventù democristiana una conferenza del sociologo Achille Ardigò, mentre a Padova gli universitari del gruppo goliardico “San Marco”, guidati da Bruno Tomasich rompevano l’assedio politico-culturale fino ad allora imposto in quel glorioso Ateneo, affermandosi con prestigio nella goliardia locale.
 Analogamente, i giovani del Raggruppamento s’imponevano in altre località come Piero Buscaroli a Bologna, Casalena a Torino, Milano, Genova. Michele Di Bella, con Cesare Pozzo a Venezia; e così in tutt’Italia.
Come riconoscerà  poi Enzo Erra, in una sua testimonianza allo scrittore Carioti, gli avversari invitavano i giovani missini a discutere perchè erano divenuti una forza politica reale, nuova, che dominava le scuole medie ed era assai influente nelle università.
In coincidenza con l’assemblea nazionale  di Bologna, erano uscite due riviste giovanili, Imperium a Roma e Cantiere a Verona, considerate da Antonio Carioti - nel libro da lui dedicato al “sessantotto nero” de Gli orfani di Salò[1] -  “due importanti iniziative culturali”, la seconda delle quali sarà organo ufficioso del settore studi e cultura della Giunta nazionale guidata da Cesco Giulio Baghino.
L’Assemblea giovanile di Bologna elegge una nuova Giunta nazionale che riconferma i seguenti dirigenti della anteriore Giunta Commissariale: Casalena, Siena, Pisanò, Nicosia, Borghetti, Maria Teresa Magno, ai quali si aggiungono Silvio Vitale ed Adriana Palomby (Napoli) e Mirko Tremaglia (Bergamo).

4.- Le correnti giovanili, tra “ Figli del Sole” e “Visi pallidi”.
Due correnti  correnti   ideali, due maniere di considerare la politica movimentarano gli albori del Msi.
 La prima, definita altresì “corrente sociale”  si richiamava ai posulati della Rsi: Italia-Repubblica-Socializzazione, e propugnava una specie di “socialismo nazionale” incentrato in uno Stato del Lavoro antimaterialista.
La seconda corrente era più possibilista,  incline ad una considerazione etica dello Stato, aveva una visione sociale corporativa nell’ambito di una società organica, definita altresì “corrente intellettualistico-aristocratica”[2].
La prima corrente sembrava  comoda nell’ isolamento politico, per non contaminare la purezza della propria identità; la seconda propendeva per una attenzione strategica con altre forze politiche nazionali ed anticomuniste per  una politica  cosiddetta “d’inserimento”.
Alla “corrente sociale”, nell’ambito giovanile corrispondeva grosso modo l’orientamento dei “visi pallidi”, mentre i “figli del sole” erano considerati piuttosto prossimi alla corrente “aristocratico-intellettualistica”, sia pure con trasversalismi che in varie occasion s’incrociavano.
Le definizione di “figli del sole” e “visi pallidi” s’impone al congresso del Msi convocato a  L’Aquila dal 26 al 28 luglio del 1952. Essa  si deve ad un giornalista del Tempo, Giuseppe Antonio Longo. Il quale cogliendo nel pallore dei secondi “i segni di una macerazione interiore” li paragona “alle sinistre eretiche e minoritarie” in una cronaca del congresso inviata al suo giornale.
Sono soprannominati “figli del sole” dai loro oppositori,  invece i primi, ritenuti “bizzarri e presuntuosi”, a causa del loro  interesse per gli studi esoterici e delle civiltà antiche.
In questo caso si trattava di un nomignolo affibbiato alla corrente considerata  “evoliana” all’interno del Raggrupamento giovanile, ma che raccoglieva non solo seguaci di Julius Evola, bensì giovani gentiliani (come Carlo Amedeo Gamba), tradizionalisti scaligeriani (come Enzo Erra, seguace di Massimo Scaligero) e tradizionalisti cattolici (come Fausto Belfiori, Gianfranceschi ed il sottoscritto).
Sarà proprio Enzo Erra – anni dopo – a spiegare, al riguardo:
“Non era necessario essere evoliani in senso stretto o – come si cominciò a dire, prendendo per buono un motto derisorio degli avversari - figli del sole  per sentirsi parte di un mondo opposto ad un altro, portatori di una concezione spirituale  e morale in aperto contrasto con il materialismo e l’edonismo che trionfavano ovunque, dopo la vittoria congiunta delle potenze democratiche dell’ovest e comuniste dell’est. Coincidevano con questa scelta di campo ideale e civile, altri impulsi che ricadevano nella stessa direzione, pur venendo da fonti diverse, alcune delle quali in fiero contrasto con il nocciolo delle teorie evoliane, e con la struttura piú generale del suo sistema”.
Più avanti, Erra precisa: “Il richiamo alla tradizione, ad esempio, risuonava con forza  in ambienti monarchici e legittimisti (riferiti però, a dinastie diverse); i quali per più motivi storico-istituzionali erano in dissenso con quanti direttamente si riferivano alla Rsi, e influiva anche in settori cattolici più legati all’ortodossia e meno esposti alle tentazioni moderniste”.

Erra aggiunge, infine, che l’ispirazione spiritualista del “figli del sole” interessava altresì  “pensatori e gruppi idealistici gentiliani e persino hegeliani, che erano in rotta di collisione con Evola, sul diverso piano del dibattito filosofico”[3].

Ma qual era l’origine del nomignolo “figli del sole”? 

