martedì 20 ottobre 2015

GLI ANTICHI SOFISTI NE HANNO INVIDIA (di Piero Nicola)

Il succo del Sinodo sulla famiglia l'aveva già anticipato Bergoglio, ora alcune eccellenze disinvolte, che sono membri di tale assemblea, ripetono il concetto bergogliano, ed è prevedibile che il concetto sovvertitore riceverà l'approvazione. Ecco qua il mostro: la dottrina non cambia, la prassi invece deve adeguarsi alla realtà dei casi concreti, secondo misericordia e verità.
  Gli studentelli delle medie, che imparano la matematica e i rudimenti della logica, forse anche gli scolari primi della classe alle elementari, forzati all'elementare razionalità, ascoltando questa proposizione si troverebbero in imbarazzo, ma i più studiosi avvertirebbero che si tratta di un imbroglio.
  Che dottrina è mai quella che non contempla tutta la concretezza su cui verte? Se detta una legge, questa prevede l'infrazione e la sanzione corrispondente. Ora la legge in questione è chiara e semplice: chi si separa o divorzia unendosi a una terza persona, sia che il soggetto formi con lei una famiglia, sia che si risposi in forza di un diritto stabilito da uomini, sia che abbia figli o no, commette adulterio. Il rimedio è dato pure da un articolo della dottrina riguardante il peccato che reca danno, ed è uno solo: ritornare allo stato precedente di coniuge nel matrimonio primitivo, indissolubile, oppure, stanti le giuste ragioni, nella mera condizione di separato o di separata.
  In tutto ciò non c'è niente di nuovo. Ci sono sempre stati cattolici concubini, adulteri e divorziati in quegli stati dove il divorzio era legale. Quindi il caso di divorziati risposati, anche con prole avuta dopo il secondo o un ulteriore matrimonio, non è affatto inedito. La novità dei casi complicati e pietosi riguardo all'esclusione dai sacramenti, la straordinaria difficoltà del rientro nell'Ovile, sono un pura e deprecabile invenzione.
  La Chiesa seppe sempre come trattare i battezzati pubblici peccatori, che fossero divorziati risposati o concubini. Perciò si è detto più volte che il Sinodo costituiva una violazione della dottrina dogmatica, perché poneva un falso problema in questa materia.
  Invece, a sentire i prelati bergogliani, l'Enciclopedia Cattolica (per citare un solo documento probante) andrebbe inviata al macero. Essa dice, alle voci Indissolubilità e Matrimonio:
  "L'indissolubilità è una delle proprietà essenziali del Matrimonio, che trova la sua sanzione più piena nel Matrimonio-Sacramento".
  "All'indissolubilità del vincolo matrimoniale si oppone invece [...] il divorzio civile".
  "Can. 1110: Dal matrimonio valido nasce tra i coniugi un vincolo di natura sua perpetuo ed esclusivo".
  "Can. 1118: Il matrimonio valido rato e consumato non si può sciogliere [...] da nessuna umana autorità".
  "La tolleranza o, peggio, il consenso del coniuge offeso non fa venir meno l'adulterio, perché il debito della fedeltà acquisito all'atto stesso del matrimonio è per sua natura inalienabile e imperscrittibile".
  "Il laico che si sia reso responsabile di adulterio pubblico [...] incorre nella esclusione dagli atti legittimi ecclesiastici".
  "Non si può certo accusare la Chiesa di essersi contraddetta nel predicare l'assoluta indissolubilità del matrimonio rato e consumato o di  non aver interpretato il pensiero di Gesù".
  Eccetera.
  Ci sono eccezioni alla regola data? Le uniche riguardano i motivi di invalidità dello sposalizio contratto dai suoi attori. Quando esso è valevole, circa la colpa e il peccato non sussiste ignoranza che tenga. Quand'anche questa ci fosse stata, la Chiesa non ammette il danno morale e religioso causato dal sussistente adulterio.
    Ma nel bel mezzo delle sedute dei prelati sinodali, la stampa ci informa che mons. Mark Benedict Coleridge, arcivescovo di Brisbane (Australia), dice ai giornalisti che i divorziati risposati non devono essere chiamati adulteri. Oh, bella! Chi sono allora gli adulteri? Nessuno gli ha fatto questa domanda impertinente, ma sono certo che il monsignore risponderebbe di non essersi mai sognato di negare l'esistenza, piuttosto teorica, di tali cocciuti. Però, siccome ci sono i ben disposti al pentimento e anche gli altri sono chiamati alla retta via secondo il volere del Signore, la parola adulterio deve essere bandita. Essa è contraria alla pastorale misericordia, alla divina volontà che opera per la salvezza di tutti.
  Ciò, in parole povere, significa che la Chiesa tradizionale, antecedente la scoperta della vera pastorale misericorde, era scema e cattiva. Infatti, giova ripeterlo, la questione da essa risolta usando il termine adulteri e negando loro i sacramenti, finché non avessero confessato il peccato e non avessero sanato la loro situazione peccaminosa e scandalosa, tale questione, dico, si poneva esattamente nei modi in cui oggi si pone.
  Invero, il Coleridge risponde a iosa, sebbene per vie traverse, al quesito essenziale: come si trattano coloro i quali venivano considerati adulteri? "Occorre discernimento e dialogo pastorale" egli raccomanda. "Bisogna ascoltare e valutare le storie". "La chiesa sinodale è chiesa di ascolto" deduce il giornalista. "Le situazioni non sono bianche o nere [come sta scritto nei polverosi manuali teologici], esse sono sfumate".
  Intanto, per questi prelati il tempo non esiste, può essere sospeso, sospeso il giudizio, sospesa la sentenza. Nel frattempo il caro assistito, che pertanto non viene considerato fuori della comunione ecclesiale, può ancora peccare e far peccare l'altro che sta con lui, è libero di dare ulteriore scandalo. O anche la parola scandalo deve scomparire? Così sembra, salvo ricuperarla in altre occasioni che fanno comodo, come l'adopera Bergoglio contro certi corrotti.
  Poi, dev'esserci una conclusione di tale procedimento caritatevole. È inutile sfuggire con vaghe allusioni contraddittorie e con penose ambiguità. Abbiamo visto che la risoluzione non manca: sta  nella prassi predicata, nella pratica che, abolendo condanne ed esclusioni, deve ammettere l'inammissibile: la piena accoglienza nella comunione del Corpo Mistico di peccatori pubblici, il cui eventuale pentimento non elimina (almeno non ancora) la causa del male di cui essi sono affetti e che trasmettono al prossimo.
  Dalla stessa fonte apprendiamo che il vescovo di Parma mons. Enrico Solmi, ex capo commissione Cei sulla Famiglia, dichiara doversi "considerare una situazione di vita" di persone battezzate (come se la legge naturale non riguardasse tutti, e i battezzati non potessero perdere colpevolmente la grazia del Battesimo), "nuclei familiari ormai assodati" e con figli (come se la solidità dell'adulterio e i suoi figli potessero diminuirlo o avviarlo all'assoluzione). Il rimedio starebbe nel mettersi accanto agli adulteri e dialogare con loro, nel vedere la prospettiva per il futuro (come se non esistessero regole nette su questo punto).
  Il monsignore parla con la stessa inconcepibile vaghezza di "cammino di riconciliazione" e di "richiesta di perdono". Donde, la formula: prassi pastorale = misericordia + verità (una verità già calpestata). Donde, non ragionare in termini astratti (i.e. la dottrina è astratta).
  Nell'inferno forse gli antichi sofisti possono nutrire la mala speranza di non restar soli, ma in invidiabile compagnia, giacché a loro non toccò di confrontarsi con Gesù Cristo.


