lunedì 11 agosto 2014

L'unica, difficile via percorribile dai tradizionisti italiani

Unita e cattolica

L'unica, difficile via percorribile dai tradizionisti italiani

 Una imparziale lettura dei documenti e delle testimonianze sul Risorgimento, ossia una ricerca finalizzata all'acquisizione di notizie dimenticate o sottostimate o censurate dalla storiografia liberale e/o progressista, è lecita ed apprezzabile, purché compiuta con scrupolo e rigore nelle competenti sedi, (con ovvia esclusione delle sedi dei partiti politici, normalmente adibite ad ospitare altre attività).
 Incomprensibile, antistorico, deleterio e potenzialmente rovinoso è invece il progetto para-politico e para-scientifico finalizzato a confutare i fondati motivi dell'unificazione dell'Italia e a preconizzare - giubilando - lo smembramento dello stato nazionale.
 Sulla Patria italiana, infatti, incombe oggi il peso sgradevole della pedagogia ferocemente - invertitamente - bacchettona, mediante cui il potere europeo tenta di rovesciare nella nostra società il furore sonnambolico, narrato da Robert Wiene, il regista dell'inquietante e quasi profetico film, "Il gabinetto del dottor Caligari".
 I fautori della disunità d'Italia non hanno compreso che il progetto maltusiano gira nella direzione di quel potere post-ideologico, che  prepara la capitolazione dell'umanità ai profeti di un'utopia sedicente virtuosa, che nasconde maldestramente la volontà di regredire.
 Gestito, purtroppo, da una classe politica, equamente divisa tra lanciatori di coriandoli destri e seminatori di sinistre suggestioni libertine & caligariane - due patetiche/grottesche oligarchie, convergenti nella inadeguatezza a resistere efficacemente al cimiteriale totalitarismo europeo - lo  stato italiano produce, nella maggioranza dei cittadini, l'insorgenza di un'angoscia rancorosa e di un disagio incubante stati d'animo vandalici.
 I tradizionalisti anti-unitari, in rotazione nel vortice disperato, sono [ciecamente] favorevoli al potenziamento delle autonomie regionali, "introdotte in Italia dalla costituzione della repubblica antifascista".
 In poche e ruvide parole: il sonno della ragione tradizionalista approva e gonfia i fantasmi di uno stato d'animo, che cerca rifugio nell'incremento/moltiplicazione delle dense nebbie anti-unitarie alzate dal regionalismo scialacquatore, che è stato attuato in conformità ad uno fra i più infelici articoli della costituzione italiana.
 E' peraltro evidente che, ove lo stato unitario fosse smembrato e ridotto al desiderato coacervo di micro-repubbliche, i disagi prodotti dall'umiliante e severa ideologia europea sarebbero moltiplicati. Ed è  pacifico che l'accrescimento delle severe correzioni ridurrebbe ai minimi termini la speranza in una futura uscita dall'invasiva e incubosa ideologia eurocratica.
 Di qui l'urgenza di esaminare criticamente e infine di confutare gli argomenti usati dai tradizionalisti/revisionisti (fra i quali si contano perfino alcuni monarchici sabaudi) al lavoro inconsapevole nella fabbrica dell'eversione.
 Un cospicuo contributo alla revisione della revisione è ora offerto da Paolo Pasqualucci, autore di un magnifico, convincente saggio, Unité italienne: histoire et controverses, pubblicato nel n. 124 (estate 2014) della prestigiosa rivista "Catholica".
 Pasqualucci non nega l'ispirazione anticlericale di alcuni attori del risorgimento e tuttavia sostiene, con argomenti inoppugnabili, che l'unità politica è un bene dalla cui storica mancanza gli italiani ebbero secolari sciagure e brucianti umiliazioni.
 L'ideologia disunitaria, oltre tutto, è alimentata da una insufficiente e talora tendenziosa/fuorviante  lettura della storia italiana pre-unitaria.
 Saggiamente Pasqualucci, prima di entrare nel vivo dell'argomento, rammenta i fatti non conosciuti o non seriamente considerati dai denigratori dell'unità.
 Ad esempio, rammenta che l'inizio dell'infelice storia disunitaria ha lontana origine dalla megalomania di Giustiniano "l'imperatore d'Oriente che voleva riconquistare tutto l'Occidente senza disporre della necessaria forza militare".
 La lunga e spietata guerra (d'intonazione reazionaria, diremmo oggi) condotta dai Bizantini contro i Goti (535-553) fu vittoriosa ma avvelenata dall'abolizione delle sagge riforme attuate dal re Totila in vista della formazione di una classe di piccoli proprietari terrieri.
 La fittizia e fragile unità stabilità in Italia dai generali bizantini Belisario e Narsete andò in frantumi quando (568) si affacciarono ai confini orientali i Longobardi. I nuovi invasori, a differenza dei Goti "non riuscirono ad occupare l'intera penisola, benché l'Italia fosse debilitata e sconvolta dalle precedenti guerre".
 Il potere dei Longobardi disgraziatamente si stabilì sopra il sistema bizantino dei ducati, "stabilendo perfino nella mentalità degli abitanti la funesta divisione che per secoli tormenterà la nostra Patria".
 In quella congiuntura storica, rammenta Pasqualucci, "cominciarono a mettere radici quei difetti del carattere nazionale che non siamo riusciti a dominare dopo cento cinquanta anni di unità - il particolarismo, la faziosità, la mancanza di senso dello stato,  l'indisciplina, l'anarchia di fondo, il complesso d'inferiorità nei confronti degli stranieri, la mancanza di fiducia nei nostri mezzi, l'abulia".
 Pasqualucci ovviamente non nasconde la sua opinione sull'esorbitanza del potere papale: agitato dal timore che l'Italia unita diventasse un ostacolo alla sua libertà d'azione, perseguì quella estensione dello Stato vaticano che divise l'Italia in due.
 Di qui la formulazione di un giudizio del quale dovrebbero tener conto gli studiosi, che si accingono ad affrontare il problema dell'unità nazionale: "Se la Chiesa non si fosse opposta per la durata di tanti secoli, l'unità italiana (doverosamente rispettosa del Patrimonio originale di San Pietro) si sarebbe realizzata  molto prima, quando l'Europa era ancora cattolica".
 La dignità dell'Italia pre-unitaria, peraltro, è una ridicola chimera: Pasqualucci, al proposito, rammenta la vergognosa sottomissione dei genovesi al bombardiere Luigi XIV e l'attribuzione dei ducati di Toscana e di Parma a dinastie straniere.
 Infine è svelato il vero motore della passione antiunitaria, nutrita dai tradizionalisti: la contrarietà all'Italia unita "si nasconde dietro il mito del complotto massonico, causa di tutti i mali del mondo: l'unità d'Italia è il frutto di un complotto massonico dunque è cattiva in sé e pertanto deve essere annientata".
 In realtà tra le potenti nazioni europee non ci mai fu un accordo sull'eventuale unificazione d'Italia. Nelle classi dirigenti europee, nelle quali, prevalevano gli esponenti della massoneria, nessuno era favorevole all'unità d'Italia.
 Il gran maestro della massoneria, Joachim Murat, nel 1808, rammenta Pasqualucci, fu posto sul trono del regno di Napoli da Napoleone I.  "Napoleone III non desiderava l'unificazione dell'Italia, che riteneva contraria agli interessi francesi".
 Dal suo canto il governo inglese non desiderava l'unificazione italiana, un evento che avrebbe fatto emergere un potenziale concorrente nel Mediterraneo.
 Pasqualucci rammenta inoltre che, agli occhi della gioventù italiana, la massoneria era screditata a causa della servile collaborazione che gli iniziati prestarono al detestato governo di Napoleone I.
 "Forse è il momento di liberare la mente degli italiani dall'ingombrante stereotipo dell'unità quale risultato di un complotto massonico europeo contro la Chiesa e di riflettere sull'esistenza di validi argomenti alla radice dell'ispirazione dei patrioti".
 Quando al papa Pio XI fu chiaro che la Chiesa poteva coabitare con l'Italia unita caddero i sostegni di un pregiudizio ormai vivente solo nei testi di un tradizionalismo consacrato all'irrealtà.
 Quasi alludendo all'inclinazione del tradizionalismo anti-italiano alla assunzione dei pregiudizi  che hanno segregato venti anni di storia nazionale nella soffocante parentesi inventata da Benedetto Croce, Pasqualucci riconosce coraggiosamente "che il regime fascista ha ristabilito il rispetto e la protezione per la religione degli italiani: ha introdotto l'insegnamento della religione nelle scuole e riconosciuto la validità civile del matrimonio religioso"

