venerdì 17 luglio 2015

PAURA DI ANDARE SOTTO I FERRI (Piero Nicola)

Lasciamo perdere i giornalisti, gli opinionisti di professione, l'uomo e la donna della strada, la cui veduta è corta e condizionata dall'aria falsa che si respira: c'è gente che sarebbe informata, capace di intendere, apprezzabile, se non avesse assorbito per vie sia digestive che immateriali una dose massiccia di ormoni della timidezza.
  Queste persone intelligenti e prudenti, preparate e dabbene, che rifuggono dallo scontro, dalla scelta di un partito drastico, dal rischio, dal vivere un giorno da leone, pur riconoscendo che questa Europa è matrigna e  fedifraga, che il suo € forma un guinzaglio per tenere i suoi associati dentro la sentina continentale, costoro, presa visione delle conseguenze derivanti dal taglio della corda, si spaventano, si ritraggono, preferiscono accettare il destino avverso, il castigo meritato.
  Circa il castigo meritato, si consolano pressappoco con le stesse losche ragioni addotte dall'usuraio anonimo e mondiale che, avendo preso al lazo gli zebedei dei paesi membri nell'UE, ricorda che si sono rovinati essendosi comportati da cicale. Le cicale hanno, piuttosto, tollerato dei governanti indegni, ma più indegno e farabutto è il profittatore che li ha corrotti viepiù e ha sfruttato la situazione.
  Anche coloro i quali votano per Salvini, per la Meloni, per Grillo, se domani fossero costretti sotto le forche caudine di Bruxelles, appoggiata dalle nazioni con i conti in regola, ossia quando si trovassero al posto dei greci, se la farebbero sotto secondo femminea passività. Non mi si accusi di misoginia o di discredito gettato sulla natura muliebre. Dio sa quanto apprezzi le doti femminili, ma, fatte salve le eccezioni e nonostante le loro prove virili, la femmina è per natura soggiace, destinata a una maternità, a un compromesso per la sopravvivenza, che non tocca al maschio. Nella sua adrenalina ci sarà sempre un po' di miele. Quando vedrò un tennista gareggiare con una tennista, una squadra di calcio muscolosa contro una squadra di calcio con le mammelle, e maschi dedicarsi all'uncinetto, ne riparliamo.
  Così ad Atene il popolo umiliato, avvilito, stremato da penurie, disagi, indigenza, dallo spettro di un avvenire fosco e peggiore, si rassegnerebbe alla sua Waterloo. I sondaggi che ci pervengono non sono attendibili, tuttavia quand'anche non fosse il 70% ad arrendersi, sarà comunque una maggioranza. Senza un Geronimo, gli stessi pellerossa fieri e bellicosi, avrebbero deposto l'ascia di guerra.
  Per loro fortuna, i lontanissimi parenti dei difensori delle Termopili sono diventati debitori insolvibili, falliti integrali. L'ipoteca sui loro beni non copre il debito, né le loro attività, avendo il piombo nelle ali, li renderanno solvibili; e, verosimilmente, gli stati europei che hanno conservato uno zebedeo fuori del laccio sono indisposti a rimetterci con la vittima dello strozzinaggio: impossibilitata a rifondere capitali e spese. I tedeschi, rappresentati dal loro ministro delle finanze, hanno capito che è meglio una Grexit che rinunciare a una parte del credito (come vorrebbe il FMI), senza sapere come andrebbe a finire, senza contare le grane infinite. Forse non importa loro che questa sporca faccenda dell'UE vada a ramengo.
  Dunque, in mancanza di un Leonida, i greci verranno sì, spolpati fino all'osso, ma poi lasciati andare. Facendo persino a meno di un Waroufakis tornato alla ribalta, potranno allora riprendere se stessi e, dopo qualche tempo, cavarsela meglio di prima. Chissà che, allora, i creditori non abbiano più niente in mano per ricattarli e che in qualche modo essi possano ridurre il danno degli interessi esosi sborsati?
  La natura umana ha in sé le risorse per riprendersi, per ricominciare dopo un disastro; le ricostruzioni dei dopoguerra l'hanno mostrato bene. Però la massa da sola e i suoi dirigenti democratici sono come il malato di cancro che, terrorizzato dall'operazione chirurgica (uscita dall'euro), preferisce aspettare, riempirsi di palliativi, trascinarsi  in una vita dolente e miserabile, finché l'ambulanza non lo porti al pronto soccorso per l'intervento d'urgenza.
  Perciò la propaganda terrificante, sostanziata delle parole "baratro", "catastrofe", "ignoto" che si parerebbe davanti a chi respinga l'accordo accettato da Tsipras e portato all'approvazione del Parlamento ateniese, rivela l'insipienza codarda di quelli che vi fanno eco, oppure la loro malafede di supini.

Piero Nicola 

giovedì 16 luglio 2015

Europa, il rantolo di una "democratica" prigione dei popoli

 Figura del potere obituario, esercitato dai castratori liberali a Bruxelles e a Strasburgo, è una rigenerata dama di Norimberga, il marchingegno bancario ultimamente usato per scoraggiare, rattristare, umiliare e sterilizzare i popoli del Mediterraneo, un tempo fecondi e felici.
 La strutturale cupezza, grondante dall'occhio acquoso dalla cancelliera luterana  Angela Merkel è il carnale, greve ritratto del fallimentare destino incombente sull'unione europea, la triste e desolante utopia concepita da marginali pensatori anti-italiani e anti-cattolici, quali Altiero Spinelli (1907-1986) ed Ernesto Rossi (1897-1967).
 Chi osa vincere la paura incussa dall'urlo pseudo-ecumenico squillante a Bruxelles, vede la linea che separa le nazioni cattoliche e ortodosse dalle nazioni infettate dall'eresia concepita dal furore germanico, personificato dal disgraziato Martin Lutero.
 Il parlamento europeo è il braccio strozzino del cadaverico imperialismo tedesco, armato della cupezza pseudo virtuosa discendente dall'infame eresia luterana, dalle oscure elucubrazioni idealistiche, dal delirio di Nietzsche, dall'invertito, squallido rigore di Thomas Mann e ultimamente dalla replicante/galoppante mitologia intorno alla mano magica del mercato.
 Nel dramma I sequestrati di Altona, Jean Paul Sarte, uno scrittore peraltro responsabile di avventurose e disastrose aperture alla filosofia tedesca, ha definito puntualmente il mal di Germania, facendo dire al protagonista: "quel profeta [Lutero] ci ha resi pazzi d'orgoglio".
  Prima del 1981, anno dell'adesione all'unione europea, la Grecia era un paese normale, dotato di una efficiente marina mercantile, di  una fiorente industria alberghiera, di floride strutture commerciali e di una nascente industria.
 Il viaggio in Grecia, in quegli anni, era una felice occasione d'incontro con la cortesia mediterranea e con la gioia di vivere illuminata da una profonda fede cristiana.
 Gli studiosi italiani (Tommaso Romano,  ad esempio) che hanno condiviso  l'esperienza degli incontri con i tradizionalisti greci ad Atene e ad Alessandropoli, serbano il ricordo di una straordinaria vivacità intellettuale e di un'amabile, perfetta ospitalità.  
 Se prestiamo invece ascolto alle calunniose sentenze dei tedeschi infeudati a Bruxelles la convivenza politica con la generosa Europa ha destato nei greci la tendenza invincibile allo spreco e al parassitismo
 Tuttavia la pubblicità dei debiti assunti dal governo di Atene dimostra che i greci non hanno messo le mani nella cassa europea nascostamente.
 Si profila piuttosto la classica, lampante figura dello strozzino che impresta denaro in vista dell'appropriazione del patrimonio del debitore incauto.
 Non per caso i greci sono ora costretti a vendere a ricchi stranieri un alto numero delle loro preziose isole.
 I governanti greci sono stati incauti nel sottoscrivere obbligazioni e malaccorti nella spesa del denaro avuto in prestito dai cravattari.
 E' tuttavia evidente che le banche europee hanno eseguito perfettamente il classico, disonesto gioco del benefattore, che con una mano impresta con l'altra strozza.
 La Grecia in ginocchioni è la plastica figura dei risultati che l'europeismo persegue: imporre il tetro, mortifero rigore dei banchieri e di conseguenza accelerare il piano malthusiano in atto in Occidente.
 Giovanni Paolo II ha paragonato l'Europa di Bruxelles a un malato che respira solamente con un polmone. Se non che il polmone mancante e sano, la Russia di Putin, non manifesta l'intenzione di avvicinarsi al polmone malato e assistito da guaritori infettanti.
 A questo punto sorge una domanda: a chi è utile il costosissima edificio europeo a due piste tossiche, oltre che agli strapagati legislatori del nulla, ai traduttori babelici, ai fattorini decorativi?

 E' impossibile non desiderare, insieme con i politici capaci di vedere l'insensatezza dell'europeismo, l'uscita dell'Italia dal mattatoio delle dignità nazionali, che è gestito da una cricca di disonesti assoluti e di mentecatti certificati.

