giovedì 27 giugno 2013

Acclamazioni neodestre al radical chic

Dal nido delle aquile cocchiere

Acclamazioni neodestre al radical chic

 Dalla lapide massiccia, che copre la neodestra finiana e bocchiniana, fanno capolino, in ordine sparso e litigante, micro associazioni di attivisti effervescenti e gruppuscoli di pensatori domenicali, radunati in vista di un'urgente rifondazione del partito radical-fascistottardo.
 Aspiranti alla corsa nella golosa arena dell'insignificanza, gli umbratili replicanti sono tormentati da un estro ecumenico, che li stordisce prima di trascinarli all'imitazione del vaneggiamento che soggiace al radical chic e all'orazione strepitosa sugli incensati palcoscenici del pensiero bicamerale, in feroce guerra contro il fascista Aristotele.
 Di qui l'obbligo di demistificare il minaccioso progetto della restaurazione finiana-bocchiniana e l'impegno a recidere le tossiche radici di un programma concepito da replicanti, che intendono svigorire e umiliare la tradizione italiana prima di sottometterla al loro delirio.
 Ora è necessario rammentare che il primo atto dell'inquinamento a destra si compì nel lontano marzo del 1974, quando una temeraria sfida al principio di identità fu suggerita ai missini da Alain de Benoist, il banditore francese della rivoluzione conservatrice.
 De Benoist era stato convocato in Roma da Armando Plebe, al fine di aggredire e capovolgere i (fino ad allora) indeclinabili e intatti capisaldi della detestata tradizione e del pensiero normale.
 L'oratoria di De Benoist toccò il cuore del disagio in circolazione fra i giovani cavalcatori di tigri evoliane e i delusi dall'inconcludente moderatismo comiziale dell'oratore Giorgio Almirante.
 La giovanile insoddisfazione diede ali al volo dei militanti nel circolo Onan & Thanatos, costituito da avanguardisti ribelli ma destinati alla preparazione della comica finale messa in scena dagli eredi di Almirante.
 Per risalire alla fonte della disfatta occorre rammentare che, nel corso della surreale radunata plebaica del 1974, uno sbigottito e spaventato Francisco Elias de Tejada rammentò agli astanti che il marchingegno esibito e lodato dal divulgatore francese era stato inventato dal tedesco Arthur Moeller va der Bruck, un interprete dilettante e temerario di Hegel.
 Finalità della rivoluzione conservatrice era, infatti, il trascinamento in politica delle coppie di opposti - Dio e anti-Dio, affermazione e negazione, bene e male, felicità e dolore, essere e nulla, azione e reazione - uniti in matrimonio nell'alto cielo dell'irrealismo hegeliano.
 Se non che, sottratto al firmamento in cui sono consentite e tollerate le dialettiche acrobazie e fatto precipitare nel rozzo mondo della politica in carne e ossa, il matrimoniale pensiero di Hegel si comportò come l'albatro di Baudelaire e barcollò ridicolmente.
 L'influsso della dottrina di Moeller van der Bruck fu pertanto circoscritta all'area degli intellettuali curiosi e avventurosi e dei politicanti deboli di pensiero.
 La trionfale apparizione sulla scena tedesca di un apparato politico conforme al sogno dei conservatori rivoluzionari - il partito nazionalsocialista - destò giustificato allarme e fece arretrare i più celebri sostenitori del progetto di Moeller van der Bruck, gli scrittori Ernst Von Salomon, Ernst Junger, Thomas Mann, Stefan George, Oswald Spengler.
 I residenti nel fratto orfanotrofio di Fini & Bocchino, probabilmente, ignorano che la rivoluzione conservatrice, sconfitta a Berlino nel maggio del 1945, si era già riversata nel protetto contenitore francofortese [1], una scuola acrobatica, allestita da acerrimi e indiscussi nemici di Hitler, che sventolavano la bandiera neopagana e gnostica dello hitlerismo.
 E' credibile che l'affinità francofortese fosse sconosciuta anche ai volonterosi precursori neodestri, ad esempio al nomade ideologizzante Jean Thiriart [2], che suggerì a Dominique Venner, la stesura di un manifesto neo-nazionalista ispirato al "Che fare?" di Lenin.
 Inconsapevole e incolore imitazione del pensiero francofortese, la neodestra francese stabilì il suo fondamento nel disprezzo del Creatore e nel rifiuto della tradizione cattolica, sul conto della quale Venner rovesciò una rumorosa e grottesca sentenza: "Derrière une façade inchangée, il y a le néant. ... La société traditionelle est un cadavre refroidi dont les oripeaux sont encore utilisé par le nouveaux maitres. Tant pis si cela est difficile à entendre, il faut etre lucide".
 Sulla strada dell'avversione chic al Cattolicesimo la neodestra francese incontrò il pederasta dichiarato e festante Pierre Gripari (1925-1990), il quale, si legge nella rivista "Le sel de la terre", "multiplie les attaques antichretiennes et antijuives, notamment dans son petit ouvrage "Le devoir de blaspheme", que la Nuovelle Droite mettra un grand zèle à réediter e diffuser".
 Bizzarra e per certi versi spassosa è la tesi del neodestro Gilles Fournier, poligrafo di stretta osservanza positivista, secondo cui la (detestata) metafisica ebbe origine in una particolare zona del globo terrestre: l'area afro-orientale, che va dal Maghreb al golfo del Bengala.
 L'intrepidezza di Fournier avanza fino al punto di affermare, in tutta tranquillità, che la filosofia fu il prodotto di un trauma psichico subito da uomini di razza inferiore (i meticci) al cospetto degli ariani: "la métaphisique est née du choc psycologique que subirent ces métis lors de l'invasion indo-européenns".
 Il disinvolto pregiudizio positivista del neodestro comandò, pertanto, l'aggiramento dell'ovvia, consolidata verità intorno all'origine greca (ossia indo-europea) della metafisica.
 Di qui un acrobatico volteggio storico-linguistico: il vocabolario dei vinti, camiti e semiti, non era adatto ad esprimere i concetti della metafisica, ma la nobile e ricca lingua d'Omero e di Eraclito offrì agli inferiori un adeguato strumento d'espressione.
 Il risultato di tale ibridazione, secondo Fournier contro natura, fu un meticciato filosofante, "un système batard, à mi-chemin entre le psychisme magico-religieux et l'esprit scientifique: l'aristotelismo et sono sous produit, la scolastique thomiste".
 Di bizzarria in bizzarria la società neodestra approdò infine alla definizione di società finalizzata allo studio e alla propaganda della metapolitica, una fumosa scienza generata dalla rilettura e dalla riscrittura della c. d. concezione europea del mondo.
 Per avvalorare il loro fantastico programma i neodestri sfoderarono un vecchio arnese del neopaganesimo e del neoliberalismo, il poligrafo Louis Rougier (1889-1982).
 Geoffroy Daubuis ha dimostrato che il pensiero di Rougier si può riassumere in due assiomi: l'immotivato rifiuto di ammettere l'esistenza di realtà che oltrepassano l'esperienza sensibile (empirismo) e la drastica negazione del soprannaturale (naturalismo).
 Il contributo scientifico di Rougier tuttavia si ridusse alla formulazione di un'avventurosa tesi su San Tommaso d'Aquino traditore dell'ariano Aristotele. Un'opinione, quella dell'incensato Rougier, sostenuta da notizie scopiazzate e deformate dalla mancanza di una seria preparazione: "l'ouvrage [di Rougier] c'est une érudition en trompe l'oeil. Rougier s'est contenté de copier par paragraphes entiers les ouvrages des specialistes".
 Uno studioso autentico, il professore Augustin Mansion (1882-1966), infatti, ha dimostrato che l'opera di Rougier è un coacervo di fraintendimenti, di argomenti arbitrariamente dedotti da testi che recitano l'opposto, di storpiature di termini filosofici, e di ridicoli capovolgimenti delle sentenze di Aristotele. Per l'assenza di serie fonti scientifiche il destino della neodestra era diventare un arnese della scolastica post-moderna. La mosca cocchiera del partito radicale di massa.
 Uno strumento tanto utile - si pensi al soccorso prestato dallo scismatico Fini al disordine intellettuale e morale - quanto disprezzato e tenuto a distanza a causa del pregresso odore di fascismo.
 In ultima analisi la figura di un movimento antitetico alla storia nazionale, la parodia dell'avanguardia.