Piero Nicola  

mercoledì 14 ottobre 2015

DEMOCRAZIA FALLITA (di Piero Nicola)

Per l'approvazione in parlamento della riforma della Costituzione, che cambia il Senato rendendo la Camera dei deputati il solo organo legislativo, sicché con l'entrata in vigore della legge elettorale (Italicum) il partito che prende più voti avrà la maggioranza assicurata, i partiti contrari a Renzi hanno gridato al colpo di stato, all'introduzione di un regime autoritario, antidemocratico, all'instaurazione di una sorta di dittatura.
 Osservo che:
1) La democrazia, specie quella oggidì concepita dai suoi accreditati interpreti e dal sentimento comune, è un sistema politico marcio alla radice, in quanto contiene il principio dell'ingiustizia (uguaglianza etica e uguali capacità di giudizio degli elettori, nessuna valida qualificazione degli eletti) nonché la causa della corruzione politica, sociale e morale. Sarebbe superfluo mettere in fila i punti di tale degrado insito nel metodo (costituzione), cui la prassi non può rimediare.
  Basti dire che durante i 70 anni di parlamentarismo italiano si sono avute le peggiori leggi che ci si potesse attendere (divorzio, aborto, diritto di famiglia e chi più ne ha più ne metta), mentre il governo ha prodotto o permesso la rovina dei costumi, l'invasione degli immigrati, la mafia, la droga in quantità intollerabili, e altre nefandezze.
2) Il discredito gettato su qualsiasi regime autoritario comporta una menomazione insanabile. Infatti ci si priva di un modello storico, realistico (compatibile con le sane tradizioni, la moralità, la Religione) e si entra nella ferrea sfera delle illusorie perfezioni democratiche.
  Condannare a priori l'autoritarismo è un errore grave. L'autoritarismo può essere cattivo o buono, ma quello buono è il solo in grado di risollevare le sorti civili, specie nelle attuali contingenze.
3) È deleterio far dipendere il regime da instaurare da un qualsiasi progressismo, evoluzionismo o storicismo. Al di fuori della partitocrazia, della plutocrazia, delle conventicole che dirigono i governi da dietro le quinte, al di fuori di questo perverso impero progressista, soltanto uomini idonei possono cambiare le cose in senso positivo, ed essi hanno la capacità di andare contro qualsiasi corrente con largo consenso.
  Ovviamente, ridotta la democrazia, esiste il pericolo che il potere vada nelle mani di un Renzi o di qualcuno come lui, e che perciò il rimedio diventi, lì per lì, peggiore del male. Tuttavia la possibilità di governare uscendo dalle pastoie del parlamentarismo, degli interessi particolari fatti prevalere sul bene comune, eliminando i tradimenti dei deputati, ecc. non va disprezzata, anzi è l'unico scampo che attualmente si presenti. Ma c'è di più: la cattiva prova data dall'esecutivo non potrà evitargli la caduta, e il successivo Presidente del Consiglio potrebbe essere quello augurato.

Piero Nicola


martedì 13 ottobre 2015

DEFENSORES FIDEI TENTENNANTI (di Piero Nicola)

  Già si sapeva che l'opposizione all'errore dogmatico, alla quale certi prelati in carica avevano dato inizio, era una battaglia perduta in partenza. Fin da subito, essi erano sprovvisti della necessaria fermezza. Non si accusa un errore grave senza accusare l'errante che persevera in esso promuovendolo e senza separarsi da lui. Diversamente, se ne viene fuori proprio male.
  In ogni modo, avrebbe dovuto apparire strano che uomini responsabili d'aver accettato gli sviamenti introdotti dal Concilio e le loro successive applicazioni e amplificazioni, potessero acquistare la stoffa di convertiti, tornati a marciare nell'unica via chiara, netta e possibile.
  Come nei nostri ambienti è stato detto e dimostrato, il motu proprio sulla riforma del processo canonico per le sentenze di nullità del matrimonio ha prevaricato sul sinodo per la famiglia, attualmente in corso, mettendolo di fronte a un provvedimento che apre la porta al cosiddetto divorzio cattolico, convalidato da una chiesa da fumetti americani. Infatti, affidare le prove della nullità alle dichiarazioni dei coniugi, in base alla loro coscienza, e al breve giudizio di vescovi sovente progressisti, equivale a rendere lo scioglimento religioso del vincolo una sorta i presa in giro. Ricordiamo che, in seguito a un'ambiguità conciliare, fine primo del matrimonio è diventato l'amore degli sposi, sicché esso venendo meno data l'incertezza di tale sentimento, necessariamente anche il matrimonio assume un carattere provvisorio, aleatorio.
  Dopo il bergogliano "chi sono io per giudicare?" riferito ai sodomiti e alle lesbiche, il tema della famiglia sarà facilmente toccato anche dalla questione del gender. Come ignorare che uno dei coniugi possa cambiare sesso, o semplicemente il sentimento del proprio sesso? Il marito potrà sentirsi donna e la moglie uomo. Ma vi saranno altri argomenti di discussione inerenti all'ambito familiare e relativi all'omosessualità.
  Inoltre, resta la faccenda della Comunione da accordarsi ai divorziati risposati, cui si connette il generale problema di conferire il Sacramento ai pubblici peccatori, ivi compresi gli omosessuali dichiarati.
  Adesso, la tivù ci informa che un'eletta di vescovi e cardinali ha inviato una lettera, pubblicata da un organo di stampa, per rappresentare a Bergoglio le sue riserve in merito all'instrumentum laboris da discutere al sinodo.
  Il sinodo ha avuto inizio, la risposta del destinatario rimane ignota, nessuno dei partecipanti all'assemblea ha ricusato il seggio assegnatogli, né ha avanzato reclami preliminari. La sconfitta di quei bene intenzionati è completa, prima ancora che compaia del tutto evidente.
  Chi sperava che ci fosse un'impugnazione del documento all'ordine del giorno, o che sarebbe stato oggetto di contestazioni durante le sedute, si metta l'animo in pace. Soltanto un miracolo potrebbe far sì che qualche padre tolga i piedi dalla putredine raffinata, profumata, e calciando la getti contro il banco della presidenza, affinché ci se ne renda conto.
  La notizia della lettera speranzosa trascorre nel silenzio dei suoi redattori, i quali, davanti al marcio dell'instrumentum (che è la messa in discussione di un dogma!) e dell'interferenza preventiva messa in atto col motu proprio, avrebbero dovuto pentirsi coram populo di non aver da lunga pezza esecrato la prima macchinazione e poi, denunciando la seconda, avrebbero dovuto disertare il losco convegno, oppure entrarvi per screditarlo pubblicamente.
  Invece, a quanto pare, alcuni firmatari della missiva - che il Vaticano si è affrettato a dichiarare  perturbatrice e immotivata - si sono tirarti indietro, mentre i sicuri autori scompaiono.
  Risultato: una vittoria della falsa misericordia che, ben guardandosi dal tradursi in responsabili e chiare definizioni dogmatiche, predica l'eresia definendola, nei fatti, con l'obbligare le coscienze e con la prassi del governo curiale. Una vittoria completa degli usurpatori, prodotta altresì dalla memoria timidamente inviata a Bergoglio e venuta alla luce: ecco la libera espressione dei prelati! ecco i debiti ripensamenti! ecco l'opportuno silenzio degli sconsigliati! Ecco come tutto ciò avrà da ripetersi in avvenire.

Piero Nicola


lunedì 12 ottobre 2015

Che fare?

