giovedì 10 agosto 2017

Commento all’art. 1 della Dichiar. Conc. Nostra Aetate, sulle religioni non-cristiane (di Paolo Pasqualucci)

 Sommario: 1. La considerazione ora “più attenta” delle religioni non-cristiane: una nozione ambigua.  2. La supposta “unificazione del genere umano”, artificiosa giustificazione della nuova considerazione per le religioni non-cristiane.  3. Un nuovo “dovere” della Chiesa:  promuovere l’unità tra i popoli ed “esaminare” ciò che essi hanno in comune e li spinge a “vivere insieme il loro comune destino”.  4. Il genere umano inteso arbitrariamente come “una sola comunità”, gratificato di un’unità vista nella prospettiva di una salvezza che non distingue più tra Eletti e Reprobi.  5. Non chiara la posizione del Cattolicesimo rispetto alle “varie religioni”. 


L’art. 1 di questa Dichiarazione, etichettato Introduzione, sembra riproporre l’insegnamento tradizionale della Chiesa, consistente nella conversione dei popoli e quindi del genere umano a Cristo, nell’opera missionaria per la salvezza delle anime.  Ma lo ripropone, sin dal primo capoverso, con una sfumatura nuova, che, ad un’attenta analisi, appare ambigua e gravida di possibili errori dottrinali.

1. La considerazione ora “più attenta” delle religioni non-cristiane: una nozione ambigua.

Secondo la tradizione e l’insegnamento millenario della Chiesa, l’opera di conversione muove dal presupposto che il mondo da convertire sia, come ha detto Nostro Signore, “il regno del principe di questo mondo” (Gv 12, 31).  Il mondo vive sotto il segno del peccato originale. Il mondo, il genere umano deve esser salvato poiché tende sempre a prevalervi il male, anche se la possibilità del bene e quindi della salvezza non viene mai meno, per Grazia di Dio, poiché la corruzione della natura umana è stata parziale.  L’idea di un mondo tendente sempre a far prevalere il male diventò parte integrante della nostra tradizione culturale.
“Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, detrattore e persecutore di tutte le vere; quell’avversario di ogni grandezza intrinseca e veramente propria dell’uomo; derisore d’ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d’ogni affetto dolce, se lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore degl’infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di  m o n d o , che gli dura in tutte le lingue colte insino al presente”[1].
A questo Regno, il cui Signore è il Demonio, sono sempre state considerate appartenere   t u t t e  le altre religioni, in quanto non rivelate dal vero Dio (o, come nel caso dell’ebraismo post-cristiano, apostate rispetto alla loro missione autentica, per via del loro rifiuto del vero Messia).  Ciò non significa, come sappiamo, che i loro seguaci siano a priori tutti dannati, potendo essi salvarsi individualmente nonostante la loro appartenenza a una di queste false religioni (Dottrina del battesimo di desiderio, esplicito ed implicito, che non esaminiamo qui, dandola per conosciuta).
Ora, il testo conciliare afferma che, a causa del processo di unificazione del genere umano, “la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane”: attentius considerat quae sit sua habitudo ad religiones non-christianas (N Aet 1.1).
Bisogna chiedersi:  con “maggiore attenzione”, rispetto a che cosa o a chi?  Evidentemente rispetto al passato della Chiesa stessa, al modo nel quale la Chiesa ha sempre giudicato le altre religioni, tutte non rivelate dal vero Dio, Uno e Trino, e quindi per la Chiesa  f a l s e , in quanto pretendano di esser a loro volta rivelate o comunque di professare una verità assoluta valida per tutti gli uomini.
In questo attentius del testo conciliare appare implicitamente una critica al magistero del passato.  Come se, per duemila anni, la Chiesa, missionaria per vocazione, dato che la missione di conversione di individui e popoli le appartiene per istituzione divina, non avesse considerato le “religioni non-cristiane” con la dovuta attenzione!
Questa è dunque, a mio avviso, la prima nota discordante, già nell’incipit di questo testo conciliare:  con quell’avverbio esso, senza dirlo apertamente, sottopone a critica il modo nel quale la Chiesa stessa, per ben due millenni, ha preso in considerazione e giudicato le religioni non-cristiane. Secondo la logica che qui fa capolino, si dovrebbe allora dire che mons. Marcel Lefebvre, per più di vent’anni missionario nell’Africa equatoriale francese, protagonista di un’opera di conversione che, alla vigilia del Concilio, appariva assai fiorente, fonte di salvezza per tanti africani strappati alle tenebre dei loro culti pagani, non avesse in realtà avuto una considerazione veramente “attenta” della natura delle false religioni alle quali sottraeva le anime, convertendole a Cristo?
Si vede subito come le implicazioni logiche di certe affermazioni conciliari, apparentemente innocue o solo descrittive, conducano a conseguenze assurde, se applicate, come di dovere, a ciò che la Chiesa ha sempre fatto e a ciò che essa è sempre stata. Questo mi sembra un punto importante da tener presente.
Ma esaminiamo ora la ragione che indurrebbe a questo modo più attento e quindi nuovo  di considerare le religioni  non-cristiane.

2. La supposta “unificazione del genere umano”, artificiosa giustificazione della nuova considerazione per le religioni non-cristiane

La frase citata, contenente l’attentius, ha dunque, agli occhi del Concilio, una giustificazione nel fatto del (presunto) processo di unificazione del genere. umano.  Il testo si inizia, infatti, in questo modo:
“Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggior attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane”(N Aet 1.1). Dunque, la “maggior attenzione” nel valutare le religioni non-cristiane dipenderebbe dal processo di “unificazione del genere umano”, cioè da un fatto esterno alle religioni non-cristiane, rimaste come tali immutate (tutte ostili, si noti bene, alla nostra, unica vera).  Poiché tra i popoli “cresce l’interdipendenza”, la Chiesa deve cambiare il modo di considerare le loro religioni.  Il testo non dice espressamente così ma questo è quello che si può legittimamente dedurre da questo art. 1, introduttivo. 
 Domanda del semplice credente: prescindendo dal carattere estrinseco dell’accostamento tra “unificazione del genere umano” e maggiore attenzione alle religioni non-cristiane, era poi vero che nel 1965, anno in cui fu approvata questa fatale Dichiarazione, quasi alla fine del Concilio, il genere umano si era già messo sulla via dell’unificazione?  E poi, unificazione  c o m e ?  Sembra un concetto chiaro, quello dell’unificazione.  Ma come applicarlo addirittura al genere umano? Unificazione che avrebbe portato ad un’unica lingua comune, ad un’unica religione comune, ad un governo comune (democratico) per tutta l’umanità, un governo mondiale, decidente non per questa o quella nazione ma ad un tempo per l’intero genere umano?  Come si vede, l’idea di una “unificazione del genere umano” non riesce a darsi un contenuto concreto: sfocia di per se stessa nell’utopia più astratta.  Non c’è bisogno di tanti ragionamenti per capire che l’unificazione del genere umano in un unico sistema di pensiero, credenze, vita, istituzioni (altrimenti, che “unificazione” sarebbe?) è compito superiore alle limitate forze dell’uomo.  Già le differenze di lingua e di religione rendono a priori impossibile “l’unificazione del genere umano”.  Per tacere di quelle di mentalità, usi e costumi.

Era all’opera l’ONU, è vero, e con compiti più limitati degli attuali, e, se mi ricordo bene, non così distruttivi per la famiglia e la morale, ma sempre in sostanza cassa di risonanza della lotta in corso tra gli schieramenti predominanti: al tempo, l’Occidente a guida americana, capitalista e democratico di contro all’Oriente a guida comunista, con i Paesi del c.d. “socialismo reale”.  Il  mondo era diviso in due blocchi.  A parte se ne stavano i Paesi così detti “non allineati” (Yugoslavia, India, Indonesia e altri) che cercavano di trarre vantaggio da entrambi. Allora è stato profetico il Concilio nel prevedere e persino promuovere un processo di superamento dei “blocchi” grazie all’unificazione del genere umano che, settant’anni fa già in fieri, secondo molti oggi avrebbe raggiunto uno stadio irreversibile?
Secondo me, è più corretto dire che il mondo cominciava a far vedere una maggior “interdipendenza tra i popoli”, grazie anche alla loro comunanza forzata nei due blocchi politico-militari contrapposti, ma in nessun modo un processo di “unificazione del genere umano”.  Questo processo, dov’è ancor oggi? Assistiamo ad una grande mescolanza di popoli e attività economiche, grazie all’abolizione di molte frontiere doganali e non.  Ma forse che questo è un segno del realizzarsi dell’unità del genere umano? La mescolanza e la promiscuità non sono certo segni di unificazione, sono segni e agenti del caos. Nell’ambito di questo movimento spicca da tempo il trapiantarsi sempre più aggressivo e compatto di comunità islamiche in Europa.  C’è un’invasione continua e di massa dalle zone più povere a quelle più ricche (Europa, Stati Uniti, Australia, Canada).  Ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con una “unificazione del genere umano”.  Mostra solo una migrazione di popoli da una parte ad un’altra del mondo, dalla parte prolifica a quella che non lo è più.  Tale migrazione  non unifica il genere umano più di quanto lo unificassero le migrazioni ed invasioni barbariche del tardo impero romano, che provocarono una graduale “sostituzione etnica” di razze e popoli, all’origine delle successive nazioni europee. Ma non certo l’unificazione del genere umano allora conosciuto.
Ma nuove realtà politiche quali l’Unione Europea non mostrano forse in atto l’unificazione del genere umano, per ciò che riguarda l’Europa? L’Unione Europea è una costruzione artificiosa, nata da un’utopia laica che ha preso corpo dopo le carneficine della Grande Guerra, traducendosi però nella pratica secondo i dettami di precisi interessi statali ed economici (in particolari tedeschi). Sul piano dei valori, essa poggia sui contro-valori dell’ugualitarismo incondizionato e livellatore e della Rivoluzione Sessuale, distruttrice del matrimonio, della famiglia, della possibilità stessa di una vita etica, sia privata che pubblica. L’Unione difende i c.d. “orientamenti sessuali”, pseudo-categoria che include ogni sorta di deviazione, favorendo così il diffuso libertinaggio, il libero aborto, l’omosessualismo;  impedendo con leggi inique di difendere la morale tradizionale e la famiglia secondo natura. Spiritualmente, si è rivelata una vera figlia del Principe di questo Mondo. Economicamente, lascia prevalere il capitalismo finanziario del c.d. “mercato globale”, funzionale al potere dei suoi Stati più forti. Costituzionalmente, è un’unione di Stati, in teoria rimasti sovrani, nella quale stanno prevalendo gli Stati economicamente e politicamente più forti (in particolare la Germania, con i suoi satelliti). Attualmente, dopo l’uscita della Gran Bretagna, è entrata in una fase critica, i cui sviluppi sono imprevedibili.
L’Unione Europea non mostra altro che l’omologazione di quella che era una volta l’Europa al medesimo spirito mercantile e alla medesima corruzione dei costumi.  Sarebbe questa un’attuazione significativa dell’“unificazione del genere umano”?  Si assiste all’unificarsi del nostro modo di vivere a costumi (di origine statunitense) che sono diventati gli stessi, in senso peggiorativo, in tutta Europa; in coincidenza con il diventar dell’Europa una società multirazziale e multiculturale, come si suol dire oggi.  Ma ogni società di questo tipo è solo una Babele via via sempre più ingovernabile, come dimostrano ampiamente i fatti.  Ciò è la dimostrazione che l’attuazione pratica di una società che mostrerebbe l’auspicata unificazione del genere umano, grazie al mescolarsi delle etnie e delle culture, non può condurre altro che alla negazione stessa di ogni vera unità e alla decadenza dei disgraziati popoli che si trovano ad esserne vittime.
La mia impressione è che quest’idea completamente assurda dell’unità del genere umano quale compito da realizzare, ricorrente nei testi del Concilio, e posta addirittura tra i compiti della Chiesa, presa a prestito (quanto alla sua origine) dalle filosofie della storia illuministiche, dal taglio cosmopolita e visionario, trapassate nelle utopie rivoluzionarie dei Giacobini, del socialismo umanitario di un Mazzini, di quello marxista, apocalittico e sterminatore dei Bolscevichi, tutte miranti alla palingenesi del genere umano per realizzarne l’unità secondo ideali ugualitari,  democratici, comunistici; sia tornata in auge, tale idea, soprattutto come aspirazione della Gerarchia cattolica, a partire appunto dal Concilio. In tal modo quest’idea è diventata una sorta di nozione comune accettata soprattutto grazie al Concilio e all’ecumenismo propagandato a gran voce dalla Chiesa in nome del Concilio. Si tratta di un’idea cui non corrisponde né potrebbe corrispondere alcuna effettiva realtà storica concreta. È solo un’insana utopia. 
Bisogna pertanto ribadire che quest’idea non è stata adottata dalla Chiesa perché espressione di un processo storico irresistibile già in movimento;  al contrario, in quanto elaborata dalla Chiesa (nei filamenti neomodernisti penetrati nei testi del Concilio e nella praxis del Postconcilio) ha influito sulla mentalità delle moltitudini, a cominciare da quelle cattoliche, convincendole (a torto) della realtà  di quello che è solo un  rigurgito di antiche eresie millenaristiche, sottoposte a maquillage con il rancido belletto acquistato nel retrobottega del pensiero moderno e contemporaneo. 
Le masse maomettane che si stanno riversando da noi, e da parecchi anni, aspirano al dominio delle nostre società e in generale del mondo, secondo i dettami della loro religione.  Non abbiamo qui il genere umano che cerca di unirsi per realizzare la pace tra i popoli:  abbiamo, invece, una parte considerevole di esso che si sta espandendo per conquistare e sottomettere tutto il resto.  Un processo di conquista e sottomissione, con tutti i mezzi, alla faccia della supposta unificazione.
L’interpretazione della realtà storica del tempo del Concilio, offertaci dal Concilio stesso quale realtà in atto di un processo di unificazione del genere umano, non va perciò accettata come se essa esprimesse una valida intuizione del  futuro autentico sviluppo storico.  Essa va invece respinta in quanto falsa in sé e in quanto attestato di una falsa coscienza che si voleva dare al Concilio ossia alla Chiesa cattolica.  Falsa, questa coscienza, perché coscienza che era in realtà espressione di un’ideologia di tipo neoilluministico, marxisteggiante ed esistenzialistico; coscienza di un desiderio del tutto profano, quello dei neomodernisti di rappresentare la Chiesa come autocoscienza di un mondo che stava andando (a dir loro) verso l’unità, in modo che fosse la Chiesa stessa (in quanto “Chiesa aperta” -  Karl Rahner) a porsi a capo di questo affermato movimento, in sostanza anticipandolo.  La Chiesa, allora, come coscienza del mondo, con un fine solamente terreno, per di più utopico, e non più come Corpo Mistico di Cristo, con il suo fine sovrannaturale unico, la salvezza eterna dell’anima di ciascuno di noi.  Secondo questa falsa coscienza di sé che il Concilio ha insufflato nella Chiesa, hanno operato e operano i Papi da Giovanni XXIII in poi:  l’ecumenismo da essi proposto è l’attuazione di questa falsa coscienza.