Piero Vassallo




[1]             L'ispiratore dell'ideologia francofortese, Walter Benjamin, (1892-1940) sosteneva che i nazisti avevano rubato agli ebrei apostati (e comunisti) l'avversione al Dio dell'Antico Testamento e perciò promuoveva la fondazione di una sinistra nuova, capace di riappropriarsi della verità abusata dal nemico tedesco. Dal tale progetto ebbe inizio la trasformazione del partito comunista in partito radicale di massa.
[2]             Nella biografia di Thiriart (1922-1992) si può contemplare una metafora del pensiero neodestro: in gioventù militante comunista, durante la II Guerra mondiale Thiriart aderì all'associazione "Amis du Gran Reich Allemand", infine collaborò con l'Oas. Al riguardo cfr.: Geoffroy Daubuis, "La Nouvelle Droite, ses pompes et ses oeuvres D'Europe Action (1963) à la NHR (2002), in "Le sel de la terre", n. 60, Printemps 2007.

sabato 22 giugno 2013

Idee per il rinnovamento della politica italiana dopo il moderno

L'eredità di Luigi Sturzo

Idee per il rinnovamento della politica italiana dopo il moderno

 Nei giorni segnati dal verdetto elettorale, che ha frantumato e dissolto gli equivoci intorno alla destra polifrenica, esce dai torchi intrepidi di Marco Solfanelli "I fondamenti della filosofia politica di Luigi Sturzo", pregevole saggio di Giulio Alfano, docente di Filosofia politica e di Etica politica nell'Università Lateranense.
 Il testo di Alfano inaugura tempestivamente il dibattito sulle fonti di un pensiero politico adeguato alla tradizione italiana e perciò capace di ristabilire la giustizia cui aspira il popolo del disagio economico e dell'alienazione sociale.
 L'autore possiede in grado eminente le doti personali e le conoscenze necessarie a tracciare un cammino indirizzato alla rinascita della politica d'ispirazione cristiana e di indirizzo popolare: la salda fede in Dio, l'eccezionale padronanza della letteratura politologica, l'equilibrio nel giudicare i fatti della storia, la preziosa memoria delle testimonianze udite durante la frequentazione di protagonisti della recente storia cattolica, quali, ad esempio, il cardinale Angelini, e i professori Luigi Gedda, Aldo Moro, Raimondo Spiazzi, Antonio Livi, Francesco Mercadante.  
 Finalità della riflessione proposta da Alfano è la riforma della cultura politica "che fa dei partiti ideologici un sistema di diseguali ove il diverso tenore di vita dei dirigenti porta a un loro imborghesimento e a un allontanamento dalla base, con la conseguente difficoltà a comprendere e rappresentare le esigenze di questi ultimi".
 Il risultato di tale anomalia è la trasformazione dei partiti in partiti pigliatutto, organizzazioni autoreferenziali, nelle quali i vantaggi della casta sono regolarmente anteposti al bene comune.
 La degenerazione partitocratica, peraltro, è il risultato del "passaggio da una società omogenea, con appartenenze ben definite, ad una altamente differenziata e caratterizzata dal moltiplicarsi delle appartenenze e degli interessi", un fenomeno che causa la frammentazione del tessuto sociale e ostacola la politica intesa alla ricerca del bene comune.  
 Di qui l'obbligo di risalire alle fonti tomasiane e vichiane del cattolicesimo politico, operante nell'età moderna e di conseguenza di rivisitare le coerenti interpretazioni proposte da Luigi Sturzo in vista di un rinnovamento da attuare nel solco della nobile tradizione, che la provvidenza aveva intanto liberato dagli ingombranti gravami costituiti dall'assolutismo monarchico e del potere temporale dei papi.
 Ragione della scelta di iniziare il rinnovamento della politica da una riflessione sul pensiero di don Sturzo è "l'attualità del suo progetto e, soprattutto, della sua idea della politica, consistente nel fatto che si confrontava, già allora, col rifiuto moderno dell'idea di diritto naturale e comprendeva che tale rifiuto derivava da una malintesa idea della natura stessa dell'uomo, che viene concepita come qualcosa di esteriore alla libertà stessa, che è esasperata e posta come valore assoluto di fronte al quale vi è una sorta di vuoto ontologico e di nulla etico".
 La sfida lanciata da don Sturzo al positivismo giuridico quale fondamento della politica moderna contempla un puntuale giudizio sul mondo moderno "che ha raggiunto la sua apparente unità negando il fine naturale dell'uomo e dimenticando di subordinare la politica alla virtù".
 La proposta neotomista del sacerdote di Caltagirone contemplava, invece, la persona quale fine della società civile, "che per sua natura e origine non può non avere altra finalità se non quella di rendere possibile il perfetto sviluppo della persona umana, dato che questa, a ragione della sua natura specifica, non sarebbe in grado di perseguire altrimenti la perfezione della sua vita umana".
 Sulla traccia segnata da don Sturzo, Alfano approfondisce le obiezioni alla macchina legislativa attivata in conformità al mutilante pregiudizio laicista: "Il contrattualismo che sovente anima la giustificazione della legge, postula una situazione originaria senza doveri, esigendo, viceversa, che le regole vengano stipulate con accordi esclusivamente fondati su interessi, Fondamentalmente, c'è la concezione di una limitata razionalità come risultato di un confronto tra cittadini, considerando la politica come semplice accettazione delle procedure per la produzione delle leggi o regole, il cui contenuto va definitivo attraverso la comunicazione consensuale".
 Si costituisce in tal modo un circolo vizioso, nel quale la libertà è la fonte della legge assoluta cui essa stessa dovrà obbedire.
 La via d'uscita da un tale perpetua rotazione è la fiducia nella libertà concepita come dono di Dio finalizzato all'attuazione della legge naturale.

r

 Opportunamente Alfano ricorda che "don Sturzo si confrontava anche con le diseguaglianza economiche proprie del passaggio dal vecchio al nuovo secolo e con la diffusione dell'ideologia socialista e massimalista e la contemporanea evoluzione di quello liberale dello Stato democratico i cui obiettivi erano quello dello sviluppo dei valori di solidarietà e cooperazione".
 Da tale presa di coscienza discende l'affermazione del principio di solidarietà, che diventa il terzo pilastro dell'autentica democrazia, accanto a quello di libertà e uguaglianza.
 In vista di una riforma dell'ideologia liberale, dominante nei primi anni del xx secolo, il pensiero di Sturzo accoglie, infatti, l'insegnamento di Leone XIII (che propone una convergenza tra capitale e lavoro) e i commenti del Beato Giuseppe Toniolo alla lezione del grande pontefice.
 Attuale è altresì il contributo di don Sturzo al chiarimento del concetto di nazione termine "che indica una popolazione che abbia sperimentato per parecchie generazioni una comunanza di territorio, lingua, cultura, economia e storia tale che i membri ne abbiano una coscienza precisa".
 Pertanto il carattere di vero risorgimento prima che all'impresa liberale compete "alla partecipazione vera delle masse popolari ai processi storici, da protagonista"
 Negli scritti di don Sturzo, infine, si possono cogliere i criteri di una ragionevole opposizione all'assistenzialismo statale, incautamente promosso da La Pira e condiviso dai principali esponenti dalla sinistra democristiana. Il fondatore del partito popolare, non era per principio contrario all'intervento dello stato nell'economia ma "poneva alla base di ogni comportamento umano un'estrema moralità, che non sempre si sarebbe mantenuta in seguito: la partitocrazia ... induceva alla corruzione e quindi all'immoralità, che non è caratterizzata solo dallo sperpero del denaro pubblico ma da ingiusti sistemi fiscali, da clientelismo, dall'abuso della propria influenza politica nel ruolo che si occupa nell'esame dei concorsi pubblici o anche nell'assegnazione di appalti".

 L'attualità di don Sturzo, in definitiva, dipende dal transito nella seconda repubblica dei vizi della prima repubblica e dal simultaneo abbandono delle virtù possedute, malgrado tutto, da alcuni banditori di errori, ad esempio da La Pira.  

