lunedì 7 luglio 2014

Giuseppe Siri, attualità di un inattuale

Dogma e liturgia

Giuseppe Siri, attualità di un inattuale

Il card. Giuseppe Siri è vissuto negli anni tormentati, durante i quali i teologi modernizzanti, addetti alla preparazione del collasso cattolico post-conciliare, irridevano i tradizionalisti ponendo una domanda tanto stupida quanto velenosa: "Credi davvero di essere un redivivo Atanasio?"
In realtà Siri si adoperò generosamente e non senza incontrare difficoltà affinché i testi del Vaticano II fossero interpretati alla luce della tradizione indeclinabile.
Nella prefazione all'antologia (edita dalla Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014) dei testi scritti da Siri per dimostrare la continuità della Tradizione nei documenti del Vaticano II, mons. Antonio Livi, dotto curatore dei testi, sostiene opportunamente che i pensieri dell'arcivescovo di Genova "sono gli stessi pensieri che papa Benedetto XVI, l'autorevole interprete del Concilio nella linea della riforma nella continuità, ha manifestato nel suo ultimo discorso pubblico prima di lasciare il ministero petrino".
Siri, infatti, sosteneva che nella sostanza la liturgia era rimasta quella di prima: "la costituzione conciliare significa che i fedeli sono solennemente invitati non solo a partecipare al culto divino ma a prepararsi con una cultura adeguata, un esercizio metodico, una perenne preghiera che scaldi l'anima per la fruttuosa partecipazione ai sacri riti".
Livi sottolinea che tale è anche il pensiero di Benedetto XVI: "nella liturgia appare il primato di Dio, il primato dell'adorazione - operi Dei nihil praeponatur: questa parola della Regola di San Benedetto appare così come la suprema regola del Concilio".
Purtroppo la dottrina del Vaticano II, già in sé stessa incerta, come hanno dimostrato Romano Amerio, Paolo Pasqualucci e Serafino Lanzetta, è stata interpretata dalla maggioranza dei vescovi e dei teologi in base a criteri diversi se non opposti a quello anticipato da Siri e confermato da Benedetto XVI.
Padre Serafino M. Lanzetta, ad esempio, svela la causa della baraonda ermeneutica in atto: "Purtroppo dal Concilio Vaticano II ad oggi tanti cattolici pensano di essere adulti perché ormai hanno capito cosa significhi l'espressione conciliare legittima autonomia delle realtà terrene. Si va al di là del testo se si pensa che essa sia una nuova capacità della ragione umana, la quale, in nome dell'autonomia-libertà donataci dalla fede, sarebbe ormai autorizzata a trovare altre vie percorribili per spiegare le realtà temporali della fede".
L'opinione di padre Lanzetta è condivisa e rafforzata da padre Giovanni Cavalcoli, il quale ha scritto: "Dopo cinquant'anni di tentativi ad experimentum, insuccessi, stasi, retrocessioni, sconfitte e fallimenti ormai noti a tutti ... bisogna che ci decidiamo una buona volta a reintrodurre nell'opera evangelizzatrice quegli elementi che ormai da più di cinquant'anni sono stati imprudentemente accantonati e la cui assenza concorre in modo determinante a causare le carenze dell'attuale situazione, mentre quando erano presenti sono serviti a produrre il successo e la solidità dell'opera missionaria e della diffusione della Chiesa nel mondo".
Nel saggio "Unam Sanctam", edito da Solfanelli nel 2013, Paolo Pasqualucci afferma, senza temere smentite, che "il vero Concilio era quello preparato dalla Curia sotto la guida del cardinale Alfredo Ottaviani e di padre Cornelio Tromp. ... Un eccellente e validissimo lavoro, al quale avevano preso parte i migliori teologi ortodossi, fu buttato a mare nella convulsa e anomala fase iniziale del Concilio [Vaticano II], grazie a una serie di colpi di mano procedurali dei progressisti, che riuscirono a conquistare la prevalenza nelle dieci Commissioni conciliari incaricate di gli schemi dei testi da sottoporre all'assemblea".
Infine si rammenta che una puntuale critica alla Gaudium et Spes, fu formulata l'undici ottobre 2012 da Benedetto XVI, il quale, rivolgendosi al Sinodo dei vescovi affermò: "Dietro l'espressione vaga mondo di oggi vi è la questione del rapporto con l'età moderna. Questo non è riuscito nello schema XIII [del Vaticano II]. Sebbene la costituzione pastorale esprima molte cose importanti per la comprensione del mondo e dia rilevanti contributi sulla questione dell'etica cristiana, su questo punto non è riuscita a offrire un chiarimento sostanziale".
I frutti della confusione teologica e dell'omissione filosofica sono purtroppo evidenti. In molte chiese il fastidioso rumore delle chitarre accompagni versi che accarezzano la frivolezza assoluta, mentre nelle prediche si ode la desolante eco di una teologia che rovescia il primato dell'essere nel pensiero indirizzato all'azione nel sociale.
Nel dicembre del 1972, Siri, pur impegnandosi assiduamente nel tentativo di tener dritta la barra del timone post-conciliare, denunciò - oggi possiamo dire profeticamente - il pericolo rappresentato dal crescente furore dei teologi d'assalto: “Il Concilio ha rivelato che si va delineando una conduzione vaga della Chiesa ... - che ci sono rabbie contro la ragione, la teologia e il diritto. Si vede il fine del kerigmatismo, che è spesso quello di eliminare la Tradizione. ... -che in moltissimi prevale la letteratura sulla teologia” 1. Alla lettura oggi urlante dai pulpiti si può associare l'aggettivo "sgangherata".
Purtroppo Siri aveva descritto la realtà che stava affermandosi. E' di ieri il discorso (ma sarebbe meglio dire il delirio) contro la filosofia dell'essere tenuto da una suora, docente in una università cattolica e incaricata di correggere le suore francescane dell'Immacolata, colpevoli di vivere secondo lo spirito del loro ordine.
Associata alla fede di Siri, con la tonalità del rimprovero e quasi del disprezzo declinata dai novatori, la fede irriducibile di Sant'Atanasio rammenta che la solitudine dei credenti non è una novità nella storia ecclesiastica e che la Chiesa cattolica, oltre che alle persecuzioni cruente, sopravvive ai tradimenti intitolati al conformismo, al mondanismo e alla festante stupidità del clero.
Nella raccolta di testi liturgici di Siri, compiuta con rara perizia e fedeltà all'ortodossia da Livi, si trova una perla di saggezza tradizionale, una riflessione sulla Carità, che getta la purificante luce del Vangelo sulle chiacchiere fumose del social-buonismo e della demagogia pauperista, ciance a una dimensione, ultimamente lanciate all'autorevole galoppo suggerito dalla svolta antropologica di Karl Rahner e dalla tesi del Vaticano II sulla Incarnazione di Cristo in ogni uomo.
Il silenziato Siri aveva confutato in anticipo la teoria che indirizza la carità sull'uomo in qualche modo divinizzato dalla nuova teologia: "La carità ha due oggetti: Dio e il nostro prossimo. Una sola virtù unisce questi due oggetti tanto diversi. Il motivo di questa carità è identico: si ama Dio per se stesso e il prossimo per amore di Dio. In questi due precetti, che si fondono in uno, Gesù ha detto che si compendia tutta la Legge e i Profeti. E' chiaro come il motivo il motivo solo dell'amore del prossimo possa salvare la carità. Motivo è - ripetiamo - l'amore di Dio. L'amore di Dio copre tutti i nostri simili e per questo sono tutti amabili, per quanto la natura nostra possa recalcitrare. ...Potrebbe esser facile amare Dio, ma è difficile amarlo attraverso creature, le quali, umanamente parlando, non sarebbero affatto amabili: così aumenta il merito nostro e si garantisce la carità".
Alla svolta antropologica, agente fra le incerte e oscillanti righe del Vaticano II, Siri rispose rammentando che la carità verso i poveri discende dal primato dell'amore e dalla fedeltà alla parola di Dio.
La fragilità dell'amore che esalta i poveri con nobili parole mentre giudica con implacabile rigore i fedeli refrattari al buonismo è sotto i nostri occhi, per dimostrare l'attualità della teologia difesa con passione eroica da Siri.

