domenica 23 aprile 2017

La Marina italiana nella II guerra mondiale - La rivalutazione di uno storico nordamericano (di Paolo Pasqualucci)

Sommario: 1. Nota previa: La necessità di un sano spirito militare per rinascere. 2. Render giustizia al valore e allo spirito di sacrificio dimostrati dalla Marina e dall’Areonautica italiane nella II guerra mondiale. 3. La superiorità tecnologica britannica. 4. Il ruolo fondamentale di Ultra. 4.1 Il disastro di Matapan non fu causato da tradimento ma dal mancato addestramento al combattimento notturno e dagli errori di comando. 5. La battaglia dei convogli fu un successo per la marina italiana, che alimentò tenacemente sino alla fine la campagna in Nord-Africa. 6. Non siamo stati delle comparse buone solo ad arrendersi.


1. Nota previa: La necessità di un sano spirito militare per rinascere. Di questi tempi la storia delle guerre e degli eserciti non sembra molto popolare, pur avendo sempre i suoi cultori e tutto un vasto mondo di riviste, libri, siti internet che la mantiene in vita. Non lo è, soprattutto a causa della mentalità pacifista ad oltranza dominante in Occidente. In apparenza, per nobili ragioni: il ripudio dell’uso della forza, la condanna morale della guerra in quanto tale, con il giusto accento di sdegno per le carneficine delle due ultime guerre mondiali. In realtà, credo che al fondo di questo atteggiamento ci siano presso i più motivi meno nobili, dovuti al sempre più diffuso edonismo quale unico valore ammesso per l’ego smisurato di ciascuno di noi; cosa, questa, che mostra di per sé la perdita dell’amor di Patria, del senso dello Stato, del dovere, sentimenti sommersi da quell’ossessione che erroneamente esige, quale compito supremo della società e dello Stato, l’attuazione del supposto diritto di tutti alla ricerca della loro personale felicità, comunque concepita. In breve: l’attuale assenza di un sano e consapevole spirito militare sembra più il prodotto della decadenza morale dell’Occidente che della fede ardente in nobili e altruistici ideali.
Infatti, lo spirito militare (da non confondersi con il militarismo, che ne è una versione estrema, squilibrata) presuppone l’esistenza di determinate virtù, che non sono solo militari ma anche civili: a cominciare per l’appunto dal senso del dovere, dell’onore, della lealtà, dello Stato; dall’amor di Patria, dallo spirito di sacrificio, dal coraggio. Per iniziare a risolvere la crisi, innanzitutto morale, che ci affligge, queste virtù non dovrebbero esser di nuovo coltivate dai nostri popoli?
Tuttavia, se non c’è più l’idea di una Patria comune da difendere, come fa ad esserci lo spirito militare? Se si crede manchi il bene per cui si deve combattere, il dovere di impugnare le armi scade a routine senz’anima di richiamati o coscritti o a mestiere per disoccupati o avventurieri. Esiste naturalmente da sempre lo spirito militare dei soldati professionisti ma in senso più ristretto, come spirito di corpo, nutrito dall’esperienza acquisita nell’addestramento e nel combattimento, valore intrinseco all’attività che si svolge, senza nessun collegamento con il valore più alto (la difesa della terra, della casa, della Patria, dei suoi confini) che richiede la presenza di uno “spirito militare” anche nel semplice cittadino. Chiamato, appunto, come si diceva una volta, quando esisteva la leva obbligatoria, a servire la Patria in armi, sino al punto da mettere in gioco la sua vita per essa1.
L’oscuramento dell’ideale della Patria comune, valore fondamentale della vita civile e realtà che si ha il dovere di difendere, non è solo italiano. Esso ha cause multiformi, che sarebbe troppo lungo indagare qui. Mi limito per il momento a ricordare che esso è in primo luogo il frutto di pulsioni ideologiche provenienti sia dalla sinistra socialista, libertaria e marxista; sia dal democraticismo di stampo “liberal”, uniti nella loro avversione verso lo Stato unitario, l’idea di nazione, la famiglia e la morale tradizionali, la religione cristiana. Queste ideologie, alle quali si è unito il cattolicesimo “progressista”, largamente rappresentato oggi anche nel clero, martellate implacabilmente nella cultura di massa dal 1945 ad oggi, hanno provocato una vera e propria “snazionalizzazione delle masse”, per parafrasare al contrario il titolo di una celebre opera sulle origini del nazionalismo tedesco di George L. Mosse, illustre storico delle idee. Pertanto, tale oscuramento coinvolge oltre all’idea di Stato e di nazione, anche quella di popolo e persino di società, intesa quest’ultima ormai come qualcosa di mobile e indefinito, dominato dall’atomismo del cosiddetto “villaggio globale” e dal fluttuare alienante e distruttivo del “mercato globale” (non più una società bensì una dissociété su scala mondiale, secondo l’acuta definizione del filosofo cattolico belga Marcel De Corte).
Le f o r m e nelle quali si presenta nel modo più evidente la dissoluzione attuale degli Stati nazionali, con le loro rispettive società, sono soprattutto d u e : il sovrapporsi oppressivo e corruttore di entità sovranazionali, quali ad esempio l’ONU, l’OMS e l’Unione Europea, e il contemporaneo insinuarsi di una pluralità di entità regionali, che tendono a porsi sempre più come piccoli Stati, giustificandosi da un lato con il mito della "nazionalità spontanea”, che lo Stato centrale dovrebbe limitarsi a riconoscere, tutelandone però le esigenze economiche e di assistenza ritenute necessarie, provvedendo cioè senza fiatare con i cordoni della borsa; dall’altro, con il sofisma secondo il quale organizzazioni superstatali quali L’Unione Europea, supposte irreversibili, ammetterebbero al loro interno solo un sistema di regioni organizzate come Stati in sedicesimo, territorialmente poco estesi ma dotati di larga autonomia, ancorché formalmente vincolati alle norme emanate a Bruxelles.
In questa sconnessione istituzionale si inserisce il disordine sempre più accentuato provocato dalla “migrazione” afroasiatica e musulmana, che da qualche anno ha assunto i caratteri di una vera e propria invasione, incontrollata e sempre più minacciosa, nello stesso tempo subìta ed incoraggiata. I popoli europei, compreso il nostro, afflitti dalla denatalità causata dal loro edonistico, anarcoide e libertino stile di vita, sono oppressi sempre più da un’istituzione centrale (l’Unione Europea), la cui classe dirigente, ispirata ai dogmi del politicamente corretto più radicale, non è affatto patriottica: non si sente né europea né nazionale bensì sovranazionale, cosmopolita ed è strettamente legata alla finanza internazionale. Essa non solo accetta ma incoraggia l’immigrazione massiccia che minaccia di tutto travolgere – non per nulla, l’inquietante conte Richard Coudenhove Kalergi, l’austro-nipponico visionario teorico dell’Europa meticcia e multiculturale, non più cristiana né bianca, troneggia nel Pantheon degli oracoli cui si prostrano i leaders dell’Unione. Ora, se vogliono sopravvivere, questi popoli non dovrebbero, per cominciare ad opporsi a tutto questo, ritrovare in se stessi innanzitutto il giusto “spirito militare”? Senza di esso, come prepararsi spiritualmente ai gravi conflitti che purtroppo li attendono, di tipo convenzionale o meno, “simmetrici” od “asimmetrici” che siano; causati, bisogna pur dirlo sin d’ora, dall’inettitudine e dalle idee perverse ed irresponsabili delle loro attuali classi dirigenti, sia civili che ecclesiastiche? Bisogna, pertanto, ritrovare quelle virtù senza le quali non è possibile battersi per alcun ideale né possedere il giusto slancio nella lotta.
Gli attuali governanti turchi, sempre più imbaldanziti dalla presenza di numerose, chiuse, compatte e aggressive comunità turche nel nostro territorio, imbevuti da sempre di quell’ideologia loro che si chiama “turanismo”, postulante un impero di tutti i popoli “turanici”, dalle steppe mongole all’Asia centrale, ai Balcani, al Medio Oriente, al cuore dell’Europa; costoro hanno cominciato di recente ad apostrofarci come un tempo i sultani del loro defunto impero, minacciandoci di guerre di religione, gridando che le nostre città “diventeranno tante Aleppo”. I nostri governanti e il clero cattolico, a cominciare dal regnante Pontefice, hanno forse preso nota?


* * *

Ma torniamo all’Italia. Riacquistare il giusto ed indispensabile “spirito militare”, per noi italiani sembrerebbe particolarmente difficile, dato che su di noi si vuol sempre far pesare la disfatta del 1943: non tanto il fatto in sé della sconfitta nella tremenda Guerra Mondiale, quanto il modo nel quale è avvenuta, con il collasso repentino di un esercito molto logorato, è vero, perché ampiamente depauperato in uomini e mezzi, dopo tre anni e tre mesi di durissima e infelice guerra contro le maggiori potenze mondiali, ma ancora in grado di battersi in chiave difensiva e comunque in modo da salvare la cosa più importante, l’onore, se i suoi capi l’avessero voluto guidare, parlando alla Nazione, affrontando i tedeschi, invece di perdere la testa all’annuncio non preannunciato dell’Armistizio (peraltro firmato in segreto da 5 giorni) e fuggire nel tacco non ancora occupato d’Italia, abbandonando senz’ordini i soldati al fulmineo e brutale attacco tedesco, militarmente inevitabile e pianificato sin dalla caduta di Mussolini, anteriore di quarantacinque giorni. Furono la negligenza, la superficialità, la viltà dei capi a rovinare la reputazione dell’intera nazione2.
Ora, come rinascere militarmente senza spirito militare, e quindi senza quelle virtù militar-civili sopra richiamate, che ne costituiscono i presupposti? Eppure quelle virtù, durante i tre anni della II Guerra Mondiale, il soldato italiano le aveva pur dimostrate, in molte occasioni. E dopo la tragica resa incondizionata del 1943, pur ci furono migliaia di giovani e meno giovani, da una parte e dall’altra, che andarono a combattere, in circostanze estremamente difficili, per difendere la Patria e vendicare l’onore dell’Italia. Minoranze, certo, che tuttavia fecero vedere come le virtù a fondamento del necessario spirito militare non fossero estinte. E finché vi sono anche pochi uomini che combattono per la Patria e il suo onore, possiamo dire che la Patria sia morta? Così poteva sembrare, nei giorni drammatici del caos umiliante seguito alla nostra resa incondizionata. Ma così non fu, se è vero che il durissimo Trattato di Pace del 1947, impostoci quali nemici da punire severamente come se la nostra cobelligeranza non ci fosse mai stata (evidentemente, nonostante la “cobelligeranza”, eravamo rimasti sempre nemici integrali e le ripetute promesse di mitigare le clausole della resa se ci fossimo “comportati bene” militarmente, nient’altro furono che una crudele presa in giro); quell’infame Diktat, come fu chiamato, atto finale di una serie impressionante di umiliazioni, ed umiliante esso stesso in certe sue clausole (artt. 15 e 16), provocò un’ondata di sdegno in tutto il Paese, anche tra le classi più umili. E quello sdegno, da cosa era provocato se non dal patriottismo? Del resto, già l’armistizio era stato sentito come una grande vergogna nazionale da praticamente tutta la popolazione3.
* * *

Mancava, dunque, un’opera che, ristabilendo la verità storica, dimostrasse come quelle virtù civili e militari, delle quali non si ritene capace il popolo italiano, furono esercitate durante la II Guerra Mondiale, in particolare dagli uomini della Regia Marina (e della Regia Aeronautica) che affrontarono per tre lunghi anni l’impari confronto con la Royal Navy britannica, all’epoca ancora considerata la migliore del mondo, e la non meno formidabile Royal Air Force.
Nel settembre del 2014 l’editore Feltrinelli ha pubblicato l’ampio studio di uno storico militare statunitense, il prof. James J. Sadkovich, dedicato alla Regia Marina nella II guerra mondiale, apparso in lingua originale nel 1994. Si tratta della riedizione integrale di una traduzione pubblicata per la prima volta nel 2006 dalla Libreria Editrice Goriziana, nella sua collana “Le Guerre”, una delle migliori sul tema, in Italia. L’impegnativa monografia dello studioso americano ha destato notevole interesse in Italia e questo spiega, credo, perché sia stata da poco ripubblicata da un editore a vasta tiratura come Feltrinelli, in genere poco propenso, per impostazione ideologica, a rivalutare temi quali il patriottismo, lo spirito di dedizione e sacrificio dei militari, il prestigio delle loro istituzioni4.
Ma anche un editore di sinistra come Feltrinelli si sarà reso conto, credo, che l’opinione negativa che si ha di noi all’estero (quello di essere un popolo vile, che non si batte, pronto a tradire le alleanze), prescinde dall’esser giuste o meno, “democratiche” o “fasciste” le cause per le quali si trova a combattere. Buone o cattive che siano le cause, l’italiano scappa sempre, ci gridano dietro. Ristabilire la verità storica sulla nostra infelice partecipazione alla II g.m. non significa giustificare l’errore gravissimo di esserci entrati e per di più in quel modo malaccorto, con l’idea (o la speranza) di combattere una “guerra breve”, quasi di facciata, avendo Hitler già vinto senza di noi (si pensava), non solo per ottenere qualche beneficio dal vincitore (all’epoca alleato di Stalin) ma anche per salvarsi dalla sua ira. Significa render a ciascuno il suo, render il giusto riconoscimento al valore e allo spirito di sacrificio degli equipaggi e dei quadri immolatisi nell’adempimento del loro dovere in una guerra sbagliata e contro un nemico molto più forte5.

2. Render giustizia al valore e allo spirito di sacrificio dimostrati dalla Marina e dall’Areonautica italiane Il libro vuol rendere, dunque, giustizia ai marinai italiani che si batterono per più di tre anni in condizioni di notevole inferiorità materiale e “tecnologica” praticamente costante contro un nemico del calibro della Royal Navy, sfatando lo stereotipo negativo che è stato loro applicato dalla fine della guerra ad oggi, praticamente da quasi tutta la saggistica e storiografia navale, in particolare da quelle anglosassoni e tedesche6.
L’Autore ha dovuto analizzare anche l’attività della Regia Aeronautica (scorta convogli, attacchi alla flotta nemica, cooperazione con la Regia Marina, campagne aeree su Malta, ripetute battaglie aeree con la RAF). Nella storiografia e memorialistica anglosassone tale apporto viene in genere liquidato come irrilevante e nei soliti termini sprezzanti. Incrociando accuratamente le fonti inglesi, tedesche e italiane l’Autore dimostra, invece, che tale apporto non fu affatto irrilevante e che la nostra Aereonautica militare, non solo assieme ai tedeschi ma anche da sola, seppe dare filo da torcere ai britannici, sia su Malta sia nei combattimenti aereonavali. Anch’essa pagò lo scotto, oltre che alla scarsità di materie prime e di benzina, alla produzione industriale insufficiente e per certi aspetti mal organizzata, basti pensare ai troppi tipi di aerei da caccia. Pesavano certe sbagliate scelte anteguerra: il non aver sviluppato per tempo la specialità degli aerosiluranti (che poi furono sempre troppo pochi, anche se qualche buon colpo lo misero a segno) e il bombardamento in picchiata sulle navi, optando per quello in quota, poco efficace (nonostante gli spaventi che procurava agli inglesi) dato il numero limitato di aerei che in genere lo attuava e l’esiguità del loro carico di bombe. Grave fu il mancato sviluppo di un aereo da caccia notturno7.

“I piloti britannici, che pure avevano cominciato a colpire duramente la navi dell’Asse [dalla metà del 1941], non riuscivano ad avere ragione della Regia Aeronautica. Il 19 agosto, uno scontro fra dodici Hurricane e una decina di Mc.200 si concluse con un pareggio; la notte del 21, i britannici mancarono la distruzione di un convoglio. Cinque giorni più tardi, un Blenheim [caccia-bombardiere leggero, bimotore] fu abbattuto durante l’attacco a una nave; nella mischia in cui furono coinvolti dieci Hurricane e quindici Macchi, ambo le parti persero un velivolo. La settimana seguente, un Cr. 42 abbatté un Wellington [bombardiere leggero, bimotore] al largo di Lampedusa, cinque Swordfish [aerosiluranti] affondarono l’Egadi e un gruppo di Wellington affondò il Riva ormeggiato nel porto di Tripoli [due piroscafi da carico]. Nel complesso, nonostante gli straordinari vantaggi procurati da Ultra e dall’ASV [radar Air to Surface Vessels, radar aria-superficie montati da qualche tempo su parte degli aerei inglesi] gli apparecchi britannici ottennero successi sporadici; il nuovo Hurricane II non valse a spostare l’ago della bilancia nell’aria, dove la Regia Aeronautica, senza l’appoggio della Luftwaffe, aveva costretto la RAF all’impasse. I britannici avevano rispetto sia della Regia Marina che della Regia Aeronautica: ciò fu palese sul finire di luglio in occasione dell’operazione “Substance” quando essi predisposero una nutrita scorta per condurre a Malta sette navi da carico”8. La “nutrita scorta” comprendeva due corazzate, una portaerei, sei incrociatori e circa venti cacciatorpediniere. La marina italiana si mise in allerta ma la ricognizione aerea italiana riuscì a trovare la formazione inglese troppo tardi per far uscire la nostra flotta da battaglia da Taranto in tempo utile ad agganciarla. La formazione britannica fu ripetutamente attaccata dalla Regia Aeronautica e dai nostri MAS, fu affondato un cacciatorpediniere, il Fearless, danneggiati un incrociatore leggero, un altro cacciatorpediniere, un piroscafo armato e una cisterna. Non certo un gran bottino ma nei numerosi duelli aerei la nostra aviazione tenne botta con quella britannica. Secondo l’Autore, gli inglesi gonfiarono alquanto le perdite da loro inflitte agli aerei italiani (di norma, tutti i contendenti raddoppiavano le cifre delle perdite inflitte).
L’Autore conclude che, all’epoca, i britannici avevano un salutare rispetto per gli italiani, tant’è vero che “gran parte dei convogli [che rifornivano Malta] erano formati da navi da guerra [isolate] che facevano puntate rapidissime nell’isola, oppure bordeggiavano la costa africana battendo bandiera francese [la Francia di Vichy era neutrale]”9. C’era assai poco di “nelsoniano” in questo modo di combattere, ma tant’è: necessità fa virtù. La realtà era che, “di fatto, la Marina e l’Aeronautica italiane avevano chiuso il Mediterraneo al traffico regolare, mantenendo le proprie vie di comunicazione con il Nordafrica. E non si trattò di un successo da poco”10.
Il lavoro del prof. Sadkovich si segnala per la vastità e l’analicità della documentazione e il rigore con il quale è condotta l’argomentazione, sempre equilibrata nonostante il tono fortemente critico nei confronti della storiografia che va per la maggiore.