Piero Vassallo

martedì 14 luglio 2015

Eutanasia, ultimo orizzonte dell'americanismo

 L'ambiguo ottimismo dell'oligarchia americana, diffuso a tappeto dagli aviatori liberali (liberetors) prima di rovesciarsi nelle democrazie sedicenti cristiane è stato battezzato dall'acqua magica ma non santa dell'aspersorio umanitario.
 In fine il gaudio ha gettato la maschera rovesciandosi nel lugubre pensiero incombente sui decenni infiorati  dalla tossica & gomorrita goduria.
 Chi oserà tuttavia gettare l'ombra del dubbio sulla esplosiva felicità diffusa dalle pedagogiche bombe sganciate dai vincitori/educatori?
 Chi metterò in discussione i democratici piaceri elargiti agli sconfitti dagli alfieri della bandiera a stelle e strisce?
 La filosofia salita a palazzo Chigi per celebrare l'accoppiamento dell'umorismo involontario di La Pira con la comicità surreale di Rascel, condivide e loda a voce alta i democratici sollucheri procurati ai vinti dalla felice/felicitaria America.
 La memoria della feroce e mortifera ideologia americana è peraltro consegnata nelle pagine sulfuree del romanzo di Curzio Malaparte, La pelle.
 L'esame dei filosofemi a monte dell'allegria americana desta un vago e strisciante sospetto perfino anche nei margini di quell'area moderata, che non sono del tutto refrattari e allergici al pensiero tradizionista.
 L'imbarazzo e il disagio aumentano allorché i benpensanti riflettono sulle trasgressioni e sui ruvidi godimenti, che la filosofia neo-albigese, circolante en travesti nelle università americane, propone ai giovani.
 L'avanguardia (elitaria) americana si identifica nei precetti morali, che indirizzano alla ricerca della cadaverica felicità abitante nei paradisi drogastici e nei vespasiani esoterici, dove si incontrano gli iniziati alle delizie del sesso contro natura.
 Il giornalismo a gettone tenta invano di occultare il turbamento procurato ai refrattari europei dalla tossica sessantottina miscela di Eros e Thanatos, la fumosa diade che sta sulla cima del monte teoretico scalato dal  libertinismo, trionfante nel pensiero dell'oligarchia liberale.
 Maria Adelaide Raschini ha stabilito magistralmente la dipendenza del liberalismo dal pregiudizio scettico, "che consentiva di imboccare un solo sentiero, quello tracciato dall'illuminismo inglese - il gran padre Locke, veniva chiamato questo angusto esponente dell'empirismo così tipicamente inglese" [1].
 Nella nascosta profondità del godimento americano (e anglo-americano) infatti abita - ovviamente privo del qualunque sussidio della ragione - l'incubo purissimo, albigese e ultimamente francofortese, che ha dichiarato la amorosa guerra del Nulla lucente contro l'oscuro/odiato Essere.
 Risultato della insorgenza neo-catara contro la religione dell'Ipsum Esse è il delirio, che ha mosso i pensatori e i politicanti ultramoderni a condurre un'implacabile guerra alla natura e alla vita, la guerra combattuta e al momento vinta dalla democrazia obituaria al potere nei parlamenti del fantasma chiamato Europa.
 Buona morte, il nome che la venerante ipocrisia occidentale attribuisce all'odio contro la vita, è l'oggetto di una importante raccolta di saggi, Eutanasia un diritto?, sagacemente introdotti da Danilo Castellano e tempestivamente pubblicata in Napoli dalle Edizioni Scientifiche Italiane.
 Castellano rammenta che "fino alla fine del secolo XIX può dirsi costante il rifiuto, conseguente alla prescrizione rivolta ai medici da Giuramento di Ippocrate (420 a. C. circa) di somministrare ad alcuno, ancorché richiesto, un farmaco mortale o un suggerimento in tal senso".
 L'emersione dal sottosuolo cataro di una dottrina tenebrosa, avversa alla ragione e intesa a giustificare l'omicidio pietoso, rappresenta l'epilogo catastrofico e desolante della frenesia ablativa, soggiacente motore della rivoluzione.
 Al proposito Castellano rammenta che la giustificazione dell'eutanasia matura in un soggetto "non guidato da criteri razionali (esigiti dalla sua natura razionale e imposti dalla realtà dell cose) bensì da impulsi e desideri che lo rendono di fatto schiavo anche se a parole e teoreticamente libero". 
 L'irrazionalità, infatti, è il motore che trascina la filosofia illuminista  a una guerra spietata  contro la ragione, "in nome di un sacro (cioè intoccabile) diritto a godere e disporre di sé, senza interferenze di volontà diverse dalla propria e senza il rispetto di criteri oggettivi". 
 La fragilità di tale pensiero è rivelata dal fondamento nella avventurosa applicazione alla persona umana dello ius utendi et abutendi, "letto secondo la dottrina illuministica [lockiana] molto lontana dal (forse agli antipodi rispetto al) significato con il quale questa massima era stata accolta nella codificazione giustinianea".
 La teoria dell'inglese John Locke (1632-1704) incontra tuttavia un insormontabile ostacolo nella tradizione giuridica, che ha stabilito i limiti della proprietà, "che non è e non può essere accolta come sfera di sovranità individuale, Basterebbe considerare a questo proposito ... che la proprietà sulle cose è anche negli ordinamenti giuridici contemporanei ipotecata da finalità che ne limitano il diritto di godimento e di disposizione".
 Infine l'annichilimento della realtà è impossibile all'uomo: "la soggettività (ontica) infatti è indistruttibile poiché la sostanza spirituale (implicata dalla soggettività) non dipende dagli elementi accidentali che concorrono alla sua concretizzazione e alla sua manifestazione di cui essa è forma. Basterebbe considerare, per comprendere a fondo la tesi, che a Dio, essere libero in senso assoluto e onnipotente, non è possibile il suicidio".
 La legalizzazione del suicidio e l'assistenza prestata dallo stato/becchino al suicida sono i sintomi della tragica malattia che affligge la ragione dell'Occidente liberale, folgorato dalle illusioni di una teologia capovolta nella spaventosa/incubosa figura della ragione in guerra furente e sciagurata  contro se stessa e contro Dio.

Piero Vassallo




[1]             Cfr. Responsabilità storica della filosofia, Venezia 2001, pag. 471.

ARCHITETTURA SIMBOLO DELLA STORTURA (di Piero Nicola)

  Ci avete fatto caso? Il casamento vetrificato dell'UE, a Bruxelles, presenta nella parte inferiore un evidente prospetto sbieco, un insulto alla perpendicolare, alla legge di gravità. Esso rappresenta bene il contenuto.
  Stesso disprezzo per le cose diritte, elevato sino al culmine mediante inclinazione, si operò a Francoforte con il grattacielo della BCE.  
 Nel nostro piccolo, a Milano, per chi ci arriva da Sud, ecco facciate di recenti edifici in cui spicca una stravaganza priva di gusto estetico come di funzionalità. Finestre di varia dimensione si aprono variamente inclinate su superfici piatte, e invano distrarrebbero da una miseria di rivestimenti, da un'assenza di sostanza, invano appigliandosi a un cubismo per di più anacronistico.
  Che l'architettura contemporanea, destituita d'uno stile, brancoli alla ricerca di espressione è un fatto ormai vecchio, è uno stantio rifugiarsi nell'eccentrico per sfuggire alla banalità e al risparmio imposto dalle leggi dell'economia.
  Nel vasto mondo, i capitali da spendere per il vanto dei petrolieri o dei regimi, per attrarre turisti in zone deserte di civiltà, ove le antiche tradizioni devono essere abbandonate, innalzano a grattare il cielo, all'insegna del megalitico, monumenti abitabili aventi una foggia di megaobelischi, di steli smisurate senza iscrizione, né storia, né significato, salvo quello del fantastico infantile e pacchiano, tuttavia non essendo neppure torri fiabesche, neppure guglie gigantesche. Robe che pendono piuttosto dalla parte di Las Vegas che dalla parte di Disneyland. 
  È tutto un volersi superare pour épater le bourgeois, ma lascia il tempo che trova e domani sarà precocemente obsoleto, da rottamare e da rifare. Costruzioni-simbolo dell'effimero, del precario, del tempo presente disancorato, eradicato. 
  Non faccio d'ogni erba un fascio. Qua e là nel mondo, per avventura, emergono sulle città forme gradevoli, armoniche, a evidenziare lo scempio di quelle che accanto a loro si stagliano sopra l'orizzonte. Le prime sono esemplari del buon gusto isolato, d'un'arte infine personale, avulsa dallo storico contesto cittadino.
  Da lunga pezza, si sprecano i progetti di moderno ampliamento delle città, di conciliazione del loro antico e vecchio col nuovo, di città satelliti, con risultati nel complesso penosi. Il nuovo di sino a circa cent'anni fa, persino il liberty, circondò, penetrò nel secolare multi-stile urbano, se non con uno sposalizio, almeno con un accordo, perché sussistevano comuni tratti ideali. Qualcosa di simile avvenne tra romanico e gotico, tra entrambi ed il rinascimento, quindi, tra questi ultimi tre ed il barocco. L'aggiunta del neoclassico in qualche modo richiamò il rinascimento, e l'eclettismo post-liberty poté non di rado farsi perdonare la sua mancanza di carattere.
  Ma il razionalismo ruppe la sequela; parve necessario al progresso tecnologico. In Italia e, sporadicamente  altrove, si inventò un aggiornamento della classicità, la quale costituisce l'insuperabile idea dell'armonia, del decoro, della ragione, insomma della degna vita. A questa conviene una dose di semplice solennità e di sodo pregio materiale, che riscattino le miserie e rispettino l'anima eterna, la sua vocazione ultraterrena.
  Alla vacuità del razionalismo e delle opere dovute agli originali architetti che, sulla scorta dell'arte moderna, pretendevano di offuscare l'aureo canone del bello, succedettero, da un lato, lo squallore degli edifici ordinari, esteticamente insignificanti, dall'altro, il proseguimento delle creazioni velleitarie.
  Lo spirito del mondo postmoderno, distruttore della tradizione e sostanzialmente nichilista, comportava tale andamento. Abbandonata la nota decorativa essenziale e il pregio del mattone, della pietra, del marmo, ci si ridusse a comporre linee e volumi, castrando la nobile espressione architettonica, abbassata al livello del disegno dei flaconi per la toeletta o degli oggetti per l'arredamento, tuttavia, questi, valorizzati dalle materie prime. Disegni e volumi non poterono affermare un carattere, una bellezza, che non avrebbe trovato riscontro, come tuttora non lo trova, in alcuna affermazione dell'esistenza reale. Donde, i conati dell'ingegno schiavo, che si contorce essendo impedito ad elevarsi, e concepisce le facciate sbilenche per gli sbilenchi suoi signori.
  Tornando al palazzo dell'Unione Europea, ricordate la sua facciata maestra, rivolta alle bandiere dei paesi aderenti, ricorrente nei telegiornali? Essa assomiglia a una gabbia incurvata, ad una vasta stia multipiano.
  Sicché, le suddette mosche bianche incomprese o comprese nonostante tutto e per intuito, trovarono qualche eccezionale società mecenate, che attuò i loro progetti isolati.