Piero Vassallo




1 Cfr. Benny Lai, “Il Papa non eletto”, op. cit., pag. 383.

domenica 6 luglio 2014

Eroi della guerra perduta

I Cacciatori del Vesuvio

Eroi della guerra perduta

 Nel sincero rispetto che è dovuto ai combattenti per la libertà e nella stima per l'educazione al pluralismo in tutte le direzioni, un angolo della memoria insolente osa dire che Curzio Malaparte, autore indelicato e politicamente scorretto, sostenne (in una delle più estreme ed infuocate pagine del romanzo autobiografico La pelle) che la seconda guerra mondiale era stata vinta dai pederasti.
Vinta dai froci, si potrebbe dire, ove fosse riconosciuta l'irriguardosa e antidemocratica autorità dei dizionari etimologici, nei quali si legge che froci è l'abbreviazione romanesca dell'aggettivo italiano feroci. 
 Atteso che le ragioni della guerra dichiarata dall'Italia il 10 giugno del 1940 sono ancora nascoste nella borsa di cuoio che Mussolini aveva con sé a Dongo, è doveroso ammettere che sono invece conclamate le modalità altamente democratiche e frocie della implacabile crociata anglo-americana contro l'Italia fascista.
 L'insinuazione di Malaparte, che si legge alla luce delle inappellabili notizie divulgate dalla Storia delle aviazioni, vieta di divulgare l'azzardata e riduttiva opinione secondo cui la vittoriosa guerra contro l'Italia fu una serena e festosa anticipazione del gay pride.
 Contro l'orgoglio degli italiani renitenti e acquattati nella tenebrosa (nera) parentesi deplorata da Benedetto Croce, infatti, si rovesciò la severa ma sacrosanta collera degli educatori anglo-americani, soavemente noti con il venerato nome di liberetors ai settantamila civili vittime dei bombardamenti pedagogici
 Lo rammenta, con altra mente, Carlo Saggiomo, autore di una affascinante e amara rievocazione della disperata resistenza degli aviatori italiani contro la potente aviazione anglo-americana, impegnata alla distruzione di Napoli e all'umiliazione dell'Italia.
 Il libro, I cacciatori del Vesuvio Trenta eroici piloti a difesa del cielo di Napoli contro cinquecento bombardieri anglo-americani, edizioni Controcorrente, Napoli, si raccomanda agli italiani che rifiutano la lezione impartita dalla scolastica umiliazionista, che mette in scena soldati italiani demotivati, vigliacchi e ribelli.
 Il testo di Saggiomo, versione letteraria delle relazioni scritte dagli autori delle imprese compiute dalla nostra aviazione, dimostra, invece, che gli italiani combatterono eroicamente contro la soverchiante potenza del nemico e che le loro sacrificio merita la riconoscenza e l'ammirazione dell'intera la nazione.
 La storia rievocata da Saggiomo ha il taglio della letteratura, ma le sporadiche citazioni dei rapporti scritti dai piloti italiani avvertono il lettore che il libro rievoca una dolorosa vicenda dello sfortunato ardimento dei nostri combattenti.
 Il rapporto del Tenente pilota Riccardo Monaco ad esempio: "Quattro formazioni da sei fortezze volanti vengono da mare. Io viro a sinistra. Do al motore. Salito quanto possibile mi butto in picchiata su una formazione nemica di se, ma il fuoco contro di me era micidiale. Non ho tirato su dopo l'attacco, ma ho continuato a picchiare. ... Nello sparare ho visto una fumata bianca sprigionarsi dall'aereo colpito. ... Il mio caccia era stato crivellato di colpi. Uno aveva preso il manicotto dell'acqua che scottava, era andata in nebbia e vapore".
 La supina adesione al buonismo pontificante dalle sacre colonne del quotidiano Repubblica, infine, infine non può cancellare il quarto comandamento e con esso l'insegnamento di San Tommaso intorno alla santità di chi sacrifica la vita per difende la Patria.

 In anni segnati dal capovolgimento del patriottismo nel delirio ecumenico a Lampedusa, il ricordo di un'Italia altra può e deve attenuare la disperazione incapace di vedere il futuro della Nazione.

