lunedì 22 febbraio 2010

DESTRA ULTRASONICA E CULTURA DI DESTRA

Se la cultura di destra fosse quel concerto di ultrasuoni, che Gianfranco Fini ha lanciato da un fischietto udibile solo dai cani e dai politicanti ammaestrati da Fabio Granata e da Alessandro Campi, avrebbe ragione il dottor Pier Luigi Battista, il quale, in una tagliente pagina del sontuoso “Sole 24 ore” (domenica 17 gennaio 2010) sostiene l'inesistenza di intellettuali ascrivibili a detta area.

Se non che Gianfranco Fini, il duce della latitanza culturale contemplata da Battista, non rappresenta la destra, non proviene dalla cultura di destra, non è neppure un mutante di destra.

Mutante è il ghost writer, l'autore della filastrocca sincretista ultimamente firmata da Fini. Una scuola di pensiero dice che il fantasma è un rautiano, di passaggio da destra a sinistra. Un'altra scuola sostiene che è il cantante ecumenico Jovanotti, in cammino da sinistra a destra.

Sul mutante entrambe le scuola forse sostengono il vero.

Il giudizio è sospeso. Non si tratta di Fini, ad ogni modo. Per rappresentare una mutazione, infatti, occorre che esista un mutante. Il vuoto mentale di un “creato” di donna Assunta, non può cambiare, attesa la sua conclamata appartenenza al nulla.

Nel nulla non si dà cambiamento, dunque non si può trovare l'ombra del cambiante e del cambiato. Intorno al nulla – caso mai – abita il comizio sofistico, la battaglia delle parole senza concetto, la chiacchiera che ieri esaltava Benito Mussolini e oggi scopre Hanna Arendt.

L'ignoto ghost writer di Fini traduce, con dotto eleganza, il non pensiero circolante intorno alla non lettura di Mussolini e della Arendt.

In questa scena comiziale, patetici sono i politicanti che tentano di interpretare il messaggio lanciato dal nulla. E patetici, alla fine, sono anche i giornalisti che confondo la cultura di destra con i pensieri dell'effimero trio Fini-Bocchino-Polverini.

Il dottor Battista sostiene che negli ultimi vent'anni la cultura di destra non ha prodotto niente. Ma cosa intende per cultura di destra? Le interviste televisive di Italo Bocchino? Gli articolini di Adolfo Urso? I fondini della volonterosa Perina? Le esternazioni della Polverini? Le acrobazie post-evoliane e post-rautiane di Fabio Granata?

Il dottor Battista ha mai nutrito il sospetto che a destra ci sia altro da pensiero rasoterra? Stenta ad ammettere che la destra moderna ha avuto inizio in Italia (lo dimostrò Giovanni Gentile) dalle insorgenze antigiacobine? Ha difficoltà a riconoscere che il “moderno”, combattuto dagli insorgenti italiani, è caduto nella polvere nietzschiana e heideggeriana? Legge, su “Repubblica”, gli articoli scritti dall'affranto Scalfari per confessare la catastrofica conversione della modernità al nichilismo? Può seriamente nascondere il radicale ribaltamento della scena contemporanea? Può ignorare la fine ingloriosa delle ideologie progressiste? Se non può (e non si vede a che titolo possa tirarsi indietro) si renderà conto che esiste una destra più profonda e più attiva del Fini-pensiero, del Bocchino-pensiero, del Polverini- pensiero.

Il dottor Battista può fingere d'ignorare l'esistenza di un'agguerrita destra tradizionalista. Può fingere di non aver letto la storia del rinnovamento missino scritta da Giuseppe Parlato. Può sostenere di non saper nulla degli articoli di Francesco Orestano, che (nel biennio 1942-1943) hanno avviato la conversione della cultura ufficiale al c. d. “secondo fascismo”, cioè al tradizionalismo di Niccolò Giani, Guido Pallotta, Balbino Giuliano, Armando Carlini, Nino Tripodi (l'autore di un importante saggio su Vico e la destra italiana).

Addirittura può far credere di non rammentare l'esistenza di Ernesto De Marzio e di Giovanni Volpe, i geniali organizzatori culturali, che promossero il rinnovamento della cultura di destra. Alle loro iniziative aderirono pensatori di alto profilo, quali Cornelio Fabro, Giorgio Del Vecchio, Carlo Costamagna, Gabriel Marcel, Nicola Petruzzellis, Ugo Papi, Augusto Del Noce, Marino Gentile, Francesco Gentile, Ennio Innocenti, Ettore Paratore, Francisco Elias de Tejada, Marcel De Corte ecc.