“Non è mia intenzione sostenere che la Regia Marina “vinse” la guerra, né che fosse in grado di competere su un piede di parità con i britannici, tutt’altro. Vorrei che il lettore capisse la situazione sfavorevole in cui combatté la Marina italiana, a fronte degli enormi vantaggi di cui godettero i britannici, favoriti in modo cruciale dal possesso del radar e dalla capacità di “leggere” le comunicazioni tedesche e italiane in codice “Enigma” [mediante il sistema di decrittazione Ultra]. Vorre che al lettore fosse chiaro che la decisione di non costruire portaerei fu sintomatica non solo dell’approccio strategico italiano al Mediterraneo, ma anche di un’economia debole e di una eccessiva fiducia nel potenziale della flotta aerea, a cui si assommarono irragionevoli aspettative rispetto alle capacità dell’Aeronautica italiana. È infine essenziale che il lettore abbia presenti le differenti entità della flotta italiana e di quella britannica, lo stato ancora embrionale delle strutture dell’Italia e la sua esigua base di risorse; solo così è possibile capire i gravi svantaggi patiti dall’Italia, che in termini qualitativi e quantitativi non ebbe mai dai tedeschi il sostegno materiale che invece i britannici ricevettero dagli americani, dal Commonwealth e dall’Impero.
In altri termini, vorrei che il lettore comprendesse la debolezza dell’Italia, senza però credere che tale debolezza debba tradursi in eccessiva prudenza o in semplice codardia. Mi auguro, invece, di dimostrare che gli italiani si comportarono bene malgrado gli svantaggi, e che furono in primo luogo loro a bloccare per trentanove lunghi mesi [durata della nostra guerra, come Stato indipendente: 10 giugno 1940-8 settembre 1943] il grosso della forze britanniche nel bacino del Mediterraneo. In questo libro cercherò di sfatare alcuni miti circa il ruolo di Malta, l’apporto dei tedeschi e la prestazione dell’Aeronautica e della Marina italiane. A questo scopo sarà necessario concentrarsi sui dettagli più di quanto qualcuno potrebbe ritenere auspicabile, dal momento che buona parte di questa trattazione va contro corrente rispetto alla Tradizione – che J.S. Mill riteneva il più granitico dei pregiudizi. Perciò io mi soffermo alquanto sulle operazioni aeree nel cielo di Malta, anche se si tratta di un argomento tedioso per tutti, a parte gli appassionati di aviazione, e che si basa su alcune opere secondarie. Inoltre, tratto nel dettaglio la questione del rifornimento dell’Africa, dal momento che ad informare la nostra conoscenza della logistica dell’Asse nel Mediterraneo è stato il punto di vista tedesco – in particolare quello capzioso di Rommel – e dal momento che i successi della Marina italiana nelle operazioni di approvigionamento dell’Africa costrinsero i britannici a impegnare la pressoché totalità delle loro risorse nello scacchiere mediterraneo per gran parte della guerra.
Dunque, questa non è una storia di battaglie né una storia esaustiva della Regia Marina nella guerra; si tratta piuttosto di un resoconto interpretativo delle operazioni navali che spero possa offrire al lettore un nuovo punto di vista…”11.

3. La superiorità tecnologica britannica Uno studioso americano di origine croata si è dunque proposto il compito di difendere la reputazione e l’onore della Regia Marina durante l’ultima guerra, in nome della verità storica. E sicuramente c’è riuscito, dimostrando, con la sua minuziosa analisi, quali erano le vere condizioni nelle quali la nostra marina ha dovuto combattere e come essa sia riuscita a portare a termine, sino alla fine, il suo compito strategico fondamentale che era quello di tenere sempre aperte le vie di comunicazione con la costa africana e il Mediterraneo orientale, dimostrando tenacia e spirito combattivo sino alla fine della Campagna d’Africa12.
A scanso di equivoci va ribadito che l’Autore effettivamente non tenta di alterare il senso dei fatti storici né di attenuare le giuste critiche alle manchevolezze e agli errori che afflissero la nostra marina da guerra (e non solo la marina) nell’ultimo conflitto mondiale, carenze e magagne che certamente contribuirono alla nostra sconfitta. Egli vuole tuttavia situare le cose nel loro giusto contesto, con il reagire a quello che considera uno stereotipo caratteristico di certa predominante saggistica e storiografia anglossassone e tedesca, la tesi cioè della superiorità morale e di carattere nei confronti dell’avversario quale spiegazione fondamentale, e per molti unica, del successo nei suoi confronti. Questi fattori sono essenziali e in certi casi la vittoria dipende indubbiamente solamente da essi. Non è però questo il caso delle vicende della Regia Marina nel secondo conflitto mondiale. La tesi dell’Autore – documentatissima, come si è detto – è che il predominio inglese non fu mai assoluto né continuo; anzi i britannici dovettero subire la nostra supremazia per tutta la prima metà del 1942. In ogni caso non dovemmo mai sospendere le rotte praticamente giornaliere per l’Africa e il Mediterraneo orientale (solo per un tre giorni dopo la distruzione del convoglio Duisburg). I britannici prevalevano soprattutto nell’incolmabile superiorità tecnologica nei nostri confronti. Ciò va detto senza nulla togliere alle loro riconosciute qualità di esperti e agguerriti uomini di mare e alla loro migliore organizzazione13.
Questa superiorità si basava su due fattori essenziali. Il primo costituito dalla capacità di penetrare i nostri codici e quelli dei tedeschi con il complesso e geniale sistema di decrittazione noto come Ultra; il secondo, dal possesso del radar, a noi precluso anche per colpa dei nostri ammiragli che, prima della guerra, avrebbero avuto la possibilità di utilizzare e sviluppare un ottimo brevetto italiano in materia, e non lo fecero, per poi declinare l’offerta di un prototipo da parte dei tedeschi poco prima della guerra. L’Autore documenta come si sia verificato più volte questo schema a nostro danno: Ultra decrittava regolarmente, in tempi più o meno lunghi ma spesso brevi, i messaggi tra Roma e i vari comandi, anche tedeschi; i messaggi fornivano molti dati se non tutti di un convoglio in partenza per la Libia, poniamo da Napoli: giorno, rotta, carico etc. Navi e/o sottomarini e/o aerosiluranti si appostavano lungo la rotta e colpivano a freddo. Spesso le unità partivano da Malta. I convogli italiani (a est e a ovest di Malta) dovevano passare una notte in mare. L’attacco avveniva quasi sempre di notte. Le navi di superficie, munite di radar e guidate sovente da un aereo munito di radar, non sempre trovavano il convoglio, ma quando ci riuscivano in piena notte andavano a colpo sicuro, facendo una specie di tiro al bersaglio, breve e preciso, per poi dileguarsi. Era una tattica corsara, nota l’Autore, alla “colpisci e fuggi”, resa possibile dalla superiore tecnologica impiegata. Ricordava i colpi di mano dei Drake e degli Hawkins, famosi pirati e comandanti della marina elisabettiana, assai più che la tattica “nelsoniana”, non insensibile ai colpi di mano, ma consistente, per definizione, nella ricerca della flotta nemica per distruggerla in combattimento aperto e acquisire in tal modo il dominio completo del mare14.
È vero che gli inglesi, dopo le gravi manchevolezze dimostrate in questo campo durante la I Guerra Mondiale, avevano intensamente addestrato tutta la loro flotta al combattimento notturno mentre noi, colpevolmente, non lo avevamo fatto. Ma il pedaggio pagato per questo grave errore non sarebbe stato così salato, senza Ultra e il radar. Scontavamo, inoltre, la mancanza di aerei da caccia notturni, cosa che, durante la notte, rendeva i convogli per la Libia privi di copertura aerea, pertanto indifesi contro gli attacchi notturni degli aerosiluranti nemici, muniti di radar. Inoltre, le nostre unità di scorta non avevano il sonar, apparecchiatura fondamentale per individuare i sottomarini, in possesso invece dei britannici. Inoltre, avendo la marina (nel 1925 e oltre) respinto l’idea della portaerei (proposta da Mussolini) non era poi nemmeno riuscita ad avere una sua aviazione né a sviluppare un decente coordinamento con la Regia Areonautica, anche per colpa di un certo egoismo di quest’ultima. Infine, gravava sul comandante in mare l’ordine di Supermarina (lo Stato Maggiore della marina) che voleva sempre dirigere i combattimenti della flotta da Roma. Ciò rendeva quasi nulla l’autonomia dei comandanti in azione, con pesanti conseguenze sul piano operativo. Su queste nostre debolezze istituzionali la superiorità tecnologica del nemico costituiva il carico da undici. E non va dimenticato che mentre noi soffrimmo di scarsità di carburante per tutta la guerra, piuttosto seria nell’ultimo anno, i britannici nuotarono sempre nella benzina, per così dire.
Gli storici hanno sempre giustamente sottolineato l’errore italiano di voler fare una politica da grande potenza senza averne i necessari requisiti, dalla disponibilità di materie prime ad un forte ed evoluto apparato industriale, ad una classe dirigente (civile e militare) effettivamente all’altezza per visione, preparazione, capacità. Annoto, tuttavia, che certe nostre deficienze derivarono dalle scelte sbagliate dei vertici non dalla mancanza di mezzi e capacità. Fu la miopia degli ammiragli ad impedirci di avere le portaerei e il radar per tempo (qualche esemplare di origine tedesca e poi italiana fu montato su nostre navi dall’estate del 1942 solamente). Forse che i nostri cantieri non erano in grado di costruire una portaerei già negli anni venti (secondo l’intenzione iniziale di Mussolini) allorché si cominciarono a spendere grosse somme per ammodernare tre corazzate più piccole (320 mm. di calibro invece di 381), rivelatisi poi deludenti? O non era la nostra industria in grado di fabbricare per tempo aerosiluranti e caccia notturni? E non è forse vero che un ingegnere italiano, prima della guerra, aveva già brevettato un prototipo di radar (del resto allo studio presso tutte le marine) destando subito l’interesse della Marina tedesca ma non di quella italiana? E che i tedeschi ci offrirono inutilmente un loro radar all’inizio della guerra? Per quanto fossimo una potenza industriale minore, tutte queste cose erano alla nostra portata, così come l’addestramento della flotta al combattimento notturno, carenza che nelle fonti ora viene attribuita all’intera flotta ora solo a quella c.d. “da battaglia” (corazzate, incrociatori), anche se nei 15 combattimenti notturni di nostri caccia e torpediniere contro gli inglesi, questi ultimi, a prescindere dal radar, dimostrarono in genere una migliore coordinazione, frutto evidentemente dell’intenso addestramento ricevuto15.
È utile, a mio avviso, riflettere ancor oggi su queste carenze di fondo poiché in esse appaiono le lacune delle nostre classi dirigenti nei secoli, in primis l’incapacità di pensare in grande cioè in modo non settoriale (incline sempre al “particulare”) ma unitario e sistematicamente volto ad un obiettivo comune. E non dobbiamo chiederci, oggi, se queste carenze sono state effettivamente superate nella classe dirigente (civile e militare) dell’Italia “democratica” attuale? Il dubbio è più che lecito.


4. Il ruolo fondamentale di ULTRA La verità sul ruolo importantissimo giocato da Ultra, emersa solo a partire dal 1974 con le prime pubblicazioni inglesi sull’argomento, dovrebbe far cadere nel nulla le accuse di tradimento rivolte allo Stato Maggiore della Regia Marina (un ambiente considerato filoinglese e notoriamente tiepido verso il regime); accuse manifeste da parte dei tedeschi (da Rommel in particolare), quando si capì (dalla dinamica di certi attacchi ai nostri convogli) che i Britannici erano a conoscenza delle loro rotte; accuse riprese poi da Antonino Trizzino subito dopo la guerra nel suo polemicissimo Navi e poltrone, che provocò anche strascichi giudiziari, dai quali l’Autore uscì comunque indenne.
Sull’attività di Ultra gli studi fondamentali sono sempre quelli dell’eminente storico militare prof. Alberto Santoni, scomparso nel 2013 a 78 anni, frutto di minuziose ricerche negli archivi stessi del centro di intercettazione e decrittazione britannico, dopo che era stato aperto agli studiosi. Il suo testo Il vero traditore resta un’opera capitale sul tema16. In altri libri sullo stesso argomento, Santoni ha documentato che gli inglesi controllavano e “leggevano” praticamente tutto il traffico radio delle nostre forze armate sin dall’epoca della Guerra d’Abissinia, inclusa quindi anche la Guerra di Spagna! Solo l’annessione mussoliniana dell’Albania li colse di sorpresa, generando per un po’ di tempo apprensione nei loro servizi segreti: avevamo cambiato i codici ma dopo poco tempo essi furono in grado di decifrarli di nuovo. Il nostro sistema informativo restava comunque fragile e penetrabile, anche per qualche negligenza in altri settori, per esempio nella sicurezza o protezione di cifrari e codici in unità navali in affondamento o delle notizie riservate nell’ambiente romano, dove tra l’altro continuarono a risiedere i rappresentanti inglesi e americani presso la S. Sede (Mussolini applicò correttamente il Trattato del Laterano, sino alla fine). Anche italiani e tedeschi “leggevano” le comunicazioni radio inglesi, ma senza arrivare all’estensione capillare e soprattutto alla continuità del sistema Ultra, che inoltrò ai comandi navali britannici decine di migliaia di decrittazioni concernenti l’attività della Regia Marina17.

4.1 Il disastro di Matapan non fu causato da tradimento ma dal mancato addestramento al combattimento notturno e dagli errori di comando. Santoni documenta in modo inoppugnabile come l’agguato notturno di Matapan (28 marzo 1941), che ci costò tre incrociatori pesanti e due cacciatorpediniere nonché 2303 morti, colpiti a distanza ravvicinata dalle corazzate e dalle altre unità inglesi, delle quali non si erano accorti perché impegnati a rimorchiare l’incrociatore Pola immobilizzato da un precedente siluro – fu costruito a partire dalla decrittazione Ultra dei messaggi radio tra Roma e Rodi, pubblicate nell’appendice del libro, non a fuga proditoria di notizie. Pur presentando dati generici, le decrittazioni permettevano all’ammiraglio Andrew Cunningham comandante della Mediterranean Fleet, di capire con due giorni di anticipo che una forza navale italiana si apprestava a compiere una puntata offensiva nell’Egeo contro il traffico britannico. Pertanto egli cominciò a prendere le sue contromisure e a predisporre una congrua trappola, con un ordine di muoversi già il 26 marzo, ordine che fu visto da un ufficiale italiano salvato e preso prigioniero, appeso alla parete di un locale della nave che l’aveva ripescato18.
Santoni ha messo in rilievo un interessante aspetto, emerso nel corso di vari convegni di studiosi dedicati a ULTRA: gli inglesi tenevano ovviamente nascosta la sua esistenza anche ai loro. Churchill, quando rivelava informazioni provenienti da Ultra diceva che la fonte era un certo “Boniface”, nome in codice. Ad un certo punto, gli inglesi inventarono perfidamente l’esistenza di un ufficiale traditore italiano quale fonte delle informazioni, tale generale Duberto, ufficiale di collegamento tra italiani e Rommel, ovviamente mai esistito19.
Con tutte le informazioni che forniva Ultra, che bisogno avevano i britannici di tenere tante spie a Roma? Circa i supposti tradimenti, ci si riferisce qui alle accuse relative al periodo 1940-1943, sino alla perdita dell’Africa (13 maggio ’43, resa di tre giorni posteriore a quella dei tedeschi). Tuttavia, alcune ombre rimangono, per esempio sulla perdita di diversi sottomarini nei primi giorni di guerra, puntualmente attesi da sottomarini nemici quando andavano ad appostarsi nella zona d’agguato20. E nemmeno mi riferisco alle posteriori rese ingiustificate e improvvise, senza combattere, di Pantelleria e Augusta, munite piazzeforti comandate ognuna da un ammiraglio, la cui conquista avrebbe richiesto un certo prezzo da parte degli Alleati: su quelle rese resta un’ombra mai fugata anche perché a Pantelleria l’ottima base aerea venne consegnata intatta, compreso il grande hangar sotterraneo21. Né al mancato impiego di quello che ancora restava della flotta da battaglia (ancora di un qualche peso, sulla carta) per difendere la Sicilia invasa: alcuni ritengono che, se si voleva salvare l’onore, per il futuro dell’Italia, la flotta avrebbe dovuto immolarsi nelle acque siciliane dominate dal gigantesco apparato aeronavale alleato. (Ma, per salvare l’onore non era sufficiente far autoaffondare la flotta rimastaci, invece di farla andare a Malta?). Erano già iniziati da qualche tempo i sondaggi di certi ambienti legati alla Corona per far uscire l’Italia dalla sciagurata guerra con una pace separata, un’idea come si sa considerata anche da Mussolini. È un fatto poco noto, ma praticamente dall’estate-autunno del 1942 in poi, ancor prima della conclusione della battaglia di Stalingrado, quasi tutti gli alleati più importanti di Hitler (italiani, finlandesi, ungheresi, romeni) cominciarono ad effettuare cauti e segretissimi tentativi per uscire dal conflitto, in modo possibilmente dignitoso. Così, “nell’estate del 1942 Grandi cercò di recarsi a Madrid, dove l’ambasciatore inglese era Sir Samuel Hoare, suo amico personale, ma, nonostante avesse avuto l’autorizzazione di Mussolini, fu bloccato da Ciano, allora ministro degli esteri”22.
A Matapan, una aliquota della nostra flotta di battaglia (una corazzata moderna, sei incrociatori pesanti, tre leggeri, tredici cacciatorpediniere, sproporzionata per un’incursione – invocata dai tedeschi – contro il traffico del nemico nell’Egeo) pagò assai cara la mancanza del radar, di una nave portaerei (per la ricognizione e copertura aerea e l’impiego di aerosiluranti imbarcati), e soprattutto il mancato addestramento al combattimento notturno; cosa, quest’ultima, che avrebbe se non altro permesso di limitare i danni, di non farsi sorprendere inermi con i cannoni per chiglia a rimorchiar l’incrociatore danneggiato e immobile, perché il siluro nemico incassato il giorno prima gli aveva distrutto tutto l’apparato elettrico, e con gli incrociatori davanti ai caccia, contro ogni prassi. L’incrociatore immobilizzato nell’azione diurna avrebbe dovuto esser evacuato, abbandonato e affondato con i siluri, come aveva chiesto il suo comandante. Quindi: carenze di previsione, di addestramento, di comando, improvvisazione. Certo, se gli inglesi non fossero stati informati da Ultra, la nostra puntata di sorpresa avrebbe potuto riuscire, affondandogli qualche carretta o unità minore, incontrate per via. Nel risultato fallimentare e doloroso dell’impresa, mal concepita e male attuata, appaiono come in una sorta di nemesi tutte le carenze di chi dirigeva la Regia Marina e ne aveva orientato le scelte sin dagli anni Venti23.

