mercoledì 11 maggio 2016

IL COLPO DI GRAZIA (di Piero Nicola)

  È stato vibrato il colpo di grazia alla Legge di Dio presso gli umani. Il governo dell'ultima rivoluzione progressista ha messo la fiducia sulla legge che istituisce il simil-matrimonio degli omosessuali, con tutte le conseguenze giuridiche che equipareranno i diritti di tale unione contronatura a quelli matrimoniali.
  Ciò che avverrà nella legislazione dopo questo apice sarà ormai qualcosa di minore, per quanto perverso possa dimostrarsi.
  Quello che figurerebbe essere il tutore dei diritti dell'Onnipotente sta a guardare. Il principale occupante del Vaticano tace di fronte al mondo cattolico e al mondo intero. Il presente delitto di omissione si aggiunge platealmente a tutti gli altri misfatti fin qui commessi.
  "Il governo ha le sue logiche, le sue esigenze, probabilmente avrà anche le sue ragioni, ma il voto di fiducia, non solo per questo governo ma anche per quelli passati, spesso rappresenta una sconfitta per tutti", ha dichiarato mons. Nunzio Galantino, comparso alla televisione.
  Il segretario generale della C.E.I. non si è smentito. Altra volta aveva rilasciato il medesimo rilievo. Per lui la questione non è l'empietà della norma introdotta, ma "il voto di fiducia". È sottinteso che se il governo non avesse posto la fiducia, il palamento democratico, libero da condizionamenti, avrebbe avuto la lecita facoltà di approvare una legge oltremodo iniqua.
  D'altra parte, Bergoglio, interrogato su questa materia, non rispose forse ai giornalisti che non si immischiava nelle faccende delle civili istituzioni?
  D'altra parte, la legalizzazione dei matrimoni di persone dello stesso sesso, con diritto di adottare figli, è già entrata in vigore anche in paesi cattolici (Spagna, Irlanda) e il presunto capo del cattolicesimo si è astenuto dal fare commenti e critiche.
  Dunque il cerchio si chiude in Italia, a Roma. Questo pseudo-clero si è condannato da solo.

  In Roma un uomo, che non si può dire esemplare, il candidato all'elezione a sindaco della Città Eterna Alfio Marchini, ha avuto un repentino moto di onestà, la sua coscienza ha parlato: "Non celebrerò unioni gay" ha detto pubblicamente.
  Agli avversari politici non è parso vero. Il Giornale così riporta l'investimento da lui subito:
  "Alfio Marchini vuole essere un sindaco che non rispetta la legge, un bel biglietto da visita", attacca Monica Cirinnà, relatrice della legge, "Le unioni civili, una volta approvate definitivamente dal Parlamento non sono derogabili per scelta politica. Se Marchini, come ha annunciato, non celebrerà le unioni civili tra persone dello stesso sesso non soltanto andrà contro i diritti dei cittadini romani, ma anche contro una legge dello Stato con tutte le conseguenze civili e penali. Ricordo a Marchini, che esiste l'articolo 328 del codice penale sull'omissione degli atti d'ufficio e che il sindaco giura sulla Costituzione, impegnandosi a rispettare la legge. Marchini non intende giurare sulla Costituzione? Di certo siamo di fronte alla prima dichiarazione omofoba di un candidato a sindaco per blandire gli elettori di destra".
  La parlamentare, in un certo senso, si contraddice. Se Marchini si pone fuori della legge, mette se stesso anche fuori gioco, perciò blandirebbe invano qualsiasi elettore.
  Inoltre è singolare come uno possa affermare un'idea omofoba, se non è stata omofoba per secoli e fino a ieri. La recente scoperta di certi diritti degli omosessuali chiama delinquente il fior fiore dei galantuomini e dei giuristi stimati fino a pochi anni fa!
  Ma non pretendiamo la saggezza dagli invasati del sacro fuoco progressista.
  Il giorno dopo, Marchini ha precisato che con "unioni" intendeva i "matrimoni" e che non discute l'osservanza delle legge statali. Nessuna meraviglia. La razza dei politici democratici è allergica a ogni forma d'eroismo; per non lasciare la loro posizione essi rinnegano se stessi, ovvero il loro lato migliore e la verità.
  Sta di fatto che i galantuomini e i timorati di Dio, veri fedeli cattolici, devono prepararsi a una nuova era di persecuzione proprio... illiberale. Beninteso, i falsi ed iniqui diritti umani già da tempo imperversano, ma d'ora in avanti è prevedibile che il sopruso diventi molto duro.

Piero Nicola


sabato 7 maggio 2016

"IO SONO LA VERITÀ" (Gv. 14, 6) (di Piero Nicola)

  "Sono venuto nel mondo per rendere testimonianza alla verità" (Gv. 18, 37). "La parola rivelatrice di Cristo è 'la verità' [...] Non significa soltanto, come certi teologi protestanti sono propensi a credere sotto l'influsso della filosofia esistenzialistica, un incontro personale fra Dio e l'uomo, in cui Dio si presenta all'uomo esigendo ubbidienza, ma anche verità della conoscenza, cioè un insegnamento su Dio e le sue vie della salvezza che l'intelletto è invitato ad accettare con fede" (Enciclopedia Cattolica, vol. XII, col. 1274). E "bisogna che essa diventi verità di azione e di vita" (Ibid.)
  Dunque la verità è indispensabile strumento di salvezza, comprensibile o rivelato e conforme alla comprensione, definito nella lettera della Rivelazione (Scrittura e Tradizione = Deposito della Fede), oggetto univoco della Fede, non opinabile, non errato, non eresia (spaccio di una falsa divina verità). "Poiché una verità non può contraddire ad un'altra, dichiariamo pienamente falsa ogni asserzione che contraddica alla verità della fede illuminata" (V Concilio Lateranense). "Quantunque non ve ne sia un altro [Vangelo], ma vi sono alcuni che vi turbano e vogliono stravolgere il Vangelo di Cristo. Ma quand'anche noi, o un angelo del cielo, evangelizzi a voi oltre quello che abbiamo a voi evangelizzato, sia anatema. Come dissi per l'innanzi, dico anche adesso: Se qualcuno evangelizzerà a voi oltre quello che avete appreso, si anatema" (Gal. 1, 7-9). Più volte la Sacra Scrittura stabilisce la verità (realtà) dell'eresia contraria alla Verità. "Chiunque è per la verità ascolta la mia voce" (Gv. 18, 37).
  "Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità. La tua parola è verità. Come tu mi hai andato nel mondo, anch'io li ho mandati nel mondo; per loro io consacro me stesso, perché siano anch'essi consacrati nella verità" (Gv. 17, 16-19).
  "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi sempre, lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli dimora presso di voi e sarà in voi" (Gv. 14, 16-17).
  "Ora vi dico la verità: è bene per voi che io me ne vada, perché se non me ne vado, non verrà a voi il Consolatore [...] E quando sarà venuto, egli convincerà il mondo quanto al peccato, alla giustizia e al giudizio [...] Quando verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera" (Gv. 16, 7-13).
  Lo Spirito Santo è assegnato da Dio alla Chiesa, che è custode e definitrice della verità da insegnare a tutte le genti per la loro salvezza.
  Dunque chi dimostra di non essere "per la verità" perché insegna e pratica un "altro Vangelo" non è della Chiesa, non vi appartiene, non può rappresentarla. Ci si può figurare Gesù, Capo del Suo Corpo Mistico, che ha promesso di stare con esso fino alla fine dei tempi (Mt. 28, 20), stare con chi non insegna e non pratica la sua Verità, non tutti i suoi comandamenti, stare con un simile suo rappresentante, incaricato di pascere le sue pecorelle (Gv. 21, 15-17) e di predicare alle altre fuori dell'Ovile (Gv. 10, 16) affinché osservino la sua verità e siano battezzate (Mt. 28, 19-20) (Mc. 16, 15-16), si può immaginare Lui unito a un eretico, a un traditore, da un Giuda novello? Non è davvero possibile. La scissione dev'essere insanabile.
  "Io sono la porta [di verità]: se uno entra attraverso me, sarà salvo [...] Io sono il buon pastore. Il mercenario invece, che non è buon pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde" (Gv. 10, 9-12). Ma il pastore che fa amicizia col lupo è assai peggiore di quello che fugge e al quale già "le pecore non appartengono".
  Quanti sono ormai gli esempi, mai smentiti, di questa empia amicizia con i sostanziali nemici del Buon Pastore! Infedeli, ebrei, atei.
  Di questi giorni, il Segretario di Stato Vaticano Pietro Parolin ha detto alla candidata all'elezione di sindaco di Roma Virginia Raggi, esponente di un partito ateo: "Le auguro di diventare quello che vuole". Il principale ha inviato, per il compleanno, un regalo sacro a Marco Pannella, ateo impenitente, promotore di leggi che gridano vendetta al cospetto di Dio.
  C'è stato molto di più. Il semplice e chiaro primo Comandamento (Verità delle verità) fu ed è negato continuamente e apertamente dal riconoscimento di un dio inventato e dall'apprezzamento di religioni false, condannate dalla Chiesa, che ha il compito di recare Dio vero. E la prescrizione di non fare proseliti nega il comandamento della missione evangelica. Inutile continuare con quant'altro da tempo conosciamo bene o da poco verificatosi.
  "Nel modernismo si congiunsero tendenze psicologistiche, storicistiche e pragmatistiche per spiegare il fatto della religione e la evoluzione dei dogmi. La verità dei dogmi non è che quella di simboli temporanei e quindi variabili di una realtà sempre inconoscibile. Pio X condannò nel decreto Lamentabili la proposizione: 'La verità non è più invariabile dell'uomo, poiché si sviluppa con lui, in lui e per mezzo di lui' (Denz-U, 2580). Similmente la recente encicl. Humanis generis affermò che la verità non varia di giorno in giorno (n. 30). La stessa enciclica vede anche nell'esistenzialismo un'insidia al valore assoluto della verità (n. 6)" (Enciclopedia Cattolica, vol. XII, col. 1277).
  "Affinché il possesso soggettivo [della verità] possa essere veramente fecondo per il singolo e per la società, l'oggetto deve costituire una genuina verità. Fra la verità 'oggettiva' e 'soggettiva' non intercede quindi una reale opposizione, purché ambedue gli aspetti vengano giustamente compresi" (Ibid.)
 Sicché, per la retta comprensione della verità 'oggettiva' indispensabile, insegnata e comandata dal Signore, occorre anzitutto che essa rimanga intatta.