Infine Battista può raccontare ai suoi lettori che scrittori appartenenti alla cultura cattolica e alla buona destra, quali Gianni Baget Bozzo, Attilio Mordini, Fausto Gianfranceschi, Giano Accame, Fausto Belfiori, Francesco Grisi, Giovanni Torti, Marco Tangheroni, Silvio Vitale, Giulio Alfano, Marcello Veneziani, Primo Siena, Angelo Ruggiero, Roberto De Mattei, Alberto Rosselli, Tommaso Romano, Pietro Giubilo, Pier Franco Bruni ecc. non esistono e se esistono sono insignificanti. Tutto ciò è lecito, nel regime delle parole in libertà. Ma le parole, per sfuggire all'abbraccio della faziosa libertà, volano oltre l'ostacolo e vanno a cadere fuori dal seminato.

Piero Vassallo

http://artrc.blogspot.com/2010/02/destra-ultrasonica-e-cultura-di-destra.html

venerdì 19 febbraio 2010

Un libro pericolosissimo... (di Franco Damiani)

 E’ per me un discorso difficile, perché in quel gruppo ho un grande amico, Giuseppe Manzoni di Chiosca, e un altro grande amico, Siro Mazza, è legato per ragioni biografiche all’esponente di punta del gruppo stesso.
Prima o poi comunque era un discorso che avrei dovuto affrontare.
Oggi mi è arrivato “Itinerari della destra cattolica” di Piero Vassallo (ed. Solfanelli) e ho cominciato a leggerlo. Grande pensatore, stile avvincente, mille suggestioni.
Però.
Già cinque anni fa, al convegno romano “I tradizionalisti cattolici” (26 febbraio 2005, corso Vittorio) mi colpì che venisse usasta questa formula assoluta. Chi erano i “tradizionalisti cattolici”? Vassallo, appunto, Luciano Garibaldi, Piero Giubilo, Giuseppe Manzoni, Tommaso Romano, Massimo Anderson. Insomma un gruppo ben definito, con una propria ideologia precisa. Che però si considera un tutto: “i” tradizionalisti cattolici italiani, “la destra cattolica” come suona il titolo di questo libro. Al di fuori di loro, che ci sarà mai? I leoni, le tenebre esteriori? Eppure, al di fuori di loro c’è tanto: tutto il movimento lefebvriano (oggi dovremmo dire: quel che ne resta), tutto il sedevacantismo…
Ratzingeriani di ferro, Vassallo e compagni: Ratzinger sta compiendo “la liquidazione degli accaniti rimasugli del progressismo cattolico e delle illusioni postconciliari” (p. 11).
Andiamo avanti: “Un rifiuto intransigente, che in alcune contorte affermazioni del magistero vede lintenzione di avviare un processo inteso alla discontinuità teologica. TALE RIFIUTO DIPENDE DA UN PESSIMISMO IN SE’ LECITO, MA NON SEMPRE COMPONIBILE CON LA SPERANZA VIRTU’ TEOLOGALE. Si tratta del pessimismo, che attribuisce valore impegnativo alle espressioni lacunose e oblique del magistero recente, giudicandole dettate dalla segreta intenzione di approvare gli eccessi e le deviazioni ecumeniche della vera fede. Il pessimismo, inoltre, non sa apprezzare nel modo dovuto le dichiarazioni del magistero (ad esempio quelle contenute nella Dominus Jesus) conformi alla dottrina tradizionale” (pp. 13-14).
