venerdì 26 febbraio 2016

UN ITALIANO E UN ONEST'UOMO (di Piero Nicola)

Uno che abbia trascorso al fronte quasi tutta la nostra Grande Guerra, che abbia partecipato con D'Annunzio all'impresa di Fiume, che abbia ricoperto nel Ventennio importanti cariche politiche e in Istituti culturali e universitari, che sia stato ufficiale di stato maggiore della 4a Armata nel Secondo conflitto mondiale, sino al 1943, è comprensibile abbia avuto qualche oscillazione nei suoi giudizi sulla guerra e sulle cose umane.
  Questi è Arturo Marpicati, poeta, narratore, saggista, giornalista, professore, militare. Per stabilire la statura morale e il valore dello scrittore mi affido ancora una volta a Piero Operti, giudice competente e assai dotato d'imparzialità. Nel suo Dizionario Storico della Letteratura Italiana, egli annovera Marpicati, autore di "fecondissima produzione". Le sue Liriche di guerra, con prefazione di G. Prezzolini, l'Operti dice essere "improntate a una scabra e schietta umanità [...] L'anelito alla vittoria non vi si sovrappone alla carità cristiana, che in guerra dovrebbe brillare di luce più viva; cioè, è la guerra quale l'ha sentita un vero italiano, nella tormenta sì, ma senza imbestiarsi e rinnegare ogni cosa in altri momenti cara; ed insieme è la vittoria umanamente raggiunta e affermata".
  Nel 1961, poco prima di morire, il vecchio combattente ridà alle stampe il diario del conflitto '15 - '18 col titolo  ...E allora non dimenticateci. Rispondendo, nella prefazione, all'amico Prezzolini che gli chiede come mai abbia riesumato quelle vicende belliche dopo essersi dedicato a "racconti calmi e sereni", egli risponde d'essere stato indotto a rappresentare nuovamente la vita militare nelle trincee, a causa dell'ignoranza e anche dell'interesse, dimostrati da professori universitari, professionisti, industriali e banchieri, intorno ai fatti d'armi di quel periodo storico.
  La storia personale è varia, andando dalle trincee in cui si marcisce letteralmente, agli assalti, ai servizi di sussistenza, alle postazioni di mitragliatrici, alle soste nelle retrovie, all'ospedale, alla ritirata, all'ammutinamento, alla difesa costiera, durante tre lunghi anni. La singola sperimentazione può dilatarsi in trattato morale sulla guerra nelle diverse condizioni, dove le peggiori sono davvero pessime non solo per l'alta percentuale di caduti, ma anche per le sofferenze e le morti dovute alle malattie e agli stenti.
  La letteratura nazionale e internazionale abbonda di cosiffatte memorie o di opere romanzate del medesimo argomento. Parecchie sono antimilitariste, pacifiste o, peggio, politiche (vedi Hemingway). Altre manifestano eccessivo ottimismo e riguardano soltanto gli eroismi, allorché il pur sincero espositore perde di vista l'insieme. Non molti colgono l'essenziale dei dati e azzeccano l'etica e la sua applicazione.
  Marpicati riconosce cordialmente il puro eroismo, ne ha conosciuto il modello, prima della sua immolazione, nell'amico Giosuè Borsi.
  Anche nel libro di racconti  Sole sulle vecchie strade (1956) egli scrive: "I poveri fanti, sgomentati dal morbo tremendo che non restava [il colera], erano l'oggetto delle nostre cure più assidue. Imitavo Borsi e parlavo sovente a loro con semplicità e con serietà: lieti se riuscivamo a sollevarli un po' dalla sfiducia e dall'abbandono in cui facilmente, tristi o inaspriti, piombavano".
  In proposito, nel diario troviamo gli episodi in cui un ufficiale o un graduato suscitano e trasmettono le virtù ai tanti, che altrimenti sarebbero divorati dalla paura e dalla viltà. 
  "Egli sentiva in grado eroico l'amore della patria, e misticamente il dovere del soldato.
  "Oggi rileggendo con emozione le sue pagine, mi vien fatto d'accostarlo all'ammirabile autore dell'Appel des armes e del Voyage du Centurion, Ernest Psichari, nipote di Renan, per vocazione soldato e scrittore, ritornato cattolico dopo una lunga permanenza nei deserti dell'Africa, e caduto eroicamente in battaglia a trent'anni, il 22 agosto 1914, durante la ritirata di Charleroi [...] I due poeti eroi hanno lasciato libri che rimarranno nella storia spirituale delle generazioni della Grande Guerra.
  "Borsi amava quelle lunghe ore di obbedienza militare, di totale rinuncia a se stessi, di regola austera ma insieme soave per la pace dalla coscienza. Quel servire e quel comandare con sicurezza e con calma, ma più, in contingenze sì deprimenti, quell'assistere al prodigio ricreatore della nostra fragile parola sopra gli spiriti di una massa - che pareva vivere come le piante, e nulla sapere, nulla chiedere, e invece dalle zone più remote dell'animo rispondeva consapevole ai nomi e alle idee della patria e del dovere - erano pure una conquista e una letizia, e la fedeltà, che in compenso scaturiva dalle menti e dai cuori umili e racconsolati, il vero profumo di quella vita di guerra".
  Ma gli stessi tenenti vanno soggetti a malinconie e inquietudini, alle quali si alternano momenti in cui il "cuore come divelto dal mondo, fatto vicinissimo alle cose essenziali, e per nulla timoroso della stessa morte" comunica "una felicità leggera". "Giosuè Borsi raggiava a queste confessioni, e noi amici suoi dolcemente ammoniva essere ciò opera e lavorio prezioso della Grazia, intenta a prepararci le prove più aspre, onde l'anima uscisse più fiera e meglio accampata".
  Il 10 novembre 1915, durante un'offensiva a Zagora, Borsi "cade da prode". Riceve la preghiera del cappellano, ma poi un grosso calibro piovuto sulla spoglia la disperde irrimediabilmente.
  Nel volume di racconti sfolgora la figura di un compatriota di Marpicati, il bresciano Tito Speri, condottiero delle Dieci Giornate. In una ritrovata lettera scritta a un compagno la sera precedente l'impiccagione "passano accenti che hanno senz'altro del sovrumano: 'Ti assicuro di aver passato tre giornate veramente invidiabili; nella mia vita ho qualche volta gustato delle gioie, ma, te lo assicuro, in confronto a quelle che io provo in questi momenti, esse non furono che miserabile fango'. 'Una cosa ti dico, ed è questa: che non so come tutti gli uomini non si persuadano a farsi impiccare. Tu crederai che io esageri o sia impazzito; no, non esagera e non impazzisce l'uomo che è vicino a morire. Sento prevalere in me il principio spirituale in tal modo, che sospiro il momento di liberarmi dalla tortura del corpo e volare finalmente nelle braccia di Colui dal quale sono disceso. Ho trovato la religione nostra tanto augusta e tanto veritiera nei suoi argomenti, o per meglio dire nelle sue prove matematiche, ch'io commisero tutti coloro che per diffidenza ne vanno lontani, o per tracotanza la vogliono combattere'".
  D'accordo: i veri eroi sono degli eletti. Gli altri che, in guerra, dai più crudeli patimenti ne escono bene possono essere pochi, quando viene loro a mancare l'uomo, l'idea che li rianima e li rende valorosi. Tuttavia cominciamo col distruggere i velenosi negatori dell'eroismo. In secondo luogo la guerra, che sia quella giusta o quella ingiusta, essendoci, comporta la militanza di coloro che sono chiamati a combattere. Essi non hanno diritto di sottrarsi al calvario, anche se i responsabili, i comandanti sono tenuti ad alleviarlo per quanto sia possibile.
  Marpicati sull'orrenda trincea di Oslavia e sulle sue raccapriccianti vicinanze mostra qualche sconcerto. Forse dimentica che Dio permette le tremende torture, senza cessare d'essere giusto e misericordioso.
  Per altro verso il bravo Marpicati, osservando i berberi e i beduini del deserto libico e dell'oasi, presta a quei maomettani una religiosità, un'attuazione di spiritualità che sembrerebbero poter fare a meno di Dio vero.
  Ripeto che si tratta di piccoli sbandamenti smentiti da un lungo cammino ortodosso, ma ripresi tendenziosamente dai deplorevoli manipolatori della storia e della verità, che curano e redigono enciclopedie e dizionari corretti o nuovi, le nuove storie della letteratura, che praticano la critica pacifista, agnostica e nichilista, con un conformismo nella falsità da regime affatto totalitario, peggiore degli autoritarismi con cui la vera Chiesa poté conciliarsi.


Piero Nicola

giovedì 25 febbraio 2016

MARIA VALTORTA. PER ASPERA AD ASTRA (di Emilio Biagini)

La veggente Maria Valtorta, di famiglia lombarda ma nata a Caserta (dati i frequenti spostamenti del padre, che era militare) nel 1897, vi abitò dal 23 ottobre 1924 al 12 ottobre 1961, giorno della sua morte, assistita da Padre Innocenzo Maria Rovetti, dei Servi di Maria. Fu paralizzata dalla vita in giù negli ultimi ventisette anni. Il motivo: durante il periodo dei disordini prima dell’avvento del fascismo, un criminale comunista l’aveva aggredita alle spalle colpendola alla schiena con una sbarra di ferro al grido di “Morte ai signori e ai militari”, provocandole una paralisi progressiva degli arti inferiori.
La Valtorta abitò in continuità la casa di Viareggio eccetto il periodo dal 24 aprile al 23 dicembre 1944 trascorso a S. Andrea di Còmpito, a causa dello sfollamento decretato dal Comune in conseguenza della guerra. La casa restò miracolosamente intatta sebbene quelle vicine fossero tutte colpite.
Maria Valtorta l’amava moltissimo per le apparizioni celesti che vi aveva avuto, mentre durante il soggiorno a Còmpito sofferse moltissimo, non solo per la scomodità, ma per il terribile periodo di “oscurità” spirituale durato quaranta giorni, quando si credette abbandonata da Cristo: un’esperienza ben nota che sembra toccare, prima o poi, a tutti i grandi mistici.
Commovente, a proposito della casa, è una lettera al suo direttore spirituale Padre Migliorini:

Tuteli, Padre, il ricordo di me nei cuori e faccia che essi mi diano dei suffragi. Tuteli, se resta in piedi la casa, il rispetto alla mia stanza in cui tanta vita celeste si è svolta. Quelle pareti sono santificate dallo sguardo di Dio, di Maria e dei Santi di Dio. Oh! Non potrò mai dimenticare che esse pareti si sono annullate per farmi vedere il cielo e il Padre Santo e il Figlio trionfante, che si sono empite del raggiare della Colomba e delle armonie celesti e che l’alito di Maria e la sua voce hanno carezzato quelle mura! Non potrò mai dimenticare che esse sono impregnate dal suono della parola del Verbo! Più che una chiesa esse erano per me, perché qui il Sacerdote eterno aveva predicato la sua dottrina e mi aveva fatto assistere alla sua Messa: la Passione.

