mercoledì 29 maggio 2013

Presentazione di Emilio Artiglieri: Un treno nella notte filosofante (Roma, 16 maggio 2013)

     Certamente il mondo resterebbe, per usare un eufemismo, meravigliato se i giornali, i telegiornali, i twitter annunciassero che Papa Francesco ha dichiarato guerra.
   Eppure, fin dalla sua elezione, nei suoi discorsi, nelle sue omelie è ricorrente il tema della guerra, della guerra al diavolo, con il quale, ancora recentemente, ha dichiarato, in modo perentorio, che non ci può essere dialogo, e che, non senza ironia, ha definito un “cattivo pagatore”.
   Proprio su questi temi della predicazione di Papa Francesco è uscito, sull’Osservatore Romano, un bell’articolo il 4 maggio scorso di Inos Biffi, il quale ha messo in evidenza come il Nuovo Testamento, non solo i Vangeli, ma le Lettere paoline, le Lettere di Giovanni, l’Apocalisse, sia tutto caratterizzato proprio dalla rappresentazione di questa grande battaglia, che è iniziata prima della storia e si prolungherà fino alla fine dei tempi.
   Ancora prima della sua elezione a Vescovo di Roma, l’allora Cardinale Bergoglio, a proposito delle proposte di legge sul matrimonio omosessuale, le attribuiva all’invidia del demonio, attraverso la quale – così scriveva ai monasteri carmelitani di Buenos Aires – il peccato entrò nel mondo: “un’invidia che cerca astutamente di distruggere l’immagine di Dio, cioè l’uomo e la donna che ricevono il comando di crescere, moltiplicarsi e dominare la terra”.
   In altre parole non si trattava, per il Cardinale Bergoglio, di una battaglia politica, ma del tentativo distruttivo del disegno di Dio, tentativo voluto dal demonio per confondere e umiliare gli uomini.
 Un filosofo non cristiano, come professione di fede, ma sensibile al rapporto tra teologia e storia, Massimo Cacciari ha dedicato un testo, uscito recentemente, al katéchon, ossia a “Il potere che frena”, secondo l’espressione che si legge nella seconda Lettera ai Tessalonicesi. Il katéchon è qualcosa o qualcuno che trattiene e contiene, arrestando o frenando l’assalto dell’Anticristo, ma che dovrà togliersi o essere tolto di mezzo, affinché l’Anticristo si risvegli, prima del “giorno del Signore”.
   Non intendo soffermarmi sulle diverse interpretazioni del katéchon e dell’Anticristo.
   Mi piace però cogliere dal testo di Cacciari, che riprende la letteratura cristiana antica sull’argomento,  questa precisazione: “l’Ingannatore del mondo si presenta come figlio di Dio. La sua energia si esprime nel se-durre dalla fede nel Signore Gesù: la sua apostasia non è discessio o secessio genericamente da Dio, non ha nulla a che vedere con qualsiasi forma di ‘ateismo’; essa ha un solo bersaglio: sradicare la fede che Gesù sia il Cristo” (p. 49).
   Presentando il libro di Piero Vassallo: “Un treno nella notte filosofante”, vorrei subito qualificarlo come un romanzo, non solo e non tanto filosofico, quanto piuttosto teologico e spirituale.
   La notte in cui è ambientata la prima parte, nella quale si descrivono le discussioni svolte durante un viaggio in treno tra Simeone, il protagonista (nome assolutamente spirituale) e gli altri compagni di viaggio, diventa nella seconda parte la notte della ragione, oltre che della fede, non nel senso di San Giovanni della Croce di “notte oscura” come esperienza mistica, ma nel senso di “tenebre” che si oppongono alla luce, che avvolgono il pensiero e lo rendono impotente ad aprirsi alla realtà creata, a confrontarsi con il reale, in un avvitamento in se stesso che è l’esito del principio di immanenza moderno.
   E’ la notte del nichilismo che si oppone alla luce e alla vita, è la notte in cui si sviluppa il fomite dell’antivita.
   Per capire la battaglia tra la luce e le tenebre, tra la vita e l’antivita, occorre aver presente il prologo al Vangelo di San Giovanni, quel prologo che, come un esorcismo, veniva recitato al termine di ogni Messa nel rito antico, e ancora oggi viene recitato in questo splendido rito antico.
   La notte filosofante si oppone alla luce, alla vita, è il tempo delle tenebre, il tempo dell’antivita.
    La vera battaglia, il vero confronto non è tra “destra” e “sinistra”, tra – per citare le antiche Potenze terrene - Francia e Germania, tra Russia ed America, neppure tra Europa ed Islam: è tra la luce e le tenebre, tra la vita e l‘antivita.
   Il momento più alto di questa battaglia e che ne svela il senso è dato dall’Incarnazione del Verbo di Dio: il Verbo si è fatto carne, come dice San Giovanni, e ha posto la sua dimora tra noi, nella storia umana.
     Grande mistero, di fronte al quale il rito antico esige che, ogni volta che si ricorda nella liturgia,  tutti, sacerdoti e fedeli, si inginocchino, adoranti.
   Lo sfondo è dunque sempre questo: le tenebre che avvolgono il mondo, gli uomini, il loro pensiero, ma che vengono squarciate dalla luce del Logos che è vita, e che si fa carne, che entra glorioso nella storia dell’umanità, definitivamente, e che a quanti credono in Lui ha dato il potere di diventare figli di Dio.
   Ed è questo che il grande Ingannatore, l’invidioso, come dice Papa Bergoglio, non sopporta: la dignità dell’uomo elevato per grazia ad essere partecipe della natura divina, ad essere figlio di Dio.
   Non potendo colpire Dio, colpisce l’uomo, la sua dignità, la sua apertura al trascendente, la sua vita di grazia e la sua chiamata alla gloria.
   Ritengo questa premessa necessaria per poter parlare del romanzo di Vassallo, che altrimenti resterebbe, nel suo aspetto più profondo, incomprensibile.
   Il romanzo di Vassallo si può leggere a diversi livelli: ad un livello autobiografico in cui egli fa riferimento, soprattutto nella prima parte, a quella che potremmo definire la sua “conversione” da giovanili idealità vagamente pagane al loro superamento e al loro “inveramento” nel cristianesimo; ancora a livello autobiografico, ma anche come spunto di riflessione per tutti, si coglie quello che potremmo definire lo spirito cavalleresco, dell’autentica cavalleria cristiana, di Piero Vassallo, che lo porta al servizio della verità fino al rifiuto di ogni successo mondano che ben gli sarebbe stato accessibile.
    L’altro livello è quello sul piano della storia culturale, intendendo questo aggettivo non nel senso di accademico o di riservato agli specialisti, ma come sinonimo di civiltà: da una parte la notte con le sue tenebre ed i suoi spettri, dall’altra la vita, la luce che ci ha portato il Verbo di Dio, il Logos incarnato, aprendo, allargando, come direbbe Benedetto XVI, la nostra ragione alla trascendenza.
   L’esito della notte filosofante per il treno è di finire su un binario morto, inizio della tragica avventura dei protagonisti, che vengono come scaraventati dalle eleganti carrozze di questo treno (ma l’eleganza, la squisitezza, i modi affettati spesso sono il preludio all’abbruttimento), nel progetto di un “mondo nuovo”, fondato sulla “ultrarivoluzione”, come restaurazione della “cultura originale” e del “pensiero armonioso” (cfr. p. 67), che non è solo una cultura precristiana, ma pre – e antirazionale, avendo, a sua base, il rinnegamento, esplicito in Marcuse, del principio di identità e di non contraddizione, qualificato – risum teneatis amici – “fascista” (p. 75).
   La lotta alla luce, alla vita è sempre anche lotta alla ragione: non a caso la cultura omosessualista, abortista, eutanasica è caratterizzata anche dal favore per l’uso delle droghe, in una visione sconvolta e sconvolgente dell’uomo, che di umano non ha più nulla.
   E’ di questi giorni l’uscita di un romanzo di Dan Brown, Inferno, in cui il tema è il mito della sovrappopolazione, per cui l’umanità sarebbe prossima ad essere annientata dalla crescita demografica: il rimedio sarebbe quindi la sterilizzazione di massa, l’aborto, la contraccezione, l’eutanasia.
   Giustamente Massimo Introvigne ha definito questo libro un manifesto anticattolico per la “cultura della morte”, cultura della morte che, al di là di queste formulazioni così esplicite, serpeggia, uso questo verbo non a caso, in ampi settori del mondo moderno e contemporaneo, politicamente trasversali.
   In quella che Vassallo definisce la “cultura originale”, nel senso di anticristiana e antirazionale, si consuma la dissociazione gnostica, propriamente marcionita, tra il Vecchio e il Nuovo Testamento, che concretamente significa il rifiuto del Creatore e dell’ordine creato, e quindi della legge naturale, dei suoi valori, della razionalità stessa, come se si potesse essere più “buoni” di Dio.
   Ci viene offerta da Vassallo una importantissima chiave di lettura della cultura moderna e contemporanea, ma anche una chiave di interpretazione politica che giunge fino alla attualità, e che ci aiuta a capire come mai esponenti di destra facciano discorsi “di sinistra” (ad es, apertura ai matrimoni omosessuali), o esponenti della politica e della cultura di sinistra si affannino a “reggere la coda” ai grandi banchieri e ai finanzieri senza scrupoli.
   In questa “cultura originale”,  destra e sinistra solo apparentemente sono poli opposti, ma in realtà si ritrovano in questa “armonia”, cementata dalla stessa avversione per il cristianesimo, ma anche per i valori ad esso propedeutici dell’ebraismo ortodosso (mosaico), del razionalismo greco e della giustizia romana (p. 80), in breve per “l’impostazione occidentale”, che è poi quella cattolica.
    Al riguardo mi piace ricordare che il celebre discorso di Bottai del 7 dicembre 1942 a Berlino di esaltazione del diritto romano suscitò le reazioni furiose dei nazisti, Goebbels, Rosenberg, che definirono il ministro italiano la longa manus del Vaticano, reazioni non diverse nella sostanza rispetto all’odio per il diritto romano manifestato negli scritti di Engels
  Il fotomontaggio, che il protagonista vede in uno degli alloggi di quel lager in cui si costruisce la nuova umanità, di Marx che bacia Nietzsche (p. 85), è la più chiara espressione di questa devastante “armonia”, del compimento dell’et - et.
  Nazismo e comunismo, estrema destra ed estrema sinistra, Hitler e Pol Pot, confluiscono nell’odio alla vita – e innanzitutto alla sua trasmissione – alla storia, alla tradizione, alla razionalità come elemento di somiglianza al divino, nella prospettiva di “andare oltre l’uomo” (p. 110).
   In questo percorso si colloca anche un ecologismo esasperato, per cui l’uomo non sarebbe diverso da ogni altro animale e si dovrebbe confondere con la natura, e il rifiuto della tecnica.
   Come fare ad andare oltre l’uomo? Superando ogni dualità: bene – male; uomo –donna; angeli buoni – angeli cattivi. Verrebbe da dire ogni discriminazione, in un aberrante ermafroditismo culturale.
   Qui davvero si scontrano due grandi progetti: il progetto di Dio e il progetto dell’avversario, tanto feroce quanto grottesco.
   Culmine del progetto dell’avversario, ossia della cultura di morte è, come viene descritto nel romanzo di Vassallo, il sacrificio umano. Se qualcuno ritiene che nella nostra cultura non si pratichi più il sacrificio umano, rifletta sui milioni di aborti, che non sono altro che vittime innocenti soppresse, con il permesso della legge, dal più forte. Ed oggi la strada è aperta all’infanticidio.
     Per non parlare di tante altre situazioni in cui la vita umana è disprezzata fino al cd. delitto gratuito, bene raccontato nella sua lucida follia da Sartre nel racconto Erostrato.
   Satana, scrive Vassallo, non si aggira in divisa (p. 145), ossia i veri satanisti non sono ragazzotti marginali, che ascoltano una certa musica o vestono di nero: i veri satanisti sono nei salotti, sulle cattedre universitarie, nelle direzioni dei grandi giornali. E’ lì che si pianifica il “mondo nuovo” .
   Come difendersi dall’incubo, come respingere questo progetto di morte? Chi ci difenderà se anche, e soprattutto i potenti stanno dall’altra parte?
   I credenti sanno che il finale è già scritto, che il principe di questo mondo sarà precipitato: questo però non ci esime dal combattimento e soprattutto dal cercare le tracce di quella che sarà la vittoria definitiva.
   Piero Vassallo ci indica tre tracce: gli umili, i sofferenti; le persone comuni; infine i Santi. Gli umili, i sofferenti sono, per così dire, il parafulmine, sono coloro che espiano in vece nostra.
  Il pensiero corre dalla figura di Matrjona di Solzenicyn, che, disprezzata dagli uomini, come una “povera stupida” che aiutava gli altri senza compenso, e in quest’opera trova la morte, era invece proprio lei “quel Giusto senza il quale non esiste il villaggio, né la città, né tutta la terra nostra”.
   Le persone comuni, i Brambilla, come li chiama Vassallo, sono poi quelle persone apparentemente modeste nella loro regolarità di vita, nelle loro aspirazioni, nel loro stile, mai sopra le righe, i “padri di famiglia”, che, di fronte alle difficoltà, sanno dimostrare un cuore grande e un coraggio eroico.
   Ed infine i Santi, in particolare i contemplativi come Teresa d’Avila, Teresina di Lisieux, o i Martiri come Edith Stein, come le Carmelitane di Compiègne che ci indicano dov’è il vero bene, al di là di ogni progetto umano.
   Insomma, alla soglia degli 80 anni, Piero Vassallo ci vuol dire che la salvezza non viene dalla cultura, non viene neppure dalla politica (ancorché questa possa offrire un qualche apporto strumentale e secondario, come machinae transiturae per costruire la domum mansuram, in senso agostiniano); viene dall’alto, dalla luce del Verbo incarnato che illumina, come dice ancora il prologo dal Vangelo di San Giovanni, ogni uomo che viene nel mondo e gli svela la pseudosapienza dell’Ingannatore.