E già qui ci si potrebbe fermare.
Quei “pessimisti” infatti siamo noi, sedevacantisti o “ecclesiavacantisti” delle varie obbedienze. Il termine ricorda sinistramente i “profeti di sventura”.
Ad essi viene contrapposta “una considerazione fiduciosa, ispirata al sano ottimismo, CHE, INVECE, GIUDICA IMPEGNATIVE SOLTANTO LE AFFERMAZIONI DEL MAGISTERO A SOSTEGNO DELLA DOTTRINA DI SEMPREE GIUDICA NETTAMENTE MA SENZA TRARRE CONCLUSIONI CATASTROFICHE LE FORMULE APPARENTEMENTE CONTRARIE, CHE SI TROVANO SPARSE NEI DOCUMENTI DI CIRCOSTANZA E NEI DOCUMENTI CHE NON IMPEGNANO IL DOGMA. L’ottimismo, pertanto, fa proprie le ragioni dell’”ermeneutica della continuità“, affermate da Benedetto XVI in vista della restaurazione del cattolicesimo”.
Per inciso noto le implicazioni politiche di simile impostazione, di cui filoamericanismo e filosionismo sono solo le più evidenti.
Dal punto di vista teologico e filosofico, balza agli occhi che quelle che il fronte intransigente, antiratzingeriano, rifiuta, non sono “espressioni lacunose e oblique” ma autentiche eresie, come quella del “doppio canale di salvezza” per cristiani e giudei o come quella dello “stesso Dio” per ebrei, cristiani e musulmani.
Duole sinceramente vedere persone di tanta intelligenza e di tanta cultura cadere ingenuamente nella trappola ratzingeriana volendo per forza restare aggrappati a un “magistero” così largamente infettato di errore. Non si chiama questo “wishful thinking”, l’errore capitale, secondo Bossuet, di scambiare ciò che si vorrebbe per la realtà? E la prima regola per ogni cattolico non dovrebbe essere il realismo? Forse che ci si gode a denunciare le incoerenze del presunto successore di Pietro? Non lo ripetiamo sempre che ciò che diciamo lo diciamo con la morte nel cuore?
Non vale, domando a Vassallo, per la Prima Sede la regola che vale per ogni credente, quella per cui “chi nega un solo dogma di fede nega tutta la fede”?’ Non vale il divieto di “communicatio in sacris”? e dove la vede la “continuità” tra la Pascendi e la Dignitatis Humanae?
Altro che pessimismo e ottimismo, qui si tratta di logica e di coerenza: o si sta con la Chiesa di sempre o si sta con quella di Ratzinger (e prima di lui di Wojtyla, di Montini, di Roncalli).
Il guaio è che qui non sitratta di qualche fedele sprovveduto, immemore e incantato dai lustrini del finto conservatorismo (anche se le ragioni appaiono malinconicamente simili a quelle dei fedeli “saggi”, “moderati”, “equilibarti e via discorrendo): qui si tratta di intellettuali di primo piano e quindi credo, scusatemi, che questo sia un libro pericolosissimo.
Da leggere solo come quelli all’Indice: cioè se si è in grado di confutarlo.

