venerdì 11 agosto 2017

L'ERESIA PESSIMA (di Piero Nicola)

  Dovendo noi valutare un'eresia, non dobbiamo forse misurarla col male che arreca ai fedeli e ai non cattolici? Non dovremmo considerarne gli effetti? La Chiesa non avrebbe severamente condannato l'eresia, se fosse una tesi teologica che lascia come li trova coloro che vengono a contatto con essa, o suscita ripulsa e riso verso di essa, o addirittura è un mezzo per riconoscere Dio. Quanto allo stabilire quando si tratti proprio di eresia, dev'essere una dottrina capace di indurre in errore grave intorno alla fede, errore seducente, che, adottato, conduce alla peccato grave e alla perdizione.
  Prendo in esame la Dichiarazione conciliare Nostra Aetate, approfittando dell'ottima disanima pubblicata su tale documento dal Professor Paolo Pasqualucci, con particolare riguardo alle religioni non cristiane e agli uomini del mondo su cui regna il maligno.
  Riassumendo, è innegabile che il Concilio abbia usato sia l'omissione sia l'ambiguità tendenziosa per spacciare per buona, ovvero per inculcare, una dottrina eretica. Infatti l'Autore del saggio giunge alla conclusione obiettiva che Nostra Aetate ha generato "un terribile errore della fede", per cui ormai oggi si crede che, in ogni caso, tutti si salvino. Questo perché Dio vorrebbe ciò, e resta inteso - grazie a omissioni e sottintesi, mai smentiti, anzi ribaditi con magistero ed atti dell'ecumenismo - che il Suo volere si realizzi. Vengono omessi, e di fatto vengono annullati, niente meno che i dogmi della responsabilità individuale circa il peccato mortale, del Giudizio Finale, che prevede la separazione tra eletti e reprobi, e della grazia largita a tutti, che diventerebbe una grazia salvifica, anziché un ausilio.
  La mala fede di questa operazione appare evidente. Come abbiano potuto teologi, padri conciliari, pastori, porporati e occupanti del Soglio pontificio compiere tali omissioni macroscopiche, ignorando i dogmi e le eresie corrispondenti, non sortisce altra spiegazione. Se vogliamo credere a un accecamento di alcuni di costoro, appare impossibile che ciò sia stato senza colpa. Gli eresiarchi si diedero almeno la pena di elaborare teologie e giustificazioni. Costoro, avvalendosi della propria posizione autorevole (per quanto usurpata) nelle sedi ecclesiastiche, hanno potuto esimersi dall'operare la riforma dogmatica che sarebbe occorsa, al contrario si sono rifiutati di stabilire verità di fede.
  L'adoprarsi affinché il fedele e il non cattolico siano sedotti dalla convinzione della salvezza universale, è eresia peggiore di quella luterana della salvezza mediante la fede fiduciale. Questo Vaticano fa supporre una fede implicita ed efficace di tutti, sicché vengono aboliti anche i reprobi, i non predestinati.
  È molto giusto attribuire a Nostra Aetate "l'errore pelagiano". Ma bisogna rilevarne l'eresia, predicata a partire dalle encicliche di Giovanni XXIII, attuata e confermata con il credito morale e spirituale prestato a eretici e atei, ritenuti in grado di compiere il bene sufficientemente in virtù delle loro credenze (false religioni) e del loro discernimento.


Piero Nicola

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