Due splendide occasioni sono offerte agli esponenti di una destra capace di uscire dall'adolescenziale cultura hobbit e dalla ridicola suggestione eleusina: l'inciampo della teologia progressista (di Kasper & Bergoglio) nel recente sinodo dei vescovi e la catastrofe capitolina della sinistra
 Antonio Socci, una fra le più vivaci e implacabili menti oggi attive nel mondo cattolico, ha posato una pietra tombale sopra la teologia di Bergoglio, definendola “un ferro vecchio impastato di peronismo e di rugginosa teologia della liberazione” (Cfr. Libero, 11 ottobre 2015).
 Di qui la rivincita di Benedetto XVI, che aveva esortato i vescovi a rimanere assolutamente fermi nella dottrina.
 Sotto la disperata pioggia di coriandoli babilonesi, attuale e ultima figura di quel mondo moderno, che fu temuto e quasi venerato dai padri del Vaticano II, la strada della teologia progressista non è più seriamente percorribile.
 Socci ha svelato la radice anacronistica del Bergoglio-pensiero, ponendo la premessa a una nuova controriforma, che appare non differibile, quando si considera la luce crepuscolare calata sulle rivoluzioni laiche e progressive.
 D'ora in avanti Bergoglio e i vescovi di Francia e di Germania potranno soltanto rallentare il cammino  della maggioranza intesa alla restaurazione della verità cattolica, alterata dagli autentici protagonisti del Vaticano II: Karl Rahner, Giuseppe Dossetti e Giacomo Lercaro.
 Cade di conseguenza l'alibi dietro il quale squillavano i banditori destri di un esoterismo travestito da legittimo antagonista all'eversione promossa dai cattolici modernizzanti.
 La seconda opportunità è offerta alla possibile, futura destra dalla discesa nel ridicolo del sindaco progressista di Roma e della sua cultura.
 La patetica vicenda di Ignazio Marino dimostra che la sinistra, orbata della vecchia ideologia, è destinata ad estenuarsi sul palcoscenico allestito dalla borghesia decadente  e ridarellara.
 La cultura della sinistra, infatti, scorre in un taboga indirizzato al luogo deputato al ridicolo incontro di Massimo Cacciari con René Guénon.
 Sorge tuttavia una spiacevole domanda: la destra hobbit rappresenta una seria alternativa al surrealismo a sinistra?
 La risposta indirizza purtroppo al vuoto che separa la destra politica dalla tradizione italiana e dalla cultura in senso stretto.
 La storia recente della destra italiana è stata dominata dal rifiuto categorico e dal disprezzo della cultura propriamente nazionale e del vantaggio concesso a ideologie aliene. L'avversione alla cultura si è spinta fino al punto (surreale ma sciaguratamente reale) di proporre la candidatura di un facchino d'area a ministro dei trasporti.
 Il mecenate Giovanni Volpe, che investì un patrimonio nella sua magnifica casa editrice, negli incontri internazionali della cultura e nelle riviste Intervento e La Torre, lamentava la totale indifferenza alla cultura italiana da parte della classe dirigente della destra sedicente nazionale.
 Al proposito non si può dimenticare l'enigma rappresentato da Giorgio Almirante uomo di cultura impegnato a sottovalutare l'ingente contributo di Volpe per sostenere le squallide fantasticherie della destra francese,  scesa in guerra contro la genuina tradizione italiana. 
 L'umiliante esito della politica attuata dall'erede di Almirante, infatti, discende dall'ignoranza della storia e dal disprezzo della tradizione italiana
 L'esistenza in vita di pensatori qualificati e capaci di animare una cultura autenticamente nazionale grida vendetta contro gli autori del vuoto mentale in cui è affondata  la destra finiana.
 Nascosti dai fumi emanati dal rogo progressista, sono tuttavia attivi gli eredi legittimi [1] dei filosofi e dei politologi che hanno rappresentato autorevolmente il Novecento italiano [2].
 Dalle loro opere i militanti della destra possono trarre i princìpi necessari ad animare un'attività politica affrancata dai pesi cadaverici della modernità e dell'antichità iniziatica.
 Una tale scelta esclude la qualunque alternativa. L'eventuale rifiuto della tradizione italiana convertirebbe la destra in un frammento  dell'avanspettacolo, in cui si agitano i personaggetti di Maurizio Crozza.

Piero Vassallo    


[1]          Antonio Livi, Paolo Pasqualucci, Ennio Innocenti, Danilo Castellano, Pier Paolo Ottonello, Giovanni Turco, Roberto Dal Bosco, Roberto De Mattei, Pietro Giubilo, Piero Samperi, Paolo Deotto, Pucci Cipriani.
[2]          Giorgio Del Vecchio.  Balbino Giuliano, Francesco Orestano, Cornelio Fabro, Raimondo Spiazzi, Nicola Petruzzellis., Tito Centi, Michele Federico Sciacca, Pietro Mignosi, Carmelo Ottaviano, Augusto Del Noce, Maria Adelaide Raschini, Dario Composta, Sofia Vanni Rovighi.

venerdì 9 ottobre 2015

E’ falso dire che NS Gesù Cristo non ha condannato l’omosessualità - I Vangeli dimostrano esattamente il contrario (di Paolo Pasqualucci)

L’assordante propaganda omosessualista e omofila, sostenuta da tutti i grandi mezzi d’informazione, in cre­scendo nell'imminenza del Sinodo sulla Famiglia del 5 ottobre p.v., continua a ripetere a beneficio dei cattolici un vieto ritornello e cioè che Gesù Cristo non avrebbe mai parlato dell’omosessualità, ragion per cui la sua condanna non si potrebbe reperire nei Vangeli ma solo nelle Lettere apostoliche, segnatamente in quelle di san Paolo. Come se questo, annoto, facesse la differenza! Le Epistole paoline non vengono lette durante la Messa come “Parola di Dio”, allo stesso modo dei Vangeli? Ma prescindiamo da questa scorretta separazione tra le varie parti del corpo neotestamentario, del tutto inaccettabile, spiegabile solo alla luce della miscredenza attuale, che vuole escludere di fatto l’insegnamento di san Paolo dalla Rivelazione con l’argomento singolare che egli dettava norme e concetti validi solo per il proprio tempo![1]
Ciò che la propaganda omofila vuole insinuare a proposito dei Vangeli, è parimenti assurdo: non avendovi il Cristo mai nominato esplicitamente l’omosessualità, non la si dov­rebbe ritener da Lui condannata! La fornicazione e l’adulterio li ha con­dannati apertamente mentre la sodomia e affini (che sono fornicazione contro natura) li avrebbe invece assolti con il suo (supposto) silenzio? Ma ci rendiamo conto delle castronerie che vengono oggi propinate alle masse, peraltro ben felici di esser ingannate, a quanto pare?
Dove si trova, nei Vangeli, la condanna dell’omosessualità da parte di Nostro Signore? In maniera diretta tutte le volte che Egli porta ad esempio il destino toccato a Sodoma come condanna esemplare del peccato; in maniera indiretta in un passo nel quale elenca i vizi e peccati che ci mandano in perdizione.

1. La distruzione di Sodoma e Gomorra citata tre volte da Gesù come esempio di punizione esemplare di chi si ostina nel peccato:

Mt 10, 15; 11, 24; Lc 10, 12; 17, 29.

Vangelo di san Matteo

Nel dare le istruzioni ai Dodici Apostoli mandati per la prima volta a predi­care e convertire i peccatori, il Verbo incarnato disse, a proposito di coloro che si fossero rifiutati di riceverli o ascoltarli:
“In verità vi dico: nel giorno del Giudizio il paese di Sodoma e Gomorra sarà trattato meno severamente di quella città” (Mt 10, 15).
Il concetto fu da Lui ribadito poco dopo. Di fronte ai discepoli di Giovanni Bat­tista, Egli fece l’elogio del Battista per passare poi a rampognare l’incredulità di “questa generazione”, concludendo con un durissimo rimprovero alle città im­penitenti, che non avevano voluto pentirsi, nonostante i miracoli che Egli vi aveva fatto.

“Guai a te, Corazin! Guai a te, Betsaida! Perchè se aTiro e a Sidone fossero avvenuti i miracoli compiuti in mezzo a voi, già da gran tempo avrebbero fatto penitenza cinti di cilicio e ricoperti di cenere. Perciò vi dico: nel giorno del Giudizio Tiro e Sidone sarano trattate meno severamente di voi. E tu Cafarnao, sarai esaltata sino al cielo? Tu discenderai all’inferno: perchè se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli operati in te, oggi ancora sussisterebbe. E però vi dico, che nel giorno del giudizio il paese di Sodoma sarà trattato meno dura­mente di te” (Mt 11, 21-24).

Il parallelo con le antiche città pagane ha lo scopo di mettere nel massimo rilievo la gravità del peccato delle città ebraiche, che avevano rifiutato la “conversione” pur avendo visto i miracoli operati da Nostro Signore. Avevano peccato nella fede, contro lo Spirito Santo, possiamo dire. Tiro, Sidone, Sodoma, Gomorra erano diventate per gli Ebrei simboli della corruzione del mondo pagano, privo del vero Dio e nell’ignoranza della Salvezza. Ma questo non si poteva dire de­gli Ebrei, ragion per cui il loro peccato era più grave: più grave degli abomini carnali dei pagani era la loro incredi­bile mancanza di fede.
Per quanto riguarda Sodoma e il suo particolare peccato: nel giorno del Giudizio essa sarà trattata “meno duramente” delle città ebraiche impenitenti ma non sarà certamente assolta. Anzi, proprio la condanna di Sodoma serve da punto di riferimento, da metro di giudizio per determinare la gravità di un peccato e quindi per affermare che l’incredulità degli Ebrei è addirittura più grave di un peccato così grave come quello di Sodoma e Gomorra, di “Tiro e Sidone” in quanto ad esso assimilabile: la corruzione dei costumi spinta sino alla ribellione contro la legge naturale stabilita da Dio, in odio a Dio.

 Il carattere esemplare del peccato e della condanna di Sodoma erano già ben presenti nella tradizione profetica. Li ritroviamo nel libro di Ezechiele.

