venerdì 18 settembre 2015

Chi ha detto che nel recente motu proprio di Papa Bergoglio sul matrimonio non ci sia una modifica della dottrina della Chiesa? (di Paolo Pasqualucci)

Se si può dimostrare che la riforma bergogliana della procedura canonica altera il significato del matrimonio cattolico, allora la dottrina viene intaccata e ci troviamo di fronte alla possibilità dello “error in fide” manifesto da parte del Papa.
Tale dimostrazione è adombrata, come possibilità, in una nota reperita su internet, che mi sembra giusto proporre alla riflessione del lettori.

“Permanere nella verità di Cristo” – Convegno internazionale in vista del Sinodo sulla famiglia, Roma, 30 settembre 2015.
Il prossimo pomeriggo del 30 settembre si svolgerà a Roma presso l’Angelicum un convegno internazionale, in preparazione al Sinodo ordinario di ottobre, il cui programma è illustrato da La nuova bussola quotidiana.
Un sinodo i cui drammatici effetti sono stati ampiamente anticipati con i due m.p. Mitis et misericors Jesus e Mitis Iudex Dominus Jesus, firmato lo scorso 15 agosto, pubblicati l’8 settembre e che entreranno in vigore il prossimo 8 dicembre (qui la conferenza stampa di presentazione)”. 

1. Ed ecco il passo cruciale:
“In questi due documenti, in maniera discutibile, è la nostra impressione (e speriamo rimanga solo tale e possa essere smentita), a parte alcune altre criticabili innovazioni che pur erano state anticipate a vari livelli ed avanzate dallo scorso sinodo straordinario del 2014, si sia posto un grave vulnus alla teologia dei sacramenti, degradando – pare di capire – la dignità di sacramento del matrimonio a quella di…semplice sacramentale.  In effetti, nel momento in cui si fa dipendere [Regole Procedurali, art. 14 § 1],  la validità o meno del matrimonio dalla fede di alcuno dei nubendi (che è cosa ben diversa dalla tradizionale esclusione della sacramentalità del vincolo), di fatto essa viene a soggiacere alla santità dei suoi ministri (nel matrimonio i ministri sono i due nubendi!).  Il matrimonio, dunque, non è più valido ex opere operato, bensì ex operae operantis (cfr. CCC n. 1127-1128), ed il suo scioglimento diventa, di fatto, un vero e proprio divorzio…Ci auguriamo che la nostra sia solo un’impressione e che giunga un chiarimento adeguato.”
Commento del quisque de populo.  Una cosetta da niente: il matrimonio che di fatto scade da sacramento a contratto o ad accordo tra le parti, se la sua validità viene a dipendere dalla buona disposizione interiore delle parti, qui esemplificata dall’avere o meno (le parti) la fede cattolica autentica.  Se uno dichiara che questa fede non c’era, nel momento del sì fatale, allora il matrimonio non è più valido?  Non c’è mai stato?  Tra l’altro, come si fa a sapere che non c’era, questa fede? Siamo alla presa in giro.  I “sacramentali” ci dice il CCC, 1667, sono “segni sacri [imposizione delle mani, segno della croce, aspersione dell’acqua benedetta] per mezzo dei quali, con una certa imitazione dei sacramenti, sono significati e, per impetrazione della Chiesa, vengono ottenuti effetti soprattutto spirituali”.   Il matrimonio cattolico diventerebbe allora “una certa imitazione del sacramento” se la sua validita’ venisse a dipendere dalla fede personale di ciascun contraente. Non sono, invece, “i frutti” del sacramento che dipendono dalla disposizione personale di chi, in questo caso, ne è il ministro?  I frutti, non la validità. La sua efficacia, non la sua validità.

2. Il testo sopra riportato continua riproponendo la giusta dottrina, ribadita da Giovanni Paolo II nel Discorso alla Sacra Rota del 30 gennaio 2003.

“L’importanza della sacramentalità del matrimonio, e la necessità della fede per conoscere e vivere pienamente tale dimensione, potrebbe anche dar luogo ad alcuni equivoci, sia in sede di ammissione alle nozze che di giudizio sulla loro validità.  La Chiesa non rifiuta la celebrazione delle nozze a chi è bene dispositus, anche se imperfettamente preparato dal punto di vista soprannaturale, purché abbia la retta intenzione di sposarsi secondo la realtà naturale della coniugalità.  Non si può infatti configurare, accanto al matrimonio naturale, un altro modello di matrimonio cristiano con specifici requisiti soprannaturali.    Questa verità non deve esser dimenticata al momento di delimitare l’esclusione della sacramentalità (cfr. can. 1101 § 2) e l’errore determinante circa la dignità sacramentale (cfr. can. 1099) come eventuali capi di nullità. 
Per le due figure è decisivo tener presente che un atteggiamento dei nubendi che non tenga conto della dimensione soprannaturale nel matrimonio, può renderlo nullo solo se ne intacca la validità sul piano naturale nel quale è posto lo stesso segno sacramentale.   La Chiesa cattolica ha sempre riconosciuto i matrimoni tra i non battezzati, che diventano sacramento cristiano mediante il Battesimo dei coniugi, e non ha dubbi sulla validità del matrimonio di un cattolico con una persona non battezzata se si celebra con la dovuta dispensa”.
Commento :  È chiaro che, la “riforma” voluta dalla “misericordia” di Papa Bergoglio segna più ancora che “una ferita al matrimonio cristiano”, come ha scritto Roberto De Mattei, la fine del matrimonio cristiano in quanto tale.  La fine perché di fatto si sposta l’accento dal piano oggettivo, quello dell’azione in sé del Sacramento a quello soggettivo, delle disposizioni interiori dei soggetti contraenti, finora giustamente limitato all’efficacia dell’azione del Sacramento nei loro confronti e non esteso alla sua validità (che è appunto ex opere operato, ossia intrinseca, inerente alla cosa in sé, perché stabilita in quel modo da Dio).
Lo stesso De Mattei nel suo articolo sottolinea, molto opportunamente, che al tradizionale e dottrinalmente ineccepibile favor matrimonii si sostituisce ora un favor nullitatis, inaccettabile anche dottrinalmente, “che viene a costituire l’elemento primario del diritto, mentre l’indissolubilità è ridotta a un  “ideale” impraticabile (articolo “Una ferita al matrimonio cattolico”, CR).  Infatti, “l’affermazione teorica dell’indissolubilità del matrimonio si accompagna nella prassi [d’ora in poi] al diritto alla dichiarazione della nullità di ogni vincolo fallito.  Basterà, in coscienza, ritenere invalido il proprio matrimonio per farlo riconoscere come nullo dalla Chiesa.  È lo stesso principio per cui alcuni teologi considerano “morto” un matrimonio in cui a detta di entrambi, o di uno dei coniugi, “è morto l’amore”” (ivi).

Ma appunto l’introduzione di un “favor nullitatis” è cosa contraria non solo alla prassi sin qui seguita nei secoli dalla Chiesa ma anche alla sana dottrina. C’è quindi anche qui, mi sembra, un risvolto dottrinale da indagare, un sotteso “error in fide”.   Che consiste, a prima vista, proprio nel contrapporre all’indissolubilità, stabilita dalla Prima e dalla Seconda Persona della S.ma Trinità, il “diritto”dei singoli contraenti alla felicità individuale, così come da loro intesa.  In sostanza, a far prevalere una pretesa che, nella gran parte dei casi,  è frutto del diffuso edonismo oggi dominante.  In questo modo, però, l’uomo prevarica nei confronti di Dio.