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 L'implicito (e talora dichiarato) cedimento al dogma antifascista è la spia della debolezza in confusionaria azione tra le righe della cultura anti-unitaria.
 Le scuole di pensiero (laiciste, clerico-progressiste, post-comuniste e iniziatiche) invitano a calunniare la vera tradizione degli italiani ed esibiscono il mostro fascista, quale giustificazione inoppugnabile della inaccetta-+bilità dell'intesa tra Italia unita e Chiesa cattolica.
 Di qui il vento impetuoso che gonfia le vele della chiacchiera europeista a destra, fruscio che avanza imperterrito nella direzione indicata dai nichilisti (pensatori e banchieri) attivi nell'America post-sessantottina.
 Il tentativo di formulare un equilibrato giudizio sul fascismo (ma sarebbe meglio dire sulle diverse culture del fascismo italiano) in questa sede sarebbe fuori luogo.
 Opportuno è invece ragionare sullo scivolamento di alcune scuole d'indirizzo tradizionale verso il disprezzo astioso della storia l'Italia e l'orrore per tutto ciò che è vagamente riconducibile al mostruoso, intoccabile fascismo.
 Si tratta di uno stato d'animo ubriacante e disorientante, che fu inoculato dal Pci  (si pensi all'infame lettera di Togliatti sui soldati italiani prigionieri nel Gulag sovietico e alla dichiarata condivisione della rivendicazione titina di Trieste) e rafforzato dalla sinistra europeista e dal radical-chic.
 Non si avvia la legittima critica degli errori presenti nelle culture del fascismo, non si tenta, ad esempio, la confutazione del neo-idealismo e dell'esoterismo - ma si propala un ottenebrante giudizio di stampo manicheo, che insieme all'acqua sporca (gli errori) getta il bambino (l'unità d'Italia rafforzata dai Patti lateranensi).
 Chi  ascolta le voci flebili dei vescovi cattolici di scuola buonista, è in grado di misurare il pericolo rappresentato dalla dialettica sonnambolica, che oppone i papi cattivi (Pio XI e Pio XII, anti-modernisti, accusati di filo-fascismo) ai papi buoni, che abbandonarono - alla luce abbagliante dell'ecumenismo e/o del mondialismo - la tradizione che l'urlo da sinistra giudicava inquinata dall'amor di Patria, condiviso (ohibò!) con i fascisti. 
 Nella predica dei tradizional/buonisti l'opportunistica avversione all'amor di Patria (contaminato dall'orrendo fascismo) circola inavvertita nei pensieri di coloro - i normalisti - che non sono capaci di misurare il grado di decomposizione raggiunto dal progressismo cattolico.

 Il pregevole saggio di Pasqualucci indica una via d'uscita dalle contraddizioni, che tormentano, vanificano e paralizzano le buone ragioni della scuola tradizionalista e della politica italiana.

Piero Vassallo

giovedì 7 agosto 2014

Un cattolico conciliare contestava la fede di un ex comunista

Raniero La Valle e Claudio Napoleoni, un dibattito rivelatore

 Un cattolico conciliare contestava la fede di un ex comunista

 La decriptazione dei fumosi pensieri soggiacenti all'illusorio entusiasmo destato dalla teologia serpeggiante fra le righe del Vaticano II, può essere facilitata dalla lettura del verbale della  discussione sull'Eucarestia, in cui si cimentarono, il 12 maggio 1988, l'ex direttore dell'Avvenire d'Italia, Raniero La Valle (1931) e il comunista convertito Claudio Napoleoni (1924-1988).
 Il testo dell'acceso confronto tra i due parlamentari della sinistra, fu pubblicato nel luglio del 1990, in un supplemento al settimanale Il Sabato, un opuscolo che mi è stato spedito in questi giorni da un dotto e cortese amico, proprietario di un robusto e prezioso archivio.
 Napoleoni, il brillante economista, che aveva confessato a Del Noce di aver maturato una completa sfiducia nell'ideologia marxista, prossima a rovesciarsi nell'incubo tecnocratico & finanziario, sosteneva la presenza reale di Cristo nel pane eucaristico mentre La Valle (coerente apologeta delle nuova teologia) obiettava che la presenza "non c'è in questo modo fisicistico [reale] a cui si è voluto ridurre" [dal magistero infallibile]. 
 A Napoleoni che insisteva su una indeclinabile verità di fede, La Valle obiettava formulando una domanda retorica, che, in qualche modo, era in sintonia con la infondata e temeraria opinione dell'eresiarca Martin Lutero: "Ti sembra più importante la presenza di Cristo nell'ostia che la presenza di Cristo in te e in me in questo momento?"
 E Napoleoni rispondeva puntualmente: "Perché se no il Cristianesimo diventa uno spiritualismo".
 "No, replicava La Valle infervorandosi, il Cristianesimo diventa l'andare al Padre senza mediazioni che non sia la sua, diventa questa liberazione in atto, diventa il ritorno al Genesi, diventa la restaurazione precisamente della condizione del giardino".  
 L'elusivo/confuso fraseggio di La Valle fa sospettare l'adesione al pensiero dei teologi modernizzanti, che progettarono la trasformazione del sacramento eucaristico in amicale banchetto intitolato alla religione buonista.
 Il rifiuto opposto da Napoleoni alla teologia dimezzata e abbassata al social-sentimentale da La Valle merita una seria riflessione poiché svela il carattere illusorio della riforma conciliare, finalizzata alla conversione dei miscredenti mediante il dimezzamento dei dogmi e l'inaridimento della liturgia. In uscita dall'inganno ideologico, Napoleoni si era affidato alla fede che supera ogni senso. Irremovibile nella convinzione della inderogabile necessità di scendere a patti con il pensiero moderno, La Valle rifiutava di vedere la prossimità della rovina incombente sul sistema sovietico,  paradiso infernale, costruito dai nemici della verità cristiana.
 Il profilo ideologico di La Valle non è completo finché non si rammenta il viaggio da lui compiuto, nel 1974, in compagnia di Giampaolo Meucci (l'indulgente giudice del Forteto) nell'ammirata e applaudita Cina concentrazionaria di Mao-Tse-Tung. Viaggio compiuto nel segno della programmata cecità davanti ai crimini dell'ideologia di Marx.
 Schierata sulla linea dell'illusione, che nutriva il pensiero di La Valle, una vociante, imperterrita pletora di vescovi, quasi usciti dalla vignette del giornale satirico "Don Basilio", tenta di nascondere la degenerazione nichilista (nietzschiana/heideggeriana) della filosofia dopo Cartesio, per giustificare la trasformazione della fede cattolica in teologia della liberazione (dalla verità?).
 Il risultato di tale affannoso e anacronistico inseguimento della chimera era già leggibile nella risposta di Napoleoni a La Valle: la negazione della presenza reale di Cristo nel cibo eucaristico abbassa la fede cattolica al livello  di uno fra i tanti, sterili e inutili spiritualismi, che sono prodotti e spacciati dalle società di pensiero in disperata azione dove il deserto della ragione avanza. 
 Il numero dei credenti diminuisce in proporzione all'avanzamento della teologia che abbassa il sacrificio eucaristico al livello di un'anodina cerimonia, che prepara la stretta di mano scambiata da amici momentanei, spronati dal suono delle cacofoniche chitarre, che accompagnano sgangherati componimenti in rima (baciata dalla mediocrità). 
 Alla mente dei cattolici sordi al rumore delle ecumeniche canzonette e refrattari alla suggestione modernizzante, si affacciano intanto le minacciose parole del Signore: "Ma il Figlio dell'uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?" (Lc., 18, 8)


Piero Vassallo

mercoledì 6 agosto 2014

La sfida della tradizione nell'ora zero della destra italiana

I tradizionalpopolari di Sicilia

La sfida della tradizione
nell'ora zero della destra italiana

 Un segnale di intelligenza avanguardistica è lanciato dalla Sicilia, l'area in cui agiscono gli esponenti del realismo tradizionale. Autori sono alcuni studiosi e politici scampati al destino gruppuscolare dell'estenuata / bombardata / ostinata destra. Il loro target è rinunciare alla farsa inscenata sulle ceneri di un passato irrevocabile, allontanarsi dal frastuono comiziale per pochi intimi, smetterla con i calcoli cervellotici intorno alle percentuali inutili, sottrarsi al disperato confronto con gli oratori abilitati e lubrificati dal Grande Burattinaio, insediato tra la sublime banca ed il salotto eleusino.
 Dalla Sicilia, scrive Tommaso Romano, già sagace e strenuo ispiratore del Partito Tradizional Popolare, ora in fuga dall'inutile strage comiziale: "La modifica liberticida della legge elettorale soffoca le minoranze, e le opposizioni radicali" e non consente la presenza attiva di partiti politici che propongono una sostanziale riforma del sistema. 
 Di qui la saggia, inevitabile decisione di trasformare il piccolo, battagliero partito in movimento culturale, finalizzato allo studio sistematico dei princìpi del diritto naturale, alla riflessione sulla controversa verità storica, alla formulazione di un progetto politico capace di navigare lontano dalla fluviale chiacchiera televisiva e dall'angustiante e umiliante delirio nella piazza desolata.
 Il partito tradizionalista ebbe militanti valorosi e disinteressati quali, ad esempio, Nino Sala e Vito Mauro, e interlocutori di alto profilo intellettuale e civile, quali Adriana Poli Bortone, Publio Fiori, Guido Lo Porto, Gianfranco Micciché, Nello Musumeci, Alberto Rosselli, Silvano Moffa, Javier Garisoain Otero, Massimo Mallucci, Alessandra D'Aguanno, Paolo Deotto, ecc..
 Se non che il sistema della menzogna, esteso da destra a sinistra, dalle reti televisive alle case editrici "in", dai salotti che promuovono la gay perversione fino al "basso impero super mediatico di Berlusconi", esercita un potere che la ragion politica non riescono a scalfire. 
 Romano suggerisce pertanto di passare dalla visione micro-maniacale dei politicanti alla cultura del veder grande. Prende le distanze dalle inutili fatiche sopportate della diaspora comiziante a destra. Congeda le pattuglie degli attori in lotta contro l'inevitabile. Si allontana dal palco inascoltato e farsesco. Strappa l'ultimo velo deposto sulla danza manfrina a destra.
 La caduta del pensiero politico nella chiacchiera senza pensiero, recitata dai capi della perdente/circense destra, infatti, opera attratta e sedotta dalla marginalità, lasciando dietro di sé i frammenti tossici di una sconfitta demenziale e di una rivincita impossibile.
 Tra le rovine di una casa politica, selvaggiamente auto-bombardata, è possibile solamente un gioco infantile per uditori effervescenti e sfaccendati.
 Amaramente Romano definisce l'ossimoro della sopravvivenza mortuaria: "vediamo intorno a noi una babelica confusione fra alcune buone opinioni e troppe fallaci operazioni trasformiste o di mera sopravvivenza".
 D'ora in avanti, prosegue Tommaso Romano, il compito dei militanti tradizionali sarà far tesoro di idee e di cultura, "che metteremo a disposizione ove sarà possibile scrivere un libro e un articolo e partecipare a un convegno, organizzare eventi e piccoli seminari di formazione, fondare riviste, blog, usare insomma i media e le loro oggettive potenzialità".
  In diverse città italiane, peraltro, si stanno costituendo centri di cultura finalizzati a rimettere in circolo le idee umiliate e sepolte dalla destra militante per la chiacchiera e per la cadrega.
 Le testimonianze autorevoli raccolti dagli scrittori Antonio Sala e Vito Mauro nel volume "L'identità comunitaria Dal Partito tradizional popolare ai tradizional popolari", ISSPE, Palermo 2014, dimostrano le ragioni del passaggio dalla tabula rasa in cui si agitano i frammenti della falsa destra, alla grande biblioteca in cui sono conservati i segreti della rinascita italiana. D'ora in avanti il progetto culturale dei tradizionalisti palermitani sarà inteso alla ricerca di un'intesa con i centri di studio e di formazione che finora operano (a Roma, a Milano, a Firenze, a Genova, a Padova, a Bologna, a Benevento, a Vicenza, a Torino,) e con le case editrici, gli ingenti prodotti della quali circola in mezzo alle difficoltà seminate dall'eversione culturale al potere.
 Nelle città di cui sopra operano numerosi giovani di alto profilo intellettuale e di collaudate attitudini alla comunicazione. Si tratta di un robusto nucleo capace di sostenere l'urto di una macchina culturale potente ma ridotta allo spurgo di idee che hanno cittadinanza nel vespasiano.
E' dunque possibile progettare l'uscita della cultura tradizionale  dall'isolamento in cui la ha precipitati la folle guerra della destra in guerra contro il libro e contro la formazione. (Una guerra avviata negli anni Settanta dall'emarginazione degli editori Giovanni Volpe, Pucci Cipriani e Tommaso Romano) 