Dio ammonisce Israele per i suoi tradimenti e le sue “abominazioni idolatriche”, tramite la voce dei Profeti. Nel libro di Ezechiele già compare il parallelo tra le colpe di Ge­rusalemme e quelle dei pagani, utilizzato anche da Nostro Si­gnore: le colpe di Gerusalemme verso Dio sono più gravi di quelle dei pagani, pur di per sé gravissime. Gerusalemme ha, infatti, avuto la Rivelazione, al contrario dei pagani.

“Com’è vero che io vivo, dice il Signore Dio, tua sorella Sodoma e le sue figlie [le città dipendenti] non furono sì perverse come te e le figlie tue. Ecco, questa fu la colpa di Sodoma, tua sorella e delle sue figlie: superbia, sovrabbondanza di cibo e pigrizia: non aiutavano il povero e l’indigente; ma insuperbirono e fe­cero ciò ch’è abominevole davanti a me: per questo io le distrussi non appena vidi la loro condotta” (Ez 16, 48-50).

Sodoma è rappresentata qui dal profeta come “sorella” nella colpa di Ge­rusalemme, “adultera” nella fede. La punizione di Sodoma sarà anche quella di Gerusalemme colpevole, ed anzi ancor più colpevole; sarà la punizione inferta alle “adultere e omicide” (ivi, 38). Il profeta, ispirato da Dio, descrive la colpa di Sodoma: la superbia innanzitutto, nutrita dal benessere materiale, che comportava pigrizia e disprezzo per “il povero e l’indigente”. L’ozio prodotto dal benessere è il padre dei vizi, come si suol dire. E alla base della ribellione contro la legge divina e naturale nei rapporti sessuali c’è la superbia e la mancanza di giustizia: “insuper­birono e fecero ciò ch’è abominevole davanti a me”. Un gran benessere materiale, il narcisismo e la superbia all’origine dell’omosessualità. Dal narcisismo e dalla superbia la ribellione contro Dio e le sue leggi. Tutto ciò lo vediamo riprodursi oggi, nelle nostre sventurate società, e in molti casi con la complicità dello Stato.

Vangelo di san Luca

Luca riporta l’invettiva di cui a Mt 11, 21-24, in modo quasi identico, aggiungendovi un illuminante commento del Signore stesso.

“Io vi dico che, nel gran giorno [del Giudizio], Sodoma sarà trattata meno rigorosamente di quella città [dove non vi avranno accolti]. Guai a te , Corazin!, guai a te, Betsaida! […] E tu Cafarnao, sarai forse elevata fino al cielo? Tu sarai precipitata sino all’inferno! Chi ascolta voi, ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me. Chi disprezza me, disprezza colui che mi ha mandato” (Lc 10, 12-15).

Ma Nostro Signore nominò di nuovo Sodoma nelle profezie sugli ultimi tempi, che avrebbero visto il ritorno del Figlio dell’uomo, predetto quale avvenimento improvviso e fulminante, che non avrebbe lasciato scampo a nessuno.

“E come avvenne al tempo di Noè, così avverrà al tempo del Figlio dell’uomo: mangiavano e bevevano, si sposavano e facevano sposare i propri figliuoli, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca; ma venne il diluvio e li fece tutti perire. Altrettanto avvenne al tempo di Lot: mangiavano e bevevano, compravano e vendevano, piantavano e costruivano; ma il giorno in cui Lot uscì da Sodoma, Dio fece piovere fuoco e zolfo dal cielo e fece perire tutti”. (Lc 17, 26-29).

Continuando nella profezia, Nostro Signore aggiunse: “Lo stesso avverrà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo dovrà apparire”. In quel giorno nessuno dovrà voltarsi indietro, non gli sarà consentito: “Ricordatevi della moglie di Lot! Chi cercherà di salvare la sua vita, la perderà; e chi la perderà, la conserverà” (ivi, 30-32).

Il Diluvio e la fine di Sodoma sono dunque proposti più volte da Nostro Signore quali esem­pi della giustizia divina, esempi classici, si potrebbe dire, nella cultura e nella mentalità ebraiche. Ciò significa che Egli approvava quelle condanne e quei castighi; riteneva giusto che l’umanità fosse punita per i suoi peccati nel modo che Dio ritenesse opportuno, a seconda della loro gravità. Riteneva quindi giusto che il peccato contro natura dei sodomiti fosse stato punito col fuoco e lo zolfo caduti subitaneamente dal cielo. Si noti la sfumatura: ricorda che al tempo di Noè gli uomini, tra le altre cose, “si sposavano e facevano sposare i propri figli”; al tempo di Lot invece, cioè a Sodoma e Gomorra, tra le loro molteplici attività (“piantavano e costruivano”) mancava ovviamente il costruir famiglie, lo sposarsi e far figli secondo natura, realtà dalle quali i sodomiti (omosessuali e lesbiche) si escludono a priori, perché da loro detestate.
Riscontrato tutto ciò sui Sacri Testi, come si fa a dire che Gesù non ha mai parlato dell’omosessualità e quindi non l’ha (per ciò stesso) mai condannata? Nella più perfetta tradizione ebraica, ha portato o no più volte a monito, approvan­dola, la condanna di Sodoma quale esempio di condanna divina esemplare dei peccati gravi e ostinati di un’intera comunità? E ciò non basta a dimostrare che Egli ha condannato l’omosessualità e la conseguente falsità radicale della tesi degli omofili? Che altro doveva dire? Aveva forse bisogno di fare tanti discorsi per condannare il peccato e un peccato come quello? Invece di cercare di falsare il senso autentico delle Sacre Scritture, i propagandisti e sostenitori a vario livello della presente, terrificante deriva omosessualista (attivi purtroppo anche nella Gerarchia!), non farebbero meglio a meditare le parole stesse di Nostro Signore sul giusto castigo di Sodoma sventurata? Sembrava ai depravati che tutto dovesse continuare in eterno come prima, immersi nel benessere, nelle loro intense attività e nei loro vizi, ma improvvisamente un giorno, “il giorno in cui Lot uscì da Sodoma, Dio fece piovere fuoco e zolfo dal cielo e fece perire tutti”. Senza preavviso fece perire tutti di una morte orribile, tutti inceneriti in un batter d’occhio, come i poveri giapponesi a Hiroshima e Nagasaki, peraltro vittime innocenti della crudeltà della guerra. Anzi, peggio, perché in Giappone ci furono dei superstiti e la vita è tornata nelle città ricostruite. A Sodoma e Gomorra, invece, non si è salvato nessuno e il luogo, inizialmente fertilissimo, è da allora un tetro e spettrale deserto di sale, acqua salmastra e bitume. Se si continuerà ad offendere gravemente Dio, come a Sodoma, andrà a finire anche per noi come a Sodoma, quale che sia la forma specifica del castigo, se l’acqua o il fuoco o la terra, che si spalancherà sotto di noi.


2. L’omosessualità deve ritenersi inclusa da Gesù nella condanna di tutte le “fornicazioni” .

Polemizzando contro il legalismo dei Farisei e la loro ossessione con le purificazioni rituali, Gesù dissse ai discepoli, che ancora non avevano afferrato adeguatamente il concetto:

“Non capite che quanto entra per la bocca, passa nel ventre e va a finire nella latrina? Ma quel che esce dalla bocca viene dal cuore, ed è questo che contamina l’uomo; poichè dal cuore vengono i cattivi pensieri, gli omicidi, gli adulteri, le fornicazioni, i furti, le false testimonianze, le bestemmie: queste cose contaminano l’uomo, ma il mangiare senza lavarsi le mani non contamina l’uomo” (Mt 15, 17-20).

Egli distingue nettamente tra “adulteri” (adulteria, moichetai) e “fornicazioni” (fornicationes, porneiai).
L’adulterio è l’infedeltà coniugale. E le fornicazioni? Evidentemente, tutti i rapporti sessuali di persone non sposate. E quindi tutte le violazioni del Sesto Comandamento, secondo natura e contro natura che siano. Anche l’adulterio è “fornicazione”, però con aggiunto il peccato della violazione della fede coniugale. Nell’adulterio ci sono due peccati in un unico atto.
Potrebbero le “fornicazioni” qui menzionate dal Signore escludere quelle contro natura? Non potrebbero, evidentemente: per la natura stessa del concetto, tale da impedire di per sé simile eccezione. Inoltre, il termine porneia (scortatio, fornicatio), che risale a Demostene ed è usato dai LXX, anche nel Nuovo Testamento indica “ogni uso illegittimo della venere, compreso l’adulterio e l’incesto. In Mt 15, 19 si distingue dalla moicheia ossia dall’adulterio. Vedi anche Mc 7, 21, [passo parallelo]”[2]. E a riprova di tale impossibilità abbiamo l’evidente approvazione manifestata (tre volte) da Gesù per la condanna di Sodoma e Gomorra, rappresentate addirittura come esempio di grave peccato che merita di esser colpito anche in questo mondo dall’ira divina, con tutta la sua terribile potenza, quando un intero popolo vi si induri.

