lunedì 4 maggio 2015

Ottonello su Nietzsche e Heidegger: Consigli ai portatori di imbarazzanti maschere super umane

"... una forza angosciosa domina lo spirito dell'Occidente, una follia cosciente e soddisfatta che trova nell'arte i suoi pretesti più delicati: ogni tramonto rigurgita un'avidità disperata di forme nuove-originarie che gli offre uno scompigliato spettacolo, segnato dal lucido orrore della seduzione".
Pier Paolo Ottonello

 All'origine del pensiero tossico, che ha tormentato/addormentato e fatto deragliare la politica della destra italiana, stanno i filosofemi di fine Ottocento / primo Novecento, effervescenze superumane e suggestioni esoteriche oggi rannicchiate nelle muffe di marginali librerie.
 Dai cataloghi del pensiero anacronistico si alza la fumosa disistima della fede e del pensiero cristiano e, con essa, l'intenzione metapolitica di viaggiare nelle riserve archeologiche, dove ruggiscono le tigri della sapienza ario-indo-cinese.
 L'impeto catagogico e la desolata fantasticheria dei noantri si aggirano nello scaffale tossico e polveroso, in cui sono allineate le opere dei guru corruschi, il Nietzsche guerriero di parola, il Weininger antisemita e suicidario, lo Spengler diagnostico infausto, lo Junger tempestoso/curioso, il notturno Gottfried Benn, il sulfureo Emil Cioran, il sidagogo Bruce Chatwin.
 I più affumicati ed esigenti frequentano le esclusive riserve dell'occultismo neo-eleusino, dove squillano i testi adelphiani del massone René Guénon e ruggiscono le pagine surreali del magister nichilista, in abito e maschera tradizional-tigresca: Giulio Cesare Andrea Evola, dadaista in libera e caotica corsa sulle piste dell'Asia immaginaria.
 Per la rigorosa contrarietà all'errore, che ha avvelenato la mente destra (e sinistra, a dir tutto) è dunque da apprezzare, e da consigliare quale lettura terapeutica ai nomadi, in viaggio imbambolato/spericolato nel deserto mentale, un energico antidoto/vaccino, la lettura de Il nichilismo europeo, Nietzsche e Heidegger, avvincente/demistificante/magistrale saggio, scritto da Pier Paolo Ottonello ed edito da Marsilio in Venezia.
 Finalità del saggio citato è demistificare, svelandone la radice neuro-patologica, il ruggente superomismo nietzscheano e screditare la sua solenne/sontuosa versione accademica, quella verbosa, monumentale opera di Martin Heidegger, che Karl Lowith ha ridicolizzato e demolito, definendola "banalità difficile e profondità vaticinosa, che rasenta il grottesco".
 Ottonello rammenta che "il salto abissale - su un versante opposto a quello kierkegaardiano di fronte alla fede - Nietzsche lo compie diciottenne, diventando apostata", dopo aver frequentato, nelle pagine corrusche di Ludwig Feurbach, l'accecante parodia del Cristianesimo.
 Abbagliato e posseduto da un imperioso e invincibile autoinganno, Nietzsche elaborò il progetto di cancellare la qualunque traccia del Cristianesimo, nel quale diceva di vedere "la rabbiosa vendicativa avversione alla vita ... mascherata con la fede in un'altra e migliore vita".
 Quasi rivolgendosi ai ridicoli eredi della rivoluzione superomistica, Ottonello dimostra che gli argomenti mediante i quali Nietzsche pensava di abbattere il nemico metafisico "costituiscono da sempre luoghi comuni dell'armamentario anticristiano, specie di matrice apostatica: li sceglie a piene mani da trattati di classici moralisti infoiati, non di rado nelle versioni di autori alla Feurbach-Stirner-Bauer".
 Al proposito sono citati testi nei quali un rombante, pedissequo, ossessionato Nietzsche ripeteva sentenze corrusche, già masticate ed evacuate nel salotto dagli illuministi e dai loro successori ottocenteschi: "nessuna religione ha mai contenuto una verità ... il cristianesimo vuole annientare, spezzare, stordire, inebriare .... la religione è la cosa più ripugnante del mondo ... la religione è istrionismo dell'impotenza ... il cristianesimo è un platonismo per il popolo ... in Dio è divinizzato il nulla ... Dio è un grossolano divieto".
 Se non che l'ebrezza greca, che Nietzsche oppone alla morale cristiana, è una urlante, patetica, dolente chimera. In sintonia con Ottonello, afferma Paolo Pasqualucci: "Dal punto di vista del senso comune, del sano istinto popolare (cui si può dare ogni tanto la precedenza nei confronti della filosofia) nulla appare più angoscioso della felicità evocata e proclamata da Nietzsche”.