Franco Damiani


P.s. e che c’entra poi Fini in copertina?




venerdì 29 gennaio 2010

Novità: ITINERARI DELLA DESTRA CATTOLICA

Un’impressionante sequela di abbagli e malintesi ha allontanato i cattolici dalla loro naturale posizione politica e la destra dalla sua naturale radice cattolica. Di conseguenza la recente storia italiana narra le disavventure di due partiti tormentati dall’aspirazione a diventare il proprio contrario: la DC di Jacques Maritain e il MSI di Julius Evola. Il cattolicesimo politico inteso alla paradossale imitazione dell’avversario laico e progressista e il movimento postfascista rovesciato nell’avversione alle proprie radici spirituali. Rosy Bindi e Gianfranco Fini sono i perfetti interpreti di due scelte antipatiche, che – alla fine – si ritrovano nella reciproca simpatia per l’assenza di un vero disegno politico.
Nel presente saggio, Piero Vassallo tenta di risalire ai pensieri che hanno trascinato democristiani e postfascisti nella commedia degli scambi insensati. E nella ricerca fa intravedere i pregiudizi da abbattere per aprire la strada di una destra finalmente affrancata dall’incuboso desiderio di diventare altro.


Piero Vassallo
ITINERARI DELLA DESTRA CATTOLICA
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-84-3]
Pagg. 160 - € 12,00



sabato 16 gennaio 2010

Se la destra sbanda Bindi, Fini e gli altri... Dove sono i cattolici?

