domenica 26 ottobre 2014

Dispense e autorizzazioni a non credere

Nel 1991 il regista americano Sidney Lumet girò Un'estranea fra noi, coinvolgente e mellifluo film teologico, interpretato con straordinaria bravura da Melanie Griffith ed Eric Thal.
  Lumet usò un'esile storia gialla quale pretesto per mettere in scena e (quasi) risolvere il dilemma che divide in due emisferi la cultura degli ebrei americani: vivere secondo l'antica teologia e perciò sottostare agli estenuanti formalismi della cabala oppure inseguire l'estrema, disinibita allegria moderna, che è profetizzata dall'erotismo felicitario, danzante nei film stucchevoli e zuccherosi prodotti a Hollywood e interpretati da Fred & Ginger gli ispiratori di Fellini? 
 Simbolo dell'oscillazione tra i misteri della cabala e il rampante erotismo cinematografico, il film di Lumet svela le incertezze e le contraddizioni della società ebraica d'oggi, narrando l'amore  tormentato tra una rovente poliziotta newyorchese, che professa l'ideologia disinibita e neopagana dei postmoderni, e un severo rabbino, che dedica il suo tempo allo studio e alla sequela dell'esoterismo cabalista.
 Il finale del film sembra alludere all'irrealizzabilità del compromesso tra i generi culturali in circolazione nel tradizionale e nel moderno (americanizzato) ambiente ebraico.
 Se non che, tra le sottili e intriganti righe dei dialoghi, s'intravedono i segni di una via indirizzata al superamento della discordia tra la religione ebraica e il paganesimo hollywoodiano.
 Ricorrendo alla sottile e quasi sfuggente rappresentazione di allusivi simboli - la danza sacra dei cabalisti e la perpetua danza profana dei desolanti Fred Astaire e Ginger Rogers - entra in scena la insospettata somiglianza tra cabala e Kama Sutra e tra musica sacra e rock and roll.
 In sostanza, Lumet fa intravedere la possibilità di armonizzare e comporre il rigore cabalistico con l'edonismo e la permissività hollywoodiani.
 Il messaggio nascosto nel film, in ultima analisi, propone la continuità della cabala esoterica nella filosofia spicciola professata dai cineasti ebrei (e non ebrei, ovviamente) che nella Mecca del cinema e nelle sue succursali all'estero, lavorano alla propaganda degli strumenti della (pseudo) felicità profana.
 Lumet è lontano dal cattolicesimo e (verosimilmente) ignaro dell'accusa di disertare/mutilare la teologia biblica, che, prima del disgraziato Concilio ecumenico Vaticano II,  i cattolici rivolgevano ai pensatori ebrei in allontanamento dalla fede messianica.
 Ma la sottile/sotterranea rappresentazione cinematografica del dilemma - Gerusalemme o Hollywood? - che agita non pochi ebrei d'America, ripropone (forse senza intenzione) il dogma extra Ecclesiam nulla salus, un classico assioma di quell'apologetica, che fu affievolita e quasi spenta dai teologi ecumenici e heideggeriani (Karl Rahner) e fumettisti (il felliniano Jorge Mario Bergoglio, ad esempio) rampanti nelle agitate sessioni del Vaticano II e nel post-concilio. 
 Quando si osservano le oscure/eterodosse suggestioni - di lontana origine frankista - che agitano la cultura ebraica d'età contemporanea -  la trasformazione marxiana della fuga dal faraone in emancipazione dalla fede monoteista; la drastica contestazione freudiana della religione di Mosé; l'ateologia neognostica di Walter Benjamin, Ernst Bloch e Jacob Taubes; la fumosa estetica di Theodor Adorno, il rigetto della legge naturale da parte di Hans Kelsen e Jurgen Habermas; le estreme trasgressioni lodate e generosamente finanziate da Georg Soros e Bill Gates - il rischio di una caduta della  cultura degli ebrei d'America nel paganesimo ovvero l'incombere di una conversione ai miti danzanti a Hollywood, si rivela tutt'altro che remoto.
 L'ignoranza dell'esatto contenuto dei testi del Talmud a monte dell'opinione insinuata dal film di Lumet, sconsiglia la formulazione di un giudizio [che espresso in questa sede sarebbe temerario] sulle affinità correnti tra l'ebraismo dell'epoca neotestamentaria e la cultura di Hollywood.
 E' pertanto auspicabile che il dialogo tra ebrei credenti e cattolici fedeli alla tradizione, tra Israele e resto d'Israele non sconfini in una incresciosa polemica sul coinvolgimento di intellettuali ebrei nella cinematografia neopagana. L'esemplare svolgimento del film di Lumet induce tuttavia a compiere una scelta oggi teologicamente scorretta ossia a  rammentare il rischio incombente sull'avventuroso dialogo degli ecumenisti cattolici con il complesso e variegato mondo ebraico.
 Rischio che, secondo il dotto teologo domenicano Padre Giovanni Cavalcoli, un pensatore che in nessun modo può essere accusato di anti-ebraismo, consiste nella tendenza "a smorzare le pur profonde differenze che esistono tra ebraismo e cristianesimo"