3.  Nel suo articolo il prof. De Mattei mette anche opportunamente in rilievo gli effetti devastanti prodotti non solo dall’abolizione della “doppia sentenza conforme”, già disastrosamente sperimentata negli USA dal 1971 al 1983, ma anche dall’istituzione del vescovo diocesano quale giudice unico che può istruire a sua discrezione un “processo breve” per arrivare rapidamente alla sentenza.  A questo proposito, aggiungo che nella parte introduttiva del suo motu proprio il Papa giustifica questa nuova attribuzione al vescovo come corretta e necessaria applicazione dello spirito del Concilio Vaticano II :  siamo di fronte all’applicazone della nuova collegialità introdotta in quel Concilio.
Scrive infatti il Papa in Mitis Iudex etc.:
a. “È quindi la preoccupazione della salvezza delle anime, …a spingere il Vescovo di Roma ad offrire ai Vescovi questo documento di riforma, in quanto essi condividono con lui il compito della Chiesa, di tutelare cioè l’unità nella fede e nella disciplina riguardo al matrimonio, cardine e origine della famiglia cristiana”. (Lettera Apostolica in forma di “motu proprio” etc., “Mitis Iudex Dominus Iesus”, w2.vaticanva/content/francesco/it/motuproprio etc., p. 2/15).  E in questo modo è convinto di “tutelare la disciplina riguardo al matrimonio”?  Comunque sia:  il Papa si presenta qui soprattutto come capo del Collegio dei Vescovi, vescovo tra i vescovi (vescovo di Roma) più che capo della Chiesa universale.  Per questo dunque usa sempre il titolo di “vescovo di Roma”?  Per far vedere, nello spirito del Concilio, che egli agisce innanzitutto come capo del collegio dei vescovi, prima ancora che come Capo della Chiesa universale?
b.  Poco dopo, scrive:  “Lo stesso Vescovo è giudice.  Affinché sia finalmente tradotto in pratica l’insegnamento del Concilio Vaticano II in un ambito di grande importanza, si è stabilito di rendere evidente che il Vescovo stesso nella sua Chiesa, di cui è costituito pastore e capo, è per ciò stesso giudice tra i fedeli a lui affidati” (p. 3/15).  L’insegnamento del Concilio doveva esser evidentemente nel senso di conferire maggiori poteri ai vescovi nelle loro diocesi, oltre che alle Conferenze Epicopali.  In tal modo si dà la possibilità, ai vescovi più aperti alle istanze del Secolo, di fare strame dell’indissolubilità del matrimonio cristiano.
Come nota De Mattei, nei tribunali da loro istituiti e diretti da loro, direttamente o per interposta persona (da una “commissione non necessariamente formata da giuristi”  - sic),“il combinato tra il can. 1683 e l’articolo 14 sulle regole procedurali ha sotto questo aspetto una portata esplosiva. Sulle decisioni peseranno inevitabilmente considerazioni di natura sociologica:  i divorziati risposati avranno per ragioni di ‘misericordia’ una corsia preferenziale” (art. cit.).
Che significa qui “portata esplosiva”?  Bisogna chiarire, per capire tutta la perversità di questa “riforma”.  Il can. 1683 CIC 1983 recitava:  “Se nel grado di appello si adduca un nuovo capo di nullità del matrimonio, il tribunale lo può ammettere e su di esso giudicare come se fosse in prima istanza”.  Il can. 1683 riformato in funzione del processo più breve davanti al Vescovo recita:
“Allo stesso Vescovo diocesano compete giudicare la causa di nullità del matrimonio con il processo più breve ogniqualvolta:
1. la domanda sia proposta da entrambi i coniugi o da uno di essi, col consenso dell’altro;
2. ricorrano circostanze di fatti e di persone, sostenute da testimonianze o documenti, che non richiedano una inchiesta o una istruzione più accurata, e rendano manifesta la nullità”.
Ed ecco il punto:  quali sono o possono essere le circostanze di cui sopra, chi le stabilisce?  Sono indicate, in un elenco provvisorio, proprio dall’art. 14 §  1 delle regole procedurali, l’articolo nel quale si menziona la citata “mancanza di fede” .  Ecco l’elenco non completo delle “circostanze”:
“Tra le circostanze che possono consentire la trattazione della causa di nullità del matrimonio per mezzo del processo più breve secondo i cann. 1683-1687, si annoverano per esempio:  quella mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso o l’errore che determina la volontà, la brevità della convivenza coniugale, l’aborto procurato per impedire la procreazione, l’ostinata permanenza in una relazione extraconiugale al tempo delle nozze o in un tempo immediatamente successivo, l’occultamento doloso della sterilità o di una grave malattia contagiosa o di figli nati da una precedente relazione o di una carcerazione, la causa del matrimonio del tutto estranea alla vita coniugale e consistente nella gravidanza imprevista della donna, la violenza fisica inferta per estorcere il consenso, la mancanza di uso di ragione comprovata da documenti medici, ecc.”.
Che vuol dire “ecc.”?  Che ci troviamo di fronte a un “chi più ne ha più ne metta”? Tutte queste “circostanze” si riagganciano a quelle tradizionalmente invocate per la nullità manifesta del vincolo o rappresentano, almeno in parte, una novità?  La “mancanza di fede” è sicuramente una novità, come si è visto.  Ma se l’elenco delle “circostanze” non è tassativo, ovvero rigorosamente delimitato nell’ambito delle norme del codice, allora dobbiamo ritenere che la sua ampiezza sia lasciata alla libera valutazione del vescovo “giudice” o dalla “commissione di esperti” da lui controllata?  In tal modo, allora, il vescovo-giudice può creare lui il diritto da applicare, fabbricarsi lui la norma nella forma di “circostanze” sempre nuove per dichiarare la nullità del matrimonio.  Esplosivo dunque il dispositivo del can. 1638 e dell’art. 14 § 1 delle Regole procedurali, nel senso che può far indubbiamente “esplodere” il matrimonio cattolico, distruggendolo completamente.

Paolo Pasqualucci

giovedì 17 settembre 2015

Il moralismo democratico di Stefania Giannini & il vespasiano assoluto

“Resta saldo il principio che la legittimità politica non si confonde con
 la legittimità morale: la maggioranza non prevale onestamente quando
 sancisce qualcosa contrario alla legge di Dio: la democrazia non
 cambia la verità come non cambia il corso del sole, il ciclo dei venti
 e delle piogge”.
 Card. Giuseppe Siri, in Renovatio, gennaio-marzo 1974.


 La ministra della pubblica istruzione, la moralista Stefania Giannini, glottologa iniziata alla politica dallo stimato professor Mario Monti, minaccia di passare alle vie legali contro chi parla di teoria gender a proposito del progetto educativo del governo Renzi.
 La minaccia della ministra è apprezzabile perché incontra la diffusa aspirazione dei genitori italiani ad escludere l'adozione di testi scolastici, che approvano e in qualche modo incoraggiano la pederastia e il lesbismo. I testi proibiti dalla solere ministra aprirebbero generose piste ai pedofili, che interpretano e praticano assiduamente la libertà predicata dai venerati maestri del progressismo francofortese e californiano.
 Purtroppo la doverosa e apprezzata assicurazione della dotta ministra Giannini circa l'esclusione della letteratura omofila dalla scuola italiana, si scontra con l'ideologia dominante nell'area progressista e nel parlamento europeo.
 La cultura europea, infatti, è discesa al livello di una filosofia, che, ove fosse lecito l'uso del linguaggio politicamente scorretto e irrispettoso di Aristofane, si potrebbe definire espressione del bruciore pederastico.
 Ora il delirio pederastico è purtroppo attivo nelle solenni direttive europee, che prevedono “la sensibilizzazione sulle discriminazioni di genere anche attraverso un'adeguata valorizzazione della tematica nei libri di testo”.
 In parole refrattarie al pensiero burocratico: la lingua del legislatore europea batte dove il vizio vuole.
 La fermezza etica della severa Giannini è inoltre contrastata e menomata dalla recente sentenza della Corte costituzionale italiana, che ha autorizzato una persona a cambiare l'indicazione anagrafica del sesso senza esigere la indispensabile documentazione.
 Argomento principe della rivoluzionaria sentenza è il riconoscimento di tre componenti dell'identità sessuale: il corpo, l'auto percezione e il ruolo sociale. In altre parole: l'ideologia obbliga il sesso ad attraversa il fiume che separa la carne dal pensiero.

 L'etica repubblicana sta purtroppo scendendo dal cielo della severità costituzionale al sottosuolo dell'avanspettacolo trionfante negli anni sessanta, quando il noto comico Fanfulla anticipava le ragioni della libertà sessuale proponendo la figura del sodomita vestito da marinaio, che, avvistato il periscopio di un sommergibile, gridava e invocava Siluratemi! Siluratemi!

