giovedì 3 luglio 2014

La persecuzione dei lefebvriani. In un saggio di Paolo Pasqualucci

Un saggio di Paolo Pasqualucci

La persecuzione dei lefebvriani


Movente del Vaticano II è la volontà di abolire la storia del cattolicesimo, identificata nella detestata e odiata raccolta, compiuta da Denzinger, delle sentenze emanate dai Concili anteriori al Vaticano II e dalla legittima autorità ecclesiastica.
                                                                                                                               Jean Madiran



Gli imperiosi esponenti del partito internazionale ateista aspergono incenso dolce e untuoso sulla martellante richiesta, indirizzata al Vaticano, di isolare e sconfessare, con surrettizie argomentazioni, le pagine, a loro avviso, più rigide e urticanti dei libri sacri e del magistero cattolico.
Gli eredi di Nerone, di Tigellino e di Poppea non esigono più la consegna dei libri (il tradimento pubblico e sfacciato) tantomeno infliggono le orrende torture, che scandalizzarono perfino Tacito, ma impongono al clero la fedeltà all'esegesi buonista/modernista della Sacra Scrittura.
A versare il sangue dei cattolici intanto provvedono i pii testimoni dell'ecumenismo islamico applaudito a New York, ad Assisi e ultimamente nella Città del Vaticano.
I maestri del nuovo e radicale paganesimo, gli onusiani, progettano la dolce emorragia del pensiero cristiano e la messa al margine dei fedeli, che affermano impavidi le verità di sempre.
La Chiesa cattolica si divide, di conseguenza, tra la stordita folla degli ecumenici festanti e l'angosciata/diffamata pattuglia dei tradizionalisti.
Stretti tra la folla delle sirene compromesse e dei rari guardiani dell'ortodossia, i fedeli domenicali sono costretti a scegliere tra il rumoroso cedimento alla teologia mondana, e la deplorata e irrisa fedeltà alla dottrina di sempre.
L'applauso al progresso teologizzante scroscia dagli spalti occupati dagli incensatori del feticcio Vaticano II e dalle piste battute dai tradizionalisti fittizi e/o dimezzati, che fanno scivolare la loro mente bicamerale negli ambulacri vaselinosi consigliati da una truccata bussola.
La minoranza irriducibile alla nuova teologia, invece, sta organizzando le linee di difesa dall'eresia strisciante nei discorsi dei teologi, che si affacciano alle applaudite finestre del pensiero giornalistico.
Ora la prima barriera elevata in faccia all'errore irrazionalista, incautamente lasciato correre nei documenti del Vaticano II, è la filosofia del senso comune, oggetto degli studi di padre Cornelio Fabro e di mons. Antonio Livi, motore dei preambula fidei e antidoto agli errori in folle discesa sul taboga teologico dell'incontro spensante.
Dopo la filosofia del senso comune si vorrebbe che i cattolici conoscessero il Catechismo di San Pio X, pilastro incrollabile della vera fede.
Di seguito si suggerisce di considerare seriamente l'argine elevato dal card. Giuseppe Siri e da padre Julio Meinvielle contro la suggestione neognostica, che ha conquistato/radicalizzato il già infetto cuore della modernità, mettendo in mora le pie illusioni del Vaticano II intorno all'autocorrezione degli eretici e degli ideologi moderni.
Infine è indispensabile la conoscenza degli abusi compiuti durante e dopo il Concilio Vaticano II per assolvere gli errori condannati dall'enciclica Humani generis di Pio XII e per mettere fuori gioco i seguaci di mons. Marcel Lefebvre. Come scrive Paolo Pasqualucci, infatti, "la Fraternità Sacerdotale San Pio X rappresenta oggi l'unica istituzione cattolica che sia rimasta fedele alla vera dottrina e alla vera pastorale della Chiesa".
La rivendicazione dell'ortodossia cattolica della Fraternità San Pio X è un'attività alla quale si dedica, da alcuni anni e con vera competenza, l'emerito professore di filosofia del diritto Pasqualucci, un autentico erudito, del quale l'impavido editore Marco Solfanelli pubblica, in questi giorni, un saggio intitolato La persecuzione dei Lefebvriani ovvero l'illegale soppressione della Fraternità sacerdotale san Pio X.
Pasqualucci dimostra che, per iniziativa del clero modernizzante, umiliato dalla crisi delle vocazioni, allarmato dalla rarefazione dei fedeli praticanti e irritato del successo che arride alle comunità tradizionali, "Sulla Fraternità circolano a tutt'oggi i pregiudizi più assurdi, che finiscono col tener lontani tanti fedeli delle S. Messe celebrate dai suoi sacerdoti così come dagli Esercizi spirituali ignaziani che essi impartiscono con il metodo tradizionale dei cinque giorni separati per uomini e donne".
Ora i sospetti diffusi con arte da giornali curiali e/o scandalistici, non hanno fondamento, poiché la Fraternità è stata costituita con i crismi del diritto canonico: infatti "gli Statuti della Fraternità Sacerdotale S, Pio X furono approvati in data 1° novembre 1970, da mons. Charrière, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo in Svizzera, nella cui diocesi veniva a sorgere la nuova entità. La Fraternità è nata perciò con tutti i crismi del diritto canonico e in modo perfettamente regolare".
Il successo dell'apostolato condotto da mons. Marcel Lefebvre fu immediato al pari del malumore della gerarchia progressista, che assisteva al successo di un vescovo passato indenne attraverso le rovinose/contagiose novità introdotte dai progressisti.
L'undici novembre del 1974 furono inviati nel Seminario fondato da mons. Lefebvre a Ecône, due visitatori apostolici, agitati dalle suggestioni della teologia modernizzante, i quali "provocarono vivo turbamento tra i giovani. Dissero che si sarebbero fatalmente giunti ad ordinare delle persone spostate, che la Chiesa non era l'unica depositaria della verità, che la Resurrezione di Nostro Signore non era una certezza".
Immediatamente mons. Lefebvre reagì all'aggressione diffondendo un documento nel quale "si affermava con estrema chiarezza e precisione il seguente concetto: noi non possiamo prendere parte alla presente demolizione della Chiesa, resistiamo e ci opponiamo alla novità distruttiva".
Di seguito mons. Lefebvre fu convocato a Roma per ascoltare la dura reprimenda dei cardinali Garrone e Tabera, che lo accusarono di "voler fare l'Atanasio" [quasi che l'imitazione del Santo che fu vittorioso contestatore dell'eresia di Ario fosse una colpa].
In data 6 maggio 1975 la Fraternità San Pio X e il Seminario furono soppressi del vescovo di Ecône, Mamie, successore di mons. Charrière. La decisione era motivata dal rifiuto di mons. Lefebvre di accettare talune dichiarazioni conciliari e di celebrare la Santa Messa secondo il rito stabilito da Paolo VI.
Pasqualucci, navigando con ammirevole perizia nel mare del diritto canonico, al proposito rammenta che: "Qualsiasi istituzione religiosa, anche di diritto diocesano, una volta legittimamente fondata può essere soppressa solo dalla Santa Sede".
Il card. Tabera, in una lettera indirizzata al vescovo Mamie scriveva invece: "Vostra Eccellenza aveva piena autorità per revocare l'approvazione inizialmente accordata []alla Fraternità]".
Oltre tutto "la soppressione della Fraternità e del Seminario doveva ritenersi illegittima perché non era provocata da irregolarità o abusi di potere o errori dottrinali ... le uniche patologie ammesse dal diritto per legittimare la soppressione di una societas o di un istituto religioso. La Fraternitas veniva soppressa unicamente per ripicca contro le opinioni espresse dal fondatore".
Pasqualucci rievoca la lettera indirizzata da ventotto sacerdoti francesi a Paolo VI, nell'agosto del 1976: Nel procedimento che ha condotto all'attuale drammatica situazione, molti constatano che è impossibile riconoscere le norme di una procedura regolare.
Per citare solo un punto: non si può che essere estremamente sorpresi nell'apprendere che il rapporto della visita al Seminario di Ecône nel novembre 1947 non è mai stato fatto conoscere al superiore della stessa [Lefebvre]".
Nel maggio del 1975, Lefebvre scrisse a Paolo VI: "Quando penso alla tolleranza di cui Vostra Santità dà prova nei confronti dei vescovi olandesi e di teologi come Hans Kung e Cardonnel, non posso credere che le crudeli decisioni prese nei miei confronti provengano dalla stessa persona".
Paolo VI rispose rimproverando Lefebvre per aver osato contestare "un Concilio come il Vaticano II, che non ha minor autorità, che per certi aspetti è persino più importante di quello di Nicea".
L'avversione a Lefebvre, in definitiva, dipende dalla stima eccessiva prestata al Vaticano II, giudicato addirittura più importante del concilio di Nicea.
Per mantenere fermo il giudizio sulla sovra eminenza del Vaticano II, il pontefice, che aveva visto il fumo di satana in festosa uscita dall'aula conciliare, tentava di isolare la minoranza irriducibilmente fedele alla tradizione cattolica.
Il saggio di Pasqualucci mette finalmente in chiaro la fragilità delle procedure alterate da Paolo VI (e ancor più da Giovanni Paolo II) al fine di delegittimare la Fraternità fondata da mons. Lefebvre. Legittimità che Benedetto XVI ha riconosciuto apertamente.