Lo scopo di quest’articolo è solo quello di ricordare la condanna evidente e manifesta del peccato di omosessualità da parte del Cristo, per sbarazzare il campo dalle falsità pullulanti sulla nostra religione e ristabilire il vero. Per completezza di documentazione, voglio ricordare che Sodoma e Gomorra sono rammentate anche nella Seconda Lettera di san Pietro, allo stesso modo di Nostro Signore e con ulteriori precisazioni, relative alla sopravvivenza e comunque alla salvezza dell’anima dei giusti che siano costretti a vivere in una società dominata dall’empietà.

“[…] se Dio condannò alla distruzione e ridusse in cenere le città di Sodoma e Gomorra, perchè fossero di esempio a tutti gli empi futuri, e se liberò il giusto Lot, rattristato dalla condotta di quegli uomini senza freno nella loro disso­lutezza – poiché quest’uomo, pur abitando in mezzo a loro, si manteneva giu­sto di fronte a tutto quello che vedeva ed ascoltava, nonostante che tormen­tassero ogni giorno la sua anima retta con opere nefande – il Signore sa liberare dalla prova gli uomini pii e riserbare gli empi per esser puniti nel giorno del Giudizio, specialmente quelli che seguono la carne nei suoi desideri immondi e disprezzano l’autorità. Audaci e arroganti, essi non temono d’insultare le glorie dei cieli , mentre gli stessi angeli ribelli, pur essendo supe­riori a costoro per forza e potenza, tuttavia non osano portare contro di esse un giudizio ingiurioso davanti al Signore” (2 Pt 2, 6-11).

Paolo Pasqualucci




[1] San Paolo condanna l’omosessualità, sia maschile che femminile, con la dovuta severità nella Lettera ai Romani, 1, 24-32. Nella prima Lettera ai Corinti, ribadisce tuttavia che anche “effeminati e sodomiti” possono salvarsi, al pari degli altri tipi di peccatori menzionati nella Lettera (fornicatori, idolatri, ladri, adulteri, avari, etc.), se si convertono a Cristo. E lo dice a proposito, perché tra i giustificati nel nome di Cristo della comunità di Corinto c’erano anche omosessuali guariti dal loro vizio: “E tali eravate alcuni di voi, ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo, e mediante lo Spirito del nostro Dio” (1 Cr 6, 9-11).
[2] Francisco Zorell, S.I., Lexicon Graecum Novi Testamenti, rist. anast. ed. 1961, Rome Biblical Institute Press, 1978, voce porneia. Per la traduzione italiana del Nuovo Testamento mi sono servito de La Sacra Bibbia a cura della CEI, Edizioni Paoline, 1963. C’è poi anche l’uso figurato del termine, tipico dell’Antico Testamento, l’immagine della “fornicazione con gli idoli”, ossia dei tradimenti di Israele nella fede, duramente condannati dai Profeti, con il loro ben noto esprimersi in immagini dirette e senza ipocriti veli. 

Pinerolo & Predappio emblemi della diversità italiana

Nel voluminoso saggio La maschera di ferro, storia di un misterioso esiliato a Pinerolo e della sua discendenza, lo storico Marcello Rambaldi Guidasci sostiene (insinua) che due celebrati figli della severa e non sanguigna (ovvero esangue) cittadina franco-piemontese, Luigi Facta e Ferruccio Parri, discendevano, in qualche modo, dal misterioso personaggio, che fu perseguitato, mascherato e deportato dal Re Sole.
 Di qui l'uso dell'espressione Pinerolo ridente città, quale esempio lampante della figura rettorica detta ossimoro (ovvero unione irreale di acuto e ottuso).
 Non è pertanto pensabile un progetto inteso a proporre le figure di Facta e Parri quali attrazioni per i turisti viaggianti nei paesi d'origine dei protagonisti della storia nazionale.    
 Eseguito il doveroso inchino all'antifascismo diventa lecito affermare che la cittadina di Predappio non è circondata e assediata dalla solitudine struggente che affligge Pinerolo, nome dall'oltraggioso Rambaldi Guidasci storpiato e ridotto a Uggiarolo.
 In breve: a Predappio si rovescia un incessante/crescente flusso di turisti, mossi dall'ammirazione per Benito Mussolini.
 Un affare che sporca la nobiltà antifascista della cittadina romagnola. Il sindaco di Predappio, dottor Giorgio Frassineti, afferma infatti: “Il mio giudizio sul fascismo è netto”.
 Netto, nell'Italia del nipote del piccolo scrivano fiorentino, Matteo Renzi, significa pensare nel buio della notte. Il dottor Frassineti si addentra nel vocabolario oscuro per affermare: “netto non significa che si debba nascondere un pezzo della nostra storia”. Fiumi di parole urlate e/o scritte per deprecare il nero ventennio svaniscono in un battibaleno: il sindaco comunista di Predappio annuncia la restaurazione (fisica) della Casa del Fascio, costruita nel 1934 per volontà di Arnaldo Mussolini: “abbiamo appena firmato l'atto decisivo [categorico? Il timbro della voce induce a pensarlo] per la realizzazione del progetto, cioè il programma di valorizzazione” . Spesa cinque milioni.
 Gli ossimori si sprecano: l'illustre sindaco parla di valorizzazione antifascista di un'opera squisitamente fascista, ammesso e non concesso che si possa attribuire la squisitezza a una bieca opera della tirannia nera. 
 Attonito il contribuente democratico si domanda: perché l'ingente cifra investita per restaurare un'opera costruita dal fratello del bieco tiranno? Perché non si è pensato infine a restaurare la casa pinerolese di Ferruccio Parri? La memoria del patriota Parri è forse sbiadita? Forse si deve credere che i luoghi della sconfitta memoria fascista attirano più di quelli della memoria vincente?
 Le trombe della repubblica fondata sulla Resistenza squillano nelle piazze e nelle scuole ma la contraria memoria non declina. Una sana e sdegnata mestizia invade i cuori istituzionalizzati.
 Tuttavia i fascisti non passeranno! I fascisti? Il più giovane dei fascisti, nella radiosa primavera del 1945 aveva 15 anni, oggi ne ha 85. Il tempo passa e l'uom non se ne avvede. La calcolatrice repubblicana non ha memoria.
 Perché la nostalgia, infine, si dirige a Predappio invece che a Pinerolo? Perché gli italiani non rimpiangono Parri? Perché il ricordo di Facta è sbiadito? Perché l'ottimo Mattarella non accende e non infiamma i nostri cuori? Forse la nostra democrazia è un cibo da mangiare freddo? O è intrinsecamente fredda?  

       
Piero Vassallo

IL GOVERNO IN TIVÙ MI HA INSULTATO (di Piero Nicola)