Discutendo su possibili risoluzioni del problema sociale –argomento di scottanti discussioni all’interno del Msi -  sembra che Evola, di buon umore, avesse commentato ai giovani della redazione di “Imperium”, che una soluzione buona poteva essere quella dei guerrieri sciti.
Ed aveva raccontato loro questa storia:  “I guerrieri sciti, rimasti per 28 anni lontani dalla loro terra natía per aver tenuto l’impero dell’Asia Minore, desiderarono rientrare in patria, trovandola occupata da una schiatta di schiavi usurpatori. I quali furono vinti non da armi classiche (spade, lance, frecce), ma solo dall’uso della frusta. Infatti quando i guerrieri sciti, considerati “figli del sole”, schioccarono le loro fruste sugli schiavi nemici, costoro chinarono la schiena, arrendendosi”[4].
La  storiella raccolta  dall’ambiente giovanile tradizionlista,  era sciorinata polemicamente come una soluzione della “questione sociale”; e faceva andare in bestia i  giovani contraddittori social-progressisti.
In occasione del Congresso dell’Aquila, la direzione del Raggruppamento Giovanile - ormai saldamente in mano alla corrente giovanile di Enzo Erra - emana due ordini del giorno.
Nel primo,  il “carattere rivoluzionario” del Msi  é visto come il presupposto essenziale per poter svolgere, in sede tattica, “la politica che le contingenze renderanno, di volta in volta, necessaria”.
Dichiarazione questa che si differenzia sostanzialmente da coloro che all’interno del Movimento contestano l’alleanza elettorale  del Msi con i monarchici -  alleanza sostenuta dalla segreteria di Augusto De Marsanich - e che aveva permesso il grande risultato nelle elezioni amministrative nel Mezzogiorno d’Italia, dove la coalizione missino-monarchica aveva conquistato i municipi di Napoli, Salerno, Benevento, Bari, Foggia e numerosi centri minori.
Quel documento giovanile inoltre “rifiuta nella maniera piú decisa la concezione e la prassi di una ”dialettica interna di partito impostata in termini di destra e di sinistra”.
Affermazione, anche questa, che punta a delegittimare coloro che criticavano la politica di De Marsanich, considerata compromissoria, perché protesa all’espansione verso altri ambienti di destra.
I giovani “figli del sole” inoltre rigettano la distinzione tra progressisti e conservatori, perché considerano che la radice fascista é alternativa ad ogni dottrina egualitaria, sia essa liberale o comunista.  Si sostiene, quindi che l ’originalitá di tale radice  consente,  a chi se ne senta erede,  di avventurarsi nelle manovre politiche piú spregiudicate, senza rinunciare alla meta rivoluzionaria finale.
La strategia di Enzo Erra, cerca di coniugare – come si vede - una politica pragmatista delle alleanze con l’intransigenza dottrinale di fondo, perché egli – come teorizzerá poi nei suoi libri – ritiene che il fascismo sia stato pensiero ed azione, per cui la politica in concreto  é “intervento”: pensiero tradotto  in azione,  o non é.
In base a questo pensiero si spiega – a mio avviso – la decisione  di diversificarsi  dagli altri due schieramenti: uno guidato da  De Marsanich, Michelini, e Almirante (mozione di centro: “Per l’unità del Movimento”) e l’altro da  Massi (mozione di sinistra: “Per una Repubblica sociale”), presentando una lista  della corrente dei “figli del sole”, al IV° congresso del partito che si svolgerá per mozioni contrapposte a Viareggio dal 9 all’11 gennaio del 1954.
La mozione dei giovani - inizialmente denominata “Estrema Destra”, titolo obiettato da Pino Rauti, che rifiutava questa etichetta – restò identificata dal sottotitolo “Per una grande Italia, per una nuova Europa” .
La lista presentata da questa mozione, venne capeggiata da Pino Romualdi, seguito da Ernesto De Marzio - personaggio sempre sensibile verso i “figli del sole”, soprattutto quelli d’ispirazione cattolica – e dal suo amico sardo Giovanni Maria Angioy. Cosicchè Enzo Erra dovette accontentarsi d’essere il quarto capolista.
Antonio Carioti, nel suo libro dedicato ai  “Ragazzi della Fiamma” (I giovani neofascisti e il progetto della grande destra. 1952-1956), afferma che il documento congressuale dei “figli del sole” rivelava – parole sue –“una ferrea ispirazione antidemocratica” ed esaltava uno Stato fondato sul puro principio d’autorità e gerarchia, dove il principio di libertà individuale era concepita in funzione del bene comune
Ma, con tutto il rispetto che si merita Carioti, la sua mi sembra una lettura piuttosto affrettata e superficiale.
Esaminate in profondità, le idee espresse  in quella mozione – alla quale aveva dato un sostanziale contributo Carlo Costamagna, che si candidava anch’egli accanto ai “·figli del sole” – richiamavano due fondamentali principi dottrinali: uno tratto da Giambattista Vico e l’altro dalla scuola organicistica  di Vienna rappresentata da Otmar Spann e Walter Heinrich; i quali negli Anni Trenta avevano collaborato alla rivista “Lo Stato” diretta da Costamagna.
Il principio vichiano era: la società (e quindi lo Stato, quale comunità organizzata) non sorge da un contratto, come sostiene Rousseu, padre nobile della democrazia moderna nutrita di cultura illuminista. La società, e quindi lo Stato – secondo Vico - si costituisce per “diritto naturale  eterno che scorre nel tempo”, e i suoi elementi essenziali sono: “la famiglia, la giustizia, la religione”.
La mozione dei “figli del sole” - in analogia trasparente con il principio vichiano - afferma: “La sovranità non proviene allo Stato da un’investitura dal basso, ma è attributo originario, connaturato ai fini ch’esso deve attuare”.
A sua volta la scuola organicistica viennese sosteneva che l’appartenenza alla comunità civile e nazionale, non sgorga da un contratto, nè da una volontà astratta, ma dalla natura costitutiva dell’uomo, per cui essa proponeva una riedificazione dello Stato moderno dal profondo e dall’alto.
Questa posizione dottrinale emergeva nella mozione dei “figli del sole” laddove essa affermava: “In uno Stato così concepito, la rappresentanza sarà rappresentanza di virtù, di competenze, d’interessi e sarà rappresentanza non di popolo, ma delle associazioni politiche, morali, culturali e professionali nelle quali il popolo acquista concretezza di esistenza  ed evidenza di lineamenti. Questa rappresentanza non si arrogherà il diritto di definire l’interesse generale,  che non può risultare nè dalla somma d’interessi particolari, nè dal compromesso fra essi; ma darà allo Stato gli elementi di valutazione politici ed economici e provvederà alle funzioni regolamentari ad essa dallo Stato devolute”.
Appare assai significativo  notare – in questa rilettura –  l’uso del plurale nelle “associazioni politiche”, che di fatto esclude la relegazione della rappresentanza in un partito unico.
In questo modo, la mozione giovanile con una formula originale si  apriva al pluralismo politico senza aderire al pluralismo partitocratico.
Originale altresì la conclusione del documento, dove si legge:”Il Msi, per i principi che proclama, per l’eredità che rivendica,  deve assumersi la tutela degli interessi della collettività minacciata dallo scatenarsi di contrastanti egoismi che stanno consumando il tessuto connettivo della società nazionale. Oggi che le pretese  appoggiate dalla forza del denaro o dalla forza del numero, prendono il nome di diritti e trovano il sollecito patrocinio dei partiti politici, il Msi per dare espressione politica alle preoccupazioni di milioni d’italiani, deve qualificarsi come il partito del dovere nazionale”.
I “figli del sole” sono stati considerati dei “neofascisti” radicali, ma mi sembra chiaro che il loro neofascismo dottrinalmente era già qualcosa di diverso da quello pigramente nostalgico, esibito da altre componenti del Movimento Sociale.
La loro intransigenza nasceva da una motivata ostilità verso il fascismo burocratico del Partito nazionale fascista, nella consapevolezza che l’antifascismo vigente ripeteva gli aspetti spurii e negativi del fascismo-regime: conformismo politico, carrierismo, ipocrisia.
Consapevolezza sintetizzata da Giuseppe Prezzolini nella graffiante definizione dell’antifascismo quale: “’incancrimento degenerativo del fascismo” e che induceva Giacomo Noventa a precisare: “L’antifascismo è una setta interna al fascismo”.
Allora  - anch’io “figlio del sole”  - mi sentivo,  come i miei camerati, un rivoluzionario: neofita, però,  di una rivoluzione intesa come l’intendeva, a suo tempo, Berto Ricci su Il Selvaggio del 15 dicembre 1926: “Successione di aristocrazie e ringiovimento della nazione”. E mi sentivo eretico, come lo era stato Berto:   eretico e protestario verso il fascismo storico, per aver impedito l’avvento di un fascismo puro.
La corrente giovanile riusciva a Viareggio, giusto giusto,  a raggiungere il quorum minimo di 120 voti e portava in Comitato Centrale – oltre a Romualdi, De Marzio, Giovanni M.Angioy, Costamagna -  una agguerrita pattuglia di 15 giovani: Enzo Erra, Fabio De Felice, Cesare Pozzo, Angelo Nicosia, Carlo Casalena, Pino Rauti, Franco Petronio, Carlamedeo Gamba, Silvio Vitale, Enrico De Boccard, Primo Siena, Giorgio Ciarrocca, Giano Accame, Vito Cusimano.
Però lo stesso congresso, votava a maggioranza la perdita dell’autonomia del Raggruppamento giovanile, con la soppressione delle elezione dal basso dei suoi organi direttivi centrali e periferici; e  stabiliva un controllo del partito su tutta l’organizzazione giovanile.
Tomaso Staiti di Cuddia, anni dopo, commenterà amaramente: “L’autonomia dei giovani creava nel Msi una gran confusione, ma era un segno di vitalità. Purtroppo i partiti, maledetti loro, vogliono sempre controllare tutto”.
Perduta l’autonomia del Raggruppamento giovanile, inizierà una    frantumazione lenta che si concluderà con la diaspora politica dei “figli del sole”; essa culminerà dopo il Vº Congresso nazionale  del Movimento (Milano, dicembre 1956) e che porterà Arturo Michelini alla segreteria del Msi (riconfermato, successivamente fino al suo decesso: 15 giugno del 1969).
Infatti, l’esito del congresso di Milano induce Pino Rauti, con i suoi seguaci a lasciare il Msi, per costituire il “Centro di studi politici Ordine Nuovo”. Successivamente se ne andranno per diversi motivi: Giano Accame, Cesare Pozzo, Fabio De Felice.
La sinistra interna viene a sua volta indebolita con l’uscita di Ernesto Massi, Manlio Sargenti, Franesco Palamenghi-Crispi Giorgio Pisanò, Mirko Tremaglia.
 L’eredità dei “figli del sole” sarà raccolta in parte dalla Associazione Studentesca “Giovane Italia”, guidata negli anni Cinquanta da Fausto Gianfranceschi e successivamente da Massimo Anderson e Pietro  Cerullo, fino alla  sua fusione nel 1970 con il  sopravissuto Raggruppamento giovanile,   per dar vita ad una formazione unica: “Il Fronte della Gioventù”.
L’Associazione studentesca diverrà una fucina d’iniziative culturali ed attivistiche che mettetrà in luce  molti giovani di valore, tra i quali, spiccheranno: i fratelli Adalberto e Romolo Baldoni, Giuseppe Tricoli, Mario Marcolla, Gianfranco Legitimo, Pinuccio Tatarella; il quale – intervistato negli Anni Novanta da Adalberto Baldoni – dirà:
“La Giovane Italia fu una doppia contestazione al sistema dei partiti già imperante e alla incapacità dei responsabili del mondo scolastico di risolvere i  problemi della gioventù. Fu un contenitore arioso di proposte, di riscoperte e di contestazioni. Fu una fucina straordinaria di vivaci ed anarchiche intelligenze, con una coralità d’impegno e di tensione  non più riscontrabili  nei successivi movimenti giovanili”[5].