Piero Vassallo

mercoledì 29 maggio 2013

Presentazione di Emilio Artiglieri: Un treno nella notte filosofante (Roma, 16 maggio 2013)

     Certamente il mondo resterebbe, per usare un eufemismo, meravigliato se i giornali, i telegiornali, i twitter annunciassero che Papa Francesco ha dichiarato guerra.
   Eppure, fin dalla sua elezione, nei suoi discorsi, nelle sue omelie è ricorrente il tema della guerra, della guerra al diavolo, con il quale, ancora recentemente, ha dichiarato, in modo perentorio, che non ci può essere dialogo, e che, non senza ironia, ha definito un “cattivo pagatore”.
   Proprio su questi temi della predicazione di Papa Francesco è uscito, sull’Osservatore Romano, un bell’articolo il 4 maggio scorso di Inos Biffi, il quale ha messo in evidenza come il Nuovo Testamento, non solo i Vangeli, ma le Lettere paoline, le Lettere di Giovanni, l’Apocalisse, sia tutto caratterizzato proprio dalla rappresentazione di questa grande battaglia, che è iniziata prima della storia e si prolungherà fino alla fine dei tempi.
   Ancora prima della sua elezione a Vescovo di Roma, l’allora Cardinale Bergoglio, a proposito delle proposte di legge sul matrimonio omosessuale, le attribuiva all’invidia del demonio, attraverso la quale – così scriveva ai monasteri carmelitani di Buenos Aires – il peccato entrò nel mondo: “un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra”.
   In altre parole non si trattava, per il Cardinale Bergoglio, di una battaglia politica, ma del tentativo distruttivo del disegno di Dio, tentativo voluto dal demonio per confondere e umiliare gli uomini.
 Un filosofo non cristiano, come professione di fede, ma sensibile al rapporto tra teologia e storia, Massimo Cacciari ha dedicato un testo, uscito recentemente, al katéchon, ossia a “Il potere che frena”, secondo l’espressione che si legge nella seconda Lettera ai Tessalonicesi. Il katéchon è qualcosa o qualcuno che trattiene e contiene, arrestando o frenando l’assalto dell’Anticristo, ma che dovrà togliersi o essere tolto di mezzo, affinché l’Anticristo si risvegli, prima del “giorno del Signore”.
   Non intendo soffermarmi sulle diverse interpretazioni del katéchon e dell’Anticristo.
   Mi piace però cogliere dal testo di Cacciari, che riprende la letteratura cristiana antica sull’argomento,  questa precisazione: “l’Ingannatore del mondo si presenta come figlio di Dio. La sua energia si esprime nel se-durre dalla fede nel Signore Gesù: la sua apostasia non è discessio o secessio genericamente da Dio, non ha nulla a che vedere con qualsiasi forma di ‘ateismo’; essa ha un solo bersaglio: sradicare la fede che Gesù sia il Cristo” (p. 49).
   Presentando il libro di Piero Vassallo: “Un treno nella notte filosofante”, vorrei subito qualificarlo come un romanzo, non solo e non tanto filosofico, quanto piuttosto teologico e spirituale.
   La notte in cui è ambientata la prima parte, nella quale si descrivono le discussioni svolte durante un viaggio in treno tra Simeone, il protagonista (nome assolutamente spirituale) e gli altri compagni di viaggio, diventa nella seconda parte la notte della ragione, oltre che della fede, non nel senso di San Giovanni della Croce di “notte oscura” come esperienza mistica, ma nel senso di “tenebre” che si oppongono alla luce, che avvolgono il pensiero e lo rendono impotente ad aprirsi alla realtà creata, a confrontarsi con il reale, in un avvitamento in se stesso che è l’esito del principio di immanenza moderno.
   E’ la notte del nichilismo che si oppone alla luce e alla vita, è la notte in cui si sviluppa il fomite dell’antivita.
   Per capire la battaglia tra la luce e le tenebre, tra la vita e l’antivita, occorre aver presente il prologo al Vangelo di San Giovanni, quel prologo che, come un esorcismo, veniva recitato al termine di ogni Messa nel rito antico, e ancora oggi viene recitato in questo splendido rito antico.
   La notte filosofante si oppone alla luce, alla vita, è il tempo delle tenebre, il tempo dell’antivita.
    La vera battaglia, il vero confronto non è tra “destra” e “sinistra”, tra – per citare le antiche Potenze terrene - Francia e Germania, tra Russia ed America, neppure tra Europa ed Islam: è tra la luce e le tenebre, tra la vita e l‘antivita.
   Il momento più alto di questa battaglia e che ne svela il senso è dato dall’Incarnazione del Verbo di Dio: il Verbo si è fatto carne, come dice San Giovanni, e ha posto la sua dimora tra noi, nella storia umana.
     Grande mistero, di fronte al quale il rito antico esige che, ogni volta che si ricorda nella liturgia,  tutti, sacerdoti e fedeli, si inginocchino, adoranti.
   Lo sfondo è dunque sempre questo: le tenebre che avvolgono il mondo, gli uomini, il loro pensiero, ma che vengono squarciate dalla luce del Logos che è vita, e che si fa carne, che entra glorioso nella storia dell’umanità, definitivamente, e che a quanti credono in Lui ha dato il potere di diventare figli di Dio.
   Ed è questo che il grande Ingannatore, l’invidioso, come dice Papa Bergoglio, non sopporta: la dignità dell’uomo elevato per grazia ad essere partecipe della natura divina, ad essere figlio di Dio.
   Non potendo colpire Dio, colpisce l’uomo, la sua dignità, la sua apertura al trascendente, la sua vita di grazia e la sua chiamata alla gloria.
   Ritengo questa premessa necessaria per poter parlare del romanzo di Vassallo, che altrimenti resterebbe, nel suo aspetto più profondo, incomprensibile.
   Il romanzo di Vassallo si può leggere a diversi livelli: ad un livello autobiografico in cui egli fa riferimento, soprattutto nella prima parte, a quella che potremmo definire la sua “conversione” da giovanili idealità vagamente pagane al loro superamento e al loro “inveramento” nel cristianesimo; ancora a livello autobiografico, ma anche come spunto di riflessione per tutti, si coglie quello che potremmo definire lo spirito cavalleresco, dell’autentica cavalleria cristiana, di Piero Vassallo, che lo porta al servizio della verità fino al rifiuto di ogni successo mondano che ben gli sarebbe stato accessibile.
    L’altro livello è quello sul piano della storia culturale, intendendo questo aggettivo non nel senso di accademico o di riservato agli specialisti, ma come sinonimo di civiltà: da una parte la notte con le sue tenebre ed i suoi spettri, dall’altra la vita, la luce che ci ha portato il Verbo di Dio, il Logos incarnato, aprendo, allargando, come direbbe Benedetto XVI, la nostra ragione alla trascendenza.
   L’esito della notte filosofante per il treno è di finire su un binario morto, inizio della tragica avventura dei protagonisti, che vengono come scaraventati dalle eleganti carrozze di questo treno (ma l’eleganza, la squisitezza, i modi affettati spesso sono il preludio all’abbruttimento), nel progetto di un “mondo nuovo”, fondato sulla “ultrarivoluzione”, come restaurazione della “cultura originale” e del “pensiero armonioso” (cfr. p. 67), che non è solo una cultura precristiana, ma pre – e antirazionale, avendo, a sua base, il rinnegamento, esplicito in Marcuse, del principio di identità e di non contraddizione, qualificato – risum teneatis amici – “fascista” (p. 75).
   La lotta alla luce, alla vita è sempre anche lotta alla ragione: non a caso la cultura omosessualista, abortista, eutanasica è caratterizzata anche dal favore per l’uso delle droghe, in una visione sconvolta e sconvolgente dell’uomo, che di umano non ha più nulla.
   E’ di questi giorni l’uscita di un romanzo di Dan Brown, Inferno, in cui il tema è il mito della sovrappopolazione, per cui l’umanità sarebbe prossima ad essere annientata dalla crescita demografica: il rimedio sarebbe quindi la sterilizzazione di massa, l’aborto, la contraccezione, l’eutanasia.
   Giustamente Massimo Introvigne ha definito questo libro un manifesto anticattolico per la “cultura della morte”, cultura della morte che, al di là di queste formulazioni così esplicite, serpeggia, uso questo verbo non a caso, in ampi settori del mondo moderno e contemporaneo, politicamente trasversali.
   In quella che Vassallo definisce la “cultura originale”, nel senso di anticristiana e antirazionale, si consuma la dissociazione gnostica, propriamente marcionita, tra il Vecchio e il Nuovo Testamento, che concretamente significa il rifiuto del Creatore e dell’ordine creato, e quindi della legge naturale, dei suoi valori, della razionalità stessa, come se si potesse essere più “buoni” di Dio.
   Ci viene offerta da Vassallo una importantissima chiave di lettura della cultura moderna e contemporanea, ma anche una chiave di interpretazione politica che giunge fino alla attualità, e che ci aiuta a capire come mai esponenti di destra facciano discorsi “di sinistra” (ad es, apertura ai matrimoni omosessuali), o esponenti della politica e della cultura di sinistra si affannino a “reggere la coda” ai grandi banchieri e ai finanzieri senza scrupoli.
   In questa “cultura originale”,  destra e sinistra solo apparentemente sono poli opposti, ma in realtà si ritrovano in questa “armonia”, cementata dalla stessa avversione per il cristianesimo, ma anche per i valori ad esso propedeutici dell’ebraismo ortodosso (mosaico), del razionalismo greco e della giustizia romana (p. 80), in breve per “l’impostazione occidentale”, che è poi quella cattolica.
    Al riguardo mi piace ricordare che il celebre discorso di Bottai del 7 dicembre 1942 a Berlino di esaltazione del diritto romano suscitò le reazioni furiose dei nazisti, Goebbels, Rosenberg, che definirono il ministro italiano la longa manus del Vaticano, reazioni non diverse nella sostanza rispetto all’odio per il diritto romano manifestato negli scritti di Engels
  Il fotomontaggio, che il protagonista vede in uno degli alloggi di quel lager in cui si costruisce la nuova umanità, di Marx che bacia Nietzsche (p. 85), è la più chiara espressione di questa devastante “armonia”, del compimento dell’et - et.
  Nazismo e comunismo, estrema destra ed estrema sinistra, Hitler e Pol Pot, confluiscono nell’odio alla vita – e innanzitutto alla sua trasmissione – alla storia, alla tradizione, alla razionalità come elemento di somiglianza al divino, nella prospettiva di “andare oltre l’uomo” (p. 110).
   In questo percorso si colloca anche un ecologismo esasperato, per cui l’uomo non sarebbe diverso da ogni altro animale e si dovrebbe confondere con la natura, e il rifiuto della tecnica.
   Come fare ad andare oltre l’uomo? Superando ogni dualità: bene – male; uomo –donna; angeli buoni – angeli cattivi. Verrebbe da dire ogni discriminazione, in un aberrante ermafroditismo culturale.
   Qui davvero si scontrano due grandi progetti: il progetto di Dio e il progetto dell’avversario, tanto feroce quanto grottesco.
   Culmine del progetto dell’avversario, ossia della cultura di morte è, come viene descritto nel romanzo di Vassallo, il sacrificio umano. Se qualcuno ritiene che nella nostra cultura non si pratichi più il sacrificio umano, rifletta sui milioni di aborti, che non sono altro che vittime innocenti soppresse, con il permesso della legge, dal più forte. Ed oggi la strada è aperta all’infanticidio.
     Per non parlare di tante altre situazioni in cui la vita umana è disprezzata fino al cd. delitto gratuito, bene raccontato nella sua lucida follia da Sartre nel racconto Erostrato.
   Satana, scrive Vassallo, non si aggira in divisa (p. 145), ossia i veri satanisti non sono ragazzotti marginali, che ascoltano una certa musica o vestono di nero: i veri satanisti sono nei salotti, sulle cattedre universitarie, nelle direzioni dei grandi giornali. E’ lì che si pianifica il “mondo nuovo” .
   Come difendersi dall’incubo, come respingere questo progetto di morte? Chi ci difenderà se anche, e soprattutto i potenti stanno dall’altra parte?
   I credenti sanno che il finale è già scritto, che il principe di questo mondo sarà precipitato: questo però non ci esime dal combattimento e soprattutto dal cercare le tracce di quella che sarà la vittoria definitiva.
   Piero Vassallo ci indica tre tracce: gli umili, i sofferenti; le persone comuni; infine i Santi. Gli umili, i sofferenti sono, per così dire, il parafulmine, sono coloro che espiano in vece nostra.
  Il pensiero corre dalla figura di Matrjona di Solzenicyn, che, disprezzata dagli uomini, come una “povera stupida” che aiutava gli altri senza compenso, e in quest’opera trova la morte, era invece proprio lei “quel Giusto senza il quale non esiste il villaggio, né la città, né tutta la terra nostra”.
   Le persone comuni, i Brambilla, come li chiama Vassallo, sono poi quelle persone apparentemente modeste nella loro regolarità di vita, nelle loro aspirazioni, nel loro stile, mai sopra le righe, i “padri di famiglia”, che, di fronte alle difficoltà, sanno dimostrare un cuore grande e un coraggio eroico.
   Ed infine i Santi, in particolare i contemplativi come Teresa d’Avila, Teresina di Lisieux, o i Martiri come Edith Stein, come le Carmelitane di Compiègne che ci indicano dov’è il vero bene, al di là di ogni progetto umano.
   Insomma, alla soglia degli 80 anni, Piero Vassallo ci vuol dire che la salvezza non viene dalla cultura, non viene neppure dalla politica (ancorché questa possa offrire un qualche apporto strumentale e secondario, come machinae transiturae per costruire la domum mansuram, in senso agostiniano); viene dall’alto, dalla luce del Verbo incarnato che illumina, come dice ancora il prologo dal Vangelo di San Giovanni, ogni uomo che viene nel mondo e gli svela la pseudosapienza dell’Ingannatore.