Piero Nicola

lunedì 13 luglio 2015

UNA VEDUTA SU EUROPA E AMERICA (di Piero Nicola)

Guardando dal mio angolo la Germania della Merkel e del suo partito, forse in disaccordo con lei al momento di tirare le somme, e gli USA dell'amministrazione Obama (ma se al suo posto ci fosse un altro, cambierebbe poco), nella macroveduta mi appaiono dei contrasti significativi.
  Olandesi, irlandesi, portoghesi e altri del Nord-Est e dell'Est si uniscono all'intransigenza. L'Italia di Renzino e compagni del Sud stanno con la Francia. In Europa ci sono due nazioni forti e due compagini attorno ad esse che, sulla questione greca, si fronteggiano con soluzioni opposte.
  La Francia e soci, come l'America, intendendo accettare lo proposte di Atene, mentre Berlino vuole il rispetto delle regole, a costo di metter fuori la Grecia.
  Sarà anche la mente tedesca coi paraocchi, e il consenso al rigore del popolo germanico, ma, al fondo, si può scorgere un desiderio d'indipendenza, specie dopo la posizione dirompente assunta a Washington nei confronti della Russia, in merito alla crisi dell'Ucraina, posizione che, al solito, ha messo in riga gli europei. Adesso un grosso calibro, e non da solo, si è alquanto defilato.
  D'altronde, non possono sfuggire agli interessati il fatto che i debiti di stato soggiacciano a un creditore usuraio, alla grande finanza speculatrice che manovra lo spread, tanto che i paesi fortemente indebitati, in ogni modo, non ce la fanno a pagare gli interessi e a moderare il debito, e l'evidenza per cui questo stato di cose - dovuto assai alle banche insieme al Fondo Monetario Internazionale (controllato dagli USA) - condanna l'area euro alla recessione o alla stagnazione nell'impoverimento. La maligna sudditanza all'egemonia d'Oltre Oceano, che si avvantaggia della crisi europea, avrà pure scosso l'animo di qualche responsabile di governo, come sta prendendo corpo in strati crescenti delle opinioni pubbliche.
  Perciò la teutonica attitudine ad essere più realista del re, fautrice del rispetto delle convenzioni che affossano l'economia e, infine, l'indipendenza e la civiltà del Vecchio Continente, potrebbe essere più appariscente che sostanziale. Grecia dentro o fuori, a medio termine l'interesse allo status quo è destinato a svanire, anzi si rivelerà un bumerang per i tedeschi. Ovvio, che tra di loro emergano impulsi a svincolarsi da un abbraccio mortifero, sia pure cominciando a liberarsene strumentalmente con l'invocare i patti e l'ordine d'un sistema da abbandonare.
  Perciò, in una generale prospettiva, la politica rigida ed egoistica della locomotiva alemanna potrebbe preludere a un riscatto di cui tutti noi beneficeremmo, essendo comunque legati allo stesso carro.
  È innegabile la contrapposizione Germania-Usa in questo frangente. Gli Stati Unti, incuranti della loro indebita interferenza, sono scesi in campo a favore d'un compromesso da attuarsi con il paese ellenico. Alle loro pressioni di varia specie dev'essersi uniformato Hollande e l'esecutivo francese.
  Il braccio di ferro in atto pesa come un macigno, se la riunione plenaria delle nazioni membri ha subito un rinvio, data la discordia tra i soci dell'Eurogruppo. Tuttavia le risoluzioni da esso emanate sono durissime. Ai capi di governo saranno date scarse possibilità di modificarle.
  È interessante vedere la piega che assumerà la faccenda. Tanto più che Tsipras ha concesso parecchio, dividendo il suo partito e persino il governo, alienandosi una parte consistente di quelli che, ascoltandolo, hanno votato No. Significa un suicidio per lui cedere su altri punti, tornare in parlamento per l'approvazione d'ulteriori concessioni all'austerità. Le condizioni che condannano i greci alla miseria sembrano irrevocabili. Qualunque mossa adotti l'agente Obama al fine di costringere i crucchi a rientrare nei ranghi, egli ha ormai perso questa partita.
  Agli italiani non resta che stendersi in poltrona come bravi spettatori.


Piero Nicola

venerdì 10 luglio 2015

Eros & inciviltà

In altri, migliori tempi, gli spettatori italiani giudicavano disoneste, grottesche e surreali le storie narrate dai film americani, specchio di una società scivolata nelle gag di Leopoldo Fregoli, cioè costituita da nuclei tarantolati dall'instabilità mentale e sentimentale: non famiglie ma aggregazioni effimere, liberali, che si rovesciavano nel frenetico e squallido girotondo di matrimoni e divorzi, accompagnati da canzoni ora languide ora festose.
 La liberazione americana dal senso comune e dall'onestà sociale ha inquinato il pensiero degli italiani vinti, aprendo le porte attraverso le quali è passato il vento della maleodorante e scellerata legge divorzista. Legge antisociale, imposta alla fellonia democristiana dal disgraziato duo Fortuna-Baslini e tardivamente contrastata dai promotori di un plebiscito.
 La legge divorzista fu un'aggressione alla famiglia, subita dai democristiani, ossessionati dal problema di evitare la caduta del governo presieduto dell'esangue Mariano Rumor.   
 Descrizione dell'immoralità circolante fra gli italiani sconfitti e rieducati dall'imperioso liberatore è il magnifico romanzo Una ragazza moderna, scritto da Piero Nicola per svelare le cause delle avventure, esemplarmente insensate, vissute dai giovani natanti nel gorgo libertario, avviato dalla c. d. democrazia occidentale.
 L'autore è un angosciato e tuttavia irriducibile testimone del disastro sociale in atto nella nostra patria liberata dalla tradizione e dalla morale. Un paese abbandonata dal clero cattolico,  rapito da ecumenici abbagli e tentato dal lassismo; infine trascinato da fantasmi politicanti, che obbediscono alla pacifica invasione dei pornocrati, trainanti in tutte le direzioni dell'oscenità.
 Il racconto, scritto da Nicola con limpido e accorato stile, è edito in questi giorni dal prestigioso Marco Solfanelli in Chieti.
 Nicola descrive una normale vicenda vissuta da giovani italiani trascinati nell'avvolgente, squillante disordine che s-governa una società capovolta e avvelenata dalla lezione libertina, impartita  dal noto pederasta francofortese/californiano Herbert Marcuse. Lezione urlata giovanilmente portata avanti dal conformismo squillante/festante nei cortei dell'alienazione sessantottina.
 Il libro si raccomanda quale (purtroppo) veritiera e realistica descrizione dei mali in corsa forsennata nella fragile società italiana, vivente in equilibrio instabile tra una fede cattolica, debilitata e modernizzata dall'infelice Concilio ecumenico Vaticano. II e l'immoralismo, portato avanti dalle criminali società eleusine.
 Nicola propone il ritratto di un'Italia disarmata dal clero conformista, e tarantolata dalla modernizzazione pornocratica, attuata in obbedienza ai poteri forti, alle camarille onusiane, Trilateral, all'alta finanza, al Club di Roma, all'esigente massonerie da pisciatoio
 Protagonista dell'avvincente romanzo è Patrizia, una giovane, disinibita matricola di giurisprudenza, che vive il contrasto tra l'incontinenza libertina circolante nella società disinibita e la declinante saggezza cristiana.
 In umiliante e sofferta solitudine è testimone della fede di sempre il padre refrattario di Patrizia, ostinato e disistimato testimone delle indeclinabili verità cattoliche, e portatore del peso doloroso della misericordia infine oggetto di un'ostilità che contagia perfino i familiari.
 L'impetuoso, inavvertito vento che è sollevato dalla insindacabile/irresistibile cultura libertina e radical chic, trascina Patrizia nei luoghi della fatuità e dell'incontinenza. paradisi incensati/insensati, dove la donna si rovescia nella figura di una mantide tenera e feroce, quasi personificazione della natura contemplata dal tetro pessimismo di Giacomo Leopardi .
 Avvelenata dalla cultura demente e disumana importata dall'ovest, Patrizia diventa schiava di un'instabilità invincibile, che la trascina nel nomadismo sentimentale/sessuale senza ritegni. Abbandona il fragile fidanzatino per concedersi a un avvocato di successo, un uomo di successo, nutrito da opinioni evolute e felicemente divorziato, che per distrazione (e senza amore) la ingravida.
 Sfuggita per orgoglio al rapporto umiliante con il maturo ed egoista padre per disattenzione, Patrizia si rifugia nell'amore di un giovane, già amico del fratello morto in un incidente. Il nuovo fidanzato decide (con il consenso dei propri genitori) di sposare la problematica ragazza e di farsi carico del figlio generato dall'anonima distrazione del seducente professionista.
 All'orizzonte si profila la figura di un matrimonio in certo modo nobilmente riparatore. Se non che nell'apparente tranquillità irrompe il suicidio del primo fidanzato di Patrizia, il quale non era riuscito a dominare il desiderio di riavere la donna amata.
 La tragedia diventa occasione della pacificazione di Patrizia con il padre. Il racconto, una delle più avvincenti opere della letteratura italiana contemporanea, festosamente deragliante nella ovvietà progressiva, termina facendo balenare la possibilità che un filo di luce, accesa dal coraggio di un credente, irrompa nel buio di una società avvelenata dall'implacabile e sadica religione del piacere.