Piero Vassallo

La inesistente ma glorificata insurrezione della Genova partigiana

Le leggi della repubblica italiana esigono che della resistenza si parli in ginocchioni. L'età avanzata e l'artrosi, certificata dal medico della mutua, mi consentono di rimanere tranquillamente seduto. E di affermare che il datato squillo delle trombe resistenziali desta un invincibile disagio. Vivo pertanto il privilegio dell'esenzione dalla genuflessione democratica con una felicità, che è incrementata dalla conoscenza delle notizie vanamente coperte dal gemito storiografico emanato da alte e autorevoli gole.

 Agosto del 1944. Il comandante della divisione tedesca dislocata a Genova, generale Gunther Meinhold, chiese e ottenne d'incontrare il vescovo ausiliare dell'archidiocesi, Giuseppe Siri e, dopo avergli confidato la sua convinzione circa la inevitabile, incombente sconfitta della Germania, gli espose un progetto che contemplava, al momento opportuno, la formale resa ai partigiani e la pacifica ritirata della guarnigione tedesca di stanza a Genova.
 Il 22 aprile del 1945 finalmente Meinhold comunicò al vescovo Siri l'intenzione di sottoscrivere la resa dei tedeschi ai partigiani.
 La decisione di Meinhold non discendeva dalla paura dei nascosti partigiani ma dall'intenzione di evitare inutili spargimenti di sangue e di garantire la  tranquilla evacuazione dei militari tedeschi e la loro consegna agli americani.
 Meinhold non era mosso dal timore di soccombere a una eventuale insurrezione dei partigiani: al suo comando era, infatti, attiva una disciplinata e risoluta guarnigione di seimila combattenti, mentre sulla città erano puntate temibili batterie di  obici e di mortai.
 Il card. Siri, in una memoria pubblicata negli anni Settanta, ha rammentato che intorno al 25 aprile, i partigiani, fedeli al proverbio a nemico che fugge ponti d'oro, si erano dati alla macchia, costringendolo a una faticosa ricerca dei loro prudenti nascondigli. Dopo averli tratti dai loro rifugi, Siri condusse i partigiani nella sede del comando tedesco, dove fu firmato l'atto di resa.
 Prima di essere consegnati agli alleati in marcia su Genova, i prigionieri tedeschi furono fatti sfilare per le vie cittadine allo scopo di accreditare la leggenda (in seguito istituzionalizzata) dell'eroica insurrezione.
 Alcuni reparti tedeschi, disponendo di adeguati mezzi di trasporto,si diressero tuttavia  a Nord, nella speranza  di raggiungere il Brennero e di trovare rifugio in Germania.
 Il vescovo Siri, in sosta nel portico di un palazzo, li osservò sfilare indisturbati nella piazza De Ferrari (luogo della mitica battaglia celebrata da un magniloquente lapida) e dirigersi a Nord.
 Ed ecco che contro l'ultimo camion tedesco si avventò, armato di fucile, un giovane partigiano.  Il vescovo Siri tentò inutilmente di trattenere l'incauto giovane, il quale, uscendo dal portico, sparò alcuni colpi indirizzandoli contro il camion tedesco.
 La risposta dei militari tedeschi fu immediata e l'infelice  partigiano ferito al petto cadde nel centro della piazza. Il vescovo Siri non pote far altro che impartire l'estrema unzione all'agonizzante.  La morte di un eroe disperato segnò l'inizio e la fine della celebrata battaglia di piazza De Ferrari.
 Il rispetto che si deve al caduto non è sufficiente ad abbattere il ridicolo in corsa senza freni nella leggenda narrata agli studenti della scuola dell'obbligo per convincerli a credere nell'eroica vittoriosa battaglia combattuta dai partigiani genovesi.
 Il ridicolo è stato incrementato dalla perizia di un illustre studioso, il compianto Raffaele Francesca, il quale dimostrò che il cannone protagonista dell'immaginaria battaglia di De Ferrari, era un reperto della prima guerra mondiale abbandonato dai tedeschi quale ostacolo alla loro ritirata.


Piero Vassallo

mercoledì 16 settembre 2015

UN’ISTITUZIONE DI PRESTIGIO: IL SENATO DI ROMA (di Lino Di Stefano)

La quasi totalità degli Stati del mondo ha due Camere legislative che formano il Parlamento: una Assemblea dei Deputati e un Congresso di Senatori; sono, infatti, poche le Nazioni con una sola Camera preposta a legiferare e spesso si tratta di Paesi di piccole dimensioni. Due Camere perché, pur nella differenza dei ruoli, esse sono preposte al controllo dell’’iter’ delle leggi
  Ora, è giusto che un ramo parlamentare verifichi ciò che fa l’altro corpo legislativo, ma, visto che da alcuni anni esistono nel nostro ordinamento Province, Regioni ed altri enti locali, è altrettanto doveroso che, nella fattispecie al Senato, siano ascritti compiti diversi, ma importantissimi.
   Adesso, alcune forze politiche – col pretesto che il Senato è un doppione della Camera – vorrebbero cancellare questa nobile istituzione le cui radici affondano nei millenni, fermo restando, altresì, che il solo Senato della Repubblica sarebbe più che sufficiente a legiferare in una Nazione media come l’Italia, visto, altresì, che i Parlamenti hanno vita più breve essendo nati, esattamente, in Italia durante la civiltà comunale. L’attuale Camera dei Deputati – composta da quasi mille membri – è solo un impaccio solo se si consideri la patologica durata della discussione e della formazione degli ordinamenti giuridici.
   Vediamo, adesso, un po’ la storia di primi organi legislativi ad iniziare dalla Grecia dato che già in epoca omerica esisteva un Consiglio degli anziani, compresa Sparta ed altre città ellenizzate. Solo a Roma, però – è doveroso riconoscerlo – il Senato diventò una delle istituzioni basilari dello Stato con responsabilità sia nella politica interna , sia nella politica estera. Nato, ‘ab initio’, come consiglio del Re, la sua composizione era basata sull’età e sulla dignità del cittadino proveniente dalla magistratura.
   Nei primi tempi, i componenti del Senato erano scelti soltanto tra i patrizi,  da cui il nome ‘patres’ attribuito ai senatori;  in seguito, anche tale Assemblea, in età repubblicana, operò delle aperture nei riguardi dei plebei sebbene nel Senato restasse in atto la distinzione fra senatori patrizi, appunto, ‘patres’, e senatori plebei, detti ‘conscripti’, cioè aggiunti. Il Senato di allora poteva riunirsi solo dietro iniziativa del magistrato il quale lo presiedeva.
   La presenza nell’Assemblea era obbligatoria e le sedute non erano pubbliche, mentre, dal loro canto, i tribuni della plebe potevano assistervi restando fuori dell’aula parlamentare. Per quanto riguarda le funzioni del Senato, alcune erano di esclusiva spettanza patrizia, come la nomina dei supplenti. Com’è noto, gli atti del Senato erano i ‘senatoconsulti’ diretti ai magistrati che li richiedevano sebbene non fossero vincolanti. I senatoconsulti acquistarono, invece, rilievo durante il periodo imperiale assumendo valore di legge.
   Per quanto riguarda il numero dei senatori, Romolo ne stabilì 100 diventati, poi, 300 anche se la cifra oscillò sempre fra 300 e 600 componenti, mentre Cesare portò il numero a 900 unità; per quel che concerne i senatori plebei, essi dapprima ebbero solo il  diritto di voto ma, poco dopo, anche quello di parola. Nel IV sec. a. C., Appio Claudio Cieco fece entrare in Assemblea i figli dei libertini onde applicare la prescrizione del plebiscito.
   Il seggio senatoriale era vitalizio e i componenti di tale Congresso portavano come segno distintivo sulla porpora una fibbia d’avorio e, dal II sec. a. C., un anello d’oro; abbiamo detto che le sedute in Senato erano obbligatorie e il magistato convocante poteva infliggere agli assenti una multa o la ’pignoris capio’.  Dopo Silla, il Senato poteva vietare la convocazione dei comizi  pena la non validità del senatoconsulto.
   In politica estera, il Senato ebbe una funzione di primo piano perché riceveva le ambascerie e ratificava i trattati internazionali emanando anche le leggi da estendere ai territori acquistati o occupati; esso, inoltre, presiedeva alla vita religiosa, vigilava sui comizi, dirimeva le vertenze e sorvegliava tutte le forme di vita sociale.
 E ‘Senatus Populusque Romanus’ rimase ognora sinonimo di  garanzia giuridica, nel mondo latino. Dopo le guerre civili e con l’Impero, il Senato, pur conservando, la propria autorità, dovette subire limitazioni a causa della forza del Principe che disponeva di un potere praticamente assoluto.
   Ora, come tutti sanno, si sta discutendo nelle nostre due Camere la legge sull’abolizione del Senato elettivo da sostituire con un’Assemblea nella quale i consiglieri regionali diventerebbero senatori con competenze non legislative, bensì relative ai problemi degli enti locali. Un pasticcio, a nostro giudizio, che se passasse svilirebbe, ‘in toto’, il prestigio di un organo deliberativo e consultivo  risalente, come abbiamo accennato all’inizio, al primo Re di Roma e cioè Romolo.
   Anzi, sempre come abbiamo indicato poc’anzi, ad una Nazione delle dimensioni dell’Italia basterebbe solo il Senato come organo legislativo considerato, inoltre, l’autorità di cui ha goduto fino ad oggi e, si spera, più avanti. E se qualcuno persevera nel vedere il Senato come un doppione svilito di ogni prestigio, sappia, invece, che sarebbe da eliminare, proprio la Camera dei deputati non solo perché di formazione recente, ma soprattutto per il numero esorbitante dei suoi componenti: quasi mille!
   Ma, a nostro giudizio, una soluzione ci sarebbe, volendo mantenere in funzione sia la Camera che il Senato ed essa consiste, da una parte, nella drastica diminuzione degli onorevoli – 300 per la Camera bassa e 150 per la Camera alta sarebbero più che sufficienti – e dall’altra, proprio per snellire le procedure, attribuire ad una sola Assemblea il compito di concedere la fiducia al governo.
   Personalmente, siamo per il Senato della Repubblica, ma se si dovesse giungere ad assegnare alla Camera dei deputati la responsabilità di accordare la fiducia al governo, ‘nulla quaestio’. In tale maniera, ci sarebbe un vero snellimento dei vari ‘itinera’ formalistici e un non meno efficiente snellimento della macchina burocratica.