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 Attualmente la presenza politica dei cattolici è segnata da un frazionamento patologico e paralizzante, causato dall'incombere di teologi ruminanti, che l'incapacità di capire l'inversione nichilistica delle ideologie moderne mette in bocca le imperiose ma defunte chiacchiere del modernismo.
 Nel migliore dei casi i teologi accreditati e incensati sono fermi a quella lettura ottimistica e gongolante del "moderno" che fu proposta negli anni Trenta da Jacques Maritain e imposta al suono dei tamburi rahneriani durante i travagliati anni del post-concilio.
 Alcuni autorevoli prelati, quasi promuovendo Scalfari alla dignità di padre della chiesa modernizzante, sono addirittura convinti della liceità del tentativo inteso ad associare la dottrina cattolica alla gnosi hegeliana, alla morale francofortese e al fracasso demenziale dei sedicenti carismatici.
 La ripresa della politica d'ispirazione cristiana tuttavia non è impossibile, purché l'iniziativa sia condotta da persone capaci di sottrarsi all'influsso mortifero delle tramontate filosofie dopo Cartesio e pertanto decise a non prestare ascolto alle indicazioni provenienti dal sottobosco, in cui trionfano le anacronistiche e atrofizzanti sentinelle del neomodernismo e del dossettismo.
 Al proposito scrive l'autorevole Publio Fiori: "Se le varie anime della Gerarchia Ecclesiastica appaiono ancora incerte e divise, i cattolici laici debbono rivendicare la loro autonomia di analisi, di progetto e di iniziativa politica".
 Il cuore della politica cristiana deve essere lanciato oltre la baraonda delle teologie estenuate dal perpetuo dialogo tra bigotti stralunati e vescovi deliranti.

 L'uscita dei tradizionalisti di Sicilia dal teatrino della destra marginale/residuale e dal clericalismo pseudo cattolico è un primo, importante passo indirizzato alla restaurazione e al rinnovamento della cultura politica degli italiani.

Piero Vassallo

martedì 5 agosto 2014

"Don Bosco e il mondo del lavoro"

Un avvincente saggio di Pier Luigi Guiducci

"Don Bosco e il mondo del lavoro"

 E' ovvio l'obbligo di ammettere che, prima della rivoluzione illuminista/capitalista, l'Europa cristiana non era il paradiso in terra. Imperversavano guerre insensate, deliranti eresie e pestilenze e insieme con esse sfilava il corteo delle rapine, dei vizi e delle vane e sanguinarie insurrezioni, ad esempio la sciagurata impresa condotta dal re degli anabattisti, Giovanni di Leida (1509-1536). Insorgenza folle e  sanguinaria, in cui  lo scrittore Friedrich Reck-Malleczewen (1887-1945) ha contemplato la sinistra prefigurazione/anticipazione delle moderne/inumane rivolte contro la legge naturale.
 Nei secoli cristiani, il peso ultracogitante e spietato della superbia, tuttavia, era diminuito e attenuato dagli ostacoli e dagli ammortizzatori messi in opera dalla sapienza civile educata dalla carità cristiana: ad esempio dalle leggi delle corporazioni, dalle banche fratesche, e dai modesti ma preziosi benefici concessi ai contadini poveri, libertà di pascolo e di raccolta del legname nei fondi di proprietà ecclesiastica.
 Annunciata da fanfare tecnologiche e da deliziosi poemi, la rivoluzione capitalistica entrò in scena indossando la veste numinosa di quella educatrice sobrietà (miseria), che prometteva ai contadini, opportunamente privati delle antiche concessioni e privilegi, l'ingresso (futuro) nella città tecnologica, orizzonte paradisiaco che prometteva scientifiche, laiche e liberali delizie.
 Delizie? Guiducci propone un'antologia delle memorie che narrano gli orrori messi in scena dalla rivoluzione industriale sotto la luce abbagliante del liberalismo.
 Di Friedrich Engels (1820-1895), che nel 1842, l'anno del suo incontro con Marx, si trovava per lavoro a Manchester (la patria della spettrale scuola liberalista) è citato, ad esempio, uno scritto che descrive le penose condizioni dei salariati: "Nelle miniere di carbone e di ferro ... lavorano fanciulli di 4, 5, 7 anni; la maggior parte di essi però è superiore agli anni 8. Essi sono incaricati di trasportare il materiale staccato dal luogo di abbattimento al sentiero o alla galleria principale e di aprire e richiudere le porte che separano le diverse sezioni della miniera ... Alla sorveglianza di queste porte vengono adibiti per lo più i bambini più piccoli, che a questo modo devono starsene soli per dodici ore al giorno nel buio, in un corridoio angusto e quasi sempre umido. ... Il trasporto del carbone e del minerale di ferro costituisce invece un lavoro estremamente duro, perché questo materiale deve essere trascinato in grosse carriole senza ruote sul fondo accidentato delle gallerie, spesso sul fango umido o attraverso l'acqua, spesso ancora per erte salite e attraverso passaggi che talvolta sono tanto angusti che gli operai devono camminare carponi. Perciò a questo estenuante lavoro vengono adibiti fanciulli più grandi e ragazze adolescenti".
 L'illuminata resistenza dei cattolici alla brutalità liberale ha tuttavia anticipato la violenta rivolta promossa dai continuatori atei della fumosa teologia del luterano Hegel.
 Opportunamente Guiducci ricorda la strenua resistenza al capitalismo e agli abusi della sua giustizia attuata da coraggiosi e caritatevoli sacerdoti e laici piemontesi e italiani: gli illuminati fautori dell'educazione popolare Raffaello Lambruschini (1788-1873), Gino Capponi (1792-1876), il fondatore del movimento cooperativo do Lorenzo Guetti (1847-1898), don Luigi Cerruti (1865-1934), intrepido sostenitore delle Casse Rurali, don Ferrante Aporti (1791-1858) geniale innovatore della pedagogia, don Lodovico Pavoni (1784-1849) fondatore di scuole per la formazione di artigiani, la marchesa Giulia Falletti di Barolo (1785-1864), vandeana imprestata al Piemonte, ideatrice e finanziatrice di scuole gratuite per i figli dei poveri e promotrice di un avanguardistico istituto per il recupero e il reinserimento nella vita civile delle carcerate, don Giuseppe Cottolengo (186-1842). eroico difensore degli ultimi, don Giuseppe Cafasso, compagno dei rifiutati e dei disperati, che fu eletto a modello della vita sacerdotale di San Giovanni Bosco e San Leonardo Murialdo (1828-1900) fondatore dell'Unione operaia cattolica, il Beato Giovanni Allamano (1851-1926) consigliere di don Bosco.
 Unica lacuna del pregevole lavoro di Guiducci è, a nostro modesto parere, la mancata citazione del discendente di una nobile famiglia alessandrina, il Beato Francesco Faà di Bruno (1825-1888),  in gioventù valoroso combattente quindi illustre matematico, oppositore alla setta liberale e infine sacerdote esemplare, al quale l'intensa vita spirituale non impedì di soccorrere sapientemente ed efficacemente le miserie prodotte dalla rivoluzione capitalistica.
 Amico fraterno di don Bosco, il Beato Faà di Bruno concepì e attuo alcune fondazioni finalizzate a soccorrere ed ospitare le categorie più duramente umiliate e ferite dal progresso, le domestiche, ad esempio.
 L'aristocrazia torinese riconosceva alle domestiche il diritto di trascorre gli anni della inabile vecchiaia nelle case in cui avevano servito da giovani. La nuova classe, illuminata e formata all'egoismo dal pensiero utilitarista, metteva sulla strada le domestiche (le serve) non appena esse manifestavano segni di inabilità al lavoro. E Faà di Bruno procurava loro un dignitoso asilo, sottraendole alla triste condizione del vagabondaggio mendicante.
 Accanto alla chiesa della sua congregazione, Faà di Bruno fece costruire a gloria di Dio un campanile alto ben ottanta metri. La volontà di glorificare il Signore non era dissociata dall'intenzione di giovare ai poveri: in cima al campanile era collocato un grande orologio, visibile da tutti i quartieri della Torino di allora: la finalità di tale costruzione era rendere visibile l'ora esatta agli operai (che quasi mai possedevano un orologio) e in tal modo ostacolare gli eventuali tentativi della classe padronale di allungare fraudolentemente il tempi dell'attività lavorativa.