Piero Vassallo

giovedì 9 luglio 2015

La memoria condivisa

 Severo/austero come conviene a un  discepolo del piissimo don Giuseppe Dossetti ma amabile come i buoni del libro Cuore, il presidente Sergio Mattarella ha concepito un disegno di unità patriottica fondata sulla memoria condivisa.
 Nel venerante rispetto, che si deve al rigore di una personalità integerrima, si pone tuttavia la impertinente domanda:  memoria condivisa da chi e su che cosa?
 La sfrontatezza è tentata di sospettare che il signor Presidente alluda alla metamorfosi delle otto tessere del Partito nazionale fascista (1936-1943)  intestate allo studente quindi dottore, onorevole e infine don Giuseppe Dossetti e trasformate grazie ad una ratta illuminazione nel glorioso certificato di immarcescibile fede antifascista.
 La miracolosa memoria di Giuseppe Dossetti e di tantissimi altri italiani mutati e convertiti dalla sconfitta militare,  nella tragica estate siciliana del 1943, è una solida fonte di patriottica e condivisa memoria? Mah, diceva Giovanni Volpe.
 Una canzone politica del dopoguerra recitava: siamo figli di un cupo tramonto. Quindi la condivisibile memoria contempla un cupo tramonto e la democratica conversione dei tramontati? Dossetti e la falange degli ideologicamente mutanti e ravveduti sono i preziosi oggetti della  memoria condivisibile?
 Espulso dalla memoria è il totalitarismo, ossia la faticosa ma pacifica ascesa delle plebi fascistizzate, la correzione della antica piramide sociale, gelosamente conservata dal liberalismo ottocentesco, il faticoso accesso del popolino alla cultura dei signori.
 Emblema della rivoluzione sociale attuata senza spargimento di sangue dal regime di Mussolini è il film Il signor Max, felice rappresentazione del confronto tra la vitalità della rinnovata, ascendente  cultura popolare e l'estenuata, grigia, crepuscolare sciccheria degli aristocratici slombati.
 E' obbligatorio credere tuttavia che gli italiani erano illusi e trascinati dall'oratoria di un duce urlante, e che la provvidenziale sconfitta militare li ha illuminati e redenti.
 Nell'evidenza della guerra perduta si seppe che gli alleati, anglo-americani e sovietici, erano i nostri liberatori e salvatori. Preambolo alla condivisione della memoria italiana è pertanto l'inappellabile giudizio sulle buone e sacrosante ragioni pedagogiche di Winston Churchill, di Giuseppe Stalin e di Franklin Delano Roosevelt.
 Sulla malvagità delle dittature di stampo fascista il moralismo non consente il minimo dubbio. Da tale punto di vista la sentenza è indeclinabile: siamo stati stregati da una retorica fatua e trascinati in una guerra assurda.
 Se non che nel nascosto e censurato margine della memoria giacciono alcune verità non  facilmente compatibili con la pia e indiscussa leggenda dei redentori democratici e comunisti.
 Nell'agosto del 1939, ad esempio, mons. Valerio Valeri, nunzio  cattolico nella democratica Francia, chiese ed ottenne udienza dal ministro degli esteri Georges Bonnet, al quale manifestò la preoccupazione destata in Pio XII dai rumori di guerra. Nel primo volume degli Atti della Santa Sede durante la seconda guerra mondiale (pubblicati per volontà di Paolo VI) si legge che il nunzio domandò al ministro degli esteri francesi quali provvedimenti il suo governo pensava di attuare per scongiurare il pericolo di una seconda guerra mondiale. E che Bonnet rispose: Abbiamo affidato alla buona volontà dei polacchi la difesa della pace. Nella relazione alla Santa Sede, Valeri scrisse: ho detto al ministro che una tale scelta tradisce la volontà francese di scatenare una guerra e dal suo imbarazzato silenzio ho capito che tale è l'intenzione dei francesi.
 La conoscenza e il senno del poi dicono che la Germania di Hitler, durante la guerra, commise orrendi delitti. La malvagità della Germania hitleriana è quindi fuori discussione. Ma la guerra francese era giusta? Non si può negare seriamente che i francesi, convinti di godere di una schiacciante superiorità militare, desideravano arrivare a una resa dei conti con la Germania.
 Vero  è che il generale Maurice Gamelin, nel dicembre del 1939, dichiarava che avrebbe pagato un miliardo pur di ottenere un attacco tedesco. Il fatto nascosto alla memoria condivisa è che nel 1939 la riforma fascista dell'economia (e non l'efficiente e feroce esercito germanico) riscuoteva l'ammirazione dei popoli europei e di molte nazioni extra europee. Solamente una guerra poteva impedire il successo internazionale del modello italiano.
 L'infelice variante nazista e la rozza gestione della controversia su Danzica furono occasioni offerte alle democrazie occidentali altrimenti spiazzate da una pace sfavorevole al loro sistema.
 L'intenzione dei governi democratici di Francia e Inghilterra era trascinare la Germania in una guerra fatale. Un grande storico inglese, Alan John Percival Taylor (1906-1990) nel saggio intitolato Le origini della seconda guerra mondiale, edito in Italia da La Terza nel 1961, ha dimostrato, che la richiesta tedesca di un corridoio per Danzica era legittima e per nulla sconveniente ai polacchi.  
 D'altra parte sono misteriosi i comportamenti dei governi democratici durante la sciagurata aggressione tedesca della Polonia: Francia e Inghilterra dichiararono guerra alla Germania ma evitarono con cura di intervenire a difesa dei polacchi.
 Singolare e altamente sospetta è anche la mancata dichiarazione di guerra all'Urss, alleata della Germania di Hitler, che invase la Polonia da est e occupò, in base a un accordo con i tedeschi, le repubbliche baltiche. 
 La memoria condivisa dovrebbe contemplare un Mussolini titubante. Renzo De Felice ha rammentato, ad esempio, che il duce consigliò a Hitler di tentare la via della pace al fine di evitare il probabile, fatale intervento dell'America a sostegno di Francia e Inghilterra.
 Finora sconosciuto è il motivo che decise Mussolini al disgraziato intervento nella seconda guerra mondiale. Certo è che la infelice decisione di dichiarare guerra ai franco-inglesi non fu un colpo di testa del duce, ma una decisione maturata durante un consiglio della corona, al quale, insieme con Vittorio Emanuele III, partecipavano Mussolini, il maresciallo Pietro Badoglio e i capi di stato maggiore di esercito, marina e aviazione.
 Poteva l'Italia imitare la Spagna franchista e scegliere la neutralità, seguendo il consiglio di Pio XII?
 E' stata divulgato il testo della accorata, affettuosa lettera indirizzata da papa Pacelli a Mussolini per invocare la neutralità dell'Italia, sconosciuta è la risposta di Mussolini.
 Ad ogni modo è probabile che in futuro i documenti sequestrati a Mussolini a Dongo svelino le ragioni ultime dell'intervento italiano nella seconda guerra mondiale.
 A tutt'oggi si conosce tuttavia la relazione sulle attività vessatorie compiute da inglesi e francesi per recare grave danno all'Italia, documento redatto nel febbraio del 1940 dell'ambasciatore Luca Pietromarchi
 Si dovrebbe pertanto riconoscere che la memoria condivisa è altro da memoria conforme alla vulgata dei vincitori e dei loro collaboratori. Una memoria appiattita sull'opinione degli alleati e dei loro tardivi partigiani potrebbe essere condivisa solamente quando fosse giustificata la perfetta ignoranza o la rigida censura delle gravi responsabilità dei franco-britannici.