Piero Vassallo

venerdì 4 luglio 2014

La destra nel labirinto


La destra nel labirinto

 La casa editrice del Borghese pubblica un saggio di Mario Bozzi Sentieri, La destra nel labirinto Cronache di un anno terribile, che propone, insieme con intriganti riflessioni sull'ultimo atto, una storia dimezzata della cultura e della politica di destra.
 Oggetto dell'analisi del pur valido autore è la storia del pensiero avventizio e fittizio (per dirla con Giovanni Gentile) che si manifestò durante gli anni successivi alla catastrofe del 1960, ossia la vicenda della dimezzata politica di Michelini e della sua contraddittoria e stentata riedizione ad opera di Giorgio Almirante.
 Il dimezzamento della storia della destra contempla purtroppo il taglio feroce delle radici culturali del Msi, ossia la rinuncia all'ingente eredità del migliore fascismo, quello rappresentato da filosofi, economisti e storici epurati, quali Carlo Costamagna, Carmelo Ottaviano, Gioacchino Volpe, Attilio Tamaro, Armando Carlini, Nicola Petruzzellis, Balbino Giuliano, Camillo Pelizzi, Giorgio Del Vecchio, Ernesto Massi, Marino Gentile, Duilio Susmel, Guido Manacorda, Ardengo Soffici, Vittorio Vettori, Barna Occhini, Nicola Cimmino ecc..
 Bozzi Sentieri dimentica altresì i geniali giornalisti che divulgarono le ragioni della destra post-fascista (non antifascista) vale a dire: Franco De Agazio, Marco Ramperti, Asvero Gravelli, Ezio Maria Gray, Piero Caporilli, Giovanni Tonelli, Alfredo Cucco, Ernesto De Marzio ecc..
 La storia della sventura a destra secondo, l'interpretazione parziale di Bozzi Sentieri ha tuttavia il merito di far risalire le cause della fine ingloriosa di Alleanza Nazionale alla fragilità della cultura polifrenica ereditata dal Msi. Una cultura oscillante tra le interpretazioni rautiane della marginalità di Evola nel Ventennio, il progetto (oggettivamente incuboso) di attuare una sintesi (anacronistica) tra la destra confusionarie e la sinistra avviata/incamminata al seguito del radical chic.
 La destra che aderì al progetto liberale di Berlusconi era gravata da un'eredità culturale schizoide e incapacitante e da una incontenibile, cieca voglia di successo. Orfana degli studiosi epurati da Almirante & Plebe (Enzo Erra, Giano Accame, Fausto Gianfranceschi, Fausto Belfiori ecc.) non era in grado di saltare sul carro del liberalismo e tuttavia non era più capace di esprimere una seria critica al mondo moderno.
 La nave finiana seguiva la rotta indirizzata al naufragio da un liberalismo modificato in libertinismo a "mano rampante" da pensatori del livello di Fiorito.
 Quale alternativa alla destra fiorita Bozzi Sentieri propone un'esperienza politica diversa da quella inaugurata a Fiuggi nel 1995. Se non che i "richiami identitari" del partito Fratelli d'Italia, cui egli aderisce, sono alquanto vaghi e pittoreschi: Italo Balbo e Giorgio Almirante, Goffredo Mameli e Salvo D'Acquisto, Adriano Olivetti e Corto Maltese.
 Imbarazzante è anche l'immaginazione di uno "spazio culturale", in cui si dovrebbero incontrare, senza ombra di una ragione identitaria, Franco Cardini, Stefano Zecchi, Roberto De Mattei, Vittorio Sgarbi, Pietrangelo Buttafuoco, Luca Barbareschi, Marcello Veneziani, Gianfranco De Turris, ecc.

 Nello scenario babilonese disegnato da Bozzi Sentieri può trovare spazio anche la coppia Fini - Tulliani.

Piero Vassallo

giovedì 3 luglio 2014

La persecuzione dei lefebvriani. In un saggio di Paolo Pasqualucci

Un saggio di Paolo Pasqualucci

La persecuzione dei lefebvriani


Movente del Vaticano II è la volontà di abolire la storia del cattolicesimo, identificata nella detestata e odiata raccolta, compiuta da Denzinger, delle sentenze emanate dai Concili anteriori al Vaticano II e dalla legittima autorità ecclesiastica.
                                                                                                                               Jean Madiran