Piero Nicola

mercoledì 4 maggio 2016

LA GIUSTIZIA INVERTITA (di Piero Nicola)

Non sono più i tempi dell'imperativo Dura lex sed lex? Si capisce. Infatti anche per questo andiamo a catafascio. Ogni tanto viene fuori un piagnisteo perché si è scoperto un grande errore giudiziario. Un povero innocente ha scontato dieci, vent'anni di galera. Ma quelli che compiangono il disgraziato e ritengono evitabile, inaudito il giudizio errato sono ignoranti della più bell'acqua, oppure i soliti giornalisti senza scrupoli, che l'ignoranza la spargono a piene mani. L'errore giudiziario è sempre stato e sempre sarà. Il guaio invece sta nelle leggi, per giunta di solito peggiorate dai loro interpreti.
  Quei giornalisti, con la loro sottintesa e falsa imparzialità che rispetterebbe ogni essere umano, non mancano di riportare la dichiarazione degli imputati che si dicono innocenti. Che importanza ha che l'accusato, anche il sospetto, di un delitto si scagioni da solo protestandosi semplicemente innocente? Casomai basterebbe osservare che non ha confessato. Ma il democratico umanitarismo, degenerato in garantismo buonista, giustifica le losche sciocchezze.
  In altre occasioni ho avuto modo di criticare la domanda rivolta alle vittime orbate dei loro cari: se abbiano perdonato. Tuttavia vale la pena riprendere tale scempiaggine poco pulita, la quale ignora come il perdono sia un fatto della coscienza intima, oggetto di un dramma di cui è disonesto sollecitare l'esposizione al pubblico giudizio, giudizio semmai riservato al confessore. D'altronde il perdono esternato al grande pubblico sprovveduto induce all'indulgenza verso il reo offensore. Esternamente, l'offeso deve soltanto pretendere l'equa condanna e la sua esecuzione. 
  Si è stabilito che occorrano tre gradi di giudizio (che durano anni) - dalla Corte d'Assisi alla Cassazione - per definire colpevole un soggetto e per metterlo in galera, salvo che non si dimostri la sua pericolosità, stabilita a discrezione del giudice. In questo modo, abbiamo in giro delinquenti che di certo perpetreranno delitti, di cui è responsabile l'allegra legislazione che regola questa materia. Forse tre giudizi successivi garantiscono un verdetto più giusto (la riserva è d'obbligo, vista la contraddittorietà e la stravaganza di sentenze d'ogni grado), ma il valore del primo verdetto non può essere inficiato dalla sua sospensione e la cautela della presunzione di innocenza non compensa affatto il danno morale e sociale provocato dal condannato messo fuori. In ogni caso, una giustizia che ritarda anni ad attuarsi non è giustizia.
  Riguardo alle pene, l'immoralità è ancora maggiore. La pena non è più lo strumento dell'espiazione. Essa viene condizionata, addolcita con libertà parziali e favori, con dubbi percorsi di rieducazione, abbreviata da buona condotta, presunto pentimento e ravvedimento (di impossibile verifica). Ne conseguono altri delitti evitabili.
  La perfetta Giustizia divina, che i governi si sono messi sotto i tacchi, prevede il perdono del pentito (accertato tale infallibilmente), ma la pena sussistente è alleviata dall'offerta di sacrifici, espiata del tutto in Purgatorio.
  In una escursione tra le rovine del Diritto, è inevitabile puntare gli occhi sull'originario caso funesto, che fu di nuovo genere poco dopo il verificarsi di un'altro male epocale, quello del Concilio Vaticano II. Intendo dire il rinnegamento dell'onestà, ossia l'abrogazione delle leggi eque e l'introduzione di leggi depravate. Se prima della legalizzazione del divorzio mancarono quasi del tutto norme regolatrici della vita civile che fossero immorali, in seguito fu un crescendo di legalizzazione dell'abuso, dall'aborto sino alle legittimate unioni di fatto, che prospettano il matrimonio omosessuale e la regolarizzazione di varie nefandezze. Si può affermare che, in Italia, la data dell'avvento del divorzio spartì due epoche storiche: l'era della Giustizia ancora in grado di imporre la sua dignità e autorevolezza, e l'era tenebrosa del rovesciamento della Giustizia. Viviamo in un tempo maledetto come non si vide dalle bibliche reprobe età o città, parzialmente e momentaneamente attenuato dall'inerzia dei costumi moderati e dalla disciplina imposta dal lavoro.
 Come è naturale, la strada del vizio, di qualsiasi vizio, compreso quello di trasgredire riformando i Codici, conduce più in basso. La Magistratura, in teoria indipendente Potere dello Stato, si compone di uomini che possono fare politica e molti la fanno. Inoltre la politica entra nella composizione del suo organo supremo. La Cassazione, sovrana amministratrice degli estremi ricorsi giudiziari, ha dato ampi esempi di interpretazione delle leggi in senso progressista. In questi giorni, ha stabilito che lo stato di necessità dovuto alla fame autorizza al furto di cibi. È indispensabile considerare le circostanze del fatto, pertanto occorre un processo in piena regola. Ma la Cassazione non fa processi, può soltanto annullare le sentenze e esprimere pareri. Città e paesi possiedono centri caritativi e assistenziali che somministrano vivande ai poveri. Se essi non vi ricorrono, generalmente trattasi di una loro negligenza. Ma telegiornali e compagnia bella, con qualche eccezione, si sono fermati al provvedimento della Cassazione, senza che nessun organo autorevole della magistratura e dello stato li abbia corretti. Sarà dunque normale che la decisione della Cassazione costituisca un precedente con cui si giustificheranno furti e ruberie illegittime, commesse da indigenti e da vagabondi. Si sta su un piano inclinato e si scivola giù, nella m... della quinta essenza democratica.