    Parafrasando il famoso detto latino, si potrebbe concludere, al riguardo, affermando: “Caveant senatores ne quid res publica detrimenti capiat”.    

Lino Di Stefano

La fede e la ragione dopo il delirio sessantottino

 Lo stato comatoso della filosofia postmoderna dimostra finalmente che le tenebre non alloggiavano nella Scolastica medievale ma negli occhi della civetta hegeliana, che spiccò il volo in direzione del cimitero francofortese, in cui sono caduti i pensieri a monte delle moderne rivoluzioni.
 Emblema della catastrofe ultimamente inseguita dalla mente rivoluzionaria è il furore sprigionato dall'irrazionalismo sessantottino. Il fine della rivoluzione ultima era evocare l'ectoplasma del pensiero selvaggio e riversarlo nella democrazia giovanile. Di qui l'irruzione della sofistica fulminante, che si manifestò nell'urlo di Herbert Marcuse, secondo cui il principio di identità e non contraddizione è strutturalmente e colpevolmente fascista.
 Priva di identità e in guerra spietata contro la logica, la sofistica si riduce all'illuminazione di una scena desolata, che rappresenta lo squillante trionfo della magia nera, officiata dai banchieri e dagli ectoplasmi politicanti.
 Banchieri ventriloqui, travestiti da pii educatori, tirano i fili di burattini decerebrati, mettendoli al lavoro nei luoghi deputati all'obbedienza alla chiacchiera e alla scrittura medianica.
 La banca, ultimamente, persuade i maestri del vaniloquio laico e/o clericale a benedire e soccorrere i nemici della Cristianità, che attraversano l'ex mare nostrum.
 Allarmata dalla tranquilla, ecumenica invasione dell'errore maomettano, la minoranza pensante del clero e del laicato cattolico comprende la necessità di riflettere sull'urgenza di rivalutare le difese immunitarie attive nel pensiero cattolico.
 Di qui l'attenzione all'opera di San Tommaso d'Aquino, l'ingente eredità scialacquata dalla setta dei modernizzanti, durante gli anni del vano inseguimento delle antichità sofistiche, in discesa rovinosa sulle piste battute dalla sedicente avanguardia cattolica.
 Quantunque nascosta dalle nebbie franco-germaniche, emanate dal concilio Vaticano II, la vitalità della metafisica tomista è dimostrata dal progressivo avvolgimento dei più avanzati sistemi prodotti dal mondo moderno nella spirale sofistica, che, lo rammenta l'autorevole Antonio Livi, ha ultimamente rovesciato il pensiero laico “in una verità di tipo gnostico, incomunicabile perché del tutto priva di agganci con i dati dell'esperienza comune”.  
 Alla modernità caduta nell'ultra-antico, si oppongono il rinnovato interesse per il pensiero dell'Aquinate e l'attività di case editrici attive controcorrente (Studio domenicano, Edivi, Vita & Pensiero, Leonardo da Vinci, Fede & Cultura, Effedieffe, Solfanelli ecc.) che pubblicano le sue opere e/o i commenti di illustri studiosi cattolici (Guido Matiussi, Réginald Garrigou-Lagrange, Cornelio Fabro, Etienne Gilson, Tito Centi, Thomas Tyn, Rosa Goglia, Elvio Fontana, Paolo Pasqualucci)  che ne hanno rivendicato l'attualità.
 La più recente iniziativa della casa editrice Fede & Cultura, intesa alla riconquista della dignità, che appartiene alla filosofia perenne, è una, nuova edizione de La sintesi tomistica, un testo di Garrigou-Lagrange (1877-1964), sapientemente introdotto e commentato da Antonio Livi.      
 La necessità di riabilitare il tomismo, aggredito dal delirio teologico dei neo-modernisti, dipende (lo afferma Livi nella prefazione) dalla esigenza di ristabilire la verità intorno alla ragione e di confutare il delirio postmoderno intorno alla filosofia, che non può provare nulla contro la fede: “San Tommaso dimostra come la filosofia debba essere studiata per se stessa e per stabilire in modo puramente razionale i preambula fidei, accessibili alle forze naturali del nostro intelletto”.
 L'Aquinate ha sostenuto con argomenti inattaccabili,  che “la ragione non può provare nulla contro la fede”, e pertanto ha difeso, contro l'opinione degli averroisti, la libertà dell'atto creatore, la creazione non ab aeterno, il libero arbitrio dell'uomo, l'immortalità personale dell'anima umana.
 Va rammentato che la filosofia di San Tommaso esclude l'eventualità (ammessa da Cartesio) di un inganno prodotto dalle cose create. Garrigou-Lagrange cita al proposito l'argomento che gli scolastici del Seicento, interpretando correttamente la dottrina tomista, hanno rivolto contro il cogito cartesiano, pietra d'angolo del castello in aria costruito dall'oblio della filosofia perenne: “Se il principio di contraddizione non fosse certo, potrebbe darsi allora che io esista e non esista, che il mio pensiero personale non si distingua più da un pensiero impersonale e che quest'ultimo non si distingua più dal subcosciente o persino dall'incosciente”.
 Rilevante è la confutazione, formulata in base alla dottrina tomista, della tesi kantiana sulla causalità: “Dire con Kant che la causalità è soltanto una categoria soggettiva del nostro intelletto equivale a dire che l'assassino non è realmente causa dell'assassinio per il quale è stato condannato”.    

 E' da augurarsi che le poche citazioni tratte dall'ingente apparato di argomentazioni proposte dall'autore, faccia emergere il desiderio di approfondire la filosofia tomista, insostituibile guida degli aspiranti alla liberazione dagli incubi concentrazionari in ostinata circolazione nel cimitero della modernità.