3.  Un nuovo “dovere” della Chiesa:   promuovere l’unità tra i popoli ed “esaminare” ciò che essi hanno in comune e li spinge a “vivere insieme il loro comune destino”.

Prosegue il testo di N Aet 1, sempre nel primo capoverso, che va letto aggiungendovi la prima frase del secondo, per averne il senso completo:

“Nel suo dovere di promuovere l’unità e la carità tra gli uomini, ed anzi tra i popoli, essa [la Chiesa] in primo luogo esamina qui tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere insieme il loro comune destino.
I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità [etc]”.

Abbiamo qui una nozione di dovere della Chiesa che dovrebbe essere conforme a quanto sempre insegnato sulla base della Scrittura, della Tradizione, del Magistero ecclesiastico.  Il Concilio ci dice che la Chiesa ha “il dovere di promuovere l’unità e la carità tra i popoli” oltre che tra gli uomini.  Per adempiere a questo “dovere” la Chiesa esamina ora tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spingerebbe “a vivere insieme il loro comune destino”.
Ma questo dovere corrisponde effettivamente a quanto ordinato da Cristo alla Chiesa da Lui fondata?  Non ha Egli ordinato ai Discepoli di “andare e insegnare” sì da rendere suoi discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo? (Mt 28, 16 ss.).  E ribadendo che chi non avrebbe creduto non si sarebbe salvato? “Andate per tutto il mondo, predicate il Vangelo ad ogni creatura.  Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo, chi non crederà, sarà condannato”(Mc 16, 15-16).
La missione della Chiesa, stabilita dal Signore in persona, è quella di convertire individui e popoli a Cristo, facendo di ogni uomo peccatore un “uomo nuovo” in Cristo (Gv 3, 3 ss).  Una missione soprannaturale, assolutamente unica.  Ma il testo conciliare, anziché ribadirla, questa missione, la sostituisce con l’unità del genere umano e la carità tra i popoli quale vero scopo della missione della Chiesa.  Un’unità che prescinde dalla conversione, dunque, mai nominata. E di quale carità si parla qui?  Dovrebbe essere la carità cristiana, l’amore del prossimo per amor di Dio.  Ma come può esserci “carità tra i popoli” senza la loro conversione a Cristo?  La carità, ci ricorda san Paolo, non può esser separata dalla verità:  “La carità si compiace della verità”(1 Cr 13, 6). E la verità, per noi cattolici, è solo quella che ha insegnato Nostro Signore.  Egli ha ordinato alla sua Chiesa di convertire i popoli, con la predicazione e l’esempio di una santa vita, non di ricercare l’unità del genere umano, prescindendo dalla loro conversione.
Con ogni evidenza, si introduce qui, preliminarmente al discorso sul rapporto con le religioni non-cristiane, il concetto del tutto nuovo che l’unità tra i popoli, l’unità del genere umano sia ora la missione specifica della Chiesa, il suo fine.  Tale straordinario concetto, non conforme a quanto sempre insegnato e creduto, viene affermato in modo tortuoso anche nell’art. 1 della costituzione Lumen Gentium sulla Chiesa (21 novembre 1964), che si occupa della Chiesa come sacramento in Cristo, espressione tutt’altro che chiara.

Va pertanto osservato:

1.  Non risulta che tale fine sia stato mai indicato da Nostro Signore né dagli Apostoli.  Egli pone sempre l’accento sul significato e sul valore dell’unità di coloro che credono e crederanno in Lui, l’unità dei suoi fedeli, dei cristiani, non quella del genere umano. Nella grande Preghiera al Padre subito prima della Passione, riportata da  san Giovanni, Egli afferma di pregare per i discepoli non per il mondo in generale; di pregare affinché il Padre li custodisca dopo la sua morte, ormai imminente:  “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che mi hai donati, perché sono tuoi” (Gv 17, 9).  E specifica di pregare anche “per quelli che crederanno in Me, per la loro parola” cioè per merito della predicazione dei  Discepoli, che li avrà per l’appunto convertiti a Cristo; di pregare, “affinché siano tutti una cosa sola, come tu sei in me, o Padre, ed io in te;  che siano anch’essi una cosa sola in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato”(Gv 17, 20-21).  Alla vigilia della Croce, Nostro Signore pregò dunque il Padre affinché proteggesse, mantenendoli uniti, i Discepoli e i fedeli da loro convertiti con la predicazione, cioè con la loro opera missionaria, e tutti quelli che avrebbero in futuro creduto in lui per opera loro, dei Discepoli.  Non c’è né ci potrebbe essere qui spazio per l’unità del genere umano, non meglio specificata ed indipendente dalla conversione.
Ma proprio questi versetti di Gv 20-21 vengono impropriamente citati a giustificazione del sincretistico ecumenismo attuale, quello appunto che ha sostituito l’unità del genere umano alla conversione; un fine intramondano e per di più utopistico al fine sovrannaturale della Chiesa.  E lo ut unum sint  del versetto 20 ha dato il titolo ad una celebre Enciclica di Giovanni Paolo II, dedicata allo “impegno ecumenico”, ovviamente nel senso auspicato dal Vaticano II.  

2. Che la missione della Chiesa dovesse essere quella di convertire il genere umano sino a realizzarne l’unità in Cristo, nemmeno si può dire.  Infatti, secondo quanto ci è stato rivelato, il mondo e la sua storia finiranno all’improvviso, così come si troveranno, dal momento che il Ritorno o Parousia del Signore come Cristo Giudice, alla fine dei tempi, sarà istantaneo come il lampo (Mt 24, 27).  E molti non si salveranno, ci ha detto più volte il Signore (“di due che si troveranno in un campo, l’uno sarà preso e l’altro lasciato”, Mt 24, 40).  E se non si salveranno, ciò vuol dire che non ci sarà  m a i  l’unità del genere umano, nemmeno nella conversione.  Anzi, il Cristo Giudice, separando alla fine dei tempi per sempre gli Eletti dai Reprobi (Mt 25, 31 ss.), dimostrerà che l’unità del genere umano non c’era mai stata, mentre il loglio cresceva assieme al buon grano (le agostiniane Due Città, celeste e terrena, intrecciate in questo mondo ma intimamente separate).  Né mai ci sarà, dato che la divisione incolmabile in Eletti e Reprobi durerà in eterno (Lc 16, 26, parabola del Ricco Epulone).

4.  Il genere umano inteso come “una sola comunità”, gratificato di un’unità vista nella prospettiva di una salvezza che non distingue più tra Eletti e Reprobi

Il Concilio attribuisce dunque alla Chiesa il compito di esaminare ciò che i popoli hanno in comune e che li spingerebbe verso “il loro comune destino”.

“I vari popoli costituiscono infatti una sola comunità [Una enim communitas sunt omnes gentes].  Essi hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra [At 17, 26]; hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui provvidenza, le cui testimonianze di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti [Sap 8, 1; At 14, 27; Rm 2, 6-7; 1 Tm 2, 4], finché gli eletti saranno riuniti nella Città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce [Ap 21, 23 ss.]” (N Aet 1.2).
Il fatto che i popoli, secondo il Concilio, “siano una sola comunità” sembra posto come un dato oggettivo giustificante il dovere della Chiesa di promuovere l’unità del genere umano.  Tale unità costituisce allora il fine dell’azione missionaria della Chiesa, che tuttavia già deve presupporla, se i popoli, in quanto tali, costituirebbero già “una sola comunità”.  L’unità del genere umano, posta  o r a  come fine alla Chiesa, sarebbe la logica conseguenza, per il Concilio, del fatto che in se stessi i popoli sarebbero di già “una sola comunità”.
Il dovere della sua azione missionaria alla Chiesa l’ha imposto il suo divino Fondatore, non il mondo.  Ora, invece, il fondamento di tale dovere diventa terreno, mondano:  la Chiesa avrebbe il dovere di promuovere quell’unità dei popoli ossia del genere umano che il genere umano già possederebbe in quanto di per sè costituente una sola comunità.  
  Viene qui applicato il concetto di comunità, come se si trattasse di nozione ovvia e scontata.  In ogni caso, nell’uso comune, la nozione di comunità  implica sempre, in prima approssimazione, quella di un aggregato umano coeso sulla base di princìpi e interessi appunto comuni, condivisi, e ispirato da essi nel suo comportamento giornaliero.  Che tale nozione si possa applicare sic et simplicter al genere umano in quanto tale, sembra come minimo temerario. Ad ogni modo, il testo conciliare giustifica tale applicazione con una serie di passi scritturali riportati in nota, e da me indicati nel testo, che dovrebbero conferirle anche un fondamento teologico.  I vari popoli costituirebbero una comunità in senso oggettivo, perché dipendente dal modo nel quale Dio li ha concepiti, in relazione al suo disegno di salvezza: uniti per la comune origine e per il fine, ugualmente comune, entrambi voluti da Dio.

4.a  I passi scritturali citati in nota dovrebbero rappresentare le fonti grazie alle quali si dimostra la continuità degli assunti del Vaticano II con la dottrina di sempre della Chiesa. Andiamo a vedere che cosa dicono questi passi. Il primo è tratto dagli Atti degli Apostoli, 17.26: 
“Egli da un solo uomo ha fatto uscire tutto il genere umano, per popolare tutta la faccia della terra, avendo determinata la durata dei tempi e i confini della loro dimora”.
Il brano proviene dal discorso di san Paolo all’Areopago.  Qui san Paolo ci ricorda che siamo tutti figli dello stesso Padre, Dio Onnipotente, che ha voluto crearci e popolare la terra, determinando anche i “confini” delle nostre “dimore”.  Ma questa comunanza di natura, fisica e psicofisica, non implica affatto che tutti gli uomini, tutti i popoli costituiscano “una sola comunità” per il sol fatto di esser tali.  L’esser gli uomini “progenie divina” è concetto utilizzato da san Paolo non per affermare che il genere umano costituisca un’unità, “una sola comunità”, ma per dichiarare, invece, che ognuno di noi deve ricercare il vero Dio, che ora egli sta annunziando a un limitato e occasionale pubblico di Ateniesi incuriositi anche se scettici, tra i quali tuttavia alcuni credettero.
Infatti, come continua quel celebre discorso? Dio “ha voluto che gli uomini cercassero Dio e si sforzassero di trovarlo, come a tastoni; quantunque Egli non sia lontano da ciascuno di noi”.  Non è “lontano” perché non possiamo mai esser separati da Dio:  “In Lui, infatti, noi viviamo, ci muoviamo e siamo, come hanno detto alcuni dei vostri poeti: - Di lui, infatti, progenie siamo” (At 17, 27-28).  Dio non ha imposto nessuna uniformità al genere umano ma ha lasciato che i popoli seguissero le loro vie nel “cercare Iddio”.  Ed essi l’hanno fatto inevitabilmente “a tastoni”, ossia alla cieca, fabbricandosi tante religioni diverse, non rivelate. Dunque, la ricerca di Dio secondo la religiosità naturale non ha comportato alcuna unità del genere umano, nonostante l’origine divina comune a tutti gli uomini: individui e popoli si sono fatti le loro particolari credenze religiose, procedendo come chi cammina nell’oscurità.    
Ma dal verso del poeta – Arato, modificato dallo stoico Cleante nel suo famoso Inno a Giove, ci informano gli esegeti – san Paolo trae ulteriori conseguenze, quelle più importanti.
Essendo “progenie” di Dio non possiamo considerarci “lontani” da Lui. Per scoprire la vera presenza di Dio in noi e nel mondo, dobbiamo però liberarci delle false rappresentazioni di Dio, che sono quelle offerteci dal politeismo e dal culto degli idoli, impestato dal Demonio .  Le dispute di san Paolo con gli Ateniesi vertevano proprio sul loro culto sbagliato a Dio, compreso l’altare “Al Dio Ignoto”, che l’Apostolo prese a spunto del suo intervento, peraltro sollecitato dagli stessi ateniesi, desiderosi di capire quale fosse veramente la sua dottrina (At 17, 16 ss).
“Perciò Iddio, non tollerando più i tempi di questa ignoranza [del vero Dio], annunzia agli uomini, che tutti e in ogni luogo, devono pentirsi, perché ha fissato un giorno in cui a rigor di giustizia, giudicherà il mondo per mezzo di un uomo, che Egli ha designato, dandone sicura prova a tutti col risuscitarlo dai morti”(At 17, 30-31).
Il tempo dell’ignoranza è finito.  Come lo sappiamo?  Per divina rivelazione, che ammonisce “tutti e in ogni luogo” a pentirsi, rinunciando alle loro religioni (e al loro modo di vivere pagano) se vogliono salvarsi.  Tutti, infatti, il Giorno del Giudizio saranno giudicati dal  Risorto.
L’unica “unità” possibile per il genere umano, qual’è essa allora, da un punto di vista cristiano?  Quella del pentimento di ciascuno, della conversione, della scoperta della fede nel vero Dio. Così deve agire chi è veramente “progenie di Dio”.      
Ma il testo di Nostra Aetate lascia completamente fuori la teologia del pentimento e della conversione a Cristo, che san Paolo espone già sulla semplice constatazione dell’origine divina del genere umano, cosa che ci rende tutti figli di uno stesso  Padre celeste, con il conseguente obbligo di riconoscerne la vera natura e adorarlo in conseguenza, ora che tale natura è stata rivelata per tutti dall’Incarnazione del Verbo, Nostro Signore Gesù Cristo. 