Emilio Artiglieri


sabato 18 maggio 2013

Intervento di Valentino Cecchetti: Un treno nella notte filosofante (Roma, 16 maggio 2013)

Credo che non sia necessario spendere troppe parole per presentare Piero Vassallo. Alcuni lo considerano un implacabile e caustico polemista cattolico italiano. Per molti di noi è uno tra i più importanti intellettuali di questi anni.
Conosciamo sin troppo bene lo scenario in cui Vassallo ha condotto da filosofo la sua “buona battaglia” politica e culturale.
Vassallo non soltanto è stato il primo a smascherare la falsa distinzione culturale tra la destra e la sinistra postmoderne (con particolare disdoro della destra deviante e “spensante”). Ha rivelato l’origine anticristiana della cultura postmoderna, ha denunciato il pericolo della “nuova alleanza” (lo notava Franco Fontana nella prefazione a uno dei libri più belli di Vassallo) tra universi culturali che sembrano molto distanti. E spingono per il ritorno all’antico, agli antichi miti. Verso l’orizzonte “regressivo” che annulla senza scampo il singolo nel magma della natura e della specie.
È la “destra adelphiana”, che Vassallo ha descritto in tempi non sospetti. E che ha magistralmente demistificato in tante opere, molto prima dei celebrati Adelphi di Blondet. Penso a libri come L’ideologia del regresso, a Ritratto di una cultura di morte. Rimando al volumetto bibliografico che raccoglie tutto il percorso di Vassallo, curato se non ricordo male da Sergio Pessot e pubblicato dalla Banda di Genova. Per intravedere lo spalancarsi del precipizio: quello di Cacciari e Dossetti, di Maritain e Gandhi, i protagonisti del millennio regressivo, dell’antichismo che nasce dai fantasmi e dalle distorsioni illuministiche della modernità.
Si tratta di ciò che è stato felicemente definito da Augusto del Noce il “totalitarismo della dissoluzione”, il fenomeno che non ha il volto odioso dei totalitarismi coercitivi del secolo scorso, ma ha il sorriso seducente e sinistro di un nuovo “sistema” (relativismo morale, edonismo consumistico, lassismo istintuale). E mira a distruggere le difese immunitarie dell’essere umano, a consegnarlo, frastornato e disarmato, nelle mani di nuovi carnefici.
Ed è esattamente ciò che si racconta in questo libro (nella seconda parte in particolare). Il deragliamento notturno del pensiero (come non pensare a Céline?) verso l’alba dell’Ultrarivoluzione, l’avvento delle Entità Superiori che vengono a liquidare i resti dell’Occidente cristiano. L’affermazione “imprevedibile e irreale” della comunità di Bataille (la Locanda dell’Armonia degli Opposti), che nelle “pose” onomastiche e negli anagrammi riconoscibili dei suoi animatori, Gamballarghi, Rosati, De Pastera, Ceneretti, offre in rassegna la “ragion pratica” del disastrato e spaventoso neopensiero contemporaneo, quello a colori pastello dell’editore satiro e officiante gnostico Rosati-Calasso.
Ha fatto bene un commentatore, Roberto Dal Bosco, a rilevare che i tempi (tempi di seduzione sinistra si diceva) richiedano per interpretarli, rappresentarli e combatterli strumenti di natura letteraria, oltre che filosofica.
Ma penso che Vassallo voglia con questo libro mostrare in piena luce una continuità. Una questione che qui non si vuole risolvere con l’etichetta un po’ vana, con la solita scorciatoia: ecco un moralista. C’è in Vassallo un legame molto più forte e necessario di quello pur fondamentale che intreccia “etica e biografia”. C’è il legame tra il movente soggettivo e la storia-provvidenza. Un legame che non può essere spezzato e che qui assume la forma dell’apologo, ora sarcastico, ora doloroso, ora elegiaco (il registro più segreto, ma sorprendente di Vassallo) e fa i conti con tutto un percorso esistenziale e intellettuale mostrato nella sola forma cui si possa offrire il senso definitivo della scrittura e della vita: la forma classica dell’itinerarium.
Un treno nella notte filosofante si offre su un registro poco praticato nella letteratura italiana. Un realismo-irrealismo magico e grottesco, beffardo e straniante, che fa pensare al Papini di Gog, al pessimismo di Papini circa il destino “americano” offerto all’umanità dalla civiltà dei consumi. Un registro che avvicina il romanzo di Vassallo a modelli ideologicamente forse molto distanti. Penso al romanzo di conversazione e di idee degli anni Trenta (Huxley). Ma penso soprattutto al tono caustico, brillante, paradossale di Chesterton. Se è vero che la scrittura per essere tale deve sempre avere, come diceva lo stesso Chesterton, dei “moventi morali”, anche se parla di “giardini olandesi e di scacchi”. E anche inevitabilmente ai grandi apologeti. A Tertulliano, troppo spesso indicato (al pari Di Vassallo, mi sia permesso di osservare) come la vittima di un temperamento portato verso l’eccesso, sino ad abbracciare per ragioni “psicologiche” l’eresia. Al contrario esempio di una lucidità in cui il dottore e il polemista brillano contemporaneamente grazie alla forza e alla ricchezza del mezzo espressivo.
Un treno nella notte filosofante si presenta sin dal titolo come un racconto allegorico, un romanzo a chiave. Anche quando, nella prima parte, è più autobiografico e la “lampada della memoria” del protagonista, l’alter ego dell’autore, Simeone, si accende sullo scosceso percorso esistenziale di un “cattolico hyksos” e prende a spingersi lungo una via narrativa sempre più simbolica: da “figlio del sole” evoliano sino alla luce del cardinale Siri-Don Giacomo e alla fuga “cinematografica” dal destino di morte delle ultime pagine.
Vorrei fermarmi per concludere su un personaggio forse minore del racconto (ma i personaggi non hanno gerarchia in questo romanzo davvero corale). Su un sogno retrospettivo del protagonista, il ricordo di un antico coinquilino dell’ “eversore di destra” Simeone. Il ragionier Brambilla, ritratto di un cavaliere della mediocrità, che si offre come lo straordinario esempio di eroismo quotidiano, l’unico possibile, nel senso che Péguy dava all’eroismo contemporaneo: quello del padre di famiglia.
Qui sta forse il senso riposto del romanzo. Che è mosso, come tutta l’opera di Vassallo, dalla volontà di respingere la cultura di morte nella quale l’autore intravede l’essenza di una sorta di anti-Italia. Se è vero che tra le nazioni di Occidente proprio all’Italia, per il suo destino che la lega nella tradizione cristiana, è demandato il compito di traghettare l’intera storia occidentale “oltre il nichilismo”. È soprattutto per ritrovare il senso di questo “primato morale e civile” degli italiani (così ben rappresentato nel protagonista del romanzo e dalla storia di “superatore dei superatori di Cristo” dell’autore), che credo si debba leggere il romanzo di Vassallo.