Piero Nicola

martedì 3 maggio 2016

Un importante saggio di Giulio Alfano: Falangismo e Fascismo

 Autorevole docente di istituzioni di filosofia politica ed etica politica presso la facoltà di filosofia della Pontificia Università Lateranense, Giulio Alfano – revisionista indenne da pregiudizi ideologici - è attivo nella prima, combattiva linea dei politologi intesi a cercare la verità storica, che abita nelle regioni dimenticate o cancellate dai protettori della conformità al pensiero unico.
 Alla ingente produzione di Alfano si aggiunge adesso un saggio pubblicato dall'intrepido Marco Solfanelli, editore in Chieti: “Falangismo e Fascismo Una lettura filosofico e politica”, 72 pagine in vendita a 8 euro.
 L'intento di Alfano è correggere i giudizi circolanti nell'area in cui l'inesausta avversione ai fatti incontra l'ostinata fedeltà ai sogni obbedienti a un'ideologia – il progressismo – che l'implacabile fiume del tempo ha affondato nel gorgo dei pensieri esausti.
 Alfano non si pone il problema di rettificare le sentenze dettate da una avventizia lettura della storia, tanto meno di propiziare il passaggio da un pregiudizio ideologico all'altro, ma di ristabilire le verità alterate da una frenesia settaria, che, proiettando orizzonti surreali e scolpendo definizioni dogmatiche, ha alterato e falsificato le nozioni di fascismo e di falangismo.
 A smentita delle opinioni in circolazione nelle piste dell'esausta ideologia, Alfano dimostra, anzi tutto, che il fascismo italiano, a differenza del franchismo, non fu reazionario e tanto meno di destra: ”nel fascismo erano presenti, e sempre lo saranno in tutti gli anni del regime, l'intento della lotta alla borghesia e l'ideale della rivoluzione, elementi assolutamente estranei al falangismo spagnolo e in genere al franchismo”.
 Il movimento ispanico, oltre le ovvie convergenze (anticomunismo, anticapitalismo, antiliberalismo) propose, invece, “una critica al corporativismo fascista che, a giudizio del falangismo, non sarebbe stato capace di chiudere le relazioni col mondo capitalista”.
 Ad incrementare la differenza tra falangismo e fascismo “si profilava il crescente peso della Chiesa e gli stessi teorici del nuovo Stato non tralasciavano di aggiungere ai termini totalitario fascista e nazionalsocialista, l'attributo di cattolico, a ribadire una specificità tutta spagnola. … Riproponendo l'impostazione ideologica del libro di Ramiro de Maeztu, La defensa de la hispanidad, del 1934, veniva rilanciata un'identità ispanica fondata a sua valori patriottico-religiosi definitori della Spagna autentica e che avevano trovato una loro realizzazione piena nell'evangelizzazione operata dalla Conquista nelle glorie del passato imperiale, nello splendore del Secolo d'Oro”.
 Opportunamente Alfano sottolinea la sacralità che era associata alla figura di Franco, protagonista di un'impresa “cui faceva da cornice il recupero di pratiche devozionali barocche o proprie dell'integrismo cattolico carlista”. Sotto questo profilo l'interpretazione di Alfano coincide con il giudizio di Francisco Elias de Tejada, il filosofo del diritto, che aveva sostenuto un certo influsso del pensiero carlista nella politica di Franco.
 Il carisma della controrivoluzione era rafforzato dal ritrovamento causale (nella valigia di un generale repubblicano) e dall'affidamento al Generalissimo Franco delle reliquie di Santa Teresa d'Avila.
 Controcorrente è indirizzato il drastico giudizio di Alfano sulle cause della seconda guerra mondiale: “era evidente che Inghilterra e Francia, sobillate dalle caste massoniche, preparavano la guerra contro Germania e Italia. … L'Inghilterra aveva interpretato la libertà dei mari come libertà di comandarvi con la soverchiante potenza della propria flotta, così da adeguare in pace e in guerra, la navigazione degli altri paesi ai suoi esclusivi interessi, soprattutto economici”.
 Nel secondo conflitto mondiale la Spagna, estenuata dalla guerra civile, ebbe una parte marginale, cioè l'invio in Russia di una legione di volontari.
 Coraggioso e anticonformista è anche il giudizio formulato da Alfano sulla politica fascista: “l'intervento pubblico nell'economia capitalistica, che poi nel secondo dopoguerra sarebbe stato ripreso dalla politica economica democristiana, soprattutto nel periodo del post-centrismo, con la nascita delle cosiddette partecipazioni statali”.
 Sulla liquidazione del regime fascista Alfano condivide il giudizio di Pietro Calamandrei, “personaggio non certo fascista e tanto meno monarchico”, il quale non esitò a riconoscere nei fatti del 25 luglio 1943 “i tratti del colpo di stato, stigmatizzando che il re avesse fatto arrestare il capo del governo sulla soglia della propria residenza, dove egli stesso lo aveva invitato. Si tratta di un atto propter jus ma anche contra jus, compiuto in violazione delle norme allora vigenti”.
 Di qui la condivisione del giudizio esposto da Salvatore Satta nel saggio De profundis e la conclusione che “il governo Badoglio, creato con procedura d'urgenza, non era un governo legittimo”.
 Il libro di Alfano si propone pertanto agli italiani che intendono conoscere la verità sul loro passato e sulla drammatica svolta, da cui ha avuto inizio la nuova storia della loro nazione.


Piero Vassallo

giovedì 28 aprile 2016

Opus incertum: sopra le righe della catastrofe della destra

 “Il decreto governativo che ora per ora condanna inesorabilmente me e i miei coevi giubilanti al piano inclinato verso il target del suicidio sociale assistito, somiglia sempre più al decreto che tre anni fa segnò l'epilogo giudiziario … del caso di Eluana Englaro, la disabile interdetta posta sotto la molteplice tutela del Padre, di un Curatore speciale della Cassazione, del Capo dello Stato e infine di un branco di camici bianchi abiuratori del vitalismo ippocratico e becchini”.
 Ugo Tozzini


 Gli studiosi fedeli alla tradizione cattolica e in quanto tali sgraditi al partito almirantiano, assistettero ad una scena, per loro felice, in atto tra gli anni Settanta e Ottanta: la barca destra navigante in direzione di un naufragio nelle acque oscurate dall'insignificanza totale.
 Tale naufragio avrebbe liberato le energie di una cultura giovane e vivace, ma disprezzata e tenuta al guinzaglio da una classe politica intossicata e paralizzante.
 Augusto Del Noce, che, in quegli anni, frequentava gli incontri romani della cultura, organizzati dal geniale mecenate Giovanni Volpe [1], aveva formulato un curioso ma veritiero paradosso: diretto dal sagace cattolico Giano Accame, Il Secolo d'Italia, organo di un partito agonizzante, era il più vitale e gradevole fra i tanti quotidiani di partito, in edicola duranti quegli anni.
 Il brillante scrittore Francesco Grisi, dal suo canto, sosteneva addirittura che l'autorità culturale del Secolo d'Italia sarebbe aumentata dopo l'auspicabile e prevedibile (in allora) estinzione del partito finiano/rautiano [2].
 Finalmente l'ingombro della destra politica si è rovesciato nella chiacchiera da ballatoio. Quasi speculare alla dissolvenza destra l'attuale declino dell'avventura berlusconiana ha indicato nuovi e inediti percorsi agli scrittori e agli editori in allontanamento dalle macerie politicanti.
 Di qui la pubblicazione di nuove e vivaci riviste (Storia Verità e Controrivoluzione, ad esempio) e la fioritura di un'editoria libera, intesa ad esplorare gli orizzonti negati dalla cecità comiziante.
 La prima linea del rinnovamento culturale, in atto dopo la dissoluzione della destra chiacchierante, è costituita dalla casa editrice di Marco Solfanelli, instancabile e sapiente promotore del pensiero anticonformista, dopo che il disastro finiano e l'estenuazione berlusconiana hanno consigliato e obbligato a percorrere la difficile via d'uscita dalla decrepita e soffocante ideologia liberale.
 La più recente proposta editoriale di Solfanelli è l'avvincente/anticonformistica raccolta dei saggi brevi scritti de un brillante/intrigante studioso torinese, Ugo Tozzini, la cui limpida scrittura è in bilico tra la profondità della teologia tradizionale e la feroce, graffiante levità dell'umorismo.
 Titolo della godibile antologia è Opus incertum, Riflessioni su frammenti di attualità. Si tratta di una miscellanea di riflessioni e provocazioni intese “a sfidare il mostro dell'opinione pubblica dominante, il fantasma sornione e prepotente chiamato senso comune, che si aggira per i mezzi di comunicazione di massa”, meccanismi attivati dall'oligarchia per impaurire e piegare i cattolici dissenzienti e per arruolare soggetti posseduti dalla tarantella conformistica.
 Solamente l'umiltà è capace di impedire che molte anime non siano deformate e avvilite dal velenoso vento della superbia al potere. Tazzini rievoca la figura eroica di Mariuccia, un'umile servetta che affrontò la morte per cancro “consegnandosi ad una resa muta e senza condizioni … dal suo sudario pareva additarci in silenzio e meglio di qualunque filosofo in cosa consisteva la vera grandezza della persona umana”.
 Quali soggetti obbedienti ai bizzarri comandi della teologia in devastante circolazione nelle comunità mosse dal vento del concilio rifondatore, Tozzini cita i teologi formati alla scuola di Enzo Bianchi, “allineati con scrupolo sincretistico e scoperte venature gnostiche”. Sono i nuovi religiosi, trasformati in estremi e incontrollati attori di quell'estremismo ultra ecumenico, che contempla l'incensamento di santoni assortiti in obbedienza all'avventizio e ridicolo sincretismo. Nella piamente grottesca e surreale ammucchiata, proposta dal signor Bianchi, infatti, figurano “Buddha e Bach, Kierkegaard e Confucio, Gandhi e Lutero, Valdo e Luther King, le vittime credenti in ogni religione vera o falsa
 Parallelo al bizzarro e sgangherato elenco proposto dai teologi di Bose corre, il mea culpa urbi et orbi recitato ad Assisi “per colpe storiche della Chiesa presunte o desunte”.
 Tozzini afferma risolutamente che non è piaciuta ai cattolici dotati di buona memoria “l'odierno richiedere il perdono pieno di vergogna per non avere i nostri antichi fratelli cristiani, martiri, evangelizzatori e difensori di Cristo più fedeli e coraggiosi, sempre opposto l'altra guancia con flemma islamicamente corretta a sopraffattori e invasori affetti dal coranico vizietto di decollare, impalare, scorticare vivi e impagliare gli infedeli”.
 Nel breve saggio intitolato Laico a scanso di equivoci, l'autore ridicolizza il laicismo, “ultima divinità intoccabile rimasta dopo la depenalizzazione delle bestemmia”, un fantasma che istiga i guru patentati ad avviare i loro vani discorsi professando una usurata e ridicola fede laica.
 La sfiducia di Tozzini nella usurata politica politicante è leggibile nel paragone dell'emergente grillismo con la comica figura del giardiniere tonto, interpretato da Peter Sellers: “uscito di casa il giardiniere comincia a declamare frasi sconnesse e slogan indecifrabili, tali da lasciare tutti di stucco”.
 I fulminanti scritti di Tozzini si leggono come un invito ad usare l'umorismo quale farmaco, capace di allontanare la tentazione di concedere un fido ai surreali/demenziali discorsi della politica politicante. In definitiva è proposto l'isolamento del pensiero normale dal tossico rumore che accompagna il cammino dei politicanti.