5.-La cultura come impegno politico.
S’ è imposto come luogo comune, divulgato soprattutto dagli avversari, che la cultura sarebbe stata  la grande assente nel Msi e dintorni.
È una tesi che non ho mai accettato. Attorno al Msi  -ed all’area detta di “destra” che lo ha contornato-  vi è stata sempre una “visibilità della cultura” anche se mediante  un approccio “eterodosso”. Basta guardare alla proliferazione di giornali, riviste e pubblicazioni varie, collegate direttamente o indirettamente, con la varie correnti politiche esistenti all’interno del Msi.
Voglio ricordare qui  solo alcuni titoli e testate di queste pubblicazioni  -(l’economia del tempo, non permette altro in questa sede) – che dimostrano invece la vivacità e la consistenza di temi culturali che circolavano all’interno ed attorno al movimento della Fiamma Tricolore:
 Il Pensiero Italiano (rivista mensile, patrocinata da Costantino Patrizi come editore) e la Casa Editrice L’Arnia: presenti tra il 1947 ed il 1953; Nazione Sociale, che faceva capo ad Ernesto Massi; I settimanali: Rivolta Ideale, Asso di Bastoni, Meridiano d’Italia;  Il Nazionale di Ezio M. Gray, Rosso e Nero di Alberto Giovannini; I Vespri d’Italia di Alfredo Cucco; Il Picchio Verde a Catania  di Orazio Santagati.
 I giornali  quotidiani: L’Ordine Sociale, quindi Il Secolo d’ Italia e Il Popolo Italiano; i rotocalchi Domani, Barbarossa, Cronaca Italiana; la rivista mensile Occidente di Ernesto De Marzio; la rivista internazionale Europa Nazione di Filippo Anfuso e  le riviste  Nazionalismo Sociale di Edmondo Cione a Napoli,  Rivista Romana di Vanni Teodorani e l’Italiano di Pino Romualdi a Roma.
La stampa giovanile: Vent’anni, a Milano; La sfida e poi Imperium a Roma; Cantiere a Verona; Repubblica Sociale di Delfino e Belfiori a Roma; La Sberla  Michele Di Bella a Venezia, Risveglio Nazionale di Cesare Pozzo e Gaetano Rasi a Padova, Il Reazionario di Piero Buscaroli a Bologna; Architrave e L’Assalto a Roma; Riscossa a Salerno, La Fiamma di Silvio Vitale,  a Napoli.
Le  due correnti dottrinali  che prevalevano nel Msi si ispiravano a due maestri del pensiero: Giovanni Gentile e Julius Evola.
Giovanni Gentile – come ha osservato un intellettuale cattolico di sinistra  quale Giovanni Tassani – possedeva tutte le caratteristiche per “esercitare culturalmente un ruolo baricentrico” tra le spinte contrapposte entro il Msi: il risorgimentalismo mazziniano del “pensiero ed azione” che si sposava infine con una dimensione neo-cattolica per soddisfare tanto la tematica dei corporativisti alla De Marsanich, come quella dei “socializzatori” alla Massi[6].
Un gentilianesimo militante era quello della rivista “Studi Gentiliani, per un Umanesimo del Lavoro” diretta a Pisa da Vittorio Vettori; il quale organizzerà nel 1955, in Santa Croce a Firenze, il primo grande convegno di “Studi gentiliani” del dopoguerra con l’adesione di notevoli cultori del pensiero filosofico del tempo (Bontadini, Sciacca, Stefanini, Diano, Cione, Spirito, Guzzo, Marino Gentile) e lo scultore Francesco Messina.
Secondo Tassani “Di spirito costruttivista gentiliano appare colma – altresì – la rivista Cantiere” (promossa dal sottoscritto, con la condirezione di Carlo Casalena e Carlo Amedeo Gamba, dal 1950 al 1953), ma con un impegno culturale che si sforza d’innestare nel proprio arco ideologico la componente evoliana dell’ ideale eroico, per “cauterizzare – osserva ancora Tassani –le tentazioni viste come demagogiche e parolaie della sinistra socializzatrice missina”.
Cantiere  publica (marzo-aprile 1951) una “Carta della gioventù” stesa da Evola su un canovaccio preparato dal sottoscritto. Questa “Carta” sarà recepita poi – con adeguamenti adattabili ad un orientamento accentuatamente cattolicizzante – quale documento fondamentale dalla “Giovane Italia”.
Come chioserá posteriormente Marcello Veneziani, Evola ha insegnato alla gioventù di destra a leggere il fascismo in chiave critica, per scongelare il neofascismo dall’ibernazione nostalgica”[7].
Attraverso i suoi “gruppi di studio”(26 agosto 1951) Cantiere cercherà addirittura una convergenza tra il transidealismo eroico  di Evola e l’idealismo attualista di Gentile, per attingere al contributo d entrambi. 
A Cantiere pubblicato con periodicità irregolare, subentra Carattere (1955-1963) che accentua una ispirazioine cattolico-ghibellina che trasferisce lo spirito di una cultura militante, ad una Romanitas “onde Cristo è romano”[8].
Tutto ciò dimostra che nel Msi, anche nei primi tempi difficili, si alternava il pensiero all’azione.
6.- Contro il formalismo nostalgico, per una progettualità  il futura.
Fin dai suoi albori, la gioventù soprattutto – a mio avviso - si caratterizzò per la denuncia di falsi unanimismi all’interno del Msi, per il superamento di un nostalgismo formalista e sterile, per una azione politica fondata su solide analisi delle realtà circostanziali, mirando ad un progetto di civiltà orientata da una nuova visione  della società.
Nell’antifascismo settario dell’Italia nata dalla Resistenza essa individuò un altro nostalgismo: quello per il modello debole di una società liberaldemocratica; nostalgismo  speculare a quello di un neofascismo ridotto  a ritualismo folkloristico, carente di progettualità futura.
La consegna lanciata da Augusto De Marsanich – Non rinnegare. Non restaurare  -  fu raccolta, superando la cronologia storica dei tempi recenti, per radicarla in una revisione politico-dottrinale risalente all’intera storia italiana nell’ambito della civiltà europea.
 E la storia della Rsi, in tale prospettiva, veniva considerata come l’eresia libertaria del regime fascista del ventennio; da essa sgorgava il progetto di civiltà alternativa al marxismo ed al capitalismo selvaggio, la spinta a ribellarsi al conformismo di una società molle, socialmente ingiusta e crudele, prona all’’idolo di fango” del materialismo.
Furono i giovani  del Msi, peculiarmente i “i figli del sole”, che  già nei primordi della vita di partito, osarono parlare – talora persino in modo provocatorio – di destra e di estrema destra nel senso classico di una destra dello spirito, di una destra politica, aristocratica nel senso del merito e non del sangue. Una destra rispettosa del capitale quale frutto del lavoro; e perciò antitetica al capitalismo rapace e speculatore, ugualmente  sovversivo come la sinistra marxista.
Considerata la dittatura mussoliniana come un capitolo biografico chiuso, irrepetibile nella storia italiana, la gioventù del Msi ha propugnato – contro la democrazia cifrata, eredità nefasta della cultura illuminista –una democrazia olistica ed organica, direttamente funzionale al valore preminente delle libertà concrete, quale conquista spirituale della persona nell’ambito della società politica.
Denunciò l’espansione di uno statalismo burocratico come una degenerazione dello Stato, del quale ha sempre rivendicato la dignità e l’essenza. Proclamò il riscatto della Nazione Italiana, umiliata dal Trattato di Pace del 1947, reclamandone l’unità di destino, nel quadro di una rinascita dell’Europa dei Popoli.
Tutta una tematica, come si vede, che scaturiva da una costante  elaborazione dottrinale, sorretta da vigile attenzione per l’evoluzione della realtá sociopolitica nazionale ed internazionale.
Da qui, la sollecitazione di uno spirito critico capace di suggerire risoluzioni adeguate ai tempi, secondo un concreto progetto di civiltà: simbiosi di libertà e autorità, di tradizione e sviluppo, concerto d’elites e convocazione di popolo, dove la responsabilità di vertice è sempre sorretta da un libero consenso di base.
Progetto, questo, che conteneva  in sè – e tuttavia contiene -   tutta la modernità possibile, collocandola però in un contesto  di critica radicale alle contraddizioni  e  debolezze della realtà contemporanea. Progetto che al tempo stesso tracciava la via per transitare in una postmodernità tuttora incerta e confusa, senza naufragare nel deserto delle idee e degli ideali.
Questo fu il sogno perseguito dal Movimento Sociale Italiano – nonostante debolezze ed errori,  incertezze e talora contraddizioni, presenti nella natura umana dei suoi protagonisti: dirigenti e militanti. Un sogno che fu, ad un tempo,  una necessità politica.
Siamo dunque orgogliosi delle nostre radici, della nostra milizia politica necessaria – come riconobbe (1983) un avversario bilioso come l’ex fasciata partigiano Giorgio Bocca, dinnazi alla settaria ipocrisia degli avversari “che divideva gli italiani fra la grande maggioranza dei buoni democratici e la cattiva minoranza dei missini”, per ammettere subito dopo, a denti stretti: “Dunque, politicamente, si può tranquillamente ammettere che il Msi doveva nascere e che ha svolto una funzione utile di vaso di raccolta del popolo della destra”.
Il Movimento Sociale Italiano fu necessario, anche e soprattutto perché - e non sembri un paradosso – fu “una forza di libertà”.
Così lo riconobbe il politologo Gianni Baget Bozzo su Panorama del 2 aprile 2009:
“Il Msi conservò il senso della nazione Italia e della patria quando gli schemi della guerra fredda imponevano la divisione tra Occidente ed Unione Sovietica. Svolse così un compito importante e per questo fu discriminato e combattuto. Ma contribuì  a mantenere il fondamento dell’unità culturale del Paese. Fu un elemento di differenza e quindi, appunto, perchè emarginato e perseguitato, una forza obiettivamente di libertà.[…] L’egemonia comunista della cultura italiana trovò una resistenza nella cultura di destra e nell’identità politica del partito della fiamma”.
Durante un cinquantennio il Msi cercò di lanciare un ponte dove far transitare quanto restava  di riscattabile del passato per inverarlo in un progetto  nuovo di società libera, germinata da un seme antico.
Quel progetto  resta tuttavia vigente nell’attesa che - prima o   poi - venga raccolto dalle nuove generazioni, con la stessa passione con la quale abbiamo vissuto una avventura umana nutrita di principi alti e di valori forti, testimoniando fedeltà - in un mondo ossessionato dal tornaconto e dall’utilità materiale - agli ideali dell’Italia perenne. 