Valentino Cecchetti

domenica 12 maggio 2013

Dalla Tradizione cattolica l'amor di Patria

Nota a margine del saggio "Unita e cattolica" di Paolo Pasqualucci

Dalla Tradizione cattolica l'amor di Patria

 Il disamore e il disprezzo della Patria unita, aberranti stati d'animo diffusi dagli attivisti del Pci, partito internazionalista e filotitino, sceso in guerra contro la legge divina e in special modo contro il quarto e il quinto comandamento, sono le cause remote del degrado morale e dello scisma politico, che  avviliscono e tormentano la società italiana, laica, adulta e democratica.
 Nel magnifico saggio "Unita e cattolica",  ingente e appassionato contributo alla rinascita dell'amore per la Patria unita, scritto dal filosofo Paolo Pasqualucci e pubblicato a cura di di Giuseppe Parlato nelle edizioni Nuova cultura, è difesa la verità storica intorno alla quale potrebbe destarsi la volontà di interrompere la spirale delle faziosità.
 Opportunamente Paolo Pasqualucci rammenta che "il Pci, che si concepiva come agente della Rivoluzione Mondiale nell'interesse dell'Unione Sovietica, ha condotto una battaglia culturale e politica implacabile contro l'idea stessa di nazione, di Patria, di cultura e tradizioni nazionali e contro lo Stato, oltre che contro la religione".
 Disgraziatamente l'avversione dei comunisti al patriottismo (si rammenta, al proposito, l'indegna gazzarra organizzata dagli agit-prop per umiliare i rifugiati istriani e fiumani) è penetrata nell'area del contraffatto ecumenismo e del disorientamento cattolico, ora  destando  la snobistica tendenza a condividere l'ostilità di Antonio Gramsci nei confronti della nostra tradizione ora suggerendo  antistoriche nostalgie anti-unitarie, di segno papalino e/o borbonico.
 A sinistra il risultato dello smarrimento cattolico nel labirinto gramsciano fu l'internazionalismo a sfondo irenistico e utopistico, che indusse il sindaco carismatico di Firenze, Giorgio Lapira, a fare concessioni alla mentalità settaria dei comunisti - ad esempio a definire i militanti di destra "discendenti di Caino".
 Emblema dell'insensibilità lapiriana al patriottismo fu l'inflazione di gemellaggi fiorentini con città estranee se non irriducibili alla cultura italiana, Fez, ad esempio. In tali scelte era evidente l'influsso della suggestione generata da un cosmopolitismo anti-identitario.
 A destra la preconcetta avversione all'Italia unita ispirò la nostalgia anacronistica e disinformata degli stati pre-unitari e l'immotivato rifiuto dell'identità nazionale.
 Misura della confusione anti-unitaria circolante nella destra cattolica fu la veemente sollevazione dei filo borbonici contro il progetto di Francisco Elias de Tejada y Spinola, finalizzato alla celebrazione dell'impresa risorgimentale [1].
 In un tumultuoso convegno svolto in Roma nel maggio del 1977, De Tejada, per evitare l'incombente scissione, fu costretto a ritoccare la sua tesi e a condividere (a denti stretti e contro la sua convinzione) l'opinione che l'unità d'Italia doveva essere ripensata mediante l'assimilazione del progetto borbonica [2].
 Dopo la prematura morte di De Tejada, la passione antirisorgimentale non incontrò ostacoli all'esercizio di una critica talora rozza e sempre indirizzata all'anacronismo e all'inavvertita assimilazione del disprezzo nutrito dai protettori occidentali (liberali) della patria italiana.
 In una corrente tradizionalista si manifestò addirittura una bizzarra opinione - lampante esempio di trasbordo ideologico inavvertito - che attribuiva all'anti-italiano Winston Churchill il titolo di salvatore della civiltà.
 Di qui l'incapacità, manifestata da una vasta frazione della scuola tradizionalista, di comprendere che sul progetto anti-unitario, coltivato in nome della fedeltà al Cattolicesimo, era surrettiziamente impresso il marchio della faziosità comunista e della mitologia pseudo-ecumenica.
 Inoltre sotto il marchio dell'antifascismo era contrabbandato il progetto inteso alla dissoluzione dello Stato italiano. Al proposito Pasqualucci rammenta che "l'antifascismo si è macchiato di una colpa storica nei confronti degli italiani: ha reintrodotto nel nostro Paese il particolarismo, nelle sue varie forme: le regioni, i dialetti, l'ostilità per lo Stato unitario, il fazioso spirito di partito, la mistica dell'autonomia. L'antifascismo non solo non ha risolto le contraddizioni tra Democrazia e Nazione, che si era sanguinosamente aperta nel primo dopoguerra, l'ha esasperata".
 E' dunque evidente che l'uscita della destra dallo zero metafisico in cui l'hanno trascinata il rigetto del patriottismo e l'assimilazione inavvertita dell'antifascismo di scuola comunista [3], costituisce un evento impossibile, fino a che non sarà riveduta seriamente la mitologia intorno all'Italia pre-unitaria e riletta - sulla traccia indicata da De Tejada - la storia del risorgimento nazionale.
 Convenientemente, nell'introduzione al saggio di Pasqualucci, Parlato rammenta che durante il Novecento, autorevoli pensatori, appartenenti a diverse scuole di pensiero, hanno esaminato criticamente il Risorgimento ma la loro riflessione "di alto contenuto storico e filosofico sulle modalità in cui si era realizzata l'unificazione del Paese" non scendeva mai al livello della revisione viscerale: "pur nella critica serrata, tali riflessioni, tuttavia, non hanno mai messo in dubbio la validità dell'opzione unitaria. Poteva essere unificata meglio l'Italia, d'accordo, ma un sano storicismo suggeriva che comunque così era andata. Si poteva riformare - e si è anche tentato - ma non si poteva negare l'evidenza".
 Negli ultimi anni la polemica dei tradizionalisti sull'unificazione della Penisola ha peccato talvolta di irrealismo storico, esagerando (ad esempio) il ruolo della massoneria o confondendo massoneria e anticlericalismo generico.
 Al riguardo Parlato sostiene, con sottile e pungente ironia, che la scolastica antirisorgimentale "Non si è limitata a denunciare le manchevolezze nell'unificazione ... ma piuttosto prende occasione dalle manchevolezze (spesso presunte) per giungere alla conclusione che l'unificazione o non si sarebbe dovuta fare, ovvero si sarebbe dovuta fare in maniera tanto diversa che non si sarebbe potuta fare".  
 Se non che la difesa dell'unità d'Italia oggi è giustificata specialmente dall'inquietudine che desta l'involuzione liberista e globalista in atto nell'Unione europea. Apprensione che aumenta quando si misura il consenso al partito cosmopolitista inventato da Casaleggio, un occultista che non nasconde l'ammirazione per il satanista Georges Gurdijeff.  
 Sulle urgenti ragioni dell'unità d'Italia Pasqualucci formula un drastico ma puntuale giudizio: "L'Unione europea che a prudente avviso di molti (quorun ego) avrebbe dovuto restare elastica Comunità; questo Superstato militarmente inesistente, frutto ibrido dell'Utopia e degli interessi di potenti élites economico-finanziarie (basti pensare all'azzardata creazione di una moneta unica senza avere un'economia unica e al liberalismo assoluto che lo anima); ultra laico e anticristiano sia nei suoi princìpi fondamentali che in diverse sue politiche, esercita, com'era inevitabile un'azione disgregante nei confronti degli Stati nazionali".
 Dal disarmo davanti al laicismo rampante a Bruxelles ha infatti origine il sogno frazionista che contempla l'appiattimento di un capolavoro della Provvidenza storica, quale è l'Italia, in una catena o lega calvinista di regioni abitate da formaggiai e fabbricanti di orologi a cucù [4].
 Ai nostalgici dell'Italia disunita, Pasqualucci ricorda amichevolmente che "di fronte alla globalizzazione incalzante, con tutti i suoi mali, non dovrebbe ognuno cercare di salvaguardare l'unità della Patria ... preoccupandosi innanzitutto di instaurarvi l'ordinamento politico e morale che piace a Dio?"
 Pasqualucci contrasta risolutamente l'umiliante utopia federalista: "L'unità statale di una nazione è un bene. Lo è per tutti i popoli, quali che siano la loro religione e il loro grado di civiltà. Non si capisce perché solo per noi italiani non debba esserlo".
 Di conseguenza ridimensiona alcune leggende nere o bianche intorno al risorgimento. Tanto per cominciare dimostra l'inconsistenza dei panegirici intorno alle delizie dei piccoli regni e delle piccole repubbliche pre-unitarie.
 Oggetto di brucianti umiliazioni l'Italia debole e frammentata doveva piegarsi continuamente alle imperiose decisioni delle monarchie nazionali. "Nel Seicento e nel Settecento, le diplomazie europee, perfezionando a forma quasi d'arte una prassi ben anteriore, intrecciava sottilmente ed ipocritamente la politica di potenza alle questioni dinastiche. Nel caso di piccoli Stati, come quelli italiani, stabiliva con largo anticipo che cosa farne, quando i rispettivi principi fossero morti senza eredi".
 La macchia costituita dal mortificante/disonorante potere esercitato dalle monarchie europee non cancella i difetti, i deliri (l'utopia mazziniana, ad esempio) e le magagne della classe politica, che ha attuato il risorgimento compiendo azioni spesso censurabili.
 Pasqualucci non nasconde il "difetto d'origine" del risorgimento, e riconosce che "l'aver dovuto ricorrere all'aiuto decisivo dello Straniero nel 1859, sia pure per sconfiggere altri stranieri, ha sicuramente pesato negativamente sulle vicende successive della nostra storia". Afferma tuttavia che, in vista dell'emendazione del difetto d'origine, sarebbe insensato "rimettere in discussione l'unità ed anzi distruggerla, magari svuotandola dall'interno con riforme federaliste ad hoc". E più avanti conclude: "Se l'Italia unita si è secolarizzata, bisogna riconquistarla a Cristo, mantenendola unita".
 Il saggio di Pasqualucci, in definitiva,  costituisce un segnavia indispensabile al cammino degli italiani che non si rassegnano a finire nelle dissolventi fornaci dell'europeismo e del mondialismo.