Piero Vassallo

lunedì 14 settembre 2015

Il volo di Icaro della nuova teologia

Nella sua predicazione, Gesù ha insegnato senza equivoci il senso originale dell'unione dell'uomo e della donna, quale il Creatore l'ha voluta all'origine: il permesso dato a Mosè di ripudiare la propria moglie era una concessione motivata dalla durezza del cuore; l'unione dell'uomo e della donna è indissolubile, Dio stesso lo ha concluso: Quello Dio ha congiunto l'uomo non lo separi (Mt., 19,6)
 (Catechismo della Chiesa cattolica)

 Quasi figura della stella filante, che, in discesa dal palcoscenico del prestidigitatore, si trasforma in nube di coriandoli, la nuova teologia si affaccia alla finestra della mondana bontà per annunciare la pioggia di larghe, ecumeniche indulgenze sui nuovi matrimoni dei divorziati.
 In data sette settembre del corrente 2015, infatti, l'Ansa fa sapere, che papa Francesco “ha riformato il processo canonico per quanto riguarda la dichiarazione di nullità dei matrimoni, un punto che può dare parziale risposta alla spinosa questione del divieto dei sacramenti ai divorziati risposati”.
 La coda dinamica del post concilio avanza strisciando fino al documento bergogliano, che promette una illogica comunione agli scomunicati.
 Ispirato dalla teologia avventizia, in cammino perpetuo e febbrile contro la stella cometa della tradizione, il documento papale conferma debolmente l'illiceità del divorzio ma benedice, incoraggia e quasi approva i divorziati, ammettendoli al banchetto eucaristico.
 La ferita inflitta alla tradizione dal pugnale ecumenico di Bergoglio è profonda a tal punto che Antonio Socci, uno fra i più autorevoli e moderati scrittori cattolici, sostiene che “il Motu proprio bergogliano potrebbe provocare un nuovo scisma”.
 Lo scisma cattolico, al momento, è sospeso e trattenuto dai timori e dai tormentosi scrupoli del clero refrattario alle ambiguità e agli errori circolanti nella teologia del concilio e del post concilio. Ambiguità ed errori catalogati e magistralmente confutati dal filosofo Paolo Pasqualucci.
 Il disorientamento del magistero intanto procura la gongolante e trionfale eccitazione della deputata post comunista Alessandra Moretti, secondo la quale la riforma di Bergoglio ricalca la legge sul divorzio breve da lei a suo tempo firmata.
 Il giubilante gargarismo della Moretti fa eco al festoso ululato del salotto, scrigno nel quale sono conservati i resti cadaverici delle illuminazioni anticristiane.
 I fedeli si chiedono sbigottiti quale sia il fine perseguito della gerarchia vaticana, in corsa irragionevole ed estenuante contro il vento sollevato dalla divina Provvidenza, per disperdere le ceneri del mondo moderno, fulminato dall'escandescenza ultima di Marcuse e dalla spettrale politica di Obama
 La risposta al dubbio intorno alla s-ragione in corsa nei sacri palazzi, Socci la trova nelle profetiche parole di Suor Lucia di Fatima: “verrà il momento in cui la battaglia decisiva di satana con Cristo sarà il matrimonio e la famiglia”.

 Di qui l'obbligo, incombente sul clero e sul laicato, di resistere al qualunque tentativo di alterare la legge di Dio in nome della pace con i pèallidi fantasmi, che si agitano tra le tombe della modernità e le cripte del modernismo.

Piero Vassallo

sabato 12 settembre 2015

Rinoceronti

 Lo stato d'animo degli scalzati buonisti, in marcia onirica sotto il labaro della rivoluzione islamica, attua fedelmente l'impulso del conformismo, in discesa progressiva da emittenze empiamente pie e piamente empie. 
 L'occulta, inconsapevole finalità degli effervescenti cortei e delle devote  escandescenze  si legge nel dramma Rinoceronti, anticipazione quasi profetica delle pie manfrine intorno alla mutazione genetica della Cristianità.
 Scritto da Eugene Ionesco, nell'intento di rievocare la metamorfosi del popolo romeno, affascinato e alterato dall'apparizione di animali ideologici forti e aggressivi quali erano le Guardie di Ferro.
 I rinoceronti, nel testo di Ionesco, sono l'emblema della cultura germanica, nella fase della invadente fascinazione del popolo romeno.
 Curiosamente (e con il cavalleresco rispetto che si deve alla terza carica dello stato italiano) si rammenta che la presidenta Laura Boldrini, in vista dell'auspicata evoluzione antropologica degli italiani, apprezza autorevolmente la opportunità, offerta dall'imitabile modello messo in scena dagli immigrati terzomondiali.
 Sarebbe democraticamente scorretto il ricorso al paragone del Boldrini pensiero con l'ideologia dei rinoceronti romeni, descritti da Ionesco. Tuttavia il rigetto del paragone zoologico contempla  un uso acrobatico e cavalleresco del pensiero.
 Nell'umanissimo giudizio dell'onorevole presidenta Boldrini, infatti, i rinoceronti sono addomesticati e trasformati (da un pio desiderio e da un corretto destino) nella piissima e civilissima figura degli immigrati islamici, portatori di una teologia che si potrebbe facilmente associata al buonismo e al pluralismo democratico in trionfale circolazione nei cortei democratici.
 Purtroppo un vero studioso, il professore Paolo Pasqualucci, in questi giorni ha pubblicato un magistrale saggio in cui si contemplano l'ispirazione aggressiva del Corano e la sua perfetta irriducibilità alla teologia cristiana e alla civiltà dell'Occidente.
 Alla luce di tale inconfutabile documento l'opinione ecumenica della presidenta Boldrini scivola nel parco dei giochi per ragazzi fiorentini, ove il sostantivo fiorentini evoca il delirio sincretista, che tormentava la mente ecumenica di Giorgio La Pira, promotore del memorabile gemellaggio di Firenze e Fez.
 Il lapirismo corre senza freno nel pensiero della sinistra neo femminista, corporazione   ansiosa di nascondere il vuoto emergente dalle teste, promesse a una teologia oscillante tra l'imperioso maschilismo e la rassegnata e incolore femminilità maomettana.
 La corsa dell'Occidente democratico sta per raggiungere il traguardo che gli è assegnato dai poteri forti intravisti da Ionesco: la finestra disperata, dalla quale il protagonista sconfitto dai rinoceronti osserva la corsa trionfale dell'umanità animalizzata.