Emilio Artiglieri


sabato 18 maggio 2013

Intervento di Valentino Cecchetti: Un treno nella notte filosofante (Roma, 16 maggio 2013)

Credo che non sia necessario spendere troppe parole per presentare Piero Vassallo. Alcuni lo considerano un implacabile e caustico polemista cattolico italiano. Per molti di noi è uno tra i più importanti intellettuali di questi anni.
Conosciamo sin troppo bene lo scenario in cui Vassallo ha condotto da filosofo la sua “buona battaglia” politica e culturale.
Vassallo non soltanto è stato il primo a smascherare la falsa distinzione culturale tra la destra e la sinistra postmoderne (con particolare disdoro della destra deviante e “spensante”). Ha rivelato l’origine anticristiana della cultura postmoderna, ha denunciato il pericolo della “nuova alleanza” (lo notava Franco Fontana nella prefazione a uno dei libri più belli di Vassallo) tra universi culturali che sembrano molto distanti. E spingono per il ritorno all’antico, agli antichi miti. Verso l’orizzonte “regressivo” che annulla senza scampo il singolo nel magma della natura e della specie.
È la “destra adelphiana”, che Vassallo ha descritto in tempi non sospetti. E che ha magistralmente demistificato in tante opere, molto prima dei celebrati Adelphi di Blondet. Penso a libri come L’ideologia del regresso, a Ritratto di una cultura di morte. Rimando al volumetto bibliografico che raccoglie tutto il percorso di Vassallo, curato se non ricordo male da Sergio Pessot e pubblicato dalla Banda di Genova. Per intravedere lo spalancarsi del precipizio: quello di Cacciari e Dossetti, di Maritain e Gandhi, i protagonisti del millennio regressivo, dell’antichismo che nasce dai fantasmi e dalle distorsioni illuministiche della modernità.
Si tratta di ciò che è stato felicemente definito da Augusto del Noce il “totalitarismo della dissoluzione”, il fenomeno che non ha il volto odioso dei totalitarismi coercitivi del secolo scorso, ma ha il sorriso seducente e sinistro di un nuovo “sistema” (relativismo morale, edonismo consumistico, lassismo istintuale). E mira a distruggere le difese immunitarie dell’essere umano, a consegnarlo, frastornato e disarmato, nelle mani di nuovi carnefici.
Ed è esattamente ciò che si racconta in questo libro (nella seconda parte in particolare). Il deragliamento notturno del pensiero (come non pensare a Céline?) verso l’alba dell’Ultrarivoluzione, l’avvento delle Entità Superiori che vengono a liquidare i resti dell’Occidente cristiano. L’affermazione “imprevedibile e irreale” della comunità di Bataille (la Locanda dell’Armonia degli Opposti), che nelle “pose” onomastiche e negli anagrammi riconoscibili dei suoi animatori, Gamballarghi, Rosati, De Pastera, Ceneretti, offre in rassegna la “ragion pratica” del disastrato e spaventoso neopensiero contemporaneo, quello a colori pastello dell’editore satiro e officiante gnostico Rosati-Calasso.
Ha fatto bene un commentatore, Roberto Dal Bosco, a rilevare che i tempi (tempi di seduzione sinistra si diceva) richiedano per interpretarli, rappresentarli e combatterli strumenti di natura letteraria, oltre che filosofica.
Ma penso che Vassallo voglia con questo libro mostrare in piena luce una continuità. Una questione che qui non si vuole risolvere con l’etichetta un po’ vana, con la solita scorciatoia: ecco un moralista. C’è in Vassallo un legame molto più forte e necessario di quello pur fondamentale che intreccia “etica e biografia”. C’è il legame tra il movente soggettivo e la storia-provvidenza. Un legame che non può essere spezzato e che qui assume la forma dell’apologo, ora sarcastico, ora doloroso, ora elegiaco (il registro più segreto, ma sorprendente di Vassallo) e fa i conti con tutto un percorso esistenziale e intellettuale mostrato nella sola forma cui si possa offrire il senso definitivo della scrittura e della vita: la forma classica dell’itinerarium.
Un treno nella notte filosofante si offre su un registro poco praticato nella letteratura italiana. Un realismo-irrealismo magico e grottesco, beffardo e straniante, che fa pensare al Papini di Gog, al pessimismo di Papini circa il destino “americano” offerto all’umanità dalla civiltà dei consumi. Un registro che avvicina il romanzo di Vassallo a modelli ideologicamente forse molto distanti. Penso al romanzo di conversazione e di idee degli anni Trenta (Huxley). Ma penso soprattutto al tono caustico, brillante, paradossale di Chesterton. Se è vero che la scrittura per essere tale deve sempre avere, come diceva lo stesso Chesterton, dei “moventi morali”, anche se parla di “giardini olandesi e di scacchi”. E anche inevitabilmente ai grandi apologeti. A Tertulliano, troppo spesso indicato (al pari Di Vassallo, mi sia permesso di osservare) come la vittima di un temperamento portato verso l’eccesso, sino ad abbracciare per ragioni “psicologiche” l’eresia. Al contrario esempio di una lucidità in cui il dottore e il polemista brillano contemporaneamente grazie alla forza e alla ricchezza del mezzo espressivo.
Un treno nella notte filosofante si presenta sin dal titolo come un racconto allegorico, un romanzo a chiave. Anche quando, nella prima parte, è più autobiografico e la “lampada della memoria” del protagonista, l’alter ego dell’autore, Simeone, si accende sullo scosceso percorso esistenziale di un “cattolico hyksos” e prende a spingersi lungo una via narrativa sempre più simbolica: da “figlio del sole” evoliano sino alla luce del cardinale Siri-Don Giacomo e alla fuga “cinematografica” dal destino di morte delle ultime pagine.
Vorrei fermarmi per concludere su un personaggio forse minore del racconto (ma i personaggi non hanno gerarchia in questo romanzo davvero corale). Su un sogno retrospettivo del protagonista, il ricordo di un antico coinquilino dell’ “eversore di destra” Simeone. Il ragionier Brambilla, ritratto di un cavaliere della mediocrità, che si offre come lo straordinario esempio di eroismo quotidiano, l’unico possibile, nel senso che Péguy dava all’eroismo contemporaneo: quello del padre di famiglia.
Qui sta forse il senso riposto del romanzo. Che è mosso, come tutta l’opera di Vassallo, dalla volontà di respingere la cultura di morte nella quale l’autore intravede l’essenza di una sorta di anti-Italia. Se è vero che tra le nazioni di Occidente proprio all’Italia, per il suo destino che la lega nella tradizione cristiana, è demandato il compito di traghettare l’intera storia occidentale “oltre il nichilismo”. È soprattutto per ritrovare il senso di questo “primato morale e civile” degli italiani (così ben rappresentato nel protagonista del romanzo e dalla storia di “superatore dei superatori di Cristo” dell’autore), che credo si debba leggere il romanzo di Vassallo.