Gli imperiosi esponenti del partito internazionale ateista aspergono incenso dolce e untuoso sulla martellante richiesta, indirizzata al Vaticano, di isolare e sconfessare, con surrettizie argomentazioni, le pagine, a loro avviso, più rigide e urticanti dei libri sacri e del magistero cattolico.
Gli eredi di Nerone, di Tigellino e di Poppea non esigono più la consegna dei libri (il tradimento pubblico e sfacciato) tantomeno infliggono le orrende torture, che scandalizzarono perfino Tacito, ma impongono al clero la fedeltà all'esegesi buonista/modernista della Sacra Scrittura.
A versare il sangue dei cattolici intanto provvedono i pii testimoni dell'ecumenismo islamico applaudito a New York, ad Assisi e ultimamente nella Città del Vaticano.
I maestri del nuovo e radicale paganesimo, gli onusiani, progettano la dolce emorragia del pensiero cristiano e la messa al margine dei fedeli, che affermano impavidi le verità di sempre.
La Chiesa cattolica si divide, di conseguenza, tra la stordita folla degli ecumenici festanti e l'angosciata/diffamata pattuglia dei tradizionalisti.
Stretti tra la folla delle sirene compromesse e dei rari guardiani dell'ortodossia, i fedeli domenicali sono costretti a scegliere tra il rumoroso cedimento alla teologia mondana, e la deplorata e irrisa fedeltà alla dottrina di sempre.
L'applauso al progresso teologizzante scroscia dagli spalti occupati dagli incensatori del feticcio Vaticano II e dalle piste battute dai tradizionalisti fittizi e/o dimezzati, che fanno scivolare la loro mente bicamerale negli ambulacri vaselinosi consigliati da una truccata bussola.
La minoranza irriducibile alla nuova teologia, invece, sta organizzando le linee di difesa dall'eresia strisciante nei discorsi dei teologi, che si affacciano alle applaudite finestre del pensiero giornalistico.
Ora la prima barriera elevata in faccia all'errore irrazionalista, incautamente lasciato correre nei documenti del Vaticano II, è la filosofia del senso comune, oggetto degli studi di padre Cornelio Fabro e di mons. Antonio Livi, motore dei preambula fidei e antidoto agli errori in folle discesa sul taboga teologico dell'incontro spensante.
Dopo la filosofia del senso comune si vorrebbe che i cattolici conoscessero il Catechismo di San Pio X, pilastro incrollabile della vera fede.
Di seguito si suggerisce di considerare seriamente l'argine elevato dal card. Giuseppe Siri e da padre Julio Meinvielle contro la suggestione neognostica, che ha conquistato/radicalizzato il già infetto cuore della modernità, mettendo in mora le pie illusioni del Vaticano II intorno all'autocorrezione degli eretici e degli ideologi moderni.
Infine è indispensabile la conoscenza degli abusi compiuti durante e dopo il Concilio Vaticano II per assolvere gli errori condannati dall'enciclica Humani generis di Pio XII e per mettere fuori gioco i seguaci di mons. Marcel Lefebvre. Come scrive Paolo Pasqualucci, infatti, "la Fraternità Sacerdotale San Pio X rappresenta oggi l'unica istituzione cattolica che sia rimasta fedele alla vera dottrina e alla vera pastorale della Chiesa".
La rivendicazione dell'ortodossia cattolica della Fraternità San Pio X è un'attività alla quale si dedica, da alcuni anni e con vera competenza, l'emerito professore di filosofia del diritto Pasqualucci, un autentico erudito, del quale l'impavido editore Marco Solfanelli pubblica, in questi giorni, un saggio intitolato La persecuzione dei Lefebvriani ovvero l'illegale soppressione della Fraternità sacerdotale san Pio X.
Pasqualucci dimostra che, per iniziativa del clero modernizzante, umiliato dalla crisi delle vocazioni, allarmato dalla rarefazione dei fedeli praticanti e irritato del successo che arride alle comunità tradizionali, "Sulla Fraternità circolano a tutt'oggi i pregiudizi più assurdi, che finiscono col tener lontani tanti fedeli delle S. Messe celebrate dai suoi sacerdoti così come dagli Esercizi spirituali ignaziani che essi impartiscono con il metodo tradizionale dei cinque giorni separati per uomini e donne".
Ora i sospetti diffusi con arte da giornali curiali e/o scandalistici, non hanno fondamento, poiché la Fraternità è stata costituita con i crismi del diritto canonico: infatti "gli Statuti della Fraternità Sacerdotale S, Pio X furono approvati in data 1° novembre 1970, da mons. Charrière, vescovo di Losanna, Ginevra e Friburgo in Svizzera, nella cui diocesi veniva a sorgere la nuova entità. La Fraternità è nata perciò con tutti i crismi del diritto canonico e in modo perfettamente regolare".
Il successo dell'apostolato condotto da mons. Marcel Lefebvre fu immediato al pari del malumore della gerarchia progressista, che assisteva al successo di un vescovo passato indenne attraverso le rovinose/contagiose novità introdotte dai progressisti.
L'undici novembre del 1974 furono inviati nel Seminario fondato da mons. Lefebvre a Ecône, due visitatori apostolici, agitati dalle suggestioni della teologia modernizzante, i quali "provocarono vivo turbamento tra i giovani. Dissero che si sarebbero fatalmente giunti ad ordinare delle persone spostate, che la Chiesa non era l'unica depositaria della verità, che la Resurrezione di Nostro Signore non era una certezza".
Immediatamente mons. Lefebvre reagì all'aggressione diffondendo un documento nel quale "si affermava con estrema chiarezza e precisione il seguente concetto: noi non possiamo prendere parte alla presente demolizione della Chiesa, resistiamo e ci opponiamo alla novità distruttiva".
Di seguito mons. Lefebvre fu convocato a Roma per ascoltare la dura reprimenda dei cardinali Garrone e Tabera, che lo accusarono di "voler fare l'Atanasio" [quasi che l'imitazione del Santo che fu vittorioso contestatore dell'eresia di Ario fosse una colpa].
In data 6 maggio 1975 la Fraternità San Pio X e il Seminario furono soppressi del vescovo di Ecône, Mamie, successore di mons. Charrière. La decisione era motivata dal rifiuto di mons. Lefebvre di accettare talune dichiarazioni conciliari e di celebrare la Santa Messa secondo il rito stabilito da Paolo VI.
Pasqualucci, navigando con ammirevole perizia nel mare del diritto canonico, al proposito rammenta che: "Qualsiasi istituzione religiosa, anche di diritto diocesano, una volta legittimamente fondata può essere soppressa solo dalla Santa Sede".
Il card. Tabera, in una lettera indirizzata al vescovo Mamie scriveva invece: "Vostra Eccellenza aveva piena autorità per revocare l'approvazione inizialmente accordata []alla Fraternità]".
Oltre tutto "la soppressione della Fraternità e del Seminario doveva ritenersi illegittima perché non era provocata da irregolarità o abusi di potere o errori dottrinali ... le uniche patologie ammesse dal diritto per legittimare la soppressione di una societas o di un istituto religioso. La Fraternitas veniva soppressa unicamente per ripicca contro le opinioni espresse dal fondatore".
Pasqualucci rievoca la lettera indirizzata da ventotto sacerdoti francesi a Paolo VI, nell'agosto del 1976: Nel procedimento che ha condotto all'attuale drammatica situazione, molti constatano che è impossibile riconoscere le norme di una procedura regolare.
Per citare solo un punto: non si può che essere estremamente sorpresi nell'apprendere che il rapporto della visita al Seminario di Ecône nel novembre 1947 non è mai stato fatto conoscere al superiore della stessa [Lefebvre]".
Nel maggio del 1975, Lefebvre scrisse a Paolo VI: "Quando penso alla tolleranza di cui Vostra Santità dà prova nei confronti dei vescovi olandesi e di teologi come Hans Kung e Cardonnel, non posso credere che le crudeli decisioni prese nei miei confronti provengano dalla stessa persona".
Paolo VI rispose rimproverando Lefebvre per aver osato contestare "un Concilio come il Vaticano II, che non ha minor autorità, che per certi aspetti è persino più importante di quello di Nicea".
L'avversione a Lefebvre, in definitiva, dipende dalla stima eccessiva prestata al Vaticano II, giudicato addirittura più importante del concilio di Nicea.
Per mantenere fermo il giudizio sulla sovra eminenza del Vaticano II, il pontefice, che aveva visto il fumo di satana in festosa uscita dall'aula conciliare, tentava di isolare la minoranza irriducibilmente fedele alla tradizione cattolica.
Il saggio di Pasqualucci mette finalmente in chiaro la fragilità delle procedure alterate da Paolo VI (e ancor più da Giovanni Paolo II) al fine di delegittimare la Fraternità fondata da mons. Lefebvre. Legittimità che Benedetto XVI ha riconosciuto apertamente.

La minoranza che rappresenta la Fede invincibile vive nella Chiesa nonostante la persecuzione attuata dagli interpreti di una teologia piegate sulle tossiche illusioni della modernità. E offre un contributo decisivo alla soluzione dei problemi che assillano gli uditori cattolici delle parole messe in libertà da un clero compromesso con i pensieri e indulgente con i vizi della agonizzante modernità. Il saggio di Pasqualucci dimostra che il cedimento all'errore è accompagnato da una sistematica violazione del diritto canonico.

Piero Vassallo


sabato 12 aprile 2014

La discendenza di Fini dalle illusioni di Almirante

Fini finis
Amedeo Laboccetta narra la destra suicidaria
e la discendenza di Fini dalle illusioni di Almirante