Piero Vassallo




[1]               Nel dicembre del 1976, De Tejada aveva pubblicato un elogio della gloriosa impresa italiana nella rivista "La Quercia", diretta da Pino Tosca.
[2]          Sulla tradizione borbonica De Tejada nutriva dubbi suggeriti dalla seria conoscenza dell'egemonia che cartesiani e illuministi esercitavano nell'università e nella corte di Napoli. Durante un convegno sulla teologia della storia, De Tejada rammentò la solitudine nella quale era respinto il cattolico Vico dagli accademici napoletani.
[3]             Il rifiuto dell'ideologia antifascista (fatte salve le legittime critiche alla dittatura e alle modalità del suo esercizio) nel dopoguerra fu dichiarato da Giorgio Del Vecchio, un filosofo che aveva subito i danni contemplati nelle leggi antisemite del 1938. Riserve sulla prassi dittatoriale sono manifestate anche da Pasqualucci.
[4]             Non è inutile rammentare che i massimi dirigenti della Lega anti-unitaria provengono dalle file del Pci.

martedì 7 maggio 2013

Un treno nella notte filosofante (Recensione di Aldo Carpineti)

      
Si intenda detto per inciso che il primo sentimento che “Un treno nella notte filosofante” suscita, quasi ad ogni passaggio verbale e concettuale, per tutto il racconto ed a maggior ragione alla conclusione della lettura, è lo stupore.
Perché Pier Angelo Vassallo, per noi tutti suoi amici famigliarmente Piero, stupisce sempre, in ogni sua manifestazione: per la smisurata quantità e qualità della sua cultura, per il rigore della sua dialettica, per lo stesso quotidiano personale proporsi agli altri, immancabilmente stupisce, certo anche al di là della propria intenzione, ed in barba ad un atteggiamento personale pacato, sempre misurato, mai invadente né al di sopra delle righe, volentieri sorretto da una ironia sottile.
Non ho letto tutta la letteratura prodotta da Piero, pertanto non so se quest’ultima creazione rappresenti in qualche modo una summa delle precedenti, ma senza dubbio in essa appaiono un pensiero ed una logica compiuti ed in qualche modo totalizzanti; un discorso completo e complesso che, per ciò stesso, passa attraverso diverse fasi chiaramente riconoscibili, pur connesse tra loro da un ben individuabile filo logico che le unisce e ne giustifica le differenti modalità stilistiche ed espressive.
La potenza del sacro accanto alla dissacrazione del manierismo benpensante, la frequente citazione dotta insieme all’informazione contemporanea, alla nota popolare ed anche popolana; un’aggettivazione ricchissima e mai ripetitiva, l’ironia dell’iperbole e degli accostamenti paradossali. Una descrizione accuratissima fino al raggiungimento del particolare quasi inosservabile ed impensabile, continuamente cangiante, lascia poco ed insieme moltissimo alla prosecuzione fantasiosa del lettore.
Da una seconda fase di ispirazione orwelliana dove la fattoria degli animali trasmuta in una valle, nicchia geografica nella quale i Capi vengono chiamati Enti per non urtare il politically-correct di facciata, si passa senza soluzione di continuità alla rappresentazione di un mondo dove i malcapitati viaggiatori conoscono la disperazione delle città bibliche maledette.
La situazione suscita in essi stati d’animo tanto strazianti quanto non domi, a costo di subire le conseguenze della ribellione alla tremenda ingiustizia.
Ma a questo punto, in un dantesco “la morta poesì resurga” , l’autore innalza un lungo e mirabile inno a Dio, una laude  all’Altissimo che non può non far tornare alla mente il coraggioso slancio del sommo poeta nel rappresentare, nella terza cantica, qualcosa di tanto ineffabile e irraggiungibile alla parola comune: da qui, per i prigionieri, la faticosa fuga dall’odiata nicchia geografica verso la speranza, non ancora chiara nei modi di proporsi e di realizzarsi ma certa del risultato, anche terreno, nella fede.
Per Vassallo il mondo (e con esso l’uomo e tutte le cose) è insieme essere e divenire, Dio invece è solamente essere perchè non conosce il passare del tempo né i cambiamenti d’essenza; la sua impostazione si può considerare un abbraccio incondizionato alla tradizione giudaico-cristiana, e alla ragione tomistica; non accolto il metodo cartesiano né l’irrazionalità di Nietzsche, criticati politicamente i francofortesi di Adorno e gli sviluppi marcusiani, appare imprescindibile l’esigenza della guida, nel rifiuto tanto dell’illusione liberista  quanto dell’inganno giacobino. Non le contraddizioni dell’illuminismo dilagante, figlio parricida del concetto di sacro, ma il Vecchio ed il Nuovo Testamento, quali donatori di speranza persino nelle contingenze dell’attuale buio e preoccupante momento storico: ottimismo che discende in linea diretta dalla stessa promessa della salvezza. Un’idea che si trova tradizionalmente in contrasto con l’opposta visione del paganesimo politeista di stampo ellenistico secondo la quale l’uomo esaurisce su questa terra la ragione di se stesso e, al di là, ogni speranza è bandita; teorica anche questa, che oggi è significato e generazione di voci più che autorevoli anche in campo nazionale e fra tutte notevolissima e grandemente attuale è quella di Umberto Galimberti.
Ma Vassallo va apprezzato anche sotto diversi profili che pochi gli conoscono: una cultura alternativa di carattere aziendale-commerciale da cui gli deriva l’esattezza del linguaggio giuridico e la padronanza delle problematiche inerenti ai bilanci societari ed all’amministrazione contabile. Senza dimenticare la passione per il buon cinema, per la musica eterna e per quella contemporanea, se spiritosa come sa essere la tarantella del genio partenopeo Renato Carosone e l’attenzione alla tenera malinconia filmica della minuscola interprete ed eroina Gelsomina.
Una personalità multiforme ed un’umanità completa, dunque,  ma piana, coerente a se stessa, un uomo che ha il grande merito di saper osservare la realtà e le cose da più punti di vista e di crearsi convinzioni robuste omologate dalle diverse ottiche frequentate, mai superficialmente, anzi attraverso le profondità del cannocchiale del sommergibile.
E’ la sua risposta, convinta ed appassionata, al mistero dell’esistenza che coincide con quello della speranza; pur nella sciatteria di molta parte del mondo moderno, la salvezza passa attraverso la scelta esistenziale della ragione che è ordine per tutte le cose.

Aldo Carpiteti



lunedì 8 aprile 2013

Recensione a UN TRENO NELLA NOTTE FILOSOFANTE (di Maria Luisa Bressani Ferrero)