 Piero Vassallo




[1]          Nel 1976 Augusto Del Noce partecipò, insieme con Fausto Gianfranceschi e con il sottoscritto alla tavola rotonda contemplata nel programma elaborato da Giovanni Volpe e Anna Belfiori
[2]          Intorno al quotidiano diretto da Giano Accame e in uscita dalla depressione causata dall'intruso Armando Plebe, prosperava a destra una robusto numero di riviste d'ispirazione cattolica (La Torre, Intervento, Carattere, L'Alfiere, Cristianità, La Quercia, Controrivoluzione, Traditio) e una intrepido numero di case editrici, imprese generosamente gestite e sostenute da Giovanni Volpe, Pinuccio Tatarella, Silvio Vitale, Pucci Cipriani, Giovanni Cantoni, Roberto de Mattei, Primo Siena, Pino Tosca, Paolo Caucci, Tommaso Romano, Piero Catanoso.

mercoledì 27 aprile 2016

IL FENOMENO TRUMP (di Piero Nicola)

Non ho difficoltà a confessare di non aver mai dubitato che, quando fosse sorto un capopopolo nel mondo occidental-democratico, specie in quello presente, non ce ne sarebbe più stato per nessuno.
  Il caso Donald Trump credo mi dia ragione. Forse non diventerà presidente degli USA, forse lo faranno fuori - non sarebbe affatto la prima volta in America - ma un uomo solo si è procurato un enorme seguito di massa ed è suscettibile di balzare al comando nella patria della democrazia, con idee ben poco conformi ad essa e contro il suo stesso grande partito dell'alternanza al potere.
  Evidentemente gli americani ne hanno abbastanza di chiacchiere, di stare nelle turpitudini, di ingrassare la cerchia dei signori regnanti a Wall Street, di illudersi di poter diventare ricchi e felici, di sorbirsi l'olezzo del putridume internazionale in cui ha larga parte il loro governo, di ospitare genti che fanno miscuglio anziché fusione. Questa stanchezza disillusa la si vide fin dagli anni Trenta, martoriati dalla crisi del '29. Tanti yankees, non solo intellettuali,  crederono nel socialismo e nel comunismo, ideologie contrarie agli ideali dei Padri fondatori e della felice libertà, assai vicina a quella del buon selvaggio, al mito inaugurato dal Rousseau. Già essi avevano fiutato l'imbroglio ordito dalle massonerie plutocratiche. Contrariamente a quello che si suol credere, il termine plutocrazia non venne quasi coniato da Mussolini: aveva un proprio libero corso negli Stati Uniti, durante le controversie sociali al tempo del presidente Roosevelt. In seguito, dopo la vittoria militare, represso il conato comunista, l'orgoglio americano poté riprendere un certo lancio; e soprattutto dopo la batosta presa in Vietnam, fu alimentato dallo sbrigliamento dei costumi. Ma i vizi e di disordini, coronati come diritti umani all'avanguardia, a lungo andare conducono a sazietà in un mondo asfittico e mefitico. Non si vede che cosa ancora si possa inventare per pascere le voglie e i dubbi sentimenti della gente, che si ritrova più misera di prima.
  Questi, i prodromi verosimili dell'ascesa del pettoruto tribuno repubblicano, che promette di rimettere le cose a posto e di rinverdire qualche gloria perduta.
  Tuttavia sarebbe errato ritenere che l'occasione per i capipopolo debba essere una seria crisi. Il mondo, senza una generale mobilitazione dovuta a un'emergenza (guerre, minacce alla sussistenza) è sempre in aspettativa di star meglio. Rari sono i grandi capi e pochi quelli buoni. Quelli minori, che vorrebbero mettere ordine, sono battuti dalla demagogia concertata dai vari professionisti della corruzione politica, che li accusano di populismo, d'essere illiberali, di alzare muri contro le benedette turpitudini e la cara babele deleteria, offerta, dai veri populisti, al buon cuore delle coscienze zoppe.
  Così, in tempi relativamente normali, in Francia, acquistò autorità il mezzo autocrate De Gaulle - un male minore come statista - che fu costretto a mettersi in pensione con le pive nel sacco. Di certo, era già anziano, ma, con un'altra fine, avrebbe potuto contrastare e ritardare lo sfacelo morale e l'assurda UE col suo oscuro prepotere.
  Nel pelago infestato dai bucanieri, in cui navigano le laiche barche-stato, sarebbe comunque vano aspettarsi che resista a lungo il vessillo con la croce, inalberato su qualcuna di esse da un capitano mortale. Soltanto l'imperscrutabile Provvidenza potrebbe diffondere un'epidemia di Fede (per meriti imprevedibili) che imponga il rispetto di Dio.   


Piero Nicola

martedì 26 aprile 2016

Il matrimonio sotto l'attacco del personalismo

Il personalismo magisteriale costituisce, in ultima analisi, un avvicinamento al Mondo, che è nient'altro che il regno della natura caduta. Ma la missione della Chiesa non è di cedere alla natura caduta ma piuttosto di resisterle, di combattere, castigarla e sanarla fin quanto possibile per prepararla a ricevere la Grazia divina in questa vita e l'unione definitiva e stabile nella prossima”.
Don Pietro Leone


 L'infaticabile e sagace editore Marco Solfanelli ha pubblicato in questi giorni, in Chieti, Il matrimonio sotto attacco, un robusto saggio scritto dall'illustre studioso don Pietro Leone.
 L'intento di Leone è svelare “le recenti fonti magisteriali che troppi cattolici prendono come oro colato, mentre se ne dovrebbero guardare con grande circospezione”, lo rammenta Alessandro Gnocchi, che ha firmato una puntuale e acuta presentazione.
 L'amorosa infiorata, stesa sull'asfalto del conformismo da teologi graditi alla gerarchia nuovista, propone purtroppo una dottrina avventizia, fondata sull'equivoco (entusiasticamente applaudito dalla festante superficialità dei nuovi teologi e subito dai fedeli natanti nelle oscure, imperiose acque in assidua uscita dai pulpiti del conformismo) e profumata dall'abbaglio, che capovolge la gerarchia dei princìpi tradizionali, costitutivi del matrimonio cattolico.
 Leone infatti svela il tossico e quasi invisibile errore che è diffuso dal soggettivismo soggiacente all'ingannevole elucubrazione della teologia novista: il morbido inserimento di una dolce, scivolosa teoria, che contempla la inaudita priorità del Bene sul Vero.
 A proposito del nuovo e inavvertito errore, in scena nel teatrino post conciliare, Leone disegna un quadro tanto puntuale quanto angosciante: “La motivazione che spiega l'allontanamento dalla Fede sembra essere la precedenza data ad un nuovo ideale, vale a dire la comunione di amore degli uomini a prescindere dai loro credi”.
 Sul festoso palcoscenico della teologia acefala, in untuoso flusso dagli stati d'animo e degli equivoci post conciliari, è in scena “la priorità dell'Amore sulla Verità, la priorità dell'ordine del Bene sull'ordine del Vero”.
 Misura del disordine in agitazione nella teologia novista è la priorità, che si scontra “sia con la Ragione che con la Fede, perché la Ragione che si debba conoscere un oggetto prima di amarlo – e di amarlo in modo appropriato – e la Fede ci viene data come luce per i nostri passi, in altre parole affinché possiamo amare coll'amore della Carità”.
 Leone corregge o meglio confuta il pensiero circolante negli ambulacri della nuova teologia, dove la priorità delle Bene sul Vero viene affermata a scapito della Verità e a vantaggio degli errori e delle eresia: “Si può vedere un esempio di questo nel documento magisteriale Ut unum sint (1995) riguardante le Chiese [impropriamente dette] sorelle”.
 L'ardente luce dell'esagerazione ecumenica spinge sulla scena della nuova teologia un matrimonio “non in accordo con la legge morale oggettiva ma semplicemente in termine di amore. … Questa forma di personalismo trova un'espressione particolarmente chiara nella dottrina conosciuta come Teologia del corpo”.
 La nuova, soggettivistica definizione del matrimonio ha origine dall'avventurosa svolta antropocentrica della teologia, suggerita e attuata da Giovanni Paolo II, il quale affermò, nell'enciclica Dives in Misericordia, che “mentre le varie correnti del pensiero umano nel presente e nel passato hanno avuto e continuano ad avere una propensione a dividere e anche a mettere in contrasto il teocentrismo e l'antropocentrismo, la Chiesa è impegnata a introdurre nella storia umana la loro organica e profonda connessione”.
 La fonte dell'intrepida teologia di Giovanni Paolo II è la Costituzione pastorale Gaudium et spes, pubblicata da Paolo VI nel 1967, per affermare che l'uomo è l'unica creatura che Dio vole per se stessa: “ homo in terris sola creatura est quam Deus propter seipsam voluerit”. Si tratta di un errore confutato da Romano Amerio, autore di Iota Unum, un testo opportunamente citato da Leone perché in esso si rammenta il testo sacro (Proverbi 16,4) in cui si legge una verità diversa e irriducibile all'opinione di Paolo VI: “Universa propter semetipsum operatus est Dominus”.
 Leone sostiene pertanto che l'amore di Carità “che noi dobbiamo all'uomo è un amore essenzialmente relato al nostro amore per Dio, è un amore per amore di Dio, un amore per il quale amiamo l'uomo in Dio, un amore motivato dal fatto che Dio ama l'uomo e lo ha redento”.