Tutto il Cielo dunque si era mosso per la grande rivelazione privata. La prima apparizione fu il Giovedì Santo del 1943. Ella racconta:

D’un tratto ho visto, mentalmente, un terreno molto sassoso e brullo. Pareva la cima di un poggetto, come se ne vedono tanti sulle nostre colline. Nudo di vegetazione, solo ricco di pietre e selci ruvide e biancastre, aveva tutt’intorno un vasto orizzonte. Proprio sulla cima era nata una pianta di mammole. Unica cosa che vivesse in tanto squallore. Vedevo distintamente il ciuffo delle foglie ben folto e riunito come per opporre resistenza ai venti che battevano la cima. Qualche boccio di viola, più o meno aperto, sporgeva il capino dal cespo verde. Ma di completamente sbocciata non ce ne era che una. Bella, di un colore pieno, aperta e protesa verso l’alto.
Fu il suo stare così ritta, quasi fosse attirata da una forza speciale, che mi colpì l’attenzione e mi fece cercare con lo sguardo. E vidi un’asse, una grossa asse infissa nel suolo. Pareva un tronco appena piallato, quasi grezzo e scabro. A un mezzo metro dal suolo, forse meno, stavano due piedi trafitti... Non ho visto che quelli ieri sera. Due piedi torturati. E che fossero torturati acerbamente lo diceva la contrattura degli stessi con le dita quasi ripiegate verso la pianta come per spasimo tetanico.
Del sangue, scivolando lungo i calcagni, scendeva sull’asse scabra e la rigava fino al suolo. Altre gocce cadevano dalle dita contratte e piovevano sul cespo di viole. Ecco a che tendeva la violetta tutta tesa verso l’alto! A quel sangue che la nutriva come, fra tanto squallore di suolo, nutriva quell’unico cespo, saputo nascere contro quel legno.
Molte cose mi ha detto quella vista...”

Da allora la Valtorta scrisse quasi ogni giorno fino al 1947, e a intermittenze fino al 1951. In tutto i quaderni da lei riempiti sono 129, per un totale di 13.193 pagine. Sette quaderni sono occupati dall’autobiografia (che il confessore, Padre Romualdo Migliorini, le aveva chiesto di scrivere, intuendo la santità di lei e in vista di una futura causa di beatificazione), gli altri sono dedicati ad una serie di opere di altissimo contenuto teologico, la maggiore delle quali descrive in modo ammirevole la vita di Nostro Signore, e che venne dapprima pubblicata come Il poema dell’Uomo Dio, e poi sotto il titolo L’Evangelo come mi è stato rivelato.
Dai quaderni da lei riempiti, vennero estratte altre due opere teologiche importantissime: le Lezioni sull’Epistola di Paolo ai Romani e il Libro di Azaria, dettatole dal suo angelo custode, che contiene il commento alle letture della Messa, eccetto il Vangelo, il cui commento è costituito invece dall’opera principale. Restano ancora migliaia di pagine non raggruppate in opere definite e pubblicate in tre volumi di Quaderni e nei Quadernetti, che raccolgono appunti disparati con riflessioni varie e preghiere.
Le frequenti visite di Gesù, della Santissima Vergine e di altri abitanti del Cielo mandavano in estasi la veggente. Esclusa dal mondo a causa della paralisi, ella viveva al tempo stesso in paradiso e in purgatorio: in paradiso per le visite celesti che riceveva, in purgatorio per i molti mali che si procurava pregando Iddio di guarire qualche persona di sua conoscenza e di mandare a lei stessa la malattia, finché un giorno il Divino Maestro le disse: “Ora basta soffrire. Tu servi a me”.
Il pallore e l’aspetto che Maria Valtorta assumeva durante le estasi erano del tutto diversi da quelli che mostrava durante una delle sue frequenti e terribili crisi spinali o cardiache. Inoltre in una crisi voleva assistenza e cercava di curarsi, mentre durante le estasi non voleva nessuno intorno e si trasfigurava, mandando Marta Diciotti, la sua fedele amica e governante, fuori di casa, rassicurandola che non le sarebbe successo nulla: sapeva infatti di essere assistita da Cristo. Una volta Marta Diciotti e Paola Belfanti videro Maria in estasi, e seppero poi che la Madonna le aveva messo in grembo il Bambino Gesù. In un altra occasione, la vicina Eroma Mencarini era venuta a sfogarsi per certi suoi dispiaceri e Maria la pregò di stare attenta perché da due giorni in un angolo c’era Maria Santissima.
Maria Valtorta era immersa nelle visioni della vita di Gesù, al punto di avvertire gli odori, e anche le puzze, come nel caso del tanfo di cadavere alla risurrezione di Lazzaro, puzze che continuava ad avvertire a lungo. Gesù, quando appariva, si sedeva su una sedia vicino al letto di Maria. La sedia, purtroppo, si frantumò al trasloco di ritorno a Viareggio da S. Andrea di Còmpito.
Un giorno, dopo la visita di una povera madre che aveva perso un figlio e cercava conforto presso Maria, Marta Diciotti, mentre si occupava del bucato, pensò: “Per tutti c’è una parola, per me mai niente!” Maria la chiamò e le domandò cosa avesse pensato. Marta sul momento non ricordava, poi, dietro l’insistenza di Maria, stava per ricordarsi e riferire il suo pensiero, quando Maria disse: “Ecco la risposta”, e le lesse il dettato:

Questo è per Marta piccina, che non deve lamentarsi di non avere mai una parola, che deve essere sicura di essere molto amata attivamente dal suo Signore, il quale ha pensato a proteggerla da quando l’ha messa sotto la tenda dove Egli ha il suo riposo. Ti amava da prima, perché amare è il suo respiro. Ma quando ti credesti sola ti ha amato per tutta una famiglia, dandoti pace presso Maria. Le lettere si scrivono ai lontani, non a quelli che abitano con noi. E tu sei dove Io abito. Sii buona. Infondi la tua attività di Marta nella spiritualità di Maria che ha scelto la parte migliore, e per averla scelta col dolore e con l’amore completo e volontario ha avuto da Me la parte supermigliore. Tu sei sul cuore di Maria e Maria è sul mio Cuore. Non ti affannare perciò di troppe cose fra le quali quella di chiederti se Io penso a te. Riposati sui cuori di quelli che ti amano e abbi fede. Dio non abbandona coloro che sperano in Lui ed esercitano la carità. Abbi la mia pace.

Che questo dettato sia in risposta ad un pensiero inespresso di Marta Diciotti è senz’altro inspiegabile per chi dubita dell’origine soprannaturale di quanto Maria scriveva.
La sopravvivenza stessa della Valtorta, a detta di numerosi medici, era un vero miracolo. Nella sua infermità, spesso e fino alla fine, Maria aveva febbre altissima, fino a quarantun gradi. Già nel 1947 aveva la pressione sotto i 90. Non può sfuggire qui una notevole somiglianza con le febbri e le precarie condizioni fisiche di Padre Pio, sorretto, come la Valtorta, da una potenza superiore. I due santi si conoscevano, per misteriose vie, anche se non si incontrarono mai: quando parlarono al grande santo di Pietrelcina della condizioni di salute della veggente, Padre Pio rispose di conoscere la situazione, ma di non poter fare nulla, perché la veggente aveva preso i suoi mali su di sé volontariamente, per la salute fisica e spirituale del prossimo, e se l’avesse guarita si sarebbe ripresa tutte le sue malattie immediatamente”. E Gesù, il suo Divino Maestro, le disse una volta che, se non fosse stata la Sua grazia a sostenerla, lei sarebbe morta da tempo, ma Egli le dava forza perché potesse servirlo.
Maria Cristina, figlia della vicina Anna Maria Antonini, già in punto di morte, guarì in modo straordinario per intercessione di Maria Valtorta. Il fatto è testimoniato in due diverse deposizioni, del 1976 e del 1982, di parenti della bambina, testimoni dirette dei fatti. La piccola aveva poco più di tre anni quando si ammalò di una violenta broncopolmonite “capillare”. Il medico non tacque la gravità del caso, la curò con la penicillina ma senza effetto. Nella notte del secondo giorno la bambina aveva febbre altissima, gridava che c’era la “otte” (la morte) che la voleva portar via. A un certo punto allargò la braccia e disse che non aveva più paura, perché era venuto Gesù e aveva mandato via la morte con un gesto imperioso, ed era “tanto bello”. Erano le tre meno un quarto, la bambina non aveva sognato, era ben sveglia. La mattina seguente la madre si affacciò alla portafinestra di Maria e le raccontò il fatto. La veggente domandò che ora era, e fu evidente che proprio a quell’ora ella aveva chiesto a Gesù di guarire la bambina. Prima di quell’episodio, la piccola non aveva mai visto un teschio, che invece dovette vedere la prima volta all’apparizione della “otte” che veniva a portarla via; inoltre la descrizione di Gesù e del suo vestito coincideva perfettamente con la visione di Lui che aveva avuto la Valtorta.
La provvidenziale amicizia spirituale con la carmelitana Madre Teresa Maria fu alla base di un nutrito scambio di lettere che documenta le gravissime persecuzioni subite ad opera del clero, e specialmente dei Serviti che avrebbero dovuto proteggerla e che finirono per metterle contro il Sant’Uffizio.
Padre Sostegno M. Benedetti, sacerdote servita, credeva alla soprannaturalità dell’opera, tanto che il 28 aprile 1947, alle ore 17, appose la sua firma sull’ultimo quaderno autografo di lei e, letto il commento dell’angelo custode Azaria al Vangelo della Santa Messa I dell’Epifania, andò in estasi e disse: “Basta questo brano per far dichiarare soprannaturale il lavoro.” Ma si tratta di una rarissima eccezione. La Valtorta annota l’indignazione di Cristo nei confronti dei Serviti:

Non parla più per loro. E questo silenzio di Gesù è sempre il massimo del suo furore. A me fa paura quando tace. Segno che giudica morti i colpevoli...”