Un treno nella notte filosofante di Piero Vassallo (Solfanelli – Chieti, casa editrice cattolica) è un libro da stroncare? Un fatto più che raro nella cultura del consenso però, prima di leggerlo, mi hanno raggiunto “rumors” sulla degenerazione dei costumi (di cui si parla nel libro), inclusa omosessualità, pederastia, fin sacrifici rituali, roba di cui comunque siamo avvertiti dalla diffusione di sette sataniche. Roba quindi di cui, per prevenzione, si dovrebbe discutere. Né ci sono descrizioni spinte come nei boom editoriali di libri osé, al punto che  per la sua Madame Bovary (1857) Flaubert rispose: “C’est moi”.
C’illuminano queste parole di un personaggio del libro (scritto in forma di romanzo): “Stanno lavorando per ridurre il papato in completa balia del potere laico. L’obiettivo è una chiesa nazionale, ridotta a pittoresca cerimonia e farsa. Ci manca che eleggano vescovi dichiaratamente omosessuali”. Questa discussione (p. 144) segue al ripristino del potere temporale dei Papi, ma include anche “l’umiliazione del cattolicesimo come parte del programma comunista”. Nel romanzo l’accenno è ad una comunità di Entità, preposte alla rieducazione di persone fatte prigoniere durante un viaggio in treno. Ne conseguono alcune considerazioni: “Chi ha messo i comunisti sulle cattedre dei licei e delle università? Palmiro Togliatti ha ricevuto l’investitura in una banca massonica. I giovani, scarpe di gomma, tamburi di latta e testa rombante eseguono a puntino i piani eleborati in alta sede..., la persecuzione alla Chiesa è ignobile ma vantaggiosa. I rivoluzionari si sono arricchiti saccheggiando i beni ecclesiastici.” Fin qui siamo nella storia abbastanza nota, però a questo punto scatta il pensiero controcorrente del filosofo-storico Vassallo. Ci ricorda quanto sia ingannevole il trionfo della Russia sovietica e come sia già cominciata l’ora di un altro seduttore, della Germania. Obietta un personaggio del libro: “Ma la Germania ha perduto la guerra”. Replica: “Quella delle armi. La guerra riprenderà dopo la fine della Germania nazista che avrà bruciato la sua miglior gioventù. Si faranno avanti gli intellettuali, i figli dell’ignavia, quelli che il gergo delle caserme definisce ‘vaselina’. La Germania diventerà capitale della perversione”. Arriva poi questa conclusione: “Gli scrittori gnostici (ontologia negativa che genera il culto di eroi negativi e dei popoli viziosi) hanno esaltato ‘cainiti, sodomiti, egiziani’. Alla luce di questo precedente l’adesione al razzismo germanico rappresenta l’incontro dell’ontologia negativa con l’etica dei distruttori”. Come non bastasse a fine libro un personaggio ricorda Padre Pio che denunciò “il lupanare, vero fomite dei mali presenti”.
Un altro gli ribatte: “Il lupanare o la banca? Vedi una differenza tra le due strutture parallele?”, e siamo nell’attualità che ci preoccupa. Nel romanzo s’insiste, chiedendosi se l’imprenditore d’Arcore, avendo vinto le elezioni, riuscirà a produrre cambiamenti positivi e se si debba far festa. Risposta: “Mezza festa. L’economista ‘ineconomico’ è dietro l’angolo e si chiama Mario Collinari, l’arnese di Giorgio Salernitano”. Una chiave di lettura del libro infatti è seguirne la satira, decifrando nella storpiatura ad arte nomi noti.
C’è anche una parte autobiografica. Si può ipotizzare Vassallo stesso in uno dei due studenti squattrinati  che vanno a conoscere a Roma il barone nero, di cui non è scritto il cognome Evola, ma solo i nomi di battesimo e di cui viene ricordata la propensione  per studi esoterici. (Evola scrisse dal 1920 al ’74 della morte, appellandosi al Tradizionalismo che implicava una società spirituale, aristocratica e gerarchica). Si può ipotizzare che Vassallo, poi docente di Teologia, si identifichi anche con don Sergio (bella figura di sacerdote degli umili) quando da scolaretto delle elementari si appassiona alla fede e alle domande che questa porta con sé. Nel romanzo tanti i nomi dei filosofi, i grandi e i devianti: ci vuole molta cultura per leggere. Vassallo non mette note d’ausilio e, a voler capire bene, si devono consultare libri per ricuperare un po’ di quel sapere che in lui sembra innato ma gli viene da una vita di studio.
Ci si può però abbandonare alla lettura secondo il piacere dell’intelligenza, di battute fulminanti come dello studioso ed amico Francesco Grisi (morto a Todi nel 1999): “Il vino scaccia l’olio santo” (cioè allegria fa rima con malinconia); o come un’altra sul popolo degli sciatori, ormai dediti alle scioline, in quanto il nostro tempo è di “discendenti universali”. In alcune pagine uno spirito di autentica poesia. Poesia anche del paesaggio se questo si configura in luoghi dell’infanzia come la mitica Salita della Rondinella.

Maria Luisa Bressani Ferrero

sabato 6 aprile 2013

VASSALLO ROMANZIERE CATTOLICO? (di Lino Di Stefano)

 La risposta è positiva se pensiamo che con l’ultimo lavoro dello studioso genovese – ‘Un treno nella notte filosofante’ (Solfanelli, Chieti, 2013) – ci troviamo al cospetto di un libro politico-filosofico che, in sostanza, è un romanzo ‘sui generis’, visto che esso, come suona il sottotitolo, discute della ‘Cronaca d’un viaggio tra incubo e teologia’. I fatti narrati si presentano chiari ed inequivocabili poiché, all’improvviso, il protagonista principale, Simeone, sotto mentite spoglie l’Autore, viene a trovarsi coinvolto in una serie di complicate, assurde e dolorose vicende; e ciò, proprio nel momento in cui intraprende un viaggio per un Convegno filosofico a Venezia e, precisamente, quando le vetture vengono, per uno sciopero, instradate su un binario morto.
 Simeone e gli altri viaggiatori hanno la possibilità di dialogare su varie questioni, ivi comprese quelle politiche e speculative – come, ad esempio la ‘res cogitans’ e la ‘res extensa’, o Guénon convertito all’Islàm – intervallate da altre considerazioni di vario genere, mentre entrano in ballo, di volta in volta, i tanti interpreti degli eventi, ad iniziare da Chiara che Vassallo riesce a ben delineare in tutte le sfaccettature caratteriali, umane e spirituali.
 Ad un certo punto della discussione, l’argomento cade sul cosiddetto ‘barone nero’ - al secolo Julius Evola, celebre filosofo, pittore, dadaista ed esperto di problemi filosofico-esoterici – e Chiara chiede a Simeone se conosce l’autore di ‘Introduzione alla magia’ (1971); l’interlocutore risponde non solo di conoscerlo, ma anche di averlo frequentato in tempi lontani, esattamente agli inizi degli anni Cinquanta. Simeone, non si lascia pregare e racconta, per filo e per segno, da una parte, le peripezie, per raggiungere Roma – siamo nel primo dopoguerra – e, dall’altra, i contenuti del colloquio col filosofo abitante, fino alla morte, “in un edificio d’età umbertina”, secondo Vassallo, in Corso Vittorio Emanuele II.
 Anche se personaggio stravagante, il filosofo, insuperabile traduttore, tra l’altro, de ‘Il tramonto dell’Occidente’ di Spengler, accetta il confronto con Simeone e il suo giovane amico, Stefano, discettando di vari temi, citando le proprie pubblicazioni, e non nascondendo, alla fine, la propria avversione per Aristotele. La discussione, aperta ad altri protagonisti, si infiamma e vengono fuori la modernità ‘circense’, il motivo ‘cavalcare la tigre’, ‘la rivolta contro il mondo moderno’, tutti cavalli di battaglia del pensatore dadaista, unitamente al tema della romanità che un professore, che partecipa alla discussione, ascrive solo a S. Tommaso e a Giotto, in netto contrasto con lo spirito germanico privilegiante Lutero, Boheme e Hoelderlin.
 Frattanto, per uno sciopero che inizia a mezzanotte, vengono sospesi, sul convoglio, tutti i servizi offrendo l’opportunità ai passeggeri di affrontare una serie di tematiche sull’esistenza umana come quella, per esempio, di Chiara secondo la quale “alla fine la vita normale ha il sopravvento”. Nel volume sono, spesso felicemente, incastonate, tematiche e riflessioni di particolare significato che lasciano trasparire non solo le posizioni culturali, segnatamente speculative, dell’Autore, ma anche i dati autobiografici ambientati negli anni immediatamente successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.
 Egli è ancora un ragazzo di dodici-tredici anni, ma ricorda con lucidità i drammatici avvenimenti di quei giorni allorquando, scrive, “gli orfani recenti, quelli che facevano mostra d’insicurezza, erano sospettati di fascismo. Nelle scuole più illuminate, si alzarono le mani per correggere gli orfani ‘indiziati’”. Sintomatico, al riguardo, la testimonianza dello stesso, secondo cui “un mese prima della pace” una “maestra fu lestamente processata per spionaggio, (…) Di lei rimase solo il tenero rimpianto della classe, all’oscuro della eseguita giustizia”.
 Ed eccoci alla seconda parte del romanzo – la più interessante - con l’acerbo risveglio di Simeone nel treno privo di corrente, inchiodato, in piena campagna, su un binario morto, e purtroppo lontanissimo dalla laguna; e, qui, entrano in ballo interpreti come Guido, Ivano ed altri i quali comunicano che si è verificata una svolta storica, un’Ultrarivoluzione, cioè - dato il declino dell’Occidente cristiano – con l’avvento di Entità superiori; tale dottrina è professata e divulgata da Guido il quale sostiene che tali Entità “hanno superato l’ideologia comunista”. Il più restìo ad accettare tale nuova prospettiva ideologica è soprattutto Simeone contrario ovviamente, alla posizione di T. W. Adorno e di Marcione, autentici teorizzatori della gnosi.
 I personaggi che l’Autore fa muovere sul proscenio di queste tempestose vicende rispondono ai nomi di Cerenetti, Antonio, il Dr. Armandi-Brandi, Sigfrido, Maria Teresa, Martina, Lucilla, Martina, il prof. Melotti, l’Editore Rosati e numerosi altri, tutti, in qualche modo, coinvolti in vicende che sanno di irreale e di imprevedibile. Intanto, a Simeone, insieme con altri amici, viene assegnata una baracca visto che siamo al cospetto di un vero e proprio sequestro.
 Al riguardo, Lucilla sentenzia: “l’autorità siamo noi” mentre il prof. Gamballarghi, dal suo canto, chiarisce che “le categorie del razionalismo, le categorie generate dal principio monoteista d’identità e non contraddizione ci hanno fatto entrare nello stato di conflittualità, nel quale la natura rischia l’estinzione”. Durante le laboriose e contrastanti discussioni, Simeone contesta, naturalmente, la validità della saga wagneriana avente come protagonisti Wotan, Siegmund e Brunilde, non peritandosi, addirittura, di proclamare: “io sputo in faccia ai pensatori germanici”.
 Frattanto, iniziano le lezioni per rieducare al nuovo verbo i sequestrati, ma Simeone disgustato da tante eresie, sostenute dai corifei dell’Ultrarivoluzione – come ad esempio, la sofiologia sepolcrale divulgata dal prof. Ceneretti e la teoria delle Erinni, considerati veri angeli, professate da altri – sbotta venendo violentemente colpito, da Ivano, con una bastonata all’arcata sopraccigliare. Chiara gli è vicina e cerca d’aiutarlo anche se il clima in cui vivono si presenta enigmatico ed irreale.
 Ora, entra in scena padre Sergio - sacerdote tradizionale e di sani principi che, osserva Vassallo, “non si è piegato alla riforma neoreligiosa, pur in un’atmosfera di mondanismo – al quale viene dal suo superiore affidata una delicata missione, quella, cioè, di tutelare l’incolumità di una persona affidandola ad una famiglia sicura, dato che i comunisti restano sempre nemici della Chiesa.
 Ma, l’Autore introduce anche una serie di osservazioni di ordine politico-religioso inerenti sia al nazismo e al comunismo, ormai condannati al fallimento, sia alla volontà delle Entità dirette a laicizzare totalmente la curia romana. Lucilla, pronubo l’Editore, sottoposta ad un orrendo orgiastico sacrificio viene uccisa in un clima macabro e cruento mentre Guido, durante una lezione, sostiene che le Entità hanno elaborato un piano atto a liberare l’agricoltura dalla sudditanza alle multinazionali onde riscoprire la sapienza degli antichi lavoratori della terra.
 Ad un certo punto, però, per effetto dei princìpi annunziati dai nuovi oscuri pedagoghi, matura, in alcuni sequestrati, l’idea di una fuga a cui aderiscono Simeone, Maria Teresa, Chiara, l’avvocato e il titubante Guido i quali, nonostante i rigori della montagna e le altre innumerevoli difficoltà logistiche, discutono di varie problematiche e, in particolare, della figura di Rosati definito, di volta in volta, un corruttore, un distruttore, un traditore di giovani e un anarchico; il responsabile, in definitiva, dell’atroce morte di Lucilla.
 Intanto il prof. Melotti e Martina decidono di sposarsi mentre Simeone si abbandona a delle confidenze con uno sconosciuto al quale racconta le disavventure del treno deviato, del sequestro dei passeggeri e della fuga dall’Armonia, non senza un sincero elogio alla pensatrice, allieva di Husserl, Edith Stein, la celebre santa del Carmelo.
 Ma le ultime ed assai commoventi parole di Vassallo sono riservate al ricordo della figura di Francesco Grisi, scrittore cattolico non integrato, poeta, pittore, saggista e uomo di vasti orizzonti culturali, scomparso 14 anni fa a Todi dopo lunga e tormentata malattia da lui efficacemente definita ‘dolce compagna’. Da qui, l’ideale colloquio fra Simeone e Grisi che si confrontano sui temi più scottanti del nostro tempo, come l’economia, la figura di Mussolini, la felicità, il mistero della vita etc.
 Romanzo filosofico-politico complesso questo di Piero Vassallo, non esauribile, naturalmente, nel contesto di una semplice recensione; in esso rinveniamo, difatti, tutta la sua vita e l’intero suo travaglio religioso; travaglio spirituale sorretto da severe idealità cristiano-cattoliche e da inconcussi princìpi che ne fanno uno dei più intransigenti rappresentanti della cultura italiana contemporanea anche quando alcune sue tesi non sono del tutto condivisibili. Ma, a chi sa leggere tra le righe dell’opera in questione, non sfuggiranno i nessi che presiedono all’ideazione e alla traduzione in atto di una visione del mondo così sincera e così sentita.
 Concezione del mondo ancorata ad una salda ed organica impalcatura che fatto della religione rivelata il centro propulsore della vita dell’Autore e che ha contribuito in maniera sostanziale alla sua posizione esistenziale di ‘Homo viator’, direbbe Gabriel Marcel, in “hac lacrimarum valle”.