L’”una sola comunità” che tra i popoli verrebbe ad esser costituita dal fine della loro salvezza, voluto da Dio in modo da ricomprendere tutti, come verrebbe allora a giustificarsi nell’ottica del testo conciliare?  Con l’intenzione di Dio che tutti siano salvi.  Ciò desidera la bontà divina, che provvede materialmente per tutti gli abitanti della terra.  Il “fine ultimo”di tutti gli uomini è dunque rappresentato dalla salvezza, è di natura escatologica.  Ciò risulterebbe dai seguenti testi, citati a sostegno in nota.

4.b  Il passo del libro della Sapienza, si limita a richiamare come Dio governi con bontà il mondo.
“Essa si estende, con potenza, [la Sapienza di Dio] da un capo all’altro del mondo, e con bontà governa l’universo intero”(Sap 8, 1-3). 
La bontà di Dio ricomprende anche i Gentili, essa provvede per tutti, giusti o ingiusti che siano.  Provvede per l’esistenza materiale, ordinando la natura in modo che l’uomo ne possa trarre il legittimo vantaggio e godimento.  Ma  provvede anche per lo spirito e l’anima, estendendo la Rivelazione e quindi la possibilità della salvezza anche ai Gentili, ossia all’intero genere umano, oltre che ai soli ebrei:  “Appena giunti, convocarono la Chiesa e riferirono tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo di loro e come avesse aperto ai Gentili la porta della fede”(At 14, 27). 
Questo è il secondo passo degli Atti degli Apostoli citato in nota dal Concilio, per dimostrare l’estendersi della bontà di Dio a tutti i popoli, tramite l’opera missionaria degli Apostoli.  Paolo e Barnaba, rientrati ad Antiochia di Siria dal loro viaggio missionario nella  anatolica Liconia, informano la comunità cristiana ivi presente, formata probabilmente in gran parte da giudei convertiti, delle conversioni ottenute presso i pagani, nonostante il tumulto suscitato contro di loro da “alcuni Giudei”, che aizzarono la folla e lapidarono Paolo, lasciandolo come morto fuori della città, “credendo d’averlo ucciso”.  San Paolo, invece, si salvò e testimoniò ai convertiti “tutto quello che Dio aveva fatto per mezzo di loro” (At 14, passim).
Da ricordare che san Paolo, avendo guarito miracolosamente uno storpio nella città di Listri, in Liconia, era stato acclamato come divinità dalla folla (gridavano che Paolo era Mercurio e Barnaba Giove).  Ma egli, assieme a Barnaba, si precipitò in mezzo alla stessa folla per farle capire il suo grave errore, riproponendo la medesima verità del Discorso dell’Areopago: noi siamo solo uomini come voi, esclamò, “venuti ad annunziarvi che voi dovete abbandonare codeste vanità [il culto pagano], per rivolgervi al Dio vivente, che ha creato il cielo e la terra.  Questo Dio, nelle generazioni passate, ha permesso che tutte le nazioni seguissero le loro vie, quantunque Egli non abbia mai cessato di render testimonianza di se stesso, facendo del bene, mandando dal cielo le piogge e le fertili stagioni, dandovi cibo in abbondanza e ricolmando di gioia i vostri cuori”(At 14, 15-17).
Dal punto di vista religioso, non c’era né ci poteva essere, unità del genere umano:  Dio aveva permesso che “ogni nazione seguisse le sue vie” anche se non per questo aveva smesso di governare il mondo con bontà, non facendo mancare il necessario, anche dal punto di vista delle semplici gioie della vita di tutti i giorni, quella che appunto trae diletto dalle cose semplici, quotidiane.  Dunque, dai Testi citati risulta che il Disegno di Salvezza viene esteso da Dio a tutti gli uomini, che questa salvezza passa per il pentimento e la conversione al cristianesimo, che tutti gli uomini devono diventar cristiani.  Insomma, che la salvezza si può ottenere solo ad opera di Cristo e della Chiesa da Lui fondata.  Ma questo fondamentale concetto non si ricava dal capoverso conciliare in esame:  sembra anzi che la salvezza sia ora la naturale conseguenza, voluta da Dio, dell’unità del genere umano da Lui stesso stabilita, con il crearlo, unità che la Chiesa deve mantenere, arricchire, portare a compimento! 

4.c  Che a tutti gli uomini sia offerta la possibilità della vita eterna, viene ribadito anche da due altri testi, gli ultimi due tra i quattro riportati.
Il versetto della Lettera ai Romani, costituente la terza citazione riportata in nota dalla Nostra Aetate,  ci insegna che ciascuno sarà giudicato secondo le sue opere, “nel Giorno dell’Ira e della manifestazione del Giudizio di Dio”.  In quel giorno, ci rivela l’Apostolo, “Egli darà a ciascuno secondo le sue opere: a coloro che, con la perseveranza nel bene, cercarono l’onore, la gloria e l’immortalità – la vita eterna”(Rm 2, 6-7).  Qui si ferma la citazione, come indicata in nota dal testo conciliare, che non ha voluto riferirsi anche alla continuazione:  “ma per coloro che sono ostinati, che si ribellano alla verità e credono invece all’iniquità – è riservata ira ed indignazione”(Rm 2, 7-8).  Perché questa troncatura?  Perché il Concilio non ha voluto ricordare che la divina Giustizia inevitabilmente separerà per l’eternità gli Eletti dai Reprobi? 

4.d  L’incompleta rappresentazione della vera escatologia cristiana si conclude con la citazione del famoso passo della Lettera a Timoteo, nel quale, lodando la pratica della preghiera dei fedeli “per tutti gli uomini” anche “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in dignità”, l’Apostolo spiega:  “È cosa buona questa e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità.  Non vi è, infatti che un Dio solo, e uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, Gesù Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti.  Questa è la testimonianza resa a suo tempo da Dio, per la quale io sono stato costituito banditore e apostolo…”(1 Tm 2, 4 ma in realtà: 1-5). 

4.e Perché incompleta, questa rappresentazione, dietro l’apparente riproposizione della dottrina di sempre? Perché, come già detto, essa insinua l’idea che Dio, creando tutti gli uomini e ponendo per tutti loro il fine della salvezza, avrebbe realizzato in tal modo l’unità del genere umano, avrebbe cioè fatto di tutti gli uomini “una sola comunità”, che sarebbe durata fino al giorno in cui “gli eletti” si sarebbero “riuniti nella Città santa”; come a dire: sino al giorno in cui sarebbero andati tutti in Paradiso (Ap 21, 23-24, ultima citazione riportata nel testo conciliare:  “La città non ha bisogno di sole né di luna che la illumini; perché la illumina la gloria di Dio e il suo luminare è l’Agnello.  Le nazioni cammineranno alla sua luce, e i re della terra portano in lei la loro gloria”). 
E allora, dov’è lo scandalo, potrebbe dire qualcuno?  Se il testo dice che “il disegno di salvezza di estende a tutti, finché gli eletti saranno riuniti nella Città santa”[consilia salutis ad omnes se extendunt, donec uniantur electi in Civitate Sancta], usando il termine “eletti” non si implica la verità di fede del Giudizio finale e la divisione finale del genere umano in Eletti e Reprobi, come risulta dal Vangelo (Mt 25, 31 ss) e dalla stessa Apocalisse?  Certamente, si può leggere il testo in questo modo, conforme alla dottrina di sempre della Chiesa, inequivocabilmente dichiarata nei Testi sacri. 
Ma il fatto di stabilire una inesistente “unità” di tutti gli uomini, per il solo fatto di esser stati creati da Dio; unità ricompresa come tale nel disegno di salvezza, senza poi precisare che alla fine dei tempi il loglio sarà separato dal grano, può indurre a leggere il testo nel senso che gli “eletti” siano qui tutti gli uomini, che cioè l’unità del genere umano attuata dal disegno di salvezza manterrà uniti tutti gli uomini anche nel Regno di Dio o Città Santa; in definitiva, ingenerare l’impressione che tutti gli uomini sono gli eletti.  E sono gli eletti perché sono già stati eletti in quanto uomini, ricompresi da Dio nel suo disegno (unitario) di salvezza, in quanto da Lui creati.  Il testo non avrebbe dovuto dire, ad evitare equivoci: “i cui eletti” o “gli eletti dopo il Giudizio finale”?

4.f  L’impressione discordante con il dogma della fede deriva da una combinazione di affermazioni non vere (l’esser i vari popoli “una sola comunità”) e di omissioni, di silenzi (sulla verità di fede che gli Eletti siano tali solo dopo il Giudizio finale, che divide per sempre il genere umano in Beati e Dannati, dimostrando così che l’unità del genere umano, oltre a non esser mai esistita in sé non ha mai costituito un elemento essenziale del disegno di salvezza del Padre).
E che, dal punto di vista di Dio, l’unità del genere umano non abbia mai rappresentato un valore, e quindi un fine in sé, lo capiamo già dal fatto che Egli ha inizialmente scelto un solo popolo, l’ebraico, per iniziare da esso il disegno di salvezza. Con l’Incarnazione del Verbo e la sua missione, tale disegno si sarebbe poi esteso a tutti i popoli, diventando, in tal modo, progressivamente universale. Ai culti pagani dei vari popoli, peraltro tra loro piuttosto differenziati, si contrapponeva il rigido e chiuso monoteismo degli ebrei.  Se presso il paganesimo, anche presso popoli primitivi, troviamo diffusa l’intuizione di un Essere Supremo onnisciente, ossia un’intuizione in senso monoteistico, la salvezza per loro dipendeva pur sempre dal giudizio della coscienza individuale, dalla sua capacità di ascoltare e seguire i dettami della legge di natura posta da Dio nei loro cuori, capacità sicuramente sorretta in modo misterioso dallo Spirito Santo (Rm 2, 12 ss)[2].  La percezione diffusa dell’esistenza di un Essere Supremo non dimostrava, comunque, l’esistenza dell’unità del genere umano.  Le differenze tra le varie religioni e società persistevano immutabili. 
Il disegno di salvezza del Padre operava dunque in modo differenziato, non unitario,  muovendo in modo esplicito da un solo popolo, contrapposto a tutti gli altri.  Questo popolo ha poi rinnegato il Messia atteso, anche se pro tempore (Rm 11, 25), rinchiudendosi in se stesso e frapponendo ostacolo al disegno di salvezza del Padre, attuatosi  pertanto in contrapposizione all’Israele post-cristiano oltre che in antitesi al mondo, che non amava e non ama esser convertito :  “les hommes ont mépris pour la religion; ils en ont haine, et peur qu’elle soit vraie”[3]. In realtà, il disegno di salvezza del Padre si attua nella contrapposizione e nella lotta (“Credete che io sia venuto a mettere la pace sulla terra? No, io vi dico, ma la divisione”, Mt 12, 51); esso mira all’unità in questo mondo dei convertiti, dei cristiani (Gv 17, 6 ss), non all’unità del genere umano in quanto tale, la cui realtà resta invece, anche e soprattutto dal punto di vista religioso, quella della scissione e della divisione, della lotta perenne; lotta che per noi lo è contro noi stessi (in interiore homine) in quanto parte del mondo e contro il mondo regno del Principe di questo mondo (Lc 11, 23), sino al giorno della Parousia.
  Il nesso tra unità del genere umano e salvezza voluta dalla Provvidenza in modo per l’appunto unitario agli “eletti”, nesso che il testo (per come è formulato) autorizza a scorgere, appare pertanto frutto dell’intrusione di una concezione della salvezza non conforme a quanto sempre insegnato dalla Chiesa, dal momento che vi viene del tutto obliata la verità di fede del Giudizio universale. Il testo, infatti, fa apparire il finale esser “riuniti nella Città Santa” quale risultato lineare della bontà di Dio che si attua nel suo “disegno di salvezza”.  Questo disegno “si estende a tutti finché gli eletti non saranno riuniti” in Paradiso, senza evidentemente esser passati al vaglio di alcun Giudizio, visto che esso non viene nominato quale indispensabile cerniera tra l’essersi esteso del Disegno Salvifico del Padre e l’esser entrati quali Eletti nella Città Santa (tra “l’estendersi” e “l’entrare” interviene la Parousia di Nostro Signore, che perfeziona “l’estendersi” con la dovuta, sovrannaturale cernita finale e defintiva del genere umano).  Del resto, quest’omissione è perfettamente comprensibile: il Giudizio assolve e condanna e quindi divide, facendo venir meno la pensabilità stessa di una qualsiasi unità intrinseca al genere umano, tale, per di più, da mantenerlo tutto unito sino alla salvezza.