Piero Vassallo

IL VICOLO CIECO (di Piero Nicola)

La tragedia sta nella loro convinzione. Ma anche se stesse nel conformismo interessato, cambierebbe poco. Parlo dei giornalisti che, coi loro articoli, foggiano assai la pubblica opinione.
  La Cina darebbe segni di debolezza economico-finanziaria, e la penna saputa d'un quotidiano di destra ne prende lo spunto per commiserare gli uccelli del malaugurio e i moralisti da dozzina antiamericani, i quali diagnosticavano il declino degli USA e davano per certo il sorpasso cinese in campo planetario.
  Ovviamente, l'intelligentone appartiene al grande mondo acculturato o diversamente asino abitante nell'enorme ghetto di Mammona. Per loro, la vita civile è determinata dalla condizione economica; cultura e civiltà sono quelle borghesi, cioè del vento edonistico che tira. Per loro, spiritualità e morale stanno nella sfera privata, cioè orientate dal vento che tira.
  Queste talpe libertarie, appiccicate ai diritti umani più mascalzoni, di cui apprezzano un ordine che pare assorbire i disordini, e che carezzano una pace sociale della fetida qualità predicata da Bergoglio, questi che inforcano occhiali rosa di effeminati, misurano tutto col metro della crescita, del pil, e s'indignano e sputano fiele, se mai l'Uomo li riprende mostrando loro la bassezza franante della via imboccata, il vicolo malfamato in cui procede da un pezzo la vasta umanità.
  Essi argomentano che le bolle finanziarie devono scoppiare ciclicamente, le americane come le altre, ma l'America resta il paese più forte (vedi un elenco di gigantesche società, come Apple e Google), più dotato di tecnologie e di armamenti. E sentenziano, nella loro colpevole ignoranza storica, che la dottrina socio-politica statunitense si è dimostrata la migliore, l'insostituibile. Amen.
  Bergoglio ha ricevuto da un presidente sudamericano un crocifisso (credo preferibile usare la c minuscola) il cui legno è composto d'una falce e d'un martello incrociati. È ancora questo comunismo l'antagonista del capitalismo plutocratico? Per fortuna c'è dell'altro.
  Salvini, la figlia Le Pen, la Meloni, Grillo, Podemos e compagnia bella, puntano l'indice contro la finanza corsara, padrona dei mari attraverso i suoi capitani guerci, travestiti da sentinelle del benessere e della giustizia, ma i capetti, che danno a vedere d'aver mangiato la foglia europea e raccolgono consensi, non dispongono di vigoria personale, né di base adamantina da cui sparare le loro  modeste ogive.
  La Russia, l'India, il Brasile hanno tenuto una riunione. Se daranno vita a un'alleanza efficiente tanto da rompere il mondialismo occidentale non si sa. Nell'alleanza finanziaria asiatica, il Paese a stelle e strisce si è rifiutato di entrare. Sarà per sabotarla che si è fatta esplodere la bolla cinese, provocando il crollo della borsa gialla? La precedente pompata di quei titoli azionari non sarà stata artefatta? In ogni caso, la speculazione deve averci lavorato come al solito lavora.
   Il commentatore e, quindi il giornale che lo ospita, non si curano dei colpi di mano borsistici e del pericolo che rappresentano. Il governo di Pechino ha immediatamente preso misure drastiche e minacciose, cui hanno fatto seguito le risalite degli indici ai livelli di prima. Botta e risposta. Però i bene informati ci rendono edotti del conflitto, esistente nel regno del Dragone, tra i poteri pubblici e i colossi produttivi, bensì contenenti partecipazioni sostanziose di investitori stranieri. Il Dragone si morde la coda? Il Dragone possiede un bel po' del debito pubblico americano. L'intricata matassa forse garantisce che la lotta fatta di mosse e contromosse è soggetta a un freno, e la pace sopravviverà.
  Tuttavia la matassa è ben più vasta, si estende alla Russia, al Vicino Oriente, all'Africa e, prima o poi, chissà? anche al Giappone. Non sono certo rose e fiori per Washington, il cuore dell'ingiustizia sociale, il centro da cui emana l'ignominia delle perversioni legalizzate. Ma donde verranno rose e fiori che coprano la terra?
  In tanto garbuglio, evidentemente una rinascita sarebbe possibile, come per il passato, solo in un'area circoscritta, tirata fuori dai tentacoli caccosi e zuccherati, terragni e sodomitici, anche a prezzo dell'orgogliosa autarchia.
  Finché i migliori pubblicisti di fogli diffusi non sanno da che parte stia il cielo azzurro, il cielo di Dio e dell'onore, la speranza finisce nel vicolo-sentina.

Piero Nicola

   

mercoledì 8 luglio 2015

LA TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE: UNA FAVOLA DIABOLICA E DEMENZIALE (di Emilio Biagini)