5. La battaglia dei convogli fu un successo per la marina italiana, che alimentò tenacemente sino alla fine la campagna in Nord-Africa.
Come ha riconosciuto la storiografia più meditata, il compito strategico essenziale della Regia Marina nella guerra era unicamente quello di assicurare i vitali rifornimenti per il NordAfrica, l’Albania e l’Egeo. L’impressione che si ricava leggendo gli autori anglosassoni è che la nostra marina non abbia mai rappresentato un problema, che la Royal Navy e la RAF abbiano sempre potuto disporre come volevano dei nostri convogli, che le uniche serie difficoltà siano venute a loro dalla Luftwaffe e dai sottomarini tedeschi, protagonisti entrambi del maggior numero di affondamenti24.
Il comando italiano era costretto ad ispirarsi alla strategia della “fleet in being” o della “flotta in potenza”: la flotta di battaglia (all’epoca: corazzate, incrociatori pesanti, portaerei) non cerca la battaglia risolutiva col nemico, al fine di assicurarsi il dominio del mare, secondo la tradizione nelsoniana, orgogliosamente ostentata dagli inglesi, ma se ne sta “in being” nelle sue basi, con il proposito di intervenire solo se si presenta l’occasione favorevole. Tale strategia è, in particolare, giustificata quando si devono alimentare quotidianamente territori, basi, eserciti oltre mare e si fronteggia un nemico più forte. In una sola battaglia la flotta può esser distrutta e allora è la fine: il nemico taglia del tutto i rifornimenti, i territori d’oltremare si arrendono, le coste nazionali sono esposte agli sbarchi nemici; insomma, la guerra è perduta.
La protezione dei propri convogli è affidata alle unità più leggere (corvette, cacciatorpediniere, incrociatori leggeri, etc.). Il permanere della flotta pesante nelle basi non è inutile, a meno non si trasformi in vera e propria inazione, dal momento che la sua sola presenza incide sui movimenti del nemico, che deve tener conto di essa come fattore che può rapidamente materializzarsi con forze superiori e colpire. Così noi dovevamo tener conto delle corazzate inglesi di base ad Alessandria e gli inglesi delle nostre a Taranto, nel pianificare i movimenti dei rispettivi convogli e delle loro scorte. Inoltre, bisogna sapere che per l’Italia le perdite di grandi unità erano assai più gravi, data la sostanziale impossibilità di rimpiazzarle (arrivò in squadra una sola nuova corazzata). E non si può dimenticare che la marina da guerra dell’Italia unitaria era giovane e assai meno esperta e sicura di sé di quella britannica, dominatrice dei mari da più di due secoli, ricca di una serie impressionante di vittorie. Ma il grande rispetto per la flotta britannica non impediva ai quadri più giovani della Regia Marina e anche agli equipaggi di coltivare il desiderio di dimostrare il proprio valore proprio contro un nemico così forte e titolato.
La Regia Marina (o meglio Supermarina) fu accusata di atteggiamento troppo prudente, per ciò che riguardava la flotta da battaglia. Questo potrà esser stato vero per alcuni singoli episodi, anche se la cosa è in una certa misura contestata dal prof. Sadkovich, secondo il quale la prudenza dimostrata in alcuni casi dagli italiani nel far rischiare certe fasi di combattimento alle loro corazzate, si poteva giustificare in base alla situazione reale: si trattava di lanciarsi quasi al crepuscolo e con mare mosso, con l’unica corazzata moderna al momento rimasta operativa, dentro le cortine di fumo innalzate dalle scorte inglesi a protezione di loro stessi e delle navi scortate, senza avere il radar e sapendo ormai che il nemico invece lo possedeva. Una prudenza similare, che, in termini “nelsoniani”, sarebbe apparsa inaccettabile, fu manifestata in diverse occasioni anche dagli ammiragli inglesi25.
Il prof. Sadkovich apporta ulteriori argomenti alla tesi, sostenuta da diversi storici, secondo la quale la strategia inglese nel Mediterraneo, nonostante le vanterie “nelsoniane” e le accuse di codardia a noi italiani, era esattamente la stessa della Regia Marina: flotta da battaglia in being tra Alessandria e Gibilterra. Compito strategico primario: protezione al traffico per Malta, distruzione di quello italiano, intervento del grosso della flotta solo di fronte ad una ghiotta occasione (come quella presentatasi a Matapan) o perché costretti a fargli scortare un importante convoglio (impiego attuato più volte anche dalla Regia Marina)26.
A ben vedere, si trattava della stessa strategia perseguita con successo dalle due flotte durante la I guerra mondiale: blocco navale degli Imperi Centrali, incapsulando la flotta imperiale tedesca nel Mare del Nord e quella austroungarica nell’Adriatico, assieme a britannici e francesi - mantenimento delle vitali vie di comunicazione, che allora per l’Italia erano costituite soprattutto dai rifornimenti alimentari e di materie prime via Gibilterra. Perdemmo comunque il 53% del nostro naviglio mercantile, una cifra molto alta, ad opera dei sottomarini austrotedeschi e delle mine. Si mantenne inalterato il livello del flusso di rifornimenti, rispetto al tempo di pace: 54 milioni di tonnellate, anche se il fabbisogno in tempo di guerra sarebbe stato di 70-72 milioni27.
Tornando a Malta: essa diventò un vero proprio nido di vespe per noi italiani, colpiva i nostri convogli con i sottomarini, gli aerei, il naviglio leggero di superficie. Non riuscimmo mai a neutralizzarla anche se, assieme ai tedeschi, la portammo sull’orlo del collasso nell’estate del 1942. Del pari, osserva il prof. Sadkovich, gli inglesi non riuscirono mai ad interrompere il traffico italiano per la Libia né quello per l’Egeo, pur mettendolo in crisi grave nell’autunno del 1941. Si potrebbe dire: match pari. O forse no.
“Benché in trentanove mesi gli italiani inviassero 4.385 convogli – ciascuno formato da un numero di navi da una a sette – e in media avessero giornalmente in mare sette mercantili, le perdite in queste operazioni riguardarono solo il 9,5 % dei materiali e il 4% delle truppe. Gli autori italiani sono perciò giunti alla conclusione che la Regia Marina vinse la guerra dei convogli, la sola guerra “significativa” combattuta nel Mediterraneo”28.
Questo dato complessivo va così suddiviso: per la Libia 993 convogli mercantili e 203 militari (veloci navi da guerra, isolate o in gruppo, imbottite di benzina, materiali, uomini, sistema pericolosissimo per le navi, usato comunque spesso anche dagli inglesi per rifornire Malta, Tobruk, Creta); per la Tunisia, 276 convogli mercantili e 167 militari; sulla rotta del Levante cioè Albania, Grecia, Egeo: 3116 convogli mercantili. Al totale vanno aggiunti 756 convogli libici costieri, di unità di piccolo cabotaggio, per il rifornimento via mare delle truppe italo-tedesche. Solo due grossi convogli mercantili furono completamente distrutti, sulla rotta per la Libia: il Tarigo e il Duisburg. Sono sempre quelli citati da storiografia e saggistica a simbolo di un supposto costante dominio britannico del mare, che avrebbe fatto passare sì e no qualche carretta italiana.
Qualcosa abbiamo dunque vinto, anche se, precisa lo stesso Giorgerini, si tratta di una “vittoria statistica”. Che vuol dire? Che il pur indubbio successo, che tanto è costato in termini umani e materiali, cela il fatto che, in determinati periodi, gli inglesi sono riusciti a colpire soprattutto le petroliere (delle quali conoscevano persino il nome, grazie ad Ultra) facendo così mancare all’armata italo-tedesca la benzina in momenti cruciali29. Il fatto che i carichi di preziosa benzina siano arrivati a destinazione per l’81%, ammontare che sembra di tutto rispetto, conterebbe pertanto sino ad un certo punto: bisogna considerare lo Zeitpunkt, come dicono i tedeschi, il “momento nel tempo”, ossia l’influenza dei mancati arrivi sulle battaglie più importanti.
Vediamo sino a che punto questo è vero. Dopo il disastro subito da Graziani, tra il dicembre del 1940 e il febbraio del 1941, con la distruzione quasi completa dell’intera 10a armata italo-libica, esercito di appiedati annientato dalla moderna guerra di movimento messa in atto dal generale O’ Connor (ai cui carri per di più - i famosi, lenti ma corazzatissimi Matilda - i nostri anticarro facevano il solletico), e la perdita dell’intera Cirenaica, i rinforzi e i rifornimenti furono trasferiti in Libia senza alcuna perdita: la divisione corazzata Ariete e la divisione di fanteria Trento, in febbraio, seguiti dalla divisione di fanteria motorizzata Trieste ad agosto. Tra febbraio e maggio del 1941 l’intero Afrika Korps di Rommel, per un totale di circa tre divisioni (due corazzate ed una motorizzata), era giunto intatto, con tutti i servizi. Churchill aveva ragione di lamentarsi dei propri ammiragli. Su questa intensissima attività non influì la tragica notte di Matapan (28 marzo ’41) così come non aveva influito la notte di Taranto (11 novembre 1940), il siluramento nella munita base di tre nostre corazzate, due delle quali recuperate in tempi abbastanza rapidi mentre solo la vecchia e rimodernata Cavour non rientò più in squadra, perché gli estesi lavori di riparazione vennero più volte sospesi e alla fine furono interrotti dalla nostra resa.
Quando Rommel, senza nemmeno aspettare il dispiegamento di tutte le forze tedesche, iniziò la controffensiva che portò alla riconquista temporanea della Cirenaica (marzo-aprile 1941), i mezzi ed i rifornimenti arrivavano con un flusso regolare. In questo periodo ebbe luogo la distruzione notturna del convoglio Tarigo. Quattro piroscafi tedeschi e uno italiano affondati assieme a due dei tre cacciatorpediniere della scorta, uno dei quali, il Tarigo appunto, benché malridotto, riuscì ad affondare con il siluro uno dei quattro caccia inglesi autori dell’attacco, il Mohawk. Grazie al radar, gli inglesi si erano avvicinati indisturbati e non visti, aprendo il fuoco all’improvviso e da distanza ravvicinata, come a Matapan.
“La perdita del convoglio Tarigo è uno di quegli eventi che, con pochi altri, ha colpito la sensibilità dell’opinione pubblica perché è stato spesso portato ad esempio per dimostrare quanto il nemico fosse padrone del mare e impedisse il flusso dei nostri rifornimenti. Una menzogna che vale tutta la storia della guerra!”30. Infatti, se guardiamo alle cifre, vediamo che da dicembre 1940 a maggio 1941 furono effettuati 251 convogli, con perdite di naviglio mercantile solamente del 2, 3% delle navi impiegate e minime in termini di uomini e materiali. Per ciò che riguarda i carburanti, “in mare non ne andò perduta una goccia nei mesi, non certo facili come i precedenti, di marzo e di maggio 1941”31. Ma i mesi di marzo e aprile sono proprio quelli dell’offensiva di Rommel, sulla quale pertanto la spettacolare distruzione del convoglio Tarigo, avvenuta il 16 aprile, non ebbe alcuna effettiva influenza, per quanto riguarda la benzina.
Ma dall’estate del 1941 Ultra cominciò a funzionare a pieno ritmo mentre Malta si rafforzava, grazie anche al ritiro dal teatro mediterraneo di importanti aliquote della Luftwaffe, inviate sul fronte russo. Nell’autunno di quell’anno, soprattutto ad opera della Forza K, flottiglia di tre incrociatori leggeri e alcuni cacciatorpediniere basata a Malta, gli inglesi furono assai vicini ad interrompere il nostro traffico con la Libia. Il mese peggiore fu novembre: “insieme al 92% del combustibile inviato in Africa, erano state perdute dodici navi per un totale di 54.960 tsl [dieci affondate dalla Forza K]. Malgrado l’impiego di ingenti scorte navali ed aeree, era andato perduto anche il 63% dei materiali spediti. Delle cinquanta navi utilizzate, dodici mercantili e tre cacciatorpediniere erano stati affondati e due incrociatori danneggiati”32. Tutto ciò in efficace preparazione e coordinamento con la grande offensiva terrestre lanciata sempre in quel mese (il 18 novembre) dai britannici, con notevole larghezza di mezzi, per distruggere l’armata italo-tedesca aggirandola da Sud (operazione Crusader). Pur messo sull’avviso dai servizi italiani, Rommel, che si stava preparando a sua volta ad attaccare, sottovalutò la gravità della minaccia e fu colto di sorpresa. Seguì un mese di violenti combattimenti, piuttosto confusi dal punto di vista tattico-strategico, dopo i quali gli italo-tedeschi dovettero ritirarsi dalla Cirenaica, nonostante la tenacia ed il valore dimostrati.
L’inferiorità in uomini e mezzi delle truppe dell’Asse era dovuta anche alle perdite inflitte dalla Royal Navy al nostro traffico. Abbiamo visto i dati del mese di novembre. In settembre erano arrivati a destinazione solo il 71,7% dei materiali e il 75,5% dei carburanti. Gravi le perdite di soldati: su 12.717 uomini imbarcati ne arrivarono in Libia solo 663033. Inoltre, la Regia Marina non seppe impedire in quel periodo l’arrivo di quattro convogli britannici pieni di rifornimenti, incrociatisi tra Malta ed Alessandria, attaccati sì ripetutamente da aerei e sottomarini, ma con pochi affondamenti all’attivo. Tuttavia, navi in Libia ne arrivavano sempre (furono utilizzati anche i sottomarini) e il flusso fu sufficiente a Rommel per resistere e stabilizzare il fronte, dopo aver abbandonato la Cirenaica34.
Le continue proteste e rampogne dei tedeschi nei nostri confronti, anche se in parte giustificate, non devono tuttavia trarre in inganno, nel senso di far credere (coniugandosi alle vanterie inglesi) che in NordAfrica la Wehrmacht non abbia ricevuto quasi niente. Secondo dati ufficiali del Comando Supremo tedesco, aggiornati al 10 giugno del 1943, dal gennaio del 1941 al maggio del 1943 la Wehrmacht aveva impiegato in NordAfrica: 1855 carri armati e autoblindo; 4182 pezzi d’artiglieria e semoventi; 3309 cannoni e mitragliere contraerei, con 323 riflettori, 109 aerofoni e 160 Funkmess (Flak – avvistamento – guida caccia); 47.052 automezzi; 8180 motomezzi; 375.000 tn di munizioni; 808.000 tn di benzina normale, avio e gasolio; 1.227.000 tn di generi alimentari; 278.000 tn di materiale da costruzione35.
Ora, di questi mezzi e materiali, oltre a circa 113.000 soldati, non era stata soprattutto la Regia Marina a permettere il trasporto, anche se con l’ausilio (prezioso ma quantitativamente ridotto) della Regia Aeronautica e dell’aviazione tedesca? Certo, gli inglesi avevano ancor più mezzi e uomini, provenienti dall’intero impero grazie al dominio dei mari, e in più godevano degli aiuti americani, ancor prima di Pearl Harbour: i poderosi aerei ricognitori americani, i grandi bacini di carenaggio americani per rimettere in sesto le loro navi quando duramente colpite dai tedeschi o da noi; i carri armati americani, come il leggero Stuart, già in azione durante l’operazione Crusader, o il poderoso Sherman, uno dei protagonisti della battaglia di El Alamein. Ma di questa supremazia materiale del nemico la Regia Marina non aveva nessuna colpa, come non l’aveva dell’esistenza e dell’efficienza di Ultra.
In questo periodo ebbe luogo la distruzione notturna del convoglio Duisburg, nome di uno dei quattro mercantili tedeschi che ne facevano parte, assieme a tre italiani, tutti e sette affondati assieme a due cacciatorpediniere di scorta, dal rapido tiro al bersaglio della forza K, sopraggiunta non vista, guidata dal radar, che le permetteva di scegliere con calma la preda e di manovrare (sempe non vista) nel modo migliore per colpirla. La sorpresa anche qui fu totale e la reazione meno decisa di altre volte, per la confusione che si era creata. Fu una pagina nera per la Regia Marina, perché i due incrociatori pesanti di scorta indiretta al convoglio con i loro quattro caccia, spararono sì sugli inglesi ma in grave ritardo, solo quando questi avevano già cominciato il disimpegno, inizialmente cercandoli a Nord del convoglio quando questi erano invece a Sud e a Est dello stesso, facendone strage, e poi a Sud quando questi già filavano via in direzione Nord36.
Questa batosta, che “gettò quasi nel panico Roma e Berlino” (Giorgerini) perché sembrava render impossibile il traffico giornaliero con la Libia, in realtà non l’interruppe che per pochi giorni solamente. Il giorno dopo il disastro, il 10 novembre, tre cacciatorpediniere italiani trasportarono 800 soldati tedeschi e il 14 quattro mercantili moderni armati trasportarono 1.217 uomini e 234 tn di materiali. Il 21 quattro piroscafi italiani arrivarono a Bengasi. Ma il 24 due mercantili pieni di vitali rifornimenti, protetti da due torpediniere, segnalati da Ultra, furono distrutti (di giorno, l’unica volta) dalla Forza K, nonostante la coraggiosa difesa messa in atto dalla Lupo, una veterana di quelle battaglie37.
La Royal Navy sembrava avviata a dominare le rotte del Mediterraneo centrale allorché una serie di disastri si abbatté su di essa, in seguito all’arrivo dei sottomarini tedeschi, facendola praticamente scomparire come forza combattente dal Mediterraneo per diversi mesi. In conseguenza di ciò, “nella primavera e nell’estate del 1942, gli italiani trasferirono enormi quantitativi di materiali senza grossi intoppi”38. Questi rinforzi permisero a Rommel di cacciare il nemico dalla Cirenaica e conquistare Tobruk, nel giugno di quell’anno.
Il periodo nero per gli inglesi era cominciato il 14 novembre quando un sottomarino tedesco affondò la portaerei Ark Royal della Forza H (di base a Gibilterra). Il 25 dello stesso mese, un altro sottomarino tedesco affondò la corazzata Barham della Mediterranean Fleet. Il 18 dicembre 1941, alle 18.30, la Forza K, di tre incrociatori leggeri e quattro caccia, incappò al largo di Tripoli in un campo minato appositamente e astutamente predisposto dagli italiani e cessò di esistere: si trattava di banchi di mine a discreta e variabile profondità, non facilmente individuabili. L’ incrociatore leggero Neptune, squarciato da più esplosioni, affondò e andò a fondo pure un cacciatorpediniere, il Kandahar. Gli altri due incrociatori furono seriamente danneggiati, assieme ad un cacciatorpediniere, ma rientrarono con le loro forze. Del Neptune si salvò un solo marinaio, raccolto dopo cinque giorni da una torpediniera italiana, curato e mandato in prigionia in Italia, dalla quale fu rimpatriato nel giugno del 1943. Morirono 837 marinai britannici39.
Fu un disastro inatteso e “per quasi un anno le navi di superficie non minacciarono il traffico dell’Asse”40. La stessa notte, i sommozzatori della X Mas minarono nel porto di Alessandria le residue due corazzate britanniche: la Valiant sarebbe rientrata in squadra dopo sette mesi, la Queen Elizabeth dopo ben 18, riparata nei cantieri americani. Alla “tecnologia” e alla consumata esperienza degli inglesi noi non rinunciavamo dunque a replicare, anche se le nostre armi erano, nell’occasione, soprattutto l’ingegnosità artigianale e l’audacia individuale degli assaltatori.