Lino Di Stefano

giovedì 4 aprile 2013

COMMENTO A “UN TRENO NELLA NOTTE FILOSOFANTE” (di Piero Nicola)

La realtà del tempo presente, il mondo in cui viviamo, ci sta sfuggendo; soprattutto le sue cause sfuggono alla nostra comprensione. Ci sembra di renderci conto dei problemi, e anche delle soluzioni di questa crisi, che ormai si manifesta grossolanamente; ma certi presupposti inamovibili, come il sistema democratico e i concetti di giustizia, di diritti, di solidarietà, accettati per abitudine e non abbastanza approfonditi, impediscono di avere la chiarezza, la soddisfazione, e si resta non solo nel dubbio, si resta nella sensazione di impotenza, nello scetticismo rispetto al ricupero di una vita buona.
 Tuttavia la soluzione possibile esiste. È quella della Fede certa e della vera filosofia in accordo con la Fede, in accordo con questo patrimonio che ci appartiene, e che è aggredito dalla cultura moderna nella quale siamo immersi, nella quale si perde l’orientamento. Sarebbe inutile negarlo. Purtroppo oggi gli uomini della Chiesa, i pastori, sono inefficienti, se non anche fuorvianti. I pastori, che sono sempre necessari. La Chiesa ha cessato di essere il porto sicuro.
 Allora occorre anzitutto confutare, smascherare gli errori, e le trame assai sotterranee che irretiscono e confondono persino i migliori, e così portare alla luce le cause e vedere i rimedi.
 Ci sono diversi modi per mettere le cose in ordine, per rassicurare. Il discorso teologico e quello filosofico, da opporre agli inganni, non sono facili. Inutile farsi illusioni. E tuttavia è necessario approfondire per afferrare gli ostacoli, per smontare le trame in azione. Ma la dimostrazione filosofica, anche in forma divulgativa, spesso riesce ostica, richiede applicazione e stanca il lettore. Già Platone ricorse all’arte del dialogo socratico. Altri composero opere letterarie di carattere filosofico in forma di racconti e di romanzi, che resero accattivanti le loro tesi. Alcuni di questi maestri, per altro, furono cattivi maestri. Per esempio Voltaire, con il suo “Candido”.
 Nel panorama odierno delle lettere il racconto filosofico e veridico è una rarità. Eppure sarebbe quanto mai necessario per schiarire le idee dei benpensanti.
 Piero Vassallo, dopo una vita di studi politici, filosofici e teologici, ci ha dato un’opera di questo genere ed è riuscito nell’intento.
 Simeone, il protagonista, raggiunge la stazione della sua città per prendere un treno della Compagnia dei vagoni letto, e recarsi a un convegno, a Venezia, dove terrà un discorso sul declino della ragione.
 Fin dalla partenza, si presentano le occasioni per fissare il clima della vita attuale in chiave critica e oggettiva. Sul filo delle sue meditazioni si manifesta un’epoca della limitatezza cartesiana, del dispotismo bancario, della farsa liturgica e del nuovo quietismo, ossia dell’acquiescenza verso il disordine, della complicità con la cultura decadente e amorale. Il carpe diem, l’edonismo deve sfociare nel nichilismo, nel nulla mortifero, e invece molti sembrano rassicurati dallo statu quo, quando ormai il collasso è alle porte.
 Che cosa sarebbe l’invito al trattenimento istruttivo, senza uno stile brillante? Merita citare un quadretto degli sciatori della società consumistica, che fremono sul marciapiede ferroviario: “Sotto turbanti di finta pelliccia, alcuni dopolavoristi, camuffati da signori delle nevi, voci rauche, natiche straripanti, cuori agitati dalle promesse dei bollettini meteorologici, affrettavano il passo della loro impellente voglia di discesa”. Essi fanno parte dei “discendenti universali” alla “sciolina”.
 L’architettura e il decoro liberty della stazione precorrono la decadenza postmoderna, la degradazione dei suoi frequentatori. Le considerazioni sono originali, nutrite di mirabili aforismi. E già l’autore coglie spunti per accennare a opere, eventi, personaggi d’ogni tempo, per discernere l’oro dagli orpelli. La storia della cultura così abbozzata è una miniera di notizie invitanti a ulteriori esplorazioni sotto una sicura indicazione.
 Di lì entriamo nelle carrozze lussuose del viaggio. E giungono i dialoghi quasi socratici, inframmezzati da ricordi che cominciano a tracciare il curriculum del protagonista: Simeone. Egli militò nel comparto di un partito della estrema destra. Nonostante la sua strenua ricerca del vero, nonostante le sue qualità, era fatale che non potesse emergere, essendo osteggiato dai dirigenti e anche da qualche compagno di avventura nel Bunker. Il Bunker era la significativa etichetta della sezione del movimento, in cui le belle speranze dovevano essere frustrate.
 Nella vettura ristorante egli incontra un vecchio compagno di battaglie politiche, Giuseppe, ora avvocato. Insieme ricordano le trascorse esperienze, la varia umanità dei vecchi colleghi, i maestri incontrati o frequentati. Con ciò si precisa il loro pensiero. Un professore napoletano, Antonio, un bello spirito assai colto, si unisce alla conversazione e, con lui, Chiara, una giovane donna affascinante, il cui compagno di mensa, industriale farmaceutico, si è allontanato con una scusa, infastidito dal tenore del colloquio. Antonio, salottiero, ha la parte dello scettico, del sofista negatore della forma. La donna rappresenta il buon senso pratico. Il Barone Nero, cioè Evola, e Guenon vengono passati al vaglio come pensatori di una destra che, professando uno spiritualismo gnostico, esoterico, anticattolico, s’incontrerà con la sinistra sia atea e nichilista, sia pseudocristiana modernista. Tutte queste idee fuori dell’ortodossia sono destinate a confluire nella filosofia dell’umanità elevata a divinità, realizzata mediante liberazioni o iniziazioni impossibili, risolte nella peggiore delle corruzioni.
 Sciolta momentaneamente la compagnia, Simeone e Chiara si ritrovano, si intrattengono confidenzialmente e con una certa simpatia, che non dà luogo ad arrivederci. Ma è l’occasione per completare la storia dell’educazione e la storia sentimentale del protagonista, che fu lasciato dall’amata a causa del suo destino di irregolare, coerente nella ricerca della verità e dell’adesione alla verità. Intanto si precisa il vasto quadro dei tempi in evoluzione.
 Al mattino, Simeone si sveglia che il vagone è fermo su un binario morto in una campagna aprica e desolata. Gli si fa incontro un certo Guido, incaricato di raccogliere i viaggiatori e di condurli a un villaggio sperduto del paese di Armonia. Armonia: una denominazione che si rivelerà una beffa. Egli ha perduto il contatto con i suoi compagni, che ritrova in seguito.
 Ed ecco la descrizione della località regredita a una condizione di presunta naturalezza, secondo un’ideologia ecologica accordata con l’ideologia progressista d’avanguardia. Il paese, uno stato nello stato che lo protegge, è governato da dirigenti chiamati Entità. Tramite lezioni collettive, essi operano una sorta di rieducazione dei neofiti, usando mezzi dialettici, psicologici, e la corruzione libertina, la coercizione spacciata per giustizia. Il punto di forza di questo regime è il mito del ritorno ai primordi, il mito di una liberazione dal monoteismo e dell’affidamento agli istinti: una liberazione dalla razionalità, una liberazione che nell’uomo prende la piega del vizio, dell’orgia. Lo sfrenamento conduce al delitto, al sacrificio umano sotto la forma di un rito, che pure è demoniaco. La pur necessaria tesi intellettuale si appoggia sulla mitologia greca, sul paganesimo di Wagner, sulla filosofia moderna, sull’eresia gnostica, sul panteismo, su una gamma di altre eresie che negano Dio vero, il Dio legislatore e di giustizia dell’Antico Testamento. Si travisa Cristo per farlo servire all’antropocentrismo, in cui l’uomo, simile a Dio, può permettersi tutto, anzi deve soddisfare ogni impulso.
 Insomma, l’enclave dove si congiungono i simboli del nazismo e del comunismo, prefigura vivamente l’approdo cui questo nostro mondo appare avviato.
 I nostri eroi riusciranno a uscirne e a godere di una pace fondata sul credo cattolico. Ma non voglio togliere il piacere di scoprire come ciò avvenga. Posso solo anticipare che non manca qualche idillico incontro tra i due sessi della brigata e che, d’altra parte, in una plaga limitrofa, un imprenditore capeggia un movimento controrivoluzionario. Tuttavia egli è ancorato a un costume borghese di dialogo e di compromesso, un costume democristiano che non autorizza illusioni. Il grande paese circostante è dominato da uomini della cattiva specie, in combutta con l’editore Rosati, il capo delle Entità maledette. Nella libidine del loro potere, esse non badano agli esiti distruttivi dell’andamento impresso alla società. Però agli amici giunti in salvo sulla cima di una montagna giunge notizia che il Costruttore di Arcore ha vinto le elezioni. Si affaccia la speranza che possa spezzare lo scellerato governo di Rosati.
 Simeone risente dei postumi di una bastonatura ricevuta per la sua ribelle confutazione delle empie lezioni dottrinali. Ha delle allucinazioni, in cui gli compare l’amico Francesco Grisi, sagace artista e intellettuale. Egli in un’aura surreale gli dice d’aver partecipato all’avventura del treno e del soggiorno nel luogo infernale di Armonia. Nella sua fantastica apparizione, Grisi prevede la rovina delle Entità, che recano in sé il germe della dissoluzione. Egli prospetta una contro-follia, un antidoto sicuro per ogni evenienza, in cui riporre la speranza: la follia cristiana, la follia dei santi. Gli amici si trovano concordi al confine con uno stato mistico, a contatto col regno della certezza ultraterrena. Usciti da ogni solco, sulla vetta del monte isolato, al di là della comprensione si percepisce la gloria di Dio, si comprendono i miracoli dei santi che sconfiggono le Entità e i loro commerci.