 La lettura del saggio di don Leone, pertanto, è suggerita ai cattolici che desiderano trovare una sicura via d'uscita dal frastuono in rovinosa, fastidiosa, incontenibile discesa dai pulpiti della teologia progressista.

Piero Vassallo

lunedì 25 aprile 2016

25 aprile (di Luigi D'Amico)

Oggi si festeggia la vittoriosa insurrezione del popolo partigiano contro il tedesco invasore e contro i fascisti suoi alleati.
 La intoccabilità di tale storia è garantita da sacre leggi, da noi rispettate. I crimini della Germania, in special modo lo sterminio di ebrei e russi del tutto innocenti, non sono in alcun modo giustificabili.
 Tuttavia circola – sotto traccia - il deprecato dubbio sull'efficacia e la bontà dell'insorgenza partigiana, dubbio a suo tempo sollevato dal cardinale Giuseppe Siri, angosciato spettatore della guerra civile.
 Siri scrisse e pubblicò nel bollettino della Curia genovese, una testimonianza finalizzata a ridimensionare il contributo dei partigiani genovesi alla cacciata della robusta e temuta guarnigione tedesca.
 La verità testimoniata da Siri contempla un indisturbato e quasi totale sgombero della temibile guarnigione tedesca (incalzata dall'esercito americano) e rare fucilate partigiane all'indirizzo delle retroguardie tedesche.
 I cinegiornali squillanti all'epoca mostrano la sfilata dei tedeschi intrappolati in città e fatti prigionieri dai partigiani.
 Nei telegiornali erano invece rare e caute le rievocazioni degli atti di giustizia sommaria e di oltraggi ai vinti o alle loro salme, gesti compiuti dagli insorgenti dopo il 25 aprile del 1945.
 Insorgenza... Il compianto storico Raffaele Francesca ha dimostrato che il cannone tedesco, protagonista della (presunta) battaglia di Genova, era un reparto della prima guerra mondiale, abbandonato perché inutilizzabile. Un cannone rottamato è l'unica, seria prova della battaglia di Genova.
 Il silenzio è intanto calato sulla memoria dei quindicimila fascisti fucilati dai partigiani nella radiosa primavera del quarantacinque (Togliatti dixit) – a seguito di sentenze pronunciare da “tribunali del popolo”.
 E' superfluo rammentare che fra le vittime della vittoriosa giustizia si contarono italiani non schierati politicamente (fra loro anche bambini e bambine) ma oggetto di rancori e invidie personali. 
 Perché è impossibile uscire dal giro vizioso intorno alla guerra civile scritta soltanto dai vincitori? Perché si ritiene ragionevole che a distanza di oltre settanta anni i successori degli italiani vincenti nel 1945 (grazie all'incombere degli alleati americani)  non abbiano sciolto il nodo stretto dalla memoria rancorosa?
 La Spagna, teatro di una guerra civile ben più feroce di quella italiana, ha edificato un tempio, nella Valle dei Caduti, in cui sono raccolte le salme delle vittime delle due fazioni in lotta spietata. Perché i vincitori della guerra civile italiana giudicano impossibile un tale atto di pacificazione? Perché la nostra memoria storica non può essere disintossicata?


Luigi D'Amico

sabato 23 aprile 2016

Non possumus: una risoluta critica alla nuova teologia

I cattolici sono chiamati a scegliere, in questa tenebrosa epoca di tradimenti: Pietro o Giuda? La Fede o la passione disordinata? Disobbedire ai disobbedienti per rimanere Una Cum Christo, oppure cooperare alla demolizione del cattolicesimo?
Pietro Ferrari


 Privati dei conforti di una fede illuminata e intransigente, ovvero intossicati dall'inquinamento conformista causato dal pensiero clericale, i disarmati resistenti agli eversori insediati nella banca ateista e strozzina, sono condannati al naufragio.
 Di qui la necessità di respingere le suggestioni di una teologia pilotata dalle illusioni della gerarchia buonista, aggirantesi intorno all'impossibile accordo tra le ragioni della Cristianità e i progetti della plutocrazia.
 Pietro Ferrari, il più dotto e agguerrito fra gli scrittori italiani, che insorgono contro i catto-fumisti, consacrati e applauditi dai teologi squillanti negli asfissiati ambulacri del potere vaticano, pubblica, nella prestigiosa collana della Casa editrice Radio Spada, attiva in Reggio Emilia, un ampio e tagliente saggio teologico, dall'impegnativo titolo Non possumus.
 Nelle graffianti/avvincenti pagine di Ferrari circola la passione che animava S. E. Marcel Lefebvre, i cardinali Alfredo Ottaviani, Ernesto Ruffini e Antonio Bacci, Michel Guerard De Lauriers o. p., don Francesco Putti, Nino Badano, Pedro Galvao de Sousa, Francisco Elias de Tejada, Divo Barsotti e Tito Casini.
 Sulla traccia di tali illuminati e valorosi maestri, Ferrari conduce una puntuale, esauriente indagine sulle avventurose novità dottrinali e liturgiche, che sono state tollerate, talora condivise e addirittura promosse dai successori di Pio XII, i papi che hanno sopportato e tollerato le modernizzanti opinioni elucubrate, proclamate e imposte dalla maggioranza novista, in irresistibile e giubilante attività durante e dopo il Concilio Vaticano II.
 L'obiezione, che avvia l'esame della teologia impossibile, è indirizzata da Ferrari, alla sentenza con cui papa Ratzinger riformò e alterò il principio da Pio XII riconosciuto quale fondamento incrollabile dell'ecclesiologia.
 Secondo Benedetto XVI “La Chiesa di Cristo può – infatti - essere incontrata nella Chiesa Cattolica … il Concilio Vaticano II si differenzia con l'espressione subsistit dalla formula di Pio XII che nella Mystici Corporis aveva detto che la Chiesa Cattolica è l'unico Corpo Mistico di Cristo.
 In tale sincopato ed elusivo ragionamento, Ferrari coglie l'intenzione di invalidare e archiviare l'ecclesiologia tradizionale, che fu ultimamente difesa da Pio XII.
 Una intenzione, quella di Ratzinger, che si è rovesciata purtroppo nei baci ecumenici deposti, senza ragione e senza ritegno, da due pontefici sul Corano, documento di una superstizione ostile alla Verità cattolica e alla verità senza aggettivi.
 A conferma del suo giudizio fortemente critico [“se cambia il concetto di Ecclesia, così come inteso fino a Pio XII, è ovvio che in Essa vi possono essere anche eretici e scismatici”], Ferrari cita opportunamente un brano dell'enciclica Mystici Corporis, in cui Pio XII ha dimostrato e dichiarato solennemente che “tra i membri della Chiesa bisogna annoverare esclusivamente quelli che ricevettero il lavacro della rigenerazione, e professando la vera Fede, né da sé stessi disgraziatamente si separarono dalla compagine di questo Corpo, né per gravissime colpe commesse ne furono separati dalla legittima autorità”.
 Calcolata la forza dell'agitante/iettatorio vento buonista, che soffia nella Chiesa del post concilio, Ferrari sostiene risolutamente che “Il Concilio Vaticano II ha promulgato un magistero spesso contrastante con quello precedente, talvolta antitetico e comunque mosso da uno spirito modernistico, confermato in modo costante dal magistero postconciliare”.
 Di qui le imbarazzanti flessioni e gli inchini telefonici dei vescovi, e recentemente del papa, davanti ai capifila delle velenose agenzie ateistiche e/o pseudo umanitarie.
 Ferrari aggredisce inoltre l'insensata opposizione alla verità storica, che è alimentata dal clero progressista/modernizzante, e al proposito scrive: “Un effetto paradossale è l'esaltazione sconsiderata della Chiesa primitiva, rappresentata come una comunità di perfetti alla quale si pretende di attingere”.
 Si tratta di un atteggiamento falsamente devoto, che è usato per giustificare la critica e la mutilazione delle pagine della successiva teologia, il Concilio Vaticano II, infatti, “ha promulgato un magistero gradito ai modernizzanti”.
 Sostenuto dalle ali della primitiva e incompleta teologia, il Concilio Vaticano II, infatti, “ha promulgato un magistero spesso contrastante con quello precedente, talvolta antitetico e comunque mosso da uno spirito modernistico, confermato in modo costante dal magistero postconciliare”.
 Risultato dell'incertezza intorno ai princìpi è lo scisma latente: “La verità è molto semplice e cruda: vi sono o i cattolici o gli impostori e gli impostori non si nobilitano con nessuna strategia di assorbimento, né con i compromessi al ribasso. Quali sono i riferimenti culturali che ri-fondano questa strana chiesa, attraverso una concezione di fatto accettata dalla moltitudine dei cristiani occidentali? Uno potrebbe essere G. W. F Hegel. Con la chiesa hegeliana torna in voga quel neo-cabalismo tenebroso ma ben mimetizzato, di cui il Meinvielle parlò abbondantemente. Lo stesso Julio Meinvielle infatti rivelò la vicinanza del pensiero hegeliano al cabalismo nel suo Influsso dello gnosticismo ebraico in ambiente cristiano”.
 Purtroppo la pressione esercitata dai banditori del delirio teologico entra a gamba tesa nei discorsi dell'autorità cattolica. Ferrari cita ad esempio un discorso di Ratzinger pronunciato ad Assisi nel 2011 per accusa l'incapacità dei fedeli “di ritrovarsi su quel confine tra i due cortili simbolici del tempo di Sion, l'atrio dei gentili e quello degli israeliti, quando ci si arrocca solo in difesa dei propri idoli”. Sentenza sconcertante, che fa dire a Ferrari “non avrei mai potuto immaginare che la religione cattolica in se stessa e al di qua dei suoi confini, fosse una rocca eretta a difesa di idoli”.
 Sconcertanti sono le pagine che Ferrari dedica all'infiltrazione massonica nella commissione incaricata di preparare la riforma liturgica. Esemplare è l'analisi della riforma, che fa diventare il pulpito luogo della divulgazione e perciò più importante dell'altare “secondo la concezione protestante per cui 'dio' si è fatto carta … l'eresia antiliturgica degli scismatici orientali, dei Valdesi e dei Catari, di Wiclef, Huss e dei giansenisti, tende ad abolire le formule mistiche in favore della piena comprensione del popolo”.
 Il culmine della confusione è attinto dai teologi di Bergoglio. secondo i quali “Gesù sarebbe venuto non a riscattare col suo Sangue le anime prigioniere del demonio, non a redimere con la Croce, non a insegnare una Santa Dottrina ed a lasciare i Sacramenti, non ad aprire le porte del Cielo per il Suo Corpo Mistico, ma semplicemente per farci amare tra noi”. Di conseguenza Bergoglio, quasi smentendo il Vangelo (Matteo, 28, 18-20) chiude il circolo intorno all'umanitarismo affermando che “il proselitismo è una solenne sciocchezza, non ha senso. Bisogna conoscersi, ascoltarsi e far crescere la conoscenza del mondo che ci circonda. … Il mondo è percorso da strade che riavvicinano e allontanano, ma l'importante è che portino verso il Bene. … il nostro obiettivo non è il proselitismo ma l'ascolto del bisogno, dei desideri, delle delusioni, della disperazione, della speranza”.
 Di qui la drastica conclusione di Ferrari: “Se credo che il Papa o la Chiesa abbiano insegnato qualcosa di sbagliato in materia di fede o di morale ho perso la fede (perché in qualche maniera nego l'infallibilità del Magistero). L'unica strada percorribile è constatare che ogni verità contraria a quelle già professate dai Romani Pontefici non può venire da un vero Papa. Ergo, l'autorità che promulga l'errore non è assistita dallo Spirito Santo”.
 Qualunque sia la soluzione, il dilemma davanti al quale Ferrari pone i fedeli non può essere eluso seriamente.