Nel 1949 il Sant’Uffizio bloccò la pubblicazione. Come si sa, quell’organismo non si muove se non dietro una denuncia formale, e tale denuncia ci fu da parte di un altolocato Servita, del quale per carità cristiana la Valtorta tace il nome. Costui, stanco dell’insistenza di Padre Corrado Berti che intercedeva per la Valtorta, afflitta dalle atroci sofferenze fisiche, dai sospetti, dalle infinite tergiversazioni, dalle tentazioni diaboliche (il diavolo la tentava a negare l’origine soprannaturale dell’Opera e a pubblicarla a suo nome), nonché da ristrettezze finanziarie, si comportò come Giuda. Gesù aveva predetto a Maria: “Gli Scritti avranno la mia stessa sorte”, ossia di essere traditi come Egli lo fu.
Con l’avvento del papa “buono”, nel 1958, la situazione precipitò e l’Opera venne messa all’Indice l’anno successivo, in base a criteri illustrati in un articolo dell’Osservatore Romano del 6 gennaio 1960, dal quale si desume che la decisione era stata presa con la massima superficialità: i rilievi della gerarchia si appuntano infatti su idiosincrasie stilistiche di nessun significato, e su inesistenti “svarioni storici e geografici” dei quelli non viene fornito un solo esempio. Dopo la messa all’Indice, i preti continuarono a leggere gli Scritti, eludendo la proibizione con piccoli sotterfugi da leguleio di terz’ordine.
Dopo la messa all’Indice dei quattro volumi della prima edizione, Marta Diciotti ebbe occasione di parlare con Padre Sostegno e gli domandò se per leggerli aveva bisogno di una dispensa speciale. Sostegno rispose che non ce n’era bisogno, perché si potevano sempre leggere gli originali o le copie dattiloscritte. Va notato che Padre Sostegno non era affatto un sostenitore della Valtorta: dubitava di lei, la aggrediva verbalmente con sospetto e violenza. Solo più tardi, quando si decise a leggere gli Scritti, le divenne favorevole. Non stava quindi dando un aiuto da amico, ma si limitava a svelare le astuzie di certo clero che non prende sul serio nemmeno se stesso.
Marta, nella sua semplicità, abituata all’evangelico “sì sì, no no”, ne fu scandalizzata: “Ma Padre, è un inganno, un’ipocrisia.” Risposta: “Non stare a pensarci su! Il Sant’Uffizio...” Marta esplose: “Il vostro Sant’Uffizio è davvero allora una grande istituzione!” E tra sé, perdendo il lume degli occhi, Marta pensava: “Razza di vipere!... anzi no! di pagliacci! falsi, ipocriti, bugiardi! La Russia [quella sovietica] ha imparato da voi, che c’eravate prima del Cremlino!” E Sostegno insistette: “Se uno ottiene il permesso di leggere [un testo messo all’Indice], può farlo ad alta voce e gli altri possono ascoltare.” A quel punto a Marta venne voglia di non confessarsi più.
E non basta ancora: a proposito della scarsa serietà clericale e del peso nullo del Sant’Uffizio, un Padre francescano raccontò che al tempo della messa all’Indice degli Scritti, aveva risolto il problema sciogliendo la rilegatura dei quattro volumi in fascicoli, perché il divieto era sui quattro tomi, non sui fascicoli che li componevano. Capziosità farisaiche a non finire: a questo punto come prendere sul serio i pronunciamenti della gerarchia sulla Valtorta?
Situazione disperata ma non seria: dopo la messa all’Indice, numerose attestazioni favorevoli a Maria Valtorta, scritte da dignitari ecclesiastici, teologi e docenti universitari, dichiararono di sottomettersi al futuro giudizio della Chiesa, come se il Sant’Uffizio non si fosse mai pronunciato. Peraltro, che può dire ormai la Chiesa su Maria Valtorta, dopo averne detto tutto il male possibile? E dopo che la gerarchia si ostina ad imporre che se ne può leggere l’Opera solo se si ritiene che la veggente non fosse tale, ma un’illusa o un’ingannatrice, e il Suo Divino Maestro un essere inesistente? Infatti il senso della nota che – Tettamanzi docet – tuttora accompagna ogni volume de L’Evangelo non può essere che questo: il Divino Maestro è una pure invenzione della scrittrice che evidentemente vaneggiava o forse imbrogliava.
L’incauta propagazione degli Scritti da parte di Padre Migliorini, oltre che contraria agli ordini del Divino Autore, era pure teologicamente pericolosa, perché il religioso li batteva a macchina con molti errori, che potevano comportare seri rischi di eresia come, per lume celeste, la veggente più volte ammonì. Infine la pubblicazione ebbe luogo ad opera di un editore laico, il Pisani, non costretto dalla disciplina ecclesiastica, e la Valtorta dovette fare uso del proprio diritto d’autore per poter pubblicare l’Opera, mentre, secondo le istruzioni del Divino Maestro, questa avrebbe dovuto uscire anonima, per sottolineare che non si trattava di opera umana. Alla fine, la gerarchia rese inevitabile che, pur di far giungere L’Evangelo alle anime, si adottasse almeno in parte (dato che la veggente non smise mai di proclamare la vera origine dell’Opera) il suggerimento del diavolo di pubblicare col nome “Maria Valtorta” stampato sulla copertina.
Nonostante la scarsa serietà di tutta l’operazione, la messa all’Indice peserà come un marchio d’infamia, anche dopo l’abolizione dell’Indice stesso col Motu Proprio di Paolo VI Integrae servandae, del dicembre 1965, dove di servanda, cioè “da salvare”, in questa penosa vicenda, sembra sia soprattutto la faccia dei gerarchi del Sant’Uffizio. Successive prese di posizione confermeranno la validità della condanna, in base all’assunto che l’Indice conserverebbe il proprio valore “morale” pur essendo abrogato: vero capolavoro di ambiguità. Ma se aveva questo valore morale perché abolirlo?
Invece di riesaminare seriamente la questione, pronunciamenti successivi di alti prelati, come le lettere del Cardinale Ratzinger del 1985 e di Tettamanzi del 1992, non faranno che richiamarsi alla scomunica e alle prese di posizione precedenti, dando tuttavia implicitamente via libera alla pubblicazione, nella quale nessuno ha mai ravvisato un singolo errore teologico.
Ratzinger sente il bisogno di una excusatio non petita, vulgo “giustificazione non richiesta” dei giudizi precedenti, poiché scrive: “non si ritiene opportuna la diffusione e raccomandazione di un’Opera la cui condanna non fu presa [da intendersi “decisa”] alla leggera ma dopo ponderate motivazioni” [che non spiega e che nessuno ha mai spiegato]. Per Tettamanzi, come già rilevato, si può leggere l’Opera purché il lettore accetti di ritenere Maria Valtorta, la quale (in perfetto accordo col suo Divino Maestro e su istruzioni di Lui) afferma in continuazione l’origine celeste degli Scritti, una bugiarda o un’illusa. Espressioni della veggente come “dice Gesù” o “dice Maria” non sarebbero, secondo l’alto prelato improvvisatosi critico letterario, che espedienti appunto letterari. Ma ci sono o non ci sono errori dottrinali? Se sì, perché non condannare e bloccare apertamente e definitivamente? E se non ci sono, perché tante complicazioni e ambiguità? Evidentemente, una volta commesso un errore, i dignitari ecclesiastici hanno qualche difficoltà ad ammetterlo.
Ma per comprendere quanto sia assurda l’idea che le espressioni valtortiane come “Dice Gesù”, “Vedo” ed altre simili che introducono i dettati e le visioni sarebbero solo “espedienti letterari” dell’autrice, proviamo a vedere come sarebbe, ad esempio, l’incipit del Cap. VII dei Promessi sposi se il capolavoro manzoniano fosse il risultato di una serie di visioni come quelle valtortiane.

Mi si illumina la visione di un frate che, dal vestito mi pare un cappuccino, il quale arranca per una viottola storta e sassosa di un posto che non conosco, ma che mi ricorda vagamente l’alta Lombardia. Mi sembra una persona decisa e mi pare di averlo già visto nella visione avuta tre mesi fa del lazzaretto di Milano durante la peste, quando mi sembrava sul punto di soccombere al morbo. Adesso invece il frate mi pare in salute e agile. Si avvicina a una casetta modesta ma non troppo povera, bussa ed entra. Ad attenderlo tre persone che da principio non distinguo bene per la poca luce, ma che, se non erro, mi sembrano essere un giovane e una giovane, fratello e sorella o fidanzati, non so.
Sono vestiti alla moda dei contadini lombardi del Seicento, credo. C’è anche una donna più anziana che potrebbe essere la madre di uno dei due, o di entrambi. Il mio interno ammonitore mi dice che sono due promessi sposi, e che la promessa sposa è insidiata da un prepotente signorotto del posto.
— La pace sia con voi, — dice il frate, nell’entrare. — Non c’è nulla da sperare dall’uomo: tanto più bisogna confidare in Dio: e già ho qualche pegno della sua protezione.
Osservo grave delusione in tutti i presenti, anche se non saprei dire se sperassero molto nel tentativo che il frate è andato a compiere e del quale non comprendo bene lo scopo, ma mi è comunque chiaro che il tentativo stesso non dev’essere andato a buon fine.
— Vorrei sapere, — grida, digrignando i denti e alzando la voce, il giovane, presumibilmente un contadino — vorrei sapere che ragioni ha dette quel cane, per sostenere... per sostenere che la mia sposa non dev’essere la mia sposa.
Il frate risponde con voce grave e pietosa, e dalla sua risposta capisco che il giovane indignato si chiama Renzo:
— Povero Renzo! se il potente che vuol commettere l’ingiustizia fosse sempre obbligato a dir le sue ragioni, le cose non anderebbero come vanno.
— Ha detto dunque quel cane, che non vuole, perché non vuole?
— Non ha detto nemmen questo, povero Renzo! Sarebbe ancora un vantaggio se, per commetter l’iniquità, dovessero confessarla apertamente.
— Ma qualcosa ha dovuto dire: cos’ha detto quel tizzone d’inferno?
Il frate dà una lunga risposta che l’emicrania mi ha impedito di comprendere perfettamente, anche per la confusione che c’era in quel momento nella mia camera, con gente che andava e veniva, e con la quale, per ordine del Divino Maestro, devo sempre esercitare pazienza. Non posso quindi ripetere ciò che il frate ha detto perché sarebbero parole mie e non quelle realmente pronunciate.
Mi pare comunque di capire che la risposta del frate non tranquillizzi affatto il giovane, dato che l’insidiatore della fanciulla sembra irremovibile.
Pronunciate parole di conforto e promesse di aiuto, il frate esce in fretta e va, correndo, e quasi saltelloni, giù per quella viottola storta e sassosa, per un motivo che non comprendo. Forse teme di arrivare tardi al convento.
A questo punto mi cessa la visione e tutto finisce.
Ed era ora, perché non ne posso più. Infatti sono da ieri sera in preda ad un attacco cardiaco che mi ha portato sull’orlo della tomba, la colonna vertebrale mi dà dolori atroci, come pure le ovaie invase dal cancro. Oltre che all’emicrania, ho una spaventevole nausea con capogiri che quasi mi levano di sentimento.
Lascio a lei, Padre Libroraptor, la decisione su dove inserire questa visione. Poiché sono sola e la paralisi non mi consente di prendere l’altro quaderno che si trova a tre metri da me, non sono in grado di decidere.