 Piero Vassallo 

martedì 8 settembre 2015

Il cosmopolitismo massonico & il subalterno delirio cattolico

Parodia dell'autentico ecumenismo, il cosmopolitismo è generato dall'illuminato rifiuto (cartesiano, sapinosiano, kantiano, hegeliano, heideggeriano, rahneriano) della verità di ragione e dalla massonica utopia intorno a una pace universale, che si potrebbe ottenere magicamente dalla festosa ma innaturale fusione di etnie guidate da pensieri religiosi e sentimenti tra di loro irriducibili.
 L'armonioso progetto (o sogno o incubo) contempla – in una nuvola esoterica - etnie  animate dal risentimento nutrito dalla memoria di presunti crediti  storici, da riscuotere nei paesi ospitanti, ad esempio la cacciata dei mori dalla Spagna e la bruciante umiliazione dei turchi a Lepanto,
 Il qualunque uditore della sacra ma non santa musica cosmopolita - cioè iniziatica - potrebbe facilmente capire che il babelico trasferimento di popoli appartenenti a culture irriducibili quando non strutturalmente conflittuali, in un unico territorio può produrre soltanto due incresciosi risultati: o la tirannia del popolo migrante sul popolo ospitante, o una strisciante guerra di civiltà e/o di religione.
 Purtroppo il volume della musica iniziatica è talmente alto e pio da confondere e alterare il pensiero dei comuni uditori e quello dei uditori investiti di autorità spirituale o politica.
 Insieme con il popolo plagiato dal lacrimoso urlo dei tele-pifferai, la setta onusiana ha fatto retrocedere all'infanzia utopiana anche capi di governi e deboli pastori di anime. Coatto dal destino che rovescia la fedeltà alla Casa Bianca nella figura di Alberto Sordi americano a Roma, Matteo Renzi – la voce infantile/servile del padrone d'oltre Oceano  - ha sferrato un attacco violento e sciocco (di una piramidale sciocchezza) contro i cittadini che diffidano degli immigrati islamici, avanzanti in masse che costituiscono un ideale rifugio per i terroristi.
 La inavvertita malvagità massonica ha messo radice nella indifesa gola del primo ministro e lo ha persuaso a gridare un enorme insulto al partito del senso comune.
 Imbarazzanti sono anche i continui, lacrimosi inviti di Bergoglio ai fedeli affinché si  dedichino alle finte pratiche di solidarietà suggerite dalle agenzie della inimica vis.
 Gli scenari proposti dall'alloggio di famiglie islamiche nelle parrocchie e nei conventi fanno pensare a una promiscuità gravida di furenti liti teologiche da ballatoio.
 Si ha l'impressione che nello squillante e incontrollato buonismo di Bergoglio si agiti l'intenzione di dannare la memoria del papa di Lepanto, il preconciliare San Pio V e di  attenuare se non liquidare la dottrina tradizionale che contempla il Dio fatto carne, cui fu detto “tu solo hai parole di vita”. Affermazione che esclude il riconoscimento della verità delle religioni non cattoliche a cominciare da quella di Maometto.
 La squallida kermesse di Assisi non ha alterato i confini dell'ecumene propriamente detto. Il buonismo sfrenato ha probabile origine dalla irragionevole censura delle notizie intorno alla dottrina islamica e ai crimini da essa ispirati in ogni tempo e luogo.
 Nell'incauto buonismo di Bergoglio appare
 l'effetto della cervellotica censura del magnifico discorso di Benedetto XVI a Ratisbona. Un atto di autolesionismo conciliare che (temiamo) in futuro sarà pagato a caro prezzo dai cattolici europei.
 Si osa sperare che la destra apra l'ombrello dell'intelligenza cattolica e si sottragga alla alluvionale pioggia di suggestioni esoteriche e cripto massoniche.
 I rumori della confusione ostacolano il cammino di una destra che tenta di uscire dalla alienazione culturale causata da Armando Plebe e dalla menomazione generale attuata da Gianfranco Fini.
 Non è infatti pensabile una efficace resistenza alla rovinosa ideologia buonista che non sia confortata dalla fedelta' alla autentica filosofia politica e alla genuina tradizione italiana.
 Priva della conoscenza del pensiero di San Tommaso d'Aquino, di Giambattista Vico e di Cornelio Fabro la cultura e la politica della destra non possono andare lontano.
 L'ostacolo da affrontare e superare è la distorsione della scienza politica e della morale compiuta o tollerata dai progressisti cattolici. E' impensabile che la confutazione dell'ideologia a monte della politica del ragazzo Matteo, sia attuata da politici formati dall'esercizio comiziale e dalle letture di romanzi d'area.
 Il comizio conforme al pensiero strutturalmente debole esclude infatti l'esistenza di un solido fondamento culturale.
 Lo studio della storia della sinistra cristiana (oggi al potere con il suo ectoplasma Renzi) dimostra l'esistenza di un vasto retroterra, abitato dagli ispiratori e dai redattori delle riviste Terza generazione, Cronache sociali e Ricerche [1].
 Nella destra italiana, prima della disgraziata gestione di Fini, militarono studiosi d'altro profilo, capaci di contrastare efficacemente l'errore catto-progressista [2].
 Ora la credibilita' e l'efficacia della destra, dipendono dalla capacità di andare oltre la cultura comiziale e di stabilire un corretto rapporto con i testi della cultura tradizionale.
 Per abbattere il potere dei neo-comunisti e dei cattolici modernizzanti è indispensabile colpire il loro piedistallo, che è costituito dal pensiero dei Maritain, dei Dossetti e dei La Pira.
 In ultima analisi occorre conoscere le fonti del progressismo cattolico e frequentare assiduamente i testi della antitetica cultura tradizionale.
 L'elusione dello studio serio trascina le velleita' della destra Hobbit nelle sabbie mobili della quale è affondata la politica almirantiana & finiana.

Piero Vassallo





[1]          Fra i tanti  autorevoli interpreti si segnalano Jacques Maritain, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Felice Balbo, Gianni Baget Bozzo, Claudio Leonardi, Bartolo Ciccardini, Ubaldo Scassellati, Gino Giugni, Claudio Napoleoni, Franco Rodano.
[2]          Balbino Giuliano, Carlo Costamagna, Marino Gentile, Carmelo Ottaviano,  Vanni Teodorani, Ernesto De Marzio, Gino Sottochiesa, Giuseppe Sermonti, Giano Accame, Fausto Gianfranceschi, Fausto Belfiori,  Silvio Adorni, Attilio Mordini, Giovanni Torti, Carlo Casalena, Silvio Vitale, Giuseppe Tricoli, Primo Siena, Roberto De Mattei, Gaetano Rasi, Pucci Cipriani, Lino Di Stefano, Pietro Giubilo, Marco Solfanelli, Tommaso Romano, Pino Tosca, Alberto Rosselli, Angelo Ruggiero, Piero Samperi ecc..

lunedì 7 settembre 2015

LA RIPROVA (di Piero Nicola)