Valentino Cecchetti

domenica 12 maggio 2013

Dalla Tradizione cattolica l'amor di Patria

Nota a margine del saggio "Unita e cattolica" di Paolo Pasqualucci

Dalla Tradizione cattolica l'amor di Patria

 Il disamore e il disprezzo della Patria unita, aberranti stati d'animo diffusi dagli attivisti del Pci, partito internazionalista e filotitino, sceso in guerra contro la legge divina e in special modo contro il quarto e il quinto comandamento, sono le cause remote del degrado morale e dello scisma politico, che  avviliscono e tormentano la società italiana, laica, adulta e democratica.
 Nel magnifico saggio "Unita e cattolica",  ingente e appassionato contributo alla rinascita dell'amore per la Patria unita, scritto dal filosofo Paolo Pasqualucci e pubblicato a cura di di Giuseppe Parlato nelle edizioni Nuova cultura, è difesa la verità storica intorno alla quale potrebbe destarsi la volontà di interrompere la spirale delle faziosità.
 Opportunamente Paolo Pasqualucci rammenta che "il Pci, che si concepiva come agente della Rivoluzione Mondiale nell'interesse dell'Unione Sovietica, ha condotto una battaglia culturale e politica implacabile contro l'idea stessa di nazione, di Patria, di cultura e tradizioni nazionali e contro lo Stato, oltre che contro la religione".
 Disgraziatamente l'avversione dei comunisti al patriottismo (si rammenta, al proposito, l'indegna gazzarra organizzata dagli agit-prop per umiliare i rifugiati istriani e fiumani) è penetrata nell'area del contraffatto ecumenismo e del disorientamento cattolico, ora  destando  la snobistica tendenza a condividere l'ostilità di Antonio Gramsci nei confronti della nostra tradizione ora suggerendo  antistoriche nostalgie anti-unitarie, di segno papalino e/o borbonico.
 A sinistra il risultato dello smarrimento cattolico nel labirinto gramsciano fu l'internazionalismo a sfondo irenistico e utopistico, che indusse il sindaco carismatico di Firenze, Giorgio Lapira, a fare concessioni alla mentalità settaria dei comunisti - ad esempio a definire i militanti di destra "discendenti di Caino".
 Emblema dell'insensibilità lapiriana al patriottismo fu l'inflazione di gemellaggi fiorentini con città estranee se non irriducibili alla cultura italiana, Fez, ad esempio. In tali scelte era evidente l'influsso della suggestione generata da un cosmopolitismo anti-identitario.
 A destra la preconcetta avversione all'Italia unita ispirò la nostalgia anacronistica e disinformata degli stati pre-unitari e l'immotivato rifiuto dell'identità nazionale.
 Misura della confusione anti-unitaria circolante nella destra cattolica fu la veemente sollevazione dei filo borbonici contro il progetto di Francisco Elias de Tejada y Spinola, finalizzato alla celebrazione dell'impresa risorgimentale [1].
 In un tumultuoso convegno svolto in Roma nel maggio del 1977, De Tejada, per evitare l'incombente scissione, fu costretto a ritoccare la sua tesi e a condividere (a denti stretti e contro la sua convinzione) l'opinione che l'unità d'Italia doveva essere ripensata mediante l'assimilazione del progetto borbonica [2].
 Dopo la prematura morte di De Tejada, la passione antirisorgimentale non incontrò ostacoli all'esercizio di una critica talora rozza e sempre indirizzata all'anacronismo e all'inavvertita assimilazione del disprezzo nutrito dai protettori occidentali (liberali) della patria italiana.
 In una corrente tradizionalista si manifestò addirittura una bizzarra opinione - lampante esempio di trasbordo ideologico inavvertito - che attribuiva all'anti-italiano Winston Churchill il titolo di salvatore della civiltà.
 Di qui l'incapacità, manifestata da una vasta frazione della scuola tradizionalista, di comprendere che sul progetto anti-unitario, coltivato in nome della fedeltà al Cattolicesimo, era surrettiziamente impresso il marchio della faziosità comunista e della mitologia pseudo-ecumenica.
 Inoltre sotto il marchio dell'antifascismo era contrabbandato il progetto inteso alla dissoluzione dello Stato italiano. Al proposito Pasqualucci rammenta che "l'antifascismo si è macchiato di una colpa storica nei confronti degli italiani: ha reintrodotto nel nostro Paese il particolarismo, nelle sue varie forme: le regioni, i dialetti, l'ostilità per lo Stato unitario, il fazioso spirito di partito, la mistica dell'autonomia. L'antifascismo non solo non ha risolto le contraddizioni tra Democrazia e Nazione, che si era sanguinosamente aperta nel primo dopoguerra, l'ha esasperata".
 E' dunque evidente che l'uscita della destra dallo zero metafisico in cui l'hanno trascinata il rigetto del patriottismo e l'assimilazione inavvertita dell'antifascismo di scuola comunista [3], costituisce un evento impossibile, fino a che non sarà riveduta seriamente la mitologia intorno all'Italia pre-unitaria e riletta - sulla traccia indicata da De Tejada - la storia del risorgimento nazionale.
 Convenientemente, nell'introduzione al saggio di Pasqualucci, Parlato rammenta che durante il Novecento, autorevoli pensatori, appartenenti a diverse scuole di pensiero, hanno esaminato criticamente il Risorgimento ma la loro riflessione "di alto contenuto storico e filosofico sulle modalità in cui si era realizzata l'unificazione del Paese" non scendeva mai al livello della revisione viscerale: "pur nella critica serrata, tali riflessioni, tuttavia, non hanno mai messo in dubbio la validità dell'opzione unitaria. Poteva essere unificata meglio l'Italia, d'accordo, ma un sano storicismo suggeriva che comunque così era andata. Si poteva riformare - e si è anche tentato - ma non si poteva negare l'evidenza".
 Negli ultimi anni la polemica dei tradizionalisti sull'unificazione della Penisola ha peccato talvolta di irrealismo storico, esagerando (ad esempio) il ruolo della massoneria o confondendo massoneria e anticlericalismo generico.
 Al riguardo Parlato sostiene, con sottile e pungente ironia, che la scolastica antirisorgimentale "Non si è limitata a denunciare le manchevolezze nell'unificazione ... ma piuttosto prende occasione dalle manchevolezze (spesso presunte) per giungere alla conclusione che l'unificazione o non si sarebbe dovuta fare, ovvero si sarebbe dovuta fare in maniera tanto diversa che non si sarebbe potuta fare".  
 Se non che la difesa dell'unità d'Italia oggi è giustificata specialmente dall'inquietudine che desta l'involuzione liberista e globalista in atto nell'Unione europea. Apprensione che aumenta quando si misura il consenso al partito cosmopolitista inventato da Casaleggio, un occultista che non nasconde l'ammirazione per il satanista Georges Gurdijeff.  
 Sulle urgenti ragioni dell'unità d'Italia Pasqualucci formula un drastico ma puntuale giudizio: "L'Unione europea che a prudente avviso di molti (quorun ego) avrebbe dovuto restare elastica Comunità; questo Superstato militarmente inesistente, frutto ibrido dell'Utopia e degli interessi di potenti élites economico-finanziarie (basti pensare all'azzardata creazione di una moneta unica senza avere un'economia unica e al liberalismo assoluto che lo anima); ultra laico e anticristiano sia nei suoi princìpi fondamentali che in diverse sue politiche, esercita, com'era inevitabile un'azione disgregante nei confronti degli Stati nazionali".
 Dal disarmo davanti al laicismo rampante a Bruxelles ha infatti origine il sogno frazionista che contempla l'appiattimento di un capolavoro della Provvidenza storica, quale è l'Italia, in una catena o lega calvinista di regioni abitate da formaggiai e fabbricanti di orologi a cucù [4].
 Ai nostalgici dell'Italia disunita, Pasqualucci ricorda amichevolmente che "di fronte alla globalizzazione incalzante, con tutti i suoi mali, non dovrebbe ognuno cercare di salvaguardare l'unità della Patria ... preoccupandosi innanzitutto di instaurarvi l'ordinamento politico e morale che piace a Dio?"
 Pasqualucci contrasta risolutamente l'umiliante utopia federalista: "L'unità statale di una nazione è un bene. Lo è per tutti i popoli, quali che siano la loro religione e il loro grado di civiltà. Non si capisce perché solo per noi italiani non debba esserlo".
 Di conseguenza ridimensiona alcune leggende nere o bianche intorno al risorgimento. Tanto per cominciare dimostra l'inconsistenza dei panegirici intorno alle delizie dei piccoli regni e delle piccole repubbliche pre-unitarie.
 Oggetto di brucianti umiliazioni l'Italia debole e frammentata doveva piegarsi continuamente alle imperiose decisioni delle monarchie nazionali. "Nel Seicento e nel Settecento, le diplomazie europee, perfezionando a forma quasi d'arte una prassi ben anteriore, intrecciava sottilmente ed ipocritamente la politica di potenza alle questioni dinastiche. Nel caso di piccoli Stati, come quelli italiani, stabiliva con largo anticipo che cosa farne, quando i rispettivi principi fossero morti senza eredi".
 La macchia costituita dal mortificante/disonorante potere esercitato dalle monarchie europee non cancella i difetti, i deliri (l'utopia mazziniana, ad esempio) e le magagne della classe politica, che ha attuato il risorgimento compiendo azioni spesso censurabili.
 Pasqualucci non nasconde il "difetto d'origine" del risorgimento, e riconosce che "l'aver dovuto ricorrere all'aiuto decisivo dello Straniero nel 1859, sia pure per sconfiggere altri stranieri, ha sicuramente pesato negativamente sulle vicende successive della nostra storia". Afferma tuttavia che, in vista dell'emendazione del difetto d'origine, sarebbe insensato "rimettere in discussione l'unità ed anzi distruggerla, magari svuotandola dall'interno con riforme federaliste ad hoc". E più avanti conclude: "Se l'Italia unita si è secolarizzata, bisogna riconquistarla a Cristo, mantenendola unita".
 Il saggio di Pasqualucci, in definitiva,  costituisce un segnavia indispensabile al cammino degli italiani che non si rassegnano a finire nelle dissolventi fornaci dell'europeismo e del mondialismo.