4.g  Il testo di Nostra Aetate 1 permette dunque, a mio avviso, una lettura nel senso dell’esistenza di una volontà incondizionata di salvezza da parte di Dio. Non lo dice apertamente, è ovvio, ma lo suggerisce. Ora, anche solo suggerire una prospettiva del genere significa andare contro la dottrina sempre insegnata dalla Chiesa.  Infatti, la teologia ortodossa, sempre approvata dal Magistero, ha efficacemente dimostrato, sulla base inequivocabile dei testi, che la volontà di salvezza del Padre non è incondizionata. Il che significa, in altre parole: che Dio voglia che tutti gli uomini siano salvi non significa affatto che tutti per ciò stesso lo saranno; che insomma tutti  in ogni caso si salvino, come in effetti si crede ormai oggi, in modo del tutto scorretto, non cattolico.  Si tratta di un terribile errore nella fede.
La Grazia e la volontà divine nei nostri confronti si attuano coinvolgendo sempre la libera volontà di ciascuno di noi, la nostra individuale responsabilità.   
 Consideriamo la nozione della grazia attuale, che è la grazia in atto, che ci spinge ad un comportamento valido per la salvezza, ma agendo in modo non continuativo (come invece quella abituale, santificante, segno di predestinazione alla Gloria).  Essa è “un’azione di Dio sovrannaturale e temporanea sulle forze dell’anima umana, con l’intento di spingere l’uomo a compiere un’azione salvifica”[4].
  Ora, è sentenza certa (contro Lutero ed accoliti) che “la grazia attuale illumina l’intelligenza e fortifica la volontà interiormente e direttamente”. È invece dottrina della Chiesa, e quindi verità di fede dogmaticamente definita, che “è assolutamente necessaria la grazia interiore sovrannaturale divina (gratia elevans) ad ogni atto salvifico” prodotto dall’uomo.  Quest’atto, ossia ogni atto conforme ai Dieci Comandamenti, ogni atto moralmente valido, insomma ogni atto gradito a Dio non può aver luogo con le sole forze umane, che pur devono concorrervi.  Contro l’errore pelagiano e razionalista, la Chiesa ha sempre ribadito che senza l’aiuto, il concorso indispensabile della Grazia noi non possiamo né avere la fede né fare il bene[5].
Questo stimolo e concorso dall’alto opera dunque in noi “elevando” le nostre facoltà.  Questo stimolo e concorso sovrannaturale è dato a tutti gli uomini per metterli in grado di esercitare ciò che è gradito a Dio per la loro salvezza. Esso opera in due modi tra loro coordinati:  l’azione della grazia preveniente e della grazia conseguente.
È verità di fede che “esiste un’azione sovrannaturale di Dio sulle forze dell’anima, precedente la libera decisione della volontà”.  Nella circostanza, Dio agisce da solo (in nobis sine nobis), producendo un atto spontaneo nostro di conoscenza e volontà.  Questo è l’agire della grazia preveniente (gratia praeveniens, antecedens, excitans, vocans, operans). Forse, aggiungo, l’azione della grazia preveniente la riscontriamo in certe improvvise illuminazioni interiori sul vero significato delle nostre o altrui azioni, nel sopravvenire di certi improvvisi rimorsi, nell’ispirazione subitanea a compiere una buona azione, a fuggirne una cattiva…Immagine classica di questo operare della Grazia si ha in Ap 3, 20:  “Ecco, io sto alla porta e busso: se uno sente la mia voce e mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui, e lui con me”[6].
Possiamo dire che, in quest’azione della grazia preveniente, si riveli nello stesso tempo la volontà di salvezza di Dio nella sua universalità ossia in tutti gli uomini, ma come volontà condizionata.  Condizionata, nel senso che ad essa deve corrispondere l’azione della nostra libera volontà, cooperante con la Grazia (bisogna aprire la porta al Signore), per non cadere in peccato e per  uscire da questa vita in stato di grazia.  Ancora Ott: “la volontà di salvezza generale (universale) di Dio, senza tener conto della situazione morale definitiva di ciascuno di noi, vuole la salvezza di tutti a condizione che essi abbandonino questa vita in stato di grazia:  voluntas antecedens et condicionata[7].
Tornando alla grazia attuale: qual è il ruolo svolto dalla grazia susseguente?  È articolo di fede che:  “esiste un’azione divina sovrannaturale sulle forze dell’anima, temporaneamente coincidente con l’azione della volontà libera dell’uomo”.  Questa grazia “sostiene ed accompagna la libera attività della volontà umana e viene chiamata gratia subsequens perché in rapporto all’effetto della grazia preveniente, o gratia adiuvans, concomitans, cooperans”.  Un testo classico per determinare quest’azione concomitante della Grazia si ha in san Paolo, 1 Cr 15, 10:  “Ma per la grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia, che Egli mi ha data, non fu vana, ma ho lavorato più di tutti loro; non io, ma la grazia di Dio insieme a me [gratia Dei mecum]”[8].
In altre parole: non possiamo fare il bene e obbedire ai comandamenti del Signore senza l’aiuto della Grazia, che viene prima offerta a ciascuno di noi e poi si accompagna, però sostenendola in maniera determinante, alla nostra esplicita quanto libera volontà individuale di seguire l’impulso scaturito da quell’offerta.  Ma che la volontà di Dio di salvare tutti gli uomini sia condizionata dalla loro risposta all’azione della Grazia attuale, dal loro cooperare con essa nella lotta per la loro santificazione quotidiana; di questa fondamentale verità di fede in Nostra Aetate non sembra esservi traccia.  

6. Non chiara la posizione del Cattolicesimo rispetto alle “varie religioni”

Nell’ultimo capoverso di questo articolo 1, Nostra Aetate ci presenta il significato delle “varie religioni” dal punto di vista delle attese spirituali degli uomini, che nella religione notoriamente trovano da sempre conforto ai loro problemi più gravi, alle loro ansie, ai loro drammi, alle loro disperazioni, alle loro speranze.
“[Homines a variis religionibus responsum expectant…]  Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta ai reconditi enigmi della condizione umana, che ieri come oggi turbano profondamente il cuore dell’uomo:  la natura dell’uomo, il senso e il fine della nostra vita, il bene e il peccato, l’origine e lo scopo del dolore, la via per raggiungere la vera felicità, la morte, il giudizio e la sanzione dopo la morte, infine l’ultimo e ineffabile mistero che circonda la nostra esistenza, donde noi traiamo la nostra origine e verso cui tendiamo” (N Aet 1.3).
Che gli uomini, sin dai tempi più antichi cerchino nella religione anche una risposta a problemi e situazioni di questo tipo, coinvolgenti questioni essenziali sulle loro necessità, su ciò che sono, su quale sarà il loro destino ultraterreno, sul perché la vita sia così spesso afflitta da gravi sofferenze spirituali -  tutto questo, non lo si può certo negare. 
Non è stato proprio Nostro Signore a dire:  “Venire a me voi tutti che siete stanchi ed affaticati ed Io vi darò riposo.  Prendete su di voi il mio giogo e imparate da me poiché sono dolce ed umile di cuore; e troverete pace per le anime vostre poiché il mio giogo è soave e il mio peso leggero “(Mt 11, 28-30)?  Come sono state sempre intese queste profonde e divinamente misericordiose parole se non nel senso che solo in Cristo, accorrendo a Lui, dandosi a Lui, pentendosi, cambiando vita, è possibile trovare un senso al mistero della sofferenza, del dolore, delle sventure che sempre si abbattono su di noi, connesse le nostre sofferenze da sempre al mistero del male, del peccato, della redenzione?
Ma ora, ciò che gli uomini si attendono dalle “varie religioni” non trova più risposta nell’unica e vera, ossia nella religione cattolica, l’unica rimasta fedele nei secoli all’insegnamento del Divino Maestro?  Di frone a questo testo conciliare bisogna infatti chiedersi:  tra le “varie religioni”, che non hanno ancora dato all’uomo la risposta che il dramma dell’esistenza richiede, bisogna includere anche la cattolica?  In altre parole:  tra le “varie religioni”, dalle quali gli uomini si attenderebbero ancora le risposte vitali per la loro anima, c’è anche quella cattolica oppure no?  Se c’è anche quella cattolica, essa allora si deve intendere (come usano dire oggi) “in ricerca”, “in cammino”, “in ascolto”, come lo sarebbero le “varie religioni”; come se essa non possedesse già, per divina rivelazione, mantenuta dalla Tradizione e dall’insegnamento costante della Chiesa, una risposta più che soddisfacente alle domande fondamentali sul perché della nostra esistenza, sulla natura dell’uomo, sul problema del male, sul significato della nostra vita, che è ultraterreno, essendo la vera felicità solo quella eterna della Visione Beatifica, per gli Eletti che ne saranno trovati degni, alla fine dei tempi.  
C’è, dunque, a mio avviso, una nota ambigua anche nell’ultimo capoverso di questo art. 1 della Nostra Aetate.  Il testo non dice “le altre religioni” ma “le varie religioni”, come se si riferisse a tutte le religioni esistenti, in generale. La religione cattolica sembra doversi allora includere tra le “varie religioni”, dalle quali l’uomo si attende ancora risposte definitive, come se essa fosse per l’appunto una religione come le altre, non rivelate. E come se essa non fosse stata finora capace di dare risposte definitive. 
Improprio appare poi rappresentare le “varie religioni” come se esse non avessero dato risposte dal loro punto di vista definitivo alle domande essenziali sulla condizione umana.  Pensiamo all’Islam, per esempio, al suo Dio concepito come un assoluto dominatore, che tutto ha già predisposto nel migliore dei modi per i suoi seguaci, in senso sia morale che materiale:  un determinismo assoluto, un predestinazionismo ancora più assoluto, se così posso dire, che lascia assai poco spazio ai drammi esistenziali del singolo, alle risposte agli “enigmi della condizione umana”, enigmi che per i musulmani non esistono.

Fonte: iterpaolopasqualucci.blogspot.ie
6 luglio 2017 





[1] Giacomo Leopardi, Pensieri, n. LXXXIV (84), da: Tutte le opere di Giacomo Leopardi, a cura di Francesco Flora, Mondadori, 19493, p. 52. (La Sacra Bibbia in italiano è citata qui secondo l’edizione della CEI delle Edizioni Poline anteriore al Concilio e quella della Salani, coordinata dall’abate Ricciotti; per i testi originali, secondo il Nestle-Aland.   Per i testi del Concilio Vaticano II in italiano, l’edizione curata dalle Edizioni Paoline; per l’originale latino, quella curata da Desclée ac Socii, Romae, 1967, curante Florentio Romita, perito conciliari).
[2] Sulla presenza di una nozione dell’Essere Supremo onnisciente  nella religiosità primitiva, vedi:  Raffaele Pettazzoni, L’Essere Supremo nelle religioni primitive, Einaudi, Torino, 1957, rist. 1965; da intendersi, tale nozione, in modo più sfumato rispetto al “monoteismo primordiale”, affermato invece dall’importante e rivoluzionario studio del P. Wilhelm Schmidt nel 1912 e dalla sua scuola (vedi, op. cit., Introduzione, pp. 15-24).
[3] Blaise Pascal, Pensées, in ID., Oeuvres complètes, a cura di J. Chevalier, Pléiade, Paris, 1954, p. 1089.
[4] Louis Ott, Précis de théologie dogmatique, tr. fr. dall’originale tedesco del 1954 dell’Abbé Marcel Grandclaudon, Salvator, Mulhouse-Casterman, Paris, 1955, p. 320.  Il termine “attuale” qui applicato deriva dalla tarda Scolastica e divenne di uso comune dopo il Concilio di Trento (op. cit., ivi).
[5] Ott, op. cit., pp. 320-321; p. 324 ss.
[6] Ott, op. cit., p. 322.  L’Autore fornisce naturalmente tutti i necessari rinvii alla Scrittura, nello spiegare i vari significati della Grazia, e ai relativi canoni del Concilio di Trento in materia.
[7] Op. cit., p. 338.  La volontà di salvezza particolare di Dio, invece, tenendo conto della situazione morale definitiva di ogni uomo, vuole senza condizione la salvezza di coloro che lasciano questa vita in stato di grazia.  Questa è la voluntas consequens et absoluta, coincidente con la predestinazione (op. cit., pp. 338-339). Della grazia santificante e della predestinazione non ci occupiamo qui. Il Concilio, dato il suo taglio pastorale, non si preccupò di trattare specificamente della Grazia.  L’indice analitico del Concilio edito in italiano per le Edizioni Paoline, sotto la voce grazia registra 26 entrate.  In gran parte si tratta di riferimenti generici alla necessità dell’aiuto della grazia. La grazia attuale è comunque richiamata dalla costituzine Dei Verbum sulla divina rivelazione, all’art. 5 (perché si possa avere la fede “sono necessari la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo”). Spiccano tuttavia in senso negativo: 1. Il significato che l’Indice crede di attribuire all’art. 38 della costituzione Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, intitolato in modo peraltro singolare: L’attività umana elevata a perfezione nel mistero pasquale: “la grazia salva tutti”.  2.  L’attribuzione della “vita di grazia” anche alle comunità dei c.d. “fratelli separati” in quanto tali, giusta l’art. 3 del decreto Unitatis Redintegratio sull’Ecumenismo.  3. L’assenza, salvo errore, di ogni riferimento alla grazia santificante e alla predestinazione.
[8] Op. cit., pp. 322-323. 