Primo Siena





[1]
                        [1] A.CARIOTI, Gli orfani di Salò. Il “sessantotto nero” dei giovani neofascisti nel dopoguerra 1945-1951. Mursia, Milano 2008, p.181.
[2]
                        [2]  Cfr. Al riguardo, si rimanda a: ELISABETTA CASSINA WOLF, L’inchiostro dei vinti - stampa e ideologia neofascista-1945-1953. Mursia, Milano 1912. Specialmente si veda il cap. ottavo: “Alcune considerazioni sulle diverse correnti ideologiche del neofascismo italiano” (p.268-322).
[3]
                        [3] Cfr. ENZO ERRA, Tradizione e Intervento. Saggio riportato con altri nel “corollario” annesso a: JULIUS EVOLA, Orientamenti. Undici punti. Edizioni di Ar, Salerno 2000. Pp. 76-77.
[4]
                        [4] La storia dei guerrieri Sciti, tratta da Erodoto (libro di Melpomene) per bocca di Gabriele D’Annunzio, sará quindi raccontata da Percivalle Doria  (pseudonimo di Giano Accame) sul n. 5 (ottobre 1954) del periodico Il Reazionario diretto da Piero Buscaroli a Bologna.
[5]
                        [5] Cfr. A. BALDONI, La destra in Italia: 1945-1969. Ed. Pantheon, Roma 1999., p. 442.
[6]
                        [6] G: TASSANI, Le culture della destra italiana tra dopoguerra e centrosinistra nella rivista Nuova Storia Contemporanea. Marzo-Aprile 2003¡. Ed. Le Lettere, Firenze., p.136.
[7]
                        [7] M. VENEZIANI, La rivoluzione conservatrice in Italia. Sugarco Ed., Milano 1987, 210.
[8]
                        [8] G. TASSANI, Op.cit p. 143.