6. Non siamo stati delle comparse buone solo ad arrendersi. Concludo il mio intervento con considerazioni tratte dal capitolo finale del libro del prof. Sadkovich, intitolato: Una valutazione di perdite e danni – Vincitori e vinti41.
“Una valutazione della prestazione della Regia Marina fra il giugno 1940 e il settembre 1943 dipende dal criterio di giudizio che si impiega. È certo che essa non vinse la guerra e che, alla fine, consegnò le proprie navi agli Alleati a Malta; tuttavia, il fatto che i britannici imposero la resa della flotta italiana quale condizione imprescindibile per un armistizio, ne testimonia in modo eloquente l’importanza. D’altronde, poiché gli italiani persero più navi ad opera dei britannici di quante ne affondarono, verrebbe da pensare che essi fossero intimiditi dalla Marina britannica, sentendosene dominati, sin dall’inizio della guerra. Ma le unità mercantili e navali italiane pagarono un tributo più pesante agli aerei, alle mine e ai sommergibili che alla flotta britannica, la cui tanto strombazzata superiorità morale rispetto agli italiani appare molto esagerata, specie alla luce del successo della Regia Marina nella protezione delle rotte dei convogli.
I ritratti di una Marina italiana incapace sono serviti a mascherare Ultra e a fornire una giustificazione del fallimento della Marina britannica, che non riuscì ad annientare la flotta italiana, ad acquisire il controllo del Mediterraneo, né ad interrompere le linee di rifornimento africane dell’Asse prima del 1943. I successi britannici, come l’incursione su Taranto e l’azione al largo di capo Matapan, sono stati amplificati, laddove quelli dell’Asse – le battaglie di Mezzo Giugno e di Mezzo Agosto – o sono state ignorate oppure sono state attribuite ai tedeschi. Mentre la difesa britannica di Malta è stata esaltata alla stregua di un’impresa eroica, la capacità di cui diede prova l’Italia nel tenere aperte le linee di rifornimento africane e quelle balcaniche non è tenuta pressoché in alcun conto. Ma oggi, dopo lo smascheramento di Ultra, non è più necessario appigliarsi ad argomenti speciosi per occultarne la funzione; ed è anche giunto il momento di abbandonare l’idea che la Regia Marina fosse paralizzata da un Comando incompetente e minata da pecche caratteriali che avrebbero riguardato l’intera nazione italiana, giacché è manifesto che la sconfitta dell’Italia fu determinata dalla compromissione dei cifrari, dalla mancanza di carburante e da un’inadeguata capacità industriale”42.
La marina continuò a fare il suo dovere sino in fondo, anche dopo che la poderosa aviazione alleata aveva conquistato l’assoluto predominio nei cieli del Mediterraneo centrale. Basti ricordare che, al momento dell’invasione della Sicilia (10 luglio 1943), gli Alleati erano arrivati a schierare quasi cinquemila aerei contro i circa novecento dell’Asse.
“Nonostante il vertiginoso incremento delle perdite di naviglio mercantile negli ultimi otto mesi di guerra [cioè dopo El Alamein e lo sbarco in Marocco e Algeria degli americani], gli italiani – pur con la prospettiva di una sconfitta certa – diedero prova di una resistenza caparbia, così come, nei primi trentuno mesi della guerra, dimostrarono una tenace determinazione nel disputare alla flotta britannica il dominio del Mediterraneo. Furono di fatto le mine, gli aerei e i sommergibili ad affondare la più parte delle navi dell’Asse”43.
Nel Mediterraneo, in tre anni e tre mesi di guerra, perdemmo contro la Royal Navy : 1 corazzata (la Cavour, silurata a Taranto), 11 incrociatori, 37 cacciatorpediniere, 39 torpediniere, 25 MAS/siluranti, 65 sottomarini, per un totale di 178 unità, che diventano 340 con l’aggiunta di 162 del naviglio minore e ausiliario: dragamine, avvisi scorta, piroscafi armati etc. I britannici persero 107 unità, escludendo il naviglio minore: 1 corazzata, 2 portaerei, 14 incrociatori, 48 cacciatorpediniere, 41 sottomarini. Di queste, la marina e l’aviazione italiane affondarono: 6 incrociatori, 15 cacciatorpediniere, 21 sommergibili, più un certo numero di unità minori. Ci furono poi significativi danneggiamenti: in aggiunta alle due corazzate di Alessandria, alla corazzata Nelson, colpita da un nostro aerosilurante; all’incrociatore leggero Liverpool, silurato due volte e sottoposto a lunghi lavori prima nei cantieri americani e poi in quelli scozzesi; a qualche altra unità. In totale, la Regia Marina e la Regia Aeronautica affondarono rispettivamente 58 e 29 ossia 87 navi militari inglesi e dei loro alleati, oltre a 68 mercantili44.
Molti dei successi contro di noi furono resi possibili, oltre che dal radar in seconda battuta, da Ultra, che indubbiamente fu, come scrisse il prof. Santoni, il vero traditore. “Senza Ultra, difficilmente i britannici avrebbero individuato tutti i convogli dell’Asse che individuarono, ed è certo che l’effetto dei loro attacchi sarebbe stato minore, in quanto non avrebbero potuto colpire le navi da carico di importanza cruciale per le forze dell’Asse in Africa [come le petroliere o quelle cariche di munizioni]. Né, d’altro canto, i britannici avrebbero avuto una misura dell’efficacia della loro prestazione contro l’Asse [che ricavavano sempre dalle decrittazioni di Ultra]. Ciononostante, la Marina italiana, per più di tre anni, fu in competizione per il controllo del Mediterraneo, e in talune occasioni essa dominò l’unico teatro nel quale i britannici avevano impegnato ogni loro risorsa [sguarnendo la difesa dell’Estremo Oriente, con la conseguente perdita di Singapore, cosa che non ci perdonarono]. Per una giovane potenza navale, questo fu un successo; inoltre, l’elevata percentuale di uomini e mezzi che gli italiani trasportarono in Africa comprova che tanto le recriminazioni dei tedeschi che le asserzioni di superiorità morale dei britannici erano prive di fondamento”45.
In ogni caso, conclude il Nostro, “l’Italia fu l’attore principale dell’Asse nel Mediterraneo e furono la Marina e l’Areonautica italiane – con il saltuario aiuto dell’alleato tedesco – a bloccare la Ma rina e l’Areonautica britanniche per la maggior parte dei 39 mesi della belligeranza italiana […] Tutte le marine fecero errori e in tutte le marine esistevano catene burocratiche; ma accusare di codardia Iachino perché non si inoltrò in una cortina fumogena e in pari tempo elogiare la decisione di Cunningham di eludere le cortine di nebbia italiane in quanto gesto suggerito dalla prudenza, significa utilizzare un pernicioso duplice criterio di valutazione […] Se si deve riconoscere il valore dei pochi convogli che riuscirono a raggiungere Malta, tanto di più va riconosciuto ai numerosi che tennero in vita lo sforzo bellico dell’Asse in Africa sfidando ripetutamente gli attacchi di velivoli, sommergibili e unità di superficie. Benché il destino della Marina italiana fosse segnato dalla propria debolezza tecnica e da Ultra, essa combatté nondimeno una guerra tenace e cavalleresca; e se la Marina non vinse la sua guerra, essa scongiurò la sconfitta per trentanove lunghi e frustranti mesi”46.