Il saggio di Julio Loredo Teologia della liberazione. Un salvagente di piombo per i poveri, edito da Cantagalli di Siena nel 2014, è un profondo e documentatissimo studio sull’inquietante realtà della cosiddetta “Teologia della liberazione” (Tdl), uno studio che si segnala anche per la nitidezza didattica, che ne farebbe un ideale testo universitario, se solo l’università italiana non fosse marcia di omocrazia e di mafie delle cattedre.
La Tdl è tornata di recente alla ribalta dopo un lungo periodo di oscuramento dovuto a varie condanne papali, mai però abbastanza drastiche da impedire alla funesta ideologia di rialzare la testa, grazie alla serpentina capacità dei suoi esponenti di minimizzare e distorcere i pronunciamenti contro di loro, e al tradimento di una consistente parte del clero. Vale la pena di ricordare le terribili parole profetiche rivolte, mentre ancora durava la seconda guerra mondiale, alla mistica Maria Valtorta dal Divino Maestro: “La Chiesa non sarà colpita che dalla Chiesa”.
Mentre il Papa emerito Benedetto XVI, in una recente intervista ricordava che occorre opporsi alla Tdl proprio “per amore dei poveri e a pro del servizio che va reso loro”, Papa Francesco, con le sue imprudenti iniziative, come incontri con “teologi” Tdl, prefazioni papali a loro libri, scomuniche tolte, concelebrazioni insieme ad essi, e via deragliando, ha permesso agli osservatori laicisti di parlare di “sdoganamento” della Tdl. Al ravvivarsi della Tdl contribuisce naturalmente anche la grave crisi economica globale, risultato della denatalità propugnata dai “padroni del mondo”, come ben rileva il grande economista Ettore Gotti Tedeschi, non a caso cacciato dalla direzione dello Ior perché non in linea con le direttive della massoneria vaticana.
Non i poveri amano i “teologi” Tdl, ma la povertà (altrui) e amano in particolare quei poveri livorosi e pieni di invidia che si prestano a farsi strumenti rivoluzionari per consegnare debitamente il potere a lorsignori, e soltanto quelli. Nessuna compassione, invece, per i poveri fedeli alla Chiesa, ossia per la stragrande maggioranza. La Tdl è un “salvagente di piombo per i poveri” (secondo l’appropriata definizione del teologo gesuita Horacio Bojorge), un coacervo di menzogne eretiche abilmente propagate attraverso le “Comunità ecclesiali di base” (Ceb), che ne costituiscono una delle maggiori cinghie di trasmissione.
La catastrofica ideologia è ben nota a Julio Loredo, che l’ha sperimentata sulla propria pelle e ha dovuto fuggire, ancora giovanissimo, dal natìo Perù, sotto la dittatura assassina del generale Juan Velasco Alvarado (1910-1977), che aggravò in modo terribile la situazione dei poveri e represse nel sangue ogni sollevazione proprio di quei poveri che, a parole, doveva difendere. Solo col ritorno all’economia di mercato, il Perù poté risollevarsi e ridurre in modo significativo la povertà. Del tutto analoga è l’esperienza di altri Paesi latinoamericani lanciatisi nella disastrosa esperienza comunista. Menzogne su menzogne stanno dietro anche al Movimento dei Senza Terra del Brasile, dove esistono enormi estensioni di terra vergine che richiedono una usucapione di soli due anni, per cui niente di più facile che diventare proprietari terrieri. Mai avrebbe potuto la Tdl guadagnare consensi nell’America Latina, massicciamente cattolica, senza l’aiuto di un cospicuo numero di preti e prelati traditori.
La Tdl nasce in linea diretta dalla confluenza del “cattolicesimo sociale” (divenuto “cristianesimo democratico” e infine “socialismo cristiano”), e del “cattolicesimo liberale” (divenuto “modernismo” e infine “Nouvelle Théologie”): due correnti esiziali per la retta dottrina e per un’autentica cura dei poveri. Dalla giusta preoccupazione per le condizioni del proletariato urbano, nato dalla rivoluzione industriale, si sviluppò il “trasbordo ideologico” (per usare l’efficace espressione di Plinio Corrêa de Oliveira), che portò i Circoli cattolici operai francesi ed altre consimili organizzazioni europee, verso il socialismo statalista, sotto l’influsso delle idee egualitarie ereditate dalla Rivoluzione Francese: eliminato il Re, occorreva togliere di mezzo anche i “re” della sfera economica. Dall’ala populista del cristianesimo sociale, e all’insegna dell’ambiguità dottrinale, nacque quindi la democrazia cristiana, la cui caratteristica di fondo era la rinuncia all’ideale di un ordine sociale cattolico, con una perversa capacità di trascinare verso l’estrema sinistra uomini di destra e soprattutto centristi ingenui: ecco quindi il famigerato “centro che ci portò a sinistra”, secondo l’illuminante espressione del Prof. Roberto De Mattei.
Molte radici cattoliche tradizionali, in Francia e altrove, furono troncate dalla deriva a sinistra dell’Azione cattolica, sotto il peso di pseudocattolici deragliati ma di grande peso nel panorama culturale e sociale, come Jacques Maritain e Emmanuel Mounier. La Tdl è figlia della nefasta penetrazione di tendenze moderniste e democratico-cristiane nell’Azione cattolica, in Francia, in Italia e nell’America latina, ed è arrivata a propagarsi anche nel Nord America, tra gli ispanici e gli Amerindi. In Italia la deriva democristiana giunse ad approvare senza batter ciglio leggi tanatofile come divorzio e aborto, mentre sotto la protettrice ala di una Chiesa deragliata covava l’uovo avvelenato delle Brigate Rosse.
L’autore traccia, con grande competenza storica e dovizia di documenti, la progressiva degenerazione del pensiero cattolico, dalla vigliaccheria di una parte del clero che apostatò aderendo alla Rivoluzione francese, alle farneticazioni liberali di adeguamento allo “spirito del tempo” a discapito della fedeltà all’eterno Magistero, al delirio di “rivoluzioni moderne come opera di Dio” e di “Cristianesimo come propulsore del processo rivoluzionario”. Un estremista che si espose in questo senso, come Robert de Lamennais, finì scomunicato; ma l’opera demolitrice, non sufficientemente contrastata dalle gerarchia, continuò con il più scaltro Henri Lacordaire. L’Ottocento è il secolo delle rivoluzioni, culminate nel 1848, che vede una vera ondata anticristica di stampo chiaramente massonico investire tutta l’Europa, e l’arcivescovo di Parigi, mons. Denis Auguste Affre, assassinato dalla plebaglia in rivolta mentre tentava di calmare gli animi, come aveva profetizzato nel 1830 la Santissima Vergine a santa Caterina Labouré nelle apparizioni della Rue du Bac.
Stendiamo un pietoso velo di silenzio sull’inesorabile avanzata del cosiddetto “risorgimento” sull’infelice Italia, divorata pezzo per pezzo dal regime sabaudo-massonico con la complicità della massoneria anglo-americana, a partire dal 1815 (stupro della Repubblica di Genova) fino al 1870 (stupro finale dello Stato della Chiesa), passando per il massacro del Mezzogiorno d’Italia (1860) e l’ingloriosa conquista del Veneto (1866), ottenuta grazie alle baionette prussiane. Invano il Santo Padre Pio IX puntualizzava lucidamente gli errori moderni e i mali della società contemporanea con la fondamentale enciclica Quanta cura e con il Syllabus errorum. A braccetto con il laicismo massonico, il “cattolicesimo” modernista, già allora padrone della stampa “che conta”, procedeva a rullo compressore schiacciando la Verità evangelica e illudendosi di poterla distruggere. A gente abituata a ragionare solo in termini di potere umano pareva infatti che, eliminando il potere temporale della Chiesa, l’intera Chiesa sarebbe caduta.
La Chiesa non cadde, ma dopo l’intransigenza di Pio IX, la linea dialogante del suo successore Leone XIII (salito al Soglio pontificio nel 1878) con lo Zeitgeist, facilitò l’infausta ascesa della democrazia cristiana, mentre nella Belle Epoque dilagava uno spirito ottimista e buonista. Vi si aggiungeva il diffondersi dell’“americanismo”, basato sull’illuminismo anglo-scozzese, meno radicale e violento di quello continentale, più sorridente e moderato, e proprio per questo più insidioso, portatore di liberalismo, democrazia e riconciliazione con il mitico “spirito dei tempi”. L’americanismo finì per alimentare il modernismo, le cui dottrine erano sempre più gravemente sovversive della retta dottrina.
Vi era anzitutto una funesta infatuazione per il mondo moderno (pensiero agnostico derivante dall’idealismo kantiano, metodo storico-critico sviluppato dai protestanti per impugnare i fondamenti storici della Rivelazione, filosofia dell’azione sviluppata da Maurice Blondel e altri, e infine darwinismo usato per scardinare la Verità biblica). A ciò si aggiungeva la sovversione della dottrina cattolica, l’incoerenza (col rigetto del principio di non contraddizione, per cui l’assurdo non sarebbe più segno di errore), l’anti-intellettualismo e l’agnosticismo (il delirante “slancio vitale” di Bergson che sfocia nell’immanentismo, per cui Dio non è una Persona, ma un “puro divenire”). Si giunse così alla blasfema affermazione secondo cui Nostro Signore non avrebbe voluto fondare una Chiesa, e, peggio, alla critica storica volta a negare o almeno a mettere in dubbio la natura divina di Gesù, in base al postulato agnostico secondo cui l’unico campo accessibile alla nostra conoscenza sarebbe quello dei fenomeni sensibili.
Ed ecco finalmente, ad opera di Leone XIII, la condanna del modernismo, con l’enciclica Providentissimus Deus, del 1893, al solito formulata a base di vaselina, evitando di condannare direttamente persone o libri, lasciando quindi ampie scappatoie ai distruttori della Fede. Più energica fu la condanna di san Pio X, con l’enciclica Pascendi dominici gregis e con altre importanti iniziative come l’istituzione del giuramento antimodernista col motu proprio Sanctorum Antistitum. Ma il modernismo sopravvisse con mezzi subdoli, segretezza e “massoneria cattolica”, tutti mezzi confermati dagli stessi progressisti, come il teologo svizzero Hans Küng, e non senza l’aperta disobbedienza di non pochi vescovi, per cui il santo Pio X, nell’aprile 1912, confidava all’amico mons. Alfonso Archi, vescovo di Como, di sentirsi abbandonato da tutti. La crisi della Chiesa non è dunque cosa recente, apparsa solo con postconcilio, come taluno ottimisticamente afferma: al contrario essa affonda le sue radici assai indietro nel tempo, come ben sottolinea l’insigne storico Prof. Roberto De Mattei nel suo fondamentale studio sul Vaticano II.
Morto san Pio X, il 20 agosto 1914, affranto per non aver potuto fermare l’immane, inutile massacro, il suo successore Benedetto XV condannò ripetutamente il modernismo, ma attenuando nella pratica l’opposizione all’eresia, mentre i modernisti rialzavano la testa. Ma il guaio peggiore era costituito dai “modernizzanti” o “terzo partito”, il cui focolaio era la facoltà teologica della provincia domenicana francese di Le Saulchoir, cui si aggiunse la facoltà teologica di Lione-Fourvière. I modernizzanti, almeno in apparenza più moderati, si riconoscevano “figli di Lacordaire”, ed erano maestri di “belle formule”, giri semantici agli antipodi dal “sì sì no no” evangelico; e i libri che scrivevano contenevano le formulazioni più moderate, mentre quelle estremiste circolavano ugualmente in forma di samizdat ciclostilati. Fu da questo subdolo lavorìo che scaturì a poco per volta la Nouvelle Théologie, erede del modernismo e precorritrice della Tdl che, a partire dagli anni 1930, cominciò a diffondersi tra il popolo cattolico, grazie all’Azione cattolica deragliata e ad un’inquietante macchina propagandistica, forse legata alle forze oscure che miravano al sovvertimento della società. Va aggiunto che si era in piena epoca staliniana, e che ai servizi segreti sovietici di certo non potevano sfuggire i vantaggi che il dilagare dell’eresia in campo cattolico avrebbe recato alla causa del comunismo ateo. Prove del coinvolgimento del KGB nella stessa formulazione della Tdl furono successivamente trovate, come l’autore dimostra più oltre.