mercoledì 9 novembre 2016

ABERRAZIONI DELLA PARITÀ (di Piero Nicola)

Abbiamo una sentenza della Corte costituzionale che dichiara illegittima la norma che prevede l'automatica attribuzione del cognome paterno al figlio illegittimo. Il diritto di avere due cognomi è stato stabilito accogliendo la richiesta di un immigrato brasiliano, che al suo paese aveva sia il cognome paterno che quello materno, mentre in Italia, poverino, gli era riconosciuto un solo cognome.
  La Corte non ha atteso che il parlamento abbia approvato una legge specifica, ma è indubbio che essa arriverà. Anche perché la Corte europea di Strasburgo ha già condannato l'Italia per non avere istituito la parità dei sessi in rapporto alla trasmissione del cognome.
  Tuttavia resta insolubile il problema del cognome di genere femminile, a meno che alla donna non venga data la facoltà di scegliersi un cognome nuovo di zecca, da lei concepito. Infatti il proprio cognome attualmente lo ha ricevuto dal padre, e chi in futuro avrà due cognomi saranno sempre quelli dei padri.
  C'è però anche un'altra difficoltà, che i Soloni della giustizia, annebbiati dall'ansia dell'egualitarismo sessuale non hanno visto:  i figli che hanno ricevuto il doppio cognome, poniamo Parodi-Delfino (di origine maschile!) quale cognome trasmetteranno alla loro prole? Se la madre fa Parodi-Delfino e ha sposato un Rossi-Bianchi il loro figlio, o figlia, dovendo avere entrambi i cognomi sarà un Parodi-Delfino-Rossi-Bianchi? Di questo passo le prossime generazioni avranno cognomi chilometrici, impraticabili, e la soluzione non potrà essere altra che un bel codice personale, con un'eventuale lettera distintiva per il sesso, codice assegnato ad ogni individuo con annessi, all'Anagrafe, i contrassegni degli ascendenti e dei collaterali, qualora si garantisca ancora l'eredità patrimoniale.
  Mi si scuserà se ho preso qualche granchio, non essendo un esperto in materia di Diritto di famiglia e di Codice civile, ma, se non vado errato, il pasticcio che si profila all'orizzonte è tutt'altro che trascurabile.
  Beati i tempi in cui vigeva, implicito o esplicito, il rispetto della Rivelazione, chiara nel detto di San Paolo per il quale "il marito è il capo della moglie". Allora la famiglia aveva un capo, come ogni società bene ordinata, dalla Chiesa allo Stato, all'esercito, all'associazione, all'azienda, cui sono indispensabili vertici, ordine gerarchico e organicità dei ruoli.


Piero Nicola

martedì 8 novembre 2016

Migranti

 In Italia i disoccupati censiti dagli organi dello stato, sono attualmente 3.293.000, il 12,4% della popolazione potenzialmente attiva. Si tratta di una cifra desolante, allarmante, in modo speciale,  allorché si considerano due notizie intorno alla crisi in atto: la fuga all'estero delle giovani eccellenze, formate dalle università italiane, e la precipitosa, allarmante salita della  percentuale dei disoccupati italiani ad una quota due volte superiore a quella (6%) dei disoccupati tedeschi.
 Di qui la evidente necessità di arrestare (o almeno frenare) il flusso dei migranti terzomondiali, spesso destinati allo stato di nullafacenti, di accattoni e/o di potenziali malavitosi, dopo essere stati attratti in Italia dall'illusione di trovare una cordiale e festosa accoglienza e un impiego generosamente remunerato.
 Un desiderio (un sogno) quello dei migranti, il mantenimento dei quali incrementa (purtroppo) la già ingente spessa pubblica.
 Quel che è peggio la tolleranza e la cecità del governo nazionale incoraggiano gli immigrati a scivolare e a rovinare – in alta percentuale - nel desolato sottobosco del lavoro nero e/o in quello ruggente e avvelenato della criminalità organizzata.
 Alcune aree delle grandi città italiane sono diventate infrequentabili a causa della presenza minacciosa e tossica di migranti senza onesta occupazione.
 I servizi televisivi, che documentano il degrado messo in atto da migranti sguinzagliati dai politici fedeli all'ideologia, che promuove il disordine, attraversano gli impassibili schermi degli spettatori televisivi senza sollevare una giustificata insorgenza.
 Non si può tacere il fatto che promotori dei flussi migratori sono agenti culturali ora eccitati dal un rovente delirio pseudo ecumenico ora schierati al soldo di speculatori e banchieri miliardari, infiammati dall'insano desiderio di umiliare, scuotere e corrompere la civiltà cristiana, ai loro occhi colpevole di condannare e ostacolare il miserabile e schifoso crimine degli usurai.
 Di qui l'obbligo, incombente sul governo italiano, di vigilare con la necessaria attenzione, denunciare e intralciare risolutamente i c. d. flussi migratori, che sono finanziati da governi  missionari, arricchiti dal commercio del petrolio e intossicati dal desiderio di esportare la falsa religione di Maometto.
 La necessità di procedere con estrema cautela all'accoglienza dei migranti (ostili, per statuto, alla civiltà occidentale e altamente refrattari all'onesto fatica) è riconosciuta addirittura da un collaudato aperturista & buonista, quale è José Bergoglio.
 L'imperterrito governo italiano, unico in Europa tarantolato e castrato dal buonismo e intossicato dal pensiero pseudo ecumenico, continua, purtroppo, ad accogliere missionari islamici travestiti da profughi in simulata ricerca di occupazione, e ad alloggiarli e nutrirli a spese dei contribuenti italiani.
 La disgraziata assenza di un destra nazionale, capace di opporsi efficacemente al delirio pseudo ecumenico, inutilemnte denunciato da una cultura vivace e combattiva, facilita l'azione dei politicanti progressisti, i quali impediscono la vista dell'eversione islamica, che soggiace, in perfetta tranquillità, alla patetica e piagnucolosa folla degli immigrati.