Paolo Pasqualucci
mercoledì 19 aprile 2017


1 Sulla quasi scomparsa e comunque sulla decadenza dello spirito militare in Occidente e in Italia, vedi: Carlo Jean, Strategia e storia militare, in ‘Nuova Storia Contemporanea’, VI, 1/2002, pp. 15-29, che si sofferma sulle carenze culturali contribuenti al fenomeno, in primo luogo l’ignoranza della storia militare (“in Italia essenzialmente amatoriale”), poco curata anche nelle Accademie militari, da coniugarsi ad una scelta ideologica più o meno obbligata, quella della “denazionalizzazione in senso ecumenico, universalistico” della professione militare (e a ben vedere di tutte le istituzioni). Ricordo che la Costituzione della nostra Repubblica all’art. 11 ci probisce in pratica di fare la guerra, anche solo per difenderci (in modo simile a quella giapponese). Per una prospettiva più ampia: Bernard Wicht, L’esprit militaire, dans un climat de transformation postnationale et de vague de fond nihiliste, con la breve eccellente premessa di Bernard Dumont, in ‘Catholica’, 2006, n. 92, pp. 22-35. L’Autore collega la crisi dello spirito militare alle trasformazioni tutt’altro che ottimali provocate nel “mestiere delle armi” dall’attuale crisi dello Stato nazionale sovrano e dalla trasmutazione dei valori occorsa nelle nostre società, dalla loro radicale Umwertung. Di questa trasmutazione segno macroscopico è la “femminilizzazione” radicale degli eserciti occidentali, cosa del tutto negativa per l’addestramento e il morale, e che non favorisce di certo lo spirito militare (vedi il noto saggio di Martin Van Creveld, Le donne e la guerra. Ieri, oggi, domani, tr. it. di R. Macuz Varrocchi, Libreria Editrice Goriziana, 2007).
2 “Qui [in Italia] è virtù grande nelle membra, quando non la mancassi ne’capi. Specchiatevi ne’duelli e ne’congressi [combattimenti] de’ pochi, quanto li Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno. Ma, come si viene alli eserciti, non compariscono. E tutto procede dalla debolezza de’ capi; perché quelli che sanno non sono obbediti, et a ciascuno pare di sapere, non ci sendo fino a qui alcuno che si sia saputo rilevare [imporre], e per virtù e per fortuna, che li altri cedino…”(N. Machiavelli, Il Principe, introduz. e note di F. Chabod. Nuova ediz. con aggiornamenti bibliogr. a cura di L. Firpo, Einaudi, Torino, 1972, p. 127 (cap. XXVI). Forse non c’era tutta questa “virtù grande nelle membra”, tuttavia il celebre rilievo di Machiavelli non appare privo di fondamento: la nostra disgraziata storia frammentata e particolaristica, dalle Guerre Gotiche in poi, ha impedito il formarsi di classi dirigenti capaci di pensare in grande, per così dire, nonostante le notevoli qualità che pur hanno dimostrato di avere, in certi periodi. Penso per esempio a Genova e Venezia: nel Medio Evo avevano le migliori flotte da guerra del Mediterraneo, e avrebbero potuto dominarlo completamente se, invece di combattersi sempre ciecamente, si fossero messe d’accordo, spartendosi le zone di influenza commerciale e mettendo in piedi un’alleanza navale stabile.
3 A questo proposito si cita sempre la testimonianza di Piero Calamandrei, insigne giurista e antifascista intransigente dopo il 25 luglio, il quale scrisse nel suo diario, il 10 settembre: “rimango sorpreso di sentire come è potente anche nella gente umile la vergogna dell’armistizio” (Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, il Mulino, Bologna, 2003, nuova ediz. ampliata, p. 135). Per il vasto sentimento popolare di condanna del Diktat che era in realtà il Trattato di Pace, vedi: Sara Lorenzini, L’Italia e il trattato di pace del 1947, il Mulino, Bologna, 2007, cap. III: L’opinione pubblica e lo shock del trattato di pace, pp. 99-129.
4 James J. Sadkovich, La Marina italiana nella seconda guerra mondiale, Universale Economica Feltrinelli/Storia, Milano, 2014, pp. 536, tr. it. di Mauro Pascolat, revisione di Augusto de Toro. Per la prima edizione italiana: ID., La Marina italiana nella seconda guerra mondiale, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia, 2006, pp. 536, traduz. e revis. dei medesimi. Per l’originale: James J. Sadkovich, The Italian Navy in World War II, Greenwood Press, Westport, 1994. Mi sono servito dell’edizione goriziana.
5 Hitler era stato molto sleale con l’Italia. Il c.d. “Patto d’acciaio” stipulato il 22 maggio 1939 era un’alleanza difensiva, che prevedeva l’entrata in guerra automatica di uno dei due contraenti se l’altro fosse stato aggredito. Nel protocollo segreto del patto, gli italiani avevano detto chiaramente che non sarebbero stati pronti prima del 1943 ad una eventuale guerra in Europa: le loro forze armate abbisognavano di un’ampia riorganizzazione. Hitler a sorpresa il 22 agosto firmò un patto di non-aggressione con l’Unione Sovietica e dieci giorni dopo attaccò la Polonia, dopo aver simulato di esser stato aggredito dai polacchi. I tedeschi pretendevano che l’Italia entrasse in guerra immediatamente al loro fianco. Fece bene Mussolini a chiamarsi fuori e magari avesse continuato, qualsiasi cosa avesse fatto Hitler. Ma sapevano, i tedeschi, che l’Italia non era pronta e che la sua struttura industriale era troppo debole, per sostenere una guerra europea. Perché allora si lamentavano di continuo dell’arretratezza industriale e militare del nostro Paese, impari ad uno sforzo bellico di quella portata? Chi l’aveva provocata, la guerra?
6 Con l’eccezione di qualche isolato giudizio più obiettivo. Un riconoscimento del valore e dello spirito di sacrificio dei nostri equipaggi, ben consapevoli di esser costretti a battersi in condizioni di costante e crescente inferiorità materiale, si trova nell’opera del comandante spagnolo Luis de la Sierra, La guerra navale nel Mediterraneo (1940-1943), 1976, Mursia, Milano, 1987, tr. it. di Alfredo Brauzzi, p. 126, p. 431. Nella Prefazione, il prof. Sadkovich, appassionato da sempre di storia militare, rivela tutto il fastidio che ad un certo punto gli procurava la rappresentazione manichea del nemico, in particolare degli italiani, per di più dileggiati in modo impressionante, anche da storici autorevoli come l’americano Samuel E. Morison, che definì la Regia Marina addirittura una “Dago Navy”, la “Marina degli accoltellatori” cioè dei mafiosi, per gli inglesi solo oggetto di riso (Dago, termine spregiativo per persona di origine italiana, da Dagger, pugnale e quindi coltello, serramanico). Questa l’immagine (tuttora) prevalente: “Gli untuosi ‘spaghetti’, alla mercé di Mussolini, quel buffone magniloquente, campione del bluff e della rodomontata, non facevano che qualche sporadica comparsa [nelle autorevoli storie della II g.m.], quando gettavano le armi e si lasciavano docilmente condurre in un campo di prigionia, oppure quando si facevano affondare le navi da marinai britannici superiori e si facevano abbattere gli aerei da piloti britannici superiori”(op. cit., pp. 17-18). Gli storici autorevoli in questione tra l’altro ignorano in genere la nostra lingua e documentazione, ben possedute invece dal prof. Sadkovic, come si evince dalla bibliografia e dall’uso che ne fa.
7 Sadkovich, op. cit., pp. 108-113; pp. 237-248; passim.
8 Op. cit., pp. 245-246. Le corazzate e le portaerei tornavano alla base (a Gibilterra) all’imbocco del Canale di Sicilia, con la loro scorta mentre il convoglio proseguiva con quella sua propria, entrando il più velocemente possibile sotto l’ombrello protettivo della RAF dislocata a Malta.
9 Op. cit., pp. 248-249.
10 Op. cit., p. 249.
11 Sadkovich, op. cit., Prefazione, pp. 22-23. Corsivi miei.
12 Anche nei primi mesi del 1943, sulla “rotta della morte” con la Tunisia, dominata in modo implacabile dall’aviazione angloamericana, “nonostante la grave inferiorità materiale, i mesi di frustrazione e l’inevitabilità della sconfitta, agli equipaggi italiani non venne meno lo spirito combattivo”(Sadkovich, op. cit., p. 465 ss., con la descrizione di alcuni combattimenti di torpediniere e siluranti italiani di quel periodo). Durante tutta la guerra, numerose furono le volte nelle quali il naviglio sottile italiano si lanciò all’attacco contro forze nemiche anche di molto superiori per proteggere un convoglio o un porto attaccati. Molto rari furono gli episodi di panico tra gli equipaggi dei mercantili silurati (in genere di notte) mentre andavano a fondo (Sadkovich, op. cit, p. 370).
13 Faccio un esempio: la loro ricognizione aerea era dotata di velivoli più potenti (come l’idrovolante Sunderland) e meglio organizzata della nostra. Infatti, avevano sviluppato in tempo di pace quella proficua collaborazione aeronavale tra aviazione e marina che noi non eravamo riusciti a mettere in piedi allo stesso modo. E questa è la migliore organizzazione. La differenza divenne incolmabile quando gli americani cominciarono (abbastanza presto) a fornirgli i famosi Maryland Catalina, poderosi idrovolanti a lunga autonomia, praticamente insuperabili in quel compito. Il prof. Sadkovich, tuttavia, documenta che la ricognizione aerea veniva usata anche per “coprire” il fatto che un convoglio o una determinata nave erano già stati segnalati da Ultra.
14 Sadkovich, op. cit., pp. 303-304.
15 Vince O’Hara, Azioni notturne di superficie, nel blog: www.regiamarina.net, 2017, di pp. 4. Il concetto è che agli italiani non mancò il coraggio bensì un addestramento e una tattica adeguati. Circa la famosa dispersione delle salve delle nostre artiglierie navali, imputata alle deficienze della nostra industria, il prof. Santoni ha dimostrato che l’industria non c’entra. La colpa era della dottrina d’impiego: per realizzare il massimo di sicurezza, si volevano artiglierie che consentissero di sparare mantenendosi sempre a una grande distanza, ragion per cui i cannoni nostri erano più lunghi del solito, cosa che provocava vibrazioni eccessive nel proiettile in partenza, le quali erano all’origine della dispersione finale della salva, dovuta anche al fatto che le cariche troppo potenti, richieste da tale tipo di impiego, logoravano prima del previsto l’anima del cannone. Diverse volte unità inglesi, centrate dalle nostre salve, ne uscirono inaspettatamente indenni (Alberto Santoni, Da Lissa alle Falkland. Storia e politica navale dell’età contemporanea, Mursia, Milano, 1987, pp. 166-167). E che dire del fatto che non c’erano comunicazioni radio dirette tra navi ed aerei, per cui “le segnalazione degli aerei dovevano passare attraverso vari livelli di comando prima di raggiungere il comandante in mare, pregiudicando notevolmente la tempestività delle decisioni” (Giorgio Giorgerini, La guerra italiana sul mare. La marina tra vittoria e sconfitta. 1940-1943, Mondadori, Milano, 2001, p. 318). Solo dopo due anni di guerra cominciarono a realizzarsi queste comunicazioni radio dirette. Ma dobbiamo credere che la nostra industria non sarebbe stata capace di produrre le necessarie apparecchiature radio prima della guerra?
16 Alberto Santoni, Il vero traditore. Il ruodo documentato di ULTRA nella guerra del Mediterraneo, Mursia, Milano, 1981, pp. 378. Il libro porta numerose fotocopie in appendice che mostrano i messaggi di Ultra “most secret” indirizzati ai comandi, con le decrittazioni in chiaro concernenti i dati dei nostri convogli mediterranei. Ma Ultra informava anche sui numerosi piccoli convogli lungo la costa libica, su navi isolate, navi in porto, per esempio a Tripoli o a Bengasi (che venivano così attaccate dall’aria).
17 Op. cit., vedi i primi due capitoli: Gli speciali sistemi informativi e L’ULTRA entra nel Mediterraneo, pp. 9-105. I codici italiani si basavano sul sistema crittografico tedesco ENIGMA, che i tedeschi ritenevano impossibile a penetrarsi, sbagliandosi grandemente. Gli italiani sembra fossero scettici in proposito ma non potevano rifiutarlo per non irritare il prepotente Alleato. Una timidezza pagata cara. Gli inglesi possedevano il meglio della tecnologia nel settore delle decrittazioni, un enorme calcolatore elettromeccanico, chiamato in gergo Colossus, precursore dei posteriori cervelli elettronici (op. cit., ivi).
18 Santoni, op. cit., pp. 71-88. Le navi italiane furono scorte dagli inglesi con i loro binocoli notturni, però dopo esser state già localizzate dai loro radar, circostanza taciuta dall’ammiraglio Cunningham nelle sue memorie (cfr. Luis de la Sierra, op. cit., pp. 225-228).
19 Santoni, op. cit., pp. 48-49.
20 Su questa vicenda, provocata, pare, da una rete spionistica che faceva capo alla Resistenza francese e sulla controversa figura dell’ammiraglio Franco Maugeri, capo del Servizio Informazioni della Regia Marina dal 21 maggio 1941 all’8 settembre 1943, attivo nelle trattative segrete che portarono poi alla consegna armistiziale della flotta a Malta, per le quali fu anche decorato dagli americani, consegna voluta soprattutto (si è sempre detto) dagli inglesi; nel dopoguerra oggetto, il Maugeri, di violenti attacchi da parte della pubblicistica di destra a causa di un suo incauto libro di memorie, poi subito ritirato, vedi: Carlo de Risio, I (troppi) misteri della guerra navale. Spionaggio, tradimenti e le perdite della flotta italiana, in : ‘Nuova Storia Contemporanea’, 6/2011, pp. 145-152). Vedi anche: Santoni, Da Lissa alle Falklands, cit., pp. 194-205, sulle manovre sotterranee e più o meno personali di esponenti italiani di alto livello per una “resa anticipata e un accordo navale con gli inglesi”. A proposito di spionaggio a favore del nemico, per obiettività va ricordato che: l’ammiraglio Canaris, capo del controspionaggio tedesco, fu impiccato dai nazisti perché scoperto essere al servizio degli inglesi; che l’organizzazione “Orchestra Rossa”, collegata ad elementi del quartier generale tedesco, fornì preziose informazioni a Stalin, facendo fallire l’ultima poderosa offensiva tedesca, nell’estate del ’43; che un generale tedesco prigioniero spiegò spontaneamente agli americani il sistema difensivo sul Reno, nel 1945; che i gruppetti di agenti sabotatori inviati dalla R.S.I. al Sud furono quasi tutti catturati subito (e molti di loro subito fucilati) perché gli americani erano già perfettamente informati sul loro arrivo da una fonte situata nel cuore del controspionaggio tedesco a Berlino (Giuseppe Parlato, Fascisti senza Mussolini. Le origini del neofascismo in Italia, 1943-1945, il Mulino, 2006, pp. 73-74); che la preziosa conferma della rinuncia definitiva del temuto assalto italo-tedesco a Malta, gli inglesi l’ebbero “da una fonte vicina al Comando germanico”(Sadkovich, op. cit., p. 327).
21 Alberto Leoni, Il paradiso devastato. Storia militare della Campagna d’Italia 1943-1945, il paragrafo: La strana resa di Pantelleria, pp. 51-53.
22 Elena Aga Rossi, Una nazione allo sbando. L’armistizio italiano del settembre 1943 e le sue conseguenze, il Mulino, Bologna, 20032, p. 40. Nell’estate del ’42 le cose stavano andando ancora bene per l’Asse, ma dal dicembre del ’41 erano entrati in guerra gli Stati Uniti. Sul punto, vedi: Yves Durand, Il nuovo ordine europeo. La collaborazione nell’Europa tedesca (1938-1945), 1990, tr. it. di Alessandro Romanello, il Mulino, Bologna, 2002, pp. 192-211. I finlandesi, ad esempio, ebbero un primo contatto segreto con i russi all’inizio del 1942 a Stoccolma, il 4 settembre 1944 fecero l’armistizio con l’URSS e il 15 dichiararono guerra alla Germania, attaccando le truppe tedesche. Il 9 settembre 1943 ungheresi e inglesi firmarono un accordo segreto a Istanbul, rimasto senza effetto, come il posteriore armistizio ottenuto dal reggente Horthy con i russi nel 1944, a causa della reazione tedesca. La Romania, con poche truppe tedesche in casa, defezionò il 23 agosto 1944 ed ottenne l’armistizio il 12 settembre successivo, dichiarando poi guerra alla Germania (anche se, alla fine, venne considerata “nemico cobelligerante” e non alleato, esattamente come accadde all’Italia). Del resto, si è saputo solo diversi anni fa che, dopo la pur vittoriosa Battaglia di Stalingrado, Stalin, spaventato dalle enormi perdite subite, aveva fatto intraprendere contatti segreti con i tedeschi per una possibile pace separata, finiti nel nulla per l’intransigenza di Hitler.
23 Sulle precise responsabilità per il disastro di Matapan, che non possono esser cancellate dalla pre-cognizione dell’avversario grazie ad Ultra o dal suo possesso del radar e delle portaerei, vedi: Giorgio Giorgerini, op. cit., cap. IX: L’assurda notte di Matapan, pp. 270-322. Le tre corazzate inglesi presenti e non viste aprirono di colpo il fuoco, con i loro cannoni da 381 mm., dalla distanza di appena 3500 metri circa, trasformando rapidamente in torce due nostri incrociatori e due dei quattro nostri caccia, uno dei quali fece a tempo a sparare qualche colpo e a lanciare qualche siluro, senza esito, mentre l’altro tentò inutilmente di far fumo. Gli altri due riuscirono a sganciarsi. Poco dopo gli inglesi scoprirono fermo e al buio il Pola, che fu fatto evacuare e affondato col siluro. La notevole vittoria di Capo Matapan non fu del tutto indolore per i britannici: sulla via del ritorno dall’impresa, l’incrociatore leggero Bonaventure fu silurato e affondato dal sommergibile Ambra, comandato dal tenente di vascello Mario Arillo, uno dei nostri più audaci capitani. Il disastro di Matapan non incise sulla guerra dei convogli ma fu sicuramente uno shock per i nostri comandi, che divennero ancor più cauti per ciò che riguarda l’impiego della flotta da combattimento (corazzate e incrociatori pesanti). La cautela sembrò ad un certo punto eccessiva e provocò anche malumori e proteste da parte degli equipaggi.
24 A titolo esemplificativo, vedi: Richard Hough, The Longest Battle. The War at Sea 1939-1945 (1986), Cassell Military Paperbacks, 2003, cap. 10: The Long Struggle for the Midland Sea, pp. 204-236. Egli menziona Ultra, senza analizzarne l’influenza sulle vicende mediterranee, pur avendo l’onestà di ammettere che “la recente pubblicazione (1979-1984) della storia ufficiale della British Intelligence in the Second World War, del prof. F. H. Hinsley, ha rivelato per la prima volta l’immenso contributo apportato al risultato della II g. m. dai decifratori dei codici nemici, cosa che richiede una nuova valutazione sia delle campagne che delle singole battaglie” (op. cit., p. 50).
25 Luis de La Sierra, La guerra navale nel Mediterraneo, cit., p. 281.
26 Sadkovich, op. cit., pp. 136-138, per i dettagli. “Gli italiani, che non abboccarono, non possono esser biasimati per aver adottato la stessa strategia di Cunningham, che cercò di non abboccare all’esca degli italiani [si trattava di attirare la flotta da battaglia nemica in qualche trappola, usando un convoglio come esca]. Così, se Cavagnari [temporaneo Comandante in Capo della Regia Marina] non riuscì a cacciare i britannici dal Mediterraneo, Cunningham non riuscì a cacciare gli italiani dal mare – cosa che, secondo Churchill, egli avrebbe dovuto fare per salvaguardare [disse] ‘la reputazione della Royal Navy’” (op. cit., p. 138). Inoltre, “in giugno [del 1941] Churchill era furente per le scialbe prestazioni della sua Marina, che nel corso del primo anno di guerra aveva affondato appena 12 dei 334 mercantili impiegati dagli italiani. Laddove, nelle sue memorie, Cunningham cerca di imputare la causa di tale scarso rendimento alla mancanza di ricognizione aerea, egli non fa che fornire un quadro distorto della realtà: se sul finire dell’anno l’impegno dei britannici contro il traffico marittimo dell’Asse diede esiti migliori, ciò fu da ascrivere all’incremento dell’attività di intelligence di Ultra dopo il giugno 1941, non certo a una maggiore efficacia della ricognizione aerea”(p. 209). Gli italiani si accorsero ad un certo punto che gli inglesi conoscevano anche i nomi della navi da attaccare e sospettavano di spionaggio i pescherecci dei pescatori arabi locali mentre i tedeschi sospettavano gli italiani stessi, sbagliandosi entrambi clamorosamente (op. cit., ivi).
27 Giorgio Giorgerini, Da Matapan al Golfo Persico. La marina militare italiana dal Fascismo alla Repubblica, 1989, ristampa Oscar Mondadori, 2003, p. 78. Il libro dell’autorevole storico navale contiene una vasta ed accurata analisi delle scelte e delle non-scelte della Regia Marina e della sua preparazione alla II g.m., dal cap. II al cap. IV, pp. 82-466.
28 Sadkovich, op. cit., p. 157.
29 Giorgerini, La guerra italiana sul mare, cit., pp. 436-439, e in particolare p. 438. In questo suo fondamentale studio, successivo all’opera del prof. Sadkovich, abbiamo un’indagine complessiva molto precisa della “guerra dei convogli”, suddivisa dall’Autore in cinque periodi per quanto riguarda i convogli libici (giugno 1940-22 gennaio 1943, caduta di Tripoli), seguiti dal sesto, quello più drammatico, della “rotta della morte” per la Tunisia (11 novembre 1942, primo convoglio per Biserta-13 maggio 1943, resa dell’armata italiana): op. cit.: capp. XIII-XXI, pp. 417-562. I dati dei convogli li ho tratti da questo libro oltre che dall’opera del prof. Sadkovich.
30 Giorgerini, La guerra italiana sul mare, p. 464.
31 Op. cit., p. 466.
32 Sadkovich, op. cit., p. 301.
33 Giorgerini, op. cit., p. 480.
34 Per esempio, l’1 dicembre 1941 giunsero a Bengasi la motonave Veliero, con la sola protezione del cacciatorpediniere Da Verrazzano, dopo esser sopravvissuti ad un attacco aereo e aver eluso la Forza K, scaricando 14 carri armati M 13/40, 190 autoveicoli, 591 tonnellate di munizioni, 1.968 tn di materiali vari, “un apporto cruciale per le forze dell’Asse durante le battaglie di Crusader”(Sadkovich, op. cit., p. 301; pp. 290 ss. per ulteriori dettagli sugli arrivi in Africa nel periodo considerato). Per i rifornimenti un grosso problema era rappresentato dalle scarse capacità dei porti libici, che abbisognavano di estesi lavori di ampliamento, potuti fare dagli italiani solo in parte, tant’è vero che a volte le navi ripartivano senza aver scaricato tutto. Anche per questo era necessario occupare Malta od ottenere dai francesi di Vichy l’uso della grande base di Biserta, dalla quale far proseguire il materiale in treno per la Libia. Ma, nonostante le ripetute richieste dei comandi italiani, Hitler non volle mai premere in questo senso sui riluttanti francesi. La cosa è sottolineata più volte dal prof. Sadkovich, a riprova della cecità di Hitler, costretto poi ad occupare (inutilmente) tutta la Tunisia, mandandovi notevoli forze tedesche, dopo la sconfitta di El Alamein e lo sbarco americano in Algeria.
35 Carlo De Risio, Le tre guerre del Mediterraneo. Verità e leggenda sul secondo conflitto mondiale, in ‘Nuova Storia Contemporanea’, n. 3/2010, pp. 115-122; p. 121.
36 Su questa famosa sconfitta, citata più di quella del convoglio Tarigo quale simbolo del supposto continuo predominio inglese nel Mediterraneo, vedi: Santoni, Il vero traditore, cit., pp. 116-120; Giorgerini, La guerra italiana sul mare, cit., pp. 483-489; Sadkovich, op. cit., p. 292-294. Secondo Santoni, il convoglio non fu segnalato da Ultra ma scorto dal consueto ricognitore Maryland. Secondo il prof. Sadkovich fu invece segnalato e il ricognitore servì da copertura. Quando la Forza K cominciò a sparare, gli incrociatori pesanti italiani si trovavano dall’altra parte del convoglio a quasi venti km di distanza dalle navi nemiche. Resta però il fatto che il tempo impiegato dagli incrociatori per mettersi in grado di aprire a loro volta il fuoco fu troppo lungo, la loro azione risultò impacciata. Nei loro resoconti la marina tedesca e quella britannica criticarono aspramente (e non a torto) la nostra Marina. La commissione d’inchiesta stabilita ad hoc scagionò tuttavia il comandante della divisione di incrociatori da ogni addebito. A mio modesto avviso, la causa del disastro era sempre la stessa: il mancato addestramento al combattimento notturno, una carenza a ben vedere inconcepibile.
37 Sadkovich, op. cit., pp. 297-299.
38 Op. cit., p. 369.
39 Li ricorda nome per nome ancor oggi una The Neptune Association; vedi: www.hmsneptune.com/history. Il fortunato superstite fu il marinaio scelto Norman Walton.
40 Sadkovich, op. cit., p. 315.
41 Op. cit., pp. 481-506. Il testo riporta parecchie tabelle di dati e cifre.
42 Op. cit., pp. 481-482. Le battaglie di Mezzo Giugno e Mezzo Agosto 1942 videro la pesante decimazione di due grandi convogli organizzati dagli inglesi per rifornire Malta, ad opera della marina e dell’aviazione dell’Asse, protagoniste di reiterati attacchi combinati. Nella seconda battaglia, apparve per la prima volta un radar su una nave italiana: sul cacciatorpediniere Legionario, della scorta alla corazzata Littorio. A partire da giugno, Malta aveva ricominciato a pungere con i sottomarini, sia pure non come prima, mentre erano entrati in azione gli aerosiluranti inglesi a lunga autonomia, basati in Marmarica (Cirenaica-Egitto). Si è sempre sostenuto che l’operazione Pedestal, dell’agosto ‘42, nonostante le gravi perdite, riuscì a far arrivare a Malta rifornimenti decisivi per la sua sopravvivenza e utili anche a rinnovarne l’azione di disturbo. In realtà, secondo l’Autore, la sopravvivenza di Malta fu garantita dalle 35.000 tn di materiali che in novembre, dopo El Alamein, giunsero da Alessandria e dalle 175.000 che essa ricevette tra il dicembre 1942 e il gennaio 1943, quando la guerra aveva subito la svolta decisiva (op. cit., pp. 429-430).
43 Op. cit., p. 490.
44 Per i dati citati: Sadkovich, op. cit., pp. 482-483. Vedi anche: Giorgerini, Da Matapan al Golfo Persico, cit., p. 499. I tedeschi fecero molto meglio di noi: rispettivamente 203 e 294 navi (secondo le analisi di Santoni e Mattesini). I dati in questa materia variano sempre, secondo le fonti. La Royal Navy perdette in totale nel Mediterraneo 238 navi da guerra di tutti i tipi (secondo i dati del prof. Sadkovich).
45 Op. cit., p. 498. Successo, nonostante la spina nel fianco rappresentata da Malta, sulla quale l’Autore fa queste considerazioni finali: “Nel 1942 l’isola impegnava una flotta aerea germanica e cinque stormi italiani; nel corso del conflitto, Malta costò un migliaio di velivoli ai due contendenti. Se quello stesso anno, i tedeschi non avessero impedito l’invasione dell’isola [autorizzando invece Rommel a lanciarsi sconsideratamente sulla via di Alessandria], gli italiani avrebbero potuto tenere in vita molto più a lungo le loro linee di rifornimento da e per l’Africa, e probabilmente gli Alleati non sarebbero riusciti, un anno più tardi, a invadere la Sicilia” (op. cit., p. 499).