Piero Vassallo

venerdì 22 aprile 2016

Cinque secoli di infezione luterana

 Davanti ai propalatori dell'eresia luterano la pietà vive quando è ben morta.
Michele De Bono


 Il prossimo anno, nella imperiosa e urlante Germania della opima cancelliera Angela Merkel, gli ecumenisti di varia e squillante risma celebreranno e festeggeranno – gongolando - il quinto centenario della disgraziata e rovinosa riforma concepita e attuata dall'eresiarca Martin Lutero e promossa (a spada tratta) dalla cialtroneria dei principi tedeschi.
 La ispirazione della apologia, indirizzata al scivolamento nel teatrino in cui si recita la progettata, umiliante conciliazione della verità cattolica con l'eresia luterana è anticipata da un documento sincretistico scritto e firmato dal vescovo cattolico Karlheinz Diez e dal vescovo luterano Eeco Honviner. I due prelati affermano, in perfetta sintonia, che “ciò che unisce cattolici e luterani è più che ciò che li divide”. Trionfa, di conseguenza, e gongola la chimera ecumenica mentre la teologia giornalistica dichiara che “il conflitto del XVI secolo è finito”. Di qui il drastico ridimensionamento (se non l'implicita ritrattazione) della ragionata, motivata, plurisecolare condanna dell'eresia luterana: i cattolici, in ingannevole unione (pseudo ecumenica) con gli eretici, “vogliono indirizzare il loro sguardo critico innanzi tutto su loro stessi e non gli uni sugli altri”.
 Il passo finale dell'ecumenica manfrina è la scivolata nell'autolesionismo, “uno sguardo rigorosamente autocritico su noi stessi”, ossia la sconfessione se non il capovolgimento delle ragioni della condanna cattolica dell'eresia luterana. La Verità cattolica, umiliata e spossata dal delirio teologico in corsa senza freno nelle pagine della teologia neo modernista, si inchina davanti all'estenuata eresia dei tedeschi.
 Tuttavia il profilo lugubre e cadaverico dell'eresiarca Martin Lutero, propagatore di menzogne, pre-padre delle devastanti suggestioni kantiane ed hegeliane, e prototipo delle moderne rivolte contro la verità è tuttora detestato dai cattolici non ubriacati dall'ecumenismo di risulta e non contagiati dall'infatuazione buonista, in gongolante e allucinata corsa intorno ai teologumeni elucubrati dai progressisti attivi nel Concilio Vaticano II, errori puntualmente catalogati e magistralmente confutati dal saggio di Paolo Pasqualucci edito da Solfanelli.
 I cattolici refrattari alla suggestione modernistiche, squillanti tra le righe avventurose delle esternazioni di papa Bergoglio, temono che il galateo sincretista, discendente dalla teologia post-conciliare, suggerisca una compromissoria adesione della gerarchia cattolica alla lugubre e spettrale festa dei luterani.
 Intorno alla grottesca ed estenuata figura della agonizzante comunità luterana, ad ogni modo, squilla la risata che i cattolici refrattari alzano quando odono le rumorose chiacchiere dei sincretisti dialoganti, affaticati invano ad adulare, incensare ed annettere il delirio dell'eresiarca germanico e dei suoi sparuti eredi e continuatori.
 Opportunamente lo scrittore Pietro Ferrari nel saggio Non possumus, edito in Reggio Emilia da Radio Spada, rammenta che “Nella Ecclesiam suam del 1964, Paolo VI poneva equazione tra dovere di evangelizzare e di dialogare col mondo e disequazione tra evangelizzare e confutare l'errore, anche se il mandato apostolico è quello di insegnare e confutare, non il dialogo di ricerca”.

 L'amletica e scivolosa teologia in uscita dalle aule festanti del concilio Vaticano II ha spalancato la porta della Chiesa cattolica agli spettri ibseniani emanati dalla teologia di Lutero. Se non che la Provvidenza costringe le manfrine dei nuovi teologi a non oltrepassare i limiti assegnati alle acque nella quali si è compiuto il naufragio delle moderne ideologie. A ben vedere la scena allestita dal clero modernizzante è avvolta nella notte speculativa, caduta sulle illusioni che accompagnavano il cammino del falso profeta tedesco. La religione di Lutero (e con essa la teologia catto-progressista) è discesa nell'oscuro e beffardo caveau della banca di Georges Soros.