Ma quale scrittore scriverebbe in questo modo nell’esporre una storia inventata da lui stesso?
E non basta. Proviamo a immaginare dei Promessi Sposi scritti di getto in questo modo, senza correzioni se non qualche rarissimo e infinitesimo dettaglio di ortografia o di battitura a macchina.
Non basta ancora. Immaginiamo che siano stati scritti in molte centinaia di brani sparsi, in un ordine di questo genere:
- Fra’ Cristoforo assiste gli appestati nel lazzaretto di Milano,
- Il convito di Don Rodrigo,
- Renzo dal cugino Bortolo,
- La notte dell’Innominato,
- L’addio ai monti,
- Don Rodrigo si sveglia dopo un incubo e scopre di avere la peste,
- La monaca di Monza costretta a farsi suora,
- I capponi di Renzo,
- Il Griso deruba il padrone ammalato e fugge,
- Il passaggio dei lanzichenecchi,
- Don Abbondio minacciato dai “bravi” se farà “quel tal matrimonio”,
- L’osteria della Malanotte,
- Renzo decide che i suoi figli imparino a leggere e scrivere,
- Il carro dei monatti,
- La giovinezza dell’Innominato,
- Lo studio di Azzeccagarbugli,
- Quel ramo del lago di Como,
- La casa di Donna Prassede,
- Fra Cristoforo va a chiedere perdono al fratello dell’ucciso,
- Lucia riempie di noci la bisaccia di fra’ Galdino,
- eccetera eccetera.
E immaginate che, cucendo insieme lo spaventoso guazzabuglio di centinaia e centinaia di frammenti, scritti di getto senza un piano e in un tale disordine, per la maggior parte in disastrate condizioni di sfollamento in piena guerra, con i topi passeggianti sulle travi del soffitto (tali erano infatti le condizioni a S. Andrea di Còmpito), ad opera di un autore paralitico e non particolarmente dotto, venga fuori, completo, coerente ed elegante, il romanzo dei Promessi sposi. Provate pure ad immaginare che il romanzo contenga descrizioni del cielo stellato di parecchi secoli fa le quali, ricostruite mediante effemeridi computerizzate, risultino esatte, e che inoltre contenga descrizioni di città e palazzi di cui si è perduta memoria, e che vengono riscoperti grazie alle dettagliate e precise descrizioni del romanzo stesso. Pur di negare l’origine ispirata dell’Opera, i dottori difficili (perfino oggi!) non esitano a sfidare il ridicolo.
L’ordine mirabile de L’Evangelo, scaturito da un disordine inestricabile, i caratteri stilistici dell’Opera, e tutta una serie di altre prove astronomiche, naturalistiche ed archeologiche schiaccianti, sono tali da escludere senza il minimo dubbio l’invenzione autonoma, anzi da escludere l’invenzione umana, a parte qualche marginale notazione della grande veggente, notazione ben individuata e isolata dalle parti ispirate con frasi come: “Adesso parlo io”. Spesso la Valtorta riconosce luoghi che ha già visto in precedenti visioni che cronologicamente vengono dopo nel racconto che, come abbiamo visto, venne composto tutt’altro che in ordine.
Più di una volta, Maria Valtorta dà prova di una semplicità davvero disarmante, unita però ad un’assoluta lucidità, che sono del tutto incompatibili con qualunque inganno, illusione o autoinganno. Anzitutto va ricordata l’importantissima dichiarazione di lei: “Assicuro sulla mia coscienza che quanto scrivo, perché lo vedo e lo odo, lo scrivo mentre lo vedo e lo odo.” (17 settembre 1945, Cap. 361, corsivo aggiunto). Affermazione in netta e insanabile contraddizione con l’imposizione ai cattolici di non ritenere l’Opera “di origine soprannaturale”, tenuto anche conto che Maria Valtorta non poteva, con mezzi umani, assolutamente conoscere neppure la minima parte di quello che scrive.
La visione a Betsaida della profezia sul martirio degli apostoli (1° dicembre 1945, Cap. 347) suggerisce alla Valtorta una comica osservazione sul grande numero di discepoli: “Ormai tenerli a mente è un bel pasticcio.” E infatti spesso le capita di riconoscerne uno di vista ma di non ricordarne il nome. Non è esattamente quello che accadrebbe a uno scrittore che inventa.
Si aggiunga a ciò la perfetta e già ricordata descrizione delle posizioni degli astri negli anni della vita di Gesù, nonché di numerosi centri urbani, come Hazor (scavato nel 1955, quando l’Opera era finita da anni) o di edifici come il palazzo di Lazzaro (individuato dopo la morte di lei) o il passaggio segreto nelle mura del Tempio (pure scoperto dopo la morte delle veggente). Si consideri che i dettati e le visioni si susseguivano a ritmo serrato, per cui Maria Valtorta non avrebbe potuto prepararsi neppure se avesse voluto, e comunque non le era possibile, essendo priva di preparazione specifica e di testi adeguati (che comunque non avrebbero potuto riportare cose che, all’epoca, erano ignorate da tutti), avendo fatto solo modesti studi tecnici. La lista delle enormi conoscenze che umanamente non avrebbe potuto avere è lunghissima, ma aggiungiamo ancora un solo esempio: come poteva la Valtorta conoscere i coccodrilli nani del fiume Nahal Tainninim, estinti due secoli fa e noti solo a pochissimi specialisti?
E il tutto mentre era impossibilitata ad alzarsi dal letto; inoltre la maggior parte de L’Evangelo non venne scritta neppure a Viareggio, ma nelle spaventose condizioni dello sfollamento a S. Andrea di Còmpito.
Ebbene, tutte queste schiaccianti prove non sono ancora nulla. C’è un’altra ben più importante prova dell’autenticità e dell’origine celeste dell’Opera valtortiana. Sono le innumerevoli conversioni ottenute da chi l’ha letta. Prima ancora della pubblicazione, solo per aver letto solo qualcuno dei quaderni, un’intera famiglia atea e comunista ritornò alla Fede. Analoga la conversione di una coppia di hippies i quali, venuti a contatto con L’Evangelo come mi è stato rivelato, si sposarono, ebbero cinque figli e presero a condurre una vita morale. E gli esempi possono moltiplicarsi.
E non è ancora nulla. Cosa può esserci ancora? La riluttante testimonianza del demonio stesso costituisce la prova regina che non ammette replica. Se un volume valtortiano viene posto a contatto con un posseduto, il diavolo, attraverso il posseduto stesso, urla: “Toglietemelo! Brucia! Brucia!”
Sorge legittima la domanda: perché il Divino Maestro ci ha dato questa preziosa rivelazione privata? Perché Egli vede quello che noi non siamo in grado di vedere. Naturalmente Egli parla chiaro e con autorità, senza ricorrere a dotte citazioni e infinite sottigliezze come gli scribi (Marco 1, 22), e tanto meno insegue “consenso” e “convergenza”, ma proclama apertamente che il distacco di rami dalla Chiesa non è che il risultato del “morso di Satana” (L’Evangelo, Cap. 203), e insegna che “da Dio ha libello di ripudio la sinagoga per i suoi troppo orrendi delitti” (L’Evangelo, Cap. 638). Affermazioni poco ecumeniche, naturalmente, ma il Divino Maestro onnisciente vede che “maiora premunt”, vede che si stanno perdendo le anime, ed ammonisce: “voi state perendo e vi voglio salvare” (L’Evangelo, Cap. 652).

L’Evangelo era infatti destinato principalmente ai direttori di anime, per offrire una migliore base alle loro predicazioni e al loro insegnamento, per compensare per i troppi pulpiti vuoti o male occupati. E forse, se quel dono celeste fosse stato preso sul serio dalla gerarchia, al Concilio Vaticano II e nel disastroso postconcilio molte cose sarebbero state diverse.

Emilio Biagini

Umbratili vespasiani intorno alla teoria del gender

Palmiro Togliatti “era un fascista con i gay”. Lo sostiene scandalizzato un redattore del sito gay giornalettismo. L'immaginario, settoriale e fratto fascismo di Togliatti è senza dubbio una esagerazione di stampo quasi isterico.
 E' innegabile, tuttavia, che il 30 settembre del 1949 Pier Paolo Pasolini fu espulso dal Pci (togliattiano e cripto fascista) per indegnità morale, dopo che l'autorità giudiziaria aveva riconosciuto il poeta colpevole di corruzione di minori.  
 In un corsivo pubblicato nel quotidiano l'Unità si leggeva che “la responsabilità di tali atteggiamenti [pasoliniani] era dovuta a influenze nefaste di tipo letterario”,  influenze esercitate da scrittori, un tempo non stimati dai comunisti, quali Jean Paul Sartre (autore della commedia anticomunista Le mani sporche) e André Gide (autore di dichiarazioni antistaliniste, diffuse dopo il suo  deludente viaggio a Mosca). 
 La flessione eseguita dai redattori del quotidiano ateo e comunista davanti alla morale cattolica e alla cultura del deprecato ventennio, dimostra che, nel primo dopoguerra, il ribrezzo e l'avversione alla pederastia erano condivisi da una schiacciante e obbligante maggioranza di italiani trasversali.
 Si celebravano i massacri dei fascisti nella primavera radiosa, ma si accoglieva la bieca avversione delle camicie nere alla pederastia.
 D'altra parte era rispettata universalmente e incensata la costituzione repubblicana, che all'articolo 29 privilegiava “la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” e ne riconosceva gli speciali diritti, diversamente da ogni altro tipo di unione.
 L'impetuoso vento pederastico, che soffiava dalla California dell'instancabile militante Herbert Marcuse, purtroppo investì l'Italia alterandone la cultura e infettandone la tradizione religiosa e civile.
 Pasolini fu riabilitato e incensato dagli intellettuali emergenti nella sinistra affascinata o posseduta dal vizio californiano. Al suono martellante del jazz estremo, la sodomia entrò nelle severe e refrattarie cellule del partito operaio. 
 Il 3 novembre del 1975 Pasolini, assassinato da Giuseppe Pelosi, un ragazzo di vita con il quale  l'illustre pederasta si era appartato per consumare (a pagamento) atti sessuali contro natura, fu addirittura promosso al nobile grado di vittima sacrificata sul pio altare della trasgressione.
 Nel giro di un quarto di secolo il poeta, che era stato squalificato e reietto dal Pci proletario, diventò emblema e testimone (martire) del vizio praticato nei circoli della borghesia, espugnata e rieducata dagli intellettuali progressisti.
 Al pensiero sodomitico il potere politico e il salotto culturale competono, lo ha rammentato ultimamente l'umorista Marcello Rambaldi Guidasci di Parabiago, autore del divertente atto unico Incularella ridens, che suscita la risata che compete a un fosforescente delirio nel vespasiano.
 Aurelio Pace e Carlo Di Pietro, autori del ponderoso saggio Gender, dal loro canto affermano risolutamente che “L'omosessualismo si configura come un movimento ideologizzato, spesso abitato anche da soggetti eterosessuali, sovente anticlericali ed insofferenti alle regole, secondo cui il comportamento omosessuale deve essere sempre oggetto di orgoglio e vanto, mai di critica e mai di ponderata valutazione”.  
 Non contrastata dal potere esercitato  da un boy scout circondato da bellone di sacrestia e di cellula, capo di una squadra pavida e rassegnata ai al peggio, l'infezione omosessualista infine si rovescia nel pensiero chic, che contagia la pedagogia della repubblica e offre agli scolaretti delle elementari fiabe pornografiche, ad esempio la sconcezza intitolata “Perché ho due papà”.
 Con venti anni di ritardo rispetto ai governi del Nord Europa, che hanno applicato alla pedagogia  il pregiudizio omosessualista prima di scoprirne la strutturale e furente insensatezza, i progressisti al potere in Italia, tentano d'insinuare  surrettiziamente un progetto screditato e ridicolizzato.  
 Dall'aspersorio di Vespasiano scende l'acqua della rivoluzione ultima. Scalfarotto e Cirinnà, promotori crepuscolari ma squillanti delle leggi gay, manifestano l'invincibile ridicolaggine e la miseria dei loro ardenti pruriti e tradiscono  l'appartenenza alle vischiosità storiche, a tempo debito catalogate e messe fuori gioco dagli scritti dell'insospettabile Benedetto Croce.
 Va da sé che non è nostra intenzione contrastare la bollente/rovente/indomabili circolazione dl pruriti nelle vene dei riformatori omofili. Attraversate le festanti trincee del buonismo, la filosofia e la teologia a monte della sodomia sfuggono alla presa dei frenatori (peraltro deboli e impauriti).
 L'abbattimento delle barriere elevate dal senso comune e la renitenza del clero progressista hanno incendiato la volontà dei riformatori sodomitici, attualmente posseduti dall'invincibile convinzione di rappresentare la sapienza di un futuro, scritto nelle infuocate passioni dei sodomiti e dei gomorriti.
  La sconfitta della scolastica gay incombe tuttavia nelle assurdità gridate dai banditori di un progetto laido, che ferisce l'innocenza dei piccoli prima di cozzare contro il muro della verità.
 La ragione capovolta e intossicata dagli sculettanti progressisti e la viltà dei sedicenti  moderati metteranno in pista un vizio mosso da una invincibile balordaggine e perciò destinato ad estenuarsi correndo sulla pista del disordine.