Piero Vassallo

lunedì 7 novembre 2016

La politica dell’amalgama: l’effetto della mancata Restaurazione (di Gianandrea de Antonellis)

All’indomani della “cosiddetta” Restaurazione[1], la politica dell’amalgama fu indubbiamente la scelta più semplice da compiere, poiché mantenere nel loro posto sia i funzionari dell’apparato burocratico statale che gli ufficiali dell’eser­ci­to, come imposto dal trattato Casa Lanza[2], rispondeva a una duplice serie di considerazioni: in primo luogo, evitare un complesso e presumibilmente lungo lavoro per la sostituzione dei quadri burocratici e militari, che per la sua durata avrebbe potuto creare difficoltà ai due apparati statali; in secondo luogo, non suscitare il malumore che necessariamente sarebbe derivato dal licenziamento di tale personale, che in alcuni casi occupava il proprio posto da quasi dieci anni.
A queste considerazioni di carattere pratico si affiancarono due considerazioni di carattere teorico: l’illusione che coloro che avevano servito sotto Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat potessero accettare senza problemi il “nuovo” re Ferdinando e fondersi – amalgamarsi, appunto – con i quadri burocratici e militari di fedeltà borbonica; e la prevalenza che veniva data al servizio all’assetto istituzionale[3] rispetto alla fedeltà alla Dinastia.
Questi vari elementi, tra loro combinati, risultarono fondamentali per imporre al Regno delle Due Sicilie – ma anche ad altri Regni – il mantenimento dello status quo pre-restaurativo (o, se si preferisce, post-rivoluzionario) che lasciò covare pressoché indisturbate le ceneri della mentalità liberale e portò necessariamente ai reiterati tentativi rivoluzionari del 1820-1821 a Napoli e del triennio liberale in Spagna, del 1830 in Francia e qualche Regno italiano, del 1848 in tutta Europa, per finire con l’aggressione garibaldina e sabauda del 1860-1861, in cui un ruolo fondamentale ebbe la mentalità liberale dei quadri burocratici e militari duosiciliani.
Inoltre Ferdinando IV – e ciò è evidente nell’accettare la codificazione murattiana, che in altro non consisteva che nella traduzione del Code civil des Français o Code Napoléon, cancellando così la legislazione napoletana preesistente, di grandissima tradizione e rilevanza giuridica – dimostrò di non rendersi conto di (o di non dare importanza a) un elemento fondamentale: nei dieci anni del suo esilio siciliano, Napoli non era semplicemente stata sotto un’altra Dinastia, ma era stato attraversato dalla rivoluzione.
L’unico uomo politico napolitano che si batté costantemente contro la politica dell’amalgama – conscio che non di una lotta contro uomini si trattava, ma di una fondamentale battaglia contro le idee rivoluzionarie – fu il Principe di Canosa, Antonio Capece Minutolo, il quale per ben due volte venne nominato Ministro di Polizia (nel 1816 e nel 1821) e per altrettante volte fu destituito dopo pochi mesi di lavoro. In entrambi i casi a “dirimere” il contrasto tra i reazionari e i liberali napolitani furono le pressioni congiunte di due potenti alleati: da un alto la mentalità massonica inglese, dall’altro la mentalità conservatrice austriaca (incarnata nella segreteria del Cancelliere austriaco Metternich), quest’ultima evidentemente vittima della pia illusione di poter giungere a una pacificazione tra opposte fazioni e ancor più tra opposte (ma in realtà inconciliabili) visioni del mondo.
Ciò portò alla decisione di percorrere la via tecnicamente più semplice per sistemare i quadri burocratici e militari del Regno. Tale posizione, però, non è scevra dall’influenza di un fondamentale passaggio politico: ancorare l’essenza del Regno non alla Dinastia che lo rappresenta e che ne difende i principi religiosi, bensì alla mera struttura burocratica, composta di uffici, di codici, di regolamenti (ed eventualmente di Costituzioni, naturalmente con la maiuscola) che viene ad essere più importante della figura del Re e di ciò che egli rappresenta.
Una Dinastia legata ai principi religiosi del cattolicesimo e della legge naturale diventa in questa prospettiva “moderna” del tutto equiparabile a un Capo di Stato che sostenga i principi del laicismo, della separazione tra morale e politica, della superiorità del diritto positivo rispetto alla legge naturale.
La fedeltà alla Dinastia dei Borbone, in quanto non solo legittimi Re di Napoli, ma soprattutto come coloro che ritenevano inscindibile il binomio Trono e Altare, una fedeltà pagata nel 1799 con la persecuzione ed il carcere e nel 1806 con dieci anni di esilio in Sicilia, veniva equiparata all’accettazione supina, se non entusiasta, del regime imposto prima dai giacobini e poi dai Napoleonidi. “Fedeloni” venivano chiamati con disprezzo gli ufficiali dell’esercito “siciliano” da parte dei loro colleghi “napoletani” che, senza troppi scrupoli, erano passati dalla parte di Gioacchino Murat, coprendosi sì di gloria nelle campagne militari in tutta Europa, ma con la macchia primigenia di aver tradito il giuramento prestato ai Borbone.
Come era stato possibile, in una società che aveva dell’onore un altissimo concetto, in particolar modo di quello militare, concetto che rimase inalterato anche nell’esercito napoleonico[4], accettare senza colpo ferire il tradimento consistente nel passaggio all’esercito degli invasori? Non è possibile ritenere che si sia trattato esclusivamente di questioni “pratiche” cioè di evitare un complesso ricambio nella farraginosa burocrazia statale e tra gli ufficiali dell’esercito; la risposta va dunque trovata nell’introduzione del concetto di nazione (che prescinde dal tipo di governo) e nel fatto che durante gli anni della temperie napoleonica, nonostante l’apparente moderazione dell’impeto rivoluzionario (dalla ferocia giacobina alla moderazione del Termidoro, dal Consolato repubblicano alla scolta neo-monarchica dell’Impero), si è andata diffondendo ed imponendo l’idea della supremazia dello Stato su tutte le forme di governo che esso poteva incarnare.
Il moderno Leviatano viene considerato come intangibile in quanto perfetto in se stesso[5]: servire lo Stato è un onore a prescindere dal fatto che esso sia una Monarchia tradizionale o una Repubblica democratica e liberale, che sia retto da un Sovrano legittimo oppure da un usurpatore, che rispetti la vera Religione o che sia fondato su principi materialistici ed atei, che si basi sui capisaldi della legge naturale o invece sulla volatilità del diritto positivo.
Sia i principi di Hobbes che la prefigurazione di Hegel sono alla base di una Statolatria che la Rivoluzione francese aveva contribuito a diffondere in tutto il mondo: una Statolatria che aveva eliminato ogni forma di sussidiarietà ed annullato la vitale funzione dei corpi intermedi
La preminenza della forma-Stato sulla forma di governo del Regno fu di fatto sanzionata dal Congresso di Vienna nel momento in cui esso riconobbe come legittimo Jean-Baptiste Bernadotte quale re di Svezia e l’Austria propose di lasciare Gioacchino Murat sul trono di Napoli, indennizzando (magramente) il legittimo Ferdinando IV con la concessione delle isole del Dodecaneso in sostituzione dei territori citra pharum[6]. Questi soli due esempi servono a dimostrare come il Congresso di Vienna non operò una vera Restaurazione, ma soltanto una parziale reintegra nel trono alle dinastie (e non tutte) che erano state spodestate durante le guerre napoleoniche: tra le altri principali differenze rispetto allo status quo ante guerre napoleoniche vanno annoverati innanzitutto la mancata restaurazione del Sacro Romano Impero, quindi quella di un Regno indipendente di Polonia, nonché l’unione della Norvegia alla Svezia, la definitiva cancellazione di alcune Repubbliche aristocratiche (Venezia, Genova e Lucca), il Ducato di Parma tolto ai Borbone e concesso a Maria Luigia, moglie di Napoleone, nonché la mancata restituzione di Malta all’Ordine omonimo.
Tutto considerato, si può affermare che la sconfitta di Waterloo fu abbastanza indifferente per gli assetti politici europei: i quadri militari e politici – e talvolta anche le stesse Corone – rimasero pressoché inalterati; il “vento di novità” continuò a soffiare e le pretese del ceto “borghese” non conobbero soste. Il perdono – anzi, i reiterati perdoni – nei confronti dei nemici del Re di Napoli furono imposti dalle potenze estere: all’indulto nei confronti dei giacobini napoletani ordinato da Napoleone nel 1801[7] e a quello verso i murattiani prescritto dall’Austria nel 1816[8] si aggiunse quello – altrettanto imposto dagli stessi collaboratori di Metternich – ai carbonari del 1821[9]. Con il passare del tempo, all’illusione di una pacificazione si affiancò la minaccia di una ritorsione internazionale: possiamo leggere in tal senso l’appoggio dei governi di Francia, d’Inghil­ter­ra[10] e di Sardegna ai fuoriusciti del 1848 (l’opera di propaganda di questi ultimi fu uno degli elementi di maggior peso nella preparazione dell’attacco al Regno delle Due Sicilie).
Il destino del secolare Regno napoletano era segnato: la sua caduta repentina, probabilmente, stupì gli stessi autori dell’attacco, che si sarebbero aspettati una difesa militare più accanita. La risposta lealista fu tardiva e dura ad essere sconfitta: venne definita “brigantaggio” per screditarla fin dalla propria denominazione. Dopo il mancato appoggio delle truppe di Crocco agli uomini – pochi, ma molto capaci – del generale carlista José Borjes, la lotta antiunitaria non ebbe reali possibilità di vittoria: pure, essa continuò per anni, anche dopo la cattura e l’uccisione sommaria (o l’arresto e la condanna detentiva, nel caso del citato Crocco) dei principali capi, a testimonianza dell’insofferenza verso il nuovo ordine imposto dai Piemontesi.