 L'incauta affermazione di Bergoglio, che dispensa gli Ebrei dalla conversione a Cristo, è misura della crisi di identità, che è stata confermata dall'andamento bizzoso del recente sinodo dei vescovi
 Sarebbe quindi destinato a naufragare nel paradosso un dialogo tra ebrei e cattolici condotto senza le precauzioni necessarie a scongiurare il rischio di dimenticare la resa ai miti e ai sollucheri ideologici, nel film simbolico/enigmatico/esoterico, miti rappresentati  dal tip-tap eseguito, dai ballerini Fred Astaire e Ginger Rogers.
  Il mistico tip-tap prefigura anche i cedimenti all'ecumenismo (in realtà sincretismo/trasformismo) di non pochi credenti (teologi, vescovi, cardinali, papi) contemporanei.
 Impostato secondo i criteri del buonismo, il confronto tra l'antico e il nuovo - il tradizionale e il moderno -  oscura l'orizzonte teologico e, per un verso, ottiene il rafforzamento delle ambiguità circolanti nel mondo ebraico, per l'altro desta fra i cattolici la irresistibile tendenza ad approvare e ossequiare gli ebrei la qualunque cosa essi dicano o facciano.
 Il già citato Padre Cavalcoli non nasconde il timore che "oggi la Santa Sede abbia nei confronti degli Ebrei un atteggiamento di eccessiva indulgenza e quasi di adulazione".    
 Posto, ad esempio, che il danzatore Fred Astaire apparteneva al popolo ebreo, quale è la conseguenze che un cattolico buonista può trarre dall'espressione - gli ebrei sono  nostri fratelli maggiori - pronunciata da Giovanni Paolo II  durante la visita alla sinagoga di Roma e confermata/accelerata da Francesco I, secondo il quale gli Ebrei non devono convertirsi: sono cristiani anche se non credono in Cristo? Forse si deve sostenere seriamente che Bergoglio è il fratello minore di Fred Astaire e/o di Lumet nella fede? Nella fase storica in cui impunite monache cantano la canzone blasfema della Ciccone forse si può osare tanto?
 Il suono grottesco e deragliante di tali ipotesi indurrebbe a dubitare che Giovanni Paolo II abbia inteso dire che gli ebrei sono attualmente eredi legittimi di Abramo, il padre di tutti i credenti.
 D'altra parte è noto che l'autorevole teologo Brunero Gherardini ha escluso che i fratelli maggiori costituiscano tuttora il popolo eletto, in base a un'esatta interpretazione delle tesi di San Paolo (specialmente Rom., 9, 6-12: fratello maggiore è Esaù, fratello minore Isacco).
 La tesi di mons. Gherardini è stata confermata solennemente dal sinodo dei vescovi mediorientali riuniti in Roma nell'ottobre del 2010.
 Un eminente illustre studioso cattolico, Francesco Mercadante, di recente, ha rammentato, con formula perfetta, l'abolizione della primogenitura e il livellamento dei compensi ai vignaiola della prima ora - i cir4concisi - e a quelli dell'ultima ora - i gentili: "Paolo sovverte l'ordine del mondo conferendo alle genti la legittimazione nella dignità della primogenitura spirituale, da esercitare come retaggio di un popolo di Dio fatto tutto di primogeniti, senza distinzioni di merito tra circoncisi e incirconcisi, come pure, passando al compenso, tra operai della prima ora e operai della undicesima ora" [1].
 Luigi Copertino, ha infine rammentato che Benedetto XVI, "non ha esitato, nonostante le stridule grida della sinagoga, a riproporre le preghiere del Venerdì Santo per la conversione degli ebrei".
 E questo sia suggel ch'ogn' omo sganni (Inf. XIX, 21). Dovrebbe. 
 Separato dalla teologia paolina della storia e gettato nelle gambe ubiquitarie del più inconsulto e zuccheroso ballo hollywoodiano, il dialogo tra ebrei e cattolici si ridurrebbe alla declinazione di umoristici malintesi, danze modernistiche, finzioni teologiche, acrobazie storiografiche, adulazioni scivolose e avventurose obliquità.
 La presunta carità, opponendosi ostinatamente all'intransigentissima verità, si dissolverebbe nell'aria fritta emanata dalle colonne sonore, che accompagnano l'evasione cinematografica e televisiva a buon mercato.
 Una seria considerazione del problema, d'altra parte, non può nascondere la verità non hollywoodiana e pre -felliniana sul popolo ebraico, che, lo ha rammentato Julio Meinvielle, "è un popolo sacro, scelto da Dio tra tutti i popoli per compiere la missione salvifica dell'umanità apportandoci, nella sua carne il Redentore" [2].

Piero Vassallo




[1]              Cfr.: L'eguaglianza dell'individuo in Capograssi; diritti e bisogni, in Annuario filosofico 2008, Mursia, Milano 2009, pag. 31.
[2]              Cfr. L'ebreo nel mistero della storia, Effedieffe, Proceno 2012, pag. 19.

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