La minoranza che rappresenta la Fede invincibile vive nella Chiesa nonostante la persecuzione attuata dagli interpreti di una teologia piegate sulle tossiche illusioni della modernità. E offre un contributo decisivo alla soluzione dei problemi che assillano gli uditori cattolici delle parole messe in libertà da un clero compromesso con i pensieri e indulgente con i vizi della agonizzante modernità. Il saggio di Pasqualucci dimostra che il cedimento all'errore è accompagnato da una sistematica violazione del diritto canonico.

Piero Vassallo


sabato 12 aprile 2014

La discendenza di Fini dalle illusioni di Almirante

Fini finis
Amedeo Laboccetta narra la destra suicidaria
e la discendenza di Fini dalle illusioni di Almirante

 Il 12 febbraio del corrente anno, nel quotidiano romano "Il Tempo" è apparsa un'intervista all'ex deputato del Pdl ed ex amico e stretto collaboratore di Gianfranco Fini, Amedeo Laboccetta. Un'occasione utile per rivelare (forse involontariamente) le dimenticate cause della catastrofe, che ha sepolto nel ridicolo gaucciano la destra di stampo almirantiano. E per indicare ai cattolici la direzione politica vietata dal senso comune e dalla dignità.
 Laboccetta rivela, infatti, che la crisi della destra ha origine dal capovolgimento di quel principio di solidarietà personale e civile, che dovrebbe governare gli atti dei dirigenti politici irriducibili all'odio di classe e in generale alla spregevole invidia: "Una volta Berlusconi e Gianni Letta si recarono nell'appartamento di Fini alla Camera. Il Cav. gli chiese cosa voleva per piantarla. Fini chiese la testa di due ministri, La Russa e Matteoli, e di Gasparri, che era capogruppo al Senato. Berlusconi trasecolò: 'Ma sono tuoi amici'. Fini replicò: 'L'amicizia in politica non è un valore'. Ecco questa era Gianfranco".
 Un'aura sgradevole avvolge la meschinità dell'uomo e squalifica il suo rozzo pensiero. Pensiero (se tale si può definire) in aperta guerra con i princìpi della nobile tradizione della scienza politica, da Platone a Aristotele fino a San Tommaso, a Vico e a Fabro.
 Si pone il problema: quale è la causa di una tale capovolgimento della tradizione e di un tale degrado (si è tentati di dire casalese, visto che la qualifica machiavellica offenderebbe perfino la memoria del segretario fiorentino) della classe politica "a destra"?
 A tale domanda risponde Laboccetta: "Quando Almirante lo [Fini] propose segretario del Msi in tanti eravamo perplessi. Allora Giorgio [ecco un nome che non ha portato fortuna alla politica italiana]  ci invitò a casa sua e ci disse di stare tranquilli. 'Fini', disse, 'prima di andare al partito passerà sempre per casa mia' E allora ci convincemmo".
 La garanzia di controllare Fini era infondata, dal momento che il padrino Almirante era molto anziano e di salute cagionevole, vero è che sopravvisse solo un anno alla promessa a Laboccetta. E oltre che infondata l'assicurazione almirantiana era insincera, dal momento che il segretario del Msi nutriva e confessava continuamente un'invincibile stima nei confronti del suo "delfino" o garzone.
 Chi ha attraversato l'infelice e fallimentare storia della destra missina, peraltro, rammenta il disprezzo che Giorgio Almirante nutriva nei confronti dei militanti refrattari al "totalitarismo oratorio" (la politica è unicamente comiziale) e perciò capaci di pensare con la propria testa e, all'occorrenza, di disubbidire al comando cervellotico.
 Dominato dall'innaturale avversione all'uomo di pensiero e di carattere, Almirante trattò alla stregua di nemici, screditò e spinse nel margine i più qualificati esponenti della potenziale classe politica, i quali si erano formata nel raggruppamento giovanile del Msi sotto la guida di Ernesto De Marzio e di Carlo Costamagna: Fausto Gianfranceschi, Enzo Erra, Giano Accame, Fausto Belfiori, Pinuccio Tatarella, Gianni Allegra, Gabriele Fergola.
 A conferma del giudizio negativo sull'ideala umano del capo missino sta la originaria scelta di promuovere segretario del Fronte della gioventù l'opaco ma caninamente servile Fini, che il congresso dei giovani, celebrato nel 1976, aveva respinto al quinto posto nella lista dei prescelti. 
 A causa di tale cervellotica decisione gli oppositori interni attribuirono ad Almirante il titoli irridente di "capocomico".
  Giovanni Volpe, il geniale mecenate che aveva inventato gli Incontri internazionali della cultura per avviare un confronto tra le anime della destra ideale, rappresentate da Giuseppe Sermonti e Massimo Pallottino, Marcel de Corte e Arnaldo Volpicelli, Nicola Petruzzellis e Augusto Del Noce, Ugo Spirito e Fausto Gianfranceschi, Sergio Ricossa e Marino Gentile, lamentava il disinteresse e l'ostilità di Almirante verso le proprie splendide iniziative.
 Fini è un mediocre orecchiante. Almirante era un uomo colto purtroppo in guerra contro la cultura della destra vivente fuori dal suo controllo e del suo ragionare secondo Pirandello.
 Sembra opportuno concludere che è illusorio, patetico e destinato al fallimento il tentativo di fondare il partito della destra sull'immaginario conflitto tra la politica di Almirante e quella di Fini.
 La destra d'ispirazione cattolica, di conseguenza, deve nascere da una filosofia politica irriducibile al machiavellismo borgataro e al pirandellismo filodrammatico, che ha elevato uno zotico interprete all'infelice vertice della politica italiana.