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 L'incendiaria megalomania - "non conosco meta più elevata di quella di diventare un giorno educatore in un senso grande ... chissà come mi sentirò quando avrò tirato fuori tutto ciò che di negativo e di ribelle è in me" - ha causato il delirio propriamente detto, la dolente follia "annunciata e poi esplosa in forme di mitomania delirante come pseudo antidoto di depressioni a sfondo persecutorio, sia o meno di ascendenza sifilitica".
 Ottonello aiuta a comprendere una verità imbarazzante: "l'autosaturazione del panlogismo hegeliano implode ed esplode in divaricate forme materialistiche, egotistiche, massificanti. Nietzsche ne raccoglie e ne esaspera esiti, sostanzialmente nella chiave artistico-anticristiana inaugurata da apostata diciottenne: impegnatosi a capofitto infine nella vecchia e sempre nuova impresa dell'estrarre dal suo cilindro il nuovo uomo nuovo, urlando io sono il destino!"
 La caotizzazione innestata dall'urlante follia di Nietzsche sul funereo girotondo della filosofia tedesca, aiuta a comprendere la imbalsamante senilità delle tesi superomistiche, rilanciate negli anni Settanta del secolo scorso, dall'affumicato guru della neodestra francese e italiana.
 La corsa del delirio nietzscheano intorno al mito dell'eterno ritorno dell'identico, ha seminato nella cultura della destra sedicente nuova una specie di schizofrenia a basso profilo, un'alienazione che ha fatto oscillare i partiti contagiati tra il piatto conformismo e il vaniloquio.
 Di qui l'umiliante oscillazione tra politica polifrenica e pornografia a Montecarlo, e il finale affondamento nell'insignificanza: "Smarrito il Cristo Figlio di Dio l'Untergang [tramonto] zarathustriana può essere soltanto autodissoluzione: travolti logica intelligenza sensibilità, cioè il quale che sia significato della persona e di alcunché".
 Ottonello di seguito dimostra la insospettata componente espressionista della filosofia heideggeriana: come nella notte di Valpurga alto e basso coincidono nell'ambigua identità, Heidegger, "pensatore della decadenza", scende nel fondo originario, "il quale però resta, nell'ambito della decadenza moderna e contemporanea, lo spazio del meccanismo fatale dell'immersione nell'oscurità della matrice primordiale dell'inconscio e della sua emersione in proiezioni dirompenti, come accade, esemplarmente, nelle filiazioni avanguardistiche odierne".
 Il progetto heideggeriano inteso a oltrepassare la filosofia del superuomo, si rovescia in una versione tombale e quasi jettatoria del delirio nicciano intorno all'eterno ritorno: "Il prometeismo del pensare heideggeriano si conferma nell'attraversamento della decadenza come attraversamento della morte: attraversare la morte è assumerla nella sua autenticità discoprendola dai coprimenti della quotidianità fino a lasciare emergere l'essere dell'Essere come come essere-per-la-morte".
Di qui l'assunzione della decadenza autoassuntasi come destino esprimentesi come pensiero della decadenza: "Un esito non certo di tipo mistico, bensì di radicale evasione neognost6ica dalla filosofia"".
 Nietzsche e Heidegger, in ultima analisi, rappresentano il naufragio gnostico dell'apostasia moderna: al loro seguito il filosofare sarà chiuso nelle strettoie disegnate da una paradossale, nostalgica televisione dell'essere non essente.


Piero Vassallo

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