 Non rimane altra risorsa che la seduta sulla riva del fiume che trasporterà, infallibilmente, i rottami di un sogno malnato e malvissuto. 

Piero Vassallo

martedì 23 febbraio 2016

GLI ERRORI QUOTIDIANI DEL TRASGRESSORE (di Piero Nicola)

Bergoglio esibisce infrazioni assai gravi e di vario genere. Ciò ormai dovrebbe essere acquisito. Le esibisce a ripetizione e sotto diverso aspetto ne conferma il concetto e la pratica. Potrebbe bastare. Ma non è inutile continuare a riprendere le offese recate al Signore da questo particolare errante. Infatti sono forti e comprensibili le resistenze ad ammettere che colui che occupa la cattedra di Pietro faccia più male alla Chiesa di quello che farebbe un anticristo maggiormente riconoscibile, essendo sfornito dell'unico, candido paludamento.
  Nell'ultima estemporanea conferenza stampa, Bergoglio ha detto chiaro che non intende pronunciarsi sulla legge Cirinnà, in quanto non si intromette nelle questioni della legislazione statale. Tale asserto non può essere una balordaggine passeggera e di poco conto. Primo, perché è stata resa alla stampa, quindi al vasto pubblico e non è stata in alcun modo ritrattata. Secondo, perché l'asserita astensione ha avuto ampio riscontro nei fatti.
  L'avere Bergoglio, in merito alla legge in votazione, affermato che la famiglia si compone di un uomo e d'una donna, e il presidente della Cei Bagnasco l'aver sostenuto che il voto costituisce un caso di coscienza e dovrebbe essere palese, non hanno rilevato i gravissimi peccati pubblici, che la legge assolve, e ai quali essa attribuisce il valore di un diritto. Gli atti peccaminosi sono: la legale unione more uxorio di persone dello stesso sesso, e l'adozione del figlio di una di esse da parte dell'altra.
  Questa civile negazione della colpa che grida vendetta al cospetto di Dio, doveva essere per lo meno riprovata da chi pretende di essere il papa. Non facendolo, egli incorre in un duplice peccato di omissione e un peccato di laicismo. Omissione del dovere pastorale di insegnare ai fedeli che il diritto proposto dalla potestà civile è falso, iniquo, ingannevole e corruttore. Omissione dell'accusa esplicita dell'errore, con oscuramento della verità sui peccati contro natura e di scandalo. Colpa di laicismo, per aver affermato che la Chiesa non deve giudicare la conduzione dello stato.
  Nella meno grave delle ipotesi, quella per cui egli non avrebbe voluto biasimare l'errore per eccesso di prudenza, ossia per non compiere un'interferenza nella legiferazione statale e non sollevare un putiferio, sarebbe tuttavia incorso nell'errore di laicismo. Egli ha detto positivamente: "Non mi intrometto" come attenendosi a un comportamento dovuto.
  Intendiamoci: il laicismo, che ha comportato l'oltraggio recato a Cristo Re, Bergoglio lo ha ereditato dal Concilio (diritto alla libertà religiosa = uguali diritti delle religioni; riconoscimento della sovranità popolare = separazione dello stato dalla Chiesa = autonomia morale dello stato = pelagianesimo nel ritenere i non cattolici idonei a procurare il vero bene comune) e dai suoi predecessori.
  L'Enciclopedia Cattolica cita il Sillabo (documento avente il carattere dell'infallibilità) di Pio IX, che condanna questa proposizione:
  "Lo Stato, come quello che è origine e fonte di tutti i diritti, gode di un tal diritto che non è circoscritto da limiti di sorta" (Denz. U, 1739).
  "L'insegnamento della Chiesa. - Nell'ambiguità del nome e nella varietà delle insidie che usa, il laicismo nasconde molti errori e comporta interpretazioni e applicazioni pratiche assai diverse. Effettivamente si tratta di un indirizzo di pensiero o di azione politica e sociale che ha molti punti di contatto e spesso viene a intrecciarsi, a confondersi o a identificarsi con il liberalismo, con il socialismo, con il comunismo, con il naturalismo, con il materialismo, con l'indifferentismo religioso, con l'ateismo, ecc. Perciò le varie condanne della Chiesa contro tutti questi errori suona implicitamente anche riprovazione dei principi e della prassi del laicismo" (Enciclopedia Cattolica, vol. VII, col. 818).
  Che il laicismo praticato da questa repubblica contenga più d'uno di tali errori condannati, sarebbe tempo perso dimostrarlo. Anzi si può tranquillamente affermare che essa si è resa responsabile, in più, di omosessualismo, che sta per legalizzare anche more uxorio e con prole. Ergo, Bergoglio inchinandosi all'indipendenza di tanta empietà se ne è reso connivnete con infamia.
  La laicità dello Stato, giudicata da San Pio X:
  "Questa tesi è la negazione molto chiara dell'ordine soprannaturale. Essa rivoluziona ugualmente l'ordine molto saggio stabilito da Dio nel mondo, ordine che esige una armoniosa concordia tra la Società Civile e la Società Religiosa. Queste due Società hanno, in effetti, gli stessi soggetti, visto che ognuna di esse esercita nel proprio campo la propria autorità su di essi. La laicità dello Stato infligge gravissimi danni alla Società Civile stessa, perché non può né prosperare né durare a lungo quando non si crea un posto alla Religione" (Vehementer nos, 11.2.2906).
  Ma sono numerosissime le dichiarazioni dei Pontefici e, in generale, del Magistero a condanna dello stato che legifera indipendentemente dalla legge naturale e divina, quindi contro di essa. Da Pio VI a Pio XII è tutto un susseguirsi di esecrazioni verso la prevaricazione del diritto dovuta allo Stato che si ispira ai principi della Rivoluzione Francese.
  Sillabo, proposizione LV condannata: "Si deve separare la Chiesa dallo Stato e lo Stato dalla Chiesa".
  Proposizione condannata LVI: "Le leggi dei costumi non abbisognano di sanzione divina, né punto è mestieri che le leggi umane si conformino al diritto di natura e ricevano da Dio la forza obbligatoria".
  Proposizione condannata LX: "L'autorità non è altro se non la somma del numero e delle forze materiali".


Piero Nicola

domenica 21 febbraio 2016

La S. Sindone e le intuizioni mistiche di Maria Valtorta (recensione di Emilio Biagini)

CERRI V. (2015) La S. Sindone e le intuizioni mistiche di Maria Valtorta, con supplemento di Ugo Bertolami, Isola del Liri, CEV (pubbl. la 1a volta 1978 con imprimatur ecclesiastico)

Un’opera che si occupa degli Scritti valtortiani in modo positivo e riceve l’imprimatur ecclesiastico è forse un piccolo segno che qualcosa si muove in direzione di un atteggiamento meno arcigno della gerarchia verso la Valtorta? Probabilmente no, anche perché un singolo vescovo ben disposto non rappresenta una gerarchia sorda e in tutt’altre faccende affacendata. L’imprimatur, poi, è vecchio, e da allora nulla si è più mosso. Anzi, la posizione ufficiale  sembra essere tuttora quella di “permettere” ai fedeli di leggere la Valtorta purché non la ritengano opera ispirata, il che equivale a dire che doveva essere una bugiarda o una pazza, dal momento che lei, nel modo più reciso e solenne, afferma esattamente il contrario.
Neppure è servito che le fossero favorevoli lo stesso papa Pio XII e autorevoli prelati come il grande e santo cardinale Siri. Il 25 ottobre 1948 il Santo Padre aveva consigliato una più sicura approvazione per salvaguardare l’opera da insidie future; era stato interpellato il vescovo di Sora, Costantino Barneschi, Vicario apostolico dello Swaziland, il quale aveva già concesso l’imprimatur ad un opuscoletto dal titolo Parole di vita eterna che presentava un breve stralcio dell’Opera. Non è vero quindi che agli Scritti manchi del tutto l’imprimatur: una parte, sia pur piccola, lo ha ricevuto. Il 29 novembre, quando le rotative stavano per mettersi in moto, il Santo Uffizio fece chiamare il Padre Procuratore Generale dell’Ordine dei Servi di Maria e gli intimò di imporre a Padre Berti e Padre Migliorini di non occuparsi più dell’opera se non volevano essere colpiti dai decreti del Santo Uffizio stesso per aver abusivamente carpito l’approvazione di Monsignor Barneschi, contrariamente alle norme del diritto canonico perché detto Monsignore non è il vescovo della casa editrice né dell’autore “e soprattutto perché è il vescovo degli zulu”.
I nuovi farisei, fra l’altro, confondendo gli swazi con gli zulu, avevano fatto qualcosa come confondere i belgi con i tedeschi. L’invidia (perché sarebbe stata scelta una misera donnàcola e non Io?) e l’orgoglio (come si permette di dire che i suoi Scritti sarebbero dati per sostituire i troppi pulpiti vuoti o male occupati?) davano fuoco alla persecuzione scatenata dai gerarchi, dimentichi dei detti evangelici “chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti” (Marco 10, 43-44) e “ti benedico, o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli” (Matteo 11, 25).
Ed ecco un esempio di sapienti ed intelligenti della gerarchia all’opera. Quando venne proposto di datare la Sindone col metodo del radiocarbonio l’arcivescovo di Torino Anastasio Ballestrero si affidò nel 1988 a tre laboratori di paesi protestanti, massonici e ultralaicisti, a Oxford, Tucson e Ginevra, con i risultati disastrosamente falsi ben documentati da Emanuela Marinelli & Marco Fasol (Luce dal sepolcro, Verone, Fede & Cultura, 2015). Prontamente venne la resa dell’arcivescovo stesso che, contro ogni evidenza, definì la Sindone una semplice “icona”. La teoria dell’icona, formulata in ambienti laicisti, è infatti assolutamente screditata: il Telo non reca tracce di colori, è impresso su un solo lato (mentre nei dipinti il colore penetra arrivando dall’altra parte), ha invece macchie di sangue (precisamente del raro gruppo AB, che è frequente soltanto nel Medio Oriente), le immagini vi si distinguono solo ad almeno tre metri di distanza, e quale artista lavorerebbe ad una così assurda distanza dalla tela?