Un evento epocale come il crollo del più antico, glorioso e nobile Regno della penisola italiana non può essere ricondotto ad un’unica causa, come in generale non è possibile chiarire eventi complessi con spiegazioni semplici. Le radici del male che colpì Napoli alla morte di Ferdinando II sono molteplici e profonde[11]: una di esse, forse la principale, va sicuramente ricercata nell’errore di aver accettato, vagheggiando una di fatto impossibile pacificazione nazionale, la politica dell’amalgama e nella illusione di essere riusciti a restaurare, grazie al Congresso di Vienna, l’Ancien Régime.

Gianandrea de Antonellis



[1] Il motivo del virgolettato è spiegato oltre.
[2] Il Trattato di Casa Lanza (firmato il 20 maggio 1815 a Pastorano, nei pressi di Capua) prevedeva un’apposita clausola in base alla quale «ogni militare al servizio di Napoli, nato nel Regno delle Due Sicilie, che presterà giuramento di fedeltà a S.M. il Re Ferdinando IV sarà conservato nei suoi gradi, onori e pensioni».
[3] Nel caso napolitano è più corretto parlare di Regno che di Stato, in quanto quest’ultimo nascerà solo con l’unificazione dei vari reami della penisola.
[4] Cfr. Marco Cavina, Il sangue dell'onore. Storia del duello, Laterza, Bari 2005. Per un esempio non saggistico si può rimandare alla lettura del romanzo breve di Joseph Conrad I duellanti (The Duel. A Military Tale, 1908).
[5] Di lì a poco, Hegel avrebbe definito lo Stato come «la realtà dell’idea etica» (Lineamenti di filosofia del diritto [1820], § 257) voluta dal «cammino di Dio nel mondo» (ivi, § 258, addenda).
[6] La decisione di confermare Murat sul trono di Napoli non si realizzò, come è noto, per il tentativo del generale francese di farsi Re d’Italia: ad ogni modo, se non fosse stato per la sua ambizione, Murat sarebbe stato riconosciuto dal Congresso di Vienna quale legittimo monarca.
[7] Decreto del 20 giugno 1801.
[8] Con il citato trattato di Casa Lanza del 20 maggio 1815.
[9] Ottenuto con la forzata rimozione del Principe di Canosa dalla carica di Ministro di Polizia.
[10] In particolare attraverso la famosa – anzi, famigerata – lettera di Lord Gladstone in cui il Regno di Napoli era definito come «la negazione di Dio eretta a sistema governativo» («The effect of all this is, total inversion of all the moral and social ideas. Law, instead of being respected, is odious. Force, and not affection, is the foundation of Government. There is no association, but a violent antagonism, between the idea of freedom and that of order. The governing power, which teaches of itself that it is the image of God upon earth, is clothed, in the view of the overwhelming majority of the thinking public, with all the vices for its attributes. I have seen and heard the strong and too true expression used, “This is the negation of God erected into a system of Government.”». William Ewart Gladstone, Two letters to the Earl of Aberdeen, on the state prosecutions of the Neopolitan government, John Murray, London 1851, p. 6).
[11] Non bisogna dimenticare anche le cause di indebolimento della Corona già presenti prima dello scoppio della Rivoluzione ed in particolare quelle dovute all’indirizzamento del governo verso l’assolutismo monarchico, nonché alla diffusione nel regno dei principi illuministici ed alla loro accettazione nella stessa corte partenopea.

sabato 5 novembre 2016

IMBARAZZANTE SCELTA DEL TITOLO (di Piero Nicola)