 Il 12 febbraio del corrente anno, nel quotidiano romano "Il Tempo" è apparsa un'intervista all'ex deputato del Pdl ed ex amico e stretto collaboratore di Gianfranco Fini, Amedeo Laboccetta. Un'occasione utile per rivelare (forse involontariamente) le dimenticate cause della catastrofe, che ha sepolto nel ridicolo gaucciano la destra di stampo almirantiano. E per indicare ai cattolici la direzione politica vietata dal senso comune e dalla dignità.
 Laboccetta rivela, infatti, che la crisi della destra ha origine dal capovolgimento di quel principio di solidarietà personale e civile, che dovrebbe governare gli atti dei dirigenti politici irriducibili all'odio di classe e in generale alla spregevole invidia: "Una volta Berlusconi e Gianni Letta si recarono nell'appartamento di Fini alla Camera. Il Cav. gli chiese cosa voleva per piantarla. Fini chiese la testa di due ministri, La Russa e Matteoli, e di Gasparri, che era capogruppo al Senato. Berlusconi trasecolò: 'Ma sono tuoi amici'. Fini replicò: 'L'amicizia in politica non è un valore'. Ecco questa era Gianfranco".
 Un'aura sgradevole avvolge la meschinità dell'uomo e squalifica il suo rozzo pensiero. Pensiero (se tale si può definire) in aperta guerra con i princìpi della nobile tradizione della scienza politica, da Platone a Aristotele fino a San Tommaso, a Vico e a Fabro.
 Si pone il problema: quale è la causa di una tale capovolgimento della tradizione e di un tale degrado (si è tentati di dire casalese, visto che la qualifica machiavellica offenderebbe perfino la memoria del segretario fiorentino) della classe politica "a destra"?
 A tale domanda risponde Laboccetta: "Quando Almirante lo [Fini] propose segretario del Msi in tanti eravamo perplessi. Allora Giorgio [ecco un nome che non ha portato fortuna alla politica italiana]  ci invitò a casa sua e ci disse di stare tranquilli. 'Fini', disse, 'prima di andare al partito passerà sempre per casa mia' E allora ci convincemmo".
 La garanzia di controllare Fini era infondata, dal momento che il padrino Almirante era molto anziano e di salute cagionevole, vero è che sopravvisse solo un anno alla promessa a Laboccetta. E oltre che infondata l'assicurazione almirantiana era insincera, dal momento che il segretario del Msi nutriva e confessava continuamente un'invincibile stima nei confronti del suo "delfino" o garzone.
 Chi ha attraversato l'infelice e fallimentare storia della destra missina, peraltro, rammenta il disprezzo che Giorgio Almirante nutriva nei confronti dei militanti refrattari al "totalitarismo oratorio" (la politica è unicamente comiziale) e perciò capaci di pensare con la propria testa e, all'occorrenza, di disubbidire al comando cervellotico.
 Dominato dall'innaturale avversione all'uomo di pensiero e di carattere, Almirante trattò alla stregua di nemici, screditò e spinse nel margine i più qualificati esponenti della potenziale classe politica, i quali si erano formata nel raggruppamento giovanile del Msi sotto la guida di Ernesto De Marzio e di Carlo Costamagna: Fausto Gianfranceschi, Enzo Erra, Giano Accame, Fausto Belfiori, Pinuccio Tatarella, Gianni Allegra, Gabriele Fergola.
 A conferma del giudizio negativo sull'ideala umano del capo missino sta la originaria scelta di promuovere segretario del Fronte della gioventù l'opaco ma caninamente servile Fini, che il congresso dei giovani, celebrato nel 1976, aveva respinto al quinto posto nella lista dei prescelti. 
 A causa di tale cervellotica decisione gli oppositori interni attribuirono ad Almirante il titoli irridente di "capocomico".
  Giovanni Volpe, il geniale mecenate che aveva inventato gli Incontri internazionali della cultura per avviare un confronto tra le anime della destra ideale, rappresentate da Giuseppe Sermonti e Massimo Pallottino, Marcel de Corte e Arnaldo Volpicelli, Nicola Petruzzellis e Augusto Del Noce, Ugo Spirito e Fausto Gianfranceschi, Sergio Ricossa e Marino Gentile, lamentava il disinteresse e l'ostilità di Almirante verso le proprie splendide iniziative.
 Fini è un mediocre orecchiante. Almirante era un uomo colto purtroppo in guerra contro la cultura della destra vivente fuori dal suo controllo e del suo ragionare secondo Pirandello.
 Sembra opportuno concludere che è illusorio, patetico e destinato al fallimento il tentativo di fondare il partito della destra sull'immaginario conflitto tra la politica di Almirante e quella di Fini.
 La destra d'ispirazione cattolica, di conseguenza, deve nascere da una filosofia politica irriducibile al machiavellismo borgataro e al pirandellismo filodrammatico, che ha elevato uno zotico interprete all'infelice vertice della politica italiana.

Piero Vassallo


domenica 16 febbraio 2014

I ben pensanti oltre le mitologie intorno al c. d. male minore

Il realismo della visione e l'ottimismo della ragione

I ben pensanti oltre le mitologie intorno al c. d. male minore

 Sotto lo sguardo disincantato dal qualunque realista, la classe politica italiana rivela la natura del desolato ectoplasma, emesso da un paese intossicato dalle utopie liberal/libertine e castrato dalle illusioni ecumeniche, predicate dai falsi profeti onusiani e rimuginato dal clero modernizzante /conformista.
 La politica italiana attua, dopo due secoli di conflitti, il disegno eversivo, che fu concepito dall'alleanza degli invasori giacobini, propriamente detti cleptomani, con il clero infettato dall'errore giansenista.
 Alla fine del XVIII secolo l'intenzione dei sovversivi fu ostacolato e umiliato dall'insorgenza del popolo cattolico, fedele alla tradizione.
 Purtroppo quella fedeltà è ultimamente scoraggiata e ostacolata dallo spirito dei tempi soffiante nelle tesi del Vaticano II e nelle chiacchiere dei predicatori buonisti.
 L'insorgenza dei ben pensanti, nell'Italia europeizzata/scristianizzata, è un pio sogno. Non si può sperare nella reazione civile di un popolo, la cui maggioranza ha consegnato il libero arbitrio alla dura corda dei banchieri americani, alla stupidità della televisione libertina e alla costosissima nullità dei politicanti, di sinistra, di centro e di destra.
 Per stabilire la misura dell'impotenza italiana, Giacinto Auriti citava il detto di un poeta, secondo cui "un satrapo per comandare meglio faceva fare agli uomini quello che dovevano fare le donne e viceversa, perché quando il potere si trova di fronte a dei mezzi uomini e a delle mezze donne non si verificherà mai una rivoluzione capace di modificare l'ordinamento costituito" [1].
 Di conseguenza il voto per il c. d. male minore, ad esempio il partito di conio democristiano, fondato da Alfano, Lupi & Formigoni, per ottenere una lieve riduzione del danno gravissimo procurato al paese dalla politica di segno ateo e immoralista, sarebbe un atto paragonabile alla discesa nelle fogne, compiuta da esploratori surreali, intenzionati a scoprire, eleggere e incoronare Miss Pantegana.
 Il realismo della visione sconsiglia la fiducia nel qualunque politicante in Topolinia e perciò giustifica e attiva l'ottimismo della ragione, l'unico ostacolo che oggi si può opporre alla macchina del disfacimento e del furto.
Ora la via da percorrere è segnata dal rifiuto dell'affermazione che la politica dei ben pensanti non ha ideologia: "Dire che un movimento politico manca di ideologia, sostiene Auriti, significa dire che un movimento politico manca di scopo. Solo un un epilettico o un sonnambulo si muove senza scopo" [2].
 Senza la proposta di un pensiero fedele alla verità è impossibile un'azione politica degna delle speranza del popolo italiano, che può vivere soltanto del nutrimento procurato dalle sue radici cristiane. Di qui la proposta formulata da Auriti: preparare il futuro della nazione in laboratori costituiti a imitazione dei chiostri benedettini, nei quali fu concepita la risposta del Cristianesimo alla barbarie imperante nei secoli bui.
 La politica può cominciare dopo l'elaborazione di un progetto politico conforme al diritto naturale e  perciò idoneo a contrastare efficacemente i devastatori della giustizia.
 In sintonia con l'insegnamento di Benedetto XVI, Auriti si oppose strenuamente alla corruzione kelseniana del diritto: "Quando si pretende di mettere, secondo l'insegnamento di Kelsen, la norma costituzionale come norma-base, cioè come norma portante tutto l'ordinamento giuridico, si realizza con uno sforzo razionalista il surrogato artificiale di quello che tradizionalmente era definito il diritto naturale" [3].
  La mostruosa legge erodiana, votata dalla cialtroneria insediata nel parlamento belga, conferma il drastico giudizio formulato da Auriti sulla la facoltà di legiferare contro la legge morale, un abuso permesso dalle costituzioni di conio kelseniano: "quando sentite fare delle valutazioni sulla qualità delle leggi, voi non sentite mai più la distinzione fra legge giusta e legge ingiusta, che è la valutazione del diritto sotto il parametro etico (cioè trascendente l'ordinamento giuridico) ma sentite fare la distinzione in base all'alternativa: legge costituzionale o legge non costituzionale" [4].
 La cultura postmoderna, avendo attuato la sottomissione della legge naturale al diritto positivo, è contagiata e tormentata da una lebbra che avvelena le radici del vivere civile e apre le porte alle più devastanti aberrazioni.
 A confronto di una tale devastazione è poca cosa lo scandalo costituito da una spesa pubblica fuori controllo e dagli sprechi di una classe dirigente insensibile alla collera che la stupida baldoria suscita nei sudditi umiliati, depredati e spesso ridotti alla fame e alla disperazione da coloro che dovrebbero tutelare il  benessere dei sudditi. 
 In conclusione è lecito affermare l'inutilità di un voto di protesta, che avrebbe la stessa efficace del grido "andate via!" indirizzato alle pulci. Anziché sprecare tempo nell'osservazione dell'osceno fatto politico è consigliabile organizzare una scuola di pensiero finalizzata - secondo la inascoltata proposta di Auriti - alla fondazione di una scuola di pensiero in grado di ferire la radice del presente malessere.