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 La straordinaria efficacia degli interventi cattolici intesi a mitigare i disagi prodotti dalla rivoluzione liberale, dipende dalla vita dei sacerdoti, improntata alla incrollabile certezza del primato dello spirituale e sostenuti dalla nobiltà illuminata della marchesa di Barolo.
 La Chiesa del Piemonte non era disturbata e afflitta da quella sindrome buonista che, ai nostri giorni, aggiunge ai piatti della solidarietà l'insipido sale dell'ecumenismo a tutto giro. Il clero torinese aveva conquistato le posizioni dell'avanguardia sociale senza mai abbassare la bandiera dei primato dello spirituale.
 Le magnifiche opere sociali di San Giovanni Bosco (1815-1888), vertice della splendida storia scritta dalla Chiesa italiana nel secolo tormentato da massoneria, liberalismo e socialismo,  costituiscono il modello di un sacerdozio, che osava anteporre la santità al successo nella breve vita, l'oratorio alla cucina, il confessionale alla scuola, la devozione alla laboriosità, la preghiera all'azione.
 Improntate dal riconoscimento di tale gerarchia, le opere di San Giovanni Bosco, attuarono una vera rivoluzione silenziosa, esercitarono un benefico influsso nella vita sociale e infine obbligarono i capitalisti torinesi a sopportare il peso (per loro molesto) delle concessioni ai diritti dei lavoratori.
 Refrattario alle tentazioni del clero capitolardo, che facevano presagire l'insorgenza nefasta di americanismo, modernismo, buonismo e contraffatto ecumenismo, San Giovanni Bosco "si rese conto che era necessario rafforzare la stampa cattolica, sia per sostenere una formazione cristiana in direzione delle diverse età, sia per aver in mano uno strumento in grado di fronteggiare l'estendersi dell'azione degli evangelici [e i massoni], allineati su posizioni fortemente critiche verso la Chiesa cattolica".
 Al proposito Guiducci cita le istruzioni anticlericali emanate dall'Alta Vendita Italiana nel 1819: "Una volta che la vostra buona reputazione sia stabilita nei collegi, nei ginnasi, nelle università, nei seminari, una volta che abbiate catturato la confidenza di professori e studenti, fate in modo che a cercare la vostra compagnia siano soprattutto quanti sono arruolati nella milizia clericale. Si tratta di stabilire il trono degli eletti sul trono della prostituta di Babilonia".
 Irriducibile all'ingiustizia liberalista Don Bosco non era contrario al progetto per l'unità d'Italia: "verso tale espressione, che proveniva da un sincero sentimento patriottico, don Bosco non pose mai ostacoli. Egli, al contrario, volle accentuare un ruolo di promozione umana che, per sua natura, non poteva esser legato a ideologie e a deliberazioni politiche".
 Fino all'ultimo respiro don Bosco continuò la sua eroica battaglia contro l'ingiustizia al potere e tuttavia impedì risolutamente che la sua azione. conforme alla carità, oltrepassasse il confine della religione per smarrirsi nel seducente e avvolgente territorio della politica.
 Avversato e calunniato dal giornalismo massonico ebbe invece un rapporto sempre limpido e non sempre infelice con l'autorità politica, personificata da liberali n(Cavour e Rattazzi, ad esempio) ai quali l'origine familiare sconsigliava la sequela del settarismo furente e demente.
 Il profilo del santo magistralmente tracciato da Guiducci è un'opportunità offerta ai cattolici alla ricerca del confine che separa la misericordia dalla demagogia e la socialità cristiana dalla beneficenza pelosa.  Un confine sul quale può rinascere l'azione politica dei cattolici traditi dagli acrobatici partiti di stampo progressista.

 Piero Vassallo

lunedì 4 agosto 2014

CRONACA DI UN VIAGGIO TRA “INCUBO” E “TEOLOGIA”, di Il Recensore

Presentazione di:  PIERO VASSALLO, Un treno nella notte filosofante, Solfanelli, 2013, pp. 195, E. 15.