Piero Vassallo




[1]               Nel dicembre del 1976, De Tejada aveva pubblicato un elogio della gloriosa impresa italiana nella rivista "La Quercia", diretta da Pino Tosca.
[2]          Sulla tradizione borbonica De Tejada nutriva dubbi suggeriti dalla seria conoscenza dell'egemonia che cartesiani e illuministi esercitavano nell'università e nella corte di Napoli. Durante un convegno sulla teologia della storia, De Tejada rammentò la solitudine nella quale era respinto il cattolico Vico dagli accademici napoletani.
[3]             Il rifiuto dell'ideologia antifascista (fatte salve le legittime critiche alla dittatura e alle modalità del suo esercizio) nel dopoguerra fu dichiarato da Giorgio Del Vecchio, un filosofo che aveva subito i danni contemplati nelle leggi antisemite del 1938. Riserve sulla prassi dittatoriale sono manifestate anche da Pasqualucci.
[4]             Non è inutile rammentare che i massimi dirigenti della Lega anti-unitaria provengono dalle file del Pci.

martedì 7 maggio 2013

Un treno nella notte filosofante (Recensione di Aldo Carpineti)

      
Si intenda detto per inciso che il primo sentimento che “Un treno nella notte filosofante” suscita, quasi ad ogni passaggio verbale e concettuale, per tutto il racconto ed a maggior ragione alla conclusione della lettura, è lo stupore.
Perché Pier Angelo Vassallo, per noi tutti suoi amici famigliarmente Piero, stupisce sempre, in ogni sua manifestazione: per la smisurata quantità e qualità della sua cultura, per il rigore della sua dialettica, per lo stesso quotidiano personale proporsi agli altri, immancabilmente stupisce, certo anche al di là della propria intenzione, ed in barba ad un atteggiamento personale pacato, sempre misurato, mai invadente né al di sopra delle righe, volentieri sorretto da una ironia sottile.
Non ho letto tutta la letteratura prodotta da Piero, pertanto non so se quest’ultima creazione rappresenti in qualche modo una summa delle precedenti, ma senza dubbio in essa appaiono un pensiero ed una logica compiuti ed in qualche modo totalizzanti; un discorso completo e complesso che, per ciò stesso, passa attraverso diverse fasi chiaramente riconoscibili, pur connesse tra loro da un ben individuabile filo logico che le unisce e ne giustifica le differenti modalità stilistiche ed espressive.
La potenza del sacro accanto alla dissacrazione del manierismo benpensante, la frequente citazione dotta insieme all’informazione contemporanea, alla nota popolare ed anche popolana; un’aggettivazione ricchissima e mai ripetitiva, l’ironia dell’iperbole e degli accostamenti paradossali. Una descrizione accuratissima fino al raggiungimento del particolare quasi inosservabile ed impensabile, continuamente cangiante, lascia poco ed insieme moltissimo alla prosecuzione fantasiosa del lettore.
Da una seconda fase di ispirazione orwelliana dove la fattoria degli animali trasmuta in una valle, nicchia geografica nella quale i Capi vengono chiamati Enti per non urtare il politically-correct di facciata, si passa senza soluzione di continuità alla rappresentazione di un mondo dove i malcapitati viaggiatori conoscono la disperazione delle città bibliche maledette.
La situazione suscita in essi stati d’animo tanto strazianti quanto non domi, a costo di subire le conseguenze della ribellione alla tremenda ingiustizia.
Ma a questo punto, in un dantesco “la morta poesì resurga” , l’autore innalza un lungo e mirabile inno a Dio, una laude  all’Altissimo che non può non far tornare alla mente il coraggioso slancio del sommo poeta nel rappresentare, nella terza cantica, qualcosa di tanto ineffabile e irraggiungibile alla parola comune: da qui, per i prigionieri, la faticosa fuga dall’odiata nicchia geografica verso la speranza, non ancora chiara nei modi di proporsi e di realizzarsi ma certa del risultato, anche terreno, nella fede.
Per Vassallo il mondo (e con esso l’uomo e tutte le cose) è insieme essere e divenire, Dio invece è solamente essere perchè non conosce il passare del tempo né i cambiamenti d’essenza; la sua impostazione si può considerare un abbraccio incondizionato alla tradizione giudaico-cristiana, e alla ragione tomistica; non accolto il metodo cartesiano né l’irrazionalità di Nietzsche, criticati politicamente i francofortesi di Adorno e gli sviluppi marcusiani, appare imprescindibile l’esigenza della guida, nel rifiuto tanto dell’illusione liberista  quanto dell’inganno giacobino. Non le contraddizioni dell’illuminismo dilagante, figlio parricida del concetto di sacro, ma il Vecchio ed il Nuovo Testamento, quali donatori di speranza persino nelle contingenze dell’attuale buio e preoccupante momento storico: ottimismo che discende in linea diretta dalla stessa promessa della salvezza. Un’idea che si trova tradizionalmente in contrasto con l’opposta visione del paganesimo politeista di stampo ellenistico secondo la quale l’uomo esaurisce su questa terra la ragione di se stesso e, al di là, ogni speranza è bandita; teorica anche questa, che oggi è significato e generazione di voci più che autorevoli anche in campo nazionale e fra tutte notevolissima e grandemente attuale è quella di Umberto Galimberti.
Ma Vassallo va apprezzato anche sotto diversi profili che pochi gli conoscono: una cultura alternativa di carattere aziendale-commerciale da cui gli deriva l’esattezza del linguaggio giuridico e la padronanza delle problematiche inerenti ai bilanci societari ed all’amministrazione contabile. Senza dimenticare la passione per il buon cinema, per la musica eterna e per quella contemporanea, se spiritosa come sa essere la tarantella del genio partenopeo Renato Carosone e l’attenzione alla tenera malinconia filmica della minuscola interprete ed eroina Gelsomina.
Una personalità multiforme ed un’umanità completa, dunque,  ma piana, coerente a se stessa, un uomo che ha il grande merito di saper osservare la realtà e le cose da più punti di vista e di crearsi convinzioni robuste omologate dalle diverse ottiche frequentate, mai superficialmente, anzi attraverso le profondità del cannocchiale del sommergibile.
E’ la sua risposta, convinta ed appassionata, al mistero dell’esistenza che coincide con quello della speranza; pur nella sciatteria di molta parte del mondo moderno, la salvezza passa attraverso la scelta esistenziale della ragione che è ordine per tutte le cose.