Piero Vassallo


domenica 16 febbraio 2014

I ben pensanti oltre le mitologie intorno al c. d. male minore

Il realismo della visione e l'ottimismo della ragione

I ben pensanti oltre le mitologie intorno al c. d. male minore

 Sotto lo sguardo disincantato dal qualunque realista, la classe politica italiana rivela la natura del desolato ectoplasma, emesso da un paese intossicato dalle utopie liberal/libertine e castrato dalle illusioni ecumeniche, predicate dai falsi profeti onusiani e rimuginato dal clero modernizzante /conformista.
 La politica italiana attua, dopo due secoli di conflitti, il disegno eversivo, che fu concepito dall'alleanza degli invasori giacobini, propriamente detti cleptomani, con il clero infettato dall'errore giansenista.
 Alla fine del XVIII secolo l'intenzione dei sovversivi fu ostacolato e umiliato dall'insorgenza del popolo cattolico, fedele alla tradizione.
 Purtroppo quella fedeltà è ultimamente scoraggiata e ostacolata dallo spirito dei tempi soffiante nelle tesi del Vaticano II e nelle chiacchiere dei predicatori buonisti.
 L'insorgenza dei ben pensanti, nell'Italia europeizzata/scristianizzata, è un pio sogno. Non si può sperare nella reazione civile di un popolo, la cui maggioranza ha consegnato il libero arbitrio alla dura corda dei banchieri americani, alla stupidità della televisione libertina e alla costosissima nullità dei politicanti, di sinistra, di centro e di destra.
 Per stabilire la misura dell'impotenza italiana, Giacinto Auriti citava il detto di un poeta, secondo cui "un satrapo per comandare meglio faceva fare agli uomini quello che dovevano fare le donne e viceversa, perché quando il potere si trova di fronte a dei mezzi uomini e a delle mezze donne non si verificherà mai una rivoluzione capace di modificare l'ordinamento costituito" [1].
 Di conseguenza il voto per il c. d. male minore, ad esempio il partito di conio democristiano, fondato da Alfano, Lupi & Formigoni, per ottenere una lieve riduzione del danno gravissimo procurato al paese dalla politica di segno ateo e immoralista, sarebbe un atto paragonabile alla discesa nelle fogne, compiuta da esploratori surreali, intenzionati a scoprire, eleggere e incoronare Miss Pantegana.
 Il realismo della visione sconsiglia la fiducia nel qualunque politicante in Topolinia e perciò giustifica e attiva l'ottimismo della ragione, l'unico ostacolo che oggi si può opporre alla macchina del disfacimento e del furto.
Ora la via da percorrere è segnata dal rifiuto dell'affermazione che la politica dei ben pensanti non ha ideologia: "Dire che un movimento politico manca di ideologia, sostiene Auriti, significa dire che un movimento politico manca di scopo. Solo un un epilettico o un sonnambulo si muove senza scopo" [2].
 Senza la proposta di un pensiero fedele alla verità è impossibile un'azione politica degna delle speranza del popolo italiano, che può vivere soltanto del nutrimento procurato dalle sue radici cristiane. Di qui la proposta formulata da Auriti: preparare il futuro della nazione in laboratori costituiti a imitazione dei chiostri benedettini, nei quali fu concepita la risposta del Cristianesimo alla barbarie imperante nei secoli bui.
 La politica può cominciare dopo l'elaborazione di un progetto politico conforme al diritto naturale e  perciò idoneo a contrastare efficacemente i devastatori della giustizia.
 In sintonia con l'insegnamento di Benedetto XVI, Auriti si oppose strenuamente alla corruzione kelseniana del diritto: "Quando si pretende di mettere, secondo l'insegnamento di Kelsen, la norma costituzionale come norma-base, cioè come norma portante tutto l'ordinamento giuridico, si realizza con uno sforzo razionalista il surrogato artificiale di quello che tradizionalmente era definito il diritto naturale" [3].
  La mostruosa legge erodiana, votata dalla cialtroneria insediata nel parlamento belga, conferma il drastico giudizio formulato da Auriti sulla la facoltà di legiferare contro la legge morale, un abuso permesso dalle costituzioni di conio kelseniano: "quando sentite fare delle valutazioni sulla qualità delle leggi, voi non sentite mai più la distinzione fra legge giusta e legge ingiusta, che è la valutazione del diritto sotto il parametro etico (cioè trascendente l'ordinamento giuridico) ma sentite fare la distinzione in base all'alternativa: legge costituzionale o legge non costituzionale" [4].
 La cultura postmoderna, avendo attuato la sottomissione della legge naturale al diritto positivo, è contagiata e tormentata da una lebbra che avvelena le radici del vivere civile e apre le porte alle più devastanti aberrazioni.
 A confronto di una tale devastazione è poca cosa lo scandalo costituito da una spesa pubblica fuori controllo e dagli sprechi di una classe dirigente insensibile alla collera che la stupida baldoria suscita nei sudditi umiliati, depredati e spesso ridotti alla fame e alla disperazione da coloro che dovrebbero tutelare il  benessere dei sudditi. 
 In conclusione è lecito affermare l'inutilità di un voto di protesta, che avrebbe la stessa efficace del grido "andate via!" indirizzato alle pulci. Anziché sprecare tempo nell'osservazione dell'osceno fatto politico è consigliabile organizzare una scuola di pensiero finalizzata - secondo la inascoltata proposta di Auriti - alla fondazione di una scuola di pensiero in grado di ferire la radice del presente malessere.

