giovedì 25 gennaio 2018

PROTEZIONISMO (di Piero Nicola)

Dice: "Vuoi affrontare un problema di così grande portata con quattro parole che potrebbero venire dall'uomo della strada?" Sicuro che non ho paura di farlo, perché il giudizio non viene di certo da uno degli intervistati, a campione, dal giornalista televisivo. Io scelgo un vero rappresentante del buon senso elementare.
  A che proposito? A proposito del massimo tema del giorno: il protezionismo. Già la parola protezionismo è buona, comporta difesa dell'interesse nazionale. Al contrario viene scioccamente ritenuta negativa, equivalente a un danno anacronistico; come se le nazioni non fossero sempre una possente realtà e non continuassero a dover badare, in qualche modo, al proprio tornaconto; come se la stessa autarchia, il fare a meno di dipendenze e di costose importazioni, non avesse procurato invenzioni e benefici. In Italia , per esempio, si inventò la plastica, adottata da ogni paese. Ma i capi di stato dei maggiori paesi, compreso il provvisorio capo del governo nostrano, si danno d'attorno per dimostrare che i provvedimenti protezionistici non giovano né al mondialismo (e qui si potrebbe essere d'accordo) né ai singoli stati. E qui cade l'asino.
  Il perché si dimostra facilmente. Basta stabilire la gerarchia dei valori. Occorre chiedersi se sia più importante il risultato economico complessivo, il famoso pil, o il benessere generale (materiale e morale) dei cittadini. Persino la Merkel risponderà che le sta a cuore il bene comune. Sia lei che Gentiloni, che Renzi, obbligati a parare le obiezioni e il malcontento, dichiarano di voler provvedere all'occupazione, al lavoro per i giovani. Invece fanno derivare ciò dalla complessiva prosperità, dalla ripresa in atto successiva alla crisi.
  Intanto, mi permetto di dubitare delle statistiche. Persino quelle tedesche non le fanno gli angeli... E tanto meno credo all'uso che ne fanno i politici. Le statistiche assomigliano alle valutazioni delle agenzie che assegnano le A ai dati economici dei vari paesi, secondo certe convenienze politiche. Ma volendo ammettere un attuale miglioramento dell'economia, volendo pure ammettere che esso sia generato, in certa misura, dai liberi scambi commerciali, dall'abolizione di dazi doganali, la questione rimane la stessa: è molto più importante il Bene comune dell'incremento del pil: aumento che consiste nel maggior profitto di una minoranza privilegiata alquanto internazionalista, e nella crescita di capitali vaganti sull'orbe terracqueo.
  È evidente che la salute sociale dipende dal lavoro e che il lavoro dipende dal protezionismo, dalle industrie messe in grado di operare in loco, e che non sono soggette a chiusura o trasferimento all'estero, che mantengono la vita di città e villaggi, conservandone il patrimonio di creatività e di tradizioni. Il mondialismo vantato è la negazione di questo valore inestimabile; esso produce instabilità di multinazionali apolidi che obbediscono a centrali anonime, capitali erranti che vanno alla busca, strapotere degli speculatori del libero mercato finanziario e commerciale, morte e disordine in vaste aree civili, sfruttamento delle maestranze e dei quadri (da tempo cominciato con la precarietà degli impieghi e con l'aumento dell'età pensionabile). Le giustificazioni delle leggi che hanno recato questo stato di cose sono penose, false e immorali. Inutile dilungarsi. Tornano in ballo le statistiche opinabili e le pretestuose necessità della concorrenza internazionale, della concorrenza delle paghe. Anziché difendersi dagli stati esportatori di merci prodotte con salari molto bassi, si preferisce mettersi al passo con essi danneggiando il patrio tessuto sociale, svilendo la Patria. Nello stesso senso vanno la mafia, la droga e l'immigrazione, l'importazione di manodopera sfruttata e di un disordine che snerva e infrollisce il popolo originario, tendendo a renderlo senza Patria (almeno nella mente), senza Famiglia e senza Dio; con il contributo di capi religiosi inqualificabili.
  Il disegno che antepone il prodotto interno lordo al Bene comune risulta palese. Che poi esso riesca, che riesca a vincere i populismi sembra impossibile. L'UE, rappresentante eminente del mondialismo non gode di buona salute. La metà dei cittadini non va a votare e molti votano i partiti della protesta. Il malessere (tangibile nelle basse retribuzioni, nella precarietà del lavoro e nella massa dei disoccupati e dei male occupati) aspetta un ribaltamento, poco importa di quale colore e da quale capopopolo provenga.
  Per altro, veniamo a sapere che Trump ha rivendicato il diritto alle sue misure protezionistiche nei confronti degli stati concorrenti, ma la tivù non ci comunica quale esso sia. Il che fa presumere che sia piuttosto valido.


Piero Nicola

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