Aldo Carpiteti



lunedì 8 aprile 2013

Recensione a UN TRENO NELLA NOTTE FILOSOFANTE (di Maria Luisa Bressani Ferrero)

Un treno nella notte filosofante di Piero Vassallo (Solfanelli – Chieti, casa editrice cattolica) è un libro da stroncare? Un fatto più che raro nella cultura del consenso però, prima di leggerlo, mi hanno raggiunto “rumors” sulla degenerazione dei costumi (di cui si parla nel libro), inclusa omosessualità, pederastia, fin sacrifici rituali, roba di cui comunque siamo avvertiti dalla diffusione di sette sataniche. Roba quindi di cui, per prevenzione, si dovrebbe discutere. Né ci sono descrizioni spinte come nei boom editoriali di libri osé, al punto che  per la sua Madame Bovary (1857) Flaubert rispose: “C’est moi”.
C’illuminano queste parole di un personaggio del libro (scritto in forma di romanzo): “Stanno lavorando per ridurre il papato in completa balia del potere laico. L’obiettivo è una chiesa nazionale, ridotta a pittoresca cerimonia e farsa. Ci manca che eleggano vescovi dichiaratamente omosessuali”. Questa discussione (p. 144) segue al ripristino del potere temporale dei Papi, ma include anche “l’umiliazione del cattolicesimo come parte del programma comunista”. Nel romanzo l’accenno è ad una comunità di Entità, preposte alla rieducazione di persone fatte prigoniere durante un viaggio in treno. Ne conseguono alcune considerazioni: “Chi ha messo i comunisti sulle cattedre dei licei e delle università? Palmiro Togliatti ha ricevuto l’investitura in una banca massonica. I giovani, scarpe di gomma, tamburi di latta e testa rombante eseguono a puntino i piani eleborati in alta sede..., la persecuzione alla Chiesa è ignobile ma vantaggiosa. I rivoluzionari si sono arricchiti saccheggiando i beni ecclesiastici.” Fin qui siamo nella storia abbastanza nota, però a questo punto scatta il pensiero controcorrente del filosofo-storico Vassallo. Ci ricorda quanto sia ingannevole il trionfo della Russia sovietica e come sia già cominciata l’ora di un altro seduttore, della Germania. Obietta un personaggio del libro: “Ma la Germania ha perduto la guerra”. Replica: “Quella delle armi. La guerra riprenderà dopo la fine della Germania nazista che avrà bruciato la sua miglior gioventù. Si faranno avanti gli intellettuali, i figli dell’ignavia, quelli che il gergo delle caserme definisce ‘vaselina’. La Germania diventerà capitale della perversione”. Arriva poi questa conclusione: “Gli scrittori gnostici (ontologia negativa che genera il culto di eroi negativi e dei popoli viziosi) hanno esaltato ‘cainiti, sodomiti, egiziani’. Alla luce di questo precedente l’adesione al razzismo germanico rappresenta l’incontro dell’ontologia negativa con l’etica dei distruttori”. Come non bastasse a fine libro un personaggio ricorda Padre Pio che denunciò “il lupanare, vero fomite dei mali presenti”.
Un altro gli ribatte: “Il lupanare o la banca? Vedi una differenza tra le due strutture parallele?”, e siamo nell’attualità che ci preoccupa. Nel romanzo s’insiste, chiedendosi se l’imprenditore d’Arcore, avendo vinto le elezioni, riuscirà a produrre cambiamenti positivi e se si debba far festa. Risposta: “Mezza festa. L’economista ‘ineconomico’ è dietro l’angolo e si chiama Mario Collinari, l’arnese di Giorgio Salernitano”. Una chiave di lettura del libro infatti è seguirne la satira, decifrando nella storpiatura ad arte nomi noti.
C’è anche una parte autobiografica. Si può ipotizzare Vassallo stesso in uno dei due studenti squattrinati  che vanno a conoscere a Roma il barone nero, di cui non è scritto il cognome Evola, ma solo i nomi di battesimo e di cui viene ricordata la propensione  per studi esoterici. (Evola scrisse dal 1920 al ’74 della morte, appellandosi al Tradizionalismo che implicava una società spirituale, aristocratica e gerarchica). Si può ipotizzare che Vassallo, poi docente di Teologia, si identifichi anche con don Sergio (bella figura di sacerdote degli umili) quando da scolaretto delle elementari si appassiona alla fede e alle domande che questa porta con sé. Nel romanzo tanti i nomi dei filosofi, i grandi e i devianti: ci vuole molta cultura per leggere. Vassallo non mette note d’ausilio e, a voler capire bene, si devono consultare libri per ricuperare un po’ di quel sapere che in lui sembra innato ma gli viene da una vita di studio.
Ci si può però abbandonare alla lettura secondo il piacere dell’intelligenza, di battute fulminanti come dello studioso ed amico Francesco Grisi (morto a Todi nel 1999): “Il vino scaccia l’olio santo” (cioè allegria fa rima con malinconia); o come un’altra sul popolo degli sciatori, ormai dediti alle scioline, in quanto il nostro tempo è di “discendenti universali”. In alcune pagine uno spirito di autentica poesia. Poesia anche del paesaggio se questo si configura in luoghi dell’infanzia come la mitica Salita della Rondinella.

Maria Luisa Bressani Ferrero

sabato 6 aprile 2013

VASSALLO ROMANZIERE CATTOLICO? (di Lino Di Stefano)