Piero Vassallo




[1]             Cfr. Giacinto Auriti, "L'occulta strategia della guerra senza confini", Solfanelli, Chieti 2014, pag. 38.
[2]             Cfr. Giacinto Auriti, "L'occulta strategia della guerra senza confini", op. cit., pag. 6
[3]             Cfr. Giacinto Auriti, "L'occulta strategia della guerra senza confini", op. cit., pag. 30.
[4]             Ibidem.

venerdì 14 febbraio 2014

Dalla criptopolitica all'ordine civile, il cammino della libertà

La spada di Perseo

Dalla criptopolitica all'ordine civile, il cammino della libertà

 Con scelta felice, Primo Siena, studioso scampato al penoso naufragio della destra italiana e autore del robusto e saggio "La spada di Perseo", pubblicato in questi giorni da Solfanelli in Chieti, comincia la sua riflessione politologica assumendo il punto di vista di Carl Schmitt, un autore tanto discusso quanto geniale, cui va riconosciuto il merito di aver definito, con chirurgica esattezza, il disordine generato dalla capitolazione della politica nei confronti delle mitologie intorno alla perfetta felicità in terra: "la decisione politica e morale si paralizza in un paradisiaco aldiquà, nella vita naturale e nella pura corporeità senza problemi".
 La conseguenza della capitolazione della politica è il trionfo del piacere momentaneo sulla morale e l'alluvione "di una cultura sottomessa, nella quale i valori sono ridotti a epifenomeni di un mercato che si sente libero nella misura in cui si fa libertino".
 Il naufragio del piacere nelle sabbie mobili frequentate dall'autodistruttore è il risultato finale della insensata guerra condotta contro l'ordine civile da "finanzieri americani, tecnici industriali, marxisti e rivoluzionari, anarcosindacalisti, i quali si uniscono perché finisca il dominio affatto obiettivo della politica sull'oggettività della vita economica".
 L'orizzonte della politica si rovescia nel primato dell'economia. L'autorità, che la politica tradizionale aveva esercitato in vista di una crescita integrale dei sudditi, ossia di un virtuoso augere della persona umana, si restringe all'attività imprenditoriale esclusivamente intesa a procurare momentanei e fuggevoli piaceri.
 A tale degenerazione, Primo Siena attribuisce il nome di criptopolitica, un neologismo che indica "l'espressione di poteri occulti (tra i quali, i servizi d'informazione politica e finanziaria e la criminalità organizzata a livello mondiale), che, camuffati politicamente, vanno ad occupare progressivamente gli spazi dai quali è stata sloggiata dissimulatamente la politica".
 Incatenata ai pregiudizi del pensiero liberale, la democrazia contemporanea "è stata attirata negli spazi oscuri della criptopolitica ed ha scartato il bene comune in quanto bene comunitario, per preoccuparsi solo dei beni materiali individuali", esiliando la politica nel poliverso degli affari.
 La riforma della cripto-democrazia è possibile quando si riconosca che gli organismi intermedi (famiglie, associazioni di categoria, associazioni umanitarie senza fini di lucro) sono sopravvissute al diluvio causato dalle rivoluzioni totalitarie e potrebbero "esercitare il proprio ruolo partecipativo nel modello istituzionale della società. Da qui la necessità impellente di restituire la sovranità sociale all'insieme degli organismi intermedi, nel contesto di una democrazia organica e partecipativa".
 Intriganti sono le pagine finalizzate a interpretare la tesi esposta da Dante nel "De Monarchia" quale alternativa al globalismo dominante sull'umbratile scena contemporanea. La soluzione della anomalia globalista, secondo l'autore, sarebbe la restaurazione della originaria sacralità/universalità del potere civile: "In analogia col Regnum Dei - nel quale il Re è Cristo - nel Regnum hominum il Monarca supremo è l'Imperatore in quanto vicario di Cristo nella sfera temporale, come il Papa lo è nella sfera spirituale" .
 La soluzione proposta da Siena delinea una alternativa ideale al potere dissacrante, tanto invasivo quanto gommoso, esercitato dall'ONU.
 La interpretazione della dottrina dantesca proposta da Siena, tuttavia, non è in sintonia con le conclusioni di Etienne Gilson. Nel saggio "Le metamorfosi della Città di Dio", recentemente pubblicato da Cantagalli, l'autorevole studioso della filosofia medievale, ha dimostrato, infatti, che, nel "De Monarchia", Dante, allontanandosi dalla dottrina di San Tommaso, afferma la piena autonomia del potere temporale, "ossia l'ideale di una società umana universale, che deve la sua universalità alla sua stessa temporalità".
 A sostegno del suo giudizio, Gilson rammenta che, riconosciuta la necessità dell'impero universale, Dante ne affermava l'indipendenza dal magistero ecclesiastico, vuoi perché l'impero, secondo lui, dipendeva direttamente da Dio, vuoi perché l'impero, nei confronti del sole ecclesiastico, gli sembrava simile a una luna che non deve al sole né il suo essere né la sua luminosità.
 L'analisi gilsoniana della dottrina politica dantesca mette capo a una drastica conclusione: "Con l'ingratitudine verso la fede che così spesso dimostrano gli uomini, la filosofia di Dante si appoggiava su ciò che essa doveva alla rivelazione cristiana per giustificare la propria intenzione di farne a meno in futuro".
 Puntuale è il riferimento alla filosofia di Vico, "segnata da un ottimismo di fondo protetto dalla divina Provvidenza, che vince le delusioni superficiali, essendo la filosofia della storia la filosofia dei popoli che rifiutano di morire".
 Opportuno è il richiamo al diritto naturale, "dal quale nasce il diritto positivo, nel quale si inseriscono l'autorità domestica e la stessa autorità sociale".
 Ora l’auctoritas, la disposizione a prosperare - augere - secondo il comandamento divino, fa parte della natura razionale, “cum hominibus nata est”. Vico la definisce puntualmente virtù “cognata vel nativa” [1].
 Con esplicito riferimento a San Tommaso, San Roberto Bellarmino (1542-1621) affermava: "Politicam potestatem immediate esse tamquam in subiecto in tota multitudine, nam haec potestas est de iure divino, et ius nulli modo in particulari dedit hanc potestatem” [2].
 Il gesuita Francisco Suarez (1548-1617), una delle fonti del pensiero vichiano, quasi facendo eco al Bellarmino sosteneva che l'autorità non appartiene al singolo (al sovrano) ma alla collettività:: “Dicendum est potestatem [civilem] ex sola rei natura in nullo singulari homine existere, sed in hominum collectione. Conclusio communis et certa sumitur ex D. Thoma ... principem habere potestatem ferendi leges quam in illum transtulit communitas” [3]. “
 Nel XX secolo un autorevole collaboratore di Pio XII, l'illustre gesuita Antonio Messineo, ha definito l’autorità “un’attribuzione connessa in modo necessario con la natura dell’ente, che, possedendo quella determinata costituzione essenziale, voluta da Dio, postula uno speciale completamento o facoltà, senza cui non potrebbe sussistere” [4].
 La riaffermazione di tali postulati è il dovere della scienza politica intesa a scendere, diversamente attrezzata, nel campo in cui si è consumata la disfatta della destra polifrenica e la disgraziata metamorfosi della democrazia cristiana.
 Sulle altre numerose questioni affrontate nell'ingente opera di Primo Siena sarà opportuna una riflessione e un approfondimento ulteriori da parte della redazione di Riscossa Cristiana.