Piero Vassallo

martedì 19 aprile 2016

Eterodossia, ortodossia e tentazione dello scisma risanatore

 Fiodor Dostoevskij immagina che l'incontro di Gesù Cristo con il grande inquisitore cattolico si concluda con la confessione dell'obbedienza della gerarchia cattolica a satana: “Noi non siamo con te ma con lui”.
 La sulfurea opinione del grande scrittore russo si è ultimamente rovesciata nel pensiero dei teologi e dei fedeli turbati e angosciati dalle fumose novità proposte dal magistero -  i bizzarri giudizi sulla comunione ai divorziati e sull'immigrazione degli islamici, opinioni che sono declinate dai teologi progressisti e avallati dal papa della misericordia.  
 Destano inquietudine e disagio anche le stravaganti conversazioni telefoniche, con le quali papa Bergoglio nasconde e protegge sotto la rugiada buonista i più velenosi nemici della Fede.
 Analogo l'imbarazzo causato dalle dialogiche aperture all'islam. La cortesia ecumenica nasconde il fatto che la maggioranza degli immigrati sbarcanti in Europa professano la religione e attuano l'aggressivo progetto missionario di Maometto, il falso profeta che ha ispirato un programma inteso alla guerra d'invasione delle nazioni cristiane.
 I teologi progressisti ignorano o fingono di ignorare la pericolosità degli immigrati islamici, che sperano di diventare maggioranza per assoggettare e umiliare i cristiani.
 Il flusso instancabile degli immigrati, oltre che dal masochismo europeo, è promosso e sollecitato da una soggiacente volontà di colonizzare la Cristianità ossia di far retrocedere la storia alla triste età delle invasioni islamiche.
 Numerose e squillanti s-ragioni lavorano per i potenziali conquistatori maomettani: la cecità e il grondante conformismo dei giornalisti di regime, produttori di una disinformazione totale, la quasi sodomitica mollezza dei governi progressisti, la mal riposta misericordia dei buonisti vaticani, il gongolamento del popolo ubriacato dai media.
 Soltanto la Russia di Vladimir Putin resiste al tentazione di rovesciare l'ecumenismo tradizionale nella baldoria islamica.
 Di qui l'amara delusione delle minoranze occidentali, vedenti le acrobazie del pensiero buonista e il sotterraneo riscaldamento di una marginale collera, che si indirizza, contro i demagoghi politicanti, contro il clero progressista e il pontefice buonista.
 Il pessimismo di  Dostoevskij circola negli ambienti cattolici, che lo avevano respinto e confutato in nome della verità cristiana.
 Il pontefice e la gerarchia oscillanti tra la misericordia e l'ubriacante/squillante buonismo purtroppo esasperano e incendiano le passioni dei sedevacantisti.
 L'intenzione scismatica corre a perdifiato nella crescente area del cattolicesimo refrattario ai gongolamenti e alle acrobazie del buonismo filo islamico.
 All'orizzonte si profila il rischio, annunciato da una folla di teologi e scrittori fedeli alla tradizione, di una nuova edizione degli scismi che hanno tormentato la Chiesa cattolica nel Medio Evo.
 Soltanto nell'ambiente lefevriano si manifesta il timore di un'esondazione scismatica del disagio cattolico. Nel numero di marzo del giornale Sì sì no no, si propone il ragionevole criterio che deve guidare i fedeli nella bufera causata dai modernizzatori: “numerosi luoghi teologici ci dicono che non si deve ubbidire nelle cose cattive e adulare il malvagi prelati, e che tuttavia i papi conciliari, pur avendo mal usato del loro sommo potere, lo hanno conservato e lo conservano”.
 Di qui l'esclusione dell'eventualità che l'episcopato, i teologi eminenti o la tradizione senza magistero vivente possano sostituirsi all'autorità del papa e rimettere in ordine la Chiesa. E di qui l'obbligo di camminare sul filo del rasoio, che separa lo spirituale dissenso dalla rivoltosa passione.


Piero Vassallo 

lunedì 18 aprile 2016

DOVE SONO LE ATTENUANTI? (di Piero Nicola)

Certamente il fedele non può fare processi canonici. Tuttavia il laico ha il diritto e il dovere di impugnare l'eresia che provenga dalla Santa Sede occupata da un errante, essendovi l'assenza di una Gerarchia che svolga questo compito di contrasto a un magistero e a un governo operanti per la perdita delle anime. Ne deriva che il giudizio sull'eresia, predicata e attuata, comporta anche un giudizio e un'accusa rivolta alla sua fonte, dalla quale è imperativo difendersi. Quindi giova svelare - con l'invariata facoltà della ragione - l'essere del responsabile, il suo comportamento, il genere della sua responsabilità; sempre per la salvaguardia del gregge tratto in inganno. Tratto in inganno, si badi, su un punto enorme: il peccato mortale.
  Antonio Socci ha recentemente pubblicato La profezia finale. Lettera a papa Francesco sulla Chiesa in tempo di guerra (Rizzoli, 2016), e ha inviato a Bergoglio il saggio contenente, nella prima parte, le profezie apocalittiche riguardanti il mondo qualora non si converta e non faccia penitenza, mentre la seconda parte, lettera aperta, "è una serrata critica a papa Bergoglio di cui l'autore ricorda minuziosamente tutti gli atti e le parole che, fin dall'inizio del suo pontificato, hanno lasciato sconcertati, affranti e a volte scandalizzati i fedeli" (citazione da un articolo di Roberto de Mattei).
  "La scongiuro: ripensi a tutta la strada che ha fin qui percorso, eviti altri passi gravissimi, come un'Esortazione postsinodale che apra alle idee del cardinale Kasper" Socci ha supplicato nel suo scritto, dove troviamo anche: "Perché Santo Padre, ha cessato di opporsi a quel micidiale attacco alla famiglia che il mondo ha intrapreso da anni?" riferendosi alla legge Cirinnà passata al Senato e a una legge analoga approvata in Irlanda.
  L'invio della supplica è stato rispettoso e riverente. Tanto che simile riconoscimento da parte di Socci, ha fatto notare lo smentirsi del suo precedente aver confutato la validità dell'elezione di Bergoglio.
  Questi ha risposto, il 7 febbraio: "Caro fratello, ho ricevuto il suo libro e la lettera che lo accompagnava. Grazie tante per questo. Il Signore la ricompensi. Ho incominciato a leggerlo e sono sicuro che tante delle cose riportate mi faranno molto bene. In realtà, anche le critiche ci aiutano a camminare sulla retta via del Signore. La ringrazio davvero tanto per le sue preghiere e quelle della sua famiglia. Le prometto che pregherò per tutti voi chiedendo al Signore di benedirvi e alla Madonna di custodirvi. Suo fratello e servitore nel Signore, Francesco".
  Dunque Bergoglio ha avuto il tempo di considerare la "serrata critica" prima di emanare la sua Amoris laetitia. Sebbene egli astutamente dica che ha solo "cominciato a leggere" le "critiche". Ma critiche e suppliche dello stesso genere gli furono e gli sono state di recente spedite da più parti; sicché egli non può avere la scusa dell'ignoranza. Se ne deduce che le ha respinte a ragion veduta nondimeno con l'ultimo suo documento magisteriale e disposizione pastorale.
  Il 13 aprile scorso vengono mortificate  le ultime speranze riposte in colui che materialmente detiene il potere del Vaticano. Egli si rimangia l'apprezzamento del diritto a criticarlo.  
  Quanto al suo misfatto dogmatico che inficia le prerogative papali, che cosa manca ancora alla gravità dell'errore, alla predicazione di esso e alla di esso imposizione a tutto il clero e ai fedeli? Se egli dichiara di non stabilire più regole dogmatiche alla fede e ai costumi, ma in concreto lo fa, non è forse peggio che se riconoscesse di averlo fatto, che se riformasse formalmente articoli di fede? Sarebbe scusabile e destituita di effetto questa malizia e la generale negazione dell'eresia? Dovremmo anche noi ignorare la realtà in nome di cavilli giuridici, per altro smentiti - tra l'altro - dalla stessa Enciclopedia Cattolica (vol. VI, col. 1922) che afferma l'infallibilità consistere nel Magistero costante e universale della Chiesa?
  Il 13 aprile Antonio Socci è costretto a scrivere:
  "Anche oggi, all'udienza del mercoledì, Bergoglio [egli non osa più chiamarlo papa] attacca coloro che non sono d'accordo con il suo "nuovo vangelo", che ha appena espresso nella sua Esortazione, dove ribalta il magistero di sempre della Chiesa.
  "Il 'misericordioso' vescovo di Roma si scaglia violentemente contro quanti difendono la dottrina cattolica e li chiama sprezzantemente 'farisei' (dimenticando, fra l'altro, le proteste del rabbino capo di Roma per l'abuso di questo termine).
  "Bergoglio dunque bombarda pesantemente quelli che restano fedeli alla dottrina cattolica, citando gli scontri dei farisei con Gesù. e quindi identificando se stesso con Gesù.
  "Solo che, nella sua continua manipolazione dei testi evangelici, dimentica (o finge di dimenticare) che sull'indissolubilità del matrimonio (che è il vero oggetto della Esortazione perché legittima il secondo matrimonio, la convivenza, ecc.) i cosiddetti 'misericordiosi' (cioè i bergogliani del tempo) erano proprio i farisei, mentre Gesù era il 'rigorista'che condanna il ripudio e il secondo matrimonio (Mt. 19, 3-12) e chiama all'amore per sempre, elevando a sacramento il matrimonio.
  "Quindi, tuonando contro i cosiddetti 'rigoristi', in realtà Bergoglio tuona contro Gesù stesso. Lo fa in nome della misericordia, ma Gesù è proprio la Misericordia fatta carne [...] è anche la Verità fatta carne".