  Di sicuro non era indispensabile. Tuttavia m'è parso un peccato lasciar cadere la cartina di tornasole senza averla immersa nella soluzione: risultata acida, acidissima e schifosa. L'opportunità era imperdibile, perché la porcheria si profuma e si spaccia per bontà genuina.
  Quando qualcuno biasima o addirittura schernisce e insulta un altro per azioni viceversa dignitose e responsabili, quando getta il discredito su un altro che dimostra di distinguersi tra gli uomini migliori, avendo scelto la miglior soluzione possibile, quel tale critico affibbia a se stesso la qualifica che merita, togliendo ogni velame, ogni incertezza su quello che è: l'opposto del galantuomo.
  Viktor Orban, primo ministro d'Ungheria, da tempo difende i valori nazionali e le tradizioni cristiane del suo popolo, pertanto si adopera per difenderlo da invasioni straniere e soprattutto da quelle di genti che mai potranno diventare veri cittadini della sua Patria, mai si integreranno nella vita civile magiara. Nessuna ragione ha diritto di prevalere su questa sacrosanta preservazione dell'integrità. La quale verrebbe altrimenti compromessa secondo un fatto solare: immettere in un corpo omogeneo e organico un corpo estraneo arreca danno, un danno irrimediabile. Gli esempi della storia sono indiscutibili. Le società multietniche, gli stati mosaico sono sempre stati affetti da debolezza e dissipazione. Soltanto le invasioni di sopravvenuti che si convertono (barbari) generano popoli nuovi e ringiovaniti.
  La Chiesa Madre e Maestra ha sempre giustamente evitato i rapporti tra i suoi figli e gli eretici e i diversi erranti. Il motivo è semplice: l'errore, padre del peccato, seduce gli uomini, che sono corruttibili e abbisognano di stare lontani dalle occasioni di caduta. Al termine della santa Messa, la Santa Chiesa faceva recitare: "San Michele Arcangelo, difendeteci nella lotta contro le insidie di satana e degli altri spiriti maligni, che cercano di perdere le anime". Ora, gli strumenti di satana si trovano dappertutto, ma specialmente tra infedeli ed eretici.
  I musulmani applicano tale criterio assolutamente. Non accettano di accogliere alcunché che possa alterare i loro costumi e i loro dogmi.  A casa propria, discriminano gli infedeli. In casa altrui, se mostrano loro benevolenza e relativa accettazione delle leggi, è soltanto per convenienza. Essi danno ingannevolmente a vedere il lato migliore del Corano, ma non accetterebbero mai di elasticizzare Allah, come fanno gli pseudo-cattolici imperanti.
  Invece la malizia invalsa ha escogitato il falso argomento dell'utile libero scambio, della giovevole promiscuità fra i popoli oltremodo differenti, perciò incompatibili tra loro, e ha insidiato le coscienze con la bontà dovuta, con l'umanitaria solidarietà, con la bellezza dei cuori pietosi: tutto questo ritenuto incomparabilmente migliore delle disastrose conseguenze, che esso comporta nondimeno per l'intero genere umano. Donde, le pervertite accuse di egoismo e di nazionalismo rivolte sdegnosamente alla saggezza.
  Non tutta la stampa si avventura a cambiare troppo le carte in tavola, nel suo desiderio di piacere al mondo e di servire i suoi capi, ma quasi tutta l'informazione che conta riporta mezze verità e coltiva i principi che non stanno né in cielo né in terra. Del pari, ci sono giornalisti, intrattenitori televisivi e qualche politico, convinti delle atroci fesserie che vanno riferendo e proclamando. Però la generale sostanza è quella dell'impostura.
  Quantunque la coerenza vorrebbe un Orban deciso a mandare al diavolo l'UE e le sue dottrine, egli, restando nel gioco e alle sue regole (trattato di Dublino), ha preso i legittimi provvedimenti. Ha inteso identificare i presunti profughi. La Germania invece è stata ben poco tedesca. Dopo aver, in precedenza, tergiversato sulle quote di immigrati da accogliere, dopo aver invocato i patti per cui i paesi europei invasi (a causa della loro inconsistenza morale) dovrebbero procedere all'identificazione dei richiedenti asilo, dopo aver infine dichiarato di accogliere soltanto i siriani e qualcun altro, accendendo le loro speranze, si è spaventata dell'esodo in viaggio alla volta delle sue frontiere e ha cambiato idea. Da ultimo, si è spaventata delle accuse che l'Ungheria e nazioni circonvicine le muovevano, e ha dovuto acconsentire all'accoglienza di un afflusso indesiderato. Salvo dichiarare d'opporsi a che si ripeta.
  Ma le fasi della vicenda sono state descritte, dalla stampa e dai politicanti interessati e venduti, in modo vergognoso, con omissioni o gonfiando l'aspetto minore e diminuendo il lato preponderante, secondo consuetudine. I supposti profughi, entrati clandestinamente, hanno preteso di essere trasportati in Austria-Germania senza passare per il convenuto riconoscimento; evidentemente temendo di non poter dimostrare di possedere i requisiti di rifugiati.
  A proposito, avete notato, nelle riprese trasmesse dalle tv, la quantità di giovanotti abili, tra coloro che fuggono dalla guerra? Come chiamarli se non disertori?
  I giornalisti hanno loscamente raccolto le proteste dei facinorosi che inveivano contro le autorità ungheresi, colpevoli, a loro dire, di  metodi inumani e coercitivi, in spregio ai diritti umani. Nel migliore dei casi, si è commentato e ironizzato sulla disorganizzazione e sull'incapacità di attuare le misure programmate.
  Circa il famoso muro, la sua legittimità era pure evidente, dato che il numero di immigrati ricevuti da Budapest aveva toccato il massimo e l'emergenza da fronteggiare era palese. Ma, a cominciare da certi capi di stato, che sarebbero più adatti a fare il sacrestano d'un curato di campagna à la page, è venuto fuori il trito repertorio di esecrazioni contro i muri divisori e i regimi autoritari, per fortuna oggi costretti all'impotenza e a far marcia indietro.
  Non è mera e volgare manovra politica, son cose che gravano su questo residuo di civiltà, che lo tirano più in basso, nel regno dispotico e fetente, dove già si celebra il diritto dei vizi  putridi e dove scorrazzano i loro cortei.
  In effetti, l'Ungheria non ha fatto alcuna marcia indietro. Ha affrontato le circostanze come si doveva. Il suo parlamento ha messo a punto leggi appropriate. Il governo ha escluso di prestarsi ad altri trasporti di invasori, facendo i comodi della Germania & Co. Orban si è recato a Bruxelles a mettere le cose in chiaro, evitando di stringere la mano e certi comandanti dell'UE.
  Queste notizie sono state travisate o riferite di sfuggita, contando sull'effetto prodotto dai pregiudizi ormai inculcati nel vasto pubblico.
  Non dimentichiamo però che Grillo, in particolare, ha sbugiardato gli informatori di regime, e che insieme a lui Matteo Salvini e Giorgia Meloni, contrari alla politica immigratoria di Bruxelles, dispongono di un'importante adesione popolare. Salvini, opponendosi alla propaganda internazionale pro umanitarismo superficiale, montata intorno al bambino gettato cadavere sulla spiaggia, ha addebitato la sua morte (tra le tante altre) all'inerzia degli stati europei, che sarebbero in grado di provvedere, a monte, affinché anche queste sciagure non avvengano. Qualche quotidiano di destra ha osservato che le nazioni mediorientali respingono i profughi o danno loro un deplorevole ricovero in campi di raccolta.
  Ciò non toglie che qui la confusione negli animi sia grande. Bergoglio, col suo moralismo eretico (essendo eresia p.e. il diritto alla libertà religiosa e l'ecumenismo conciliare) gode del favore di ingenti masse e alimenta la malizia fumogena. D'altronde Grillo, la Meloni e la stessa Lega, vogliono leggi immorali e disgregatrici.
  Non v'è tartassato a causa dell'immigrazione o vittima di immigrati che non si premuri di dichiararsi per niente razzista, facendo il gioco dei razzisti al contrario: sostenitori d'una aberrante uguaglianza di etnie disparate e di una comunità babelica e deforme.
  Quasi nessuno cui hanno ucciso un congiunto, osa prendere a calci l'intervistatore che gli domanda se abbia perdonato. Almeno, non si viene a sapere che questo accada. I segni della santa ribellione, della retta insorgenza, restano di là da venire, in mancanza di un capo banditore dell'autentica rettitudine.
  Intanto, l'ipocrisia ben mirata d'Oltre Oceano critica il comportamento dell'Europa, prevede - e, sotto sotto, l'auspica per i suoi fini - vent'anni di trasferimento d'asiatici e d'africani nel Vecchio Continente (come dire: "Rassegnatevi"). Per dimostrare di non starsene con le mani in mano, si comunica d'aver accertato che trentamila mercanti di vite umane hanno così intrapreso un commercio più redditizio dei traffici di droga e di armi (come dire: "Pensateci voi", ma facendo di tutto perché restiamo passivi, alle prese con la nostra crisi multiforme).
  L'Europa delle patrie è tutt'altro che scomparsa, né potrebbe scomparire facilmente. Ognuna ha un bilancio statale, interessi da difendere, una storia, una lingua, tradizioni particolari. Ma il supergoverno UE è elemento unificatore per la dissoluzione delle sovranità e delle integrità, mediante patti comunitari e legiferazione. Lo stesso fine viene perseguito con l'immissione di milioni di stranieri, fomentata da campagne umanitarie preparate da bugiarde carte dei diritti.
  La negazione di questo stato di fatto, qualifica i suddetti baldi incuranti o compiacenti cooperatori dell'impostura.