Piero Vassallo






[1]     “De uno universi iuris principio et fine uno”, XCVIII.
[2]     De laicis, 6.
[3]   De legibus ac Deo legislatore, III, (De lege humana et civili, c. 2, In quibus hominibus immediate existat ex natura rei potestas haec condendi leges humanas?)
[4]     Cfr. La voce “autorità” nell’Enciclopedia cattolica, Roma, 1951, col. 479-480.

venerdì 7 febbraio 2014

Potere, politica e leggi, dopo l'aperturismo conciliare

Una magistrale lezione di Benedetto XVI

Potere, politica e leggi, dopo l'aperturismo conciliare

 Dai torchi dell'editore senese Cantagalli è felicemente uscito "Il posto di Dio nel mondo", una splendida antologia dei discorsi controcorrente su potere, politica e legge, tenuti da Benedetto XVI e raccolti con diligente cura da Stefano Fontana.
 La chiarezza e la profondità dei testi pubblicati, induce a rammentare che papa Ratzinger ha elevato il tono della cultura cattolica, avviandola, con erudizione sicura e illuminata cautela, all'oramai irreversibile cammino della restaurazione post-conciliare.
 Nel discorso preparato in previsione dell'incontro alla Sapienza, in calendario per il 17 gennaio del 2008 e purtroppo rinviato a causa di diffusi pruriti laicisti, Benedetto XVI riconobbe la necessità (a suo tempo avvertita da Jurgen Habermas) di stabile un rapporto tra politica e verità e sostenne che la soluzione del problema si trova nella filosofia di San Tommaso d'Aquino.
 E' insegnamento di San Tommaso, infatti, che "la filosofia deve rimanere nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità".
 Ora i limiti della filosofia si possono superare applicando la formula del Concilio di Calcedonia, secondo cui filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro senza confusione e senza separazione.
 Di qui la soluzione proposta dal dotto pontefice: "la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che la fede cristiana ha ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino".
 La via d'uscita dal tunnel nichilista, nel quale si è smarrita la cultura post-moderna, è dunque indicata nell'equilibrio di fede e ragione, una feconda armonia, che i secoli cristiani hanno stabilito e conservato.
 Malgrado le contrarie apparenze, è dunque possibile affermare che, per effetto del pontificato di Benedetto XVI, è iniziato il riscatto della verità cattolica, sofferente sotto la massa imprigionante/umiliante dei coriandoli lanciati dalle finestre dell'irenismo teologizzante.
 Nella tormentata storia della Chiesa durante l'età delle neo-rivoluzioni, la figura di Benedetto XVI rappresenta la volontà di sciogliere il nodo stretto dalla incauta/illusoria mitologia conciliare intorno all'autocorrezione dei moderni erranti.
 I puntuali ragionamenti e le critiche taglienti indirizzate da papa Ratzinger alle scolastiche, che avviliscono e tormentano la politica in scena nelle nazioni occidentali, comunità uscite dall'incubo ideologico per entrare nell'inferno del nichilismo, sono finalizzati alla confutazione degli errori piuttosto che alla loro paciosa/precipitosa assoluzione e alla loro empiamente pia assimilazione.
 Benedetto XVI ha iniziato un cammino opposto a quello suggerito dall'irenismo emanato dal Vaticano II.
 Nella scrupolosa post-fazione ai discorsi di papa Ratzinger, monsignor Giampaolo Crepaldi, quasi aggredendo l'opinione di Karl Rahner sui cristiani anonimi, sottolinea opportunamente il rifiuto opposto al relativismo e rammenta che "la libertà di religione non vuol dire che qualsiasi scelta religiosa conferma e verifica la libertà di religione".
 Benedetto XVI indica la causa della fragilità/volubilità della cultura di massa nella presunzione scientista: "La capacità di vedere le leggi dell'essere materiale ci rende incapaci di vedere il messaggio etico contenuto nell'essere, messaggio chiamato dalla tradizione lex naturalis, legge morale naturale".
 Di qui la critica inflessibile al positivismo giuridico. Il 22 settembre del 2011, nel magistrale discorso al parlamento tedesco, Benedetto XVI, indicando la via d'uscita dall'irenismo, affronta il nodo del positivismo giuridico elucubrato da Hans Kelsen, attribuendolo a una ragione mutilata e perciò "non in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale" e in ultima analisi diventata strumento degli "ismi" di nuova e velenosa generazione: "Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l'uomo, anzi minaccia la sua umanità".
 Di qui lo svolgimento di un magistero finalizzato alla correzione dell'ottimismo infondato. Il 17 settembre del 2010, rivolgendosi alle autorità del Regno Unito, Benedetto XVI, dopo aver citato la vittima, San Tommaso Moro, in casa dei discendenti dal boia, ha segnato gli stretti confini oltre i quali la moderna democrazia non può essere condivisa: "Se i princìpi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient'altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza".
 Benedetto XVI ha affrontato anche il nodo dell'assolutismo democratico: ammesso quale strumento indispensabile la decisione a maggioranza l'autore osserva che "anche le maggioranze possono essere cieche o ingiuste. La storia lo dimostra in modo più che evidente: quando una maggioranza- per quanto preponderante - opprime con norme persecutorie una minoranza, per esempio religiosa o etnica, si può parlare ancora di giustizia o in generale di diritto?"
 Per uscire dal circolo vizioso avviato dall'assolutismo democratico, inversione demoniaca dell'ordine civile, occorre superare "il culto politico opposto alla verità, che è culto dei demoni, mettere l'unico universale servizio alla verità, che è libertà".
 Il problema che angustia i politologi postmoderni, in conseguenza di tale premessa, è ricondotto alla verità intravista (obliquamente) dal greco Evemero da Messina (330-250 a. C.), il quale sosteneva che "tutti gli dèi sono stati in origine una volta uomini".
 La riflessione sul paradosso di Evemero aiuta a vedere la realtà in agitazione alle spalle della democrazia assoluta: la divinizzazione dell'uomo è fomite di una politica schiavizzante.
 Considerata alla luce della tragica esperienza della mitologia politica in scena nei secoli delle rivoluzioni sterminatrici, la ruvida demistificazione di Evemero suggerisce il riconoscimento della bontà insita nell'unica rivoluzione che può interrompere il circuito della democrazia tiranna: il riconoscimento che "ogni religione pagana poggia su una iperbolizzazione di sé da parte dell'uomo".
 In definitiva l'orizzonte della libertà è attingibile solo da una scienza politica capace di percorrere la via di una demistificazione, che abbia per bersagli la tracotanza e la superbia degli uomini abbagliati e fulminati dal potere del loro denaro e storditi dagli inni declamati dai loro servi.
 Obbediente al consiglio evangelico di rinunciare al corteo funerario degli illusi e dei devianti, Benedetto XVI non chiama in causa gli intontiti banditori di un umanesimo integrale concepito nella luce modernizzante emanata dagli errori di rivoluzioni in corsa lungo le piste sanguinarie del delirio e dell'autodistruzione prima di accedere alle disarmate sacrestie.
 Papa Ratzinger prende atto dell'inevitabile fallimento ottenuto dall'umanesimo democristiano, ed indica una via di liberazione dalla avventizia chimera incombente sulla vita politica: l'illusione di aver chiuso vittoriosamente la partita con le ideologie emanate da secolo dei lumi al lumicino.
 La filosofia politica proposta da Benedetto XVI mostra la via difficile che i cattolici devono percorre per non estenuarsi nelle manfrine politicanti al suono dei pifferi di montagna. Il rimanente è il girare vano dei superstiti testimoni della teologia della liberazione intorno alla confusione tra poveri e poveri in spirito.