martedì 1 agosto 2017

Antifascismo d'abord: L'incandescente e perpetua insurrezione dell'on. Laura Boldrini

Boldrini, tanto nomini nullum par elogium. Donna di di sguardo vasto, retto e penetrante, oltre che di acuta, aperta, leggiadra e progressiva intelligenza, l'onorevole Laura Boldrini, classe 1961, dismesso l'arcaico titolo di dottoressa gode, con ragione inconcussa, del titolo di Democratica inflessibile oltre che della applaudita e illuminata fama, conquistata dalla sua attempata ma ruggente biografia.
Ella è specialmente apprezzata e quasi venerata per la esibizione della inconcussa fede antifascista e per le illuminate, intrepide, penetranti e folgoranti incursioni nella grammatica rivoluzionaria, nel vocabolario politicante corretto e nella storiografia aggiornata dal propriamente detto.
Solamente Giorgio Napoletano ha osato mettere (cautamente) in dubbio alcune ragioni a monte dei pensieri in uscita torrentizia dall'aurea bocca della presidenta/presidente.
In ogni lingua parlata nella babelica e progressiva democrazia scrosciano invece devoti applausi e squillano consensi, che comandano ed esigono tassativamente la ligia declinazione (flessione) degli italici lombi al cospetto della illustre Presidenta.
Ella è (secondo la grammatica progressiva, galoppante nei pensieri a due e più piste e nelle suggestioni bisessuali) un Lui sovrano.
Condiviso un tale verdetto, si rivela intollerabile la resistenza reazionaria all'imperativo formulato e fulminato dalla/dal Boldrini, un comando inteso a silenziare la voce avventizia e incauta dei ragazzi cripto fascisti, bestemmianti contro la Sacra, non elettrica ma fulminante e perpetuamente scintillante Resistenza al male assoluto, incarnato (appunto) dagli eredi del truce/duce.
Non è lecito dissentire da una sentenza emanata dalla Storia in Persona ed illuminata dalla inconcussa verità intorno al Bene partigiano, in lotta strenua e vittoriosa contro il diabolico freno fascista (in senso ufficiale e scientifico trattasi della illuminata guerra contro il tenebroso ostacolo, che tenta di attraversare il sacrosanto e illuminato cammino del Progresso).
Illuminata dagli aurei pensieri di sapienti del calibro filosofico di Gemisto Moranino, Livia Turco, Niki Vendola, Giuseppe Vacca, Luigi Longo, Walter Veltroni, Matteo Renzi ecc., la democrazia progressiva non si discute, anzi costituisce (nei giorni deputati) termine di obbligate, patriottiche genuflessioni. E sventolamenti di gloriose, fulgide e gaie bandiere.
Senonché gli umiliati e dolenti cittadini, ai quali è autorevolmente suggerita la genuflessione democratica, indirizzano i loro segreti pensieri alla memoria della Resistenza, che ha diviso gli italiani in buoni (i democratici precursori dalla presidente Laura Boldrini da Macerata) e cattivi, (i nostalgici dell'innominabile, mostruoso tiranno di Predappio).
Vivi o morti, i buoni sono pertanto arruolati nell'aurea banda che suona la lode della Boldrini, i malvagi respinti (con disonore) nello s-pensiero degli innominabili e neri critici della presidenta.
Onde l'immagine di un'Italia estenuata e stremata dal galoppo istituzionale nelle sterminate praterie del dualismo progressista.
La storia che si insegna nelle scuole della repubblica italiana discende, di fatto, dalla drastica dicotomia, che illumina il pensiero e ispira la politica della onorevole Boldrini, ovvero dalla separazione metafisica del Bene resistenziale dal tenebroso nulla fascista.
Il pensiero democratico, dietro indicazione della illustre Presidenta, congeda le verità tradizionali, ripudia la tradizione aristotelico-tomista, nega le verità della teologia cattolica, annienta il male in camicia nera, e fa regredire la politica italiana a un dualismo di vago stampo manicheo.


Se non che la teologia dualista di Mani fu confutata e frantumata dal reazionario Sant'Agostino da Ippona. I pensieri manichei sono infine in circolazione imperiosa e squillante negli ambulacri frequentati dai devoti credenti nel progressismo irreale – che sopravvive nella commedia antifascista ispirata dal teatro ibseniano (Quando noi morti ci ridestiamo).

Piero Vassallo

sabato 29 luglio 2017

LA SOLUZIONE CIVILE (di Piero Nicola)

  L'uomo, cittadino o governante, appartenga al Mille o al Duemila, è sempre la stessa creatura difettosa e colpevole, a causa delle conseguenze del peccato originale. Dopo Costantino, la civiltà cristiana adottò, mediante la Chiesa, una valida legge morale. Il che non impedì le sue violazioni e le giustificazioni sofistiche dei trasgressori. Il mondo, signoreggiato dal maligno, non smise d'essere il mondo accusato di empietà da Gesù Cristo, che profetò la persecuzione dei propri ministri e dei fedeli sino alla Parusia. Già gli imperatori del Sacro Romano Impero si opponevano all'Autorità dei Pontefici; già nel '500 un Machiavelli poteva teorizzare una Signoria immorale. In ogni epoca dell'era cristiana, al reggimento dello Stato fu necessario il rispetto della stabilita legge naturale e divina, pena il disordine e il decadimento progressivo della civile condizione spirituale ed economica, sino all'estremo degrado delle nazioni. Tanto più tale politico rispetto occorrerebbe nel tempo del peggior paganesimo attualmente invalso, del laico rifiuto della suddetta legge, sostituita con codici pervertiti e mortiferi.
  Storicamente, anche presso quei popoli cattolici dove, in seguito alla Rivoluzione Francese, al diritto equo (rispettoso della Chiesa) subentrò il diritto liberale (uguaglianza e libertà indeterminate e strumenti del potere), gli antichi costumi dovuti alla Religione misero un freno alla decadenza, che in seguito poté aumentare. Circa gli Stati in cui vigeva il protestantesimo, avvenne qualcosa di analogo: l'eresia non pervenne a abolire alcuni sani principi, le radicate consuetudini smorzarono le dissipazioni, la regola delle scienze, delle imprese e del lavoro produsse prosperità materiali e illusioni di creatività artistica e di vita culturale. Prosperità e illusioni orgogliose, fatte per la maggior perdita: quella delle anime. La disciplina imposta dalle guerre contribuì in qualche modo a mantenere una certa moralità. Alcuni statisti e governanti più avveduti intravidero gli effetti del cattivo andamento progressista, vi posero ripari, e però di effetto insufficiente e temporaneo.
  La soluzione del problema politico-istituzionale dimora invariabile, come invariabile è la condizione umana e quella del mondo, che rappresenta l'esilio dei credenti. "Exsules filii Evae... in ac lacrimarum valle". Ma se Satana regnante sarà debellato soltanto alla fine, non si esclude che coloro i quali reggono lo Stato, per divina permissione, possano tentare di reggerlo secondo il volere del Creatore. Egli non ha affatto revocato la sua sacra investitura, il potere legittimo disposto per il re ("Non c'è potestà se non da Dio, e quelle che esistono sono stabilite da Dio" - Rom. 13). Se il re, o quelli che ne esercitano le funzioni, usano male il loro libero arbitrio, è giusto che essi e i sottoposti ne paghino il fio. Se per avventura un re abbastanza giusto viene disubbidito o rovesciato dal popolo, è giusto che male ne incolga ai disubbidienti, sotto forma di castigo evidente (guerra, lotte intestine, disordini) o di semplice degradazione spirituale.
  Posto che vi siano uomini capaci e in grado di realizzare un programma politico, i provvedimenti  che rimediano alla decadenza, e validi in assoluto, potrebbero essere i seguenti.
  In primo luogo occorre tener conto, secondo le premesse, del nemico da battere, che si trova anzitutto nell'umana debolezza. Per ovviare alla corruttibilità del popolo (senza il consenso del quale non si governa) è indispensabile seguire due vie. L'una consiste nel suscitare in esso alcune idealità, ovvero un certo entusiasmo che lo leghi al potere. E gli ideali possono essere buoni e legittimi, come un sano sentimento patriottico, fondato sulle degne tradizioni e sull'amor di Patria. L'altra via, dipendente dalla prima e, impervia soltanto in apparenza, consiste nell'innalzare il senso del sacrificio e della rinuncia: quasi un'eroica ambizione a pro dell'integrità della res publica e del bene comune. I due procedimenti, presenti nella storia, furono sperimentati con successo, benché per lo più ricorressero a metodi spuri (retorica, omissioni, eccessi del nazionalismo).
  In secondo luogo, il buon governo si attua superando le divisioni partitiche, la partitocrazia, la democratica dipendenza dal libito popolare, nel quale non può risiedere la suprema autorità, la verità e il bene, per i motivi su esposti. Né tali doti possono aversi negli eletti dal popolo e suoi rappresentati, essendo, in ogni caso, condizionati dal popolo e in competizione fra loro per ottenerne il favore.
  Ne consegue che i diritti, i poteri e le libertà democratiche dovranno essere notevolmente diminuiti o aboliti. Ecco il sacrificio di cui sopra. E ripetiamo che esso fu ottenuto nella storia e accolto in nome di ideali. Anche la persuasione della peccabilità di chiunque, il concetto acquisito della giustizia inevitabilmente imperfetta, e il lecito compiacimento della coscienza avvertita, col tempo, diventano educazione popolare. L'ammirazione della virtù concorre a promuoverne la pratica (per quanto vi si insinui l'ipocrisia) e mortifica il vizio. Al contrario, oggi si è giunti alla promozione e alla diffusione del vizio (parola praticamente cancellata dal dizionario) cui viene cambiato il nome, rivestendolo di legittimità e persino di merito.
  Così come la Chiesa (quella vera), seguendo l'insegnamento e l'esempio del divino Maestro e degli Apostoli, mise al bando gli eretici,  preservando il gregge suscettibile di subire gli assalti dei lupi e le insidie delle volpi, parimenti nel consorzio umano occorre difendere i cittadini dai seduttori di ogni genere. E ben lo dimostrano gli stessi poteri democratici nostrani, i quali hanno proibito la propaganda fascista. Dunque lo Stato salutare, di cui stiamo trattando, che dovrà rimette in vigore la legge che piace a Dio, avrà bisogno di bandire ogni diffusione di dottrina falsa e seducente. È pur noto che malizia e falsità di vane promesse fanno presa sugli uomini. Il serafino Lucifero incorse nel peccato di superbia. Eva, nonostante la sua nativa integrità, divenne succube delle lusinghe del Serpente. Ora la preservazione si realizza con una censura. Si badi che nessun governo ne fa a meno, e quanto più cerca di farne a meno, obbligato a tener fede ai presunti diritti umani, tanto più si regge sulla menzogna e sulla corruzione. Le attuali democrazie inculcano la menzogna proclamandosi Stati di diritto. Ma esse legittimano, oppure tollerano nefandezze, con una giustizia iniqua, con leggi demagogiche e immorali, che fanno leva sul sentimentalismo dei neghittosi, sugli egoismi e sulle tendenze ignobili.
  Ma, si dirà, se l'uomo è tanto corruttibile e instabile, su chi fare affidamento per l'attuazione del prospettato risanamento? Qui torna l'equivoco che assimila l'essere umano alla legge eterna che gli abbisogna. L'essere fragile è tuttavia capace di riconoscere la verità e la giustizia, di nutrire l'equa ambizione di instaurarle. Una volta persuaso di esse, avendone la facoltà, egli può elevare a norma verità e giustizia al di sopra di sé stesso, per la salvezza propria e per quella altrui.
  La forma di Stato (la cui Costituzione si fonda sui principi etici della tradizionale civiltà cristiana) viene per logica conseguenza. Ai poteri esecutivo e legislativo, organicamente connessi, sarà preposto un Capo dello Stato e Presidente dei ministri, eletto da un ristretto Consiglio di unanimi fondatori, poi costituito dai loro successori eletti dal Capo. Il quale si avvarrà di un Consiglio composto dai rappresentanti delle diverse attività sociali; mentre il potere giudiziario, strettamente apolitico, dovrà sottostare al controllo dei garanti della Costituzione. La maggiore garanzia dello scopo da perseguire risiede nella condotta di pochi capi chiaramente responsabili. Se le nomine delle cariche che governano la macchina statale fossero soggette a un'elezione dal basso, in breve sarebbe la rovina.
  Come l'organismo della Chiesa fu costruito divinamente con un vertice e in modo gerarchico, come l'esercito riceve analoga struttura e la nave ha un comandante con pieni poteri, così dev'essere per lo Stato. Anch'esso è una macchina bellica, sempre in guerra contro il nemico (il male), è una nave sempre esposta a pericoli funesti. La disciplina e lo spirito di corpo formano il nerbo sia militare che civile. Il generale che perde la battaglia, il capitano che fa naufragio, sono inevitabilmente sostituiti. La struttura resta uguale e indispensabile. Per eccezione, avviene l'ammutinamento, ossia la rivoluzione. Ma è impossibile riformare senza grave scapito l'ordine naturalmente instaurato.
  S'intende che il consorzio civile è formato bensì di famiglie, piccole società la cui autonomia va rispettata. Altresì i comuni, le imprese economiche e culturali sono piccoli stati aventi capi e gerarchie. Ma questo complesso di organi non deve ledere con le sue autonomie la Legge e l'autorità dei suoi tutori, che presiedono a tale impero sui generis.