Quali le dottrine della Nouvelle Théologie? Anzitutto la tendenza ad ascoltare lo “spirito dei tempi”, e quindi il mondo, più che la Parola di Dio, con vera bramosia di “adattare” la dottrina cattolica al mondo, invece di convertire questo alla Verità, con la giustificazione (o scusa) di “rendersi più comprensibili agli uomini di oggi”, gettando via il bambino (la Verità stessa) insieme all’acqua sporca (certe carenze della teologia neoscolastica). Ne derivò la tragica deriva dottrinale, con errori concatenati gli uni negli altri.
Ecco quindi la penetrazione dell’esistenzialismo, dello storicismo, dell’immanentismo storico (la fonte della Rivelazione da ricercarsi nella storia), aggravata da una scelta faziosa dei fatti storici in cui Dio si rivelerebbe (non la consacrazione del mondo al Cuore Immacolato di Maria, non i risvegli spirituali in Francia, Spagna, Austria, non i messaggi di Fatima, che pure erano fatti storici di prima grandezza, ma piuttosto i movimenti sovversivi che spuntavano come funghi velenosi per ogni dove), e ancora la confusione tra il piano soprannaturale e quello naturale, una nuova ecclesiologia alla mercé delle circostanze storiche, uno spostamento dell’attenzione dalla Chiesa come Corpo Mistico alla Chiesa come “popolo di Dio”: una perdita del senso del sacro, sostituita da uno strisciante umanesimo.
La condanna della Nouvelle Théologie da parte del grande Papa Pio XII, con un serie di encicliche culminata con la fondamentale Humani generis del 1950, non sortì l’effetto sperato: l’insegnamento papale venne sottilmente minimizzato dai novatori. Venne poi Giovanni XXIII a riabilitare i “nuovi teologi”, aprendo le cateratte all’innovazione sfrenata e alla penetrazione del “fumo di satana nel tempio”, come dovette riconoscere Paolo VI, senza peraltro prendere gli energici provvedimenti che la situazione richiedeva.
I tempi erano maturi per il lancio della Tdl, nata in America latina sotto l’influsso del ribollire della Nouvelle Théologie europea. L’autore, con un colpo d’ala di profonda erudizione storica, rivolge indietro l’attenzione anche alle radici remote della Tdl, che affondano nella gnosi dell’Antichità e nelle correnti pauperiste, utopistiche ed eretiche sorte nell’autunno del Medioevo e perpetuate dai millenaristi della sinistra protestante, dall’illuminismo, dall’anarchismo, dal socialismo utopico, fino a quello “scientifico” di Marx.
Le fondamenta malate della Tdl (che non è propriamente una teologia perché di tutto parla fuorché di Dio) si comprendono bene ponendole a confronto con la retta dottrina cattolica. La ragione umana, pur viziata dal peccato originale, è capace di conoscere Dio, ma in modo limitato. Alle limitazioni umane Dio viene incontro con la Rivelazione soprannaturale accettata dalla Fede per Divina Autorità: ciò costituisce il Depositum Fidei. Ma la Tdl non ha Dio per oggetto, inverte il processo teologico perché parte dalle situazioni contingenti invece che dalla Rivelazione, non ammette che la Rivelazione stessa sia conclusa con la morte dell’ultimo apostolo, considera come principale locus theologicus i “poveri” e gli “oppressi”, si vale come strumento teologico del marxismo ateo. Quando è divenuto impossibile mascherare il totale fallimento dell’analisi marxista, con anguillina capacità di mistificazione, i propugnatori della Tdl hanno spostato il tiro su altre situazioni di vera o immaginaria ingiustizia, fino al femminismo e alla delirante ideologia del gender.
La rivoluzione sarebbe dunque la fonte della Rivelazione. La Tdl inizia con l’insurrezione; soltanto le persone effettivamente impegnate in un attivismo rivoluzionario sarebbero in contatto diretto con la Rivelazione, e quindi in grado di fare teologia. I “teologi” brasiliani Leonardo e Clodovis Boff, “pensatori” di punta della Tdl, affermano che solo dopo la prassi rivoluzionaria viene il momento dell’analisi teologica, la quale mira aggressivamente alla distruzione dell’ordine esistente, e riduce i sedicenti “teologi” ad “intellettuali organici” della rivoluzione (o meglio della sovversione) socioecclesiale. Le azioni di Dio sarebbero soggette non al discernimento della gerarchia, ma a quello collettivo delle comunità, in pratica plagiate dalle minoranze radicali e dai cosiddetti “profeti”, punta di lancia delle minoranze radicali. Uno di tali “” era il vescovo “” Helder . Nei fatti, abbattuti i paraventi ideologici, si tratta evidentemente dei soliti rivoluzionari di professione pronti ad insediarsi nelle poltrone lorde di sangue dopo che gli assassini da loro aizzati hanno finito il loro lavoro.
Il nucleo dottrinale della Tdl nasce dal rifiuto della trascendenza e quindi in un immanentismo che tuttavia non è mai chiarito a fondo. Il concetto di un Dio trascendente e personale viene rifiutato sulle tracce di Hegel, perché sarebbe un divino estraneo infinito che governa il mondo finito dall’alto, un essere “alienante”. L’idea di un Dio trascendente si sarebbe formata per un processo psicologico cervelloticamente ricostruito da Gregory Baum risuscitando il fatiscente mito rousseauiano del “buon selvaggio”, il quale, per un misterioso “peccato originale”, avrebbe perso la capacità di amare e vivere una vita riconciliata; così ”lacerato” l’uomo si sarebbe appellato al potere ordinante di un Dio trascendente. Mentre la sensazione di un Dio immanente darebbe luogo a una “religione buona”, l’idea di un Dio trascendente e personale sarebbe fonte suprema di tutte le alienazioni e legittimerebbe ogni oppressione nella società. Solo la liberazione da questa idea di Dio consentirebbe di avere una società libera. Inutile chiedere ai propugnatori di una simile favola di offrire uno straccio di dimostrazione delle loro idee: la rivoluzione spara e non ha bisogno di cervelli ragionanti.
Dio diventa l’“energia pulsante nel cosmo”, sparisce la creazione del mondo dal nulla, si cancella la distinzione tra ordine naturale e ordine soprannaturale, l’energia è l’anima di tutto e il “nome attivo di Dio”. Non vi sarebbe alcuna separazione soggetto-oggetto, ma l’uno staree dentro l’altro in una “comunione di amore” e, secondo Joe Holland, uno dei più scatenati in questo diabolico sabba, “quando Dio ha creato il mondo è stato come una comunione sessuale” (sic).
La Rivelazione sarebbe immanente: ne sarebbero fonte il corpo umano e i nostri movimenti interiori; corollario inespresso ma inevitabile è che l’anima umana resta in tal mondo esposta a qualsiasi vento di sensualità e a qualsiasi “movimento interiore” piaccia al diavolo ispirarle. Il Regno di Dio diventa quindi utopia popolare, libertaria e ugualitaria; un’utopia temporale “realizzata nel mondo, escatologia: è il lieto fine della totalità della creazione in Dio”, predica Leonardo Boff. Costruire il Regno significa lottare contro le “oppressioni” politiche, sociali, culturali, razziali e sessuali. I più vicini al Regno di Dio sarebbero stati i Paesi comunisti, inclusa l’Urss, nei cui confronti il famigerato Leonardo Boff si espresse in termini elegiaci.
Man mano che il fallimento del comunismo appariva sempre più inevitabile, gli imperterriti menestrelli della Tdl, ben lungi dal dire: “Scusateci, abbiamo sbagliato”, andavano oltre, su linee già astutamente preparate in precedenza, verso un’enigmatica “liberazione del cosmo”, con la rinuncia allo sfruttamento industriale delle risorse naturali e il ritorno a un mondo tribale. Questo delirio non ha mancato di approdare alle Nazioni Unite, espressione del mondialismo sfrenato dei padroni del mondo, con i quali i “teologi” deragliati, sedicenti nemici di tutte le oppressioni, sono evidentemente in combutta. Nel 1979 l’Unesco ha varato la Dichiarazione universale dei diritti dell’animale, e nel 2000 la Carta universale dei diritti delle altre specie; intanto si sta covando una carta dei “diritti dei vegetali”. E perché – si chiede ironicamente l’autore – questo delirio iconoclasta non dovrebbe arrivare ad includere la “liberazione” del regno minerale?
Emergendo dalla confusione semantica tipica del loro modo subdolo di esprimersi, che usa le tradizionali parole della teologia per intendere tutt’altro, i “teologi” della Tdl devastano il concetto stesso di Chiesa. Nostro Signore avrebbe inteso soltanto predicare il Regno, e la Chiesa sarebbe stata istituita dagli apostoli, visto che il Regno tardava. La vera Chiesa immanente si costruirebbe lungo la storia seguendo i cambiamenti socioeconomici, e in particolare dipenderebbe dalle trasformazioni del modo di produzione, diverrebbe “pneumatica” e “cosmica”, “democratica”, “ugualitaria”. E poiché la Chiesa istituzionale sarebbe “alleata degli oppressori”, si renderebbe necessaria una lotta di classe al suo interno, parallela a quella all’interno della società: preti contro vescovi, fedeli contro preti. Purissimo distillato di satanismo, perfettamente in linea con la natura del diavolo: “colui che divide”.
Non stupisce affatto, a questo punto, constatare che in questa totale sovversione della Verità, del buon senso e della carità, abbia avuto un ruolo di primo piano il regime sovietico. Lo dimostrano documenti dell’Accademia delle Scienze dell’Urss e informazioni da disertori sovietici, come il generale Ion Mihai Pacepa, il più alto ufficiale del KGB mai passato all’Occidente: la vera fonte della Tdl sarebbero i laboratori di guerra psicologica del KGB, e, fino a che l’Urss crollò sotto il peso delle proprie insanabili contraddizioni interne, i “teologi” deragliati furono i perfetti utili idioti dell’imperialismo sovietico.
Uno dei più celebri di tali personaggi fu l’arcivescovo brasiliano Helder Câmara, “profeta” della rovina della Chiesa, per il quale, il 25 febbraio 2015, si è aperta la causa di beatificazione (mentre è stata vergognosamente negata per un’anima dolcissima e obbedientissima alla Chiesa, come la mistica e grande veggente Maria Valtorta). Il “profeta” Câmara arrivò a scrivere (vedi Tradizione, Famiglia, Proprietà, giugno 2012): “Ho sognato che il Papa diventava pazzo e, con le proprie mani, appiccava il fuoco al Vaticano e alla Basilica di San Pietro. Sacra Pazzia! Lo stesso Dio soffiava sul fuoco e i pompieri invano cercavano di estinguerlo. Il Papa pazzo se ne andava per le vie di Roma mandando via tutti gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede, buttando via la tiara nel Tevere e distribuendo ai poveri tutti i soldi del Banco Vaticano. Che vergogna per i cristiani! Perché un Papa possa vivere il Vangelo, dobbiamo immaginarlo totalmente pazzo!” Espressioni che, in bocca a chiunque, e tanto più ad un alto prelato di Santa Romana Chiesa, fanno ben comprendere come la Tdl, più che una questione di teologia, sia un problema psichiatrico.