 Piero Vassallo

sabato 23 novembre 2013

Pochi libri lasciano un segno profondo fra la narrativa odierna (Recensione di Tommaso Romano)

Il crollo della grande capacità di narrare dell’uomo, del mondo e dell’eterno, di indagare ragioni, di abbandonarsi all’immaginazione, di metastorizzare gli eventi, di fornire motivazioni, segni, punti di riflessione.
Certamente il romanzo di Piero Vassallo Un treno nella notte filosofante (Solfanelli, Chieti, 2013) è in totale controtendenza, in positivo stupore l’esito letterario che ci propone, in convincente sintesi l’architettura che regge tutto l’assunto.
Diciamolo subito, il romanzo filosofico di Vassallo non è adatto ai più, sconsigliabile per spiriti belli, ecumenici pacifisti e mistificatori di verità. Come una somma letteraria Vassallo – ormai consapevole della stazione alla grande Opera, dall’alto del notevole lavoro dottrinale, filosofico e di implacabile e acido polemista indomito – sciorina le sue certezze in un mondo che sospetta dominato da un leviatano abile, mellifluo e implacabile, un grande fratello che ci richiama ad Orwell ma anche alla Città del Sole di Tommaso Campanella, che di totalitarismi e controlli ne teorizzava non pochi.
La vicenda si snoda fra l’arresto di un treno che nella notte smette di correre verso una meta definita arenandosi nel neoparadiso delle schiavitù imposte dall’alto, da abili nuovi – vecchi filosofanti appunto, che gnosticamente imperano, imponendo a pochi prescelti le nuove iniziazioni a sfondo sessuale-orgiastico, per “illuminazioni” che conducono al sottosuolo dell’anima.
Un pugno di resistenti prima in modo volontaristico poi prendendo coscienza per una liberazione possibile, si fa guidare dalla determinazione di uno di essi, cosciente fino all’inizio del baratro e dell’inganno.
Vassallo sfodera gli artigli, come sempre sa fare, mostrando una fluente e accattivante affabulazione anche nel rischioso tessuto narrativo, ma appunto non rinunciando alle sue profonde convinzioni etiche, al travaglio metafisico che porta certezze nella trascendenza.
Smaschera gli inganni che trova nella realtà attuale trasfigurando i suoi personaggi, aguzzini e nuovi Rasputin compresi nell’avventura distruttiva del nichilismo senza orizzonti vitali.
Una risposta autorevole, forte, alla morte annunciata del romanzo schiavo adesso del pensiero debole e delle trame mortifere.
Opera di estremo rilievo, pietra miliare per ricomporre un tessuto slabbrato e in piena decadenza, Vassallo ci consegna un romanzo di lunga durata, paradigmatico, capace di suscitare vertigini e meditazioni metafisiche senza sfuggire alle urgenze e alle sfide terribili che la storia ci pone.


Tommaso Romano

venerdì 25 ottobre 2013

Giuseppe Bottai e lo spezzato filo della destra

 In questi giorni Daniela Pasqualini, giovane e brillante pedagogista toscana, ha pubblicato, nella collana "faretra", dell'editore Solfanelli in Chieti, "Giuseppe Bottai e la Carta della scuola", un saggio,  che rievoca fatti e idee che eclissano i giudizi degli storici liberali e conformisti sulla cultura del ventennio fascista.
 Imprigionati e coatti dalle dogmatiche parentesi di Benedetto Croce, gli storici di regime hanno prodotto e imposto l'immagine di un politica ventennale impegnata in una feroce guerra   contro la cultura e la storia italiana. 
 La puntuale revisione della Pasqualini, invece, dimostra che la pedagogia di Bottai, rappresentò il tentativo di costruire un ponte tra il passato e il futuro della patria italiana, coniugando le aspirazione dell'emergente e impaziente proletariato con i diritti inalienabili della tradizione cattolica.
 L'arduo progetto di Bottai, fascista anomalo e geniale, intendeva di stabilire una continuità tra l'Italia del passato e l'Italia delle avanguardie, e perciò fu demonizzato dai seguaci dell'affossatore Croce.
 Il filosofo di Pescasseroli fu un passatista, autore  del battesimo liberale dell'Italia  e promotore dello spaccio di quella filosofia a due, equivoche piste, che è consegnata al saggio "Perché non possiamo non dirci cristiani".
 La predicazione di Croce causerà l'inciampo dell'abbagliata Democrazia cristiana, prima di rovesciarsi nelle disgraziate e scellerate riforme libertine: legalizzazione di pornografia, divorzio e aborto. Conquiste incivili, che hanno infangato la repubblica italiana e spianato il cammino  all'alluvione tossica, sodomitica, gomorrita e thanatofila.
 Sul versante opposto a quello del guru a due teste, Bottai, dopo aver accertato che il liberalismo non aveva funzionato, affermava che le cicliche crisi dell'economia "si potevano risolvere attraverso l'unione di capitale e lavoro, unione che è diretta conseguenza del principio corporativo pienamente applicato".
 Nell'ultimo numero della rivista "Primato", in edicola il 15 luglio del 1943, Bottai, vinta ogni remora, scriveva: "Rivendichiamo una responsabilità storica fondamentale: quella di aver fatto venire alla luce, con il corporativismo, una profonda revisione etico-organizzativa del sistema capitalistico nell'interno degli Stati e nella società internazionale. ... La corporazione, proposta nel 1931 alla Società delle Nazioni come modello di collaborazione tra le classi e le nazioni, era ed è la leva per spingere l'ordine capitalistico verso gli inevitabili nuovi orizzonti, intravisti sia dall'economia che  dall'etica".
 Conforme alla dottrina corporativa, la riforma della scuola ebbe un indirizzo popolare e perciò divenne  l'oggetto di una profonda intesa tra regime fascista e Chiesa cattolica.
 Lo rammenta Pasqualini: "Bottai  intende riportare in primo piano l'educazione scolastica, rispetto a quella politica, e rivalutare la politica della famiglia, intenzione ampiamente condivisa dalla Chiesa".
 Pasqualini sottolinea altresì la profondità dell'analisi compiuta da Bottai della realtà familiare nella società industrializzata e rammenta che le organizzazioni giovanili fasciste, a differenza di quelle fondate dai sovietici e dai nazisti, "erano pensate non per prendere il sopravvento sulla famiglia ma per integrarsi con il lavoro educativo compiuto dalle famiglie operaie nel momento in cui queste fossero impegnate nel lavoro. ... La posizione assunta dal fascismo, infatti, è proprio quella di rafforzare la conoscenza del cattolicesimo attraverso lo studio"".
 Con inusuale audacia, Pasqualini viola la legge che definisce "infrequentabili" gli archivi, il contenuto dei quali smentisce e ridicolizza l'imperiosa dottrina crociana, che rappresentava un'incivile e vuota parentesi incivile della durata di vent'anni.
 La faticosa ricerca compiuta dalla sagace studiosa toscana rivela una notizia, che giustifica la storiografia proibita dai poteri forti e incoraggia la revisione del giudizio formulato dagli intellettuali immobilizzati dal vieto pregiudizio storicistico: "La Carta della scuola è il frutto di numerosi scambi segreti con il Vaticano per tramite del Cardinale Tardini, perché Bottai sa che per riformare in senso gerarchico e sistematico il mondo dell'istruzione è necessario l'appoggio delle istituzioni ecclesiastiche, che storicamente detengono un importante ruolo in campo educativo".
 Inoltre Bottai introdusse nella scuola l'ora di lavoro manuale, allo scopo di far comprendere agli scolari la difficoltà e la nobiltà della fatica finalizzata alla trasformazione delle materie prime e di far sperimentare la simultanea edificazione e nobilitazione del lavoratore.
 La coraggiosa impostazione della riforma scolastica, puntualmente ricostruita da Pasqualini, aiuta a comprendere le ragioni dell'intesa stabilita, nel dopoguerra, da Bottai con il movimento dei cattolici, critici della Dc e insofferenti dell'ideologia liberale infiltrata nella cultura cattolica.  
 I protagonisti dell'opposizione al liberal-progressismo si incontravano nella sede di Civiltà italica, la rivista di  Mons. Roberto Ronca e di Luigi Gedda, nella cui pagine pubblicavano articoli di altri illustri epurati, Camillo Pelizzi, Guido Manacorda, Edmondo Cione e Vanni Teodorani.
 Gli studiosi attivi nella sede di Civiltà italica e in seguito nella rivista di Bottai, Abc, disegnavano le figure di un partito di autentici moderati e di un movimento di convinti post-fascisti, due organizzazioni concordemente indirizzate al futuro in quanto capaci di stabilire un'alleanza patriottica finalizzata a riannodare quel filo della tradizione italiana, che l'errore liberale aveva spezzato.
 Il disegno politico, concepito da Bottai e dai redattori di Civiltà italica e condiviso (nel 1954) da Amintore Fanfani, fallì a causa dell'ostinata e miope opposizione dei nostalgici scalpitanti nel Msi.
 L'improvvido rifiuto degli estremisti Almirante e Rauti avviò  la politica italiana spianò la strada all'anacronismo storicista e laicista. E liquidò il progetto di sostegno alla famiglia, nucleo vitale della società, sostegno concepito e avviato dalla riforma della scuola secondo Bottai