Dando brillante saggio delle sue ampiamente sospettate capacità letterarie, Piero Vassallo, rinverdendo il nobile genere letterario del romanzo filosofico, ci offre “un viaggio satirico/nostalgico” nella confusa visione del mondo dei “perdenti” ossia della destra italiana, scomparsa nel nulla e, ciò che più conta, in quella distorta e demenziale dei “vincenti”: del “politicamente corretto” attualmente prevalente.  “Nelle sferzanti caricature – recita la presentazione dell’opera – il lettore attento non avrà difficoltà a riconoscere i protagonisti italiani del concorde delirio in atto tra il fantasma della rivoluzione e la parodia della reazione”. Satira, dunque.  In forma di “cronaca di un viaggo tra incubo e teologia”, come da sottotitolo. 
[L’incubo del Neopensiero] Il viaggio “nella notte filosofante” è dunque un viaggio nell’incubo.   I protagonisti si incontrano per caso in un treno notturno, che viene improvvisamente dirottato e bloccato in una stazioncina fuori mano, in zona rurale e montana.  I viaggiatori vengono sequestrati dalle Entità, che li sottopongono ad un corso di rieducazione-iniziazione alla loro ideologia, il Neopensiero.  Le Entità avrebbero preso il potere durante la notte, anche se  solo in una parte della nazione.  Dopo varie peripezie, il gruppetto dei viaggiatori – uomini e donne – riesce a fuggire dall’incubo, verso la realtà dove governa “l’Imprenditore d’Affori”, uomo nuovo pieno di buone intenzioni anche se il suo programma concreto troppo spesso sembra “ispirato alla canzonetta oggi qui domani là” (p. 175).  Egli rappresenta tuttavia un male sensibilmente minore a petto del dominio del Neopensiero.  In realtà, la vera salvezza viene solo dalla fede (pp. 193-194).  Questa in modo assai succinto la trama dell’opera.  Il protagonista principale, Simeone, accademico nella piena maturità ma non ancora anziano, prende il treno per andare a leggere una conferenza su Arnold Geulincx, filosofo fiammingo del Seicento, cartesiano sfegatato.  Ma il senso vero della conferenza è: “il declino della ragione occidentale”.  Alla stazione lo assalgono ricordi e riflessioni, che preludono a temi essenziali del libro, vertenti sull’implosione e lo sfarfallamento della cultura della destra (tema sul quale Vassallo ha dato negli anni un contributo rigoroso, fondamentale) e sulla crisi della Chiesa cattolica, argomento anch’esso da lui già indagato e qui approfondito.
[Un naufragio totale]  “Lo splendore dei sogni si rovesciava nel grigiore dei risultati. Ma…si profilava la maturità cioè la disposizione a contemplare la vita oltre la raggiante illusione” (p. 9).  Era tempo di bilanci, ormai, non scevri da nostalgie.  La vecchia stazione ottocentesca, grigia sotto la pioggia, che celebrava “con esoterica squisitezza la copula del romanzo gotico con la vertigine babilonese”, con il suo contorno di mendicanti malati e di “disturbati”, gli appare all’improvviso come una sinistra allegoria che “svela il soggiacente disastro”.  Quale?  “L’eclissi della Cristianità, la diserzione dei chierici, la discesa del rito nella farsa, lo scisma universale della cosa pensante, il naufragio del lavoro nella palude bancaria, il fiume del sangue versato dai pacificatori, la catastrofe antropologica, l’impero dei gabellieri insaziabili.  Agli occhi della mente attonita di Simeone apparve un sacerdote olandese, che saliva, travestito da Batman, all’altare improvvisato nella pista del Vaticano II….  La sempiterna, molesta vanità, vanitas vanitatum et omnia vanitas, l’uggia delle cattedre et giacobine et liberali et leniniste et qualunque altra cosa, riapparve nell’estensione lampante di un corpo di vagabondi alla deriva” (pp. 10-11).
Il naufragio di tutto, dunque.  Una delle cause principali “l’eclissi della Cristianità” provocata dalla “diserzione dei chierici” conseguita al Vaticano II, il Concilio “pastorale” che, senza proclamare nuovi dogmi, ha tuttavia rovesciato come un guanto l’immagine stessa della Chiesa Cattolica, della Chiesa visibile.
[L’incubo della Nuova Teologia, che fa rinascere la teosofia, il “Dioniso indiano”]  Ma l’incubo della Nuova Teologia, quella del Neomodernismo che ha invaso la Chiesa visibile dal Concilio sino ad oggi, riappare continuamente durante il “viaggio”, vero e proprio tema di fondo.  Nel vagone ristorante Simeone trova un vecchio compagno degli ideali di gioventù, ora avvocato professionalmente realizzato,  con il quale si inizia “il filosofare”.  Riandando innanzitutto al passato, che è quello dell’ambiente culturale e delle aspirazioni della destra italiana neo e postfascista, ma anche cattolica, nelle sue diverse sfumature, sottoposte ad impietoso vaglio critico.  Non dal punto di vista “democratico”, si capisce, ma da quello dell’intellettuale di destra tornato alla religione dei Padri, al Cattolicesimo fedele alla Tradizione della Chiesa.  Per tal motivo, l’amico avvocato lo accusa di “clericalismo”.  L’avvocato impersona in modo moderato il laicismo di destra.  E come risponde Simeone?
““Cattolico […] Cattolico Hyksos, se posso dire così.  Non clericale.  I clericali sono opportunisti e cleptomani.  Non tutti, voglio dire.  Ma…il mio trasbordo comunque è avvenuto in un periodo difficile per la Chiesa.  Osservatori esterni […]  non potevano valutare la gravità della crisi cattolica, in atto dopo l’ottobre del 1962 [mese d’inizio del Vaticano II].  Gli esclusi vedevano solo la baldoria democristiana.  Simeone, invece, aveva frequentato gli ambienti curiali, dove uomini di sofferta esperienza parlavano di sfacelo.  Simeone si era legato ad ambienti bersagliati dal sarcasmo di una folla intelligente e in perenne fregola.  La stampa a larga tiratura li umiliava con tiri feroci.  Gli assedianti replicavano riversando dotte citazioni greche e latine nelle pagine inarrivabili delle loro riviste […]  Vaticanisti, scolarchi bolognesi, spretati e teologi mittel-europei contestavano l’esagerazione tradizionalista.  Ma la piena del fiume calamitoso, sul quale il giubilante aspersorio dei progressisti versava la spumeggiante acqua della banalità, era davanti a tutti” (pp. 25-26).    E va meditato questo fulminante accostamento tra Giuliano l’Apostata e il Vaticano II:  “L’imperatore era un ellenista intento a ricostruire la sinagoga, in sfida a Gesù Cristo.  A modo suo Giuliano ha anticipato l’ecumenismo del Vaticano II” (p. 46).  Il concetto dardeggia all’interno della discussione nel vagone ristorante (si sono nel frattempo aggiunte altre persone) che raggiunge il suo punto chiave nella critica al falso concetto di tradizione di Julius Evola, al suo mefitico e nello stesso tempo risibile tradizionalismo neopagano, che tanti guasti ha prodotto nell’ambito della destra, soprattutto tra i giovani (pp.  39-47).  Ma Evola è rimasto nel ghetto culturale della destra mentre del suo ispiratore, l’ancor più tenebroso  Guénon – un logorroico ciarlatano erudito, uno che arzigogola su simboli ed “illuminazioni”, che sembra credere nell’esistenza dei teosofici “superiori occulti” nascosti nel Tibet – si è ora appropriata la sinistra del neopensiero, che ne pubblica le opere nelle serie pastello di Adelphi (ivi).  Sono lontani anni luce – sottolineo – i tempi nei quali György Lukács, il famoso filosofo marxista ungherese del secolo scorso, ne La distruzione della ragione poteva passare al setaccio con sprezzante sicumera l’irrazionalismo nel “pensiero borghese”, cominciando  da Schelling per concentrare poi il tiro su Nietzsche.  Non è proprio l’opera omnia di Nietzsche che hanno pubblicato gli intellettuali comunisti fondatori della Adelphi?  Una ben triste parabola discendente, anche se a ben vedere inevitabile, quella che da Nietzsche porta a Guénon e alla teosofia.  Una parabola che ben riflette il dissolversi della Rivoluzione sociale in quella… sessuale.
[Ricordi d’infanzia e di gioventù, purificatori]  Ma il “viaggio” non è solo “filosofico”.   Simeone è assalito anche dalla “nostalgia” ossia da ricordi d’infanzia, che non scadono nel sentimentale, come spesso accade in circostanze del genere, e rappresentano una pausa nel ritmo incalzante della critica e della satira.  Nel ricordo, anche l’autocritica di passati pregiudizi, come nel capitolo intitolato Il ragioniere Brambilla (pp. 115-121).  Tra le più belle del libro sono, a mio parere, le tre paginette e mezzo intitolate Una sognata ascensione all’infanzia (pp. 57-60).  “Ascensione” di chi nel 1945 aveva sì e no dieci o dodici anni e proveniva da una famiglia che si era trovata dalla parte “sbagliata” della guerra civile.  “Dopo i lunghi anni dello sfollamento” in un montuoso retroterra, “Simeone era ritornato alla vita di città.  Contrariamente alla speranza, a lungo coltivata, non accadde nulla di strabiliante.  Le strade urbane erano più larghe, orlate da marciapiedi lastricati e quasi puliti.  Belli i tram, il verde bottiglia, orlato del tricolore, correvano su rotaie scintillanti, ma, nell’afa, l’olio da freni emanava l’odore della formica arrosto.  Terminata la prima corsa nauseante, decise di evitare i tram, per quanto possibile”.   Chi non ricorda quei tram, nelle nostre città, che rinascevano lentamente dopo l’Apocalisse che si era abbattuta sull’Italia nel biennio tremendo del Castigo, della duplice, crudele invasione straniera e della guerra civile?  Quel verde bottiglia che ricordava lo sfavillare degli scarabei?  E quel terribile ed inspiegabile odore sui binari, l’estate?  La città è il luogo-simbolo del difficile ritorno alla pace, nella Nuova Era Democratica.  “Dopo l’ora della cena la gioventù si agitava in una danza sguaiata e funambolica, detta bughi-bughi.  Garrivano le rosse bandiere e quelle a strisce e stelle.  Gli alfieri della licenziosità avanzavano intrepidi.  Le malattie specifiche al seguito.  Si intravvedeva già l’inferno musicale di Theodor Wiesengrund Adorno.  Direttamente dal salotto iniziatico, entrò nella storia d’Italia l’umbratile figura di Ferruccio Parri.  Trasmesso per radio, il discorso del primo ministro spaventò la maggioranza degli italiani, ma il nuovo stile non tardò a diffondersi nella minoranza rivoluzionaria.  La piazza dava infatti segnali inequivacabili di democratica dignità:  quale ringraziamento per gli aiuti alimentari dall’Argentina, austeri cortei democratici gridarono:  “Puttana fascista!”, all’indirizzo di Evita Peron in visita di cortesia” (pp. 58-59).
Qualche tempo dopo, l’occasione di una partita di calcio fra ragazzi, in periferia, riporta Simeone in solitaria passeggiata sulle colline dove era vissuto da sfollato.  “La memoria risaliva con ansia alacre, fra cardi pungenti e erbe assetate”.  Dai ricordi dell’ingrato lavoro dei contadini “montanari ostinati nella valle a gola di lupo”, balza improvvisa l’immagine della “maestra giovane” nella scuola di montagna, che li infiammava raccontando le storie degli eroi italiani: Francesco Ferrucci, Ettore Fieramosca, Giovanni dalle Bande Nere, Veniero, Montecuccoli, gli studenti di Curtatone, via via sino al plumbeo presente del 1944.  Scomparsa improvvisamente nel nulla, la maestra.  Ma si seppe poi che i partigiani comunisti l’avevano messa al muro perché “spia fascista”, un mese prima della fine della guerra.   Era questa l’etichetta infamante che all’epoca si usava per giustificare esecuzioni sommarie e puri e semplici omicidi.  “Improvvisamente l’immagine della maestra lo raggiunse e gli camminò a fianco, persuadendolo a rallentare il passo.  Nevicava e un pallore mortale illuminava il viso della ragazza.  Al tempo della scuola non poteva misurare la bellezza maliosa, che adesso gli faceva battere il cuore infantilmente. “L’uomo non è stato creato per la morte, perciò, in alto, il dolore si estingue.  La neve attutisce i colpi della vita.  La neve è silenziosa, come la memoria dell’eterno”.  Simeone non poteva articolare parola.  I pensieri e le lacrime gli gonfiavano il cuore” (pp. 59-60).