Emilio Biagini

ULTIMATUM ALLA TERRA: LE MEGABANCHE MONDIALISTE NON PERDONANO (di Emilio Biagini)

Con il titolo originale “The day the Earth stood still”, prodotto dalla Twentieth Century Fox e interpretato da Michael Rennie in veste di alieno e diretto da Robert Wise (che dirigerà poi il buonista e pacifista Star Trek), questo film del 1951 propone l’edificante storia ultrapacifista del disco volante che un bel giorno atterra a Washington. Ne esce Michael Rennie pieno di buone intenzioni, ma subito uno dei militari mandati a circondare l’astronave gli spara, ferendolo. Esce allora dal velivolo alieno un gigantesco robot che dirige un raggio su tutte le armi presenti, distruggendole. Il ferito viene portato all’ospedale, dove in brevissimo tempo guarisce, grazie non alle cure dei medici terrestri ma per le sue straordinarie conoscenze mediche extraterrestri.
Rennie chiede di parlare a tutti i governanti dell’umanità, avendo cose importantissime da comunicare, ma ciò non è possibile in un mondo diviso dalla guerra fredda (e anche un po’ calda: era infatti in corso la guerra di Corea). Allora evade, con estrema facilità, naturalmente, dall’ospedale e si mescola con la gente. Grande agitazione nelle alte sfere e anche in quelle medie e basse: che avrà in mente quello spaventoso alieno? Rennie trova alloggio in una pensione e fa amicizia con un bambino decenne, grazie al quale entra in contatto con il professor Barnhardt, un grande scienziato che assomiglia molto ad Einstein: non riuscendo a parlare con i politici, pensa di comunicare con l’umanità attraverso gli scienziati.
Barnhardt, che intuisce l’importanza della missione di Rennie, acconsente ad organizzare una grande conferenza di scienziati, ai quali l’extraterrestre potrà parlare, dopo aver dato una dimostrazione di forza per ammorbidire le resistenze. Ma le faccende si complicano perché la madre del bambino (che è vedova di guerra) comincia a preoccuparsi, e più si preoccupa il corteggiatore di lei che vede in Rennie un potenziale rivale. Nella notte Rennie esce dalla pensione, raggiunge il disco volante e comunica mediante segnali luminosi con il robot, il quale mette fuori combattimento, senza ucciderli, i due soldati di guardia. Così l’alieno può entrare nell’astronave e predisporre la dimostrazione di forza, che consisterà nel togliere la luce elettrica all’intero pianeta per una mezz’ora, con significative eccezioni (ospedali e aerei in volo).
Ma il bambino lo ha seguito e ha così scoperto la sua identità, e ne informa la madre e il corteggiatore di lei. Rennie e la madre del bambino restano bloccati in ascensore dal black out, e l’alieno ha la possibilità di spiegarle la sua missione. Ma il corteggiatore, fra la gelosia e il miraggio di una ricompensa, lo denuncia alle autorità. Si apre così la caccia a Rennie, che viene abbattuto dai soldati. Prima però egli ha avuto il tempo di avvertire la vedovella dell’estrema pericolosità del robot, che nel frattempo, per neutralizzarlo, è stato incapsulato in un parallelepipedo di resistentissima resina. Manco a dirlo, non appena Rennie è  fuori combattimento, il robot si libera con estrema facilità della plastica e comincia la sua opera di distruzione. Fortunatamente la vedova riesce a fermarlo pronunciando una formula di comando che Rennie le aveva insegnato.
Il robot rapisce la donna, chiudendola nell’astronave parcheggiata e va poi a prendere il cadavere di Rennie, porta anche questo nel disco volante e lo risuscita (ovviamente piccole magie facilissime per gli extraterrestri). Intorno all’astronave si è intanto radunata la conferenza degli scienziati, dalla quale esce il risorto Rennie che arringa la folla spiegando che gli extraterrestri sono preoccupati della crescente potenza distruttiva delle armi terrestri, che potrebbe finire per fare la bua anche agli altri pianeti. Loro, gli extraterrestri hanno escogitato un metodo per mantenere la pace: hanno costruito una sorta di “polizia” formata da robot dalla potenza praticamente illimitata che annientano chiunque intraprenda un’azione offensiva. In questo modo, liberati dalle guerre, gli extraterrestri vivono in pace sviluppando scienze ed arti. Attenti terrestri, se continuerete a fare i cattivi, finirete distrutti, perché i nostri robot non perdonano.
Terminata l’arringa, Rennie se ne riparte col suo disco volante lasciando gli allibiti terrestri a meditare. Mentre quelli meditano, è il caso di fare un po’ di meditazione anche noi, rispondendo a qualche probabile domandina dei lettori che eventualmente fossero arrivati fin qui invece di passare, sbadigliando, ad un’altra schermata.
1) Perché ripescare una pellicola vecchissima, che appartiene ormai alla preistoria del genere cinematografico di fantascienza?
Perché, come spesso avviene con la fantascienza, non si tratta di una semplice storia fantastica. Contiene infatti un messaggio sociologico ben preciso.
2) Chiaro. Si tratta di un messaggio pacifista dettato dalla paura di una possibile guerra atomica. Non è così?
Questa è solo una parte del problema, e probabilmente non la più importante.
3) E allora qual è la parte più importante del messaggio?
È una sottile esortazione al mondialismo che promana, e non da ieri, dai circoli megafinanziari di Wall Street, e in generale dall’imperialismo americano, perché il mondo nuovo sognato da Rockefeller, Rotschild, Morgan, e compagnia cantante, deve naturalmente recare lo stampino a stelle e striscie.
4) Ma Rockefeller e gli altri non sono ebrei?
Esatto. La finanza di Wall Street è in gran parte in mano a grandi famiglie ebree. Si aggiunga l’aspetto palesemente ebraico nonché einsteiniano del grande scienziato, l’unico in tutto il pianeta che capisce Rennie e lo aiuta. Si aggiunga pure un altro piccolo particolare: il nome del tremendo robot che potrebbe distruggere tutta la terra ma non lo farà se sarete buoni.
5) E come si chiama?
Si chiama Gort.
6) Ebbene?
Gort richiama immediatamente Golem, non solo nel nome, ma anche nei suoi straordinari poteri. Ecco un estratto dalla voce “Golem”, da Wikipedia, che chiarisce molte cose.

Secondo la leggenda chi viene a conoscenza della Qabbalah, e in particolare dei poteri legati ai nomi di Dio, può fabbricare un golem, un gigante di argilla forte e ubbidiente, che può essere usato come servo, impiegato per svolgere lavori pesanti e come difensore del popolo ebraico dai suoi persecutori. Può essere evocato pronunciando una combinazione di lettere alfabetiche.
Si dice che il Golem sia stato formato attraverso il testo Sefer Yetzirah: esso risale alla sapienza di Avraham e si distingue per l'esegesi sui segreti dell'alfabeto ebraico, delle Sefirot nel legame con l'anatomia del corpo umano, con i pianeti e con mesi, giorni e segni zodiacali: queste tre figure - l'uomo, il mondo e l'anno - rappresentano tre testimoni completi. Il maestro che voleva formare un Golem, così si racconta, si serviva delle lettere ebraiche.
Il Golem era dotato di una straordinaria forza e resistenza ed eseguiva alla lettera gli ordini del suo creatore di cui diventava una specie di schiavo, tuttavia era incapace di pensare, di parlare e di provare qualsiasi tipo di emozione perché era privo di un'anima e nessuna magia fatta dall'uomo sarebbe stata in grado di fornirgliela.
Nell'opera di Ahimaaz ben Paltiel, cronista medievale del XII secolo, si narra che nel IX secolo un rabbino, Ahron di Bagdad, scopre un golem a Benevento, un ragazzo a cui era stata donata la vita eterna per mezzo di una pergamena. Sempre alla fine del IX secolo, secondo la cronaca di Ahimaaz, nella città di Oria risiedevano dei sapienti ebrei capaci di creare golem, i quali smisero di praticare questa attività dopo una divina ammonizione.
Si narra che nel XVI secolo un sapiente europeo, il rabbino Jehuda Löw ben Bezalel di Praga, cominciò a creare golem per sfruttarli come suoi servi, plasmandoli nell'argilla e risvegliandoli scrivendo sulla loro fronte la parola "verità" (in ebraico אמת [emet]). C'era però un inconveniente: i golem così creati diventavano sempre più grandi, finché era impossibile servirsene: il mago decideva di tanto in tanto di disfarsi dei golem più grandi, trasformando la parola sulla loro fronte in "morto" (in ebraico מת [met]); ma un giorno perse il controllo di un gigante, che cominciò a distruggere tutto ciò che incontrava. Il Golem, non come deità ma come una sorta di angelo, la cui natura nella Qabbalah è segreta, però creato dal maestro in grado di unirne il potere spirituale alla Volontà di Dio, si racconta operasse anche per la difesa di alcune comunità ebraiche dell'Europa orientale. Ripreso il controllo della situazione, il mago decise di smettere di servirsi dei golem che nascose nella soffitta della Sinagoga Vecchia-Nuova, nel cuore del vecchio quartiere ebraico, dove, secondo la leggenda, si troverebbero ancora oggi.

La bufala mondialista ha dunque radici antiche e si nasconde perfino nella più innocua fantascienza.

Meditate, gente, meditate.

Emilio Biagini