Nonostante ciò, il danno è ormai fatto, perché i laicisti hanno comunque qualcosa a cui attaccarsi. Sugli autori dell’“indagine” piovvero lodi sperticate e finanziamenti di milioni di dollari da parte di ben noti circoli massonici. Cominciarono ad apparire, specie in Gran Bretagna, libercoli schiamazzanti di “mafia della Sindone” e di “divino imbroglio”. La scarsissima attendibilità che spesso accompagna le datazioni al radiocarbonio (a un corno per bere di età vichinga è stata attribuita una data nel futuro, all’inizio del terzo millennio; una chiocciola appena morta è stata datata a cinquemila anni addietro), e il fatto che i risultati dei “carbonisti” fossero in totale contrasto con tutti i risultati delle ricerche precedenti (inclusa la scoperta delle impronte di monete dell’età di Ponzio Pilato e delle tracce della scritta col nome, in greco, del condannato, “Gesù di Nazareth”, vedi Maria Grazia Siliato, Sindone: mistero dell'impronta di duemila anni fa, Casale Monferrato, Piemme, 1997) non venne neppure preso in considerazione dai potenti mass media controllati dalla massoneria. Al pomposo Museo della Scienza di Londra, un’intera vetrina dedicata alla datazione al radiocarbonio porta come unico esempio dei “successi” di tale tecnica, la datazione “medioevale” della Sindone.
Il Cerri pubblicò i risultati della sua pluridecennale ricerca tre anni prima dello scandalo del radiocarbonio e delle importanti ricerche successive, su cui danno conto Marinelli e Fasol, citati sopra. Tuttavia lo studio del venerando sacerdote, morto nel 2011 all’età di novantasette anni, Prelato d’Onore di Sua Santità dal 1979, è tuttora di notevole interesse per le profonde osservazioni che presenta e per essere l’unico studioso a mettere costantemente a confronto la Sindone con gli Scritti valtortiani.
Sulla venerabile reliquia la Valtorta scrive (Quaderni del 1943, dettato del 22 luglio):

Dice Gesù: “Potete voi dire che io non ho amato questa terra dove ho portato le reliquie della mia vita e della mia morte: la casa di Nazaret dove venni concepito in un abbraccio di luminoso ardore tra il Divino Spirito e la Vergine, e la Sindone dove il sudore della mia morte ha impresso il segno del mio dolore, sofferto per l’umanità?”

E più tardi ribadisce (Quaderni del 1943, dettato del 23 ottobre):

Dice Gesù: “O Italia, Italia alla quale tanto ho dato e che mi hai dimenticato e hai dimenticato i miei benefizi! E da quel Piemonte, dove è una testimonianza di Dio non inferiore a quella del Tabernacolo mosaico – perché se in esso erano due tavole scritte dal profeta di Dio, qui vi è la storia della mia Passione scritta con inchiostro di Sangue divino sul lino che la pietà offerse ad avvolgere la mia nudità di Immolato (…)”

Ne L’Evangelo come mi è stato rivelato (609.12) la grande veggente sottolinea:

Il Volto ha già l’aspetto che vediamo nelle fotografie della Sindone, col naso deviato e gonfio da una parte (…)

Il sanguinoso e divino messaggio della Sindone e il Divino Maestro che dettò le Sue pagine sublimi a Maria Valtorta non possono non confermarsi a vicenda. Sono entrambi documenti della Passione, Morte e Risurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, e come tali a loro volta confermano in pieno il racconto dei Vangeli canonici, i quali sono l’insostituibile pilastro della Verità cristiana e più specialmente cattolica.
All’inizio della Passione, nell’orto del Getsemani Nostro Signore soffrì in modo tanto atroce per l’abbandono del Padre (conseguenza dell’essersi caricato di tutti i nostri peccati, consacrandosi così alla Giustizia come anima vittima) da essere colpito da ematoidrosi: un’intensa vasodilatazione dei capillari cutanei che si rompono a contatto del cul di sacco delle ghiandole sudoripare, inondando la pelle di sangue (dettato del 6 luglio 1944, corsivo nel testo):

Mi hai chiesto: “Quante sono le agonie del Getsemani che mi dai?”
Oh! tante! Non per piacere di tormentarti. Unicamente per bontà di Maestro e Sposo. Non potrei su te, piccola sposa, abbattere tutto insieme il cumulo di desolazione che mi accasciò quella sera e che nessuno intuì, che nessuno comprese fuorché mia Madre e il mio Angelo. Ne morresti pazza. E allora ti dò adesso un briciolo, domani un altro, di modo da farti gustare tutto il mio cibo e di ottenere dal tuo soffrire il massimo di amore di compassione per il tuo dolente Sposo e di redenzione per i tuoi fratelli. Ecco perché ti dò tante ore di Getsemani. Uniscile e, come il mosaicista unendo le tessere piano piano vede formarsi il quadro completo, tu, riunendo nel tuo pensiero il ricordo delle diverse ore, vedrai l’Agonia vera del tuo Signore.
Rifletti come ti amo. La prima volta ti ho dato soltanto la vista della mia smania fisica. E tu, soltanto per vedermi col Volto stravolto, andare e venire, alzare le braccia, torcermi le mani, piangere e abbattermi, ne hai avuta tanta pena che per poco non mi moristi.
Ti ho presentato quella tortura visibile più e più volte sinché l’hai conosciuta e l’hai potuta sopportare. Poi, volta per volta, ti ho svelato le mie tristezze. Le mie tristezze di uomo. Tutte le passioni dell’uomo si sono drizzate come serpi irritate, fischiando i loro diritti d’essere, ed Io le ho dovute strozzare una per una per esser libero di salire il mio Calvario.
(…)
Ed ero solo. Cioè: ero con Satana.
La prima parte dell’orazione era stata penosa, ma ancora potevo sentire lo sguardo di Dio e sperare nell’amore degli amici. La seconda fu più penosa perché Dio si ritirava e gli amici dormivano. Riconfermavano il sibilo di Satana e la voce della vita’. “Ti sacrifichi per nulla. Gli uomini non ti ameranno per il tuo sacrificio. Gli uomini non comprendono” .
La terza... la terza fu la demenza, fu la disperazione, fu l’agonia, fu la morte. La morte dell’anima mia. Non è risorto soltanto il corpo mio. Anche la mia anima ha dovuto risorgere. Poiché conobbe la Morte.
Non vi paia eresia. Cosa è la morte dello spirito’? La separazione eterna da Dio. Ebbene: Io ero separato da Dio. Il mio spirito era morto. È la vera ora di eternità che Io concedo ai miei prediletti. Quella che tu, piccola sposa, ti sei chiesta che fosse da quando ti hanno detto che tu hai sorte simile a Veronica Giuliani, che al termine della esistenza conobbe questo strazio superiore a tutti gli strazi sovrumani.
Noi conosciamo la morte dello spirito, senza averla meritata, per comprendere l’orrore della dannazione che è tormento dei peccatori impenitenti. La conosciamo per ottenere di salvarli. Lo so. Il cuore si spezza. Lo so. La ragione vacilla. So tutto, anima diletta. L’ho provato prima di te. È l’orrore infernale. Siamo in balia del Demonio poiché siamo separati da Dio.
(…)
“Ho risposto... Maria, ho risposto radunando le forze, bevendo pianto e sangue che colavano dagli occhi e dai pori, ho risposto: ‘Non ho più madre. Non ho più vita. Non ho più divinità. Non ho più missione. Nulla ho più. Fuorché fare la Volontà del Signore mio Dio. Va’ indietro, Satana! L’ho detto la prima e la seconda volta. Lo ridico per la terza: “Padre, se è possibile passi da Me questo calice. Ma però non la mia: la tua Volontà sia fatta’. Va’ indietro, Satana. Io son di Dio!’”
Maria, ho risposto cosi... E il Cuore si è franto nello sforzo. Il sudore è divenuto non più stille, ma rivoli di sangue. (…)

Tanto sangue potrebbe aver bagnato anche la Sindone, ma poi sarebbe stato dilavato dal sudore e assorbito dalla veste durante le successive fasi della Passione.
Nella flagellazione hanno lasciato tracce solo quei colpi di flagrum che hanno prodotto un’escoriazione o una piaga contusa, per cui probabilmente Gesù ricevette molti più colpi di quanto non ne risultino dal sacro Telo, in cui comunque ne appaiono moltissimi. Gesù dovette essere legato in posizione eretta come scrive la Valtorta. In posizione curva su una colonna bassa, i carnefici non avrebbero potuto colpirlo sul davanti come risulta chiaramente dalla Sindone.
Sulla corona di spine si è molto discusso, ma dagli scarsi segni di spine impressi sulla Sindone pare si trattasse di un semplice cordone spinoso ripiegato a cerchio, non di una calotta né di una cuffia o di un fascio. La visione di Maria Valtorta, in pieno accordo con la Sindone e con l’iconografia tradizionale. Gesù portò la corona durante l’ascesa al Calvario: il braccio verticale della croce premeva sulla corona di spine, causando rigagnoletti di sangue nitidamente impressi sul Telo.
Com’era la croce? Non vi era una struttura e una pratica d’impiego unica e immutabile. La croce poteva essere divisa in due travi (verticale o stipes, lasciata in permanenza sul luogo destinato alle esecuzioni, e orizzontale o patibulum, portata dal condannato); o poteva essere intera e completa, a forma di T (commissa) o a croce latina (capitata); o anche ad “X” (croce di Sant’Andrea); a volte il condannato veniva inchiodato al solo palo verticale; una croce più alta del solito poteva essere usata quando si voleva dare maggior rilievo al supplizio, come appunto fu fatto per Gesù. Data la difficile situazione in Palestina appare improbabile che si volesse lasciare le travi verticali continuamente in piena vista, un segno della potenza romana che avrebbero eccitato gli spiriti già ribollenti degli zeloti. Assai più verosimile è quindi che le croci venissero portate intere e infisse in fori appositamente preparati e riempiti di pietre, che venivano tolte quando necessario. Ed è proprio questo che la Valtorta vide e descrisse. Pure in tutti gli altri dettagli, le conoscenze storiche, i Vangeli canonici e le visioni valtortiane sono in pieno accordo. Anche il particolare dello straccio fornito ai condannati per coprire le parti intime è segno di adattamento degli usi romani alla “pudicizia” dei giudei. La Valtorta scrive che la Madonna diede al Figlio il suo velo perché non si cingesse con uno straccio come gli altri condannati.
Nel caso di Gesù, doveva trattarsi di una croce “capitata”, altrimenti non si sarebbe potuto inchiodare sopra il capo di Lui la scritta col motivo della sentenza (titulus). A favore della descrizione fornita dalla Valtorta stanno i seguenti fatti: 1) non dice nulla che contraddica il Vangelo; 2) l’espressione di Giovanni “bajulans sibi crucem” contraddice l’ipotesi del Ricci secondo cui avrebbero legato Gesù il solo patibulum; 3) è conforme alla tradizione cristiana che ha sempre visto Gesù carico della croce intera; 4) la croce, per quanto pesante, poteva essere portata da una sola persona perché il braccio verticale posava per terra e veniva più trascinata che portata di peso; 5) le valutazioni dello spessore della croce in base alla piaga che si riscontra su spalla tendono ad essere esagerate perché quell’impronta è costituita verosimilmente da alcune ferite della flagellazione allargate e confuse per sfregamento e non corrisponde al reale spessore della trave; 6) i modi per costringere condannati a portare la croce e crocifiggere erano diversi da luogo a luogo; 7) le tre cadute di Gesù sulla via del Calvario potevano essere causate da debolezza e dal peso della croce intera senza ricorrere alle legature descritte dal Ricci; 8) se Cristo avesse portato il solo patibulum si sarebbero dovute trovare impronte sulla colonna vertebrale che invece non ci sono; 9) la maggior parte dei sindonologi ed esegeti concordano nel ritenere che i piedi di Gesù distassero dal suolo circa un metro, è ciò è conforme all’altezza della croce di Gesù stimata dalla Valtorta in quattro metri.
Come già osservato, l’esecuzione non era un rito immutabile. È assai probabile che gli altri due crocifissi fossero fissati con corde. Durante le tre ore di agonia, sottoposto alla continua tortura dei nervi mediani lesi dai chiodi, Gesù non poté che pronunciare poche parole, quando riusciva a sollevarsi per respirare, sforzandosi sul chiodo dei piedi e su quelli delle mani, mentre gli altri due crocifissi, essendo soltanto legati, poterono parlare liberamente e a lungo. Ecco perché durarono più a lungo, e inoltre erano inebetiti dal beveraggio anestetico di vino e mirra, e anche questo dovette conferire loro maggior resistenza. Fu necessario eseguire su di loro il crucifragium, ossia lo spezzamento delle gambe; tuttavia avrebbero potuto continuare a respirare anche così e il tempo stringeva, dato che mancavano poche ore al sabato, che cominciava al tramonto del venerdì. In quei casi non restava che procedere in modo ancor più energico. La Valtorta dice infatti che dopo lo spezzamento delle gambe furono finiti a colpi di clava sferrati anche al cuore.
Per quanto riguarda la morte di Gesù, varie sono le ipotesi scientifiche in contrasto tra loro: infarto cardiaco, pericardite traumatica, embolia, sincope, crampi tetanici e soffocazione, fame e sete. La Valtorta offre la spiegazione migliore (609.19, corsivo nel testo):