[L’Ultrarivoluzione per restaurare la “Cultura Originale”] Dai ricordi, che si sovrappongono alla discussione sulla crisi dei valori, di colpo nell’Ultrarivoluzione.  Niente sangue e ammazzamenti, almeno all’inizio.  Un sequestro.  Un terzetto di rivoluzionari, indossanti un bracciale con la falce, il martello, la swastika, porta Simeone e i suoi compagni in certe costruzioni (chiamate Collana d’Armonia) vicino ad un vecchio paese, dove cominceranno la loro rieducazione.  Nel paese, pieno di imposto simbolismo rivoluzionario, c’è una statua a Pol-Pot,  “l’ecologico massacratore asiatico”; una piazza dedicata a Wilhelm Reich, lo “psichiatra deragliato”, sessuomane morto pazzo, che farneticava di “energia orgonica”; la Finestra panoramica Gilles Deleuze, etc.  L’insieme dà un’impressione surreale e dadaista.   “Questa notte, prima dello sciopero, c’è stato un cambiamento radicale. […] È in atto un processo di restaurazione della Cultura Originale.  L’Occidente cristiano è al tramonto.  Lo dice la parola stessa, occidente-cadente […] La radio, intanto, ha annunciato che la schiavitù dei consumi è abolita.  Le Entità stanno scrivendo il nuovo codice dei valori.  Per il loro adattamento gli specialisti hanno studiato ogni dettaglio…un programma virtuoso e piacevole.  Oggi stesso ascolteranno la prima lezione di ecologia dura” (p. 67).  Naturalmente Simeone tenta di protestare.  Nascono discussioni.  Un rappresentante delle Entità, così apostrofa Simeone.  “Lei è un caratteristico prodotto del kalî-yuga! Perciò rimane sordo al suono del neo pensiero.  Noi propiziamo il ritorno all’età dell’oro.  Noi la correggeremo, noi la ricreeremo.  La faremo uscire dalla caverna teista, a calci se sarà necessario! Ne parleremo, il tempo per aggiornarla non ci mancherà.  Domani s’inaugura il corso di educazione metapolitica.  Inizieranno i professori Gamballarghi e Ceneretti, che commenteranno la grande opera di Gilles Deleuze, Diventare molteplici” (p. 81).  La Nuova Età è ormai alle porte.  “Le forze reattive saranno eliminate dalla trasmutazione.  L’unione di Dioniso ed Arianna è prossima.  Noi scioglieremo il crampo di tutte le muscolature genitali.  L’uomo guarirà dalla lue monoteista.  Diventerà un’onda nell’oceano divino.  Anche lei si arrenderà alla nostra arte” (ivi).
Comincia la “rieducazione”.  Assistiamo ad un’esposizione in chiave brillantemente satirica dell’ideologia strampalata che sorregge il “politicamente corretto” dominante, il cui scopo ultimo tuttavia non fa per niente ridere, visto che mira a fare degli italiani tanti “scettici illuminati ed integrati” (p. 74).  Tale scopo si può raggiungere solo sradicando del tutto il Cristianesimo dai cuori e dalle menti.  Ma non siamo alla riedizione delle campagne ateistiche della Rivoluzione Francese o dei regimi comunisti di un tempo.  Elemento essenziale della lotta contro la vera religione è lo scatenamento della superbia dell’uomo, per spingerlo (alla maniera degli gnostici) alla rivolta contro l’ordine naturale istituito da Dio.  I sequestrati devono indossare “una tuta color coloniale”, abitare in baracche dal tetto di lamiera, prendere orribili pasti “biologici” in comune serviti da “inservienti scalzi e vestiti d’arcobaleno”, sotto lo sguardo delle Entità o comunque di loro rappresentanti, con le relative “omelie” di “professori” all’uopo designati; sorbirsi “seminari” che illustrano il neopensiero.
[Apologia della Trasgressione]  Il “sovrano della mensa” sta appollaiato su di un sedile rialzato dal quale, circondato da ospiti d’onore, controlla la comunistica refezione:  un piccolo uomo non più giovane, dal viso scarno, cupo e distante, coltissimo e celebre intellettuale, critico letterario e famoso editore.  Il tutto sembra una sinistra parodia dei pasti in comune nei conventi di un tempo.  Le letture fatte ad alta voce durante la refezione non sono tratte dai Vangeli ma dai testi di Nietzsche, mentre “l’omelia” di un iniziato, che saluta i nuovi ospiti, esalta “le nozze di Nomos e Adikia” ossia l’incontro degli opposti e contrari:  della Norma e della sua Trasgressione, alla maniera degli gnostici antichi.  “Ora sappiamo che qualsiasi separatezza delle due dimensioni è dia-bolica.  Il segreto dei nostri cuori muove verso l’accogliente donarsi, che accende il fuoco della promessa.  I nostri cuori hanno formato un arcipelago che sovrasta le tempeste cristiane e naviga verso l’eterno…”(p. 88).  I compagni di mensa già residenti nel centro di rieducazione svelano ai nuovi arrivati le fonti della filosofia che ispira il centro stesso:  le ricette della pessima cucina loro somministrata sono state scritte nel XVIII secolo dall’abate Deschamps, uno dei teorici del comunismo utopico, nemico del matrimonio.  “Affinché nessuno potesse godere i favori esclusivi di una bella, concepì un regolamento che rendeva obbligatorio esercitare al buio il comunismo sessuale e/o bisessuale” (p. 90).  E difatti la cerimonia di iniziazione (per soli volontari, peraltro sempre numerosi) che avrà luogo in forme farsesche e granguignolesche quale momento clou dell’educazione al nuovo pensiero e stile di vita, si terrà in modo simile, riproponendo “l’incubo” degli “usi deplorati dall’Alessandrino negli Stromata, gli usi del paganesimo più decadente (p.93; pp. 153-159).
   [Fonti del Neopensiero]  Al di là delle allegorie e dei simboli, degli eventi simbolici che popolano con indubbia efficacia descrittiva e polemica l’incubo, che vive di dottrine e stati d’animo e non di fatti realmente accaduti (p. 187), è necessario (anche senza poter esaurire i molteplici spunti presenti nel viaggio) presentare al lettore le principali dottrine che, in un apparente disordine  vengono a costituire il mosaico del neopensiero.  Innanzitutto, l’utopismo a sfondo materialista e sensista del Settecento illuminista, con la sua intrinseca, volterriana irreligiosità.  Poi, l’immancabile Marcuse, che “ha riciclato il delirio di Nietzsche coprendolo con un’etichetta di sinistra” (p. 91).   Marx, in quanto “posseduto dall’ebrezza del nulla” (ivi), ovvero il nucleo nichilista e distruttivo del marxismo, dottrina che esalta l’odio di classe, la violenza come metodo di lotta e di governo, nemica acerrima del matrimonio, della famiglia, della religione, di una visione normale della società, che proclama destinata a dissolversi nell’impossibile società senza classi del futuro; nucleo nascosto in una filosofia della storia apparentemente positiva, perché auspica il riscatto delle classi più umili e si mostra ottimista sulla “magnifiche sorti e progressive” dell’umanità. La teosofia, impersonata dal mito del Tibet (“la tecnica tibetana trasporta al di là delle regole morali, perfino al di là della fantasia più accesa”, p. 93), e quindi dal buddismo tantrico, quello della “magia sessuale”, dal ripescaggio di autori come Guénon, con i suoi vaneggiamenti sull’uomo che si ricrea liberandosi della fede nel vero Dio con l’appropriarsi una nascosta sapienza (orientale) originaria, supposta madre di tutte le religioni positive, sapienza che in realtà non è mai esistita, se non nelle menti di gnostici, massoni, occultisti, venditori ambulanti di ogni sorta di esoterismo.
[La ribellione “germanica” contro Dio] Ma con queste ultime pseudofilosofie e laiche pseudoreligioni siamo già al momento terminale dell’involuzione che conduce al neopensiero.  Il contributo principale sarebbe stato quello offerto dal “pensiero germanico”.  Inteso come?  Come quel pensiero che ha posto, più di altri, l’esigenza della necessità della libertà dell’uomo di fronte a Dio (p. 99).  Ora, questa “libertà” piena di superbia e spirito luciferino, viene esposta (nel seminario “psicoattivo” organizzato dal prof. Gamballarghi, noto “psicopompo” al servizio delle Entità) in modo  solo apparentemente bizzarro, cioè attraverso l’opera di Wagner. Il quale “fa dire a Wotan che ‘è ridicolo asservire i servi del destino:  divino sarebbe creare un uomo libero, che solamente compisse quanto io voglio’.  Ecco svelati i protagonisti della commedia teologica messa in scena dagli autori dell’Antico Testamento e dai metafisici:  un dio che vuole obbedienza e un uomo che può obbedirgli o disobbedirgli […]  Avendo intuito la radice dell’inganno, Marcione [l’eretico padre degli gnostici e dell’antisemitismo] postulava una divinità silente e abissale, cioè opposta al dio che ha dettato la legge a Mosé.  Solitamente non ci pensiamo, ma la civiltà cristiana è nata dall’inganno svelato da Marcione e dalla divina diade Bakunin-Wagner.  La finalità dei nostri seminari è per l’appunto liberarvi dall’inganno teologico […] Le leggi stesse con le quali un dio afferma la sua sovranità, lo traducono in prigionia della libertà concessa alla creatura […] Wotan vuole che la creatura libera voglia liberamente quello che lui, Wotan, vuole tassativamente e infallibilmente […] L’eventuale rifiuto di obbedire abolirebbe la trascendenza degli dèi” (pp. 99-100).  Abolirebbe in realtà gli dèi e la religione stessa, la sua necessità:  “Wotan, gli dèi e i semidei del Walhalla si dissolvono per l’eternità, schiantati dall’ignoranza invincibile e santa di Sigfrido” (p. 102).  Wagner si incontrerebbe allora con Spinoza.  Continua a spiegare lo psicopompo:  “il cammino della libertà spirituale comincia quando si coglie l’ispirazione marcionita (dove marcionita significa anticattolica) della dottrina wagneriana.  Il problema dell’umanità contemporanea è capire che il bene e il male sono destini.  Ovvero che il male consiste nell’essere. In questo senso è decisivo l’audace accostamento, osato dall’editor mirabilis Rosati, della sensualità pagana di Wagner all’irenismo etico di Spinoza […]  Spinoza aveva dimostrato che è sufficiente un atto del pensiero per spezzare le catene della dipendenza dal dio.  Questa è la grande scoperta dello spinozismo e del wagnerismo:  il fato esclude  che la libertà dell’uomo conosca l’ineffabile volontà divina, dunque postula una libertà ignara, e perciò impossibilitata sia a obbedire che a disobbedire […] Tramontati gli dèi, l’uomo si ritrova nella perfetta solitudine e nella gioiosa indifferenza al bene e al male.  L’orizzonte decreazionista ultimamente disegnato da Simone Weil ”, in altro luogo del romanzo definita con rara efficacia “pitonessa neocatara”(pp. 100-102; p. 85).