 Il saggio di Pasqualini, pubblicato in una stagione politica segnata dalla perfetta estinzione del partito neofascista e dall'affondamento democristiano nelle acque dell'internazionalismo cravattaro, costituisce un invito alla riapertura dei coraggiosi ragionamenti avviati da Bottai intorno alla politica intitolata alla moderazione, virtù che ha una stretta parentela con la classica prudentia.

Piero Vassallo


martedì 1 ottobre 2013

La storia dell'evo cristiano, tra reale e artificiale

Un intrigante saggio di Tommaso Romano

La storia dell'evo cristiano, tra reale e artificiale

 Qualificato studioso e impavido testimone della tradizione cattolica, il palermitano Tommaso Romano è apprezzato, oltre che per l'eleganza della scrittura, per l'equilibrio delle sue analisi e per l'originalità delle sue proposte.
 La sua più recente fatica, il saggio "La radicale antitesi tra reale e artificiale", pubblicato nel numero 79 (gennaio-agosto 2013) della rivista "Spiritualità e letteratura", ad esempio, solleva contro il pensiero post-moderno obiezioni indenni dalla pretesa, avanzata dai banditori di un ozioso e imparruccato passatismo, "di difendere acriticamente l'intero Ancien Régime" e di nascondere "la mondanizzazione del potere o degli stessi singoli esponenti della Chiesa Cattolica".
 Romano è consapevole che il mondo moderno, il cui inizio era, per astratta convenzione, stabilito nel giorno della scoperta dell'America, è finito nel 1989, sotto le macerie del muro di Berlino.
 Di conseguenza Romano afferma la necessità di riconoscere la svolta epocale e di aggiornare il giudizio sul mondo moderno, che si è intanto ridotto alle ultime e crepuscolari suggestioni, che trasmettono cascami e frattaglie delle ideologie ai fautori della depressione relativista, che colora di grigio l'età contemporanea.
 Dissolta la minaccia delle rivoluzioni concentrazionarie, nel nuovo orizzonte si profila la minaccia delle utopie negative, "miti senza relazione, incapacitanti simboli posti a rappresentare l'astratto e l'irreale, elaborazioni umane con pretesa di assolutezza, filosofica e antropologica, che hanno generato (e non certo soltanto dalla fine del Medio Evo) irreali sogni di potenza, domini antiumani, autoritarismi senza fondamento nell'autorità legittima, anarchia teorica e nichilismo pratico, ateismo diffuso, relativismo, indifferenza".
 Ora non è pensabile affrontare l'emergenza causata dalle utopie negative e dal loro codazzo di sciagure senza un progetto indirizzato a rinnovare le regole dell'indagine sulle cause profonde dell'eversione. 
 Romano, pertanto, propone, quale chiave di la lettura della storia inclinata alla catastrofe post-moderna, un detto del cristiano libertario Valerio Pignatta - "Il Cristianesimo di Gesù non ha niente a che vedere con il cristianesimo della chiesa".
 Secondo Romano la tendenza libertaria a interpretare il Vangelo secondo i personali desideri, inclinazione già presente quando Cristo era nel mondo, "è un fiume carsico che in nome della purezza evangelica, ha rifiutato costantemente il concetto stesso di tradizione, sacralità, autorità, obbedienza e di gerarchia, promuovendo una lunga incubazione che ha prodotto tanto le piccole chiese e comunità religiose medievali, quanto taluni sintomi che hanno poi generato ai grandi scismi della Chiesa Cattolica, a cominciare dall'Ortodossia dopo il primo millennio e con l'affermarsi dei profeti dell'utopia del mondo nuovo e i loro predicatori sempre però connotati dallo spirito rivoluzionario, a volte con caratteristiche spiccatamente politiche, non sempre di matrice gnostica, anche se l'approdo alla logica di capovolgimento della realtà naturale è stato, comunque, convergente".
 Gli storici delle eresia e i compilatori dei tossici effetti dell'errore, pertanto, non devono limitarsi all'elenco delle contaminazioni pagane, che, lo ha dimostrato un discepolo di San Policarpo, Sant'Ireneo da Lione (130-202 d. C.), hanno ispirato i banditori dello gnosticismo, ma indagare seriamente le fantasie ispirate da una lettura ribellistica e anarcoide del Vangelo.
 Quale esempio di interpretazione erronea della Sacra Scrittura, Romano cita due testi di Tertulliano, il De corona e il De idolatria, nei quali si afferma (in aperto contrasto con la sentenza paolina, Non est potestas nisi a Deo) che le leggi civili "sono esclusiva opera degli uomini e che nessun fondamento ha il diritto divino invocato dai governanti".
 E' evidente che, a differenza della suggestione gnostica, il libertarismo, circolante in ambienti clericali antichi e moderni, non ha origine dal pensiero pagano ma dalla incontrollata fantasia dei fedeli. 
 Di qui la puntuale analisi degli errori generati dalla superficialità clericale e l'impietosa denuncia dell'alluvione progressista, che ha avvelenato la stagione del post-concilio.
 La lettura del testo di Romano costringe a riflettere sulla fragilità dei giudizi improvvisati dai fedeli, dai sacerdoti e dai teologi che desiderano piacere al mondo piuttosto che obbedire allo Spirito Santo.
 A conferma della fragilità degli uomini di Chiesa, Paolo Pasqualucci ha rammentato che sono state giudicate eretiche e ritrattate perfino le opinioni personali di alcuni pontefici romani.
 La resistenza all'errore post-moderno, di conseguenza, deve conoscere e contrastare, insieme con le ricorrenti suggestioni gnostiche, anche i cedimenti  autarchici dei pensatori cattolici, laici (ad esempio Jacques Maritain) e clericali (ad esempio Karl Rahner).
 Senza una tale estensione dello sguardo critico il contrasto cattolico all'errore post-moderno arretrerebbe sulle linee di un trionfalismo senza altro fondamento che l'attribuzione dell'infallibilità alla chiacchiera dei teologi di giornata.  