46 Op. cit., pp. 503-504.       

venerdì 21 aprile 2017

Una conquista del laicismo: La sanità separata dalla misericordia

Il sistema ospedaliero genovese, fondato, in altri e migliori tempi, dalla carità dei cattolici e sostenuto da una magnifica tradizione civile, oggi è umiliato e avvelenato dalla cultura, che si autodefinisce laica e democratica.
La buona volontà e la straordinaria competenza dei medici e degli infermieri si infrange contro il muro di usi e costumi ispirati dal delirio post-cristiano, in atto galoppante e furente nel pensiero della classe progressista al potere.
Ricoverato (grazie a Dio per una breve durata) in un ospedale genovese di antica ma epurata e censurata tradizione cattolica, ho sperimentato il conflitto, in atto tra medici e infermieri capaci e volonterosi e un sistema avvelenato e sconvolto dalla ideologia democratica e dalla taccagneria dei progressisti.
La promiscuità galoppante nelle risparmiose corsie, ad esempio. Nell'opprimente, obliquo e soffocante schieramento dei letti, pazienti di sesso maschile sono a stretto contatto con donne anziane e non silenti. Una soluzione umiliante e insensata, dal momento che l'ospedale di cui sto parlando gode di spazi enormi. Purtroppo la sanità democratica ha profonde e geometriche ragioni, che la ragione umana non può comprendere.
L'energica infermiera che mi consegna un termometro annuncia il fracasso della notte incombente e suggerisce e raccomanda di non nutrire l'illusione di dormire.
La notte, infatti, corre sul filo di un surrealismo socializzante: capannelli di attempate e dotte visitatrici (probabilmente abusive) affrontano (a voce alta, davanti al letto incolpevole di un loro parente) i più scabrosi e insensati dilemmi della filosofia, che esse associano al nome (da loro venerato) di Emanuele Severino.
La vanità (lo ha dimostrato Raffaele Perrotta nel magistrale saggio sul delirio trionfante) ha una struttura terribile/invincibile, tuttavia il teatrino chiacchierante a voce alta, si potrebbe sconsigliare e forse vietare, almeno, nelle corsie notturne degli ospedali.
La pornografia irrompe perfino nelle sedi della sofferenza, che la cultura progressista associa alla promiscuità. L'anziana vicina del mio letto, infatti, avvia (cantando a squarciagola) uno spogliarello, che per la fortuna degli occhi vedenti è interrotto e sventato dalle energiche infermiere di turno.

Nel fondo buio della corsia il rantolo assiduo di uno sconosciuto accompagna il concerto dei catarrosi. La fredda luce dell'alba interrompe l'incubo. Prelievi e analisi del sangue. Infine un valente e amico medico mi annuncia la dimissione. Giusta la sentenza di un celebrato scrittore, la malattia può attendere.

Piero Vassallo

mercoledì 19 aprile 2017

APOLOGO (di Piero Nicola)

  C'era una volta Insula, un paese di antica civiltà, il cui popolo si era stancato delle tradizioni per amore di innovazione e di progresso. Alcuni gruppi di differenti benefattori, deposto il re Arturo, avevano unanimemente proposto ai cittadini insuliti la corona regale. Entusiasti di cingersene, essi avevano applaudito all'evoluta istituzione. E siccome la sovranità collettiva era materialmente impossibile da esercitare, si convenne di delegarne le funzioni legislative e governative - secondo democrazia - a gruppi di eletti dalla maggioranza dei sovrani. Gli eletti, riconoscenti, fecero leggi liberali e magnanime, che davano le più ampie libertà, i più larghi diritti agli elettori. Acconsentendo alla liberalità già attuata dagli altri paesi amici, si mise la benevolenza al primo posto, attribuendo a tutti gli uomini bisognosi il diritto d'essere soccorsi e accolti a braccia aperte, a prescindere dai loro usi e costumi. Infatti il consesso delle nazioni onorava al più alto grado il pacifico e generoso principio di uguaglianza delle genti.
  Non c'era quasi abitante di Insulia che non fosse sensibile alla universale solidarietà. Regioni, città e villaggi insuliti erano gelosi della loro storia e perfino campanilisti. Essi vantavano coloro che avevano dato lustro alle loro terre, rivaleggiavano tra loro e con ogni contrada del mondo gloriandosi dei monumenti posseduti, soprattutto non avrebbero mai rinunciato alla salvaguardia dei piatti prelibati della cucina locale. Ma tutto questo non impediva che amassero lo straniero avente preso dimora presso di loro. E se talvolta un cattivo impulso li faceva disprezzare certi africani o asiatici, che per qualche motivo davano noia, la loro coscienza li ammoniva tormentandoli finché si fossero pentiti. Dunque gli insuliti finivano per compiacersi dell'ospitalità fornita a turbe d'ogni provenienza, le quali intendevano rifarsi una vita in Insula; benché tale sacra accoglienza costasse denaro pubblico e sacrifici.
  Il venerato Capo della religione predicava il merito e il dovere di accogliere i poveretti; diceva che erano profughi in fuga da guerre e carestie, e che  nessuno doveva guardare per il sottile discriminando gli abusivi e cercando parassiti da espellere, perché simile egoismo era contrario tanto alla religiosità quanto all'umana giustizia, soprattutto offendeva il dio universale, il dio d'amore.
  Gli emigranti, che apparivano in cerca d'un paese dove stare meglio, si dirigevano verso le rive di Insula, dove sembrava avrebbero trovato il loro sollievo. Si ammassavano sulla sponda del mare dirimpetto a quella dell'approdo desiderato. Le altre nazioni, ugualmente umanitarie, opponevano legali difficoltà all'ingresso degli emigranti o si giustificavano con la loro posizione lontana per non riceverli. Essi si imbarcavano su zattere in balia degli elementi, sicché molti perivano già vicino al luogo di partenza. Le autorità mondiali, preoccupate della loro sorte, avevano allestito un sistema di soccorsi, sostenuto anzitutto da Insula. La flotta militare insulita si prodigava andando a prendere i naufraghi e quelli in procinto di naufragare, sino alle coste da cui prendevano il largo. Anche le navi mercantili di passaggio raccoglievano i disperati, poi trasferiti nei soliti approdi di destinazione.
  Ma non solo i paesi restii ed egoisti ubbidivano al germe del male, non ancora debellato nell'uomo della felice era dell'amore, circolavano sulle croste terrestri dei soggetti malefici che si davano a nascondere le realtà: dei malnati compivano nequizie e altri si ingrassavano coi traffici attinenti alle nefandezze.
  I governanti di Insula non potevano ignorare le malefatte, ma avendo una coscienza democratica evitavano di turbare la felicità dei loro sovrani e il loro buon cuore. Nondimeno il sacrosanto Capo del Tempio dei templi tralasciava le vecchie norme della legge morale, che aveva mortificato lo spirito; egli faceva appello all'idealismo del divino bene, che non s'impaccia di regole di legulei. Perciò non si curava di conoscere i crimini dei trafficanti d'uomini e il mezzo con cui si sarebbero evitati le loro morti per stenti e annegamenti. Egli e il suo dio erano superiori al fatto che bande di negrieri facessero la tratta di moltitudini con percentuali di poveri, di temerari, di malviventi, irretiti sfruttandone le mire più o meno oneste e fantasiose, o maliziose. Il grande uomo pio per il suo dio evitava di indagare chi pagasse le spese dei viaggi e di considerare gli illeciti guadagni delle società addette alla cura degli arrivati sul suolo insulita. Egli non badava al fatto che incoraggiare le traversate significava contribuire alla morte e alle pene dei trasportati sulle zattere, mentre il dichiarato rifiuto di riceverli avrebbe fatto cessare lo scempio, nonché lo sfruttamento, da tempo in atto, dei nuovi arrivati da parte di individui senza scrupoli. Egli e il suo dio confidavano giustamente che il miscuglio di genti ancora da mettere in pari con la religione evoluta e purificata non creassero dissidi e perdite, ma meritassero la concordia e la collaborazione più augurabile.
  Alcuni insuliti, i più retrogradi e attaccati ai formalismi, erano irrispettosi increduli del buon fine. Nutrivano diffidenza verso l'ineffabile spiritualismo predicato, la cui amorevolezza annullava la legge, pur dovendo sussistere leggi per la pratica della vita sociale. I retrivi sospettavano che quella dottrina servisse ai furfanti dando loro libero campo, e che un dio d'amore soltanto, andasse bene per costruzioni eteree, non aventi nulla a che fare con l'umana creatura. Sulle loro labbra blasfeme spuntava il termine di "dio nichilista".
  Alla fine, i minuti re insuliti si persero nell'amalgama dell'eterogeneo mondo cosmopolita, venutosi a creare sotto le sue torri vetuste, tra i palazzi dei padri e degli antenati. Con loro grande meraviglia, i superstiti autoctoni godettero della stupefacente sensazione d'essere stranieri in patria, avendo ceduto la corona e le avite opere pubbliche ai sopravvenuti che, simili alle fazioni politiche, erano ben poco cambiati, ben poco uniti dalla concordia. I residui insuliti furono liberi da qualsiasi responsabilità. I migliori credenti, generosi e serafici, si affrancarono dal tetto e dalla cucina. L'abbandonata mensa degli stranieri indigenti, i loro ricoveri dismessi, divennero la loro mensa, i loro ricoveri. Ma un angelo messaggero si presentò sulle soglie dei molto buoni, e li sorprese mostrando un bando del Signore dei cieli, che diceva: "I vostri vizietti non saranno perdonati. Scrutate i vostri cuori e fate penitenza, altrimenti la porta del Paradiso sarà chiusa per voi".

  L'ultimo Capo del Tempio dei templi, fedele al suo dio, affacciandosi dalla santa dimora rimodernata, proseguiva a rilasciare sermoni per tutti edificanti, ineccepibili.

Piero Nicola 

venerdì 14 aprile 2017

PIANTO SUL RISO (di Piero Nicola)

  La faccenda è paradigmatica: rappresenta il flagello della mondializzazione, cara nondimeno all'UE. La produzione nazionale del riso sta attraversando una crisi nera a causa della concorrenza internazionale, orientale, e chi dovrebbe porre rimedio fa promesse risibili.
  A Roma i risicoltori hanno manifestato sonoramente la loro protesta. Gli argomenti sono forti. Al di là della semplice concorrenza priva di confini (di per sé iniqua, in quanto impedisce di tutelare la vita di comunità storiche e popolose) i danneggiati denunciano una concorrente produzione estera che sfrutta la manodopera e usa pesticidi, vietati dalle nostre leggi.
  Il ministro dell'agricoltura ha dichiarato alla tivù che chiederà a Bruxelles il permesso per i venditori italiani di riso d'applicare le etichette che indicano la provenienza del prodotto. Questa, è lo stato di dipendenza del nostro Paese nei confronti di un governo europeo, chiamato "commissione", autonomo rispetto alle nazioni dell'unione, fedele al progetto del mondialismo.
  Cari amici, il mondialismo riposa sul corollario del libero mercato, il quale è un principio democratico inviolabile. Non sempre lo fu; i dazi doganali ebbero, sino a non molti anni or sono, le loro brave giustificazioni. Ma il Progresso evolutivo, consorte della Libertà, non ha mancato di onorarla superando le separazioni, le anacronistiche protezioni così contrarie agli scambi esenti da discriminazione, da privilegi, contrarie alla benefica e buona solidarietà universale. Infatti il posporre l'economia, la sua legge universale agli interessi di una comunità, oggi è negato e disprezzato col termine denigratorio di protezionismo. E questo, nella presunzione che i liberi scambi di ogni genere siano la premessa necessaria per un vantaggio generale, per il benessere di tutti.
  Tale dottrina economica malfondata, che riguarda gli interessi materiali e di sussistenza, che tocca il portafoglio individuale, va a sostenere il miscuglio delle nazioni, è incentivo a credere al  profitto che verrebbe da una società che è congerie di varie civiltà, dove si esclude una civiltà egemone assimilatrice e degna di simile ruolo. Non vale neppure l'esempio degli Stati Uniti quale federazione e paese cosmopolita. Essi, almeno fino qualche tempo addietro, facevano ben assimilare all'emigrante il loro spirito e la loro cultura, e gli emigranti divenivano americani, non già dei senza patria, astratti cittadini del mondo. Per altro, tale identità statunitense, se ebbe un certo successo materialistico, essendo liberale e democratica fu moralmente scadente, destinata al brutto declino in cui adesso va brancolando. Il lavoro, la produzione tecnica, l'iniziativa sono un'igiene che da sola non salva l'anima e, alla lunga, rovina il corpo personale e sociale.
  In Italia la decadenza provocata dalla mancanza di ideali e di valori autentici, la democrazia sostanzialmente individualista e immoralista, il buonismo, l'animalismo, la religione corrotta, corrispondono a una disgraziata unione europea e a un mondialismo privo di qualsiasi profitto.
  L'Alitalia semi svenduta allo straniero sta fallendo. Le grandi aziende di servizi pubblici (ferrovie, telecomunicazioni, autostrade, banche, assicurazioni) non sono più nostre: sono sul mercato, alla mercé di qualsiasi interesse superiore al nostro interesse. Non abbiano una moneta nazionale, utile per difendere i nostri beni. Il nostro debito pubblico è largamente in mano a finanzieri esteri e all'altrui speculazione. La liberalizzazione economica senza frontiere, ha consegnato aziende d'ogni importanza a multinazionali che agiscono anzitutto a vantaggio di soggetti estranei, noti o ignoti, e ha condotto altre nostre imprese fuori dell'Italia. Nel Gran Milàn, il Milan e l'Inter non sono più milanesi, ma di proprietà asiatica. Berlusconi culla e bacia il candido agnello pasquale con un'aria proprio commossa, commosso come la Brambilla non sa mostrarsi, adusa com'è alla popolare battaglia per la salvaguardia degli animali; nella quale un tempo eccelsero gli inglesi, tanto che i maligni dissero che a loro l'animale stava più a cuore dell'uomo straniero.
  Ma erano pregiudizi di tempi oscuri, riscattati dalla pienezza democratica, dalla pienezza dalla libertà e dei diritti, dall'evoluzione dell'Unesco, che conferisce patenti ambite alle bellezze d'ogni contrada, la quale ne esce un poco espropriata, perché esse appartengono all'umanità.
  Gira e rigira si finisce sempre nella melassa internazionalista, solcata dalle prore superbe dei grandi magnati; escluso il Berlusca. Egli è troppo dolce per il dominio, e deve credere sul serio nei suoi poveri ideali. Mi sa che anche Trump farà la stessa fine, oppresso e rincitrullito dai ricatti.


Piero Nicola 

lunedì 10 aprile 2017

QUANTE PECORE FUORI, QUANTI LUPI DENTRO (di Emilio Biagini)