Piero Vassallo




[1]             Cfr. Giacinto Auriti, "L'occulta strategia della guerra senza confini", Solfanelli, Chieti 2014, pag. 38.
[2]             Cfr. Giacinto Auriti, "L'occulta strategia della guerra senza confini", op. cit., pag. 6
[3]             Cfr. Giacinto Auriti, "L'occulta strategia della guerra senza confini", op. cit., pag. 30.
[4]             Ibidem.

venerdì 14 febbraio 2014

Dalla criptopolitica all'ordine civile, il cammino della libertà

La spada di Perseo

Dalla criptopolitica all'ordine civile, il cammino della libertà

 Con scelta felice, Primo Siena, studioso scampato al penoso naufragio della destra italiana e autore del robusto e saggio "La spada di Perseo", pubblicato in questi giorni da Solfanelli in Chieti, comincia la sua riflessione politologica assumendo il punto di vista di Carl Schmitt, un autore tanto discusso quanto geniale, cui va riconosciuto il merito di aver definito, con chirurgica esattezza, il disordine generato dalla capitolazione della politica nei confronti delle mitologie intorno alla perfetta felicità in terra: "la decisione politica e morale si paralizza in un paradisiaco aldiquà, nella vita naturale e nella pura corporeità senza problemi".
 La conseguenza della capitolazione della politica è il trionfo del piacere momentaneo sulla morale e l'alluvione "di una cultura sottomessa, nella quale i valori sono ridotti a epifenomeni di un mercato che si sente libero nella misura in cui si fa libertino".
 Il naufragio del piacere nelle sabbie mobili frequentate dall'autodistruttore è il risultato finale della insensata guerra condotta contro l'ordine civile da "finanzieri americani, tecnici industriali, marxisti e rivoluzionari, anarcosindacalisti, i quali si uniscono perché finisca il dominio affatto obiettivo della politica sull'oggettività della vita economica".
 L'orizzonte della politica si rovescia nel primato dell'economia. L'autorità, che la politica tradizionale aveva esercitato in vista di una crescita integrale dei sudditi, ossia di un virtuoso augere della persona umana, si restringe all'attività imprenditoriale esclusivamente intesa a procurare momentanei e fuggevoli piaceri.
 A tale degenerazione, Primo Siena attribuisce il nome di criptopolitica, un neologismo che indica "l'espressione di poteri occulti (tra i quali, i servizi d'informazione politica e finanziaria e la criminalità organizzata a livello mondiale), che, camuffati politicamente, vanno ad occupare progressivamente gli spazi dai quali è stata sloggiata dissimulatamente la politica".
 Incatenata ai pregiudizi del pensiero liberale, la democrazia contemporanea "è stata attirata negli spazi oscuri della criptopolitica ed ha scartato il bene comune in quanto bene comunitario, per preoccuparsi solo dei beni materiali individuali", esiliando la politica nel poliverso degli affari.
 La riforma della cripto-democrazia è possibile quando si riconosca che gli organismi intermedi (famiglie, associazioni di categoria, associazioni umanitarie senza fini di lucro) sono sopravvissute al diluvio causato dalle rivoluzioni totalitarie e potrebbero "esercitare il proprio ruolo partecipativo nel modello istituzionale della società. Da qui la necessità impellente di restituire la sovranità sociale all'insieme degli organismi intermedi, nel contesto di una democrazia organica e partecipativa".
 Intriganti sono le pagine finalizzate a interpretare la tesi esposta da Dante nel "De Monarchia" quale alternativa al globalismo dominante sull'umbratile scena contemporanea. La soluzione della anomalia globalista, secondo l'autore, sarebbe la restaurazione della originaria sacralità/universalità del potere civile: "In analogia col Regnum Dei - nel quale il Re è Cristo - nel Regnum hominum il Monarca supremo è l'Imperatore in quanto vicario di Cristo nella sfera temporale, come il Papa lo è nella sfera spirituale" .
 La soluzione proposta da Siena delinea una alternativa ideale al potere dissacrante, tanto invasivo quanto gommoso, esercitato dall'ONU.
 La interpretazione della dottrina dantesca proposta da Siena, tuttavia, non è in sintonia con le conclusioni di Etienne Gilson. Nel saggio "Le metamorfosi della Città di Dio", recentemente pubblicato da Cantagalli, l'autorevole studioso della filosofia medievale, ha dimostrato, infatti, che, nel "De Monarchia", Dante, allontanandosi dalla dottrina di San Tommaso, afferma la piena autonomia del potere temporale, "ossia l'ideale di una società umana universale, che deve la sua universalità alla sua stessa temporalità".
 A sostegno del suo giudizio, Gilson rammenta che, riconosciuta la necessità dell'impero universale, Dante ne affermava l'indipendenza dal magistero ecclesiastico, vuoi perché l'impero, secondo lui, dipendeva direttamente da Dio, vuoi perché l'impero, nei confronti del sole ecclesiastico, gli sembrava simile a una luna che non deve al sole né il suo essere né la sua luminosità.
 L'analisi gilsoniana della dottrina politica dantesca mette capo a una drastica conclusione: "Con l'ingratitudine verso la fede che così spesso dimostrano gli uomini, la filosofia di Dante si appoggiava su ciò che essa doveva alla rivelazione cristiana per giustificare la propria intenzione di farne a meno in futuro".
 Puntuale è il riferimento alla filosofia di Vico, "segnata da un ottimismo di fondo protetto dalla divina Provvidenza, che vince le delusioni superficiali, essendo la filosofia della storia la filosofia dei popoli che rifiutano di morire".
 Opportuno è il richiamo al diritto naturale, "dal quale nasce il diritto positivo, nel quale si inseriscono l'autorità domestica e la stessa autorità sociale".
 Ora l’auctoritas, la disposizione a prosperare - augere - secondo il comandamento divino, fa parte della natura razionale, “cum hominibus nata est”. Vico la definisce puntualmente virtù “cognata vel nativa[1].
 Con esplicito riferimento a San Tommaso, San Roberto Bellarmino (1542-1621) affermava: "Politicam potestatem immediate esse tamquam in subiecto in tota multitudine, nam haec potestas est de iure divino, et ius nulli modo in particulari dedit hanc potestatem[2].
 Il gesuita Francisco Suarez (1548-1617), una delle fonti del pensiero vichiano, quasi facendo eco al Bellarmino sosteneva che l'autorità non appartiene al singolo (al sovrano) ma alla collettività:: “Dicendum est potestatem [civilem] ex sola rei natura in nullo singulari homine existere, sed in hominum collectione. Conclusio communis et certa sumitur ex D. Thoma ... principem habere potestatem ferendi leges quam in illum transtulit communitas[3]. “
 Nel XX secolo un autorevole collaboratore di Pio XII, l'illustre gesuita Antonio Messineo, ha definito l’autorità “un’attribuzione connessa in modo necessario con la natura dell’ente, che, possedendo quella determinata costituzione essenziale, voluta da Dio, postula uno speciale completamento o facoltà, senza cui non potrebbe sussistere[4].
 La riaffermazione di tali postulati è il dovere della scienza politica intesa a scendere, diversamente attrezzata, nel campo in cui si è consumata la disfatta della destra polifrenica e la disgraziata metamorfosi della democrazia cristiana.
 Sulle altre numerose questioni affrontate nell'ingente opera di Primo Siena sarà opportuna una riflessione e un approfondimento ulteriori da parte della redazione di Riscossa Cristiana.