 Piero Vassallo

venerdì 5 luglio 2013

La nascosta nobiltà dei ribelli romantici

 Di professione critico cinematografico, di vocazione raffinato romanziere e sagace esploratore di storie dimenticate e/o censurate, l'imperiese Enzo Natta appartiene all'aristocrazia degli studiosi sgraditi ai severi vigilanti sulla addomesticata memoria storica.
 Nel libro "Ombre sul sole", pubblicato dalla casa editrice Tabula Fati, attiva nella irriducibile Chieti dei Solfanelli, Natta propone tre profili di personaggi in disordine sfacciato davanti all'intoccabile  vulgata: Giuseppe Bottai, Folco Lulli e Frédéric Rossif.
 Bottai, geniale magister nella Normale di Pisa, autore di una riforma scolastica che allontanò l'ombra del neo idealismo dalla scuola italiana, fondatore e animatore delle ruggenti riviste Primato e Abc, ultimamente pensatore del quale la destra italiana fu orfana disgraziata, fino all'allestimento della comica finale a Montecarlo e il successivo rovescio nel Nulla.
 Co-redattore dell'ordine del giorno di Dino Grandi, che nella notte fra il 24 e il 25 luglio del 1943, provocò la caduta del regime fascista  e condannato a morte dal tribunale speciale di Verona nel gennaio del 1944, Bottai sfuggì alla polizia tedesca grazie all'accoglienza in istituti religiosi romani, allertati tempestivamente dal cardinale Giuseppe Pizzardo e da monsignor Giovanni Battista Montini.
 Con la divisa della Legione straniera, indossata per sfuggire al proprio passato, Bottai, ex ardito nella Grande Guerra, ex colonnello dell'esercito combattente contro la Grecia, nel 1944 fu protagonista di una singolare impresa di guerra in Provenza. 
 Natta ricostruisce la censurata avventura dell'ex gerarca: "Bottai si arruolò nella Legione a Sidi bel-Abès, in Algeria. Aveva quarantanove anni, già troppi per la Legione. Ne dichiarò quarantaquattro e il furiere commentò: Come d'abitudine ci si ringiovanisce".
 Bottai fu arruolato con il nome di Andrea Battaglia e assegnato alle mitragliatrici piazzate su una rischiosa vettura da ricognizione. I legionari, visto che il nuovo commilitone, teneva nello zaino tre libri lo soprannominato le professeur.
 Nel settembre del 1944 il legionario/professeur Andrea Battaglia partecipò allo sbarco dei francesi in Provenza. I demotivati territoriali tedeschi opposero una debole resistenza. Di conseguenza l'Alto Comando francese decise di agire in profondità mediante incursioni delle veloci pattuglie motorizzate. L'incarico esplorativo fu affidato a un commando di quaranta legionari. Il sedicente Battaglia faceva parte del gruppo.
 Il comandante della missione, incerto sul da fare, consultò Battaglia, che gli suggerì una efficace tattica. In esecuzione della tattica dettata dal professuer "il commando avanza senza difficoltà, penetrando sempre più in profondità nel cuore del territorio occupato dal nemico e liberando un paese dopo l'altro".
 Se non che lo straordinario successo ottenuto da quaranta legionari istruiti da un ex gerarca fascista turbò l'Alto Comando francese. Di conseguenza fu emanato l'ordine di di cessare l'avanzata legionaria. Bottai allora suggerì di continuare l'avanzata e di fingere la mancata recezione degli ordini lanciati dalla radio del Comando.
 Imposto da gelosia, superbia e orgoglio frustrato, il segreto sul successo dei legionari fu rotto da un commilitone di Bottai che si confessò a Frédéric Rossif e attraverso lui a Enzo Natta.

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 Prima di diventare attore famoso, eroe contro fu anche il fiorentino Folco Lulli. Reduce dalla guerra d'Etiopia e deluso dall'inefficienza dell'esercito italiano, dopo l'otto settembre del 1943 si arruolò, a dispetto della sua contraria fede politica, in una formazione partigiana costituita da monarchici.
 Lulli fu amico di Enzo Natta, il quale raccolse le sue straordinarie memorie. Esemplare la sua fuga da un campo di concentramento tedesco, un episodio rievocato dal suo biografo: "A ridosso delle prime linee, il campo di lavoro in cui si trovava Folco Lulli avvertiva sempre più vicina la presenza dei russi. Fu così che nella notte del Natale del 1944, approfittando del momentaneo calo di sorveglianza il futuro attore riuscì ad eclissarsi assieme a un centinaio di compagni di sventura e a dirigersi verso le linee sovietiche. Affondando nella neve, con un vento gelido che tagliava la faccia, Folco Lullipercorse chilometri e chilometri portando sulle spalle un compagno di prigionia che aveva perso i sensi".
 Raggiunta la linea sovietica Lulli riuscì a convincere gli ufficiali dell'Armata rossa che lo arruolarono insieme con gli altri prigionieri italiani, che, per salvarsi, avevano inventato una conveniente adesione all'ideologia comunista. La bravura di Lulli fu tale che alla fine della guerra fu congedato con il grado di generale dell'Armata rossa.

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 Fréderic Russif, nipote della Regina Elena, la moglie di Vittorio Emanuele III, fu combattente nella Legione straniera prima che raffinato regista cinematografico e televisivo.
 Enzo Natta lo conobbe nella primavere del 1987, durante le riprese di un documentario girato per conto della Rai e dell'Istituto Luce e dedicato al pittore bolognese Giorgio Morandi: "Le cose con il documentario su Morandi andavano per le lunghe e fu allora che per riempire tempi vuoti feci una luna lunga intervista a Rossif".
 Natta conobbe in quella occasione una vicenda segreta della seconda guerra mondiale: l'azione di un commando legionario (del quale faceva parte Russif) che spianò la strada agli alleati neutralizzando il treno sul quale i tedeschi avevano impiantato un micidiale cannone. L'impresa  straordinaria sventò il piano tedesco inteso alla cattura di Pio XII, ma non fu registrata dagli storici.

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 Le complessa storia della seconda guerra mondiale è in qualche misura oscurata dalla censura dei vincitori e dalle interpretazioni degli storici conformisti. Le vicende svelate dall'ironico revisionismo di Enzo Natta attraverso un viaggio nei paradossi delle scelte di campo, costituiscono un opportuno incentivo e un interessante contributo alla curiosità dei lettori refrattari alla storiogafia contemplante una sola indefettibile risma di credenti, di eroi, di buoni, di vincitori e di onesti.


Piero Vassallo