Tornano le valanghe di dolore desolato che già l’avevano oppresso nel Getsemani. Tornano le onde dei peccati di tutto il mondo a percuotere il naufrago innocente, a sommergerlo nella loro amaritudine. Torna soprattutto la sensazione, più crocifiggente della croce stessa, più disperante di ogni tortura, che Dio lo ha abbandonato e che la preghiera non sale a Lui…
Ed è il tormento finale. Quello che accelera la morte, perché spreme le ultime gocce di sangue dai pori, perché stritola le superstiti fibre del cuore, perché termina ciò che la prima cognizione di questo abbandono ha iniziato: la morte. Perché di questo per prima cosa è morto il mio Gesù, o Dio, che lo hai colpito per noi! Dopo il tuo abbandono, per il tuo abbandono, che diventa una creatura? O un folle, o un morto. Gesù non poteva divenire folle, perché la sua intelligenza era divina e, spirituale come è l’intelligenza, trionfava sopra il trauma totale del colpito da Dio. Divenne dunque un morto: il Morto, il santissimo Morto, l’innocentissimo Morto. Morto Lui che era la Vita. Ucciso dal tuo abbandono e dai nostri peccati.

Sopravvenuta la morte, e nell’imminenza del sabato, il sacro Corpo fu staccato e deposto dalla croce, e trasportato in posizione orizzontale, così che il sangue dalla vena cava inferiore e dalle vene epatiche non poteva uscire tanto facilmente, per cui la colata trasversale posteriore potrebbe essersi formata nel sepolcro, dato che la rigidità cadaverica in individui robusti morti di morte violenta ritarda alquanto. I coaguli sanguigni intorno alle reni paiono dovuti al lino che cingeva i fianchi di Gesù, mescolandosi a quelli formati delle piaghe della flagellazione riaperte dalla forzata tensione dell’epidermide e dallo sfregamento contro il legno della croce. Come abbiamo visto, la presenza del lino era una concessione romana al “pudore” ebraico, e il lino fu dato dalla stessa Maria Vergine (Cap. 609. 2-3):

Viene dato l’ordine ai condannati di spogliarsi. I due ladroni lo fanno senza nessun pudore. Anzi si divertono a fare atti osceni verso la folla e specie verso il gruppo sacerdotale, tutto candido nelle sue vesti di lino e che è piano piano tornato sulla piazzetta più bassa, usando della sua qualità per insinuarsi lì. Ai sacerdoti si sono uniti due o tre farisei e altri prepotenti personaggi, che l’odio fa amici. (…)
I carnefici offrono tre stracci ai condannati perché se li leghino all’inguine. E i ladroni li pigliano con più orrende bestemmie. Gesù, che si spoglia lentamente per lo spasimo delle ferite, lo ricusa. Forse pensa conservare le corte brache che ha tenute anche nella flagellazione. Ma, quando gli viene detto di levarsi anche le stesse, Egli tende la mano per mendicare lo straccio dei boia a difesa della sua nudità. È proprio l’Annichilito fino a dover chiedere uno straccio ai delinquenti.
Ma Maria ha visto e si è sfilata il lungo e sottile telo bianco, che le vela il capo sotto al manto oscuro e nel quale Ella ha già versato tanto pianto. Se lo leva senza far cadere il manto, lo dà a Giovanni perché lo porga a Longino per il Figlio. Il centurione prende il velo senza fare ostacolo e, quando vede che Gesù sta per denudarsi del tutto, stando voltato non verso la folla ma verso la parte vuota di popolo, mostrando così la sua schiena rigata di lividi e di vesciche, sanguinante di ferite aperte o dalle croste oscure, gli porge il lino materno. E Gesù lo riconosce. Se ne avvolge a più riprese il bacino, assicurandoselo per bene perché non caschi... E sul lino, fino allora solo bagnato di pianto, cadono le prime gocce di sangue, perché molte delle ferite, appena coperte di coagulo, nel chinarsi per levarsi i sandali e deporre le vesti si sono riaperte e il sangue riprende a sgorgare.
Ora Gesù si volge verso la folla. E si vede così che anche il petto, le braccia, le gambe sono tutte state colpite dai flagelli. All’altezza del fegato è un enorme livido, e sotto l’arco costale sinistro vi sono nette sette righe in rilievo, terminate da sette piccole lacerazioni sanguinanti fra un cerchio violaceo... un colpo feroce di flagello in quella zona tanto sensibile del diaframma. I ginocchi, contusi dalle ripetute cadute, iniziate subito dopo la cattura e terminate sul Calvario, sono neri di ematoma e aperti sulla rotula, specie il destro, in una vasta lacerazione sanguinante.
La folla lo schernisce come in coro: “Oh! Bello! Il più bello dei figli degli uomini! Le figlie di Gerusalemme ti adorano...”. E intona, con tono di salmo: “Il mio diletto è candido e rubicondo, distinto fra mille e mille. La sua testa è oro puro, i suoi capelli grappoli di palma, setosi come piuma di corvo. Gli occhi son come due colombe bagnantesi ai ruscelli non d’acqua ma di latte, nel latte della sua orbita. Le sue guance sono aiuole di aromi, le sue labbra porpurei gigli stillanti preziosa mirra. Le sue mani tornite come lavoro d’orafo terminate in rosei giacinti. Il suo tronco è avorio venato di zaffiri. Le sue gambe, perfette colonne di candido marmo su basi d’oro. La sua maestà è come quella del Libano; imponente egli è più dell’alto cedro. La sua lingua è intrisa di dolcezza ed egli è tutto delizia”; e ridono e urlano anche: “Il lebbroso! Il lebbroso! Hai dunque fornicato con un idolo se Dio ti ha così colpito? Hai mormorato contro i santi di Israele come Maria di Mosè, se sei stato così punito? Oh! Oh! il Perfetto! Sei il Figlio di Dio? Ma no! L’aborto di Satana sei! Almeno egli, Mammona, è potente e forte. Tu... sei uno straccio impotente e schifoso”.

Data l’imminenza del sabato, venne compiuta da Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo solo la prima parte della pratica funeraria israelita. Il Corpo fu avvolto con teli insieme ad aromi e posto sulla tavola dell’imbalsamazione. Dal racconto valtortiano si deducono i seguenti particolari: 1) il Corpo non venne lavato, forse usata solo un po’ d’acqua; 2) le bende furono inzuppate di aromi; 3) il Corpo fu spalmato di unguenti; 4) la mistura degli aromi era appiccicosa, dato che riusciva a trattenere in posizione le mani del Corpo: 5) venne usata una sindone monda, diversa da quella usata per il trasporto; 6) i piedi conservarono un diversa posizione, uno più dritto l’altro più steso; 7) al volto di Gesù venne legata una fascia mentoniera; 8) il Corpo avvolto nella sindone, appoggiando sul viso un sudario di lino, poi vennero sovrapposte alla sindone altre larghe striscie o bende per mantenere la sindone stessa aderente al Corpo, ottenendo così un embrione di fasciatura completa ma affrettata.
I dettagli trovano sorprendente riscontro negli usi dell’epoca. L’analisi elettronica al computer effettuata al Jet Propulsion Laboratory di Pasadena dimostra che al volto dell’Uomo della Sindone fu applicata la mentoniera. Maria Valtorta l’aveva già scritto nel 1944.
Alla risurrezione, il Corpo uscì dalla fasciatura senza guastare le numerosissime impronte sanguigne rimaste intatte e conservando l’aspetto tipico del coagulo normale col relativo alone di siero. Il Cerri si concentra sulla narrazione valtortiana del comportamento di Pietro e Giovanni e trascura il problema della formazione dell’immagine, che pare sia avvenuta in seguito ad una smaterializzazione del Corpo: infatti, il Risorto attraversava i muri e la materia solida. La smaterializzazione pare sia avvenuta con un lampo di energia, le cui tracce sono state effettivamente riscontrate sulla Sindone. Le fasce che avevano avvolto il corpo, più pesanti, si afflosciarono, mentre il sudario, più leggero e “inamidato” dall’istantaneo essiccarsi dei profumi liquidi, restò sollevato, apparendo così a Pietro e Giovanni “in una posizione unica”, che modellava la forma del corpo che vi era stato avvolto. Il lampo di luce venne visto e descritto dalla Valtorta come una sfera di fuoco che precipitò dall’alto ed entrò nel sepolcro (Cap. 617.3-4).