Piero Nicola

giovedì 20 luglio 2017

Il primato civile degli italiani, quale titolo per la liberazione dall'americanismo

La voce ora stridula ora blesa dei teologi crepuscolari padovani, puntualmente ridicolizzata e stroncata dalla sagace e implacabile Elisabetta Frezza ma condivisa, lodata incensata dal potere politico e dal trionfante sottobosco progressista, lancia il grido d'allarme “per il perdurante rischio di una visione antropologica inadeguata della questione omosessuale”.
In realtà sono sotto schiaffo (politico e clericale) i refrattari all'ideologia pederastica, professata e praticata dalla potente minoranza iniziata ai misteri soggiacenti o sovrastanti l'ideologia progressista, di stampo atlantico e di finanza apolide.
Un inelegante (antidemocratico) amico sostiene (con sfacciata ragione) che la colonna sonora della potente America è la ridarella sodomitica, messa alla berlina da Aristofane.
La trionfante e gongolante nazione guida dell'occidente demo-urologico deve (purtroppo) la sua nascita e il suo ingresso nella storia ai navigatori italiani e agli emigranti in fuga dalla civiltà europea.
Malauguratamente i pensatori americani, infettati dal protestantesimo ed elettrizzati dalla vittoria nucleare, hanno capovolto la genuina tradizione europea, per mettere in scena una squillante, ecumenica sintesi di vuoto bigottismo e di galoppante paganesimo.
Chiusa nel giro vizioso del pragmatismo, l'America non è tuttora in grado di esibire studiosi capaci di tracciare la via d'uscita dalle contraddizioni di una società in bilico perpetuo tra virtuose manfrine, furori numismatici e squillanti vizi contro natura.
Il fatto è che nutrimento della vita americani è uno stato d'animo che associa i furori dell'eresia quacchera con un libertinismo ipercinetico e con una filosofia (il polveroso pragmatismo) desolante e sgangherata.
La desolante cultura americana, di conseguenza, è la soluzione minacciata alla fede cattolica e alla tradizione italiana. La esangue e pallida filosofia degli americani, infatti, pone il problema di un serio (umiliante e devastante) confronto con i numerosi protagonisti del pensiero italiano, medievale e moderno 1.
Di qui l'obbligo di far uscire la cultura della destra dalle intossicanti & paralizzanti cineserie diffuse dalle società esoteriche. E di qui l'urgenza di rinnovare la cultura italiana, emanciparla dalle suddette cineserie infine indirizzarla alla liquidazione dalle desolate mitologie di stampo neo pagano, che (ecco il nodo paradossale della storia contemporanea) furono concordemente diffuse dai perdenti carristi di Germania e dalle vincenti fortezze, fatte volare dai tracotanti liberatori d'oltre Oceano.
Il problema della destra, pertanto, è la liquidazione delle esangui e ambidestre mitologie neopagane, che destano, purtroppo, piccole ma ostinate meningiti nelle parrocchie modernizzanti, nelle università americanizzate e nella scolastica della destra nomade e sgangherata.
Sopraffatta, umiliata e alterata dai vincitori della seconda guerra mondiale, stordita dal riflusso modernista, intossicata dall'ideologia liberale e insudiciata dal progressismo di conio massonico e/o sovietico, la tradizione italiana vive orgogliosamente nei rifugi abitati dagli irriducibili, i quali conservano e incrementano il primato civile e spirituale della nostra patria.
Il problema che tale minoranza deve risolvere, in vista di un'opposizione irriducibile al sistema, è lo stabilimento di una linea strategica contemplante una fedeltà alla tradizione cattolica non inquinata da passioni incontrollate, da suggestioni stravaganti e da torride intemperanze.
La fragilità della politica progressista e la debolezza della cultura a monte, inducono a sperare nel futuro di una destra finalmente organizzata intorno ai princìpi indeclinabili della tradizione italiana. Una destra ideale, oggi attiva nei centri di cultura, nei quali agisce la strenua e promettente irriducibilità all'affarismo politicante.

Piero Vassallo



1) San Tommaso d'Aquino, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Cristoforo Colombo, Antonio Vivaldi, Antonio Rosmini, San Giovanni Bosco, Guglielmo Marconi, Giuseppe Moscati, Eugenio Pacelli, Agostino Gemelli, Cornelio Fabro)(San Tommaso d'Aquino, Dante Alighieri, Francesco Petrarca, Cristoforo Colombo, Antonio Vivaldi, Antonio Rosmini, San Giovanni Bosco, Guglielmo Marconi, Giuseppe Moscati, Eugenio Pacelli, Agostino Gemelli, Cornelio Fabro, Giuseppe Siri.

lunedì 17 luglio 2017

SPRITUALISMO BERGOGLIANO (di Piero Nicola)

  Non c'è dubbio che Bergoglio, la sua corte e una quantità di preti e frati della nuova chiesa, affermino una spiritualità contraria alla Legge. Sono varie e numerose le loro deroghe al Decalogo e alle norme inequivocabili, impartite da Gesù Cristo ai fedeli perché osservandole essi possano salvarsi. Troviamo queste inosservanze stabilite nero su bianco nella Amoris laetitia; le abbiamo ascoltate ripetutamente nelle omelie e nelle varie dichiarazioni dell'occupante della Santa Sede e dei suoi seguaci; sono comparse in azioni scandalose per chi si attenga alla dottrina della Chiesa, che ebbe vigore sino a Giovanni XXIII. Gli atti di governo e d'insegnamento (che tiene luogo del Magistero universale, ma chiamarlo magistero sarebbe blasfemo) condivisi dalla gran parte dei vescovi e dei porporati, attestano le violazioni dottrinali in materia grave (matrimonio, rapporti con gli eretici e gli infedeli, trattamento dei peccatori pubblici, ecc.) con l'aggravante che sono tollerati chierici e laici maggiormente progressisti o evoluzionisti, mentre vengono puniti coloro che si attengono ai precetti consacrati per quasi 2000 anni dall'Autorità ecclesiastica come immutabili.
  La giustificazione di tali infrazioni è sempre la stessa. Lo spirito del Vangelo sarebbe superiore alla lettera, compresa, si sottintende, la formulazione dei dogmi. "Noi rispettiamo i dogmi," si dice, "ma dobbiamo superare il loro formalismo, perché intendiamo essere cristiani veri, anzitutto misericordiosi, e Dio è amore, prima che legislatore".
  Si può dimostrare come quest'ultimo asserto sia errato, giacché Dio è giudice particolare delle anime e Cristo giudice universale alla Parusia, mentre la Provvidenza regge il mondo con giustizia perfetta e ineffabile. Pertanto la divina misericordia è, per così dire, condizionata dalla divina e regale giustizia. Dio rimuneratore dei meriti è anche Colui che condanna l'uomo colpevole, dopo avergli largito le sue grazie. La Bibbia e la Rivelazione lo dicono chiaro. Diversamente, si cade nella predestinazione luterana e nella negazione del libero arbitrio. Difatti Bergoglio va incontro a Lutero.
  Ma torniamo al punto della carità e dell'interpretazione della legge. "Chi sono io per giudicare?" dice il capo della pseudochiesa, di fronte al peccatore. A prescindere dal fatto che egli, governando, per forza di cose giudica (e purtroppo lo fa secondo le sue vedute), egli approfitta dell'impossibilità di giudicare le anime, in quanto ciò spetta all'Onnipotente, per togliere la punizione ai trasgressori (pure evidenti e scandalosi) della Volontà del Signore. Per sostenere la sua tesi, il seducente costruttore di ponti e l'abbattitore di muri, deve ricorrere alla coscienza tribunale sindacato soltanto dall'Altissimo.
  Qui abbiamo il primo aspetto dell'eresia. Si esclude che la dottrina dogmatica sia norma della coscienza, e che la Chiesa abbia il compito di istruire e assistere il foro interiore secondo la morale teologica attinente a tale dottrina, ammonendo bensì chi trasgredisce. Mentre si permette che la coscienza possa regolarsi sulla Scrittura secondo un libero esame (gravissimo errore protestante).
  Il secondo aspetto dell'eresia sorge dalla presunzione che il fedele possa disubbidire alla Legge divina, appoggiandosi al proprio saggio discernimento e alla buona fede. In altri termini, la Roma usurpatrice e traditrice solleva il credente dall'obbligo dell'obbedienza al Creatore, posponendo la sacra obbedienza all'esame interiore e personale o ad altri criteri esterni. Se Dio si è servito della Legge, con un mezzo adeguato alla natura dei mortali, essa deve essere osservata nondimeno con la virtù obbligatoria della sottomissione. Eccezion fatta per una dispensa autorevolmente concessa dalla Chiesa. Dispensa che non può più essere data dalla chiesa di Bergoglio, responsabile dell'eresia suddetta e di altre ancora.
  Ma quale coerenza dovremmo ormai pretendere da chi riverisce Lutero e vuole che i maomettani possano adorare Dio in Allah, che gli Indù si salvino essendo bravi Indù, esimendosi dal badare a Gesù Cristo, per cui i cattolici dovrebbero astenersi dal proporLo ai non cattolici? La chiesa di Bergoglio non è cattolica, non essendo l'unica depositaria della Verità e missionaria, ma è un farisaico tradimento degno di Satana.


Piero Nicola

sabato 15 luglio 2017

LA VENERE SCHIAVA (di Piero Nicola)

Scrittori e pensatori, della donna hanno detto tutto. Di certo molto più di quanto essa sia disposta a confessare di se stessa. Come avviene di giudizi intorno a generi d'individui, le generalizzazioni sono legittime, purché si salvi l'eccezione. Alla comune compagna dell'uomo non si può di certo paragonare la santa e nemmeno l'etera o la virago.
  Dunque si volle formulare il concetto dell'eterno femminino, affibbiarvi la caratteristica del così fan tutte. La connaturata gentilezza, che va dalla voce bianca alla grazia corporea e delle attitudini, un certo modo di agire e di pensare, distinguendo la figlia di Eva offrono materia di osservazione.
  È pure evidente che le doti innate e le limitazioni costituzionali degli esseri umani condizionano la loro esistenza. Nonostante gli sforzi politici per ridurre la disuguaglianza dei sessi alla parità delle loro funzioni, sinora i potenti hanno dovuto recedere dal proposito di far gareggiare insieme uomini e donne in competizioni sportive individuali, oppure a squadre maschili e femminili contrapposte.
  Stante l'impossibilità che qualcuno abbia omesso qualcosa della condizione femminile, tuttavia mi sembra che un aspetto sia stato trascurato. Ed è la schiavitù che la bellezza impone alla femmina umana.
  Si rileva che la sua attrattiva rientra in una legge di natura, e che anche l'uomo deve poter piacere. Invece il valore soggettivo e oggettivo dell'avvenenza del gentil sesso non è confrontabile con quello del sesso forte. La moderata bruttezza non crea un complesso nel soggetto maschio, egli non deve ricorrere a espedienti per nasconderla e per apparire quello che non è; tanto meno si preoccupa di abbellirsi con trucchi e cosmetici quando la sua figura sia di già gradevole. Ripeto che i casi particolari e la dubbia mascolinità esulano dal discorso.
  Ma quando parlo di schiavitù - beninteso accetta e magari non accusata come tale - dovuta alla bellezza muliebre, non intendo riferirmi alla sua mancanza, né alla sua deficienza; ritengo schiave nondimeno quelle che non lamentano propri difetti estetici.
  Yukio Mishima ebbe a dire che "la bellezza è un dente guasto". Marcel Arland, meno pessimista e non affetto da filosofia asiatica, fa osservare a un suo protagonista, che frequenta l'affascinante ragazza di cui si sta innamorando: "Sino ad allora non avevo saputo che la bellezza fosse un dono tanto grave". E così continua: "Un giorno in cui si parlava di Geneviève in sua assenza, una sua amica fine, buona, ma d'aspetto ingrato, mormorò: 'Geneviève è bella; è molto bella'. Lo disse con semplicità, e di cuore, ma mi parve di percepire nelle sue parole un timore, una compassione, e forse un sollievo per non aver ricevuto in sorte un favore così pericoloso."
  Cionondimeno vorrei andare oltre ciò, che potrebbe apparire ancora parziale. Si pensi che, se la civetta ovvero la carente di personalità, aspirano a piacere a tutti, le altre in attesa di conquistare un fidanzato o già accompagnate, non potendo nascondere le loro fattezze,  sono esposte a ogni sorta di sguardi indiscreti e di approcci indesiderati. Esse si sentono oggetto di desiderio, un oggetto qualsiasi, giacché chi così le apprezza e fischia o fischierebbe loro dietro (all'americana) per lo più nemmeno le conosce, non rispetta la loro persona. Ecco la schiavitù della bellezza che, nonostante ogni accorgimento e contegno, presenta colei che la possiede anzitutto come un'attrattiva per la maschile concupiscenza o per la conquista. Il disgusto di piacere a chiunque, il sentirsi sempre gli occhi addosso (anche delle donne curiose e gelose), i complimenti importuni, l'essere costrette a respingere le profferte indesiderate, la tentazione di divenire esibizioniste, tutto questo fastidio diuturno, cui non ci si può sottrarre e che trova scarsa compensazione, che altro è se non una servitù? E il poter pretendere dalla vita, le esperienze procurate dalla bellezza e l'avarizia della vita rispetto alle sue promesse, la persecuzione dell'invidia, non sono una tirannia?