Un venerato personaggio del mondo dello spettacolo ha dato dello "scemo" (e non una volta soltanto) ai  fumatori, categoria alla quale io appartengo, quantunque con un certo grano salis. Le campagne propagandistiche del regime democratico ormai non guardano per il sottile, anzi si permettono la maleducazione, che deve confarsi alle loro... origini. Infatti, il suddetto personaggio (attore comico o semicomico, pedissequo o calcolatore almeno nell'accettare la parte), in una scenetta intesa alla salvaguardia della salute pubblica insolentisce i fumatori e, se non bastasse, li accomuna agli insensati motociclisti che non mettono il casco, rendendosi passibili di ammenda.
  Le iniziative antifumo sarebbero lodevoli, se stessero nei limiti della decenza. Invece si esorbita per fini probabilmente ignobili. Sui pacchetti dei generi di monopolio sono impresse scritte terroristiche del tutto false, indimostrabili, come "IL FUMO UCCIDE". Alla stessa stregua, sulle confezioni di tutti gli alimenti che generano nell'organismo notevoli dosi di colesterolo cattivo, dovrebbe campeggiare l'avvertenza della loro estrema pericolosità, e che pertanto uccidono. A proposito di iperboli paradossali e da quattro soldi, perché non avvertire i cittadini che la vita uccide? Infatti nessuno ne esce vivo. S'intende che altra cosa è il cattolico memento mori.
  Che cosa ne sa il potere, il quale costringe i fabbricanti di sigarette e di sigari a mettere in guardia i compratori sul grave aumento del rischio di cecità, di impotenza sessuale, di infarto, di ictus e di altre disgrazie, cui essi vanno incontro, che cosa ne sa, osservo, del consumo effettuato dai singoli? Ci si contraddice presumendo che gli uomini democratici, elettori adulti e responsabili,  non sappiano contenersi e resistere alla debolezza; non si vuole distinguere tra loro i continenti dagl'intemperanti.
  E da quale pulpito viene la predica, dal momento che lo stesso governo lucra sullo smercio dei tabacchi? Possiamo verificare una volta di più l'avvilimento della logica, la potenza delle persuasioni inoculate nella mente pubblica e la sua provocata passività, a dispetto della libertà, della ragione e della giustizia.
  Il consorzio civile ha ammesso nel contesto delle libere opinioni, delle proposte legislative accettabili, quella di liberalizzare le droghe leggere, in cui sono ovviamente incluse, e al primo posto, gli spinelli di hashish. Ed è notevole il fatto che la statale pubblicità contraria all'uso delle droghe sia molto meno attiva e virulenta di quella contro il fumo. Sicché i sospetti intorno a questo stato di cose appaiono affatto giustificati. Del resto, come mai la lotta contro il criminale commercio degli stupefacenti, che investe tutta la popolazione, non ha avuto esito positivo, dopo che il fenomeno è pesante, in Italia, da cinquantacinque anni a questa parte? Se ce ne fosse la volontà, la forza dello stato potrebbe ridurre al lumicino lo spaccio (come ogni altra organizzata attività criminosa), perché l'appetenza di droga non è inevitabile, non proviene da un impulso naturale, sia pure disordinato, come può essere l'impulso sessuale dei maschi, da rimediarsi con la prostituzione tollerata, che pure dovrebbe essere regolamentata.
  Anche l'abuso di alcol non è combattuto fattivamente, salvo qualche sporadica deplorazione delle ubriacature dei giovanissimi e un divieto di vendita ai minorenni, fatto poco rispettare e poco efficace.
  Su parecchie violazioni corruttrici e anche delittuose, su quasi tutti i vizi (onanistici, omosessuali, della pornografia, del libertinaggio, dell'indulgenza vile e immorale) si è prodotto il ribaltamento del sentimento della massa: dal rifiuto iniziale e tradizionale si è passati al consenso, in nome, via via, della tolleranza, della libera opinione, della pseudoscienza, dei diritti umani (aberranti), così che si giunge a ritenere legittimo il matrimonio e la famiglia composta da due individui dello stesso sesso o del terzo e del quarto sesso. Come mai il metodo psicologico redatto da Joseph Overston (spostare per gradi le convinzioni del popolo, mediante i media, fino a che siano invertite) non è stato adottato riguardo al vizio del fumo? Ovviamente il termine vizio è stato abolito, anche quello del gioco (divenuto ludopatia o caduta quasi accidentale nella dipendenza patologica), però il succo è questo: il fumatore è "scemo" e colpevole più di prima, più che mai.
  Sicché gatta ci cova. In un mondo con ogni evidenza determinato da persuasori onnipotenti, niente è lasciato al caso circa i giudizi, resi stereotipati. Il baccano preoccupato, indignato e spregiativo sul consumo di tabacco, cui fa eco una scienza servile e conformista, è fumo gettato negli occhi deve nascondere seri danni recati alla salute anzitutto morale.
  Si è invogliati a rivolgere un occhio benevolo al moralismo retorico degli autoritarismi che non misero in crisi l'osservanza religiosa e la fede (come oggi avviene, complice il clero usurpatore), né sovvertirono i concetti di onestà e di buon costume.


Piero Nicola

giovedì 8 ottobre 2015

La grande eresia

Non è possibile comprendere le cause dello sbandamento oggi in atto nella teologia e nella morale cattolica senza risalire alle fonti ingenue delle suggestioni di stampo modernistico, in libera e devastante circolazione dopo morte di Pio XII.
 Il modernismo, infatti, promuove l'obbedienza ai segnali lanciati dalla cultura giornalistica d'obbedienza massonica e/o sovietica.
 Ora nei primi anni Sessanta del xx secolo, il mondo moderno, quantunque diviso in blocchi, godeva di apparentemente buona salute: in allora la catastrofe del comunismo, le difficoltà della potenza a stelle e strisce e la corsa all'inginocchiatoio politico davanti alla Russia di Vladimir Putin, non erano eventi prevedibili. Gli entusiasmi chiliastici e i febbrili gongolamenti intorno al candore di papa Roncalli, purtroppo violavano la legge che suggerisce la naturale e obbligata ignoranza del futuro.
 Il momentaneo luccichio del mondo moderno abbagliò lo sguardo e toccò il cuore ecumenico di Giovanni XXIII, il papa buono, che decise di ricevette (non senza allarmare e turbare la curia vaticana) il giornalista sovietico Aleksei Adzubej e la di lui moglie, la figlia di Nikita Kruscev (il successore buono del sanguinario Stalin).
 Di qui l'invenzione e la diffusione dell'irrispettoso e quasi goliardico gioco di parole, coniato da un sacerdote refrattario, per definire la rincorsa vaticana della diplomazia sovietica: Ecce Adzubej qui tollit peccata mundi.
 Se non che la spinta al rinnovamento atteso dal papa buono e dai cattolici progressisti non arrivò dalla patria del socialismo reale ma dalle università americane, intossicate dal decadentismo francofortese, predicato dal raffinato cinedo Herbert Marcuse.
 Ingannati da una rustica e abbagliata lettura degli squilli sessantottini, il clero progressista corse, infine, al seguito di una ideologia adottata da studenti borghesi, idealmente radunati intorno al mito di Walter Benjamin, il pensatore impegnati a trasferire il neopaganesimo dell'ultra destra germanica nella vuota testa della gioventù americana.
 Di qui il disorientamento e lo sconcerto dei cattolici irriducibili all'errore ultramoderno. Il refrattario Marcel De Corte nell'abbaglio dei prelati sessantottini vide “l'accostamento blasfemo tra Vangelo e Rivoluzione, di cui parla san Pio X a proposito del modernismo politico ”.
 Il lungimirante filosofo belga, in una lettera indirizzata nel 1969 a Jean Madiran. confessava addirittura la forte tentazione di abbandonare la Chiesa cattolica, e dichiarava la flebile speranza che lo induceva a resistere: “La Chiesa è simile a un sacco di grano pieno di calandre- Per quanto numerosi siano i parassiti – e a prima vista formicolano – essi non hanno sterilizzato tutti i chicchi. Alcuni, poco importa il numero, restano fecondi. Germineranno. E le calandre creperanno, quando avranno divorato tutti gli altri. Buon appetito, signori: voi mangiate la vostra stessa morte” [1].
 Simili alle alate, fameliche e insaziabili calandre, i prelati, smarriti nelle nebbie sollevate dal pensiero francofortese e californiano, ingoiavano e ruttavano le fanfaluche e le umilianti fandonie declinate dal giovanile delirio urlante nei cortei del maggio sessantottino. De Corte rammentò il motivo dell'apprezzamento del sessantottismo dichiarato dall'abbagliato clero francese: “Esso chiama a costruire una società nuova, in cui i rapporti umani si stabiliranno in maniera del tutto diversa. Tale nuova società, i Vescovi di Francia sono tanto più disposti ad accoglierla in quanto il Concilio, sensibile alla mutazione del mondo, ne aveva presentito l'esigenza e fissato le condizioni essenziali. … La Chiesa ormai pienamente evangelica e rivolta verso il mondo, invoca, con tutta la sua esperienza sovrannaturale, l'avvento del socialismo, piena attuazione dell'ideale evangelico”.
 Grazie al mecenatismo di Giovanni Volpe, la lucida visione di De Corte fu il criterio informatore delle attività, sanamente reazionarie, promosse dalla fondazione Gioacchino Volpe, attiva in Roma tra il 1973 e il. 1983 [2].
 Per inciso: gli atti della Fondazione Gioacchino Volpe smentiscono e ridicolizzano la mitologia che impone, con sentenza inappellabile, il restringimento della cultura all'area sinistra.
 Purtroppo i politicanti della destra, caninamente abbarbicati alle esangui frivolezze di Armando Plebe e di Alain De Benoist, non seppero o meglio non vollero fare propria l'ingente produzione della Fondazione Volpe.
 Nella luce accecante, sprigionata dall'equivoco intorno al sessantottismo, il clero coatto intanto vedeva apparire la (santa) città socialista del futuro, “di cui i collegi episcopali assumeranno la direzione democratica”.
 Associato all'agitata democrazia dei giovani in piazza, il guelfismo si trasformò nell'incubo che rappresenta la metamorfosi sociale della Chiesa cattolica. Facilitata dalla discesa della cultura di destra nei racconti di Tolkien, il progressismo circolante senza freni nella teologia accomodata “ha per termine la costruzione di una società nuova, retta dalla volontà di potenza dei chierici”.