La Chiesa è la Sposa di Cristo, la Chiesa è santa, la Chiesa è infallibile perché ha ricevuto da Dio, e custodisce, il Depositum Fidei, che è superiore anche al Papa, il quale è infallibile solo quando pronuncia un dogma, perché in tal caso è lo Spirito Santo che parla per bocca sua, ma in ogni altro caso è fallibile come chiunque, e se afferma pubblicamente qualcosa che sia contrario al Depositum Fidei cade ipso facto in eresia. In effetti si conoscono alcuni casi in cui un papa ha pubblicamente enunciato eresie, tanto che il problema del papa eretico è stato oggetto di profonde riflessioni da parte di vari teologi, fra i quali San Roberto Bellarmino.
Bellissima e molto vicina alla perfezione era la Chiesa primitiva dei primi tre secoli, sebbene eresie e divisioni ribollissero già allora. Ma era tempo di persecuzioni e solo gente sincera e coraggiosa osava entrarvi. Tutti i papi di questi primi tre secoli, con una sola eccezione, morirono martiri, e tutti furono santi. I sacerdoti non portavano vesti particolari ma erano molto vicini ai fedeli. Oggi c’è la veste ma il loro cuore è lontano da Dio: lo disse il Divino Maestro alla grande veggente Maria Valtorta, come vedremo.
All’inizio del quarto secolo, con Costantino il Grande, venne la libertà di culto, interrotta solo dalla penosa parentesi di Giuliano l’Apostata, un individuo frenetico gonfiato dagli storiografi laicisti, e alla fine di quel medesimo secolo, con Teodosio il Grande, il Cattolicesimo divenne religione di Stato. Il paganesimo era ancora forte, ma nella Chiesa si erano aperte attraenti prospettive materiali: non si rischiava più di finire arsi vivi o gettati in pasto alle belve, ma si poteva fare carriera. Gli opportunisti, che prima sedevano al circo facendo il tifo per le belve, senza dubbio si precipitarono ad arraffare posti, sinecure e prebende. Così che, al principio del quinto secolo, Sant’Agostino, a proposito dell’ovile della Chiesa, poteva esclamare: “Quante pecore fuori, quanti lupi dentro!”
Da allora, pessimi servitori della Sposa di Cristo non sono mai mancati, e il diavolo ha potuto farne larga vendemmia. Scrittori e predicatori cattolici hanno avuto purtroppo ampio motivo di elevare lamenti su simili servitori. A metà del secolo undecimo San Pier Damiani pubblicò il Liber Gomorrhianus, nel quale flagellava l’orrenda piaga del vizio contro natura fra gli ecclesiastici. Nel 1216 San Francesco, alla Porziuncola, ricevette da Dio il comando di restaurare la Chiesa in rovina.
Al tempo di Marco Polo venne sprecata per vigliaccheria e accidia l’occasione provvidenziale di evangelizzare l’Asia. Il Gran Khan dei Tartari, Kubilai, aveva chiesto al papa, tramite Nicolò e Matteo Polo (rispettivamente padre e zio di Marco, autore de “Il Milione”), intorno al 1265, l’invio di cento missionari per istruire il suo popolo. Poiché l’impero mongolo di allora abbracciava gran parte del continente asiatico e l’individualismo in senso moderno non era ancora nato, convertire i capi significava di solito convertire tutto il popolo, per cui non è azzardato ritenere che, se la richiesta del Khan fosse stata esaudita, vi sarebbero state ottime probabilità di una generale affermazione del Cristianesimo, anche perché la diffusione dell’islamismo in Asia non era ancora avanzata quanto lo è oggi. Ma si trovarono solo due sacerdoti disposti ad offrirsi volontari per il viaggio, e anche costoro tornarono indietro ai primi pericoli. Così, mentre i mercanti affrontavano ogni rischio, allettati dal guadagno materiale, tra i sacerdoti cattolici non si trovava, all’epoca, chi avesse altrettanto zelo per il bene spirituale proprio ed altrui.
Intorno al 1300 il grande poeta fiammingo Jacob van Maerlant, nel poema (liberamente tradotto in prosa dall’autore) Van den lande van oversee, lamentava: “La cialtroneria ha grasse prebende, la santità è costretta a mendicare: ciò lo si vede tutti i giorni. O Chiesa, ti lamenti! Ne hai ben d’onde, ma non trovi in questa tua sciagura mai sostegno di amico o di parente. Tutti allargano la borsa a più non posso per intascare le tue prebende, ma sono vili quando si tratta di resistere alle prove. Se pure Gesù di nuovo versasse il rosso Suo sangue, come già prima lo versò, ovunque vi è un tale torpore, che a stento qualcuno sarebbe capace di farvi attenzione.” Poco dopo, ecco le sacrosante invettive del Padre Dante, troppo note perché occorra citarle.
Il domenicano Girolamo Savonarola, condannato a morte insieme a due compagni per aver detto la verità sulle condizioni della Chiesa, fu vittima di un falso editto di scomunica emanato dal Cardinale arcivescovo di Perugia Juan López a nome del papa, su istigazione di Cesare Borgia, figlio del papa. Alessandro protestò, minacciando Firenze di interdetto per farsi consegnare il Savonarola, salvarlo e farlo discolpare, ma non osò rivelare al mondo l'inganno perpetrato dal figlio, così che il martirio dell’eroico frate, ad opera del braccio secolare (quella Repubblica di Firenze che due secoli prima aveva condannato al rogo, in contumacia, il Divino Poeta Dante), divenne inevitabile.
Al Savonarola era stato offerto un cardinalato, purché cessasse le sue sacrosante denunce, ma egli rispose: “Non voglio cappelli, non voglio mitrie: un cappello rosso, ma di sangue, voglio.” E infatti, insieme ad altri due domenicani, accusati d’esser “scismatici e denigratori della Santa Sede”, il 23 maggio 1498 l’eroico domenicano venne impiccato e bruciato sul rogo, e le sue ceneri furono disperse nell'Arno.
Ma che aveva detto di tanto terribile? Il 17 febbraio 1496 così aveva iniziato la predicazione dei Quaresimali: “Fatti in qua, ribalda Chiesa, fatti in qua ed ascolta quello che il Signore ti dice: Io ti avevo dato le belle vestimenta, e tu ne hai fatto idolo. I vasi desti alla superbia; i sacramenti alla simonia; nella lussuria sei fatta meretrice sfacciata; tu sei peggio che bestia; tu sei un mostro abominevole. Una volta ti vergognavi dei tuoi peccati, ma ora non più.” Il 24 febbraio tuonò dal pulpito: “Noi non diciamo se non cose vere, ma sono li vostri peccati che profetano contra di voi [...] noi conduciamo li uomini alla simplicità e le donne ad onesto vivere, voi li conducete a lussuria e a pompa e a superbia, ché avete guasto il mondo e avete corrotto li uomini nella libidine, le donne alla disonestà, li fanciulli avete condotto alle soddomie e alle spurcizie e fattoli diventare come meretrici.” L’anno successivo predicò ancora contro Alessandro VI: “Il papa è ferro rotto e non si è tenuti ad obbedirgli, anatema a chi comanda contro la carità. [...] Ogni cosa fanno contro la carità, si elegga al più presto il suo Successore che la barca di Pietro non può attendere.”
Alla corrotta e paganeggiante Chiesa rinascimentale pose fine il Sacco di Roma del 1527, spianando la strada alla provvidenziale Controriforma, non prima però che i peccati degli uomini di Chiesa avessero condotto alla disastrosa “Riforma” protestante. E, dato che l’andazzo attuale tende a portare fuori strada i fedeli, facendo entrare sempre più lupi nell’ovile, ecco, a difesa contro le contaminazioni eretiche, la visione avuta nel 1883 dalla Beata Suor Maria Serafina Micheli (1849-1911), fondatrice dell’Istituto delle Suore degli Angeli. La Beata si trovava ad Eisleben, città natale di Lutero. In quel giorno si festeggiava il quarto centenario della nascita dell’arcieretico e c’era quindi grande animazione, ma l’unico desiderio di Suor Maria Serafina era di cercare una chiesa e pregare; ne trovò una, ma era chiusa. Allora si inginocchiò sui gradini d’accesso, senza accorgersi che era un tempio luterano. Mentre pregava le apparve l’angelo custode, che l’ammonì a non pregare in quel luogo e disse: “Voglio farti vedere il luogo dove Martin Lutero è condannato e la pena che subisce in castigo del suo orgoglio”. La Beata vide un’orrenda voragine di fuoco, in cui un incalcolabile numero di anime subiva atroci tormenti. In fondo c’era Martin Lutero, circondato da demoni che lo costringevano a stare in ginocchio e, muniti di martelli, si sforzavano, invano, di conficcargli in testa un grosso chiodo.
Ma il solito disprezzo dei potenti per le rivelazioni “private” fece sì che Luigi XIV, il “Re Sole”, rifiutasse di far consacrare la Francia al Sacro Cuore, come era stato chiesto da Cristo tramite la veggente Marguerite Marie Alacoque; troppi preti divennero mondani “abatini”, e sulla Chiesa si abbatté l’orrenda Rivoluzione francese. È l’epoca della Beata Anna Maria Taigi (1769-1837), che aveva il dono di discernere il destino delle anime: vedeva gente semplice che appena sapeva dire le preghiere salire immediatamente al Paradiso, mentre preti e prelati sprofondavano all’inferno. La Taigi profetò e descrisse con molti anni d’anticipo numerosi avvenimenti storici, come il disastro napoleonico in Russia e la morte di Buonaparte a Sant’Elena; una sua profezia descrive esattamente il Gay Pride: “(…) andranno per le vie della Eterna Città Santa bagnata dal Sangue dei Principi [gli Apostoli], portando la Lussuria in processione. Sacrilegi compiranno contro lo Spirito Santo e contro la Religione: gli uomini si vestiranno da donne e le donne si vestiranno da uomini, la Voce del Santo Vicario non sarà ascoltata e la Sua figura sarà fatta oggetto di scherno e di risa”.
Maria Katharina Emmerick, una monaca agostiniana tedesca vissuta tra il 1774 e il 1824, e beatificata nel 2004 da Giovanni Paolo II disse di vedere, nel futuro, una Chiesa con due papi, protestantizzata e infedele: “Vidi quanto sarebbero state nefaste le conseguenze di questa falsa chiesa. L’ho veduta aumentare di dimensioni: eretici di ogni tipo venivano nella città [di Roma]. Il clero locale diventava tiepido, e vidi una grande oscurità” (13 maggio 1820). “Vedo il Santo padre in grande angoscia. Egli vive in un palazzo diverso da quello di prima e vi ammette solo un numero limitato di amici a lui vicini. Vedo che una falsa chiesa delle tenebre sta facendo progressi, e vedo la tremenda influenza che essa ha sulla gente” (10 agosto 1820). “Poi vidi che tutto ciò che riguardava il protestantesimo stava prendendo gradualmente il sopravvento e la religione cattolica stava precipitando in una completa decadenza. La maggior parte dei sacerdoti era attratta dalle dottrine seducenti, ma false, di giovani insegnanti, e tutti loro contribuivano all’opera di distruzione. In quei giorni la fede cadrà molto in basso, e sarà preservata solo in alcuni posti, in poche case e in poche famiglie che Dio ha protetto dai disastri delle guerre” (1820). E ancora: “Vidi che molti pastori si erano fatti coinvolgere in idee che erano pericolose per la Chiesa. Stavano costruendo una chiesa grande, strana e stravagante. Tutti dovevano essere ammessi in essa per essere uniti e avere uguali diritti: evangelici, cattolici e sette di ogni denominazione. Così doveva essere la nuova chiesa. Ma Dio aveva altri progetti” (22 aprile 1823).
Alla fine dell’anno ecclesiastico 1823, prima dell’inizio dell’Avvento, la Emmerick ebbe per l’ultima volta una visione relativa alla resa dei conti di quell’anno. Vide, attraverso simboli diversi, le negligenze della Chiesa militante e dei suoi servi in quell’anno; vide quante grazie non erano state coltivate e non erano state raccolte, quante erano state dissipate o andate deplorevolmente perdute. Le venne dimostrato che il Redentore aveva deposto per ogni anno nel giardino della Chiesa, un tesoro completo dei suoi meriti; ve n’erano tanti da poter bastare a tutti i bisogni, a tutte le espiazioni: le grazie neglette, dissipate o perdute (e ce n’erano abbastanza per redimere anche l’uomo più degradato, per liberare anche l’anima purgante più dimenticata) dovevano essere restituite fino all’ultimo obolo, e la Chiesa militante era punita delle negligenze e delle infedeltà dei suoi servi mediante l’oppressione che le veniva dai suoi nemici e mediante le umiliazioni temporali.
E veniamo al ventesimo secolo. In Cielo sapevano già tutto, naturalmente, dello sciagurato secolo durante il quale l’assalto demoniaco si fece ancor più violento. Il 13 ottobre 1884, mentre celebrava la Messa, il Papa Leone XIII ebbe una visione che descrisse al suo confessore. Il demonio aveva chiesto un secolo per distruggere la Chiesa e maggior potere su quelli che si fossero posti al suo servizio. Nostro Signore acconsentì e Leone XIII rimase così scosso che scrisse una preghiera in onore di San Michele Arcangelo per la protezione della Chiesa, e ordinò che questa preghiera venisse pronunciata alla fine di ogni Messa. Ma con la riforma liturgica del Concilio Vaticano II questa salutare pratica abbandonata. Subito dopo scoppiò l’immondo Sessantotto, col suo “vietato vietare”, proprio come se fosse caduto un ostacolo all’opera demoniaca.
A Quito, nell’America spagnola, la monaca Mariana Francisca Torres y Berriochoa (1563-1635), una straordinaria veggente, ricevette dalla Santissima Vergine una tremenda rivelazione riguardante la nostra epoca: la diffusione di molte eresie, lo spegnersi della fede in tanti cuori a causa della quasi totale corruzione dei costumi, spaventose calamità pubbliche e private, la crudele e indescrivibile sofferenza delle poche anime rimaste fedeli, un clima avvelenato di impurità regnante che, come un mare lurido, avrebbe invaso il mondo, l’infiltrazione del male nelle case, spegnendo la luce dell’innocenza nel cuore dei bambini, che difficilmente riceveranno il sacramento del Battesimo e della Confermazione. Scarse le vocazioni sacerdotali e molte deboli per assenza di formazione. Ridicolizzato, oppresso e disprezzato il sacramento dell’Ordine: il demonio lavorerà con sottile astuzia per allontanare i religiosi dalla loro vocazione, corrompendone molti. Disprezzato il sacramento della Penitenza: essendo radicati nel peccato cercheranno di ignorarlo e per loro nulla sarà peccato; i laici non vi presteranno attenzione; fra i sacerdoti alcuni lo guarderanno con indifferenza, altri non lo amministreranno, o lo daranno con atteggiamento sprezzante allontanando le anime. Nella seconda metà del XX secolo si avrà come una svolta di questa crisi, riassumibile in: una massiccia apostasia nella Chiesa, la corruzione del clero e dei superiori, il propagarsi delle eresie, l’abbandono delle regole in conventi e monasteri. Di tale rovina avrà colpa l’autorità ecclesiastica.
Di fronte a tanto disastro, la Venerabile Mariana Francisca Torres y Berriochoa si offrì come anima vittima per attenuarne la gravità, accettando di soffrire spaventosamente per tutta la vita. Si confronti questa sublime carità di un’umile suora verso gente lontana nel tempo ben quattro secoli, con il cinico commento di Giovanni XXIII di fronte al terzo segreto di Fatima. Disobbedendo all’ordine espresso della Madonna di divulgare per intero il segreto al più tardi nel 1960, il “papa buono” disse: “Non riguarda gli anni del mio pontificato”, come se il pastore universale, responsabile del gregge in ogni luogo e tempo, dovesse preoccuparsi solo dei pochi anni del suo pontificato.
Nell’apparizione del 2 febbraio 1634, la Madonna aveva avvertito Madre Mariana che molti Superiori corrotti avrebbero voluto distruggere lo spirito della religione: “Tempi terribili verranno quando coloro che dovrebbero giustamente difendere i diritti della Chiesa saranno accecati. Senza paura o rispetto umano, si uniranno ai nemici della Chiesa per aiutarli a soddisfare le loro ambizioni. Guai all’errore dei sapienti, a chi governa la Chiesa, al Pastore del popolo che il Mio Santissimo Figlio ha affidato alla sua cura!“ Riferendosi al ruolo delle autorità religiose depravate aggiunse: “Ma nel momento in cui sembreranno trionfanti e l’autorità abuserà della sua potenza, commettendo ingiustizie e opprimendo i deboli, la caduta sarà vicino. Paralizzati cadranno a terra”. La vittoria finale toccherà quindi alla Santissima Vergine del Buon Successo: tale è infatti il titolo con il quale la Madonna è venerata a Quito.
Interrogato sul motivo per cui tale devozione e le profezie annesse per tre secoli sono state conosciute solo in ambito locale, Monsignor Luis E. Catena y Almeida, postulatore della causa di beatificazione della Venerabile Madre Mariana, rispose: “Forse i nemici della Chiesa sono stati consapevoli delle profezie di Nostra Signora del Buon Successo – voglio dire i modernisti e i progressisti che si sono infiltrati nella Chiesa – e avrebbero potuto facilmente oscurarle o modificarle, come è successo con il Terzo Segreto del messaggio di Fatima.
Apparsa il 12 aprile 1947 a Bruno Cornacchiola, la Santa Vergine avvertì del pericolo di “Falsi profeti, che cercano con tutti i mezzi di avvelenare le anime cambiando la dottrina di Gesù in dottrine sataniche; e toglieranno il Sacrificio della croce che si ripete sugli altari del mondo” […], e profetò: “"Molti dei miei figli Sacerdoti si spoglieranno nello spirito, internamente, e nel corpo, esternamente, cioè gettando i segni esterni sacerdotali. Le eresie aumenteranno. Gli errori entreranno nel cuore dei figli della Chiesa. Vi saranno confusioni spirituali, vi saranno confusioni dottrinali, vi saranno scandali, vi saranno lotte nella stessa Chiesa, interne ed esterne. Pregate e fate penitenza.”
Gravi parole furono rivolte dal Divino Maestro anche a Maria Valtorta. Ecco solo un paio di esempi. Evangelizzando gli apostoli perché inizino il loro ministero, Gesù intima (L’Evangelo come mi è stato rivelato, Cap. 265.6): “(…) non è lecito che per un sacerdote demonio si perdano le anime dei fedeli. Non sarà mai lecito, per nascondere le piaghe nel corpo apostolico, permettere la sopravvivenza in esso di corpi incancreniti che col loro aspetto ripugnante allontanano e col loro fetore demoniaco avvelenano.” E inoltre (ibid., Cap. 629.11, corsivo nel testo): “La veste è rimasta. Ma il sacerdote è morto. In troppi, nei secoli, accadrà questo fatto. Ombre inutili e scure, non saranno una leva che alza, una corda che tira, una fonte che disseta, un grano che sfama, un cuore che è guanciale, una luce nelle tenebre, una voce che ripete ciò che il Maestro gli dice. Ma saranno, per la povera umanità, un peso di scandalo, un peso di morte, un parassita, una putrefazione… Orrore! I Giuda più grandi del futuro Io li avrò ancora e sempre nei miei sacerdoti!”
Ma un cristiano formato non deve né abbattersi di fronte a simili realtà, non deve cessare di amare la Chiesa se i suoi ministri sbagliano e peccano. La Santa Madre Chiesa rimane nostra madre, e non si abbandona certo una madre che è stata ferita da figli malvagi. La ricetta salvifica è una sola, predicata dalla Santissima Vergine ad ogni Sua apparizione: “Pregare, pregare, pregare”.


EMILIO BIAGINI

Un saggio di padre Giovanni Cavalcoli o. p.: L'inferno esiste

 “Se il prossimo pone ostacolo alla nostra ricerca di Dio, dobbiamo avere la forza d'animo di respingerlo o di separarcene, come invece abbiamo il preciso dovere di seguire quei maestri e quei santi che ci conducono a Dio, o di prenderci cura di coloro che si lasciano guidare verso Dio”.
Giovanni Cavalcoli o. p.


Insistentemente il sagace e dotto padre Cavalcoli confuta e respinge la suggestione della nuova e orizzontale teologia, denuncia la suggestione secolarista e la tendenza a dimenticare la meta ultraterrena, contemplata dalla teologia cattolica, e rammenta, infine, che “Dio, nel creare l'uomo, non era per nulla obbligato a indirizzarlo al fine soprannaturale, il quale, come insegna Pio XII nell'enciclica Humani Generis, non corrisponde affatto ad un'esigenza dell'umana natura, ma una esigenza soltanto allorché l'uomo sa per fede dell'esistenza di questo fine sublimassimo e quindi comincia a desiderarlo e ha il diritto di desiderarlo in forza della grazia dello Spirito Santo”.
Testimone sapiente e intrepido difensore della tradizione indeclinabile, che contempla l'incompatibilità della misericordia cristiana con la frenesia perdonista/irenista, al galoppo nelle piste battute e appiattite dagli zoccoli della teologia asinina, l'illustre padre domenicano lavora instancabilmente e sagacemente alla confutazione delle bellurie, di vago stampo modernistico, messe in circolazione dall'applaudita combriccola dei teologi incontinenti.
Un puntuale e intrepido saggio del dotto teologo, “L'inferno esiste La verità negata”, pubblicato nella collana dell'animosa casa editrice veronese Fede & Cultura, sferra un duro colpo all'equivoco pseudo misericordioso, sussurrato e talora gridato dai pulpiti di una rugiadosa e grondante teologia, impegnata nel vano inseguimento della sognata capitolazione della giustizia divina.
Risolutamente intenzionato a dissipare le ombre dell'umanesimo ateo, in oscurante/devastante discesa nella teologia neo modernista, l'autore rammenta che “è Dio che salva e non l'uomo che salva se stesso: verità fondamentale della religione cristiana … Dio salva in quanto creatore, crea l'atto stesso col quale l'uomo si salva … nella salvezza la mozione prima viene da Dio (predestinazione) per cui la mia decisione è causata da lui, nella perdizione la decisione è soltanto mia”.
Dopo aver dimostrato che la sequela della falsa libertà è indirizzata all'orrore dell'inferno, padre Cavalcoli sostiene che il dannato gode (paradossalmente) della sua infelicissima condizione “perché l'ha voluta egli stesso, né quindi si pente della sua scelta”.
Di seguito l'autore stabilisce che il negativo – l'inferno – presenta un significato positivo: “mentre nel paradiso il negativo è assente, nell'inferno il negativo è ordinato al positivo”, Infatti è certo che ci sia una pena “perché questa è l'esigenza della giustizia”. In tale modo è arrestata la corsa frenetica di quella suggestione buonista, circolante nelle sedi della catechesi avventurosa, tesi che nega l'esistenza dell'inferno allo scopo di affondare la teologia cattolica nelle acque torbide dell'anarchismo teologizzante, acque avvelenate dal modernismo, nelle quali nuota il bifido delirio degli atei religiosi. Opportunamente padre Cavalcoli confuta i teologi buonisti, che galoppano intorno al mito dell'inferno vuoto: “In paradiso balza in primo piano la volontà di Dio, nell'inferno la volontà dell'uomo. Nessun motivo dunque di turbarsi, ma solo di lodare l'ordine della divina provvidenza, della bontà, della giustizia e della misericordia”.