Piero Vassallo






[1]     “De uno universi iuris principio et fine uno”, XCVIII.
[2]     De laicis, 6.
[3]   De legibus ac Deo legislatore, III, (De lege humana et civili, c. 2, In quibus hominibus immediate existat ex natura rei potestas haec condendi leges humanas?)
[4]     Cfr. La voce “autorità” nell’Enciclopedia cattolica, Roma, 1951, col. 479-480.

venerdì 7 febbraio 2014

Potere, politica e leggi, dopo l'aperturismo conciliare

Una magistrale lezione di Benedetto XVI

Potere, politica e leggi, dopo l'aperturismo conciliare

 Dai torchi dell'editore senese Cantagalli è felicemente uscito "Il posto di Dio nel mondo", una splendida antologia dei discorsi controcorrente su potere, politica e legge, tenuti da Benedetto XVI e raccolti con diligente cura da Stefano Fontana.
 La chiarezza e la profondità dei testi pubblicati, induce a rammentare che papa Ratzinger ha elevato il tono della cultura cattolica, avviandola, con erudizione sicura e illuminata cautela, all'oramai irreversibile cammino della restaurazione post-conciliare.
 Nel discorso preparato in previsione dell'incontro alla Sapienza, in calendario per il 17 gennaio del 2008 e purtroppo rinviato a causa di diffusi pruriti laicisti, Benedetto XVI riconobbe la necessità (a suo tempo avvertita da Jurgen Habermas) di stabile un rapporto tra politica e verità e sostenne che la soluzione del problema si trova nella filosofia di San Tommaso d'Aquino.
 E' insegnamento di San Tommaso, infatti, che "la filosofia deve rimanere nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità".
 Ora i limiti della filosofia si possono superare applicando la formula del Concilio di Calcedonia, secondo cui filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro senza confusione e senza separazione.
 Di qui la soluzione proposta dal dotto pontefice: "la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che la fede cristiana ha ricevuto e donato all'umanità come indicazione del cammino".
 La via d'uscita dal tunnel nichilista, nel quale si è smarrita la cultura post-moderna, è dunque indicata nell'equilibrio di fede e ragione, una feconda armonia, che i secoli cristiani hanno stabilito e conservato.
 Malgrado le contrarie apparenze, è dunque possibile affermare che, per effetto del pontificato di Benedetto XVI, è iniziato il riscatto della verità cattolica, sofferente sotto la massa imprigionante/umiliante dei coriandoli lanciati dalle finestre dell'irenismo teologizzante.
 Nella tormentata storia della Chiesa durante l'età delle neo-rivoluzioni, la figura di Benedetto XVI rappresenta la volontà di sciogliere il nodo stretto dalla incauta/illusoria mitologia conciliare intorno all'autocorrezione dei moderni erranti.
 I puntuali ragionamenti e le critiche taglienti indirizzate da papa Ratzinger alle scolastiche, che avviliscono e tormentano la politica in scena nelle nazioni occidentali, comunità uscite dall'incubo ideologico per entrare nell'inferno del nichilismo, sono finalizzati alla confutazione degli errori piuttosto che alla loro paciosa/precipitosa assoluzione e alla loro empiamente pia assimilazione.
 Benedetto XVI ha iniziato un cammino opposto a quello suggerito dall'irenismo emanato dal Vaticano II.
 Nella scrupolosa post-fazione ai discorsi di papa Ratzinger, monsignor Giampaolo Crepaldi, quasi aggredendo l'opinione di Karl Rahner sui cristiani anonimi, sottolinea opportunamente il rifiuto opposto al relativismo e rammenta che "la libertà di religione non vuol dire che qualsiasi scelta religiosa conferma e verifica la libertà di religione".
 Benedetto XVI indica la causa della fragilità/volubilità della cultura di massa nella presunzione scientista: "La capacità di vedere le leggi dell'essere materiale ci rende incapaci di vedere il messaggio etico contenuto nell'essere, messaggio chiamato dalla tradizione lex naturalis, legge morale naturale".
 Di qui la critica inflessibile al positivismo giuridico. Il 22 settembre del 2011, nel magistrale discorso al parlamento tedesco, Benedetto XVI, indicando la via d'uscita dall'irenismo, affronta il nodo del positivismo giuridico elucubrato da Hans Kelsen, attribuendolo a una ragione mutilata e perciò "non in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale" e in ultima analisi diventata strumento degli "ismi" di nuova e velenosa generazione: "Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l'uomo, anzi minaccia la sua umanità".
 Di qui lo svolgimento di un magistero finalizzato alla correzione dell'ottimismo infondato. Il 17 settembre del 2010, rivolgendosi alle autorità del Regno Unito, Benedetto XVI, dopo aver citato la vittima, San Tommaso Moro, in casa dei discendenti dal boia, ha segnato gli stretti confini oltre i quali la moderna democrazia non può essere condivisa: "Se i princìpi morali che sostengono il processo democratico non si fondano, a loro volta, su nient'altro di più solido che sul consenso sociale, allora la fragilità del processo si mostra in tutta la sua evidenza".
 Benedetto XVI ha affrontato anche il nodo dell'assolutismo democratico: ammesso quale strumento indispensabile la decisione a maggioranza l'autore osserva che "anche le maggioranze possono essere cieche o ingiuste. La storia lo dimostra in modo più che evidente: quando una maggioranza- per quanto preponderante - opprime con norme persecutorie una minoranza, per esempio religiosa o etnica, si può parlare ancora di giustizia o in generale di diritto?"