Piero Nicola

domenica 6 settembre 2015

8 settembre 1943: La morte della Patria

Destata dal messaggio di Pietro Badoglio, l'illusione intorno alla fine della guerra,  era svanita nel giro di poche ore. Disorientamento e paura incombevano sopra un settembre percosso dall'umiliante e dominante grido tiriamo a campà.
 La voglia di sopravvivere a costo dell'onore si era impadronita anche dei soldati del re, che risalivano la strada polverosa dell'angusta Valbrevenna, ultima e desolata striscia della provincia di Genova.
 L'amor di patria e l'orgoglio militare si erano appiattiti sulla speranza d'incontrare contadini disposti a cedere una povera veste civile in cambio delle ormai inutili divise e dei pochi soldi in saccoccia.
 Nella spogliazione dei soldati vinti e credenti in un futuro illuminato dalla gongolante mitologia intorno alle delizie della sconfitta, un giorno, Mattarella permettendo, si contemplerà, con animo triste, il principio della metamorfosi della virtù italiana, ossia il passaggio dall'esemplare eroismo di Ettore Muti alla cieca e implacabile giustizia di Francesco Moranino.
 La strada statale era battuta dai carri dei tedeschi in rumorosa/irosa discesa su Genova. Dalle finestre affacciate sulla via entravano sgomento e vergogna.
 Dalla Germania si diffuse il messaggio di un duce dalla voce irriconoscibile e coatta. (Le testimonianze e i documenti raccolti dallo storico Renzo De Felice e il carteggio del duce con Claretta Petacci, pubblicato di recente, svelano la verità nascosta dietro quella voce angosciata: Mussolini era prigioniero del furente ricatto dei tedeschi.
 Se il duce non avesse costituito una repubblica alleata i tedeschi avrebbero polonizzato l'Italia. Joseph Goebbels nel suo Diario non mancò di deplorare il duce che non manifestava il desiderio di vendetta sui gerarchi, che lo avevano contestato nella seduta del 25 luglio.
 Intorno alla radio del bar del paese era palpabile l'angoscia dei residenti e degli sfollati, consapevoli della sciagura incombente.
 Tuttavia una folla di giovani, figure dell'italiano nuovo educato da Mussolini, aderì al fascismo ultimo e disperato.
 Forse quei giovani erano consapevoli di appartenere a una impresa finalizzata frenare il disonore della Patria, sofferente sotto le bombe degli implacabili nemici e sotto gli agguati dei traditori festanti.
 Forse sapevano che la loro impresa era destinata a commuovere gli italiani viventi in un lontano futuro. Un avvenire da preparare a prezzo del sacrificio. Non per caso una canzone repubblichina declinava lo stato d'animo dei combattenti che corteggiavano la morte, civetta in mezzo alla battaglia. Dal suo canto Filippo Tommaso Marinetti, nell'inno della X Flottiglia Mas, esaltava i disperati combattenti dell'onore.
 Gli eroi italiani, proposti alla ammirazione dei combattenti erano i martiri, ad esempio Francesco Ferruccio, i repubblicani fratelli Bandiera. Gli studenti genovesi accorsero nei ranghi del battaglione Goffredo Mameli e dimostrarono il loto straordinario valore battendosi contro i carristi inglesi nella difesa della Romagna).
 Venne infine la primavera da Togliatti definita radiosa. La strada della Valbrevenna fu indirizzata a un poligono usato dalla giustizia sommaria per la fucilazione dei fascisti. La polvere della vendetta intossicava l'aria chiusa della vallata. In città i vincitori della guerra civile se la spassavano con le nolenti ausiliare repubblichine.
 Intanto una canzone scritta nei giorni del tramonto repubblichino e rovesciata nella gola trionfante dei vincitori, narrava la disperata ricerca di un bene perduto e cercato nella folla che non sa e non vede il dolore. 
 I non vedenti di quella canzone involontaria sono i vincitori della guerra civile, che disprezzano il sangue versato dai vinti, che festeggiano la infame e disonorante esposizione di piazzale Loreto, che delibano il filmato della fucilazione di Achille Starace (senza capire la dignità del fascista morente).  


Piero Vassallo

sabato 5 settembre 2015

Sancta et meretrix: La Chiesa prima e dopo il papa buono

Negli anni che precedettero lo squillante pontificato di Angelo Roncalli e il luccichio dei fuochi fatui intorno al Concilio dei modernizzatori, il numero delle vocazioni al sacerdozio era in continuo, trionfale aumento, mentre l'autorità della teologia e della cultura cattolica era riconosciuta in tutto l'Occidente. I politicanti di varia statura leggevano con rispetto e  timore la Civiltà cattolica.
 Il venerabile Pio XII, il Defensor civitatis, che aveva alleviato le sofferenze degli italiani in guerra e ospitato (a proprio rischio) i perseguitati dai nazisti, era oggetto di una stima sincera, e di una riconoscenza, non condivisa soltanto dagli stalinisti duri e puri e dai cripto modernisti, attivi nel fumoso e ringhioso margine democristiano.
 Nel luglio del 1944, pochi giorni dopo l'occupazione anglo-americana di Roma, nella Sinagoga, ebbe luogo una solenne e affollata cerimonia, promossa dalla comunità ebraica per manifestare la gratitudine a Pio XII, il papa misericordioso, che aveva  sfidato il temibile apparato nazista, ordinando  l'apertura dei conventi alle famiglie degli ebrei a rischio di deportazione nei campi di sterminio.
 A cominciare dal rabbino di Roma, Anton Zolli e da Golda Maier, i più illustri esponenti dell'ebraismo nazionale e internazionale dichiararono la loro ammirazione e la loro riconoscenza a Pio XII, un fatto che confuta e  ridicolizza le calunnie intorno all'immaginario papa di Hitler costruite dal Kgb durante gli anni della svolta vaticana e divulgate da un effimero/prezzolato cialtrone..
 Nel febbraio del 1945 aveva destato grande scalpore la conversione al Cattolicesimo e il Battesimo di due illustri studiosi israeliti, il filosofo del diritto Giorgio Del Vecchio e l'ex rabbino capo di Roma, il professore Anton Zoeller (cognome mutato in Zolli nel 1925, in osservanza della legge italiana sugli immigrati).
 Zolli testimoniò di essersi convertito in seguito ad un'apparizione di Nostro Signore avvenuta nella sinagoga durante un solenne rito, officiato per celebrare la fine dell'occupazione nazista di Roma.
 Il professore Zolli (1881-1956), che in seguito fu docente di letteratura ebraica nel Pontificio Istituto Biblico di Roma, in omaggio a Pio XII, scelse Eugenio quale nome di battesimo.   
 Naturalmente la conversione di Zolli dispiacque e irritò le comunità ebraiche d'Italia e d'America, che avviarono il tentativo di persuadere l'ex rabbino a ritrattare. Don Curzio Nitoglia, autore di un fedele e magistrale profilo di Zolli, ha dimostrato che il compenso della ritrattazione era una cospicua somma di denaro in cambio.
 A seguito del fermo rifiuto di Zolli, la comunità ebraica internazionale, avviò un'oscura attività intesa a screditare Zolli e Del Vecchio, accusati di aver militato nel partito fascista fino al 1938, anno della promulgazione delle leggi razziali.
 L'accusa cadde perché ridicola, dal momento che numerosi ebrei avevano aderito al partito fascista, mai immaginando la devastante irruzione nella scena italiana del delirio germanico intorno alla immaginaria razza ariana.
 D'altra parte nel 1945 il governatore americano del Lazio, Charles Poletti, al termine di una scrupolosa indagine, aveva deposto i responsabili della comunità ebraica. Dal suo canto il rabbino John Pollock aveva avviato l'inchiesta, che si sarebbe conclusa con l'accertamento della complicità con  i nazisti del capo della comunità ebraica di Roma, Ugo Foà
 L'inchiesta a carico di Foà dimostrò che i benestanti della comunità israelitica avevano stabilito con i nazisti, un compromesso finalizzato ad evitare la loro deportazione in campo di concentramento.
 E' probabile che la diffamazione di Pio XII, oltre che dal clero neo-modernista, festante intorno alla nouvelle théologie, fosse promossa anche da esponenti della sinagoga interessati all'oscuramento dello scandalo Foà.
 L'autorità della Chiesa cattolica, umiliata dalle flessioni di Giovanni Paolo II davanti ai rappresentanti delle superstizioni terzomondiali convocati ad Assisi, e al cospetto del rabbino di Roma Elio Toaff e attualmente disorientata dalle curiose manfrine del papa perdonista, salito dalla fine del mondo,  non può essere salvata dal ridicolo prima della riabilitazione di Pio XII.
 Il problema cruciale, che il pensiero cattolico deve risolvere, è il superamento della dialettica che propone il papa delle manfrine eseguite sotto lo scrosciante applauso del giornalismo progressivo, quale amabile risposta alla sorpassata austerità di Pio XII.

 Il futuro  del cattolicesimo, in ultima analisi, dipende dall'archiviazione del progetto concepito dal papa buono, in vista della progressiva modernizzazione della teologia e dell'appiattimento/svilimento della liturgia tradizionale.

Piero Vassallo