[La scomparsa dei “problemi morali” dal nostro orizzonte]  Ma come può l’uomo, dotato da Dio del ben dell’intelletto, non rendersi conto dell’esistenza di una volontà divina le cui leggi devono esser comunque rispettate?  E il mondo, con tutto il suo meraviglioso ordine, si è forse creato da solo?  Non esiste una morale naturale, iscritta nei nostri cuori?  Il peccato originale ha indebolito la nostra mente, rendendola succube delle passioni, non l’ha distrutta.  Volendo, siamo sempre capaci di ragionare.  Ma i sequestrati cercano invano di contraddire lo psicopompo, un torrente in piena, che alla fine crede di metter tutti a tacere sentenziando:  “Ma perché ci perdiamo in sciocchezze?  I problemi morali sono caduti insieme con gli errori della metafisica” (p. 102).   Dalla singolare dottrina del neopensiero esce comunque una constatazione che risponde al vero, nel senso che oggi (e da tempo) non si parla più di “problemi morali”.  Vassallo coglie qui un punto essenziale. Dalle nostre università non sono forse di fatto scomparsi i corsi di “filosofia morale”?  Erano corsi dignitosi, a volte di altissimo livello, che fornivano un quadro esauriente dello sviluppo del pensiero etico, dai Greci in poi.  L’etica, quella vera, è inseparabile dalla religione e dalla metafisica.  Scomparse l’una e l’altra, come può mantenersi un’etica?  Non se ne parla nemmeno più, è evidente.  Anche se, a ben vedere, non si tratta solo di una carenza speculativa e teologica.  Il discorso sui “problemi morali” non può più farsi anche a causa del femminismo, del quale il romanzo (senza prenderlo di petto) evoca tuttavia i presupposti “culturali”, disseminati nelle “omelie” del neopensiero:  l’esaltazione dell’androginia, dell’indistinzione erotica tra il maschio e la femmina, di Apollo e Dioniso in quanto “divinità bisessuate”; il disprezzo della fecondità e quindi del matrimonio, articolato nell’esegesi di oscure e decadenti mitologie orientali (pp. 107-114).  Il femminismo, infatti, ha reso trasgressivi (il termine è usato oggi con compiacimento) i costumi delle donne della nostra epoca, di una parte di loro talmente ampia da sembrare netta maggioranza.  Riaprire il discorso sui “problemi morali” vorrebbe dire (suscitando violente reazioni) esser costretti, tra l’altro, a sottolineare la scomparsa di valori fondamentali della femminilità, intesa (come dev’essere) in senso etico e non meramente estetico: mi riferisco all’assenza evidente di modestia e pudore che, ormai da diversi anni, caratterizza il comportamento di molte donne sin dall’età giovanile.  Come dimenticare le studentesse che nei nutriti cortei invocanti il “diritto” ad abortire o celebranti la “giornata della donna”, riunivano ritmicamente le mani sopra la testa a mimare oscenamente la forma della vulva, che gridavano per l’appunto di voler “gestire” come piaceva a loro? E che dire della singolare ambizione che spinge oggi tante donne a disprezzare il matrimonio, la famiglia e la maternità, per poter competere con gli uomini in tutti i campi, al fine di dominare nelle professioni e nella politica attiva sì da prender un domani nelle proprie mani il governo degli Stati?
[Padre Sergio, il buon sacerdote]  La denuncia del “pensiero germanico” quale protagonista  principale (certo non il solo, bisogna ricordare) dell’attuale decadenza, viene ripresa, nella parte finale del libro, nei ragionamenti affidati a Padre Sergio, figura del sacerdote rimasto fedele alla Tradizione della Chiesa, a cominciare dalla Messa di rito romano antico, e per questo perseguitato e ridotto allo stato laicale.  Sono molto belle le pagine nelle quali viene ricostruita la sua vocazione sacerdotale, fanno rivivere la Chiesa cattolica della nostra infanzia, non ancora inquinata dagli “aggiornamenti” alla modernità (Una vocazione d’altri tempi, pp. 129-135).  Padre Sergio vive in semiclandestinità presso due anziane e distinte sorelle reazionarie, tollerate dalle Entità (pp. 123-127).  Le autorità religiose hanno, infatti, instaurato un “dialogo” anche con le anticristiane Entità.  L’Ordinario competente riteneva “Rosati un non credente aperto al dialogo e alla ricerca della verità.  Al funerale della mamma fu visto piangere […]  Egli mi confidò che stava addirittura pensando di creare una speciale cattedra di testimonianza da affidare a Rosati…la cattedra dei credenti atei” (p. 147).  La parodia della bizzarra e sconclusionata “cattedra dei non credenti” allestita dal defunto cardinale C.M. Martini è efficacissima.  E Padre Sergio non esita a mettere il dito sulla piaga:  “Il malessere ha messo radici nella nostra Chiesa.  Pio XII aveva indicato il pericolo, nella Humani generis.  Troppo tardi.  Intorno a lui molti, e non dico i peggiori, erano già preda delle suggestioni[…] Sua eccellenza ritiene che criticare esaspera i giovani e tradisce la loro sete di giustizia. Forse è per questo che mi hanno destituito e confinato qui:  irritavo i giovani, frenavo i loro impulsi generosi.  La paura, il fumo di Satana, fa apparire gli inesistenti lati buoni delle Entità.  Questi sono i pastori pigolanti al cospetto di un mondo che avrebbe bisogno di udire ruggiti” (pp. 147-148).  È il pigolare e lo squittire di un cattolicesimo che sembra sul punto di esalare supinamente l’ultimo respiro, se non sapessimo che il Capo effettivo della Chiesa è Nostro Signore, il quale saprà ben Lui come intervenire, al momento opportuno.
      [Heidegger pensatore “germanico”, come Heine]  E proprio Heidegger, in una lettera del 1933, riprendendo il tema centrale della rivoluzione conservatrice, “dichiara di voler condurre la cultura nazionalsocialista alla lotta contro lo spirito morente del cristianesimo” (p. 149).  Heidegger non è forse la figura più rappresentativa del “pensiero germanico”?  Ma è giusto dire “germanico” invece di “tedesco”?  Il termine sembra in realtà appropriato poiché indica l’emergere nel pensiero tedesco della  componente “germanica”, così come appare ad esempio nell’invocazione di Heinrich Heine, raffinato poeta e saggista del primo Ottocento, mirante a togliere gli dèi dei Germani (e dell’antichità classica) dall’esilio nel quale li aveva cacciati il cristianesimo trionfante:  toglierli per riproporli contro lo stesso cristianesimo.  Nella sua battaglia contro l’odiata religione, Heine voleva utilizzare in senso culturalmente rivoluzionario “le potenze nascoste del paganesimo classico e germanico”(Reimar Klein).  L’israelita Heine incautamente si adoperava ad esorcizzare gli spiriti tenebrosi della foresta nibelungica.  L’ispirazione “germanica” e quindi irrazionale è evidente in Heidegger, filtrata attraverso Hölderlin e Nietzsche.  “Heidegger – continua Padre Sergio – a chi sa leggerlo attraverso Hölderlin, si rivela l’autore di una mistica vaneggiante. Concepito l’essere primordiale come il Nulla dall’idealismo, immagina la creazione come caduta degli enti nell’inautentico, dove si squadernano le situazioni dell’inganno e della vanità […]  L’imperativo vivere per la morte, significa anzitutto che si deve vivere nel disordine.  Di qui la biografia di Heidegger [e di Sartre e Simone De Beauvoir, aggiungo, la celebre “coppia aperta” che lo considerava un maestro]. L’ontologia negativa genera il culto degli eroi negativi e dei popoli viziosi” (pp. 149-150).  Ma bisogna riaffermare la verità: “Dio è l’ipsum esse”.  Non è l’indifferenziato divenire. Né il Tutto. Né può concepirsi la “morte di Dio”, idea a dir poco ridicola.  “Importante è uscire – dice nelle pagine finali un altro personaggio positivo del libro – dal dilemma dell’imbroglione tedesco in braghe alla zuava:  perché l’essere piuttosto che il nulla”(p. 183).  Alla mortifera spiritualità di Heidegger, orientata verso la morte e il nulla, bisogna contrapporre, afferma audacemente (ma giustamente) Vassallo, la cattolica Edith Stein, “il più luminoso spirito della Germania moderna, che parla di coloro che l’azione santifica [in senso cristiano] strappandoli dalla comunità degli uomini cosiddetti naturalmente ben pensanti” (p. 184).
[L’irriverenza di Vassallo è giustificata] Ma non avrà esagerato Vassallo con l’irriverenza della sua satira, che comunque va sempre a colpire concetti e stili di vita ben precisi, bersagli ben difesi?  Heidegger, considerato ancor oggi il più grande pensatore del XX secolo, non ha forse analizzato in profondità i meandri esistenziali dell’uomo contemporaneo, riscrivendo l’impianto stesso della metafisica, delle “categorie”?  Il fatto è che, nonostante la profondità di certe sue analisi, tutto il suo discorso sembra viziato da un incredibile paradosso, quello di voler dimostrare che “il Nulla è qui”, contro il Dio creatore.  Pertanto, il suo discorso teoretico si avvita su se stesso, avendo bisogno di una terminologia che esprima l’inesprimibile e l’indimostrabile, ossia che “il Nulla è qui”, terminologia fatalmente intrisa di neologismi, alcuni dei quali del tutto incomprensibili persino per i tedeschi.  Ma la montagna partorisce l’inevitabile topolino poiché la dimostrazione dell’esistenza del Nulla viene alla fine trovata nella sensazione del timor panico, dell’incontrollabile smarrimento esistenziale; nel timore, nell’angoscia che spesso senza causa affliggono gli uomini nella loro “cura” quotidiana: tutti stati d’animo che presuppongono per l’appunto l’essere, dimostrando essi con la loro stessa esistenza dentro l’animo nostro che il Nulla non esiste.
Non esagera quindi Vassallo, a parte (a volte) qualche sberleffo di troppo.  E nemmeno quando sembra mancare di irriverenza nei confronti della scienza contemporanea.  “La prossima lezione si terrà domani alle ore sei in punto.  Alla luce della nuova fisica, che osserva il pallone entrare in porta prima che il calcio sia sferrato, il chiarissimo prof. Idro Lapo Ceneretti confuterà il principio di causalità” (p.104).  In effetti, non mancano di certo tra scienziati e filosofi della scienza le elucubrazioni sull’inversione del principio di causalità nell’ambito degli eventi fisici o sull’inesistenza del tempo.  Si tratta di speculazioni che riflettono, in modo a volte per l’appunto bislacco, la crisi nella quale è caduta la fisica da quando, penetrando nel mondo subatomico è giunta a scoperchiare il sostrato della materia, non riuscendo più ad applicarvi le categorie della scienza classica (di Galileo, di Newton) fondate sul senso comune e quindi sul principio di causalità. 
[Leopardi però non c’entra con il neopensiero]  Nell’includere anche Leopardi nella filosofia dello “odio gnostico contro la vita” a causa del suo desolato pessimismo (p. 150), mi sembra, invece, che Vassallo abbia esagerato.  Non direi proprio che il pessimismo di Leopardi esprima lo spirito di ribellione contro Dio e il desiderio di rovesciare tutti i valori che si riscontra nel Nichilismo contemporaneo, del quale il Neopensiero è l’ultima incarnazione. In Leopardi, come sappiamo, v’è una nota del tutto personale: l’infelicità di un individuo piccolo, storto, gobbo, malaticcio, che le donne non degnavano di uno sguardo. Leopardi soffriva anche del clima opprimente dell’Italia della Restaurazione. Non bisogna certamente lasciarsi sedurre dal pessimismo leopardiano che, nella sua radicalità, è del tutto negativo, e inclina a far perdere la fede.  Ma è vissuto dal poeta come uno stato d’animo provocato dalla natura matrigna, che si deve subire, e non si muta in ribellione verso Dio. Anzi gli ispira profonde e poetiche riflessioni sulla caducità delle passioni e delle vicende umane; sulla vanità e falsità delle religioni secolari:  gli ispira insomma la condanna anticipata di tutto ciò che al neopensiero sembra positivo.
La mia è comunque una critica su di un aspetto minore dell’opera.  Che resta validissima, nella sua coraggiosa e più che fondata polemica, per di più letterariamente pregevole, contro il “politicamente corretto” che ci opprime.