  Approfitto di queste note per un'aggiunta sul disastro morale di cui dà spettacolare esempio Bergoglio, anche con la complicità del nostro governo. Egli ha portato in Italia, nella Comunità di Sant'Egidio, dodici rifugiati siriani di religione maomettana. Vale la pena sottolineare la violazione della legge sull'immigrazione, poiché è scontato che i dodici resteranno nella nostra Patria, a prescindere da ogni accertamento sul loro diritto ad abitarci. Resta poi ingiustificato il criterio per il quale costoro sono stati preferiti a tutti gli altri rifugiati a Lesbo che si trovavano nelle loro medesime condizioni. Infine, un capofamiglia di questo gruppo, un ingegnere, ha detto alla televisione (telegiornale del 18 c.m.) di aver rifiutato l'arruolamento nell'esercito combattente contro l'Isis per motivi di obiezione di coscienza. Dunque, almeno moralmente, si tratta di un disertore. Riguardo al fatto che questi profughi siano infedeli immessi nel gregge cattolico senza alcuna cautela e prevenzione, siamo abituati all'ennesima conferma dell'eresia per la quale gli infedeli non sono pericolosi per le anime (e per la società civile) a motivo dei pari diritti attribuiti a ogni falsa religione nei confronti di Dio.


Piero Nicola

martedì 12 aprile 2016

Atene e Roma: Un'avvincente raccolta di saggi di Lino Di Stefano

 Il latino è ancora l'idioma capace non solo di rasserenare ed elevare gli animi, ma anche di cementare, con la sua forza aggregatrice, i popoli, le società, gli uomini e i gruppi delle più disparate stirpi, come, tra l'altro, era avvenuto  sotto l'Impero di Roma.
 Lino Di Stefano


 Autorevole studioso dell'antichità greca e romana, impavido testimone dell'orgoglio italiano e implacabile critico del lumicinismo, in quiete desolata nell'obitorio della modernità, Lino Di Stefano, continua e approfondisce l'ingente e preziosa opera del grande latinista Ettore Paratore.
 Originale è il suo contributo alla conoscenza delle fonti classiche, che, sfidando la tristezza oggi al potere, alimentano e accrescono la cultura degli italiani refrattari e irriducibili alle stucchevoli suggestioni emanate dall'esangue e agonizzante pensiero laico, democratico e anti fascista.
 Un'opera preziosa e controcorrente, quella dell'illustre professore molisano, perché la letteratura classica, dai resistenti giudicata compromessa e censurabile a causa dell'imperdonabile apprezzamento e sostegno ricevuti dalla deprecata cultura dominante nel bieco Ventennio, è stata oggetto di una riduzione alla pura e anodina filologia e di conseguenza screditata ed esclusa dalle autentiche fonti del pensiero italiano.
 Filologia che, dopo un giro nel cimitero delle morte ideologie, si e distesa sul marciapiede del non senso, sul quale giacciono le illusioni, cadute dall'albero della liberazione anglo-americana.
 Atene e Roma, robusta raccolta di saggi, che Di Stefano ha pubblicato in questi giorni nella collana di Eva, casa editrice in Venafro di Isernia, è un ingente e godibile contributo alla riabilitazione delle radici romane della nostra cultura e al riscatto della memoria degli studiosi italiani, che hanno tentato la faticosa uscita dai rumorosi girotondi, inscenati nella casematte (case matte) abitate dall'invincibile vuoto mentale.
 Nel suo cammino di ricerca, Di Stefano incontra le affascinanti e sempre attuali pagine di Teofrasto, un autore che sembra denunciare il vento villano e fetido dei moderni eversori, agitati “dalla dissennatezza che non si discosta da un comportamento vergognoso per il semplice motivo che il dissennato è uno che insulta”.
 Più avanti è citato un altro pensiero del preveggente Teofrasto: “Brutta cosa è la tirchieria perché essa, eccedendo in mancanza di amor proprio, non indulge allo spendere, mentre la superbia da suo canto, disprezzando tutto e tutti, si presenta come uno dei maggiori vizi degli uomini”.
 Di Archiloco, poeta attivo nel VII seco0lo a. C., Di Stefano apprezza una virtù mortificata dalla politica dei perdenti, il patriottismo, dimostrato dall'antico poeta combattendo con valore.
 Un appassionato capitolo è dedicato all'opera di Ettore Paratore, l'insigne latinista che sfidò il culturame rivendicando la preziosa eredità del calunniato Gabriele D'Annunzio, “schiacciato sotto la nomea del corruttore supremo del costume morale e politico della nazione, del teorico, in definitiva, del gusto distillato dalle peggiori mode letterarie del decadentismo europeo”.
 Di qui un lucido giudizio gettato in faccia ai detrattori progressivi e agli anacronistici calunniatori di D'Annunzio, il poeta combattente, che interpretò l'antico valore degli italiani, “l'unico che abbia avuto il coraggio di praticare effettivamente quell'eroismo di cui tanti pseudo nietzschiani facevano oggetto di culto rimanendo seduti comodamente a tavolino”.
 Pagine intense e coinvolgenti sono dedicate da Di Stefano a Cicerone, autore de L'Amicizia, opera specialmente attuale nel secolo delle disperate solitudini, che si aggirano nelle folle dell'Occidente flagellato dall'individualismo e dalla democrazia.
 L'ultimo e compendioso capitolo del robusto volume è dedicato a Sant'Agostino da Ippona, il grande pensatore cattolico che gettò il ponte che ha consentito la sopravvivenza del pensiero classico nelle verità rivelate da Gesù Cristo. Al proposito Di Stefano cita un brano del saggio agostiniano De beata vita: “Questa è la vera e piena sazietà delle anime, cioè la vita beata: conoscere in modo perfetto e devoto da Chi tu possa essere guidato alla verità, di quale vincolo sarai unito alla Norma suprema”.
 L'opera di Lino Di Stefano testimonia la vitalità della cultura della destra italiana, pensiero che indica la via d'uscita dal cono d'ombrai proiettato da una politica qualunque, che rovescia nella comica oggettività l'umorismo soggettivo di Guglielmo Giannini.

 Affrancati dalle ipoteche politicanti, gli studiosi attivi nell'emisfero della tradizione classica e italiana hanno approfondito gli argomenti, che demoliscono il castello delle utopie.

Piero Vassallo

lunedì 11 aprile 2016

IDEE CHIARE (di Piero Nicola)

  Dalla nostra parte, trattando di politica, dovremmo avere ormai idee chiare, ossia un corollario su cui essere concordi.
  I presupposti d'un sistema statale degno ed efficiente dovrebbero essere pochi e semplici:
  1) Il rispetto della legge naturale, fondamento di diritti e doveri, quindi il rispetto della vera Religione.
  2) Il congruo consenso del popolo.
  3) L'equa tolleranza di alcune deroghe alla giustizia, quando se ne impone il sacrificio non già per una mera ragion di stato, ma per prevenire un male maggiore, deleterio e inevitabile (p. e.   giustificata limitazione di alcune libertà).
  A tale proposito, giova tener presente l'ammonimento di Gesù Cristo: il mondo sta sotto il suo principe, il demonio. Perciò è stolto pretendere che il mondo non sia più mondo. Invece occorre pretendere che esso almeno riconosca la Giustizia e l'osservi in modo accettabile. Purtroppo un certo perfezionismo in questo campo tradisce o confonde anche i migliori, che cedono, per lo più, a passioni personali, in definitiva a un sentimento d'orgoglio.
  Va da sé che i suddetti capisaldi comportano che si prescinda dal genere di regime costituzionale prescelto. Difatti la Chiesa, Madre e Maestra, più volte ebbe a dichiarare di ammettere qualsiasi sistema politico, al di fuori di quelli intrinsecamente empi, e di prendere in considerazione piuttosto il governo che le costituzioni.
  Ma è evidente come la democrazia liberale sia inetta a risolvere il problema del bene comune, essendo affetta da laicismo, e dunque empia. Essa cade in balia di forze oligarchiche che si tengono celate e che dirigono i presunti rappresentati del popolo. Per sua natura, si regge sulla corruzione dei costumi, attribuendo all'uomo diritti abusivi. Ciò viene dimostrato a iosa dalla storia.
  Perciò occorre liberarsi da ogni pregiudizio e guardare agli esempi valevoli offerti dalla Storia, a quei regimi cioè che diedero prova di rendere il debito omaggio alla Chiesa, di ottenere l'unione nazionale, di garantire  il bene soprattutto spirituale dei sudditi o dei cittadini, tutto ciò in modo imperfetto ma, tutto sommato, sufficiente.
  Un insidioso inganno da cui bisogna guardarsi è costituito da una forma di storicismo. Si ritiene anacronistica e inattuabile una soluzione del passato, oppure si vorrebbe adattarla alla realtà, mentre l'adattamento la rovinerebbe. La Storia dimostra che possono darsi uomini e circostanze che consentono di rinnovare le trascorse epoche maggiormente fauste. I tempi bui e decadenti sono abitati dalla debolezza, e la disperata debolezza, per quanto sia pervicace, non chiede che d'essere risanata.


Piero Nicola