Un'impressionante sequenza di abbagli e malintesi convergenti ha allontanato i cattolici militanti nella Dc dalla loro naturale collocazione a destra e gli avventizi esponenti del partito postfascista dalla vocazione cattolica dichiarata dai fondatori. Di conseguenza la recente storia italiana contempla le disavventure e gli sbandamenti di due partiti posseduti e agitati dall'aspirazione a diventare il contrario del loro ideale: la Dc estenuata dalla suggestione progressista diffusa da Maritain e dai nuovi teologi e An inquinata dal neopaganesimo di Evola e dal laicismo dei neodestri. Ectoplasma dell'aperturismo democristiano, Rosy Bindi obbedisce ai funerei comandi della delusione comunista. Il partito di Gianfranco Fini, gettato al vento il meglio del proprio passato, intanto, rovescia la propria ragion d'essere nel salotto oligarchico e antitaliano. Antagonisti nella chiacchiera futile, la Bindi e Fini recitano due parti in una commedia che celebra il piacere dell'alienazione politica. Nella speculare simpatia per il rigetto dell'ideale, i due sono perfetti emblemi della modernità in cammino verso il nulla. Nel saggio pubblicato da Solfanelli, Vassallo, grazie a una seria riflessione sulle tesi di De Tejada, Sciacca, Del Noce e Innocenti, risale alle fonti dei pensieri incapacitanti che hanno trascinato post-democristiani e post-fascisti nel gorgo delle negazioni convergenti. E nella ricerca indica i pregiudizi filosofici da confutare se si vuole aprire la strada di una destra italiana affrancata dalla smania di diventare altro da sé.

Piero Vassallo «Itinerari della destra cattolica», pag. 160, Solfanelli, Chieti 2010




venerdì 1 gennaio 2010

Acrobati della doppia identità

Una lunga striscia di malintesi, flessioni e oniriche fughe accompagna la storia della destra a doppia identità - et destra et sinistra.
Nella prima pagina della paradossale storia si vede l’inchino “teologico” davanti al mito del progresso inarrestabile, eseguito dal tradizionalista padre Felicité de Lamennais: “Non si è mai vista una società, in cui il movimento progressivo della civiltà spinge incessantemente in avanti, rimontare alle sue sorgenti. Bisogna adattarsi con essa a seguire il corso delle cose che l’avvolge irresistibilmente e sottomettersi di buon grado ad una necessità la quale, anche se fosse deplorevole in sé, non sarebbe per questo meno invincibile. Ma per quel che s’è ora detto, né l’umanità in generale, né il cattolicesimo in particolare devono allarmarsi per questa grande trasformazione sociale, c’è piuttosto da riconoscere l’azione paterna continua di Dio sul genere umano”.
Sull’inginocchiatoio si vede anche Alexis de Tocqueville, rappresentante di una destra innamorata degli uomini di sinistra: “Al fondo delle istituzioni democratiche vi è una tendenza nascosta che fa sovente concorrere gli uomini alla prosperità generale, malgrado i loro vizi o i loro errori, mentre nelle istituzioni aristocratiche si scopre talvolta una segreta tendenza, che, a dispetto dei talenti e delle virtù, li trascina a contribuire alle miserie dei loro simili. E così può capitare che, nei governi aristocratici, gli uomini pubblici facciano il male senza volerlo e che nelle democrazie producano il bene senza saperlo”.
Dall’elenco flessuoso non si può escludere il fondatore del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, uomo peraltro colto e integerrimo.
Sturzo, pur essendo capo di un movimento che intendeva ottenere il consenso del popolo tradizionalista, riteneva impossibile attuare una politica coerente con i princìpi della tradizione senza il decisivo contributo dei socialisti, che militavano nel campo dell’anti-tradizione.
Coerente con il pregiudizio a favore dei socialisti, don Sturzo, durante il congresso del Partito Popolare, che si tenne a Bologna nel giugno del 1919, prima fece bocciare la mozione di Olgiati e Gemelli, mozione che sollecitava il partito ad abbandonare l’impostazione aconfessionale e a farsi carico dei problemi della Santa Sede (ossia a promuovere un concordato tra Chiesa e Stato) poi espulse dal partito tutti i militanti della corrente di destra, che puntualmente si rivolsero al partito di Mussolini (al riguardo cfr.: Gerlando Lentini, “Il partito popolare italiano 1919-1926”).
Il risultato ottenuto da Sturzo nell’intento di catturare l’amicizia dei socialisti fu catastrofico: una tagliente nota, pubblicata nell’ufficioso ma allora autorevole Osservatore romano, invitava gli osservatori e i commentatori dei fatti della politica a non confondere la tattica del Partito Popolare con i cattolici d’Italia.
Di qui l’inizio del crollo dei popolari e il conseguente successo di Mussolini, che invece dichiarava l’intenzione di promuovere la pace tra Cattolicesimo e Italia.
La gratuita ammirazione per le sinistre non portò fortuna neanche ai democristiani, che furono trascinati dai socialisti in un’avventura politica, che produsse riforme dissennate e stati d’animo alterati, prima di trascinare gli “aperturisti” democristiani nella macchina tritacarne costruita dalla magistratura di sinistra.
Purtroppo il fallimento dei cattolici sinistrorsi non fu previsto da Rauti, il quale, obbedendo alla cultura relativista insegnata da Armandino Plebe e dai suoi caudatari francesi e italiani, commise lo stesso errore che fece fallire popolari e democristiani. Rauti, infatti, inventò una destra di sinistra, che, con lui, avanzò fino alla soglia dell’estinzione.
Quello che sorprende è la scelta del successore di Rauti, Gianfranco Fini, il quale, radunati i rautiani d’ultima e ignara generazione nel pensatoio intitolato “Fare futuro”, sta percorrendo la strada rovinosa che portò il rautismo ad affondare nelle acque del Titanic, al suono degli inni trionfali eseguiti dall’orchestrina neodestra.
Chi ascolta le sconcertanti serenate che Fini canta a squarciagola sotto i balconi del Quirinale (con l’evidente intenzione di alimentare le speranze di una sinistra sgangherata e perdente) non può non concludere che se Fini avesse una cultura sarebbe un piccolo Rauti.
Attendibili sondaggi, infatti, dicono che un eventuale partito di Fini non otterrebbe più del 4% dei voti.
Coraggio, onorevole presidente della camera, ancora un passo a sinistra ed avrà raggiunto la fatidica quota Rauti.