 La risposta è positiva se pensiamo che con l’ultimo lavoro dello studioso genovese – ‘Un treno nella notte filosofante’ (Solfanelli, Chieti, 2013) – ci troviamo al cospetto di un libro politico-filosofico che, in sostanza, è un romanzo ‘sui generis’, visto che esso, come suona il sottotitolo, discute della ‘Cronaca d’un viaggio tra incubo e teologia’. I fatti narrati si presentano chiari ed inequivocabili poiché, all’improvviso, il protagonista principale, Simeone, sotto mentite spoglie l’Autore, viene a trovarsi coinvolto in una serie di complicate, assurde e dolorose vicende; e ciò, proprio nel momento in cui intraprende un viaggio per un Convegno filosofico a Venezia e, precisamente, quando le vetture vengono, per uno sciopero, instradate su un binario morto.
 Simeone e gli altri viaggiatori hanno la possibilità di dialogare su varie questioni, ivi comprese quelle politiche e speculative – come, ad esempio la ‘res cogitans’ e la ‘res extensa’, o Guénon convertito all’Islàm – intervallate da altre considerazioni di vario genere, mentre entrano in ballo, di volta in volta, i tanti interpreti degli eventi, ad iniziare da Chiara che Vassallo riesce a ben delineare in tutte le sfaccettature caratteriali, umane e spirituali.
 Ad un certo punto della discussione, l’argomento cade sul cosiddetto ‘barone nero’ - al secolo Julius Evola, celebre filosofo, pittore, dadaista ed esperto di problemi filosofico-esoterici – e Chiara chiede a Simeone se conosce l’autore di ‘Introduzione alla magia’ (1971); l’interlocutore risponde non solo di conoscerlo, ma anche di averlo frequentato in tempi lontani, esattamente agli inizi degli anni Cinquanta. Simeone, non si lascia pregare e racconta, per filo e per segno, da una parte, le peripezie, per raggiungere Roma – siamo nel primo dopoguerra – e, dall’altra, i contenuti del colloquio col filosofo abitante, fino alla morte, “in un edificio d’età umbertina”, secondo Vassallo, in Corso Vittorio Emanuele II.
 Anche se personaggio stravagante, il filosofo, insuperabile traduttore, tra l’altro, de ‘Il tramonto dell’Occidente’ di Spengler, accetta il confronto con Simeone e il suo giovane amico, Stefano, discettando di vari temi, citando le proprie pubblicazioni, e non nascondendo, alla fine, la propria avversione per Aristotele. La discussione, aperta ad altri protagonisti, si infiamma e vengono fuori la modernità ‘circense’, il motivo ‘cavalcare la tigre’, ‘la rivolta contro il mondo moderno’, tutti cavalli di battaglia del pensatore dadaista, unitamente al tema della romanità che un professore, che partecipa alla discussione, ascrive solo a S. Tommaso e a Giotto, in netto contrasto con lo spirito germanico privilegiante Lutero, Boheme e Hoelderlin.
 Frattanto, per uno sciopero che inizia a mezzanotte, vengono sospesi, sul convoglio, tutti i servizi offrendo l’opportunità ai passeggeri di affrontare una serie di tematiche sull’esistenza umana come quella, per esempio, di Chiara secondo la quale “alla fine la vita normale ha il sopravvento”. Nel volume sono, spesso felicemente, incastonate, tematiche e riflessioni di particolare significato che lasciano trasparire non solo le posizioni culturali, segnatamente speculative, dell’Autore, ma anche i dati autobiografici ambientati negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.
 Egli è ancora un ragazzo di dodici-tredici anni, ma ricorda con lucidità i drammatici avvenimenti di quei giorni allorquando, scrive, “gli orfani recenti, quelli che facevano mostra d’insicurezza, erano sospettati di fascismo. Nelle scuole più illuminate, si alzarono le mani per correggere gli orfani ‘indiziati’”. Sintomatico, al riguardo, la testimonianza dello stesso, secondo cui “un mese prima della pace” una “maestra fu lestamente processata per spionaggio, (…) Di lei rimase solo il tenero rimpianto della classe, all’oscuro della eseguita giustizia”.
 Ed eccoci alla seconda parte del romanzo – la più interessante - con l’acerbo risveglio di Simeone nel treno privo di corrente, inchiodato, in piena campagna, su un binario morto, e purtroppo lontanissimo dalla laguna; e, qui, entrano in ballo interpreti come Guido, Ivano ed altri i quali comunicano che si è verificata una svolta storica, un’Ultrarivoluzione, cioè - dato il declino dell’Occidente cristiano – con l’avvento di Entità superiori; tale dottrina è professata e divulgata da Guido il quale sostiene che tali Entità “hanno superato l’ideologia comunista”. Il più restìo ad accettare tale nuova prospettiva ideologica è soprattutto Simeone contrario ovviamente, alla posizione di T. W. Adorno e di Marcione, autentici teorizzatori della gnosi.
 I personaggi che l’Autore fa muovere sul proscenio di queste tempestose vicende rispondono ai nomi di Cerenetti, Antonio, il Dr. Armandi-Brandi, Sigfrido, Maria Teresa, Martina, Lucilla, Martina, il prof. Melotti, l’Editore Rosati e numerosi altri, tutti, in qualche modo, coinvolti in vicende che sanno di irreale e di imprevedibile. Intanto, a Simeone, insieme con altri amici, viene assegnata una baracca visto che siamo al cospetto di un vero e proprio sequestro.
 Al riguardo, Lucilla sentenzia: “l’autorità siamo noi” mentre il prof. Gamballarghi, dal suo canto, chiarisce che “le categorie del razionalismo, le categorie generate dal principio monoteista d’identità e non contraddizione ci hanno fatto entrare nello stato di conflittualità, nel quale la natura rischia l’estinzione”. Durante le laboriose e contrastanti discussioni, Simeone contesta, naturalmente, la validità della saga wagneriana avente come protagonisti Wotan, Siegmund e Brunilde, non peritandosi, addirittura, di proclamare: “io sputo in faccia ai pensatori germanici”.
 Frattanto, iniziano le lezioni per rieducare al nuovo verbo i sequestrati, ma Simeone disgustato da tante eresie, sostenute dai corifei dell’Ultrarivoluzione – come ad esempio, la sofiologia sepolcrale divulgata dal prof. Ceneretti e la teoria delle Erinni, considerati veri angeli, professate da altri – sbotta venendo violentemente colpito, da Ivano, con una bastonata all’arcata sopraccigliare. Chiara gli è vicina e cerca d’aiutarlo anche se il clima in cui vivono si presenta enigmatico ed irreale.
 Ora, entra in scena padre Sergio - sacerdote tradizionale e di sani principi che, osserva Vassallo, “non si è piegato alla riforma neoreligiosa, pur in un’atmosfera di mondanismo – al quale viene dal suo superiore affidata una delicata missione, quella, cioè, di tutelare l’incolumità di una persona affidandola ad una famiglia sicura, dato che i comunisti restano sempre nemici della Chiesa.
 Ma, l’Autore introduce anche una serie di osservazioni di ordine politico-religioso inerenti sia al nazismo e al comunismo, ormai condannati al fallimento, sia alla volontà delle Entità dirette a laicizzare totalmente la curia romana. Lucilla, pronubo l’Editore, sottoposta ad un orrendo orgiastico sacrificio viene uccisa in un clima macabro e cruento mentre Guido, durante una lezione, sostiene che le Entità hanno elaborato un piano atto a liberare l’agricoltura dalla sudditanza alle multinazionali onde riscoprire la sapienza degli antichi lavoratori della terra.
 Ad un certo punto, però, per effetto dei princìpi annunziati dai nuovi oscuri pedagoghi, matura, in alcuni sequestrati, l’idea di una fuga a cui aderiscono Simeone, Maria Teresa, Chiara, l’avvocato e il titubante Guido i quali, nonostante i rigori della montagna e le altre innumerevoli difficoltà logistiche, discutono di varie problematiche e, in particolare, della figura di Rosati definito, di volta in volta, un corruttore, un distruttore, un traditore di giovani e un anarchico; il responsabile, in definitiva, dell’atroce morte di Lucilla.
 Intanto il prof. Melotti e Martina decidono di sposarsi mentre Simeone si abbandona a delle confidenze con uno sconosciuto al quale racconta le disavventure del treno deviato, del sequestro dei passeggeri e della fuga dall’Armonia, non senza un sincero elogio alla pensatrice, allieva di Husserl, Edith Stein, la celebre santa del Carmelo.
 Ma le ultime ed assai commoventi parole di Vassallo sono riservate al ricordo della figura di Francesco Grisi, scrittore cattolico non integrato, poeta, pittore, saggista e uomo di vasti orizzonti culturali, scomparso 14 anni fa a Todi dopo lunga e tormentata malattia da lui efficacemente definita ‘dolce compagna’. Da qui, l’ideale colloquio fra Simeone e Grisi che si confrontano sui temi più scottanti del nostro tempo, come l’economia, la figura di Mussolini, la felicità, il mistero della vita etc.
 Romanzo filosofico-politico complesso questo di Piero Vassallo, non esauribile, naturalmente, nel contesto di una semplice recensione; in esso rinveniamo, difatti, tutta la sua vita e l’intero suo travaglio religioso; travaglio spirituale sorretto da severe idealità cristiano-cattoliche e da inconcussi princìpi che ne fanno uno dei più intransigenti rappresentanti della cultura italiana contemporanea anche quando alcune sue tesi non sono del tutto condivisibili. Ma, a chi sa leggere tra le righe dell’opera in questione, non sfuggiranno i nessi che presiedono all’ideazione e alla traduzione in atto di una visione del mondo così sincera e così sentita.
 Concezione del mondo ancorata ad una salda ed organica impalcatura che fatto della religione rivelata il centro propulsore della vita dell’Autore e che ha contribuito in maniera sostanziale alla sua posizione esistenziale di ‘Homo viator’, direbbe Gabriel Marcel, in “hac lacrimarum valle”.

Lino Di Stefano