Piero Nicola

domenica 17 marzo 2013

Recensione a UN TRENO NELLA NOTTE FILOSOFANTE (Roberto Dal Bosco)

Quello che è successo al pensiero del XX secolo è mostruoso, a tratti quasi irreferibile.
La dissoluzione e la decadenza si sono impossessate anche della filosofia, contaminandola scientemente con il fine di bacare la mente del mondo, di avvelenare i pozzi a cui la politica e la civiltà devono abbeverarsi. Il risultato, ahimè, è sotto gli occhi di tutti.
Come questo sia avvenuto è davvero difficile da illustrare. Più che un saggio di filosofia, serve un espediente estetico, serve il potere chiarificatore della fiction. Perché le tenebre sono talmente fitte che solo con gli inventi del poeta si può tentare di trovare un senso generale alla catastrofe continuata.
È per questo che chiunque voglia farsi un’idea a quel che è successo alla Cultura italiana del Novecento dal dopoguerra ad oggi dovrebbe passare per la lettura dell’agile romanzo breve orora pubblicato da Solfanelli Un treno nella notte filosofante, di Edoardo Allori, pseudonimo del più grande filosofo cattolico vivente. Un breve racconto che ambienta in colori kafkiani densissime conversazione filosofiche.
Perché la forma narrativa atta a descrivere la disintegrazione socioculturale che viviamo - e che, ci dice il protagonista, è partita da lontano, almeno dal Seicento - assomiglia molto a certi incubi: insensati, paurosi, teatri della nostra impotenza. Viene da pensare all’incipit di un grande, enigmatico film di Ingmar Bergman, Il Silenzio. Un viaggio in treno per un paese sconosciuto, lo spettacolo assurdo della realtà che muta fuori dai finestrini. Città, pioggia, file di carroarmati...
Anche nel libro c’è un treno da prendere, un treno che però non ci porta più a destinazione... il treno viene bloccato a metà del percorso, e dobbiamo smontare perché giovani facinorosi urlano all’emergenza, e ci spingono per indottrinarci a teorie folli e omicide, nel trionfo della decomposizione delle idee, nel sincretismo dello sfascio totale.
La metafora ferroviario-filosofica è puntuale e calzante come poco altro.
La cultura odierna è oramai un mortifero spettacolo bifronte: dal palco, ci narcotizza con idee blasfeme ed assassine. Nel retropalco - e questo è uno dei punti salienti del racconto - vi sono editori che, tra filosofi ed intellettualoidi adoranti, compiono cerimonie di sacrificio umano nel nome dei demòni, sgozzando i loro stessi poveri adepti.
Capiamo quindi che quelli che stiamo vivendo non sono tempi comuni. Il creatore ci ha immessi in un’epoca dove l’umanità desidera estinguere se stessa, e questo è un mistero che va affrontato.
Metabolizzare tutto questo è quasi impossibile, se non si ha la Fede. La Fede che scaccia l’incubo, e riporta sulle cose il chiarore salvifico del Logos.
La Fede che ci porta alla destinazione finale, il Cielo.
Al di là del tremendo messaggio filosofico, il libro va letto come stupendo memoriale di un secolo di vita culturale italica. In ispecie per chiunque si interessi di Cultura di destra, vi troverà gustosi e illuminanti racconti di sessanta anni di storia filosofica ed umana. Nelle memorie del protagonista quando si parla del “bunker”, si fa riferimento all’oramai lontanissimo nella memoria Movimento Sociale Italiano.
Sono irresistibili le pagine in cui si tratta del «Barone nero, il viaggiatore dadaista la cui audacia ha superato l’idealismo». «Il barone seguiva un ideale guerriero, Guénon pensava (cito a memoria) che la realizzazione consistesse in un perfetto equilibrio tra gli aspetti maschile e femminile, attivo e passivo, tra lo yang e lo yin. Sosteneva che non per nulla lo stato primordiale è simboleggiato dall’androgino. Il barone, nonostante tutto, era contrario alla transessualità. E questo spiega perché la potente editoria iniziatica, ella certamente capisce a quale genere di iniziazione alludo, ha imposto Guénon sul mercato librario ma ha ostacolato la diffusione delle opere del barone». L’analisi della fallacia del pensiero di questo barone è spietata soprattutto con il suo maestro: «Guénon parla di principio illimitato, e per illimitato intende incondizionato dalle determinazioni primordiali, come essenza, sostanza, essere. Nel principio superiore, Guénon, contempla ciò che si oppone all’essere. Il divino, nella sua opera, coincide perfettamente con Shiva, il potere della distruzione, la fomite dell’antivita».
Il lettore avrà capito che il «Barone nero» è in realtà  barone Giulio Cesare Andrea Evola, detto Julius per meriti letterari. il protagonista ricorda di quando da giovane viene ammesso, con una torma di amici entusiasti che piombano a Roma senza dormire per l’eccitazione, al cospetto del barone, che li accoglie nel suo attico umbertino con una impietrita marzialità che riesce ad emanare perfino in sedia a rotelle: «Un mito romano. Alle pareti corde, piccozze e lo stemma del club alpino. Quadri futuristi e dadaisti. La governante ci precedette attraverso una sala ingombrata da scaffali carichi di libri e di polvere (...) Sulla vecchia scrivania quaderni, riviste, e la Reminghton a doppia tastiera, prezioso pezzo di modernariato (...) Due savonarole scomodissime, un’insidiosa poltrona da sonno. Si capiva che la camera era luogo di sedute filosofanti. Alle pareti ritratti di una donna in varie posizioni (...) Una tradizionalista brasiliana dotata di magici poteri. Il nostro amico romano ci aveva avvisato: il maestro usava quella poltrona per mettere i suoi ospiti incauti alla prova del sonno. Sedemmo. Seguì un silenzio duro e spietato. Michele, sulla poltrona, incominciò a soffrire. Il lieve strabismo del barone ci irretiva. Quando fu servita una bevanda al tamarindo il barone incominciò a deplorare l’alto prezzo della carne e a suggerire improbabili picchetti reazionari davanti alle macellerie (...) Dopo che dalla funivia del Monte Rosa un evolomane troppo serioso fece getto delle ceneri del barone, si seppe che egli apparteneva all’esercito dei morti di fame e che la padrona di casa, una matura gentildonna appassionata di tantrismo teorico, ometteva di riscuotere l’affitto». E via così con altre indomabili invettive autobiografiche.
La scrittura è elegante e lucidissima tanto che tutto il libello può essere letto in filigrana come una raccolta di aforismi fulminanti.
Sono sante parole quelle sul gobbo di Recanati: «La sua poesia esprime magnificamente l’odio gnostico contro la vita (...) Una buona scuola dovrebbe educare la gioventù al disprezzo verso Leopardi».
Sono precise, e attualissime, quelle sulla civiltà germanica: «Secondo me il tono fondamentale della cultura tedesca è il sacro lutto. E l’Eros greco è soltanto una maschera funeraria (...) Io ritengo che l’opposizione tedesca alla romanità sia una figura della guerra alla vita. Il mondo romano si esprime attraverso la solarità di San Tommaso e di Giotto. L’universo
germanico ha partorito i pensieri notturni di Lutero, Böhme, Hölderlin».
I tedeschi vivono una catastrofe storica e meta-storica che ha infettato il mondo intero: per i germanici  la guerra, purtroppo, fu «perduta dall'esercito, non dal cattivo genio della Germania. Il loro stemma è la morte: faranno cadere tutte le illusioni illuministiche. Nel 1934 il vescovo di Colonia ha fatto pubblicare un libro nero, che documenta, con rigore, che le fonti della filosofia
nazista si trovano nella gnosi massonica e nella teosofia dell’India. Le parole di san Gregorio Magno sono sempre attuali: Gog iste Gothus est quem iam videmus exisse de quo promittitur nobis victoria. La guerra riprenderà dopo la fine della Germania nazista. Hitler sta facendo bruciare la parte migliore della gioventù tedesca nella fornace. Quando questa Germania sarà consumata si faranno avanti gli intellettuali, i senza principi, i figli dell’ignavia, quelli che il pesante gergo delle caserme definisce vaselina. La Germania diventerà la capitale della perversione. Sono loro i futuri interpreti del demone giovane di cui ho parlato. Quel giorno la lotta sarà disperata, perché tutti crederanno nella fine del male». Parole profetiche. La scuola di Francoforte, Daniel Cohn-Benedict, Angela Merkel sono il frutto inferiore di milioni di buoni tedeschi sacrificati al nulla. Un frutto che nessuno dovrebbe assaggiare, ma che viene distribuito all’Europa tramite Bruxelles e dai supermercati della grande distribuzione culturale. Buffa eterogenesi dei fini: come da sogno hitleriano, comanda sempre la Germania, ma è una Germania di una razza infima.
L’autore lancia generoso miriadi di altre fulminazioni. Marcione, Heidegger, Frank, Spinoza, Buber, Simone Weil, Benjamin, Scholem, Taubes, Mircea Eliade, Chatwin, Bakunin, Wagner, Bataille. E poi ancora: Wilhelm Reich, Pol-pot, Ernest Jünger...
I più svergognati sono i nostri coevi conterranei, ammantati con nomi di fantasia
Possiamo dare al lettore dei ragguagli: Chiappallarghi potrebbe essere un cattedratico del gruppo De Benedetti condannato per plagio. Il professor Zulo, con probabilità così chiamato per meriti deretanici, è un celebrato estorista. Alain Depastera è un neodestro neopagano. Elio Vaselinas è un articolista di un giornale berlusconianp. Idro Lapo Ceneretti è un autore adephiano homeless-chic.
C’è anche la politica. C’è, ad esempio, Walter Meltroni. C’è il “costruttore d’Affori”, che è Silvio Berlusconi. Mario Collinari (stramba ma densa condensazione anche di Colli-Montinari...), «l’economista ineconomico»,  «l’arnese di Giorgio Salernitano» è con grande probabilità l’orrido ex-premier imposto a questo paese da quello che il libro chiama «culocrazia».
Rosati è il famoso editore di libri a tinte pastello da cui trasudano voglie di cerimonie assassine, che - pare suggerirci il libro - queste liturgie di sangue le vive in prima persona.
Una menzione speciale va dedicata alle pagine in cui si rievocano - tra la tragedia e la poesia esistenziale più sublime - anni pubescenti sconvolti dal sangue delle vendette partigiane. Il prete  di cui si narra è Monsignor Boldrini, intrepido direttore di Renovatio.
Allori è un uomo che non ha avuto paura di guardare negli occhi l’abisso di un secolo intero. Un uomo che, nell’annichilente sconquasso di cui è stato testimone, una certezza ce l’ha: «Io sono convinto che non riusciranno ad affondare la barca di Pietro. La Chiesa non va a fondo, neanche se i marinai fanno buchi nella chiglia (...) Il cardinale Ercole Consalvi ricordò a Napoleone che i preti ci provano da duemila anni ad affondare la barca di Pietro».
Come non cogliere: se a distruggere il Soglio non ci sono riusciti in due millenni i preti che ci stanno dentro, come posso riuscirci la tribù di intellettualoidi pagani che abbiamo innanzi negli ultimi cinquanta anni? Non c’è nemmeno bisogno della filosofia per capirlo: non prevalebunt.