Il  Recensore

venerdì 1 agosto 2014

Adriano Olivetti, magici abbagli sulla socialità

Un geniale e instancabile studioso italiano, Valentino Cecchetti, nel 2007 ha pubblicato "Il socialismo magico in Giacomo Noventa e Adriano Olivetti" e  nel 2012, per i tipi dell'editore Marco Solfanelli, "Giacomo Noventa. L'errore della cultura italiana", due saggi che svelano il curioso accoppiamento di scienza illuminata e caliginoso magismo nell'ideologia riformatrice elucubrata dai promotori del movimento "Comunità".
 A indiretta conferma delle tesi di Cecchetti esce ora, nella collana "micromegas" delle edizioni Solfanelli, un saggio di Mario Sammarone, "Il mito della sociologia. Intervista a Franco Ferrarotti", in cui si legge la puntuale ammissione dell'influsso di abbacinanti suggestioni misteriche e di striscianti mitologie regressive nella scuola sociologica di Ivrea.
 Ferrarotti, erede e interprete del pensiero di Olivetti, infatti, misura la tecnica sul metro del  pensiero volante verso le nuove e doppie frontiere della rivoluzione.
 All'intervistatore, che gli ha proposto un paragone tra il movimento di Olivetti e il futurismo, Ferrarotti replica indicando il versante umbratile della tecnologia: "Marinetti ha scritto qualcosa: esaltava la macchina con le sue qualità, tuttavia non si rendeva conto della disciplina della macchina. Certo, il momento dell'innovazione tecnica ti rende più libero, basti pensare all'introduzione delle macchine nei lavori dell'industria o dell'agricoltura che sollevano l'uomo dalle fatiche, per non parlare delle performances ed emancipazioni della vita pratica che un telefono cellulare consente. Ma nello stesso tempo la macchina ti svuota, ti impoverisce dell'esperienza, l'esperienza che è propriamente umana".
 Accertata l'invasività dell'esperienza tecnocratica, Ferrarotti indica la via d'uscita nella critica radicale al sistema capitalistico: "Il modo di produzione capitalistico è la massimizzazione del profitto nel più breve tempo possibile. Ora fin quando avremo del profitto una concezione riduttiva, per cui esso si traduce soltanto in un vantaggio monetario che attraverso i dividendi va ad alimentare i conti in banca degli azionisti privati, fino a quando noi riterremo che i dirigenti industriali e gli operatori finanziari abbiano come unico termine di obbligazione etica la remunerazione degli azionisti privati, il cosiddetto private banking, evidentemente avremo questa spasmodica tensione verso l'aumento della crescita indipendentemente dal profitto".
 A prima vista l'obiezione di Ferrarotti al capitalismo frenetico e vampiresco appare in qualche modo compatibile con le idee esposte da Pio XI nell'enciclica Quadragesimo anno, indicazioni recepite dalla scuola costituita nella Normale di Pisa da Giuseppe Bottai e Carlo Costamagna.
 Se non che Ferrarotti indica una diversa e non razionale fonte del progetto di riforma economica da lui concepito in continuità con il pensiero di Olivetti: "Come uscire da tutto questo?" si domanda. E indica la fonte ideologica di un radicale progetto di rivoluzione: "l'opera di Georges Bataille può offrire notevoli spunti di riflessione. Georges Bataille era uno scrittore francese [in realtà un surrealista, furente/ripugnante pornografo, autore de "L'ano solare", opera di un depravato che riuscì nella non facile impresa di scandalizzare Jean Paul Sartre, che di Bataille propose la caricatura feroce che si legge nella raccolta Le mur, ndr] che si interessò di economia politica e negli anni Cinquanta produsse un poderoso studio sulle civiltà storicamente determinate alla luce del problema della produzione eccedente. Rileggere oggi la sua opera può mostrare inedite prospettive di sviluppo, che possono far dirottare le forze più sane della società - forze che malgrado tutto hanno portato alla creazione di questa civiltà e quindi forze molto potenti - verso sbocchi di maggiore armonia sociale e coesione tra gli uomini".
 Quale segreta forza spinga uno studioso della statura di Ferrarotti ad attingere nella pozzanghera di Bataille non è dato sapere. Certo è che la dottrina economica di Bataille si riduce a un rovente/devastante delirio regressista: "Secondo lo scrittore (afferma Ferrarotti) l'umanità e il suo pianeta, l'organismo vivente, hanno una quantità di energia disponibile superiore alla necessità di sostentamento e la crescita economica avviene quando c'è un eccedente di produzione. Ogni società ha utilizzato questo sovrappiù di ricchezza in maniera peculiare trasformandola in caratteristica struttura sociale: il surplus produttivo e il suo utilizzo sarebbero la matrice più riposta di ogni civiltà a cui Bataille da appunto il nome di parte maledetta".
 Bataille rammentava che le popolazioni più antiche della terra "dissipavano questa eccedenza attraverso il potlac, un mezzo di circolazione di risorse che avveniva durante una festa attraverso la dissipazione - la dépense come direbbe Bataille - di una enorme quantità di ricchezza". 
 Animati da tale convinzione i capi degli antichi clan potevano far distruggere un intero raccolto "al fine di umiliare i capi rivali per manifestare così la loro superiorità".
 Il rito demenziale celebrato dai megalomani al potere in alcune tribù antiche dunque è proposto quale criterio atto a preparare la soluzione dei problemi posti dal capitalismo.
 Bataille si spingeva fino al punto di esaltare la società degli Aztechi che "ogni anno sacrificavano migliaia e migliaia di uomini in un'ecatombe offerta al dio sole".
 La decrescita dell'economia mediante lo spreco e il sacrificio umano in definitiva sono proposti quali correttivi al capitalismo.
 Sembra che Ferrarotti, benché dotato di uno sguardo penetrante, non veda che la soluzione proposta da Bataille coincide con il piano regressista/tanatofilo, concepito e portato avanti dal più infame e tenebroso capitalismo/mondialismo, la mostruosa macchina politico-finanziaria, che ultimamente promuove la dolce decrescita, una disgraziata, feroce utopia, che contempla il sacrificio - l'ecatombe, il potlac - di milioni di nascituri e di giovani coinvolti in guerre insensate.

 La tranquilla e dotta circolazione del delirio neo-ideologico completa uno scenario incuboso, segnato dai bagliori (apocalittici?) delle guerre, delle spaventose epidemie e della indomabile crisi economica.

Piero Vassallo