Un puntuale capitolo del libro presenta le ragioni della contestazione della trionfante, confusionaria teologia di Karl Rahner. Al proposito padre Cavalcoli cita un ragionamento acrobatico (che Cornelio Fabro avrebbe definito delirio teologico) in cui si afferma - intrepidamente - che anche l'ateo si salva “infatti egli è un cristiano anonimo, il quale, se tematicamente ed esplicitamente nega Dio, nel suo preconscio trascendentale e atematico, sorretto dalla grazia, implicitamente lo afferma”.

ERESIA OPERA D'ANTICRISTI (di Piero Nicola)

  Gesù Cristo afferma l'esistenza e la necessità della verità. Egli dichiarò a Pilato: "Io sono re. Per questo io sono nato e per questo io sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità ascolta la mia voce".
  Dunque la testimonianza della verità è uno scopo della venuta di Cristo, il quale s'identifica bensì con la verità: "Io sono la via, la verità e la vita". La predicazione della verità è scopo della Chiesa. Cristo ordina agli Apostoli: "Andate e ammaestrate tutte le nazioni [...] insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ecco io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo". "Chi non crederà sarà condannato".
  La verità è il bene, la sua osservanza è la salvezza, il suo contrario sono l'errore, la falsità, il male. Perciò è indispensabile definire l'oggetto della verità, della predicazione ordinata da Cristo; il che significa fornire il bene, la dottrina della fede, la Legge di Dio ("sia fatta la Sua volontà").
  Cristo denunciò quelli che interpretavano erroneamente la Scrittura e conducevano i loro seguaci all'inferno: anzitutto i farisei, da Lui condannati senza mezzi termini.
  Gli Apostoli dovettero allontanare e condannare gli eretici, ossia coloro che predicavano un falso Vangelo. Gli Apostoli applicarono a costoro l'attributo di anticristi.
  San Pietro, San Paolo, San Giovanni, San Luca accusano gli erranti e impostori, che abusano del nome di Cristo. Sono tali e tante le affermazioni a tale riguardo contenute nella Sacra Scrittura, che citarle sembrerebbe superfluo.
    “Molti sono diventati anticristi… Sono usciti di tra noi, ma non erano dei nostri… Chi è bugiardo, se non colui che nega che Gesù sia il Cristo?... Chi nega il Figlio non ha nemmeno il Padre” (I Gv. 18, 23).
  “Molti impostori sono usciti nel mondo, i quali non confessano che Gesù Cristo sia venuto nella carne: questo tale è un impostore e un anticristo” (II Gv. 7).
  “Mi stupisco come così presto fate passaggio ad un altro Vangelo: sebbene non ve ne sia un altro, ma vi sono alcuni che vi turbano e vogliono capovolgere il Vangelo di Cristo” (Gal. 1, 6-7).
  “Vi furono però nel popolo anche dei falsi profeti, come anche tra di voi saranno dei bugiardi maestri, i quali introdurranno sette perverse, che rinnegheranno quel Signore che li ha riscattati, tirandosi addosso una pronta perdizione.
  “E molti seguiranno le impurità di coloro per causa dei quali sarà bestemmiata la via della verità [stretta connessione di errore e peccato mortale]. E con parole formate dall’amor di guadagno faranno negozio di voi, la dannazione dei quali già tempo non langue, e la perdizione di essi non assonna. Perché se Dio non perdonò agli angeli che peccarono […] e all’antico mondo non perdonò, ma custodì con sette altri Noè predicatore della giustizia […] e le città di Sodoma e Gomorra condannò alla distruzione […] facendone esempio a coloro che sono per vivere da empi … Sa il Signore liberare i giusti dalla tentazione, e serbare gli iniqui pel dì del giudizio ai tormenti. E particolarmente coloro che […] audaci amanti di loro stessi, non temono d’introdurre delle sette, bestemmiando […] Essi che fan delle quotidiane delizie il loro piacere… dissoluti nei conviti che fanno con voi”  (II Petr. 2, 2-13).
  Che l'errore verta sulla cristologia o su dottrine le quali più direttamente ammettono le pratiche peccaminose, che il peccato reso lecito mediante la falsità sia carnale o spirituale, non cambia nulla: l'eresia è mezzo di seduzione e di perdizione. Qualsiasi errore dev'essere combattuto. Cristo asserì:  “In verità vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà neppure uno iota o un punto solo della legge, senza che tutto sia compiuto” (Mt. 5, 18).
  Gli errori gravi, che fanno le eresie, sono condannati perché contravvengono alla Legge di Dio, lo oltraggiano e sono per la perdita delle anime.
  Tutti i cristiani, cattolici e anche eretici, ammisero la contrapposizione verità/errore (equivalente all'antinomia di bene e di male) costitutiva della religione: senza di essa non c'è religione, si pratica l'empietà pure dicendosi cattolici. I protestanti negando dogmi capitali, stabilirono altre verità e leggi inique. Solo in questi ultimi tempi i sedicenti figli della Chiesa, occupanti abusivi della Chiesa, hanno negato l'eresia (in particolare dei protestanti) considerandone gli errori come non gravi, non da condanna e da scomunica per chi li sostenga, e perciò sono essi stessi eretici da condannare e scomunicare: sono anticristi.
  Per formulare questo giudizio non occorre una speciale autorità apostolica, è sufficiente il discernimento di chiunque, la facoltà della ragione applicata ai fatti. Il Messia, gli Apostoli insegnarono - le loro parole insegnano tuttora - come giudicare i pastori degni di fede e i pastori che s'ingannano e ingannano, schiavi di satana o pretti impostori. Tutta la storia della Chiesa, nella sua infallibilità, tramanda le condanne infallibili delle eresie e degli eretici, tuttora esistenti.
  Ora i protestanti, i luterani, sono considerati dal nuovo clero che figurerebbe essere cattolico, con atti definitivi del magistero al più alto livello di autorità usurpata, sono considerati, dicevo, cristiani non portatori di gravi offese alla dottrina del Signore. Viceversa tali erranti sono uguali a quelli che, per i medesimi errori, vennero condannati dalla Chiesa con decreti infallibili e non riformabili. Infatti i luterani non hanno rinunciato alla loro negazione della Presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche (dogma), mantengono la negazione del libero arbitrio (dogma), affermano che la fede assolve dal peccato, e potremmo continuare con i punti di eresia autentica professati dagli acattolici. Che essi dialoghino con Bergoglio e i suoi satelliti non cambia proprio nulla.
  Non mi dilungo a dimostrare come tale presunto clero romano sia eretico anche in quanto pratica assai l'eresia del modernismo, definita da S. Pio X: basta quanto sopra osservato per credere che Bergoglio e i suoi seguaci sono eretici, ossia anticristi, assolutamente da rigettare quali strumenti del demonio.
  Cristo, mettendo in guardia contro i "falsi cristi e falsi profeti", affida il giudizio a coloro che lo che lo ascoltano, non dice loro di rimettersi a un pontefice o di rispettarlo, quando sia venuto il tempo dei frodatori che con la loro falsa pietà e autorità potranno trarre in inganno, operando portenti, anche gli eletti.
  E se non è questo il tempo in cui «vedrete l'abominio della desolazione, di cui parlò il profeta Daniele, stare nel luogo santo» (Mt. 24, 15), che altro dovremmo aspettare?
  Usando la contraffazione della verità "nel luogo santo", si è commesso il peggior attentato alla vita delle anime insegnando di fatto (pertanto peggio che se lo si fosse stabilito con un decreto, suscettibile d'essere confutato e impugnato) che la coscienza individuale può essere sufficiente per cancellare la colpa del pubblico peccatore. Con tale disposizione luciferina si è offuscata e calpestata la Legge di Dio. Omissioni e indulgenze verso gli eretici e i cattivi maestri, che liberamente in varia guisa seducono il popolo, raffermano la sopra formulata condanna della gerarchia non più cattolica, anzi anticattolica.


Piero Nicola

martedì 4 aprile 2017

Cedimenti democratici alla sodomia: ovvero il trionfo della civiltà rettale

 Perfettamente inutile e vano è il tentativo buonista di suscitare l'ammirazione venerante o almeno la democratica tolleranza delle persone normali intorno alle parole d'ordine degli avanguardisti, che annunciano – gongolando, sculettando e squittendo – l'intossicazione (il capovolgimento) della morale naturale e lo sfacelo sodomitico della civiltà del diritto.
L'intolleranza al male – refrattaria e ribelle ai comandi dei sedicenti illuminati - continua a distinguere la normalità dal vizio, e di seguito il vero uomo dal quaquaraqua, il padre di famiglia dal femminiello, la persona normale dal capovolto, il fedele cattolico dall'interprete di una modernità laica e democratica che desta i gridolini di un popolo che sculetta senza ritegno intorno ai vespasiani deputati.
Spregevole e vile è il conformismo dei progressisti, impegnati ad accarezzare, blandire, lusingare e applaudire la oscura setta sodomitica, un centro di potere neo pagano, che innalza – sui tetti dei tempietti urologici - i vessilli dell'immoralità, della fellonia arcobaleno, della capovolta (o autentica?) democrazia, e della sfrenata necrofilia in corsa nei numeri della denatalità occidentale.
La democrazia dei postmoderni abbatte le difese immunitarie e incrementa le pestilenze imperversanti nell'età contemporanea. La tolleranza soffia sul fuoco delle fornaci accese dall'estrema modernità, alti fuochi, dai quali cadono piogge di sterco rovente.
Ingiusto e immorale è l'autorevole rispetto prestato (in nome di un'etichetta da manicomio) alle capovolte e oscene leggi e ai legislatori ubriacati e intossicati dalle acque di fogna.
Spregevole è la paura che trattiene sulle labbra dei ben pensanti lo sputo che si dovrebbe far cadere sulle pseudo leggi, che (per volontà di tracotanti ed empi cialtroni, nati da madri disoneste ed eletti da fragili, ubriacate e plagiate minoranze) violano la volontà della maggioranza, capovolgono il diritto naturale, insudiciano la tradizione cristiana.
In special modo, i banditori della teologia progressista (colpevolmente tollerata dall'autorità ecclesiastica) sono colpevoli di fellonia, ovvero di fingere di non udire il brusio osceno e bestiale, che soverchia, intimidisce e scoraggia la tradizionale avversione della gerarchia cattolica ai vizi in marcia trionfale sotto i vessilli di leggi ispirate e inflitte dalla malafede progressiva e dall'oscenità postribolare.
Si ha, purtroppo, la desolante sensazione che il santo clero non abbia valutato la intrinseca perversione dei politicanti estremi, in genovese detti bulicci, sostantivo del vocabolario cittadino, carico di dileggio per la figura del politicante deboluccio ed effeminato.
La filosofia illuminista ha educato e promosso una folla di conformisti, obbedienti alla beffarda battuta, che il commediografo Aristofane fa pronunciare a un ateniese, atterrito dal trionfante volume della massa costituita dai concittadini capovolti: “tenete il mio mantello, gente di culo aperto, che io fra voi diserto”.
Per avviare l'uscita dal nudismo (fisico e mentale) ridicolizzato da Aristofane ma sacralizzato dal rigor mortis, messo in scena dagli eredi della filosofia dei lumi, in corsa virtuosa nelle uggiose opere dell'onesto Kant, è necessario riconoscere – finalmente e contro l'opinione sgangherata dei teologi progressisti Rahner e von Balthasar - la discendenza dalla tre critiche dai pensieri illuminati (abbagliati dalla soggiacente pornografia), brogliacci sgangherati, dai quali hanno origine la confusione e la violenza regnanti nelle moderne scuole di filosofia, nei crocicchi della pubblica opinione e nelle assemblee legislative.

E' frutto di una non pia illusione, trionfante nelle parrocchie disarmate dal falso ecumenismo e avvilite dalla superficialità, un abbaglio fulminante, da cui ha origine la convinzione circa la possibilità di evangelizzare la filosofia in corsa rovinosa (e coerente) dall'illuminismo dei moderni e all'umbratile nichilismo dei post moderni. Di qui l'obbligo, incombente sui cattolici, di respingere le suggestioni del sincretismo, galoppante nelle piste della tolleranza ecumenica e del buonismo.

Piero Vassallo
   

sabato 1 aprile 2017

Dalla destra "strangosciata" al partito in guerra contro l'insignificanza

“Strangosciata si lascia ivi cadere”.
Clemente Pucciarini citato da Giovanni Testori


Alla fine degli anni Ottanta, durante un convegno di studi organizzato a Casa Mastella (in provincia di Lecce), dall'autorevole Adriana Poli Bortone, Giano Accame intervenne per denunciare la strutturale insignificanza del Msi di stampo almirantiano e prevedere l'indirizzo al fallimento della segreteria dell'erede Gian Franco Fini.
Promosso da Donna Assunta, il delfino di Giorgio Almirante, secondo la lucida previsione di Giano Accame, era destinato ad attuare la banalizzazione della retorica sussurrata teatralmente dal c. d. capocomico, politico marginalizzato ma oratore instancabile.
Parlatore alluvionale, Almirante respingeva tuttavia la tentazione di emanare il vaniloquio inoffensivo e servile, usato da Fini quale lasciapassare richiesto ai candidati all'entrata nel palazzo del potere antifascista, trionfante intorno all'innaturale e labile alleanza catto-comunista.
Refrattario al comiziale gemito almirantiano, Accame, in sintonia con il senatore Carlo Costamagna, suo maestro, sosteneva, con solidi e persuasivi argomenti, la urgente necessità di vitalizzare, ringiovanire e aggiornare la cultura nostalgica, in vana e sterile circolazione nell'ambiente missino
Il lucido progetto di Accame contemplava il risultato che si sarebbe potuto ottenere promuovendo una seria e pacata riflessione sui ragionamenti a futura memoria, circolanti negli ambulacri del fascismo repubblicano, assediato dalla soverchiante potenza nemica e tuttavia capace di proporre riforme sociali rese inattuabili, non confutate, da una guerra indirizzata all'epilogo infelice e sanguinario dell'aprile del 1945.
Purtroppo le corte radici della cultura finiana si rovesciarono e si rinsecchirono nel progetto di attuare l'unione ipostatica del vaniloquio fascistottardo con l'apertura ai pensieri di ruvido stampo antifascista.
La ristrettezza – l'angustia - mentale di Fini è stata, peraltro, confermata dall'uso bizzarro e catastrofico del biglietto d'ingresso nella politica propriamente detta, biglietto, che gli era stato (incautamente) consegnato da Silvio Berlusconi.
La desistenza capriolesca di Fini ha causato la retrocessione della destra italiana e la sua caduta – a dir meglio meglio il suo bizzarro e indecoroso scivolamento – nel carnasciale politico, messo in scena dal pittoresco e chiacchierato club dei Tulliani.
All'intrepida Carla Meloni, erede (si spera) dissenziente da Fini e soci, adesso compete l'arduo compito di restaurare il rottamato edificio di un partito, che è disceso nella terza, denutrita e quasi insignificante fila della affannata e diseguale destra italiana.
L'onorevole Meloni potrebbe continuare, in uno scenario del tutto inedito, la politica realistica attuata felicemente, negli anni Cinquanta, dall'allora segretario del Movimento sociale italiano, il sagace e intrepido onorevole Arturo Michelini e dai suoi dotti consiglieri, l'onorevole Ernesto De Marzio e il senatore Carlo Costamagna.
Un compito arduo, dal momento che la pur brava e animosa Meloni non può far conto sul sostegno di una classe dirigente di profilo alto, ossia paragonabile a quella (in larga misura ereditata dal ventennio fascista) che sostenne il segretario Michelini.

E' certo, ad ogni modo, che l'esistenza di un centro destra, finalmente indenne dall'incapacitante contagio liberalista, dipende dal potere che (si spera) sarà conferito dagli elettori alla combattiva onorevole Meloni.

Piero Vassallo
   

INDIETRO MEZZA (di Piero Nicola)

  A volte ritornano. Quando il bastimento sta navigando in una palude stigia e verso le secche, succede che un comandante ordini "macchina indietro" per cambiare rotta. Ciurma e ufficiali venduti si adeguano, oppure  minacciano il democratico ammutinamento. Il capitano De Gaulle, per esempio, fu messo da parte, e la Francia proseguì nel pelago oscuro e fetente.
  Siamo alle solite. Un capo sprovvisto del potere necessario, è costretto a barcamenarsi e a ripiegare, salvo mandare alla malora nemici e amici codardi, ritirandosi a vita privata. Il potente mondo mondialista, che sacrifica vittime umane sull'altare arcobaleno della dea Economia di mercato e della dea Libertà prostituta, ha avversato Trump così da inibirgli i provvedimenti di difesa contro l'ingresso in America di possibili terroristi, gli ha scatenato addosso una campagna denigratoria mettendo in dubbio la validità della sua elezione, rendendolo bersaglio d'ogni possibile discredito, e ha creato una defezione nel suo partito, facendo fallire il suo progetto di revisione dell'assistenza sanitaria (forse il punto più discutibile del suo programma).
  Ora che Trump prende misure protezionistiche per la giusta difesa della salute sociale in patria, anteposta al generale vantaggio economico, l'isterico sollevamento di pontefici e sacerdoti del libero mercato planetario (nella cui greppia costoro mangiano a quattro palmenti, con indosso le svariate vesti di giornalisti, opinionisti, grandi esperti, parlamentari, statisti e prelati) non riuscendo a nascondere il livore, scopre la loro bassezza e il torto marcio, dimostra la validità e una certa giustezza del loro avversario. Essi sono stupidi e miopi, perché quelli come Trump li salverebbero dal prossimo naufragio. Questo fatto è già accaduto nella storia dei fallimenti democratici. Essi sono sciocchi bugiardi in via di schiantarsi nel muro della realtà, il muro della nazione e della famiglia, che non tollerano la violazione della loro essenza e gli usi contro natura. La mancanza di realismo e di dirittura rovinò regni e casate.
  Non si vuole mettere Trump sul piedistallo. Tra il peggio e l'ottimo, tra il male e il bene, ci sono valori intermedi, che hanno pure il loro peso. Trump  è soltanto meglio o meno peggio, né raggiunge la sufficienza. Ma egli inverte la tendenza che da gran tempo conduce nell'inciviltà. Per principio e in generale, le sue mire controcorrente sono benefiche: salvaguardia degli interessi materiali e morali degli americani, contro la disgregatrice liberalizzazione dei commerci, contro l'immigrazione incontrollata e irregolare, contro il dominio e gli scopi dei banchieri, dei pescicani della finanza, dei gruppi multinazionali o semplicemente capitalisti, contro il lassismo e la falsa bontà che generano disordine e insicurezza. Ma la libertà democratica di far valere gli interessi d'ogni parte, può rovesciare chi contrasta gli egoismi pervertiti e perfidi dei paperoni e dei loro cortigiani.  


Piero Nicola