 Per uscire dal circolo vizioso avviato dall'assolutismo democratico, inversione demoniaca dell'ordine civile, occorre superare "il culto politico opposto alla verità, che è culto dei demoni, mettere l'unico universale servizio alla verità, che è libertà".
 Il problema che angustia i politologi postmoderni, in conseguenza di tale premessa, è ricondotto alla verità intravista (obliquamente) dal greco Evemero da Messina (330-250 a. C.), il quale sosteneva che "tutti gli dèi sono stati in origine una volta uomini".
 La riflessione sul paradosso di Evemero aiuta a vedere la realtà in agitazione alle spalle della democrazia assoluta: la divinizzazione dell'uomo è fomite di una politica schiavizzante.
 Considerata alla luce della tragica esperienza della mitologia politica in scena nei secoli delle rivoluzioni sterminatrici, la ruvida demistificazione di Evemero suggerisce il riconoscimento della bontà insita nell'unica rivoluzione che può interrompere il circuito della democrazia tiranna: il riconoscimento che "ogni religione pagana poggia su una iperbolizzazione di sé da parte dell'uomo".
 In definitiva l'orizzonte della libertà è attingibile solo da una scienza politica capace di percorrere la via di una demistificazione, che abbia per bersagli la tracotanza e la superbia degli uomini abbagliati e fulminati dal potere del loro denaro e storditi dagli inni declamati dai loro servi.
 Obbediente al consiglio evangelico di rinunciare al corteo funerario degli illusi e dei devianti, Benedetto XVI non chiama in causa gli intontiti banditori di un umanesimo integrale concepito nella luce modernizzante emanata dagli errori di rivoluzioni in corsa lungo le piste sanguinarie del delirio e dell'autodistruzione prima di accedere alle disarmate sacrestie.
 Papa Ratzinger prende atto dell'inevitabile fallimento ottenuto dall'umanesimo democristiano, ed indica una via di liberazione dalla avventizia chimera incombente sulla vita politica: l'illusione di aver chiuso vittoriosamente la partita con le ideologie emanate da secolo dei lumi al lumicino.
 La filosofia politica proposta da Benedetto XVI mostra la via difficile che i cattolici devono percorre per non estenuarsi nelle manfrine politicanti al suono dei pifferi di montagna. Il rimanente è il girare vano dei superstiti testimoni della teologia della liberazione intorno alla confusione tra poveri e poveri in spirito.

 Piero Vassallo

sabato 23 novembre 2013

Pochi libri lasciano un segno profondo fra la narrativa odierna (Recensione di Tommaso Romano)

Il crollo della grande capacità di narrare dell’uomo, del mondo e dell’eterno, di indagare ragioni, di abbandonarsi all’immaginazione, di metastorizzare gli eventi, di fornire motivazioni, segni, punti di riflessione.
Certamente il romanzo di Piero Vassallo Un treno nella notte filosofante (Solfanelli, Chieti, 2013) è in totale controtendenza, in positivo stupore l’esito letterario che ci propone, in convincente sintesi l’architettura che regge tutto l’assunto.
Diciamolo subito, il romanzo filosofico di Vassallo non è adatto ai più, sconsigliabile per spiriti belli, ecumenici pacifisti e mistificatori di verità. Come una somma letteraria Vassallo – ormai consapevole della stazione alla grande Opera, dall’alto del notevole lavoro dottrinale, filosofico e di implacabile e acido polemista indomito – sciorina le sue certezze in un mondo che sospetta dominato da un leviatano abile, mellifluo e implacabile, un grande fratello che ci richiama ad Orwell ma anche alla Città del Sole di Tommaso Campanella, che di totalitarismi e controlli ne teorizzava non pochi.
La vicenda si snoda fra l’arresto di un treno che nella notte smette di correre verso una meta definita arenandosi nel neoparadiso delle schiavitù imposte dall’alto, da abili nuovi – vecchi filosofanti appunto, che gnosticamente imperano, imponendo a pochi prescelti le nuove iniziazioni a sfondo sessuale-orgiastico, per “illuminazioni” che conducono al sottosuolo dell’anima.
Un pugno di resistenti prima in modo volontaristico poi prendendo coscienza per una liberazione possibile, si fa guidare dalla determinazione di uno di essi, cosciente fino all’inizio del baratro e dell’inganno.
Vassallo sfodera gli artigli, come sempre sa fare, mostrando una fluente e accattivante affabulazione anche nel rischioso tessuto narrativo, ma appunto non rinunciando alle sue profonde convinzioni etiche, al travaglio metafisico che porta certezze nella trascendenza.
Smaschera gli inganni che trova nella realtà attuale trasfigurando i suoi personaggi, aguzzini e nuovi Rasputin compresi nell’avventura distruttiva del nichilismo senza orizzonti vitali.
Una risposta autorevole, forte, alla morte annunciata del romanzo schiavo adesso del pensiero debole e delle trame mortifere.
Opera di estremo rilievo, pietra miliare per ricomporre un tessuto slabbrato e in piena decadenza, Vassallo ci consegna un romanzo di lunga durata, paradigmatico, capace di suscitare vertigini e meditazioni metafisiche senza sfuggire alle urgenze e alle sfide terribili che la storia ci pone.


Tommaso Romano