La meteora si abbatte contro l’inutile serrame del Sepolcro, lo divelle, lo atterra, fulmina di terrore e di fragore le guardie messe a carcerieri del Padrone dell’Universo, dando, col suo tornare sulla Terra, un nuovo terremoto, come lo aveva dato quando dalla Terra era fuggito questo Spirito del Signore. Entra nel buio Sepolcro, che si fa tutto chiaro della sua luce indescrivibile, e mentre questa permane sospesa nell’aria immobile, lo Spirito si rinfonde nel Corpo immoto sotto le funebri bende.
Tutto questo non in un minuto, ma in frazione di minuto, tanto l’apparire, lo scendere, il penetrare e scomparire della Luce di Dio è stato rapido...
Il “Voglio” del divino Spirito alla sua fredda Carne non ha suono. Esso è detto dall’Essenza alla Materia immobile. Ma nessuna parola viene percepita da orecchio umano. La Carne riceve il comando e ubbidisce ad esso con un fondo respiro... Null’altro per qualche minuto.
Sotto il sudario e la sindone la Carne gloriosa si ricompone in bellezza eterna, si desta dal sonno di morte, ritorna dal “niente” in cui era, vive dopo essere stata morta. Certo il cuore si desta e dà il primo battito, spinge nelle vene il gelato sangue superstite e subito ne crea la totale misura nelle arterie svuotate, nei polmoni immobili, nel cervello oscurato, e riporta calore, sanità, forza, pensiero.
Un altro attimo, ed ecco un moto repentino sotto la sindone pesante. Così repentino che, dall’attimo in cui Egli certo muove le mani incrociate al momento in cui appare in piedi imponente, splendidissimo nella sua veste di immateriale materia, soprannaturalmente bello e maestoso, con una gravità che lo muta e lo eleva pur lasciandolo Lui, l’occhio fa appena in tempo ad afferrarne i trapassi. Ed ora lo ammira: così diverso da quanto la mente ricorda, ravviato, senza ferite né sangue, ma solo sfolgorante della luce che scaturisce a fiotti dalle cinque piaghe e si emana da ogni poro della sua epidermide.

Il racconto valtortiano della Passione spiega perfettamente una ad una le piaghe di Cristo riscontrabili sulla Sindone: la tumefazione  della parte centro-destra del volto (terza e completa caduta, Cap. 609.6), tumefazione della guancia destra e bocca ferita (colpo di asta sul viso dopo la flagellazione, Cap. 604.30), escoriazioni all’apice del naso e occhio destro quasi chiuso (corrisponde alla descrizione della Vittima crocifissa, Cap. 609.12), bocca leggermente deviata a destra (contrazione spasmodica del volto sulla croce, Cap. 609.22), fuoruscita di sangue e saliva sul lato destro della bocca (sulla croce, quando si avvicina la fine, Cap. 609.21), impronte delle ferite sui flagelli durante la via crucis (Cap. 608.5) e prima della crocifissione (Cap. 609.2-3), piaga del costato (Cap. 609.27), piaghe alle mani e un braccio più corto dell’altro di circa 4 centimetri (risultato della slogatura inflitta durante l’inchiodamento alla croce, Cap. 609.5). La Valtorta descrisse questa slogatura quattro anni prima che fosse diagnosticata da alcuni medici consultati dal professor Lorenzo Ferri.
La statura, il volto e il fascino di Gesù, come traspaiono dall’immagine sindonica, così corrispondono puntualmente alle descrizioni valtortiane. Il Redentore era alto circa m 1,80, maestoso e bellissimo.
Poiché il Cerri trascura il problema della formazione dell’immagine, lascia spazio ad un supplemento a firma di Ugo Bertolami, che si domanda come mai l’autore non abbia preso in considerazione l’importante dettato valtortiano proprio su questo argomento (Cap. 613.7-8):

Tu l’hai vista la corona di lividi che stava intorno ai miei reni. I vostri scienziati, per dare una prova alla vostra incredulità rispetto a quella prova del mio patire che è la Sindone, spiegano come il sangue, il sudore cadaverico e l’urea di un corpo sopraffaticato abbiano potuto, mescolandosi agli aromi, produrre quella naturale pittura del mio Corpo estinto e torturato.
Meglio sarebbe credere senza aver bisogno di tante prove per credere. Meglio sarebbe dire: “Ciò è opera di Dio” e benedire Iddio che vi ha concesso di avere la prova irrefragabile della mia Crocifissione e delle precedenti torture!
Ma poiché, ora, non sapete più credere con la semplicità dei bambini, ma avete bisogno di prove scientifiche – povera fede, la vostra, che senza il puntello e il pungolo della scienza non sa star ritta e camminare – sappiate che le contusioni feroci delle mie reni sono state l’agente chimico più potente nel miracolo della Sindone. Le mie reni, quasi frante dai flagelli, non hanno più potuto lavorare. Come quelle degli arsi in una vampa, sono state incapaci di filtrare, e l’urea si è accumulata e sparsa nel mio sangue, nel mio corpo, dando le sofferenze della intossicazione uremica e il reagente che trasudando dal mio Cadavere fissò l’impronta sulla tela. Ma chi è medico fra voi, o chi fra voi è malato di uremia, può capire quali sofferenze dovettero darmi le tossine uremiche, tanto abbondanti da esser capaci di produrre un’impronta indelebile.
La sete. Quale tortura la sete! Eppure lo hai visto. Non ci fu uno, fra tanti, che in quelle ore mi seppe dare una goccia d’acqua. Dalla Cena in poi, Io non ebbi più nessun conforto. E febbre, sole, calore, polvere, dissanguamento, davano tanta sete al vostro Salvatore.
Tu l’hai visto che ho respinto il vino mirrato. Non volevo addolcimenti al mio patire. Quando ci si è offerti vittime, bisogna essere vittime senza transazioni pietose, senza compromessi, senza addolcimenti. Occorre bere il calice così come esso è dato. Gustare l’aceto e il fiele sino in fondo. Non il vino drogato che produce intontimento del dolore.
Oh! la sorte di vittima è ben severa! Ma beato chi la elegge per sua sorte.

Questo conferma la teoria vaporigrafica formulata da Paul Vignon, professore di biologia dell’Institut Catholique di Parigi nel 1902 e da lui dimostrata esponendo una tela di lino simile all’originale in presenza di aloe, mirra e vapori di urea. La teoria ha attratto numerose critiche. Secondo Pierluigi Baima Bollone, professore di medicina legale all’università di Torino, tale teoria non sarebbe accettabile perché: 1) la trasformazione avviene con un certo ritardo, anche di giorni, 2) i vapori non possono muoversi in modo perfettamente ortogonale in modo da dare un’immagine precisa, 3) per la grandezza dell’immagine sindonica sarebbe state necessarie grandi quantità di urea.
La prima obiezione diventa piuttosto una prova a favore: infatti i Vangeli canonici non la menzionano al momento della scoperta della tomba vuota. La Valtorta racconta esplicitamente che l’immagine si formò a poco a poco. Infatti alcuni giorni dopo la risurrezione Nicodemo, alla presenza dell’apostolo Giovanni, di Giuseppe d’Arimatea e di Lazzaro risuscitato, consegna alla Madonna la Sindone, spiegando (Cap. 644.6-7):

(…) la seconda sindone, che fu su di lui dalla sera di Parasceve all’aurora di Risurrezione, deve venire a te. E – te ne avverto, perché tu non debba commuoverti troppo nel vederla – e sappi che più i giorni sono passati e più su di essa è apparsa nitidamente la figura di Lui, così come era dopo il lavacro. Quando la ritirammo dal Sepolcro pareva che semplicemente conservasse l’impronta delle sue membra coperte dagli oli e, ad essi mescolati, scoli di sangue e di siero dalle molte ferite. Ma, o per un processo naturale o, il che è molto più certo, per un volere soprannaturale, un miracolo di Lui per dare una gioia a te, più il tempo è passato e più l’impronta si è fatta precisa e chiara. Egli è là, su quella tela, bello, imponente, anche se ferito, sereno, pacifico, anche dopo tante torture. Hai cuore di vederlo?”.
“Oh! Nicodemo! Ma questo era il mio supremo desiderio! Tu lo dici d’aspetto pacificato... Oh! poterlo vedere così, non con quell’espressione torturata che è sul velo di Niche!”, risponde Maria congiungendo le mani sul suo cuore.
Allora i quattro spostano la tavola per avere più spazio; poi, stando Lazzaro e Giovanni da un lato, Nicodemo e Giuseppe dall’altro, svolgono lentamente la lunga tela. Appare per prima la parte dorsale, iniziando dai piedi; poi, dopo la quasi congiunzione delle teste, quella frontale. Le linee sono ben chiare, e chiari i segni, tutti i segni, della flagellazione, coronazione di spine, sfregamento della croce, contusioni da colpi ricevuti e cadute fatte, e le ferite dei chiodi e della lancia.
Maria cade in ginocchio, bacia il telo, carezza quelle impronte, bacia le ferite.

La seconda obiezione cade se si considera che comunque il formarsi dell’immagine è dovuto a un miracolo, alla luce della risurrezione le cui tracce sono state pure individuate sulla sindone. La terza obiezione non regge, dati i colpi di flagello che causarono un blocco renale e relativa uremia.
Riguardo alla ferita al costato, l’opinione generalizzata è che l’immagine si sia formata all’interno del Telo, in modo che l’immagine sindonica sarebbe vista di riflesso, come in uno specchio. Partendo da tale assunto, le ricostruzioni tridimensionali del Corpo (come quelle di Mons. Ricci e dello scultore Luigi De Mattei) mostrano la grande piaga triangolare causata dal peso della croce sulla spalla sinistra di Gesù, mentre nella sindone è invece sulla spalla destra. È come se il miracoloso lampo di luce della risurrezione avesse proiettato l’immagine sull’esterno del Telo.
Ciò è confermato dagli scritti valtortiani, che più volte indicano la sindone come la sua vera effige di Gesù, sacra e vera immagine, e non immagine riflessa. I Vangeli canonici non parlano della piaga della spalla, che fu rivelata per la prima volta da Gesù a san Bernardo da Chiaravalle (1090-1153), abate e dottore della Chiesa. Questi domandò a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua passione. Gli fu data questa preziosa rivelazione privata:

Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce. Questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore più di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; e a tutti quelli che per amore di Essa mi onoreranno con tre Padre Nostro, Ave e Gloria al giorno, perdonerò i peccati veniali, non ricorderò più i mortali, non morranno di morte subitanea e in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine conseguendo ancora grazia e misericordia.

Dopo la morte di Padre Pio si scoprì che anche il santo stimmatizzato di Pietrelcina aveva sofferto di tale piaga, evidentemente a completamento delle sofferenze della Passione da lui sperimentate. Infatti, evidenti macchie di sangue sulla spalla destra appaiono sulla tonaca portata dal frate.
La sindone ci mette davanti al mistero divino, che noi possiamo adorare, ma restando ben lontani dal comprenderlo. E il Bertolami, opportunamente conclude la sua appendice allo scritto di don Vincenzo Cerri con un significativo dettato di Gesù a Maria Valtorta (Quaderni, 20 maggio 1049):

Mi dice il Signore, mentre io penso a tutt’altro che a cose mistiche e lavoro d’ago riparando la biancheria di casa:
“La mia Sindone, o Maria, per chi sa vedere, è non soltanto testimonianza che Io sono veramente morto e sono risorto, ma anche testimonia di come fui concepito e nacqui non secondo le leggi dell’umanità. È quindi conferma alle verità che la Religione mia insegna: il mio concepimento per opera dello Spirito Santo; la divina maternità di Maria; la sua verginità perpetua; la mia passione e morte; la mia risurrezione gloriosa. Ma ciò è conferma a chi, nella luce di Dio, è dato di vedere.”

EMILIO BIAGINI