Interpretata da Bergoglo la missione della Chiesa cattolica si riduce a una patetica, surreale concorrenza al potere mondialista, che corre a perdifiato nella regione dei sogni (o incubi) intorno a un'umanità redenta dal denaro dei banchieri.
 Alla chimera di banca la fede di Bergoglio oppone la figura di una società amministrata dai buoni e intesa alla pia felicità del genere umano in terra.
 Versione empiamente pia del modernismo, il bergoglismo declina il suo comico progetto: realizzare il paradiso cristiano su una terra arata dai partiti della licenza in tutte le direzioni del vizio. Una terra vegliata da politici paleo-democristiani che si affacciano allo schermo della Rai in veste piamente iettatoria.
 Si tratta, a ben vedere, del capovolgimento della ragione guelfa in un ghibellinismo a bassa intensità.
 In ultima analisi, si delinea un progetto finalizzato a trasformare il sale della terra in nutrimento e concime del mondo.
 La tentazione di De Corte si capovolge (e in certo modo si invera) nella rovinosa fuga della gerarchia dal cuore dei fedeli.

Piero Vassallo








[1]    Cfr.: Marcel de Corte, “La grande eresia”, Giovanni Volpe editore, Roma 1970, pag. 103.
[2]  A dimostrazione dell'eminente valore della cultura tradizionale, ai convegni della Fondazione Volpe parteciparono studiosi di alto profilo, quali Marcel De Corte, Augusto Del Noce, Nicola Petruzzelli, Marino Gentile, Gustave Thibon, Ettore Paratore, Mario Attilio Levi, Massimo Pallottino, Thomas Molnar, Giuseppe Sermonti, Fausto Gianfranceschi, Giano Accame, Marco Tangheroni, Primo Siena, 

martedì 6 ottobre 2015

IL MIRACOLO E I SUOI PENOSI DETRATTORI (di Piero Nicola)

Il reliquiario del corporale
custodito nel duomo di Orvieto.
Uno dei principali motivi dell'ateismo e nondimeno dell'eresia modernista, che pervade la gerarchia sedicente cattolica, è il discredito gettato sul miracolo.
  Il rifiuto degli atei opposto al fatto soprannaturale si deve generalmente a un irrazionale e non scientifico appiglio alla scienza. Ciò che sfugge al protocollo della registrazione scientifica non sarebbe ammissibile come realtà da essa irraggiungibile. Si dice falsamente interpretato l'evento che gli stessi mezzi di indagine fisica hanno potuto constatare. Gli scienziati (salvo i fedeli autentici e i convertiti) giustificherebbero la loro incredulità argomentando che i loro metodi non furono applicati e ancora non possono pervenire al risultato, ma in futuro si arriverà a chiarire il processo naturale che origina il presunto miracolo, e comunque il previsto accertamento dev'essere possibile.
  L'inconsistenza dell'assunto è palese, supponendo l'onnicomprensione razionale, negando il limite della conoscenza, invece dimostrabile con la sua impossibilità di penetrare il mistero, p.e. l'origine prima dell'universo, la spiegazione dei concetti di infinito e di eterno. Sicché la necessaria esistenza della  metafisica confuta ogni scientismo. Sappiamo che la ragione concepisce il Creatore trascendente.
  Ma quello che è peggio, i sedicenti credenti accantonano il miracolo, questa prova cui spesso si connette la conferma del dogma. Si cominciò col dire che la fede non ha bisogno del miracolo o che esso è incapace di produrla. È vero che lo stesso Nostro Signore disse no ai miscredenti che gli chiedevano prodigi, ma appunto in quanto erano scettici ed empi. Gesù non avrebbe cambiato l'acqua in vino, non avrebbe moltiplicato i pani e i pesci, non avrebbe sedato la tempesta, non avrebbe risanato gli inguaribili, non avrebbe risuscitato i morti,  se ciò non fosse servito alla fede. Ed ebbe a esporre tale sua intenzione.
  La SS Trinità non si limitò a questo. Volle che nella storia della Chiesa avvenissero miracoli. Il loro seguito è talmente numeroso e vario, talmente provato da testimonianze e da effetti tuttora riscontrabili (segni, reliquie), che sarebbe troppo lungo e inutile ricordarli tutti. Quanti santi e quanti miracoli! Quante sante intercessioni ottennero da Dio guarigioni, protezioni, manifestazioni, vittorie contro il maligno! Non esiste tradizione religiosa, al di fuori di quella cattolica, che annoveri tanti e provati (processi canonici) avvenimenti soprannaturali.
  Eppure gli attuali neomodernisti che occupano il cattolicesimo disdegnano il miracolo, arrivano ad attribuire agli atti sovrumani di Cristo un significato pressappoco favolistico, giacché hanno stabilito che la storia sacra è stata tramandata mediante rappresentazioni simboliche, travisate in seguito come testimonianze di cose avvenute in concreto. Errori della Madre e Maestra! Donde la divinità dell'Uomo-Dio ne esce compromessa.
  È noto che la nuova teologia, abbracciata di fatto da Bergoglio, svaluta il dogma, le verità fissate sulla base della Rivelazione e che determinano la fede, quella vera, reggendosi su tesi eretiche ambiguamente espresse: lo storicismo (il dogma, la Chiesa mutano secondo l'evoluzione dei tempi e dei costumi, la fede sperimentata è assistita da una Rivelazione in divenire, conta soltanto l'esperienza religiosa immutabile), la prassi, o pratica, della misericordia supera la lettera della Legge, interpretandola, attua la giustizia divina, ecc.
  Il metodo sofistico bergogliano è ancor più ingannevole, candido come i famosi sepolcri imbiancati. In occasione dell'apertura del sinodo sulla famiglia, il gran capo afferma che la dottrina ecclesiastica non è in discussione (a renderla equivoca ci ha già pensato il Vaticano II!). Però si può cambiare. Come? "Dobbiamo farci guidare dallo Spirito Santo per risolvere i problemi" (falsi, già risolti dalle norme di sempre! per cui la convocazione del sinodo è già un errore e un raggiro) egli dice. Tradotto in parole povere: si interpreti la dottrina secondo coscienza caritatevole (buonista): allo stesso modo che oggi possono fare i giudici che emettono sentenze in base alla loro interpretazione delle leggi, e la cassazione ne crea praticamente di nuove e abnormi, con risoluzioni che costituiscono autorevoli precedenti.
  Ora, i santi e i miracoli lungo la Storia sono una clamorosa accusa rivolta all'eretico cambiamento dottrinale: essi dimostrano, o piuttosto ribadiscono, che le divine prescrizioni furono e rimangono immutate, sono immutabili. Nell'Ostia consacrata c'è tutto Cristo (p.e. miracolo di Bolsena), esiste l'inferno (rivelazione ai bambini di Fatima), esiste il Purgatorio (Santa Caterina da Genova), l'Immacolata Concezione è indiscutibile (Lourdes), le eresie sono sempre da condannare (San Francesco, San Domenico, San Roberto Bellarmino e un'infinità di altri santi), gli infedeli vanno combattuti (p.e. San Pio V, Madonna del Rosario), i dogmi sono irreformabili (San Pio V, Papa del Concilio di Trento).