Roberto Dal Bosco


venerdì 15 marzo 2013

L'uomo qualunque, geniale movimento in un vicolo cieco

Contraddizioni di un liberalismo libertario

L'uomo qualunque, geniale movimento in un vicolo cieco

 Secondo la squalificante/squillante definizione, che si legge nel vocabolario sinistrese, "il qualunquista è un uomo gretto, un egoista che pensa solo al proprio tornaconto, alla difesa dei suoi interessi".
 In realtà il pensiero politico di Guglielmo Giannini, il fondatore del settimanale L'uomo qualunque, discendeva dall'ideologia libertaria professata dal padre, Federico Giannini, uomo di larghe e intrepide vedute ed eccentrico direttore in Napoli del "Giornale del mattino".
 L'attribuzione dell'egoismo borghese al qualunquista è un'assurdità emanata dal tribunale che ripete le sentenze concepite in nome della defunta/funerea mitologia sovietica.
 Autodidatta, brillante giornalista, sapido conversatore, fecondo scrittore di romanzi e di commedie, Guglielmo Giannini covava una familiare ostilità nei confronti dei politicanti e della burocrazia statale, due classi che la sua immaginazione dipingerà come un torchio opprimente e soffocante.
 Nel 1942, quando suo figlio morì in incidente aereo, concepì anche un inestinguibile odio contro lo statalismo fascista. Del figlio Giannini scrisse: "Una meravigliosa creatura d'amore, che cessò di vivere all'età di ventuno anni, undici mesi, ventisette giorni, nel pieno della salute e della bellezza, il 24 aprile 1942. Una versione ufficiale dice che egli cadde nell'adempimento del proprio dovere verso la patria, ma in realtà fu assassinato insieme a milioni di altri innocenti esseri umani da alcuni pazzi criminali che scatenarono la guerra".
 Ora della distanza enorme, che corre tra il pensiero comunista e il generico anarchismo/pacifismo professato da Giannini - autentico motivo del velenoso disprezzo, che la cultura progressista rovescia sul qualunquismo - fu causa la scelta di Giannini di far avanzare lo stato d'animo libertario sul filo del rasoio teso da Benedetto Croce tra il liberalismo (di matrice neo hegeliana) e una fede cattolica attorcigliata intorno al saggio sulle ragioni del "perché non possiamo non dirci cristiani".
 Alla fine del drammatico 1944, risultato di un tale impraticabile percorso fu l'ideologia, il ribellismo emotivo e semplicistico, riversata nel settimanale L'uomo qualunque. Un ircocervo allo sguardo esigente di Croce: la politica antipolitica. Liberal-libertario, a ben vedere, era un ossimoro nascosto da Giannini nelle nebbie sollevate da una vaga assonanza.
 L'equilibrio retorico, su cui si reggeva la scienza politica Giannini ["uno stato che non fosse altro che quel governo del buon ragioniere invocato fin dai primi numeri de "L'Uomo Qualunque"] ebbe la durata dello strepitoso ma effimero successo giornalistico procurato dalla violenta, passionale espressione dell'ostilità al fascismo deteriore, vivente/trionfante nell'antifascismo.
 Il progetto dello stato ragioniere esibì la sua essenza precaria allorché Giannini tentò di rovesciare nella politica italiana il sentimento/risentimento, che animava le pagine catto-liberali (o catto-libertarie) del suo settimanale.
 L'altezzoso Benedetto Croce, maestro venerato, al quale Giannini si rivolse per ottenere un autorevole biglietto d'ingresso nel partito liberale, lo umiliò negandogli la qualunque raccomandazione. Alcide De Gasperi respinse la sua proposta di collaborazione con il partito democristiano. Di qui l'infelice scelta di fondare il partito dell'Uomo qualunque, alternativo ai partiti che respingevano la sua domanda di adesione. Una scelta infelice, a giudizio degli storici Paolo Deotto e Luciano Garibaldi, convincenti autori di una "Vera storia dell'uomo qualunque", pubblicata da Solfanelli, emergente editore in Chieti.
 Deotto e Garibaldi sostengono autorevolmente che Giannini, "di sicuro non era un politico e il suo vero errore fu quello di entrare in un meccanismo che lo stritolò.
 Scritto per confutare i luoghi comuni intorno alla figura di Guglielmo Giannini, implacabile contestatore dello statalismo, i due scrittori apprezzano la genialità del giornalista, mentre riconoscono la debolezza dell'uomo politico.
 L'insuccesso della politica qualunquista fu il risultato dell'assenza di un autentico pensiero: "Un partito deve avere di norma una linea politica e l'estrema vaghezza del messaggio qualunquista fece sì che da subito i vari nuclei sparsi per il Paese esprimessero le posizioni più diverse, ma che tutte comunque potevano trovare un appiglio con quel messaggio di Giannini, che si poteva definire un mix di liberalismo, antifascismo, anticomunismo, antinazionalismo, anarchismo, e altro ancora, il tutto unito dalla comune protesta contro le condizioni generali del Paese e contro la nuova classe politica al potere".
 La conclusione di Deotto e Garibaldi indica con esattezza l'obbligata dipendenza del qualunque partito politico da un chiaro e univoco pensiero.
 Grazie alla pregevcole ricerca condotta da Deotto e Garibaldi, l'infelice esito della polemica giornalistica da Giannini elevata a surrogato del pensiero e del coerente programma, costituisce una lezione che svela le cause del disastro causato dalle chimere destate dalla convinzione che la chiacchiera comiziale, quantunque abile e rumorosa, sostituisca il pensiero politico e il suo coerente programma.

Piero Vassallo