Piero Vassallo

http://artrc.blogspot.com/2009/12/figure-della-destra-suicida.html

giovedì 31 dicembre 2009

Figure della destra suicida

Una lunga striscia di malintesi, flessioni e oniriche fughe accompagna la storia della destra a doppia identità - et destra et sinistra.
Nella prima pagina della paradossale storia si vede l’inchino “teologico” davanti al mito del progresso inarrestabile, eseguito dal tradizionalista padre Felicité de Lamennais: “Non si è mai vista una società, in cui il movimento progressivo della civiltà spinge incessantemente in avanti, rimontare alle sue sorgenti. Bisogna adattarsi con essa a seguire il corso delle cose che l’avvolge irresistibilmente e sottomettersi di buon grado ad una necessità la quale, anche se fosse deplorevole in sé, non sarebbe per questo meno invincibile. Ma per quel che s’è ora detto, né l’umanità in generale, né il cattolicesimo in particolare devono allarmarsi per questa grande trasformazione sociale, c’è piuttosto da riconoscere l’azione paterna continua di Dio sul genere umano”.
Sull’inginocchiatoio si vede anche Alexis de Tocqueville, rappresentante di una destra innamorata degli uomini di sinistra: “Al fondo delle istituzioni democratiche vi è una tendenza nascosta che fa sovente concorrere gli uomini alla prosperità generale, malgrado i loro vizi o i loro errori, mentre nelle istituzioni aristocratiche si scopre talvolta una segreta tendenza, che, a dispetto dei talenti e delle virtù, li trascina a contribuire alle miserie dei loro simili. E così può capitare che, nei governi aristocratici, gli uomini pubblici facciano il male senza volerlo e che nelle democrazie producano il bene senza saperlo”.
Dall’elenco flessuoso non si può escludere il fondatore del Partito Popolare, don Luigi Sturzo, uomo peraltro colto e integerrimo.
Sturzo, pur essendo capo di un movimento che intendeva ottenere il consenso del popolo tradizionalista, riteneva impossibile attuare una politica coerente con i princìpi della tradizione senza il decisivo contributo dei socialisti, che militavano nel campo dell’anti-tradizione.
Coerente con il pregiudizio a favore dei socialisti, don Sturzo, durante il congresso del Partito Popolare, che si tenne a Bologna nel giugno del 1919, prima fece bocciare la mozione di Olgiati e Gemelli, mozione che sollecitava il partito ad abbandonare l’impostazione aconfessionale e a farsi carico dei problemi della Santa Sede (ossia a promuovere un concordato tra Chiesa e Stato) poi espulse dal partito tutti i militanti della corrente di destra, che puntualmente si rivolsero al partito di Mussolini (al riguardo cfr.: Gerlando Lentini, “Il partito popolare italiano 1919 - 1926”).
Il risultato ottenuto da Sturzo nell’intento di catturare l’amicizia dei socialisti fu catastrofico: una tagliente nota, pubblicata nell’ufficioso ma allora autorevole Osservatore romano, invitava gli osservatori e i commentatori dei fatti della politica a non confondere la tattica del Partito Popolare con i cattolici d’Italia.
Di qui l’inizio del crollo dei popolari e il conseguente successo di Mussolini, che invece dichiarava l’intenzione di promuovere la pace tra Cattolicesimo e Italia.
La gratuita ammirazione per le sinistre non portò fortuna neanche ai democristiani, che furono trascinati dai socialisti in un’avventura politica, che produsse riforme dissennate e stati d’animo alterati, prima di trascinare gli “aperturisti” democristiani nella macchina tritacarne costruita dalla magistratura di sinistra.
Purtroppo il fallimento dei cattolici sinistrorsi non fu previsto da Rauti, il quale, obbedendo alla cultura relativista insegnata da Armandino Plebe e dai suoi caudatari francesi e italiani, commise lo stesso errore che fece fallire popolari e democristiani. Rauti, infatti, inventò una destra di sinistra, che, con lui, avanzò fino alla soglia dell’estinzione.
Quello che sorprende è la scelta del successore di Rauti, Gianfranco Fini, il quale, radunati i rautiani d’ultima e ignara generazione nel pensatoio intitolato “Fare futuro”, sta percorrendo la strada rovinosa che portò il rautismo ad affondare nelle acque del Titanic, al suono degli inni trionfali eseguiti dall’orchestrina neodestra.
Chi ascolta le sconcertanti serenate che Fini canta a squarciagola sotto i balconi del Quirinale (con l’evidente intenzione di alimentare le speranze di una sinistra sgangherata e perdente) non può non concludere che se Fini avesse una cultura sarebbe un piccolo Rauti.
Attendibili sondaggi, infatti, dicono che un eventuale partito di Fini non otterrebbe più del 4% dei voti.
Coraggio, onorevole presidente della camera, ancora un passo a sinistra ed avrà raggiunto la fatidica quota Rauti.