Piero Nicola

venerdì 2 ottobre 2015

UN UOMO SCOMODO, MA LEALE (di Lino Di Stefano)

Quando si è al cospetto di un personaggio scomodo, controverso, ma onesto, gli studiosi, anche i più accreditati, fuggono per la tangente non avendo, essi, il coraggio di prendere posizione e, di conseguenza, di assumersi le proprie responsabilità di fronte alla storia. Nella fattispecie, la personalità discussa risponde al nome di Piero Operti (1896-1975), piemontese di nascita, ma ligure di adozione.
 Dopo gli studi, culminati con le lauree in lettere e giurisprudenza, Piero Operti insegnò storia e filosofia nel prestigioso Liceo Classico ‘V. Alfieri’ di Genova anche se – indagato, durante il fascismo, per la sue amicizie, segnatamente quella con Piero Gobetti – fu d’autorità trasferito a Napoli. Visto che non tutti i mali vengono per nuocere, l’esilio partenopeo, diciamo così, gli fu proficuo perché, come è a tutti noto, egli venne in contatto con Benedetto Croce al quale scrisse anche una famosa ‘Lettera aperta’.
 Poiché nel 1920 l’intellettuale di Bra (Cuneo) era stato aggredito da alcuni esponenti di sinistra, egli così, nella menzionata ‘Lettera aperta’, riferì al filosofo dei distinti: “Inermi e mancanti chi del braccio, chi della gamba, eravamo nella impossibilità di opporre qualsiasi reazione: ci strapparono le medaglie; le calpestarono; non fecero di più, soddisfatti del gesto o spenta l’ira dalla nostra passività, e si scostarono. Noi raccogliemmo dalla polvere le nostre medaglie e tornammo all’Ospedale”.
 Nella replica, il pensatore abruzzese rispose, tra l’altro: “Mio caro Operti, la sua lettera, o meglio la sua analisi della nostra condizione presente e della storia nostra recente, è quale io dovevo attendermi da Lei, dalla sua profonda rettitudine, dalla sua sincerità, dalla sua colta e lucida intelligenza, dalla sua valentia di scrittore che sa dire tutto quello che vuol dire”.
 Pure il filosofo crociano Vittorio Enzo Alfieri ebbe parole lusinghiere nei riguardi dell’uomo politico e di cultura di Bra definendolo “un uomo di carattere, una pura e alta coscienza morale: tale appare Piero Operti a chi, avendolo conosciuto di persona o anche solo attraverso i suoi scritti, mediti oggi sulla nobiltà e coerenza di quella vita”.
 L’Autore, scrisse anche altre ‘Lettere aperte’ sebbene non avessero avuto lo stesso successo di quella diretta al filosofo di Pescasseroli. Degna di nota, comunque la lettera a Luigi Einaudi, allora Presidente della Repubblica; Piero Operti fu anche un pregevole scrittore e, all’occorrenza, vogliamo ricordare la sua biografia dedicata a Bartolomeo Colleoni - intitolata ‘Il Condottiero’ - due volumi della ‘Storia d’Italia’ e, come afferma Giulio Vignoli, diede alle stampe, “dopo la guerra per Paravia un grosso dizionario della letteratura italiana, molto ben fatto”.
 Antifascista di stampo liberale, l’intellettuale ligure-piemontese venne anche sospeso dall’insegnamento, mentre durante la Resistenza il Comitato di Liberazione Nazionale lo nominò capo di alcune formazioni partigiane: egli era, infatti, nemico sia dei nazifascisti che dei comunisti. Uomo leale, come abbiamo accennato, l’Autore scrisse una lettera anche a Junio Valerio Borghese, Comandante della celebre X Flottiglia M.A.S., riconoscendone il coraggio e le virtù militari.
 Di idee monarchico-liberali, Piero Operti venne nominato da Umberto II componente della Consulta dei Senatori del Regno, presentandosi, altresì, come uno dei primi ad avvertire la necessità di condurre una riflessione seria su ciò che era stato il fascismo che, seppur condannato, andava sottoposto, secondo lui, ad indagine storica “sine ira ac studio”. E, infatti, nella ‘Lettera’ al Presidente Einaudi egli scriveva testualmente: “La Storia non pronunzia, senza fretta alcuna, i suoi verdetti se non dopo aver pesato la consistenza delle ragioni ideali e pratiche presenti negli opposti campi”, in attesa - con la scomparsa dei protagonisti del momento storico - della dissoluzione delle idee che avevano alimentato quelle passioni. Operti, infine, che era un sincero antifascista, non ebbe alcuna remora a dialogare con Nino Tripodi – noto esponente del regime, prima della guerra mondiale, e non meno celebre rappresentante del M.S.I., dopo il conflitto – anche perché il senatore e Presidente del citato partito era un dotato intellettuale, autore di tanti libri, famoso il saggio ‘Italia fascista in piedi’, e un protagonista indiscusso della cultura di Destra apprezzata anche dagli avversari.
 Non a caso, l’esponente monarchico – che era, come abbiamo più volte rilevato, un genuino e schietto antifascista - non ebbe nessuna remora a redigere la Prefazione ad un libro di Tripodi, consapevole delle feroci critiche e dei non meno spietati insulti da parte di chi non aveva capito, o non aveva voluto capire, che egli era un individuo probo ed una persona di notevoli convinzioni morali.
 Sintomatica, al riguardo, la sua conclusiva professione di fede etico-politica: “Risparmiato dalla guerra e dalla guerriglia, scampato all’ecatombe Liberatoria, sopravvissuto a Coltano e alla galera, vengo dinanzi a Voi, o Signori, a confessare il cumulo dei miei delitti”. Questi era Piero Operti.

Lino Di Stefano

Simonetta Scotto narra le imprese dei resistenti all'islam

(Per inciso: che palle la democrazia, che palle il pacifismo, che palle la venerata & tutelata culocrazia, che palle l'America, che palle Obama, che palle il porno-progressismo della Clinton!)
Nuotare contro la melassa pacifista, in discesa impetuosa attraverso le autorevoli dentiere dei buonisti di pia estrazione e/o di massonica risma, narrare (senza deplorare e stigmatizzare) storie di guerra giusta (oibò!) è un'impresa squisitamente scorretta, deplorevole e linciabile.
Trattasi di un'indiretta offesa ai banditori del sincretismo caramelloso, in corsa forsennata sulle liquide/scivolose piste battute dalla rispettosa inclinazione e dalle aperture dei debolucci, desiderosi & vogliosi di islamiche attenzioni [1].
Simonetta Scotto, colpevole di aver gettato la democratica mordacchia, rischia la caduta sotto il greve silenzio, che è contemplato e previsto dalla irosa deplorazione dei sinceri ecumenisti e dei devoti lettori, ultimamente eccitati e titillati dai neo-clericali squilli del leopardiano Eugenio Scalfari.
La imperterrita scrittrice genovese propone testi che narrano, con coinvolgente fantasia, bello stile e (sospetta e deplorevole) simpatia, le imprese dei combattenti di un'immaginaria agenzia, in guerra contro le associazioni malavitose a fine di lucro e/o di promozione islamica.
Opportunamente l'autrice rammenta che “l'agenzia di cui parlo qui è puro frutto di fantasia, in quando differisce dalle normali Agenzie di Servizi Segreti”.
Precisazione quanto mai opportuna, dal momento che fra le righe della ragionevole opposizione all'islam, gli ambigui e maldestri liberatori americani (all'inseguimento degli infelici risultati già ottenuti in Iraq e in Libia dagli educatori democratici) fanno correre il culto fanatico (e perdente) del feticcio liberale, che Piero Nicola definisce “giungla organizzata e condotta da una cricca di senza Dio e senza Patria”.
D'altra parte il racconto Il gatto e la volpe, edito in questi giorni a Tricase di Lecce, corre in parallelo con la vicenda dei marò italiani Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, prigionieri della sgangherata e superba giustizia di un paese terzomondiale: “prima di tutto il fatto che fossero due militari in missione a subire insieme questa incredibile ingiustizia; poi l'amicizia che li univa e li unisce nel lavoro e nella vita, nel bene e nel male”.
Nel racconto di Scotto gli avversari dell'islam sono due amici, uomini veri, soldati esenti da languori liberali e indenni da scrupoli ecumenici. Sono i protagonisti di una difficile e rischiosa impresa, liberare due commilitoni imprigionati (e canonicamente torturati) da guerriglieri jihadisti.
Il racconto in quanto mantiene il doveroso equilibrio tra fantasia e verosimiglianza ottiene un significativo risultato: mostrare l'inclinazione della religione islamica a una violenza cieca, che manifesta la refrattarietà a vivere secondo virtù e conoscenza.
La corretta risposta alla sfida della barbarie è l'azione implacabile dei corpi speciali (attivi più nell'immaginario che nell'intenzione degli americani) impegnati nella disperata difesa di un'egemonia fondata sulle sabbie mobili del pensiero debole.
Uno scenario crepuscolare, sul quale incombe un futuro orientato nella direzione dell'alleanza delle nazioni mediorientali – in uscita dal fanatismo islamico - con la tradizione cristiana della Russia di Putin.

Piero Vassallo



[1] Tradotta nel dialetto genovese deboluccio diventa de-buliccio, e infine buliccio sostantivo deplorato, che allude in modo oltraggioso e plebeo agli eletti praticanti dello svago democratico.