Piero Nicola

lunedì 3 luglio 2017

TRA VASCO ROSSI E J. M. BERGOGLIO (di Piero Nicola)

A volte qualcuno mi rimprovera d'essere pessimista, perché tutte le epoche sono state in preda alla corruzione, sotto governi collusi e menomati, sotto l'autorità di preti indegni, ecc.
  Rispondo che non è stata sempre stessa cosa. Al ogni modo la civiltà succeduta all'avvento di Costantino ha di recente subito una frattura epocale, che divide l'era moderna da quella postmoderna, la seconda età essendo, in quanto a giustizia, incomparabile con la precedente. Si è prodotto all'inverso, il breve trapasso che si ebbe quando la religione cristiana divenne religione dell'Impero Romano. Se, prima, ancora vigeva una legge positiva accettabile, alquanto conforme alla legge naturale e divina, dopo, molte delle sue continue infrazioni e violazioni di funesta gravità, sono diventate lecite a causa di un inedito diritto artatamente instaurato. Negli stessi paesi dove era ammesso il divorzio ed era legittima la propaganda di dottrine empie e nefaste, tuttavia l'aborto, i diritti dell'omosessualità equiparati a quelli della coppia normale, la procreazione oltremodo contro natura, l'eutanasia, ecc. venivano puniti dalla legge, stante il consenso popolare.
  I miei obiettori, non rassegnati alla degenerazione della civiltà, non stimano tale rivoluzione così importante da provocare un frana civile, un serio peggioramento del malcostume, uno straripamento  della malizia umana, una decadenza mortifera. Contribuisce al loro ottimismo la sedicente chiesa col suo moralismo laico e malato, con uno spiritualismo peccaminoso, opposto ai dogmi, a un credo scomodo, impervio.
  I liberali d'ogni colore (di sinistra, di destra, atei o presunti cristiani) si fanno portare dai venti musicali di Vasco Rossi, della sua parentela rock e delle ballate nordiche rockettizzate, come dalle onde dolciastre dell'immoralità moralista dell'eretico Usurpatore che siede in Vaticano; e accettano le loro disgrazie, anzitutto domestiche, avviluppati nella propria miseria ansiosa di nuovo, lenita dalle artefatte invenzioni culinarie, dalle illusioni erotiche e vacanziere.
  Quando il pessimista dipinge il quadro (incorniciato dalle aureole di Vasco e di Bergoglio) nel quale i democratici figurano partecipi (tanto peggio, se qualcuno di essi critica la mollezza di Gentiloni, l'italiana politica sull'immigrazione, la rigenerazione dei voucher, la mancanza delle casette per i terremotati, il fazioso egoismo delle correnti politiche, le aree urbane e extraurbane infrequentabili per il comune cittadino, ecc.!), essi, che godono delle libertà democratiche più anticonformiste (purché restino nel gregge dei politicamente corretti) rispondono: "Eh che? Ci hai preso per dei dottor Pangloss? Fin dalle scuole superiori ci è caro Voltaire, non l'abbiamo mai disprezzato. Sono finiti da un pezzo i censori clericali che lo misero all'indice. Che siamo cattolici o agnostici, noi amiamo il dialogo e le belle varietà del pensiero e dell'arte. Ci unisce la bellezza, la pluralità dei sentimenti, l'antifascismo!"
  Guai a interrogarli su un raffronto tra le folle oceaniche plaudenti nel Ventennio e le folle ai concerti sfolgoreggianti e assordanti, impazzite per l'esaltante e consolante poetica dei profeti urlatori, maestri del saper vivere. I conformisti progressisti (consapevoli o inconsapevoli, come tanti che si tengono Vasco, Salvini e la Messa Tridentina) avrebbero bisogno di uno che gli rivitalizzasse il midollo mediante un'iniezione di coerenza, uno che li investisse col sole della virilità, con una parola e un esempio tonanti; a Dio piacendo che nascesse il santo o almeno il sano condottiero capace di mortificare le mollezze pacifiche, morbose e vigliacche.
  È pur vero che una società sussiste grazie alla disciplina dell'ambizione e del lavoro, ma il vizio creduto giovevole, insieme all'idea cosmopolita, la rende infeconda e la spegne. Il segno della sua condanna immutaabile è appunto la denatalità.


Piero Nicola

mercoledì 28 giugno 2017

Specchiati attori e registi della debragatio americana

E' necessario incrociare i popoli europei con razze asiatiche e di colore, per creare un gregge multi-etnico senza qualità e facilmente dominabile dalla élite al potere”.
Richard Kalergi Coudenhove


Il debragante americanismo, in corsa velenosa e oscena nei servili, imbalsamati pensieri dei politicanti progressivi (ossia svelti di mano), suscita il desiderio di considerare ed esplorare seriamente le ragioni, che circolano nel calunniato e silenziato margine destro, luogo abitato dai refrattari e dagli irriducibili al pensiero strozzino a all'imbastardimento dei popoli cristiani e perciò favorevoli al rovesciamento e all'avvicinamento dell'Europa porno-catatonica alla vitale Russia di Vladimir Putin.
Fino a ieri, il paralizzante, minaccioso spettro dell'invasione sovietica, aveva, intossicato e alterato la filosofia politica europea, facendo sprofondare il pensiero del vecchio continente nelle note intorno alla surreale e beffarda canzonetta di Renato Carosone, (“tu vuò fa' l'americano”) aria ultimamente interpretata (eseguita a gola strozzata) dai muratori infaticabili di una democrazia obbediente ai finanzieri associati all'aureo club dello spregiudicato e trionfante Georges Soros.
Purtroppo al fumo, emanato dai forni del potere iniziatico d'America, si aggiungono gli affliggenti sospiri in uscita dal girotondo vaticano a due piste surreali: la sequela del modernismo incappucciato e soggiacente e il travestimento - il nascondimento – della nuova teologia (di Karl Rahner e ) nella confusa ombra della pio conformismo.
Terminata (se così può dirsi) nel cimitero della storia la sfida, che opponeva l'America liberale alla Russia sovietica, il fulmineo tramonto dell'ideologia marxiana e lo stabilimento di un potere post-moderno nella Russia del geniale e intrepido Vladimir Putin, hanno finalmente indicato agli europei non decerebrati e non debragati, una praticabile quantunque ardua via d'uscita dall'incuboso/vaselinoso (ma venerato e premiato) colonialismo passivo, stabilito dagli strozzini a stelle e strisce e promosso dalla torbida, accecata cupidigia di servilismo degli americanofili d'Europa.
Tramontano e si disperdono, in una funerea notte valpurghiana, gli argomenti (i filosofemi a stelle e strisce), che stordivano e accecavano i cercatori di riparo dal tramontato errore sovietico, rifugiandoli sotto le ali strozzine del capitalismo a stelle e strisce.
L'insudiciante e livido potere liberale, esercitato dalle banche vampiresche, che obbediscono al classico (e criminogeno) delirio massonico, ultimamente rinnovato e arroventato dall'usuraio nippo austriaco Richard Kalergi (1894-1972), esercita una influenza umiliante e tossica nella cultura e nella politica delle nazioni colonizzate, ossia ingannate, addomesticate e asservite da classi politiche strozzine, impropriamente dette umanitarie e liberali.
Ora la via d'uscita dalla devastazione attivata scientificamente dagli stregoni al servizio del capitalismo bancario/concentrazionario e dalla politica gregaria, si intravede nella resistenza di un'intrepida minoranza cattolica alle imperiose/minacciose esortazione onusiane, rutti di mente, finalizzati alla giustificazione e alla promozione del vizio contro natura.
Si tratta di suggestioni promosse dal potere strozzino/iniziatico, al fine di promuovere la sterilità sodomitica, apprezzata e quasi venerata quale motore di quel nuovo razzismo – che progetta di incrociare la sopravvissuta minoranza di europei europei con gli immigrati afro-asiatici.

Il fine degli imbroglioni incardinati nel sistema triadico - banca, loggia e vespasiano - è il controllo di un docile gregge multi etnico, simile al popolo senza volto, che fu rappresentato (negli anni quaranta del secolo scorso) in un quasi profetico fumetto intitolato al mago Mandrake, in allora irriducibile avversario della stregoneria capitalista.

Piero Vassallo

sabato 24 giugno 2017

JO, EL REY (di Piero Nicola)

Ritratto di Bruno Cicognani
di Oscar Ghiglia
Del grande scrittore sepolto nell'oblio, Bruno Cicognani, serbavo un ricordo delizioso grazie a Villa Beatrice (1931) e a La Nuora (1954). La lettura d'un articolo di Papini mi ha fatto incontrare il Cicognani drammaturgo, che diede alle stampe Jo, el Rey (1949) ristabilendo la verità storica su Filippo II, in particolare sulla tragedia che coinvolse il re, suo figlio Don Carlo e la regina Elisabetta di Valois. La vicenda sarebbe nota. Il bigotto e tirannico monarca spagnolo sposò la principessa francese, già promessa al principe Carlo, del quale ella poi s'innamorò. Filippo volle che il figlio fosse accusato di alto tradimento per aver cospirato con i fiamminghi, ordito il parricidio e messo gli occhi sulla regina. Don Carlo ritorse le accuse contro il genitore mendace, geloso e dispotico, il quale lo fece morire in carcere.
  "Quando la gente comincia a urlare 'al lupo, al lupo'," esordisce Papini nell'articolo, "non c'è la peggio. Persino un can da pagliaio può sembrare, agli occhi degli impauriti, un feroce sgozzator di montoni. E la bugia, quando si cristallizza in leggenda. e la leggenda vien trasfigurata dai poeti, ha le gambe assai più lunghe della storia.
  "Questa disavventura postuma è toccata anche a Filippo II", figlio di Carlo V.
  Di già, non c'è barba di storico che possa mantenere un punto di vista oggettivo e neutrale, ma sovente nemmeno i fatti storici vengono trasmessi dai puntuali addetti ai lavori: essi giungono ai posteri attraverso sentimentalismi, dicerie faziose e interpretazioni di artisti (narratori, drammaturghi, musicisti, pittori, ecc.)
  Sappiamo bene che lo scrittore che riproduce un importante evento civile approfitta delle lacune dei documenti e delle testimonianze per il componimento, soggetto alla sua mentalità, alle sue passioni, alle sue credenze, ovvero a una propria tesi. Tuttavia non gli è lecito alterare i fatti producendo un falso storico, tanto più quando gode di vasta notorietà e di prestigio, come Vittorio Alfieri, che scrisse Filippo, come Federico Schiller, che scrisse Don Carlos e come Giuseppe Verdi, che musicò un libretto composto seguendo il dramma del poeta e filosofo tedesco. Se possiamo considerare leciti pretesti letterari le vicende di antichi personaggi, quando le propensioni e gli intenti degli autori siano assai palesi, si tratta invece di frode e d'inganno presso gli studenti e il vasto pubblico la falsificazione operata dagli autori suddetti. Del resto essa è conforme alle loro vite sregolate e immorali. Però il discredito dovuto al cattivo esempio non tolse loro la fama di pensatori e artisti eccelsi.
  Il celebre nobile piemontese che si faceva legare alla sedia per applicarsi al suo lavoro, e che dichiarò "volli, fortissimamente volli", fu un seduttore di donne sposate e un debole pensatore, che dovette ricredersi su una serie di cantonate ideologiche, che andarono dall'affiliazione alla massoneria all'ammirazione per la Rivoluzione francese. Schiller, cresciuto luterano, e romantico al pari dell'altro, fu insofferente dell'autorità, disertò dall'esercito, falsò la fine di Giovanna D'Arco. Invero dalle penne famose infatuate di sé, obbedienti alle leggi e agli effetti della creazione letteraria, non c'è da aspettarsi sincerità e veridicità. Manzoni non sarà stato parziale prendendosela con gli spagnoli? Shakespeare almeno si attenne alla dialettica magnifica, senza essere troppo partigiano, né rivoluzionario né conformista.
  Tornando al dotto Papini, riferisce che "quando il Gachard pubblicò, nel 1863, i documenti di archivio che rimettevano a posto le cose e distruggevano in ogni sua parte la truce leggenda inalzata alla poesia dall'Alfieri e dallo Schiller, il vecchio Saint-Beuve scrisse uno dei suoi lucidi articoli che concludeva con un malinconico monito agli scrittori di teatro, i quali, secondo lui, ora che la scienza storica aveva parlato, non avrebbero più potuto trar materia di drammi, come tanti loro predecessori d'ogni paese, dalle fantastiche vicende di Filippo e di Don Carlos".
  Riguardo a Jo el Rey, veniamo a sapere che "non è il frutto di una improvvisazione. Bruno Cicognani ha meditato e maturato il suo tema per venti anni, memore del detto che il tempo non rispetta quel che fu fatto senza di lui." Egli "ha osato comporre un dramma su Filippo e Don Carlos, seguendo fedelmente, e a volte troppo minutamente, la storia vera ed è riuscito a fare opera che ha già trionfato sulla piazza del Duomo di San Miniato, in quattro sere d'agosto, e che resiste felicemente anche alla lettura." "A San Miniato gli applausi crebbero di sera in sera, specialmente nelle ultime due recite, quando i posti lasciati liberi dal 'bel mondo' e dall''alta critica' furono occupati dal vero popolo, da quel popolo che fu, sin dai tempi di Eschilo, il legittimo giudice del teatro tragico. E tutti si commossero e molti piansero."
  Altri tempi...