Piero Vassallo

mercoledì 16 dicembre 2009

Fini interprete di Pirandello

Non si può penetrare nel Fini – pensiero (ammesso che un pensiero ci sia) senza il preventivo esame del ruggente pirandellismo calato nella biografia di Giorgio Almirante, che di Fini fu inventore, maestro e guida.
Prima di Fini, Almirante ha sofferto la struggente gelosia, rivivendo il dramma ghibellino del pirandelliano Enrico IV.
Due decenni della storia almirantiana, infatti, furono tormentati dall’invidia contro il cattolico Arturo Michelini, suo vincente rivale nel Msi e ovvia personificazione del Gregorio VII di pirandelliana e guelfa memoria.
Almirante, cui lo specchio ripeteva “Sei bello, colto, intelligente, fascinoso, mentre Michelini è brutto, incolto, opaco e sciocco”, soffriva a causa del successo che arrideva al rivale. Di qui un’opposizione livida, ringhiosa, viscerale, implacabile. Ma sempre perdente.
Alla fine Michelini morì di morte naturale e Almirante ottenne (proprio da Michelini!) l’agognata segreteria del Msi.
Salito al potere nel 1968, Almirante capovolse la politica del detestato predecessore inventando due personaggi idonei a rappresentare l’antitesi perfetta della politica di Michelini: Armando Plebe e Gianfranco Fini.
Reclutato nel salotto di un editore chic, Plebe personificò il nulla parlante al vuoto, ovvero la rumorosa antitesi della filosofia professata dai collaboratori di Michelini, Ernesto De Marzio, Nino Tripodi, Pino Romualdi, Giano Accame e Fausto Gianfranceschi.
In esecuzione del piano almirantiano, Plebe liquidò l’ingente e nobile eredità della cultura della destra cattolica. Ignorò o censurò i contributi di Niccolò Giani, Guido Pallotta, Francesco Orestano, Balbino Giuliano, Giorgio Del Vecchio, Carlo Costamagna, Guido Manacorda, Armando Carlini, Attilio Mordini, Vanni Teodorani. Disprezzò gli illustri studiosi che collaboravano con Giovanni Volpe, Ettore Paratore, Augusto Del Noce, Marino Gentile, Ennio Innocenti, Francisco Elias de Tejada, Francesco Grisi ecc. Avversò e isolò i giovani intellettuali cresciuti nelle scuola di formazione fondate da De Marzio: Fausto Gianfranceschi, Primo Siena, Gianfranco Legitimo, Fausto Belfiori, Silvio Vitale, Gianni Allegra, Giuseppe Tricoli, Paolo Caucci ecc. Importò la neodestra francese, preparando il terreno agli intellettuali che oggi costituiscono la corte s-pensante di Fini.
Plebe traghettò la destra sulle sponde del nulla laicista e ghibellino. Almirante inventò e impose alla riluttante base giovanile il suo delfino. Fece avanzare sulla passerella dell’anti-tradizione il qualunquismo mentale di un giovane alto, belloccio, altero e vuoto come il Plebe – pensiero: Gianfranco Fini.
Fini rappresenta la vendetta ghibellina e pirandelliana di Almirante: una pugnalata alla memoria di Michelini - Gregorio VII.
La fortuna di Gianfranco Fini comincia dalla scelta pirandelliana di Almirante e continua con la raccolta dei biglietti della lotteria, seminati dall’autolesionista Martinazzoli e dal (troppo) generoso Berlusconi.
Dove arriverà Fini nessuno può dirlo, neppure lui. Il suo futuro sta in mezzo alle righe dei possibili finali di un Enrico IV classico e/o rivisitato.
Finale pirandelliano:. Enrico IV (alias Fini) abbatte Gregorio VII (Berlusconi): cala la scena, la reggia si trasforma in luogo d’isolamento e di strombatura. L’imperatore immaginario (Fini-Enrico IV) rimane per sempre prigioniero del gesto insensato.
Finale secondo Casini & Rutelli. Enrico IV (Fini) raccoglie la banda degli invidiosi, degli incompiuti e degli improvvisati e scende in campo contro Berlusconi. Finale improbabile, perché Fini ha lingua per parlare ma non carattere per lottare. Sopra tutto non ha un esercito al seguito. Con Bocchino e la Meloni non si va da nessuna parte.
Conclusione probabile dello psicodramma: Fini si rende conto di battere una strada senza sbocchi: accompagnato dalla principessa Matilde (la Prestigiacomo sarebbe un’attrice ideale per tale parte in commedia) si reca a Canossa e, inginocchioni davanti a Gregorio VII – Berlusconi implora e ottiene il perdono.
Cala la tela e il duo Casini – Rutelli … Ma questa sarebbe un’altra commedia pirandelliana: i nani e i pifferi della montagna.

Piero Vassallo

http://artrc.blogspot.com/2009/12/fini-interprete-di-pirandello.html

sabato 28 novembre 2009

Anteprima: ITINERARI DELLA DESTRA CATTOLICA

Un’impressionante sequela di abbagli e malintesi ha allontanato i cattolici dalla loro naturale posizione politica e la destra dalla sua naturale radice cattolica. Di conseguenza la recente storia italiana narra le disavventure di due partiti tormentati dall’aspirazione a diventare il proprio contrario: la Dc di Jacques Maritain e il Msi di Evola. Il cattolicesimo politico inteso alla paradossale imitazione dell’avversario laico e progressista e il movimento postfascista rovesciato nell’avversione alle proprie radici spirituali. Rosy Bindi e Gianfranco Fini sono i perfetti interpreti di due scelte antipatiche, che – alla fine – si ritrovano nella reciproca simpatia per l’assenza di un vero disegno politico.
Nel presente saggio, Piero Vassallo tenta di risalire ai pensieri che hanno trascinato democristiani e postfascisti nella commedia degli scambi insensati. E nella ricerca fa intravedere i pregiudizi da abbattere per aprire la strada di una destra finalmente affrancata dall’incuboso desiderio di diventare altro.

Piero Vassallo
ITINERARI DELLA DESTRA CATTOLICA
Edizioni Solfanelli
[ISBN-978-88-89756-84-3]
Pagg. 160 - € 12,00

http://www.edizionisolfanelli.it//itineraridestracattolica.htm