  Premetto che tutti i titoli possibili per questo fatto di cronaca vaticana devono intendersi tra lo sdegno e il dolore, sebbene l'accusa prevalga quando il colpevole è un impenitente che porta le anime alla perdizione e colui che lo denuncia, per la santa causa, stenta nel praticare la carità con l'amore verso lo sciagurato.
  Ci si tranquillizzi, non sto per esporre il crimine religioso perpetrato a Lund (Svezia). Di esso gli amici hanno già trattato esaurientemente. Qui, a proposito di Radio Maria, che ha attribuito al terremoto il "castigo di Dio" a causa della legalizzazione delle unioni civili, si tratta della Segreteria di Stato del Vaticano, la quale nega tale evenienza in modo assoluto.
  Il succo delle dichiarazioni emanate dall'usurpata Santa Sede è troppo multiforme per essere riassunto. Un rifinito insegnamento eretico. Ignoranza crassa o rozza malizia del clero al vertice? Ecco il vero clericalismo oscurantista! Come si approfitta dell'ignoranza indotta nei fedeli plagiati. Dopo lunghi anni di corruzione post-conciliare si può arrivare a tanto. Stoltezza dell'esagerazione ereticale. Un altro modo per giustificare i peccatori impenitenti. L'ultima applicazione della falsa misericordia divina. L'ultima applicazione del potere limitato attribuito all'Onnipotente. Questi ed altri ancora potevano essere i titoli.
  Il facente funzioni del Segretario di Stato vaticano ha emesso un comunicato dove sta scritto: "Chiediamo perdono (per Radio Maria, d'altra parte tutt'altro che dottrinalmente impeccabile), è un'affermazione pagana non cristiana".
  Avrebbero potuto cavarsela dicendo che non era lecito interpretare i disegni divini senza una valida rivelazione. Ma, ingordi, hanno colto la palla al balzo per lusingare la mentalità scientista o naturalista e la fiducia buonista, che presume inclusa nell'indulgenza umana quella di Dio. La misericordia è usata ancora una volta per sopprimere la giustizia.
  Si deplorano le "affermazioni offensive per i credenti e scandalose per chi non crede."
  Lo scandaloso inverecondo nega la verità rivelata dei miracoli molteplici, accertabili bensì con i mezzi della scienza. Tale verità è solare non solo nel Vecchio Testamento (le 10 piaghe d'Egitto, l'apertura del Mar Rosso per l'Esodo, il sole fermato per Giosuè), ma anche nel Vangelo. Però è come se questi preti non lo avessero mai letto o, quali increduli, contino sul fatto che il loro gregge non lo legga o non vi sappia riconoscere l'evidenza.
  Nostro Signore dimostrò di comandare alla natura, di piegarne le leggi a suo talento. Predisse chiaramente i divini rivolgimenti naturali in prossimità della Parusia. "In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che saranno nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria" (Mc. 13, 24-26). E l'acqua mutata in vino a Cana? E la moltiplicazione dei pani e dei pesci? E la tempesta sedata? E che dire della Transustanziazione? Le specie del pane e del vino diventano altro: il Corpo e il Sangue di Cristo. Vogliono dare legge a Dio, alla sua onnipotenza! È un dogma che Egli governi il mondo, sia consentendo ai suoi fenomeni sia intervenendo su di essi. Innumerevoli poi, nella storia della Chiesa, i miracoli operati sulle cose inanimate. Fonti miracolose, rotazione del sole nel cielo di Fatima testimoniata dai miscredenti, ecc.
  L'altra verità di fede viene negata dagli impostori è il castigo di Dio.
  Il comunicato succitato continua a colpire le "affermazioni datate al periodo precristiano, e non rispondono alla teologia della Chiesa perché contrarie alla visione di Dio offertaci da Cristo". Chiara allusione alle superstizioni, mentre è superstizione considerare la natura indipendente dall'azione divina. "I terremotati ci perdonino, a loro va la solidarietà dal papa. Cristo ci ha rivelato il volto di Dio amore. Non un Dio capriccioso [sic] e vendicativo. Questa è una visione pagana non cristiana." "Chi evoca il castigo di Dio ai microfoni di Radio Maria offende lo stesso nome della Madonna, che dai credenti è stata vista [sic] come Madre misericordiosa."
  Il Vangelo: "In verità vi dico, nel giorno del giudizio il paese di Sodoma e Gomorra avrà una sorte più sopportabile di quella città." (Mt. 10, 15). "Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Perché, se a Tiro e a Sidone fossero stati compiuti i miracoli che sono stati fatti in mezzo a voi, già da tempo avrebbero fatto penitenza [...] E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai!" (Mt. 11, 21-23). "Nel giorno in cui Lot uscì da Sodoma piovve fuoco e zolfo dal cielo e li fece perire tutti [...] Ricordatevi della moglie di Lot. Chi cercherà di salvare la propria vita la perderà." (Lc. 18, 29-33). "Ma quando vedrete Gerusalemme circondata da eserciti, sappiate allora che la sua devastazione è vicina [...] saranno infatti giorni di vendetta, perché tutto ciò che è stato scritto si compia [...] Gerusalemme sarà calpestata dai pagani finché i tempi dei pagani siano compiuti" (Lc. 21, 20-24). La Madonna spiegò ai bambini di Fatima che la Grande Guerra era una punizione del Cielo.
  La Rivelazione dice che Dio è rimuneratore con i premi e con le pene. Negare il castigo divino significa negare l'Inferno, che è il principio del castigo. Infatti taluni, costretti dalla coerenza, vollero che l'Inferno fosse vuoto. Ma si fece marcia indietro, perché la Buona Novella era zeppa di condanne all'eterna dannazione.
  Infine ci si chiederà perché Dio abbia permesso o voluto il terremoto per le popolazioni meno cattive. Ma non si è forse trovato che Dio castiga i suoi, mentre castiga gli altri in modo peggiore, cioè con la loro empietà non castigata?


Piero Nicola

venerdì 4 novembre 2016

Lo squillante delirio dei teologi novisti

Mentre il passato non può essere cambiato, la memoria e il modo di fare memoria possono essere trasformati.
Dichiarazione congiunta firmata da José Bergoglio
e dal vescovo luterano Munib Yunan.


 Narra una rinomata e curiosa leggenda o fiaba di stampo teutonico che Karl Friedrich Hieronymus barone di Munchhausen, tirandosi per i capelli, si alzò in volo sopra la palude, che stava per inghiottirlo, e in tal modo rovesciò e capovolse la inflessibile legge, che obbliga esseri viventi ed esseri inanimati ad aderire alla dura e attraente terra.
 Il teologo progressivo, elevandosi dalla piatta e profana realtà, grazie al mistico tiro dei capelli, crede fermamente di essere autorizzato a correre – piamente - nelle sconfinate e surreali praterie dello storicismo, ultimamente trasformato nella paradossale elevazione del barone di Munchhausen.
 Sulla terra del stravaganza fiabesca cresce un'erba, che nutre i sogni nei quali si manifesta la liceità del fantasticare, del capovolgente stato onirico, in cui si rivela, ad esempio, che la battaglia di Zama fu vinta dal cartaginese Annibale e non dal romano Scipione, oppure si stabilisce che la decapitazione di Luigi XVI attuò un nobile disegno, concepito da benefattori fedeli alla sana tradizione monarchica.
 Battute in breccia le mura del senso comune, oggidì il volo del leggendario barone di Munchhausen si è allargato fino a diventato il luminoso, conciliare simbolo degli incursori, revisori e riformatori della teologia cattolica, membri agguerriti e insaziabili, militanti nello squadrone novista, che fu definito ultracogitante da Maria Adelaide Raschini.
 I refrattari alla suggestione fiabesca, artisticamente diffusa dagli intellettuali di stampo progressista/riformista, sostengono, confutando la metafisica elucubrata e propalata dai teologi di obbedienza storicistica, che oggetto della memoria umana è il passato, che neppure Dio può alterare e trasformare. Questo fatto dimostra che le verità della teologia cattolica sono indenni dall'usura del tempo
 Pertanto il papa cattolico Bergoglio e il luterano Yunan discutono invano, agitandosi - acrobaticamente - tra il dire e il non dire, l'affermare e il negare, il pensare e il sognare, il credere e il fantasticare, la teologica alterazione della memoria storica e la chirurgica resistenza all'avventurosa ermeneutica.
 Il sussurro del regnante pontefice e dei nuovi teologi (sottomessi alla verità o antagonisti di parola) suggerisce l'adagiamento dell'umiltà dialogica sul pio anticlericalismo di un Eugenio Scalfari e promuove la mondana, estenuante prestidigitazione, che accenna a un dio (quasi di generico stampo heideggeriano) mentre mette in dubbio l'esistenza del Dio della Tradizione cattolica.
 In definitiva i nuovo orizzonte ecclesiale rappresenta la sconfessione del proselitismo, un'attività che è cordialmente deprezzata dal regnante pontefice, che la definisce “solenne sciocchezza, che non ha senso”.
 Modificata e forse alterata da papa Bergoglio, la morale cattolica contempla ultimamente l'associazione della teologia all'obbligo “di ascoltare e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda”.

 Se non che la indeclinabile saggezza dei fedeli ha anticipato la confutazione della teologia elucubrata dagli apprendisti stregoni, stabilendo, una volta per tutte, che Deus non ridetur.

Piero Vassallo