Piero Nicola

domenica 18 giugno 2017

I MINISTRI DELL'INVERSIONE (di Piero Nicola)

Gli esecutori delle disposizioni mondialiste vanno sull'onda del capovolgimento. Poiché le cose capovolte destano meraviglia e rompono la plumbea atmosfera che avvolge i sensibili, è agevole presentarle giuste, lodevoli, commoventi. I gestori della politica, autorizzati dal popolo sovrano, hanno preso dimestichezza coi doni che incantano il pubblico, è per loro facile illustrarli e scansare i rappresentanti delle minoranze attaccati alle cose che andrebbero per il loro verso.
  Ma devono essere i rettofili a non aver capito come prima il mondo andasse a rovescio, quando i sodomiti erano considerati invertiti persino dalla Scienza. Non intendono che il mondo andava rettificato, almeno in certe faccende di capitale importanza, come la concessione dell'assoluta uguaglianza a tutte le inclinazioni umane, eccezion fatta per quelle dei fascisti e dei fedeli alla lettera della divina legislazione.
  Ultimamente - ma il progetto umanitario aspettava da tempo -  la maggioranza degli eletti alla Camere vuole approvare una nuova legge buonissima, una legge tanto debita quanto misericorde, quella dello jus soli. Non importa se i romani, soliti cinici, presto la chiameranno jus sola. Per ogni evenienza, il mite capo del governo si è fatto coraggio scendendo in campo con un discorsone. Il volto contrito, democristiano, egli si è fatto paladino dei poveri bimbi nati e cresciuti in Italia e figli di stranieri, magari figli di stranieri ignoti, giunti da noi mediante la criminale tratta degli innocenti. Quei bimbi, o ragazzotti e signorine che essi siano diventati, hanno diritto alla cittadinanza nazionale.
  Naturalmente Bergoglio, che prosegue a capovolgere la dottrina di Gesù Cristo (secondo i ragionatori figli del mondo sorpassato), gongola e non spreca parole inutili, non si sporca la lingua entrando nella diatriba politica. Egli si è già espresso a iosa circa l'accoglienza di "gente d'ogni sorta" (termine usato dagli appartenenti al mondo retrogrado) e circa l'uguaglianza universale.
  I Grillo, i Salvini, le Meloni spregiano la nuova legge, s'indignano, si ripetono, adducendo le solite obiezioni. Non capiscono che di fronte all'idea che ai miseri bambini si tolga un diritto, si spezzi l'avvenire di cui godono i loro coetanei italiani (i quali sperano di sfuggire alla povertà e alla disoccupazione che li minaccia e di farsi all'estero una vita degna delle loro capacità - ma di fronte ai buoni sentimenti tutto questo scompare), non capiscono, dicevo, che sono perdenti in partenza.
  Io, che sono un po' birichino e anche pietoso nondimeno verso gli sconfitti, voglio suggerire loro un espediente del vecchio mondo, un argomento suscettibile di risollevarli. Dico: e perché i poveri figli del Bel Paese dovrebbero essere defraudati della loro eredità, che lo jus soli impoverirebbe e soprattutto guasterebbe? Forse che la cittadinanza non è un bere ereditario, trasmesso dai padri alla loro discendenza? Forse che tutto ciò che nel Paese è pubblico, e viene dal sudore, dal sangue e dalle virtù dei padri, non spetta ai figli?  Per caso i democraticissimi diessini e i loro fiancheggiatori (che ci tengono tanto ai propri averi) sono diventati comunisti? Eccome lo negherebbero! Ma si smentiscono, perché il principio dello jus soli altro non è che comunista. E non già comunista patriottico, ma internazionalista, pertanto fuori della realtà, come ogni dottrina che pretende di ignorare usi, costumi, lingua e tradizioni dei popoli. Tanto è vero che l'Unione Europea si è dimostrata una finzione: ogni popolo resta un ente, una persona, che difende i suoi interessi bassi e alti, lo vogliano o meno i suoi governanti e i signori di Bruxelles.
  Checché ne dicano, nemmeno questi politici pietosi vorrebbero che al proprio paese, nella loro città, la loro cucina, le loro sagre, le loro usanze venissero imbastardite. I proclami secondo i quali il miscuglio delle culture è proficuo mostra la corda. Non si salvano capra e cavoli. Per la legge della incompenetrabilità dei corpi, se entra lo straniero con la sua cultura, la cultura locale ne soffre. Altrimenti ne nasce un miscuglio alieno. Ma quanti ospiti sulla nostra terra sono disposti a rinunciare alla loro mentalità? Non molti, e bastano i musulmani a formare delle colonie, come quelle dei nomadi ("zingari" dicono ancora quelli di Casa Pound, usando il vecchio dizionario). Se poi qualche sprezzante di sinistra (che per ogni evenienza ha pronta l'accusa di fascista) e il sapiente Bergoglio parlano delle storiche invasioni barbariche in Italia, o degli Stati Uniti formati dall'afflusso di ogni razza, o delle emigrazioni di italiani nelle Americhe, è facile mostrargli la loro insipienza o la loro mala fede. I barbari si fecero romani e cristiani. Il coacervo americano fu plasmato con un certo stampo liberale, e tuttora laggiù ne portano le conseguenze. I nostri connazionali portarono all'estero lavoro, ingegno e civiltà, e non solo mafia colpevolmente tollerata.
  Ma con la demagogia si ragiona male e si compete peggio. E ho un bel suggerire ai Salvini e alle Meloni che questi demagoghi sono i primi prigionieri del loro strumento fascinatore: senza l'assistenza di Dio, gli integralisti fuori del mondo, non hanno speranza di spuntarla. 
  Vale la pena aiutarli ancora un poco.
  Il primo ministro ha dichiarato che lo jus soli distingue un paese civile. Egli si permette di tacciare di inciviltà i molti Stati, tra i quali la Svizzera, che stabiliscono il principio dello jus sanguinis.
  Esistono già condizioni legali, ritenute eque, per concedere la cittadinanza italiana a stranieri residenti nello Stivale.
  E dovremmo condannare l'Australia, che ha risolto il problema preliminare dell'immigrazione irregolare?
  Dal sito Internet di BBC News apprendiamo che:
I due principali partiti politici dell'Australia, la coalizione Liberal-Nazionale e l'opposizione del Lavoro, sostengono forti politiche di asilo.
Dicono che il viaggio che i richiedenti asilo fanno è pericoloso e controllato da bande criminali e hanno il dovere di fermarlo.
Il governo di coalizione ha reso ancora più rigida la politica australiana in materia di asilo quando ha preso il potere nel 2013, introducendo l' operazione Sovereign Borders , che mette i militari nel controllo delle operazioni di asilo.
Sotto questa politica, le navi militari pattugliano le acque australiane e intercettano le imbarcazioni migranti, rimorchiandole indietro in Indonesia o rimandando i richiedenti asilo in gommoni o imbarcazioni di salvataggio.
Il governo afferma che le sue politiche hanno ripristinato l'integrità dei suoi confini e hanno contribuito a prevenire la morte in mare.
Tuttavia, i critici dicono che l'opposizione all'asilo è spesso motivata dalla razza e danneggia la reputazione australiana.
Quando i richiedenti asilo raggiungono l'Australia in barca, non vengono tenuti in Australia mentre i loro reclami vengono trattati.
Invece, vengono inviati ad un centro di elaborazione offshore. Attualmente l'Australia ha uno di questi centri nella nazione dell'isola del Nauru e un'altra sull'isola di Manus in Papua Nuova Guinea.
Anche se questi richiedenti asilo si trovano come rifugiati, non è permesso di stabilirsi in Australia. Essi possono essere sistemati in Nauru o Papua Nuova Guinea, e quattro sono stati stabiliti in Cambogia ad un costo riferito di A $ 55m (£ 28m, $ 42m).
I gruppi dei diritti dicono che le condizioni nei campi PNG e Nauru sono assolutamente inadeguate, citando una scarsa igiene, condizioni dure, calore eccessivo e mancanza di strutture.
La Corte Suprema della Papua Nuova Guinea ha stabilito in aprile che la limitazione del movimento dei richiedenti asilo che non hanno commesso alcun reato è incostituzionale.
Il primo ministro del paese ha poi chiesto all'Australia di chiudere il centro.
Ma l'Australia non è disposta ad accettare i 850 uomini che si trovano al centro e non è chiaro dove dovranno stare.
La probabile chiusura dell'isola di Manus significa che i richiedenti asilo potrebbero essere trasferiti a Nauru, il che dice che ha spazio aggiuntivo.
Oppure potrebbero essere portati nel territorio australiano dell'isola di Natale, dove c'è un centro di detenzione esistente.
Tuttavia, difficilmente cambia la linea dura dell'Australia sull'immigrazione.

Piero Nicola

  

sabato 10 giugno 2017

Le ragioni dell'utopia forzanovista

Nella selva delle ombre politiche, proiettate sullo schermo del malessere dall'abbassamento della teologia vaticana, dalla corruzione liberale della borghesia e dalla fumosità culturale a destra del nulla, un'interessante (benché minoritaria e calunniata) eccezione è rappresentata dal movimento patriottico Forza Nuova, la vivace e disciplinata organizzazione anticonformista, costituita in Roma da Roberto Fiore e dal compianto Massimo Morsello.
La finalità del movimento, figura esemplare della destra oscurata dalla convergenza contro di essa dell'economia forcaiola e della politica di servizio, è la ragionevole e inflessibile difesa dei princìpi della tradizione cristiana, vivente in Italia, nonostante l'afflusso di denaro mitteleuropeo (massonico) nelle pingui casse delle scuole truffaldine, intitolate al cosmopolitismo, al nichilismo, all'usura e alla pederastia, astro luminoso dell'avvenire mondialista.
Fiore osa sfidare apertamente i guru e gli attori della cultura strozzina, oggi in devastante circolazione nelle società avvelenate dal denaro dei corruttori e agitate dal canonico, irriducibile entusiasmo degli utili idioti (laici e clericali).
La politica e l'economia degli italiani, infatti, sono appiattite sotto l'impellente e ruvido schiaffo dalle associazioni finanziarie costituite per opprimere e delinquere.
Si tratta di camarille (massonerie) costituite per impoverire e devastare i popoli refrattari alla superstizione neopagana, affidando il loro malessere a uomini politici aderenti alla figura che il comico Gilberto Govi definiva indossatori di braghe molle.
Al proposito si rammenta che il 16 settembre 1992, un sommo speculatore, il miliardario Georges Soros, attaccò la Banca della nostra economia, vendendo lire italiane allo scoperto, un'operazione acrobatica e spregiudicata, che costò alla Banca d'Italia (in ultima analisi agli italiani) la vertiginosa perdita di quarantotto miliardi di dollari.
Allarmato dalle continue aggressioni alla stabilità dell'economia nazionale, l'animoso movimento di Roberto Fiore ha costituito un intrepido argine a difesa dei princìpi dell'economia e della politica nazionale.
Forza Nuova, pertanto, dichiara l'adesione ai princìpi indeclinabili della trazione italiana: rifiuto della criminosa logica abortista, blocco dell'importazione di alieni, refrattari alla nostra tradizione e alla nostra storia, messa al bando delle società segrete, superamento dell'economia liberista, sradicamento del cancro usuriero, ripristino del Concordato dal 1929.
Le proposte di Forza Nuova indicano la soluzione dei problemi generati dalla suggestione festante nel sottosuolo, in cui hanno origine progressiva gli incubi, che comandano l'economia strozzina, impropriamente e sfacciatamente intitolata alla libertà.

Si spera pertanto che la critica forzanovista al pensiero impropriamente detto liberale diventi oggetto di riflessione e di aperto dibattito da parte della maggioranza degli italiani, che sono impoveriti e tormentati dall'economia strozzina, prima di essere assordati e tacitati dal vano fracasso sollevato dai partiti politici e dai quotidiani di servizio.

Piero Vassallo